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Sandro Angelucci
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Note biografiche

Poeta e critico letterario, saggista, Sandro Angelucci vive a Rieti dove è nato nel 1957. Insegnante, collabora a varie riviste culturali nazionali con recensioni, note critiche e testi poetici, ha ottenuto numerosi riconoscimenti, classificandosi spesso, per l’edito, al primo posto. Un suo profilo critico è inserito nel IV° volume della “Storia della letteratura italiana. Il secondo Novecento” per Guido Miano Ed. in Milano. Ha pubblicato: “Non siamo nati ancora” (Sovera Ed.), “Il cerchio che circonda l’infinito” (Book Ed.) e “Verticalità” (Book Ed.)  date alle stampe rispettivamente nel 2000, 2005 e 2009 e, nei quaderni letterari de “Il Croco”, le raccolte “Appartenenza” (2006) e “Controluce” (2009).  Del suo lavoro si sono occupati importanti critici, poeti e scrittori.

 

Recensioni

Verticalità di Sandro Angelucci: il verbo sacro della poesia

Angelucci compendia nel suo libro più recente temi e riflessioni che avevano già caratterizzato molti dei testi delle precedenti raccolte, rivelando in tale insistenza di canto una tensione  mai spenta che  coinvolge tanto la sua dimensione spirituale, che quella sociale e politica, anche se un lettore frettoloso potrebbe negare la seconda e pensare, all’opposto, che il poeta si chiuda nella sua interiorità come in un recinto privato, per disinteresse nei confronti della realtà, per una sorta di egoismo solipsistico; confortato, tutto sommato, in questa sua ipotesi dalle molte domande disseminate  nei testi e  che per lo più  l’autore rivolge a se stesso.

E, invece, la contemptio mundis di Angelucci è atteggiamento psicologico determinato dall’esatta percezione della storia contemporanea, e dei suoi guasti, non di rado esibiti anche in queste pagine, per combattere i quali egli indica il ritorno dell’uomo alla sua dimensione sacrale, sostituendo  all’orizzontalità dissacratoria del nostro stare al mondo la dimensione della verticalità verso il profondo della propria interiorità e verso l’altezza del regno celeste. D’altra parte, mentre si potrebbe giustamente parlare di disimpegno per un uomo qualsiasi che preferisse chiudersi nel suo isolamento infruttuoso per sfuggire alle cose della terra, ingiusto sarebbe pensarlo per un religioso o per un poeta, l’uno intento ad innalzare preghiere, l’altro a scrivere versi. “Nell’apparente mia staticità - scrive il poeta, rispondendo alle accuse di una società che considera il fare solo ciò che di visibile accade sul palcoscenico mediatico -  io non ho mai smesso /  d’alzare questi rami / verso  il cielo” E’ in quell’azione dell’alzare che sta la chiave del discorso: la sostengono, infatti, una volontà dinamica, una forza psicologica, una tensione spirituale che si contrappongono a quel fare senza progetto, senza feconde ipotesi e scopi, anzi, senza l’Ipotesi prima e fondante, com’è divenuto il vivere degli uomini.

Del resto, e lo sappiamo tutti, poesia è termine che s’apparenta, attraverso le radici comuni con il greco classico,  con il significato del fare. Dell’innalzare preghiere, poi, che è compito degli uomini consacrati da Dio, Angelucci parla come di una pratica comune anche ai  poeti, tanto da non esitare a definire preghiere i suoi testi, ben sapendo che gli oranti sono poeti ed i poeti oranti, perché entrambi hanno  a che fare con il sacro. E non perché  in questa raccolta il tema dominante sia l’anelito del cuore verso Dio, ma perché, in senso assai più lato, l’atto del poetare ha in sé qualcosa di divino, se è vero che esso cerca di rivelare l’ignoto, di sollevare il velo del mistero, di conoscere l’inconoscibile.
Si dirà che il religioso, pregando, recita formule predefinite, che canta certezze;  si dirà ancora che il poeta non sa, cerca, dubita, forse anche bestemmia. Ma è vero che il discrimen tra preghiera e poesia è sottilissimo, per il semplice fatto che entrambe sono manifestazioni dello Spirito, il quale soffia sulla bocca di chi vuole e fa delle lingue carboni ardenti d’amore.

Io vorrei analizzare più da vicino una poesia come “Divino Nulla” (che è un concetto assolutamente difficile ed irto alla comprensione, cantato già  in modo sublime da tanti mistici, come, per fare un esempio, da S. Juan de la Cruz),  per sottolineare di che cosa sia “Dio” per il poeta Angelucci, che così elenca le sue manifestazioni:  “sublimazione della parola” (e qui si tocca il famoso quanto ormai schernito principio d’estetica sacra che è l’inspirazione, cioè il gesto del soffiare dentro le parole,  e nella mente dei poeti,  - e chi non ricorda la dichiarazione di poetica dantesca in  quell’ “Amor che  mi ditta dentro”-  e nella Bibbia dei “profeti”, quelli che parlano al posto di Dio); poi “un desiderio eterno” (come dire un sentimento ispirato dall’alto - de sideribus -  il che sta a significare insieme la distanza e la prossimità tra cielo e terra); ancora,  l“amore”, “che è e ti fa essere”,  cioè come principio creativo – e citiamo ancora Dante con L’Amor che move il sole e le altre stelle”- ;  e, infine,  “vuoto santo”, in altre parole quel “divino nulla” che dà titolo al testo.

Il “divino nulla” non è una professione di nichilismo, ma indica, piuttosto, tanto ciò che di Dio  non è dato all’uomo sapere, quanto quello che ancora Dio non è ancora, nel suo continuo infaticabile divenire. Mi sembra che a ciò alludano “le mani liquide” di Dio, e non è casuale che la presenza dell’acqua sia così frequente nella raccolta, come simbolo topico del continuo fluire della vita, del trascorrere del tempo, confermato, del resto, largamente nell’ambito letterario. E però, qui, essa ha una qualche relazione anche con l’anima del poeta, chiusa fra i confini del corpo, come un lago tra le sponde (e il lago è il soggetto di due testi della raccolta), e tuttavia in fermento, oltre che specchio del paesaggio circostante. Quelle mani liquide sono le stesse del poeta che lascia fluire sul foglio le “sillabe-onde”, le quali tutte sembrano volersi intridere di Bellezza, sottraendo il mondo allo scempio a cui la stupidità umana e il declino dei valori etico-estetici sembrano condannarlo.

La parola del poeta diventa strumento di salvazione, “consapevolezza della vita”, libertà, zattera a cui il poeta si appiglia “come naufrago” nella tempesta della “dissonanza”, rimanendo caparbiamente a galla, sicuro com’è di potere approdare in un’altra terra: egli, infatti, non perirà, perché uno dei motivi per cui si scrive è quello “…d’impedire all’anima / di apprendere la morte”. Sembra di sentire l’  omnis non moriar di Orazio,  ma con la differenza che il poeta latino è sicuro che la poesia lo salverà dalla morte fisica,  mentre Angelucci afferma che la poesia gli salverà l’anima, e questo è un concetto del tutto originale; scrive, infatti, in Falsa testimonianza: “Ma mi domando: /cieli come questo, / se non i miei versi come i suoi / non sono ancora prove / per la mia innocenza?”.

Voglio anche dire qualcosa sul modo in cui Angelucci porge i suoi versi, che sono per lo più brevi, raramente distendendosi in qualche bell’endecasillabo o dodecasillabo e che hanno un tono lineare e riflessivo, rivolto più a  se stesso che ad un  “tu”,  che tuttavia appare in alcuni testi, dove non di rado assume, però, un tono di rivalità e di opposizione nei riguardi del poeta, ricordandogli quanto il suo ruolo appaia insignificante all’interno della visione del tutto economica ed utilitaristica che caratterizza i tempi d’oggi, accusa da cui egli difende se stesso e la poesia.

La speranza non può certo essere morta per un uomo di fede come Angelucci: ed ecco due bambini  “dagli occhi limpidi” che sorridono tenendosi per mano ( “Due sorrisi”),  e alcuni paesaggi ancora incontaminati e bellissimi, e il conforto di altri uomini di fede come lui,  e la presenza degli angeli che ci invitano ancora ad innamorarci  “della vita / che scorre luminosa / sotto le lacrime”. E’ lo stesso invito che il poeta desidera rivolgere ai suoi lettori, e questo vuol dire che la poesia non ha ancora rinunciato al suo compito più alto.

Franca Alaimo   - 20/1/2010


Dalla Prefazione di SILVANO DEMARCHI a Verticalità:

L’esigenza di un’ascensione spirituale è preannunciata già nel titolo della raccolta e nella prima poesia, dove si parla di “sogno di cielo”, di “fiamma che sale”. Il poeta avverte in sé un tempo interiore, che non coincide col tempo misurabile, una realtà intima in cui vibra il desiderio di Assoluto, ma è ancora incerto e confuso nell’attesa della illuminante epifania. In una prospettiva religiosa ci si aspetterebbe il riferimento alla preghiera ma l’autore è prima di tutto un poeta e vede nella poesia la funzione propedeutica dell’ascesa. Ci richiama Platone che nella Bellezza, idea resa sensibile, la vedeva antesignana alla scoperta degli altri valori. È dunque un Dio personale quello che egli cerca, non lo accontenta il “Deus sive Natura”, ma un Dio con cui parlare, da amare come persona. Poesia esistenziale e insieme religiosa, segnata da una angosciata ricerca che alla fine giunge alla mèta agognata, illuminandosi d’infinito.

 

 

 

 

 

 

 

Letture


Sovvertimento

È qui
la bellezza che cerchi,
se solo la guardi
s’innalza e risplende
se canti, ti canta
se piangi, si spegne.
È qui,
è il nostro riflesso fedele
nel verde,
lo specchio
che ci capovolge
nel verso corretto.
Non grida ma soffre,
non parla ma insegna.
È qui, è il principio:
la vita che nasce
e unisce le forme,
la forza, il concetto
che racchiude il segreto
che scagiona la morte.

da Il cerchio che circonda l’infinito (Book Ed. 2005)

 


Verticalità

È come arrampicarmi sulla cima
dell’albero più alto
dove le gazze scrutano la sorte
e il vento
non fatica a ritrovarsi.
Come la luce
dell’attimo vivente
che buca la penombra
e sgretola le rocce.
È il mio bisogno di verticalità
che piange come un bimbo
che si perde
quando la morte vince sulla vita
ma subito sorride
all’apparire delle cose belle.
Sogno di cielo
che vince la gravità dei corpi
che a volte s’inabissa e poi risorge.
Fiamma che sale.
Brace che si accende.

da Verticalità (Book Ed. 2009)


Corsari

C’è un faro
come stella nel porto della notte,
che illumina gli attracchi
sul molo dei poeti.
Approdi per barche di corsari
che solcano le acque dei pensieri
e danno consistenza all’utopìa
di chi si vuole curvo
sotto il Sole
a rinvenire perle
sull’isola sperduta del tesoro.
Luce chiarissima sulle cicatrici,
sulle barbe incolte,
sui volti consumati dal sudore
ma luce che promette
notti nuove:
prive di suoni, dense di parole.

da Verticalità (Book Ed. 2009)

 

Aggiornamento 10 Febbraio 2014

 

Sandro Angelucci: il saggio critico "di Rescigno il racconto infinito"

 

Gianni Rescigno è un valorosissimo poeta, che ha percorso un itinerario lungo e rigoroso, nella coerenza delle idee, dei ritmi, dei paesaggi e delle esperienze di vita, nella ricchissima variazione di immagini, tempi, spazi, riflessioni, giudizi.

A lui la critica ha giustamente dedicato molta attenzione per la sua capacità di attingere il sublime poetico lucidamente partendo dalla visione creaturale dell’umiltà fondamentalmente cristiana.Ora Sandro Angelucci ripercorre con molta attenzione e passione la vicenda poetica di Rescigno in una monografia che ne illumina i molteplici aspetti con analisi sapienti e suasive.

Il saggio si incentra su un’interpretazione complessiva dell’idea di esistenza e di parola di Rescigno: il viaggio reale e ideale, spirituale e temporale, umano e divino, che si svolge nel paesaggio e nelle stagioni del suo paese contadino e marino, collinare e scosceso, ma ogni storia, ogni tappa, ogni contemplazione, ogni memoria, ogni sguardo non sono altro che l’illuminazione della verità del mondo, fra luce e dolore, fremito di vita e pena, speranza e meditazione della morte.

Angelucci, in questo modo, giunge a cogliere con molta efficacia l’aspetto unitario della poesia di Rescigno nella lunga sequenza di raccolte poetiche che hanno fissato via via le tappe della ricerca del poeta.

Sia dato, allora, un adeguato plauso al Critico, che ha saputo offrire un valido strumento ermeneutico al lettore per meglio intendere il valore dell’opera di Rescigno.

Giorgio Bárberi Squarotti