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Orietta Palma Notari
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Note biografiche

Sample ImageOrietta Palma Notari, nata a Roma, divide l’anno tra lunghi periodi a Sigillo, in Umbria, e a Roma, dove risiede. Prima agente turistico, poi funzionaria dell’amministrazione statale, ha compiuto interessanti viaggi in tutta Europa e in alcune zone dell’Africa. Appassionata di speleologia, membro della Società Speleologica Italiana (SSI), ha pubblicato numerosi saggi sull’argomento e racconti sulle sue avventure speleologiche; amante della natura e degli animali, spesso li pone al centro della sua produzione letteraria, in particolare poetica. Donna dai mille interessi, ama l’arte, la natura, lo sport e la pittura, alla quale si dedica; in campo letterario, si divide tra poesia e saggistica, conseguendo in entrambe risultati eccellenti. Buona parte delle sue composizioni è raccolta in quattro volumi di versi, “Schegge di luce prima dell’ombra”, “L’ottava nota”, “Argomenti”, “Ombre, briciole, spiragli”, e molte poesie sono inerite in antologie poetiche e in Storie della Letteratura contemporanea.

 

  

Note critiche

 

L’autrice, sempre approfondita nelle sue disamine e attenta ad ogni sfumatura di contenuti, lancia attraverso i suoi scritti, poetici, narrativi o saggistici che siano, spunti di riflessioni sui valori esistenziali e sulle necessità di natura ecologica. Nonostante questa capacità di osservazione realistica, priva di ogni tipo di remora o inganno, la poetessa romana sa innalzare il suo lirismo a dimensioni simboliche, dotate di elevato potere emozionale e di forte intuizione lirica.

Nella narrativa, oltre alla saggistica, in cui traspone la potenza informativa dei suoi studi e gli approfondimenti dei suoi pensieri, ama scrivere lettere ad amici, con i quali ha condiviso esperienze di speleologia o di viaggi, nelle quali esprime le sue intime emozioni rivissute nel ricordo degli eventi trascorsi: sono pagine di intimità e di suggestioni, dalle quali emergono paesaggi e situazioni molto interessanti. Con questo tipo di opere, la scrittrice romana ripercorre la tradizione letteraria dell’epistola, intesa come comunicazione individuale e collettiva allo stesso tempo.

Il suo linguaggio attentamente controllato, le sue parole sentite e l’intonazione, che denota partecipazione e passione per tutto ciò che fa, o racconta, conferiscono alle sue opere una capacità comunicativa estremamente efficace.  

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Letture

 Suillum 

Come perla da riflessi arancio e rosa,

nello smeraldo umbro dei campi,

pigra s’adagia Sigillo

sulla antica strada. 

 

Cinta dall’ombra misteriosa del monte

e da rocce ferrigne sbriciolate dai venti,

emana odori di pino e di arrosti,

espone l’argento del carpano e ricami di boschi.

 

Cinture di ginestre guidano alla montagna,

e piogge battute dalla tormenta, nebbie stracciate,

neve che penetra la terra,

e primule nei prati e duri rami di leccio.

 

Sul fianco ripido e selvaggio del Cucco

il buco nero assorbe ogni luce

e sotto, ai suoi piedi, tra nude pareti incombenti

e giganti di pietra, si rovescia il Rio Freddo dai dirupi.

 

Fredde conchiglie calcaree nascondono storie remote,

ormai perdute nel buio del tempo;

e cristalli di calcite, strappati al “Carpano Bianco”,

spandono al sole una luce lunare.

 

Terra di morbide colline e verdi faggete,

rocce illividite e campi dorati,

giardini in fiore e festose campane,

voli di nibbi e fremito di ali.

 

Sui muri bianchi l’edera si spande,

esala il primo aroma il gelsomino,

s’odono echi di favole dorate in mezzo al grano,

e volano i delta ubriachi di sole.

 

Si piegano i rami

in un silenzio d’ombre

sul fruscio del Chiascio,

mentre tramano i ragni la loro grigia tela.

 

Sotto un azzurro che incombe

svetta, vetusta e tonda, l’abside di Sant’Andrea,

la Madonnella dei Muratori, il Portichetto, il Campanile a vela

e...un mazzo di fiori sul margine della strada.

 

Un giorno dopo l’altro lo scorrer del tempo,

lento, dissolve ricordi e voci;

voci che tornano, a volte,

nella luce bruciante dei tramonti.

 

Ogni ora del giorno ha qui un suo suono

e, dopo la cattura degli ultimi bagliori,

vagano nelle brume della sera grida non raccolte o non udite,

e, nel silenzio della notte ignota, brillano le stelle di illusioni.

 

  Buio... terra di frontiera 

Oscurità e profumo di fango,

mistero e fatica, nel luogo

più nascosto della terra:

è la via dell’acqua;

corre dentro strettoie,

budelli e profondi vuoti;

dalle fessure della roccia

precipita in spazi immensi.

Fischia il sibilo

dell’aria in fuga,

spinta dalla furia

della massa d’acqua che irrompe.

Rugge la piena

e, con rombo selvaggio,

strappa e trascina, giù, verso l’inferno,

tutto ciò che incontra.

... poi nel buio

c’è il silenzio:

è scandito dalla musica

della goccia

che cade lenta dalla volta.

È tornata

l’armonia oscura

del mistero.

 

  Ho visto 

Ho visto sassi

adagiati sulle tombe

e udito echi lontani

giunti dalla notte del tempo.

Ho visto rubare

la sacralità dall’oro

e mura possenti

nascondere misteri.

Ho visto l’edilizia

inghiottire Laurence d’Arabia,

il suo mito,

i suoi sogni,

la sua pazzia.

Ho visto Petra, la ladra,

sottrarre colori all’arcobaleno,

bellezza alla natura,

poesia all’arte.

Ho visto vortici di sabbia

che il vento trascina

tra i monti di pietra

e messaggi scolpiti

che giungono silenti

da storie remote.

Ho visto il Giordano

snodare lento

nella Valle del Golan.

Ho udito nei vapori della foschia

la maledizione di Lot

sulle rive del Mar Morto.

Ho visto la giada

affogare nell’oro della sabbia

nello scintillio di cristallo

del sale.

Ho visto occhi

brillare di luce solare

e sentito calore umano

vibrare nell’aria.

Ho visto mura antiche

testimoniare passate grandezze,

e preziosi mosaici

e grintosi manieri;

ho visto castelli

in deserti di sabbia:

ora,

sotto un medesimo cielo,

tutto è spezzato.

È divenuto silenzio.

 

 Lettere 

A Maria Grazia e Sergio

 

            Carissimi amici miei, la vostra proposta di un viaggio in Kenia con voi mi fa star male. In questo momento non mi è proprio possibile per ragioni di vario tipo, tra cui, quella che più s’impone, è la traballante salute causata da un crollo fisico e psichico notevole. Passerà, lo spero. Certo che tornare in Kenia...! Forse più in là... e, se tornerò, vorrei aggiungere la Tanzania.

            L’Africa è una terra magica che, come sapete, mi attrae come una calamita. Forse perché è una terra di estremi: sangue e lotte tribali, carestia e fame, siccità e inondazioni, bidonville e fogne a cielo aperto, pozzanghere e sporcizia... ma questa antica terra ha anche un altro aspetto: ti fa respirare l’inizio dei tempi e l’origine dell’uomo. I suoi panorami sono selvaggi, la sua gente straordinaria, gli spazi immensi, le radici umane profonde, gli animali stupendamente alteri, le tradizioni sanno di eterno. È terra di giraffe al galoppo, di fragorose mandrie di elefanti, e bufali nel fango, di ordinate file di grassi facoceri, di splendidi felini in agguato, di dolci gazzelle che brucano in immense pianure; è terra di laghi preistorici e di struggenti tramonti, di gente povera ma ricca nello spirito, legata ai valori della famiglia, gente che protegge i bambini e rispetta i vecchi, che cura i malati e che nutre, con quel poco che ha, chi ha fame; è gente che sorride, che ha la musica nel cuore e la danza nel passo; gente forte, paziente, ricca di antica saggezza. L’Africa è tutto questo e tante altre cose! Dio, come la amo! Baciate per me quella terra quando arriverete.

Ciao

Orietta 

                                                                                               

Roma, marzo 2005

 

20 Marzo 2012

Aggiorniamo i contenuti di Orietta Palma Notari, con la copertina del suo nuovo libro e alcune nuove poesie.

 

Se vorrai

Quando avrò varcato la frontiera
e sarò passata dalla luce al buio
o dal buio alla luce,

non cercarmi nella folla
per trovare la mia voce nel rumore,
non sentirmi vicina sotto una pietra di marmo;

se vorrai, potrai sentirmi
nella carezza del vento,
e vedrai il mio allegro sorriso
nel moto delle nuvole
che corrono in liberi cieli,
e le mie tristezze nel pianto di un bimbo
o nel silenzio di un vecchio;

cercami, se vorrai, dentro te stesso,
e nei miei versi,
e nei miei colorati pasticci,
nei libri, nelle piante,
nei misteriosi occhi degli animali;

cercami, se vorrai…

 

Malinconia

È rimpianto del possibile
che non è stato,

di altra vita
non vissuta,

di amore sfiorato
che non si è fermato,

di chi cercavi
che non hai incontrato,

di chi avresti voluto essere
ma non sei stato.

 

Metamorfosi

Deserta si distende la campagna,
sotto il sole caldo
non c’è alito di vento,
nell’afa s’ode aleggiare il silenzio,
sembrano far rumore i pensieri.
Ma cambia il colore del cielo,
diventa opaco il sole,
l’afa annienta la mente,
si perde tra i sassi il pensiero.

 

Ho vissuto la mia vita

C’è un punto di luce;
è una stella; è lontana;
fa paura in questo nero silenzio.

Tra Eros e Thenatos
ho vissuto mille albe, sospese,
pronte al risveglio.

Ora artiglia la mente
una solitudine antica,
e il tempo, sordo, trascorre.

Tutto si confonde
pensieri lieti
e giorni tristi e lenti.

Ho vissuto la mia vita
nel fuoco del tramonto,
nel sospiro del vento.

Ho vissuto la mia vita
nel canto dell’amore;
ora qui mi ritrovo…

… In questa opaca luce!

 

Il potere sciamanico delle lumache durante un antico Festival della canzone romana

Un tempo a Roma, la sera del 23 giugno, si svolgeva nel quartiere San Giovanni una grande manifestazione popolare.
Era una bella festa, pregna di significati, che si è andata a poco a poco spegnendo.
Masse di gente arrivavano da ogni parte e si riunivano nei pressi della Basilica, invadendo i prati circostanti e le osterie del rione, dove, cantando e mangiando, aspettavano il passaggio delle streghe.
Infatti, secondo una vecchia leggenda, tutte le streghe, durante la notte del 23 giugno, si dovevano incontrare a Benevento, sotto un grande vecchio noce, per partecipare ad un rito orgiastico. La marcia di avvicinamento al luogo prestabilito prescriveva il transito per il Piazzale di San Giovanni.
Durante l’attesa la tradizione imponeva di mangiare lumache, che avevano il potere esoterico di distruggere le liti tra parenti ed amici. Tutte le offese verificatesi nel passato, e rappresentate dalle corna delle povere e innocenti bestioline, venivano eliminate, ristabilendo così la pace.
Ovviamente, il rito era accompagnato da abbondanti bevute dell’ottimo vino dei Castelli, che i “vignaioli” portavano a barili con i loro carretti, trainati da cavalli impennacchiati.
Per andare al Laterano ed evitare che una strega entrasse in casa, i romani mettevano un barattolo di sale ed una scopa fuori dalla porta. La strega, infatti, per poter varcare la soglia, doveva contare tutti i grani di sale e tutti i fili di saggina; l’operazione era lunga ed ella era costretta alla rinuncia per mancanza di tempo, poiché doveva volare al convegno demoniaco sotto il noce entro la mezzanotte.
Per allontanarla da casa si ricorreva pure all’acqua santa: infatti il 23 giugno si prendeva in parrocchia una bottiglia d’acqua appena benedetta, si tornava a casa di corsa, perché non si disperdesse l’effetto benefico e si cospargeva d’acqua santa il letto, le stanze e tutto il resto dell’appartamento.
Anche i bambini contribuivano alla cacciata delle streghe suonando per quasi tutta la notte campanacci e trombette.
Ovviamente non mancavano dal programma dei festeggiamenti i “botti”, i fuochi d’artificio, la sfilata dei carri allegorici, il cui soggetto predominante era costituito dalla lumaca, la “regina” della festa; non è stato tramandato, né si ha notizia alcuna su quanto la bestiola fosse orgogliosa del grande onore!
La festa di San Giovanni non fu soltanto il pretesto per effettuare la solita gita fuori porta, ma fu anche l’occasione per intrecciare amori e per attuare il “comparatico”.
Il nuovo rapporto, che veniva stabilito tra compari e tra comari per le feste private a venire (battesimi, cresime, compleanni, cerimonie e ricorrenze varie), era “formalizzato” con la reciproca offerta della spighetta e del “garofoletto”.
La ricorrenza era, inoltre, una vera e propria rassegna canora, una “Sanremo” romana; molte delle “canzoni de Roma”, come “Le streghe”, “L’eco del core” e “Barcarolo romano” furono grandi successi del Festival canoro di San Giovanni.
Attualmente la festa si è degradata in una fiera di prodotti artigianali, bancarelle di croccanti, zucchero filato, giocattoletti e salsicce grigliate.
Si fa ancora del chiasso e nelle trattorie dei dintorni si mangiano ancora lumache, ma le streghe sono sparite… non amano il traffico metropolitano e, forse, per raggiungere il loro noce volano su altri cieli.