Tu sei qui:Poesia>>Giovanni Lorè

Giovanni Lorè
Dimensioni carattere:

Note biografiche

 

Giovanni Lorè è nato alla Spezia nel 1941, e tuttora vi risiede. Dirigente di banca, attualmente in pensione, nel 1993 inizia a comporre poesie d’occasione in rima, talvolta con intento satirico, sullo stile di Giorgio Faletti nello sketch “Signor tenente”. La veste scherzosa le rendeva composizioni senza alcuna pretesa poetica, ma furono sufficienti a destare in lui una autentica passione, che lo ha portato ad un percorso poetico risultato in seguito assai gratificante. Infatti ha iniziato a partecipare ai concorsi di poesia nel giugno 2005 con una silloge inedita, che gli ha ottenuto un bel riconoscimento; in seguito ha partecipato ad una quindicina di concorsi nazionali ed internazionali, sempre con ottimi risultati. Da allora ha avuto la soddisfazione di vedere i suoi testi poetici pubblicati su Antologie letterarie, e numerosi raccolti in un bel volume, “Ali di pietra”, edito dalla Helicon nel marzo 2007.

 

Note critiche

 

Giovanni Lorè è un poeta sui generis, in quanto nato per caso, e soprattutto per divertimento, ha sviluppato una liricità sua personale in brevissimo tempo. Infatti, ben presto si è accorto che, attraverso la poesia, aveva la possibilità di dare voce ai moti dell’anima, fino a quel momento rimasti inespressi, quasi sopiti dalle problematiche giornaliere. La maturità gli aveva donato l’intuizione di un mondo tutto da scoprire, e da manifestare, cosicché il verso, e in generale l’espressione artistica, in quanto occasionalmente pittore, sono divenuti parte integrante del suo Io, e protagonisti della sua interiorità. Resta, però, al fondo, l’uomo pratico, uso ad affrontare di petto, e con impegno, ogni evento: la sua poetica è strettamente inerente la vita, quella sociale e quella personale, con le contraddizioni, le disarmonie e gli scogli da superare.
Le liriche divengono facilmente dei quadri d’ambiente, in cui non mancano le allegorie di immagini che inducono ad altri pensieri e riflessioni, mentre la natura appare prepotentemente come habitat dell’uomo che soffre e spera.
Rifuggendo dai luoghi comuni, pur cercando di attenersi ad una tradizione poetica collaudata, Lorè crea un suo linguaggio personale, utilizzando neologismi assai significativi, accanto ad un lessico ricercato nella parola dei poeti. Ne risulta un insieme piacevole ed interessante, che prelude a nuovi percorsi lirici.

Recensioni

“I ritmi del suo tessuto lirico oscillano tra una ansiosa volontà di dire, di chiarire il senso dei suoi paesaggi d’anima, di comunicare l’humus segreto doloroso delle derive, dei disinganni, della solitudine e dell’angoscia che gli derivano dalle contraddizioni, dalle antinomie del suo transito umano nel tempo, dagli aculei della consapevolezza che è necessario guardare con distacco le cose di ogni giorno e costruirsi una immagine critica e vera della contemporaneità e trascinarsi in perpetua transumanza tra ricordanze, rimpianti e tentazioni di abbandoni e di ritorni.”

Sirio Guerrieri

“Il poeta, in sintesi, realizza appieno ciò di cui l’accezione comunicativa, appunto, del suo linguaggio ha bisogno per delinearsi in una sorta di unicità, liberata alla base da pregresse poetiche passivamente contemplative e, al vertice espressivo, lanciata a rifondare i termini del vissuto e di una mitologia interiore. Sì, perché l’espressione necessaria al poeta, (ecco l’unicità), si riflette senza fatica nell’espressione necessaria alla condizione fruitiva: entrambi, poeta e lettore, riconquistano, sulla stessa lunghezza d’onda, le significazioni dell’Io riflesse dai codici provenienti, anche a livello allusivo, dalla natura, dal mondo esterno e circostante, sempre imprescindibile, e dalla memori; entrambi devono – e vogliono – aggirarsi nei luoghi e tra i segni invitanti alla meditazione, alla decifrazione dell’enigma percettivo, alla dimensione laica – ma non per questo meno universale – di una concezione mistica dell’essere. E questi versi la contengono.”

 

Rodolfo Tommasi

“Lorè si potrebbe indicare come il poeta delle “espressioni raschianti”; è come dire: il poeta non piega l’oggetto al linguaggio, lo raschia via da ogni identificabile traccia di se stesso e lo inserisce nel formulario fonico/significante di un linguaggio desueto e convincente, ardito e destinato all’assuefazione immaginifica (“Nell’autunno del tuo rugginoso animo”; “Quando il giorno s’ingolfa nella notte”; “Sul fare del tramonto lastricato / di rame”; “Vivi i muti rintocchi”; “Ragnatelose le sue ali”).

È una scrittura dove impeto e ricerca convivono e persino si identificano, quella di Lorè; una poesia che, pur senza mai intrecciarvisi, procede parallela alle tessiture di Pier Luigi Bachini...”

 

Rodolfo Tommasi in “Solchi di scritture” – Edizioni Helicon 2006

 

 

Letture

 

Illusioni

 

Cela il sole manto nero di nubi.
Dal colle screziato di bianchi fumi
non scendono dolci raggi
e non guizzano sul livido mare.
Si frange cupa l’onda nella cala
e stride alto la ghiaia sulla battigia.
Mormorano i castagni al fresco vento
e mesti ripiegano i rami nudi
ai ferrugigni campi.
Non trilli d’uccelli nell’aria.
Ricopre la natura e l’animo
pulviscolo di noia.
Si ridesta dal torpore la mente
e la fantasia lesta remeggia
verso terre antiche e pure,
valli rigogliose e arcobaleni,
selve folte trafitte
da lame di luce arabescata.
Leggeri rigano il cielo
voli di colombi azzurri
e tortore dalla testa rossa.
Brusco imbianca e fugge un lampo
nel rugliare intenso del tuono.
Si sgretolano in fretta le illusioni.
Ciarlieri ritornano gli affanni.

 

 

Il gallo Imaio

 

Il maestoso gallo Imaio
re del gran pollaio
un dì per dimostrare
di saperci davver fare
prese forte giù a picchiare
col suo becco duro duro
non soltanto contro il muro,
ma pur contro il grosso tino
ben riempito di buon vino
sistemato lì vicino.
Le galline sue compagne
smisero presto di far lagne,
iniziarono con schiamazzi
a richiamare anche i ragazzi
incitando il gran re
che di becchi ne avea tre.
Il maestoso gallo Imaio
si trasformò presto in vinaio:
il biondo nettare divino
prese a uscire dal catino
inondando la cantina
e allarmando Caterina,
che corse a prender lo scopone
e il bastone del padrone.
Picchiò a destra e a manca,
inciampò pur nella panca,
ma riuscì a dar bastonate
alle galline già ubriacate.
Il maestoso gallo Imaio
re del gran pollaio
a morte venne condannato
per non avere rispettato
il ruolo comandato
e nel brodo fu gustato.

 


Paese in festa


Lenti, cullati da aliti di vento,
fiocchi di neve si lasciano andare,
danzano sulle punte delle crode,
ali lievi di farfalle.
Nella luce sonnolenta del mattino
rintocchi di campane
svegliano il piccolo paese.
Di festa si colorano le strette
vie e su biche di foglie
lingue di fuoco ed effluvi aromali.
Quando si adagia il giorno
e la sera prende la forma delle ombre,
e l’aria di freddo si fa asprigna,
vanno le genti al vespro intirizzite
il Santo protettore a ringraziare.
Nel chiuso della chiesa
si riscaldano i cuori
e alti volano sereni i pensieri,
a escludere le dubbiezze del domani.

 


Albo delle fotografie


Volto lieve le pagine dell’albo
delle fotografie.
Le avevo quasi dimenticate.
Matassa di immagini care e di colori
ratta si dipana.
Rivivo con gaudio l’ebbrezza
dei momenti felici della vita
in fuga rapida
come volo di gabbiani
con vele ai soffi del vento
e all’incostanza del mare.
Palpita senza freno il cuore stanco
e non vuole che il buio involva
gocciole gioiose di memoria.

 


Angoscia


Tremano come foglie ai soffi diacci
del vento le vele del cuore
gonfie di angoscia in palpiti intermessi.
Dolente è il camminare sulle pietre
aguzze del sentiero che s’inerpica
sul colle ove s’allunga triste l’ombra
delle guglie dei cipressi.
Ingrommate le bianche ali non spiccano
più il volo oltre la spessa bruma che esita
a mordere le ripide pendici.
Si disgregano, si confondono,
e si lacerano certezze e speranze
nel tempo che scorre come acqua in fuga.
E resta il vuoto dentro.

 


Sviluppata sull’allegoria centrale, che mostra la vita come un cammino che tende alla morte, la poesia si sviluppa nell’anelito alla verità e alla certezza, ben rappresentato attraverso metafore e immagini emblematiche. Il verso finale, quasi isolato dal contesto, conclude la composizione definendo lo stato d’animo del poeta nel momento in cui scrive i suoi versi. Ricca di significati e di sfumature emozionali, la lirica utilizza un linguaggio elegante, talvolta onomatopeico, altre dialettale, tentando di rinnovare il lessico convenzionale, pur nel rispetto della tradizione.


Rina Gambini - da “Antologia Città di Salò 2007”

 

 

Immagini e aggiornamenti

Sample Image
Sample Image
La Presidente, prof. Rina Gambini, tra
la poetessa tedesca Katharina Zwicker e
Giovanni Lorè
30 Gennaio 2010
Presentiamo la nuova raccolta di poesie di Giovanni Lorè
Sample Image

 

20 Gennaio 2011

Riceviamo e pubblichiamo alcune nuove liriche di Giovanni Lorè


 

Abbrevia il passo il sole

Abbrevia il passo il sole
tra violacei colchici d’autunno
e la sera lesta sperde
drappi di caligine.
Sfuma cupo il colle sullo sfondo
pallido del cielo.
Le case quasi a riposare
serrano sicure le persiane.
Si lacerano le ali dei miei sogni
ai piedi della vetrata oscura.
Veli di dolorosi silenzi
ammantano le pareti
della mia dimora antica
aduggiata di solitudine,
bruma che abbica tristezza
dentro l’anima.
Clange il risucchio del mare,
ninna nanna alle barche della cala,
e io m’addormo quieto.

Domina il deserto

Cala e occhieggia il sole tra grappoli
di nuvole screziate di porpora,
come setosi petali di dianti.
Al sonno si abbandona
dietro il colle accigliato.
Cresce l’ombra e lesto avanza il buio
che tinge di nebbia la luce dei lampioni
e impigrisce il passo dei viandanti.
Gemiti misteriosi il vento sibila
alle mie persiane appena socchiuse.
Nella grigia stanza ove di silenzi
si fa lunga la sera, la tua immagine
soffusa di veli si adagia
sulla poltrona, immota.
Non frusciano le onde di capelli,
dolce e ritmata carezza di risacca
nella deserta caletta.
Sussurri di ricordi nella mente
scorrono come allegro ruscello.
Volge il mio cuore al sorriso
saperti pendula stella
su prati rilucenti di verità.
Solitario mi immergo
dentro il formicolio del tempo.

È notte

Fonda è la notte e la luce sbiadita
di un lampione offuscato
non filtra tra le gelosie
delle mie persiane chiuse.
Nella stanza dai muri chiazzati di nero
ascolto assordante il silenzio.
Scuote la mente vento di angoscia
al pensiero del gelo eterno.
Cerca svelta l’aria la bocca.
La vita è come un pagliaio
infocato di vampe repenti,
che presto si tramuta
in acervi di cenere.
Beati gli ebbri che vanno barcollando
su strade di fango, inneggiando a Bacco
e sorridendo alle genti
dagli occhi velati di brina.
Scagliano sassi ai sogni
e nelle spire del tempo
lasciano, lieti, cadere
brandelli di speranze.


[Le poesia qui sopra tratte da: Nebbie – Edizioni Helicon]

 

Aggiornamento del 14 Febbraio 2014

 

La nuova raccolta poetica di Giovanni Lorè

ECHI DI SILENZI

 

Prefazione di Rodolfo Tommasi

In Ali di pietra (2007, la prima raccolta organica di versi pubblicata da Lorè), c’è una poesia molto suggestiva, Sogno irlandese: apparentemente gioca tutta la sua seduzione evocatrice in un procedere descrittivo condensato e pregnante, ma in realtà nasconde molto di più, quasi la connessione tra la sfera onirica e un Paese sempre rovente di storia e di sismica proposta letteraria venisse a suggerirsi condizione ideale per divenire contenitore di metafore. Verso la fine, si legge:

Echi di canti e suoni rimbalzano

e giocano tra pareti verticali

di nude rocce

e tra onde intorte si disperdono

Non è, questa immagine, la sintesi di uno spirito più che di un paesaggio? E non è infatti possibile interpretare e riconoscere in tale sintesi l’idea stessa di poesia insieme allo spirito di un’intera poetica scabra e lavica, tuttavia inesausta nella sua dinamica viva di rapide onde che l’una dell’altra si nutrono per scavare nei concetti, per trasformare gli echi di una tradizione letteraria(‘periermetica’, mi piacerebbe definirla) in pulsante istanza di modernissima e a tratti intransigente scrittura in versi? E non può essere, tutto ciò, appunto, la ‘visione/simbolo’ in cui si rivelano tanto la pressione dell’impegno sostanziale quanto la cifra stilistica di Giovanni Lorè?

Anni fa, ebbi una gradita occasione per scrivere di Lorè, e lo indicai “poeta delle espressioni raschianti”, e lui si riconobbe in quella, peraltro ben convinta, mia definizione. Ora, i segni delle abrasioni lasciate dal suo linguaggio si stanno facendo ancora maggiormente visibili, e Echi di silenzi (libro che pare scaturire proprio dall’aver ancora e in arcani meandri ripensato quegli “Echi di canti” che rimbalzavano sulla pietra e si assimilavano alle onde) lo dimostra con ampio afflato e caldo respiro.

Ho usato poc’anzi un’indicazione inusuale per cercare di offrire fisionomia esegetica alla densità peculiare di questa poesia: periermetica (penso a quell’ “inseguono oasi di pensieri” in Lembi di bruma, remoto, sottile e sapientemente rifondato riflesso di un’estenuazione ungarettiana); vale a dire che sta intorno all’istanza ermetica, ne esplora l’orbita comunicativa, la sfiora, la lambisce, la corteggia, la adesca. …però non le è sufficiente sul versante emozionale e neppure su quello intellettuale.

Lorè chiede un oltre, e lo ottiene con un colpo di frusta lessicale, con la forza della parola spregiudicatamente idonea a muoversi tra logiche aggettivali inedite e scardinanti, dando alla parola il potere di spandersi libera e senza timore tra i labirinti di un vocabolario che è certo personale e viscerale (altrimenti non si tradurrebbe subito in poesia autentica), ma che, al contempo, dichiara i termini di una sintassi espressiva di immediata persuasività e penetrante efficacia, talvolta prossima persino all’accezione iconica surrealista. Lo attesta (e mi limito soltanto a quattro esempi) la tessitura – o, se si vuole, la dialettica dell’immagine – di alcuni

folgoranti segmenti, mirabili raggi del linguaggio con polpa e scorza germinate da sicurezza veemente, se non addirittura sul filo della sfida, al di là di ogni convenzione:

Bava di vento d’eburneo mattino

strimpella la cetra arguta del cielo

(Bava di vento)

Così il tempo sfarina in un fiato

i sogni raggianti d’aurora.

(Buio e deserto il giorno)

s’abbarbica alle crepe del cuore

(Cade il sole)

Lembi di bruma come ragne

inseguono oasi di pensieri

in brattee di silenzi

e li intricano e li avvolgono

in lanugine ventilante

ricordanze antiche,

riverberi di sofferenze.

(Lembi di bruma)

(Ecco: il terzo esempio – “s’abbarbica…” – assume quel carattere tipico di ‘espressione raschiante’, connaturato alla corda poetica di Lorè.)

Non a caso, all’inizio, ho citato Sogno irlandese; qui, in questa nuova raccolta che spinge i propri orizzonti a nuovissime mete e finanche a nuove concezioni di audacia compositiva, ancora si legge:

Come muta all’improvviso la natura!

così la nostra vita che non trova

quiete come l’onda che si solleva

e si frange contro pareti verticali.

(Distende le sue vele il vento)

Ma le tendenziali astrazioni, le impalpabili immanenze, di Ali di pietra (echi, onde…), dopo la fondamentale esperienza della seconda silloge, Nebbie (2009, dove il verso raggiunge esiti apicali di lirismo pur sotto l’inflessibile sorveglianza di una rigorosa struttura), qui, in Echi di silenzi, vengono trascese e condotte a una dimensione interiore di sublime in cui l’onda e la stessa ‘verticalità delle pareti’ si fanno movimento e consapevole dogana esistenziale.

Quando, per Nebbie, notavo come si presenta ogni volta difficile “stabilire dove il verso di Lorè attinge il suo respiro nuovo e scalzante, sempre alla ricerca di un ipersenso entro cui edificare l’ideale della ‘comunicazione totale’ (…)”, non immaginavo che la raccolta Echi di silenzi sarebbe poco dopo sopravvenuta a rendere ulteriormente intricati i sentieri tracciati verso le ragioni e gli umori di quell’ipersenso teso a quel desiderio di comunicazione.

Eppure, in Echi di silenzi ci sono non pochi indizi che, nonostante vengano sempre ad alimentare con coerenza l’humus contestuale di un libro luminoso quanto incandescente e complesso, si lampeggiano in un loro invito alla leggibilità in chiave metaforica; non certamente per svelare appieno “il segreto del poeta” (secondo un ammiccamento di Ungaretti), ma per aprire spiragli sul come intendere la parola poetica di Lorè, sul come scoprirla ponendola in rapporto a quell’ipersenso scoccato nella traiettoria della totalità comunicativa, senza però dimenticare che Lorè non pone confini o vincoli all’epifanica libertà del proprio esprimersi.

E di nuovo, su vari possibili esempi, prendiamone uno, una poesia liricamente visuale, Lenzuoli di nubi: consideriamo i tratti che al fine metaforico mi pare possano rispondere puntuali:

(…)

Dall’oscura quadrata vetrata

riaffiorano lunghi fumidi sciami

di tremolanti e sorridenti stelle

ed è effluvio di sogni.

(…)

L’arrossata luna s’affaccia

e getta il suo lume qual lieve velo

(…)

Accende mannelli di paglia

(…)

e spruzza d’oro gli orli dei poggi.

Un vecchio si ferma nella strada

a godere le bellezze del cielo

e a respirare l’intenso chiarore.

(…)

e si sbrina il nero del cuore.

Dunque, se accetto di ‘leggere le immagini’ dando rilievo di metafora al loro significarsi (del resto, ho già proposto un analogo procedimento di decodificazione all’inizio di questa prefazione, con Sogno irlandese), mi appare la parola di Lorè tradotta, appunto, in immagine insieme agli umori che la nutrono; e mi appare

inoltre il senso di quell’assoluto comunicante e comunicativo a cui essa è destinata.

Vediamone i passi – io che scrivo con chi ha la pazienza di leggermi.

L’“oscura quadrata vetrata” voglio fisionomizzarla quale spazio scelto o consentito dalla vita, qui identificato con lo spazio dell’espressione (la pagina); la nebbia – un presupposto simbolico – è il vissuto, il già rivelato e assimilato. Si tratta ora di riconoscere e rinnovare la voce, la parola che sarà emblema di apertura sull’infinito, non di occultamento (la nebbia), ed essa, la parola, è credibile sia infatti la stella (ve ne sono “lunghi fumidi sciami”), e (riprendendo una figurazione letteraria/sensoriale tratta dalla maraviglia del barocco) ha profumo (“effluvio”); anche la luna (“arrossata”: l’allusione espressionista si confà all’ampiezza della teoria allegorica) è parola, e “accende mannelli di paglia”, ossia brucia cromaticamente l’effimero, il subito visibile, orlando

invece di un oro misterioso quanto evidente il paesaggio, le lontananze da raggiungere. Di fronte alla parola, il poeta opera in sé una forma di oggettivazione, si astrae, si guarda (“Un vecchio si ferma”: la figura archetipica; tale figura, nei versi subito precedenti, ha voluto sfiorare la suggestione di un fuggevole rife- rimento a una memoria leopardiana): ora, di quella parola può respirare “l’intenso chiarore” l’“effluvio” con cui “si sbrina il nero del cuore” (guarendo, in questo caso, le crepe prodotte nel cuore stesso dall’abbarbicarsi dell’edera/malinconia: vedi la bellissima sequenza di Cade il sole).

Parola, allora, come universo: la poesia deve saperne rendere la spazialità e l’odore, la profondità e i suoi non misurabili effetti. La parola poetica è pluripotenziaria, sempre in evoluzione, sempre multiforme, alonata dagli arcani prodigi della semantica, libera di essere in sé e nel suo contrario, capace di nascondere con la luce e di illuminare con l’ombra, di definire alludendo, di disintegrare una certezza per offrirne una moltitudine, o per affermare che mai vi possono essere certezze. Forse risiedono qui le massime e inconfutabili ragioni del fare poesia. Giovanni Lorè lo sa. E sa che la poesia comincia a dilagare da un’idea, da un progetto, ma poi è lei a guidarti, assume una sua autonomia, imbocca strade non previste (è poi l’esegeta a doverle individuare tutte; lo sosteneva Piero Bigongiari, una delle più alte voci della poesia europea del Novecento). Già Rimbaud aveva focalizzato l’aspetto di ineludibile immanenza nella ‘dimensione poeta/poesia’, scrivendo: “Il poeta deve farsi veggente attraverso il lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi”.

Questa è la genesi del concetto di ipersenso. La comunicazione totale, se davvero esiste, è poi il frutto di un atto di complicità tra chi scrive e il suo lettore. Credo, comunque, che a Lorè non manchino, né mai mancheranno, i complici.


A MIA MADRE

Tra le macerie dei ricordi

l’impronta tua riscopro, oh madre!

Ti rivedo nel chiarore di una lampada sbiadita

ricurva a disegnare la veste da scolpire,

coi capelli d’argento sciolti al vento.

Arrossati avevi gli occhi non dal sole,

ma da racimoli di lacrime versate

tra gorghi di singhiozzi soffocati.

I tuoi affanni, timori, angosce e groppi

tenevi chiusi dentro, ben celati.

Agli altri riservavi

sorrisi, gioia ed incoraggiamenti

e aiuto non chiedevi.

Quella notte il mio nome più volte ripetesti.

Io corsi, mi precipitai.

Il cuore già batteva l’ultimo singulto

mentre l’ombra sulle pupille nere

scendeva a picco.

Muto e abbandonato

non udii sfruscìo di parole ma di silenzi.

A lungo baciai l’aspra e generosa tua mano.


A MIO PADRE

Come fugge il tempo, oh padre!

Nella mia mente

la tua immagine lenta s’è sfocata,

non il ricordo abbriccato come veccia

tra gli anfratti del cuore.

In quel mattino afoso

i tuoi occhi grigi, velati

di sofferenza e pianto,

a lungo mi affissarono

incerti, inerti, ignari.

Così mi salutasti. Poi più nulla.

Mi lasciasti fanciullo

tra le materne braccia calde e certe

per spiccare il volo verso l’eterno,

come migrante, randagio gabbiano.

Ti accompagnai in singhiozzi

e, ripiegato e stanco,

lungo il bianco viale

orlato da frondente colonnato

di cipressi silenziosi,

lanciai sguardi biechi

al cerulo cielo dell’estate,

per me nero.

Ancor oggi sgrigiola il mio passo

sul pietrisco di quel vialetto madido,

immutato.


SPEGNE LA SERA

Spegne la sera col grigio mantello

gli ardenti rosei fuochi dell’occaso

e il sole fioco dispare e s’addorme

nella cuna al di là del nudo colle.

Ai soffi ferini del vento

per le vie oscure del domo celeste

nuvole spaurite vanno raminghe.

Occhieggiano velate

rade stelle e crespa falce di luna.

Allo sfiorire di luci, suoni e voci,

aghi di tristezza cadono e crosciano,

come argentea pioggia tra le fronde,

sulle pareti dell’animo

ingrommate d’affanni.

Al cielo leva suppliche la mente

nella speranza di ritrovare

palpiti di quiete

in chiarità di nubi e spazi.

Commento su Antologia “Città di Pontremoli”  2013

Come si conviene alla composizione poetica di origine simbolista, la poesia si divide in due nuclei contigui: il primo puramente descrittivo, di carattere naturalistico, il secondo intimistico e personale. La fine del giorno viene descritta con note coloristiche che si fanno via via più cupe, ad introdurre la sensazione del poeta, che sente pesare su di sé la malinconia della fine del giorno e prova l’urgente bisogno di uno spiraglio di speranza.


LA VOLPE E IL CORVO

Un giorno un corvo rubò dal davanzale

un pezzo di formaggio sovrannaturale.

Per poterselo in santa pace godere

volò sull’albero più alto del podere.

Una volpe di passaggio

richiamata dal profumo del formaggio

fece una lunga lode mendace

al corvo per renderlo loquace.

L’ingenuo uccello prese a parlare

e il formaggio dal becco lasciò andare.

La volpe subito lo infilò nella borsa

e iniziò a perdifiato la sua corsa.

(favola di Fedro liberamente interpretata)

 

10 Febbraio 2015

Una nuova raccolta poetica di Giovannni Lorè


La coscienza in versi di Giovanni Lorè

di Rodolfo Tommasi

Se Lorè, invece di orientare la sua espressione nell’ambito della poesia e della pittura (i suoi acquerelli, tecnicamente sapienti, sono anche ineffabili frasi, intonazioni evocative proiettate oltre i limiti della parola scritta) fosse stato musicista, avrebbe sicuramente percorso i territori della grande tradizione melodica italiana, ma attraverso una cifra stilistica e sostanziale di tale profondo intimismo da risultare inedita per grado e carattere.

Preparazione indicativa a ogni silloge, per esempio, è già il titolo, il quale, appunto, reca in sé un nucleo fonico di imprescindibile suggestione contenutistica e nel medesimo tempo si forma come la sintesi - o il fuoco centrale - di un possibile verso (un virtuale frammento del libro fuori dalle pagine del libro). Ricordiamoli, questi titoli: Ali di pietra (quella p, seguita da t e r, implicativa pesantezza e frana, sembra far precipitare il lirismo nella scabrosità del vero); Nebbie (la doppia b, che rafforza nella parola-immagine un senso di irreversibile isolamento); Echi di silenzi (un esplicito e deciso invito ad accedere alla dimensione metafisica del suono).

È come se Lorè andasse a individuare sin dal titolo il vertice dell’allusività e la sua sostanza quintessenziale nei reconditi anfratti dei più ombrosi - e insieme illuminanti - approdi della percezione. E cosa fa di diverso, fondamentalmente, il musicista?

Lorè ha sempre dimostrato, e in particolare dimostra in questa nuova raccolta, che l’innegabile parentela tra la musica e la poesia non sta nella tendenza (o volontà) della parola e del verso ad essere di per sé fluidamente musicali, ma sta nella consanguinea area di analoga comunicazione sovrarazionale che le unisce, dove non esiste o niente vale la logica dei rapporti quotidiani con il linguaggio, poiché fatalmente si instaura un codice comunicativo che richiede una disposizione alla lettura e all’ascolto aperta ai sovvertimenti dell’ordine e delle certezze. E giusto qui, infatti, risiede il canto di questi versi, un canto da identificarsi con la modulazione dei sentimenti da cui essi nascono, tutta tesa a far comprendere, nel suo incedere significante, che mai la parola è soltanto l’inquilina di un comune vocabolario, e quanta linfa pulsi nella sua verità umana fatta di respiro interiore, pensiero, luce, ombra, emozione e rivelazione.

L’intima personalità dello scrivente si paleserà allora al lettore da un territorio di necessaria espressione esistenziale in cui non sono ammesse la mera convenzione e l’interpretazione univoca, unilaterale, del testo; un territorio che da Ali di pietra è la selva degli enigmi e degli incanti di Lorè.

Se insisto a scrivere di enigmi e di incanti (e talvolta verrebbe da dire di sortilegi), dopo aver frequentato a lungo la poesia di questa ‘voce ligure’ del nostro tempo, capace di mantenere alto il livello della tradizione poetica timbrata dal Novecento su tale sottile, arcuata e inquieta regione, se, insomma, trovo giusto ancora insistere su certe peculiarità di scrittura, naturalmente si deve al fatto che la nuova e nutrita silloge presenta un Lorè inconfondibile e, nello stesso momento, nuovo, imprevisto, oltremodo scavante, ulteriormente rafforzato nella marcatura del verso, mai stanco d’essere incline a intrigare, e adesso pure ad avvolgere di insospettate luci i suoi crepuscoli, a maturare nella visione pacificante il caldo sussulto del pensiero mosso tra panneggi nostalgici:

Da una breccia delle gelosie chiuse

un pigro rigo di sole l’ombra trafigge.

(Ritorno a passo incerto e fiacco)

Si stringono come insonnite palpebre

le persiane delle case

e ad una ad una le luci

si smarriscono nel buio.

(Scivola lesta la luce del giorno)

quasi le “chiuse imposte” sulla “cieca stanza” dei tumultuosi risvegli leopardiani siano ora ereditate e riscattate dall’elegiaco e tuttavia sereno verso di Lorè; il quale, anche se

L’ombra entra nell’ombra

e di spine ingombra gli animi.

(S’annera il cielo)

e se sempre e da sempre, in lui,

Il sangue bulica di brividi antichi.

(ibid)

avrà davanti in ogni istante, resa nitida dal magnetismo di svelanti nebbie epifaniche, la linea dell’orizzonte poetico.

Comunque, l’elegia di Lorè (dove niente è lamento: intendo quella vibrazione elegiaca a cui nessuna tonalità compositiva resta immune) non è in nessun caso un dolcemente pacato addio al mondo, all’età e alle situazioni/sensazioni che non possono tornare; è piuttosto un maturato e sublimante addio al tempo, alla nozione materiale del trascorrere (e questo si nota pure con evidenza nella produzione pittorica). I tempi si fondono: il passato diviene il colore del presente su cui edificare la spiritualità e gli afflati di future consapevolezze, l’ignoto del futuro trova una ragione filosofica (vorrei dire culturale) nella forza dell’esperienza pregressa. In altri termini, il presente (che si condensa e trova la sua globale realizzazione nell’atto della scrittura) sa e può vivere simultaneamente la propria coscienza di essere e di esistere nel passato e nel futuro, in ciò che l’ha generata e nelle sue ipotesi evolutive.

Ecco dunque l’efficacia non solo suggestiva ma esattamente funzionale di echi linguistici accesi dai sensi di un lessico inusuale (peraltro bellissimi), riferibili a scelte comunicative tra il conio e l’arcaismo, o sradicati da un idioma forse locale, sicuramente assunto dall’infanzia e dalla libertà stellare del suo universo fonico (per esempio: rimpotìo, acervi, i mannelli dell’occaso, redimisce, aggrevati, broli, abbriccarsi, crode, aduggia, clangere, bùccina, rampollano…: e a lungo “potremmo seguitare”, avrebbe detto Ungaretti). Non sono preziosismi, si badi bene; sono respiri profondi, polle di suoni significanti, pungenti odori nel vento della lingua che si trasfigura in linguaggio. (E si riverberano vivamente nelle sfumature cromatiche degli acquerelli.)

Tra le immagini di pace, permeate da quel silenzio che è anche parola, si incidono lampi di graffiante drammaticità (penso a Grido di disperazione, a Esondazione): anche qui, però, vi è una lievitazione di assoluto, un’energia che afferma come in un Tutto convivano nella loro naturalità la vita votata alla morte, la metamorfosi intima delle essenze e la morte votata alla fecondazione di nuove forme di vita. Tanto orientale serenità di armonica saggezza raramente si era riscontrata in moduli compositivi così occidentali e carichi di umori che così da vicino sapessero coniugare i concetti di poesia e di filosofia, proprio laddove diventa logico, e in fondo facile, cogliere la veggente luminosità dell’ombra:

I reconditi pensieri

sono parole senza voce

celate in sciamiti di bruma.

(Pensieri reconditi)

e, poco dopo:

Al vorticare del rezzo dell’ombra nera

si spegne la stagione della vita

e nella fanghiglia affonda senza memoria.

Siamo fragili come ali di farfalla

tra le dita di erratici soffi di vento.

(La stagione della vita)

Ma c’è, nel tessuto di questa poetica basata sulla dialettica luce/ombra/tempo, una strofe-simbolo, un componimento emblematico, che si potrebbe indicare come la maggiormente sbalzata tra le chiavi di lettura dell’intero libro: Nel fondo della notte:

Nel fondo della notte

il rintocco della pendola,

appesa alla parete dal sorriso spento,

risuona cupo e scava nell’ombra del silenzio

memorie non in riverberi di sole

ma livide di lastre di gelo.

Non rifiorisce parola

nell’incunabolo del cuore

che arsito s’aggriccia

come spaurita foglia

lacerata da ferigne folate.

Lo sguardo tremula di lacrime

e non rischiara la fievole voce.

Ecco: il rintocco della pendola valica le scansioni dell’ora, delle ore quotidiane, si fa coscienza, si fa portatore di un tempo altro, e il cuore non teme d’essere “spaurita foglia”, forse se ne sorprende, forse le “ferigne folate” danno un soprassalto di vuoto e tristezza, ma quello sguardo che “tremula di lacrime” concentra ogni tempo in uno spazio di conquista, nello spazio dell’alta e pura percezione sciolta dai rintocchi del tempo, mentre la voce non ha bisogno di essere rischiarata, poiché non è “fievole”, e ora lo sa.

(Eh no, caro Lorè, i testi parlano molto al di là della volontà del poeta: anche se vuoi posare sui tuoi versi il velo dell’allusione a un’ultima opera, a un consuntivo, a un epilogo, in realtà la colma pregnanza vitale di queste poesie non è un sipario che si chiude, bensì un orizzonte che si apre, un inizio inatteso, il segno di una fulgida e straordinaria riinvenzione dell’atto poetico: ho detto che qui dai nuova luce ai tuoi crepuscoli: è vero, ma non confondere il crepuscolo di un’alba con il crepuscolo di un tramonto: Baudelaire ce l’ha insegnato molto bene.)

Il libro è ricchissimo di proposte.

Oltre ad includere la serie degli acquerelli (tanto complementari ai testi da risultare irrinunciabili, dato proprio il loro carattere di ‘monologhi interiori visivi’, di ‘scorci d’animo’ cantati tra le fibre dei versi, di luoghi reali trasumanati per sempre in luoghi mentali dell’esperienza e del patrimonio emozionale), si apre con un’interpretazione/variazione, in filastrocche gustose e penetranti, su temi di Gianni Rodari: un divertissement?, può sembrare strano? Niente affatto. L’ironia, qua e là macchiata di surreale disincanto, si miscela a una densa affettività affabulatoria: anche questa ‘rilettura’ è quindi coerente al mondo rivisitato e riconquistato di Lorè.

Come lo sono, infine, le tre poesie, tratte dai tre libri precedenti, che chiudono l’intensa silloge, poste a ricordare e a sigillare i momenti focali delle radici e degli sviluppi, a riaccendere le vivide pulsioni del tempo che dall’ombra dei suoi enigmi e dei suoi incanti rinnova e spande la luce della scrittura.

AL BIANCICARE D’ALBA

Al biancicare d’alba

dal mare tremolante al respiro del vento

insonnito il sole occhieggia, sorride

e ratto nell’illune cielo sale.

Il borgo che lastrici sonori sulla

ridente cala stende,

lesto si desta e si rianima

agli squilli giulivi di campane,

pellegrini per forre, crode e balze.

Formicola di pescatori il molo:

brindano alcuni con vinello arzillo

per la copiosa pesca,

altri si stringono fra le mani il capo

e cupo la rete affissano

qual greppia vuota.

Ai piedi dell’antico rosso faro

ciangottano vegliardi

e qual bimbi si sbracciano

a salutare iridati aquiloni

che svolazzano agli aliti

di fresca e salsa brezza.

Inseguono gli aggrinziti cuori,

aironi in volo,

miraggi di ore che aliano lontane.

Ed è fluir di pace nelle incerte vene.

IL RITORNO DELLA PRIMAVERA

Cede l’inverno il passo

e sulla soglia della porta del vento

radiosa la primavera s’affaccia.

Ai chiarori d’alba

si sbrina la gelida terra

e molle s’imbeve

d’opaline stille di rugiada

e di tenero verde s’addobba.

Vaniscono le fitte brume

e dilettose le colline

danno luce al rosseggiare di peschi

e mandorli ingemmati di perule,

reliquie d’amore.

Nell’aria limpida cinguettano gioiosi

stormi d’uccelli

e nel mare in riccioli d’onde

alcioni remoti e solitari

si lasciano cullare da tepidi asoli.

Sguisciano tra solchi di spuma

come rondini dai tetti

barche in vele d’arcobaleni.

Pispina il cielo d’azzurri sorrisi

e nel lago scintillante del cuore

affogano pensieri tristi.

S’ANNERA IL CIELO

Improvviso il nuvolo s’abbassa

e il cielo s’annera.

Già luccica e sbiscia il lampo

e sgretola l’aria il tuono.

Impeto di vento squassa i castagni

e fragili foglie spaurite strappa

e in lontananza lascia riposare

tra solchi di fanghiglia.

Cupa si piega tutta la boscaglia.

L’ombra entra nell’ombra

e di spine ingombra gli animi.

Il sangue bulica di brividi antichi.

Sospese, volatili e precarie

sono le ore della nostra vita.

SPERANZE

Occhiate di sole

su sentieri di pietre dure e aguzze.

RE MIDA

Re Mida noto spendaccione

rimasto con un sol doblone

andò in tutta fretta

a mangiare una bruschetta.

Poi corse a perdifiato e ben satollo

dal suo amico mago grande Apollo.

Gli spiegò la sua grave situazione

e lo pregò di preparargli la pozione

per trasformare in oro con un dito

tutte le cose con fare sbalordito.

Mutò in oro pure la benzina

e fu costretto sin dalla mattina

ad andare con fatica in bicicletta

per la strada in salita, tortuosetta.

Ritornò dall’amico mago Apollo

affaticato, con un forte torcicollo,

e lo pregò di modificare la pozione

per battere moneta come Paperone.

Il mago individuò la soluzione

e pose una condizione:

sette ore e sette minuti da passare

senza nulla più toccare.

Il re Mida stette attento

ma del suo orologio fu scontento

perché il tempo andò a segnare

sbagliando i minuti da contare.

Il re Mida poveretto

subì un gran dispetto:

si trovò sulla poltrona ben seduto

ma di cacca di mucca e non di velluto.

 


 



Abbrevia il passo il sole

Abbrevia il passo il sole
tra violacei colchici d’autunno
e la sera lesta sperde
drappi di caligine.
Sfuma cupo il colle sullo sfondo
pallido del cielo.
Le case quasi a riposare
serrano sicure le persiane.
Si lacerano le ali dei miei sogni
ai piedi della vetrata oscura.
Veli di dolorosi silenzi
ammantano le pareti
della mia dimora antica
aduggiata di solitudine,
bruma che abbica tristezza
dentro l’anima.
Clange il risucchio del mare,
ninna nanna alle barche della cala,
e io m’addormo quieto.

Da Nebbie – Edizioni Helicon

Domina il deserto

Cala e occhieggia il sole tra grappoli
di nuvole screziate di porpora,
come setosi petali di dianti.
Al sonno si abbandona
dietro il colle accigliato.
Cresce l’ombra e lesto avanza il buio
che tinge di nebbia la luce dei lampioni
e impigrisce il passo dei viandanti.
Gemiti misteriosi il vento sibila
alle mie persiane appena socchiuse.
Nella grigia stanza ove di silenzi
si fa lunga la sera, la tua immagine
soffusa di veli si adagia
sulla poltrona, immota.
Non frusciano le onde di capelli,
dolce e ritmata carezza di risacca
nella deserta caletta.
Sussurri di ricordi nella mente
scorrono come allegro ruscello.
Volge il mio cuore al sorriso
saperti pendula stella
su prati rilucenti di verità.
Solitario mi immergo
dentro il formicolio del tempo.

Da Nebbie – Edizioni Helicon

È notte

Fonda è la notte e la luce sbiadita
di un lampione offuscato
non filtra tra le gelosie
delle mie persiane chiuse.
Nella stanza dai muri chiazzati di nero
ascolto assordante il silenzio.
Scuote la mente vento di angoscia
al pensiero del gelo eterno.
Cerca svelta l’aria la bocca.
La vita è come un pagliaio
infocato di vampe repenti,
che presto si tramuta
in acervi di cenere.
Beati gli ebbri che vanno barcollando
su strade di fango, inneggiando a Bacco
e sorridendo alle genti
dagli occhi velati di brina.
Scagliano sassi ai sogni
e nelle spire del tempo
lasciano, lieti, cadere
brandelli di speranze.

Da Nebbie – Edizioni Helicon