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Carmelo Consoli
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Note biografiche

Carmelo Consoli

Vice Presidente del Cenacolo Letterario Internazionale AltreVoci

"Carmelo Consoli nato a Catania vive e lavora a Firenze dove si è trasferito sin dal 1964. - Poeta, scrittore, saggista, critico letterario e d'arte, operatore umanitario presso l' A.V.O di Firenze.- E' autore di otto raccolte di poesia pubblicate dal 2005 ad oggi, oltre a numerosi saggi sulla poesia e sulla pittura tuttora inediti. - E' segretario generale della "Camerata dei Poeti" di Firenze con funzioni anche di critico letterario oltre ad essere membro del comitato esecutivo del "Centro d'arte Modigliani" di Scandicci e socio di numerose associazioni culturali tra cui "Pianeta Poesia" di Franco Manescalchi e l" A.N.A.P.S" di Catania.- Fa parte delle giurie di sette premi letterari.- Da diversi anni è uno dei poeti italiani più premiati nei concorsi letterari nazionali ed internazionali maggiormente accreditati.- Svolge una intensa attività di critica letteraria con recensioni e presentazioni di autori ed è a sua volta presente con opere e recensioni sulla sua poesia in molteplici antologie, riviste e siti internet.- Ha presentato a Firenze, presso i luoghi simbolo della cultura letteraria, tutti i suoi libri e organizzato reading poetici con il coinvolgimento delle locali istituzioni civiche."

 

Letture

Elisa e la rosa 

Elisa come la rosa di campo che ha tra le mani

ambedue apparse di maggio

dalle fresche brume di regionali mattutini

tra Vercelli e Casale, le ambrate risaie.

Ambedue sbocciate  nelle ore inattese,

nelle rotte appartate dei sogni di periferia.

Elisa e la rosa.

L’una schiusa come grazia di un alba dorata

l’altra che  porge la bocca al primo bacio sognato

ed è primavera improvvisa di fermate, ripartenze,

fragranza di primizie campestri.

 

Niente ha più senso né il percorso,

le stazioni o le attese coincidenze,

né il tempo che traghetta sconosciuti viaggiatori.

Niente vale quel miracolo sorto nel sonno di un vagone,

nei sogni sempre uguali dei pendolari.

In quell’istante in un’aria di rugiada

sorride una ragazza dalla pelle d’albicocca

e una rosa dai petali vermigli.

Profuma la carrozza e l’ora, l’incontro casuale.

 

La rosa ha labbra sanguigne, corpo di velluto

Elisa sboccio di seni, gambe di amori frementi,

amanti di lontane stazioni; ambedue magiche visioni:

Elisa nel trucco leggero, negli occhi di cielo,

la rosa nel rosso desiderio, nella breve meraviglia del fiore.

Ed è fugace l’incanto, quell’aroma di vita fiorita,

l’incrocio di sguardi, il caso accaduto.

Elisa e la rosa di campo a salire e scendere

tra Vercelli e Casale in un mattino di maggio.

 

Il cielo in tasca 

Ho strade anonime da percorrere,

periferie, palazzi dove vivere o morire

significa occupare o lasciare spazi utili,

dove nessuno ti bussa alla porta per farti felice

e tutti ballano walzer solitari

di impossibili sogni.

Solco metropolitane, scale mobili,

giro angoli, traverse con il solito passo

ora accelerato, ora  lento delle ore, della noia

ma stasera ho il cielo in tasca, sulla faccia

tramonti a raggi vermigli, ricami oro arancio

e questa città intera poi che s’incendia

così  all’improvviso sui muri,

negli occhi grigi e marroni della gente.

Ho il cielo in tasca, inseguo sentieri bianchi,

viottoli stretti di menta e verbena

e poi i silenzi quelli solari delle piane

verdi e oro grano, l’odore buono del pane

nelle madie, praterie di lucciole e papaveri.

 

Ma devo stare al gioco dei semafori,

in coda agli sportelli, esibire codici fiscali

e riempirmi il cuore di guerre,

metropolitane disperazioni

mentre mi urlano di farmi da parte

e che la vita si consuma dall’oggi al domani.

Solo che stasera mi sfarinano negli occhi

arcobaleni e comete e ho il cielo in tasca

e nella giubba lune rosse,

stelle come diamanti, grilli campagnoli.

Poco m’importa se tutti ballano da soli

dentro scatole quadrate e macchine di latta.

Io evado da condomini e posti macchina,

ritrovo muretti nero lava di capperi e limoni,

la parola una e sacra degli amici,

azzurrità infinite in cui smarrirmi e rinascere.

 

Questa nostra età

Questa nostra età di vecchi

diversamente bella, diversamente triste,

senza fretta né sorrisi nei giorni lunghi da passare

tra i ritagli del sole, dentro la nebbia delle strade.

Ombre leggere siamo che vagano

tra i pioppi calmi dei viali, gli angoli,

le svolte delle città, nei gesti sempre uguali,

nell’assenza di parole come mai avremmo pensato

una volta nella fretta di orari e coincidenze. 

                     Questa nostra età diversamente dolce

è amarezza di confronti  nel guardarci  negli occhi

e leggervi le nostre storie che volevano

cambiare il mondo finite nel macero dei sogni.

Giorni accesi siamo alle speranze dei figli, ai sorrisi dei nipoti,

agli amici rimasti tra le maglie scucite del tempo.

E ore, infinite ore a sfogliare l’album dei ricordi,

l’ansia nel cuore d’altri cieli immensi, segreti universi,

dell’ignoto destino oltre la soglia della vita.

                      Questa nostra età di infinite primavere,

diversamente fragile di panchine, larghi giardini,

di circoli, ritrovi, di arrembanti, arcane tecnologie,

amori che nascono e muoiono ai bordi della città,

ha rughe  profonde nei volti, solchi e linee

nelle mani come libri di una vita da leggere.

Fanciulli ritorniamo di candidi amori,

amanti sereni  di bianche regine e angoli di nuvole

celesti spazi sempre uguali di poltrone e finestre.

Questa nostra età di vecchi così curva di battaglie ,

fierezze, illusioni, così saggia nei pensieri

diversamente aperta all’anima.

 

27 Settembre 2012

Presentiamo il nuovo libro di poesie del nostro Socio Carmelo Consoli

L'ape e il calabrone
recensione a cura di Flavia Buldrini

Questa raccolta in versi è un inno all’amore celebrato e vissuto e, al tempo stesso, un’elegia della compianta sposa. È una quête struggente sulla scia di quell’“ape regina” che è la sua amata, da parte del “ calabrone nero e triste.” Si rivive tutto l’idillio del rapporto amoroso, figurato simbolicamente ne La storia di Zoe e Nerosole, mitizzato in una cornice bucolica, arcadica, tra “zagare”,“limoni”, “arance”,“fichidindia”, il “mare che aveva mille colori e spume ricamate”, della Sicilia dalla parte di lui; e “grano”, “girasoli”, “pesche” e “nettarine”, “tra la bruma mattutina e i vermigli tramonti delle colline”, della Romagna dalla parte di lei; sullo sfondo di una natura prosperosa che è complice della loro intesa e partecipe della fecondità della loro unione. Vi viene esaltata la felicità della coppia, che sembra risalire alla condizione edenica di Adamo ed Eva, in un armonioso duetto (“insieme vola e ronza, ronza e vola”), in un cosmico abbraccio avvolgente, di tenerezza e di compiuta alleanza nuziale: “E venne il giorno gradito a Dio, | al coro intero delle lune, dei soli, delle stelle. | Mi hai benedetto con l’iride azzurra del mattino, | labbra rosse e oro dei campi di grano, | richiamo appassionato di cicale.” (Mi hai benedetto). Si ritrovano gli accenti ardenti e densi di pathos del Cantico dei Cantici, dove si prendono a prestito gli elementi naturali come termine di paragone delle splendore paradisiaco della propria diletta: “occhi di gazzella”, “miele degli occhi zaffiri”, “seni di pesca”, “seno di stelle”, “bocca di ciliegia”, “profumo di ribes”, “fiore prezioso”, “odore di spigo e gelsomino.”

Delicata e suggestiva è questa dedica posta ad epigrafe del testo, Il calabrone all’ape, che ha un sapore biblico, riconducendosi al mistero sublime della creazione della Genesi: “E sia donna, moglie, madre. | E abbia il cuore aperto dei mari, delle piane, | gli occhi azzurri del cielo, il profumo | dei fiori di campo. | E viva per sorridere, amare, nello stupore delle | piccole e semplici cose della vita. | Così parlò l’alito divino e tu mi apparisti | angelo fiore che apre la sua prima corolla per | sedurre l’amore fanciullo e condurlo nella terra | delle meraviglie e così fu per tutto l’arco | della nostra storia di amori e fragranze.” L’opera è strutturata sapientemente, secondo un ben delineato disegno logico, con tanto di Introduzione al canto, che rievoca le apostrofi dei poemi epici (“Canto l’amor, l’arme, le donne”): “Signore ascolta ovunque Tu sia. | Ho un canto nel cuore di primizie d’amore smarrite, | (…) Canto la mia donna dagli occhi azzurri | l’ape che mi calò nelle pupille | di calabrone solitario tra acque e vulcani | nell’azzurro tempo di cieli, terre, | nel lampo delle comete lucenti. | E lo stupore, l’agguato della morte | che venne come falco predatore | a dividere i destini, le certezze dagli sgomenti, | le dolci carezze, i baci dall’assenza senza fine | dei sorrisi dell’Oltre.” (Ho un canto nel cuore). Dopo questa prima parte di rievocazione idilliaca, ci si addentra nel labirinto del dolore, nelle corsie d’ospedale dove ristagna la malattia, mentre “un mostro di Dio invidioso e dell’amore” implacabile si annida nel corpo dell’amata (“nel silenzio il male ti covava dentro”), divorandolo a poco a poco (“venne il killer a divorarti il corpo, la verde linfa”), fino a strapparla definitivamente alla terra: “Venne mefitico, senza volto a sottrarti alla vita, | al sorriso del domani, ad essere mistero nel mistero.” È un calvario fitto di tanti perché, di angoscia insolubile di fronte all’assurdità della morte che rapisce il bene più caro, mentre sorride, flebile, la speranza, che s’affaccia timidamente dai “tuoi occhi celesti, | incredule scintille per vaghe risposte da darti domani” (Odissea Pronto Soccorso): “Oggi mi hai sorriso come fanno le api | alle corolle del tramonto: così malinconicamente.” (Le notizie). Si avverte tutta l’impotenza di fronte a ciò che sfugge completamente al nostro dominio, mentre si vorrebbero evocare tutte le forze della natura ed esercitare mezzi soprannaturali, di un santo o di un mago, pur di liberare la creatura dal suo male: “Per te vorrei essere come San Giorgio | combattere il grande drago, | scacciare l’immondo mostro che ti rode in pancia. | E farmi mago vorrei di magie celesti, | riportarti alle colline, ai boschi, alle danze di paese | trasformarti sirena, fata uscita dal mare, | farfalla tra erbe fresche e piane di papaveri. | Gridare al miracolo del nostro amore | della nostra vita a peschi, mandorli in fiore.” (Reparto chirurgia). Il sogno è l’unica innocente evasione concessa, come trapela da questa appassionata rêverie: “Essere vorrei com’ero | dio dei venti, delle lune stellate, | riaverti con la bocca della prima rosa, | con la gonna della primavera. | E ancora inseguirti dietro al fiume, alla collina, | amarti tra i campi d’orzo e d’avena | farmi onda, spuma di mare, | marina luccicante | per rapirti al nero degli abissi. | Vorrei tanto mia regina d’orizzonti | ma ho mani tremanti, occhi di paura.” (Vorrei portarti). La preghiera insorge come un grido dal profondo abisso, invocando quel Dio che un tempo si rivelava in un’epifania di bellezza e di beatitudine paradisiaca, mentre ora si nasconde nelle tortuose trincee del dolore: “Signore Tu mi parlavi | dall’isola dei mille fiori, dai petali celesti, | dai giorni indenni, luminosi della vita. | (…) Per quanto ancora dovrò seguirti | in questo labirinto di reparti, corsie, brande, | vagare tra scoli, cateteri, tubi? | Per quanto mio Signore? E poi ti troverò?” (L’isola del male); “Dove sei Dio del miracolo, | del mattino felice, delle stelle diamantine? | In quale lontana galassia piangi | o sorridi per il mio lamento? | Tu dove sei in tanto scempio? | Neanche il crocefisso al muro, | solo corsie di preghiere, sguardi al bianco soffitto, | tra selve di ossigeno, luci, tubi vaganti, | (…) Non lasciarmi nel vuoto nero dei ricordi | ritorna Dio dei fiori, delle farfalle, | delle quaranta stagioni che durò il tempo degli amori, | l’alchimia suprema del cielo.” (Preghiera). Un brivido di sgomento assale nel rammentare lo splendore di un tempo che avvolgeva la sua diletta, ora tristemente eclissato da tanta pena: “Conoscevo il tuo respiro | prima ancora di incontrarti, | prima che il primo Angelo | incrociasse i nostri sguardi. | Era quello delle api gonfie di sole, | degli usignoli di Romagna, | dei merli canterini, delle gazze di collina, | quello delle farfalle colore cielo, | dei calabroni tra la frutta. | A pieni polmoni, a piene ali, | a orizzonti interi d’infinito; | era fiato di correnti, brezze mattutine. | Ahi, Ahi! Amore mio dov’è il tuo respiro | d’aurore e tramonti? | Rantoli tutto il dolore della terra, | succhi un filo di cielo bianco tetto” (Il respiro). La figlia, “accanto alla finestra”, “che adesso asciuga le tue labbra secche”, è l’incarnazione dell’amore di Carmelo e Franca che si trasmette di generazione in generazione come un fiume che, seguendo il suo corso, si getta alla foce: “Nacque nel tempo che gli astri | brillavano nei nostri occhi come diamanti. | Nacque da tutte le generazioni felici, | dai sorrisi dei pianeti, dai raggi delle albe dorate, | dai bagliori dei tramonti vermigli | d’occidente e d’oriente. | Era dicembre e partoristi la stella | che adesso piange in silenzio, in disparte. | La guardi illuminare la stanza | farsi sogno come il primo giorno, | farsi miracolo e parola dolce, gesto lieve, | amore d’angelo e di Madonna. | Era di dicembre il quarto giorno | si aprirono i cieli alla gioia, ammiccarono | luna e stelle, scesero azzurre comete.” (Nostra figlia). Ormai, non potendo più ritornare al passato, ci si proietta verso un altrove di speranza, in una dimensione ultraterrena: “Per noi la vita fu giro di vento, | siepe di gelsomini, precipizio di ginestre. | Pensavamo che Dio | si annidasse tra cespugli di lavanda, | albe dorate, tramonti di fuoco, | che la morte giungesse | dai raggi del sole, | dall’ultimo candore della luna. | Sorridi fata meraviglia di orti e giardini, | non devi morire. | (…) La nostra piccola vita rinascerà un giorno | nelle terre oro rubini di limoni, aranci, | tra le piane di frumento, le spume urlanti. | Rinascerà a compleanni infiniti | di girasoli ridenti, a mazzi interi | di ciclamini da baciare.” (Non devi morire). Tra le stazioni della sofferenza, di cui viene riferita la cronaca giorno per giorno, come in un memorabile stillicidio che conduce ad un appuntamento ineludibile con la sorte, c’è spazio anche per un intermezzo “esotico”, in cui si cimenta la maestria del poeta nella snella agilità dei versi: “Un euro per Amir nero dagli occhi di luna, | pelle d’ebano, sorriso di oceani lontani. | Corre via nello scirocco di mezzogiorno | dietro a un’altra macchina che spunta dalla sbarra.” (Il parcheggio).

Tuttavia, il male avanza, inesorabile: “Trionfa il mostro, braccato, avido, invisibile. | Strabuzza, si rintana dentro le viscere profonde. | (…) Ma tu fiore di campo sfiorisci, | troppo sfiorisci e in fretta | come fosse autunno incipiente, | copri le lenzuola di petali cadenti, | abbandoni la linfa che mi ha dato l’amore, | la figlia, l’angelo che sei.” (Tutto inutile). Si registra fin nei minimi dettagli ogni istante di questa drammatica agonia, fino al tragico epilogo: “Tre volte mi hai guardato, | una per lasciarmi, | una per amarmi, | una per benedirmi.” (I profeti); “Sei morta a mezzanotte, | al primo nascere del nuovo giorno, | al primo giorno della nuova vita, | al primo soffio dell’eterno amore. | Il corpo lasciato ai tubi, | alle maschere, agli inutili orpelli, | (…) Ma le ali fuggite, dalle stanze, dalle porte, | dagli allarmi rossi, appena fuori l’ospedale | tra la lavanda, le lune stregate e giorni | d’estate, le primavere eterne. | (…) Sei morta a mezzanotte, rinata tra le siepi | ape di vento, comete, bagliori come volevi, | come sognavi, favola bella e discreta, | fata primizia di sogni e amori.” (I fiori di lavanda). Si trova consolazione nell’ipostatizzazione della sposa, proiettata in una dimensione altra, dove la si immagina di nuovo “esile e bionda”, libera e gioiosa nella “sua gonna corta di grano e girasoli”, come nell’indimenticabile giorno del loro primo incontro, in cui le stelle e i pianeti congiurarono per quell’appuntamento fatale del destino: “Furono le acque a complottare, | le terre lontane mille miglia, | perché l’esile bambina di Romagna si unisse | al fanciullo dei mari, delle lave roventi, | cullato da stelle latte, smeraldi, | chiuso nel profumo delle zagare | tra vigne salmastre, ulivi neri. | Furono venti, stagioni, piane dorate, cime innevate | ad unirci nel destino degli amori eterni, | nella rotta delle rondini felici | da oriente a occidente, da occidente a oriente.” (Tutta una vita insieme). Non resta che la devozione della memoria (“la nostra casa amore mio | fragile come regno di alveari | appesa all’urlo degli uragani, | triste e solitaria nei labirinti del dolore”), custodendo premurosamente tutti i ricordi come reliquie, nel sacramento di quei quarant’anni vissuti insieme, quale dono straordinario del cielo: “La nostra storia di arnie celesti, | api dorate, azzurri calabroni. | (…) Quaranta primavere fu la nostra storia, | il nostro tempo tra sole e stelle. | Quaranta come il primo anno, | il primo sogno annidati a sud tra gelsomini e fichidindia | a est tra pesche e nettarine, persi tra fumide campagne, | marine luccicanti, orizzonti oro e zaffiri.” (La nostra storia).

Quest’opera è un capolavoro di poesia, intrisa di un intenso epos lirico, che narra la favola bella dell’ape e del calabrone (la “nostra favola terrena | di ape e calabrone nel vento”), del loro amore indissolubile, che oltrepassa anche l’estrema frontiera della morte per trasfigurarsi nell’assolutezza inviolabile e nella perfetta comunione di anime dell’eternità. È il canto disperato, che vede fiorire la speranza a poco a poco dalle parole – dove luce e tenebre duellano agguerritamente, mentre vince la desolazione la fervida fede di un bene così grande, da trascendere anche il male ultimo –, di Orfeo che tenta di riportare in vita, dal tenebroso regno degli inferi, la sua Euridice: nella finzione letteraria, ove tutto è possibile, indubbiamente l’autore raggiunge il suo obiettivo; ma anche sul piano umano, con un atto di fiducioso abbandono in Dio, riesce a riconquistare la sua amata nella dimensione, oltre il tempo e lo spazio, dello spirito. Struggente, commovente, altamente lirica, è, in conclusione, la lettera in sogno dell’amata sposa, come un sigillo su questo amore – che è un miracolo e ha molto da insegnare ai nostri tempi inquieti e distratti –, che si perpetua imperituro oltre i confini di questo mondo, sopra le nubi del cielo: “Ti scrivo da una luce che non so | forse l’ultima galassia del cosmo, la cometa più lontana. | (…) Sai la morte non è che l’ultimo istante dei ricordi più belli, | dei baci, delle carezze, delle tue mani lievi tra i capelli | e poi dolce, eterno vagare nei colori delle aurore di maggio, | nei tramonti rosati, nelle fragranze delle viole, dei gigli. | Ti scrivo dalla stella più alta, quella che vedemmo brillare | sulle nostre labbra di fanciulli innamorati, la stessa, | la più grande e luminosa del primo batticuore, | dal candore delle lune d’agosto tra zagare e gelsomini. | Quassù si sta nel tempo che videro la vita i nostri cuori candidi | un sogno lungo senza fine di promesse, sguardi. | (…) Ti scrivo dopo che ti lasciai il volto tra le mani | quella notte d’ospedale; | devi sapere che ero già volata | farfalla tra i fiori, rinata la principessa di cuori che sognavi | e supplicavi a Dio tra brande spoglie e tubi dell’ossigeno. | Da questo cielo infiniti sorrisi, dal tempo delle primavere, | dal coro dei venti serafini, dall’incanto dei soli perenni, | dalle celesti nebulose ti guardo consumarti nel dolore e ti scrivo | (…) Ti mando un bacio che è di Dio, | delle anime serene, degli amori eterni. | Sii felice. | Sappi che qua nulla è cambiato della terra che sognammo, | lo stesso orizzonte arcobaleno, l’uguale fragranza dei giardini | c’è nella luce che ora m’avvolge.” (Da questo cielo infiniti sorrisi).