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Pubblicazioni

Come tutti gli anni, a conclusione del

Premio Europeo di Arti Letterarie Via Francigena, 

viene presentata l'Antologia

 che contiene tutte le poesie premiate. 

 

Ildefonso Rossi Urtoler

Castelli di sabbia
Poesie

Un emozionante appuntamento fisso, a scadenza annuale, quello che ci offre Idelfonso Rossi Urtoler donandoci la sua poesia. Una pausa per me irrinunciabile alla corsa dei giorni, per soffermarmi su una interiorità poetica così ricca di introspezione e di meditazione, da essere esempio da seguire. Ma andiamo per gradi, non bisogna cedere all’impeto delle sensazioni, ché questa silloge è tutta da gustare, come, del resto, quelle che l’hanno preceduta e che ho avuto il grande piacere di recensire.
 Partiamo dal titolo di questa nuova silloge, “Castelli di sabbia”. Con vigorosa allegoria richiama le immagini infantili piene di entusiasmo e di laboriosa alacrità nel costruire fantasiose e ardite composizioni con la rena del lido. Ma c’è di più: sotto la gioiosa allegria e l’impegno dell’edificazione si nasconde la consapevolezza dell’effimero. La sabbia si sgretola facilmente e di tanto lavoro, di tanta passione, non restano che mucchi informi di rena. Metafora evidente della condizione dell’uomo, che tanto si affanna a costruire “sulla sabbia”, per veder crollare alla prima onda nemica tutti i suoi sogni, quei “castelli” che non hanno tenuto conto della malvagità del destino. Perché la vita umana è legata da un filo sottile, che Atropo, la Parca crudele, può recidere in qualsiasi momento, annullando definitivamente il senso di tanto lavoro, di tanto sacrificio.

Dalla prefazione di Rina Gambini

 

Rita Vittozzi

C'era una volta la guerra

Romanzo breve

… Siamo tutti cresciuti a robuste dosi di racconti di guerra, che ci incuriosivano, talvolta ci divertivano, anche se, con l’adolescenza, ci venivano a noia, come acutamente nota Rita, perché ci sembrava che quel passato non ci appartenesse, mentre guardavamo diritti verso il futuro.
 Poi, i racconti sono cessati. È finita, travolta dalla vita moderna, quella voglia di raccontare e raccontarsi di cui parla Italo Calvino nella prefazione al suo primo romanzo, “I sentieri dei nidi di ragno”, che si ambienta proprio nella lotta partigiana. È finita con quello schermo pieno di immagini, che riempie le serate zittendo tutti coloro che prendono l’avvio per percorrere il sentiero dei ricordi da qualche notizia buttata lì per dovere di cronaca, o per commemorare qualche evento, e non per vera partecipazione.
 Invece, Rita ha lasciato parlare, e ne è nato questo racconto, o meglio, questo romanzo breve, sì, ma denso, pieno di intrecci, come si conviene ad ogni romanzo che si rispetti. Ha lasciato parlare perché, per una strana combinazione delle emozioni, ha fatto prevalere il sentimento e la tenerezza, piuttosto che la noia e la consuetudine.
 Così la madre ha potuto raccontare la guerra, la sua guerra, ben inteso, ma che è pur sempre una parte del tutto. Perché, stiamo ben attenti a non cadere nell’indifferenza, la guerra non va considerata un elenco di battaglie, con relative date, ma un puzzle, in cui fatti grandi e piccoli si intrecciano, in cui i detentori del potere, militare o politico che sia, devono fare i conti con gli uomini comuni. La guerra non è fatta solo dagli eroi che passano sui libri di storia, ma dalle persone che, innocenti, indifese, inermi, patiscono la fame, il freddo, la paura, rischiano la morte per disegni più grandi di loro…

Dalla Prefazione di Rina Gambini

 

Una nuova antologia tematica de Il Porticciolo

"Caro Papà…"

Pensieri ricordi testimonianze in poesia e in prosa della figura paterna.

a cura di Rina Gambini

Abbiamo reso omaggio alla mamma, era doveroso farlo anche per il papà! Dopo Cara Mamma…, infatti, abbiamo voluto che anche i papà avessero un loro ricordo, qualche testimonianza dell’affetto e della riconoscenza, qualche volta, purtroppo, del rimpianto dei propri figli. Nasce da questo la nostra raccolta: dal bisogno di lasciare alle generazioni future, fermate sulla carta, le note di vita e di personalità di coloro che hanno segnato un carattere, un presente e un futuro, un destino nei propri cari.

In realtà la figura del padre non sempre ha una funzione immediatamente conciliante nella vita del figlio, specie se è maschio. Nella società occidentale, il ruolo paterno era concepito in modo autoritario, demandando a lui non solo il sostentamento, ma anche la parte decisionale della vita della famiglia. Nella società patriarcale i figli erano una sorta di proprietà del genitore, tanto che si venivano a creare contrasti più o meno espliciti, qualche volta passivamente subiti. Il padre-padrone, fatto salvo il lato affettivo e la buona fede, basata sulla convinzione di scegliere il meglio per il bene dei suoi figlioli, rivestiva così un ruolo che poteva pesare sul giovane, incapace, per convenzioni e per legami, di liberarsi del peso della volontà paterna.

Non pensiamo che questa situazione appartenga al passato. Certamente ai nostri giorni è ben raro che si creino motivi gravi di contrasto tra padri e figli, sebbene lo scontro generazionale sia costantemente in agguato. Se i genitori hanno ormai acquisito di dover rispettare le scelte e le inclinazioni dei propri figlioli, la loro influenza sulle decisioni tende ad essere ancora occultamente pesante, soprattutto nell’indirizzo professionale.

Eppure tutti i figli sanno che, nella maggior parte dei casi, i loro padri hanno agito per il loro bene, per facilitare loro il futuro, per farne degli uomini solidamente strutturati, sia caratterialmente che moralmente. E, se sono stati severi, a posteriori, e soprattutto con la maturità, se ne comprendono le ragioni e se ne apprezzano gli intenti.

Quando, poi, il papà manca, ecco che manca il punto di riferimento solido, quello che ha sostenuto la giovinezza con l’esempio e la comprensione. Si rivalutano le sgridate e le imposizioni, si ama la serietà formativa e a volte quella ruvidezza che nelle passate generazioni serviva per non cedere al sentimento di tenerezza verso i propri cari.

Essere genitori, e padri in particolare, data l’impostazione sociale di cui ho accennato, non è mai stato facile, in ogni tempo e in ogni luogo, ma il retaggio di responsabilità, di oneri morali e materiali, seppure anche di soddisfazioni e di gioie, è elemento insostituibile nella vita di ogni uomo. E tra padri e figli il legame resta indissolubile, anche nei contrasti e negli scontri, anche nei rimpianti e nei rimorsi, anzi, soprattutto in quel "avrei dovuto… avrei voluto…" di cui è costellato il pensiero e la memoria. L’unione viscerale con la madre diviene, con l’età matura, unione spirituale col padre, in un riconoscimento più arduo da raggiungere, ma non per questo meno sincero e partecipatamene affettivo.

Padri e figli: un dualismo che, tra strappi e conflitti, segna la continuità dell’esistere, il permanere di gesti, pensieri, abitudini, soprattutto affetti, di cui siamo portatori e tramite, passando ai nostri figli ciò che ci è stato lasciato, imprimendo nella famiglia quel segno distintivo che la fa unica e insostituibile…

dalla prefazione di Rina Gambini

In un universo letterario contrassegnato dalla ricerca del nuovo, e non di rado dell’esotico, si va affermando l’utilizzo della tecnica giapponese dell’Haiku, creata nel XVII secolo. Si tratta di un componimento poetico di tre versi composti da cinque, sette e di nuovo cinque sillabe. La poesia dell’haiku ha toni semplici, senza fronzoli lessicali e congiunzioni, addirittura senza titoli, e si propone di riprodurre le suggestioni della natura nelle diverse stagioni. Data l’estrema brevità delle composizioni, è necessaria una grande sintesi di pensiero e d’immagine. L’haiku si distingue per le sue scene rapide ed intense, che rappresentano, in genere, le emozioni che la natura lascia nell’animo del poeta, dell’haijin, in giapponese. La mancanza di nessi evidenti tra i versi lascia spazio ad un vuoto ricco di suggestioni, quasi come una traccia che sta al lettore completare.

Si calcola che in Giappone vi siano più di dieci milioni di persone (circa il 10% della popolazione) che si dilettano a scrivere haiku e quasi ogni giornale nipponico ha una sezione riservata a questo tipo di poesia. Entrato in occidente, come interessante soluzione al problema della ricerca poetica di una sintesi espressiva, ha trovato il consenso di illustri esponenti della letteratura moderna, quali Jack Kerouac, Jorge Luis Borges, e da noi Edoardo Sanguineti, che si sono felicemente cimentati nella tecnica dell’haiku.

Anche Adriana Gualandi ha voluto comporre brevi liriche seguendo le regole degli haiku, e le ha volute raccogliere tutte insieme, com’ella stessa dichiara, quelle riuscite meglio e quelle più incerte, in quanto le ritiene un momento impegnativo e magico della sua produzione di poetessa che ama esprimere le proprie emozioni di fronte al miracolo della natura che si rinnova, e nello stesso tempo testimoniare le vicende dell’esistenza personale e di quella che la circonda, con le ripercussioni sulla sua più intima sensibilità di donna.

È interessante che una poetessa come lei, che ha dato esempio, nella precedente pubblicazione, Vita e poesia, di una liricità che si muove tra il narrativo e il didascalico, pur attenendosi alle necessità tipicamente poetiche di armonia e musicalità, che ha osservato la realtà intorno a lei e dentro di lei per tradurla in versi, si sia interessata a un modo espressivo scarno, essenziale, basato sulla parola pura, semplice, priva di nessi logici e sintattici. Probabilmente ella ha trovato in questa sintesi espressiva il modo di manifestare le sue emozioni senza nulla aggiungere alla mera sensazione, quasi in un istintivo pudore del proprio sentire più profondo e interiore. Forse, sperimentando nuove forme, ha trovato nuovi impulsi che hanno arricchito la sua voce poetica, senza mai abdicare alla sua vocazione di osservatrice della vita, di quella quotidiana degli uomini come di quella scandita dai ritmi della natura.

Da qui nasce la divisione di questa raccolta in due sillogi, Natura e stagioni e Vita quotidiana, in quanto queste "preziose piccole gemme", come le definisce all’inizio del volume, siano dei doni di saggezza e di sensibilità, custoditi nel "forziere" del libro ed offerti ad amici, parenti, conoscenti, ma anche al lettore che per la prima volta ne incontra la poetica, come perle di una poesia tutta femminile, una poesia che nella sua assoluta attualità e immanenza sa elevarsi a messaggio universale di serenità, concordia e rispetto reciproco.

Rina Gambini

Dalla prefazione di Cristina Benussi:

l romanzo è densamente metaforico, nel senso che l’autore riesce a rendere emblematica l’esperienza di maturazione del suo personaggio, in un luogo letterariamente ormai topico, il collegio. Lontano, relativamente, dalla famiglia, e fuori dalla città, la sede deputata alla formazione dei giovani si rivela un microcosmo mosso da impulsi solo apparentemente sodali, in realtà ispirati a un cinismo e a un’ipocrisia che il protagonista stenta ad ammettere.

(…) Le frustrazioni di un adolescente apparentemente inserito nella vita di gruppo, in realtà solo, hanno così dato vita a un personaggio che, grazie anche ad un linguaggio elaborato, ben strutturato, in bilico tra stile alto e quello che si potrebbe definire college slang, è capace di uno sguardo ironico ed autoironico. Il testo finisce dunque per costruirsi in una forma che Pirandello definisce umoristica, in grado cioè di mostrare il protagonista in hilaritate tristis. Ivo non è reso "timido" dalla persistenza di idola resi opachi da un benessere già sulla via del tramonto ma ancora costitutivo dei valori del Nord Est d’Italia, quanto dall’indifferenza dei suoi interlocutori nei confronti di qualsiasi problematica antropologica, emozionale ed intellettuale…

Erbusco (BS) – Scuola Elementare

13 marzo 2010

 

Il 13 marzo, presso la Scuola Elementare di Erbusco (BS), per ricordare il cinquantennale dell’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura al Maestro Salvatore Quasimodo, si è svolta una cerimonia con la partecipazione di tutti gli alunni della Scuola, degli insegnanti, del Sindaco Isabella Nodari, dell’Assessore alla Cultura Rosa Milini, del figlio del poeta Alessandro Quasimodo e del Presidente del Centro Culturale Il Porticciolo, Rina Gambini.

I bambini hanno mostrato grande attenzione all’evento preparando alcune poesie che hanno porto, anche con commento, alle autorità presenti e ai numerosi genitori convenuti, con grazia e con una partecipazione eccezionale.

La cerimonia si è svolta in una atmosfera eccitata e simpatica, che ha emozionato tutti i presenti.

Alla festa del mattino è seguito, alle ore 20,30, presso il Teatro Comunale, un Convegno – Recital sul tema della Letteratura Femminile, dal titolo "Qui non provo di donna il proprio stato…" (verso di Isabella de Morra, poetessa del Cinquecento), tenuto da Rina Gambini, che ha parlato delle Figure femminili artefici della Letteratura, da Sara Cordone, che ha trattato le figure femminili protagoniste delle opere letterarie, da Beatrice a Silvia. Alessandro Quasimodo, con la sua ineguagliabile arte di comunicatore di poesia, ha letto numerosi brani lirici, molti anche inediti.

Dietro questo nom de plume, si cela non solo uno scrittore dal fraseggio efficace ed essenziale, costruttore abile d’imprevisti colpi di scena e di situazioni, assai ben delineate, dove prevale un ritmo incalzante, ma anche un acuto conoscitore di cose italiche e calabresi in particolare. Dall’osservatorio privilegiato della sua professione ha colto, con sensibilità sociologica, riti e miti della ricca borghesia del nord, così come riti e miti della malavita organizzata calabrese, la famigerata ‘ndrangheta. Da questa conoscenza “dal di dentro” scaturisce questo avvincente romanzo, ricco al tempo stesso d’azione e di meditate pause d’introspezione psicologica.

Ci auguriamo che altri lavori seguano a questa interessante e promettente opera prima.

Leggere Hotel Aspromonte è come essere invitati ad un ricco banchetto, o per usare un’espressione anglofona, ad un open buffet, dove gli ospiti vanno e vengono a loro piacere: alcuni di loro si conoscono già da tempo, altri s’incontrano per la prima volta e le loro storie s’intrecciano, si dipanano o s’interrompono, un po’ casualmente, un po’ per necessità, così come accade nella vita.

Ma come vi accorgerete ben presto, al banchetto c’è un convitato di pietra, questa volta nel senso letterale del termine: è lei, la grande montagna, l’Aspromonte selvaggio ed inaccessibile, che fa da sfondo alle vicende narrate, luogo del ritorno, al quale approdano o riapprodano tutti i personaggi, provenienti dalle brume padane, per alcuni terra d’origine, per altri terra di trasferta.

La Montagna accoglie nel sue grembo speranze e follie degli umani, i loro sacrifici e le loro malvagità, il bene ed il male. Osserva ciò che accade con occhio di sfinge, come sorpresa del fatto che l’uomo sembra non volere mai imparare nulla dal passato.

Le vite dei personaggi, ciò che è vero e ciò che vero non è, i fatti e l’ombra riflessa dei fatti si attorcigliano, si schermano a vicenda, alla ricerca di un punto definitivo che non arriva mai: alla fine ognuno sembra costretto rientrare nella sua casella di partenza. Qualcuno dovrà pagare per i suoi errori, qualcuno si ritrarrà nella nostalgia di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, qualcuno imprecherà per tanta fatica sprecata.

Solo la Montagna resterà, perenne, testimone e custode dei suoi misteri.

Editore : Le Edizioni del Porticciolo

"Sulla rotta della vita" è una raccolta di racconti di varia intonazione, che propone pagine di riflessione ad altre di forte intonazione narrativa, senza trascurare una certa ironia, che sfocia facilmente nell'umorismo.
La vita dell'uomo di mare prevale su ogni altra tematica, delineando
personaggi dalla decisa connotazione etica, che si muovono con difficoltà nel mondo tecnologico; la nostalgia per la vita avventurosa sul mare, per le peripezie e le incognite del viaggio, per la solidarietà e l'amicizia che viene a crearsi tra le persone che condividono la durezza dell'esistenza del marinaio, il mistero che aleggia su ogni evento, sono protagonisti indiscussi di una serie di racconti intensi e di grande coinvolgimento emotivo.
Altri brani sono dedicati al ricordo di persone che hanno segnato la
vita dell'autore, e sono pretesto per riandare con la memoria al tempo passato, ai suoi affetti, alle sue consuetudini; un racconto, forse il più lungo e appassionante, rivisita un mito famoso, ma è soprattutto un inno all'amore puro ed innocente, che contrasta con l'opportunismo e con la convenzione sociale. Infine un racconto, che l'autore definisce "umoristico", narra di due sprovveduti marinai che credono di poter affrontare l'avventura senza averne la capacità e gli strumenti. Varietà di argomenti, dunque, ma una matrice comune: i valori ondamentali del vivere insieme, riproposti e ribaditi in ogni momento, con gioia e con serietà, con convinzione e con costante fervore, per racconti che mostrano una autentica e sicura disposizione narrativa.

Myrian Brunetti ha vinto il primo premio, nella Sezione poesia inedita, del Concorso Internazionale di Letteratura "Fortezza di Castruccio" Sarzana 2008

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