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Nardino Benzi
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Note biografiche

Nardino Benzi è nato a San Benedetto Po (MN) il 18 dicembre 1948 e risiede a Mantova. Studente modello, tanto da guadagnarsi la medaglia d’oro come media più alta dell’istituto durante le scuole medie, si è diplomato ragioniere col massimo dei voti, premiato di nuovo con medaglia d’oro della Provincia e con un viaggio premio di dieci giorni in Sicilia, quale uno dei 20 studenti migliori d’Italia. Laureatosi in Giurisprudenza con la lode, ha insegnato discipline giuridiche ed economiche negli Istituti Tecnici Statali, frequentando molti corsi di specializzazione. L’esordio poetico è avvenuto con la lirica "Il cuore", pubblicata sulla rivista di informazione trimestrale "Cuore Amico" di Mantova. Sue composizioni poetiche si sono aggiudicate premi in concorsi letterari nazionali ed internazionali, e sue poesie compaiono in prestigiose Antologie letterarie.

Note critiche

La sua già profonda fede religiosa si è rafforzata attraverso le vicissitudini e i dolori della vita, fino a divenire una componente essenziale della sua esistenza, una "missione" alla quale dedica grandi energie. Anche la sua poesia sente e rappresenta con intensità vigorosa questo sentimento che gli riempie l’animo, tanto che nei versi non vi è distinzione tra l’elemento spirituale e la realtà della vita terrena. Lo possiamo constatare in ogni sua composizione, poiché ha instaurato un dialogo continuo con i lettori per superare il mistero stesso della morte, vista non come chiusura, ma come semplice attesa di ricongiungimento. Missione di pace e di amore, che va ben oltre la mera presa di coscienza, che investe tutto il vissuto con autenticità di sentimento e di intenti.

La liricità del poeta mantovano è colloquiale, mira diritto all’animo del lettore, ma non è priva di una eleganza classicamente intesa, con l’utilizzazione di un linguaggio scelto nella tradizione più illustre della nostra letteratura.

Letture

Un anno finisce

Un turbinio

di fuochi

invade il Cielo.

Le stelle,

guide infallibili

per ogni bussola umana,

orientano

il mio Cuore

a lodare.

Il mio Io

si inginocchia

davanti

alla mia coscienza profonda.

Lì nasce

un interloquio.

Dalla pace profonda,

che mi viene donata,

spunta un concerto silente.

Mi metto in ascolto:

al mio udito

parla la mia Anima,

che ringrazia

il Suo Creatore.

Anche il tripudio di luci e scoppi di fuochi d’artificio del Capodanno è occasione per elevare il proprio cuore alla lode a Dio: è ciò che sente il poeta, che sa convogliare gioia e tristezza verso il Cielo nella consapevolezza che tutto ci viene da Lui. Nell’immagine delle stelle come guida dell’uomo dobbiamo vedere proprio il senso dell’orientamento delle azioni umane attraverso la fede: un messaggio vigoroso e gentile che l’autore vuole donare ai lettori.

[Da "Antologia Città di Salò 2010" a cura di Rina Gambini]

 

Un padre Ideale

Creato. Generato.

Potenti fili per una trama di Amore,

soprattutto, per i Figli.

Dà e ri-dà.

Sa seminare anche nei terreni più aridi.

Accoglie con gioia,

anche le poche spighe

che la Terra, Madre Riconoscente, gli dona.

Non si appropria:

di esse fa Tesoro.

E Gioioso torna a dissodare il terreno che il Cielo

ha a lui affidato.

Diventa, dipartito dal mondo,

l’Angelo Custode, di coloro che dalla sua benevolenza

hanno tratto nutrimento.

Beati quei figli

e benedette quelle anime che da lui beneficate ne conservano il ricordo

e, di giorno in giorno, ne tessono la trama di lode.

 

Mio Padre muore

Lui, mio Padre, anche buono e mite,

chiude gli occhi al mondo della terra.

Il silenzio, che porta in sé riposo al corpo e all’anima,

silenzioso scorre.

Profondo, l’Essere di mio Padre avanza

con lenta gradualità nella luce dell’Eterno.

E allora, con rapidità, la Sofferenza infigge i suoi cardini

nel mio Cuore: dilaniato.

Inaspettatamente una voce mansueta,

quella di Lui, mio Padre, si erge solida e mi parla

con Saggezza. È un colloquio, tra il mio Essere di Figlio

e la sua Paternità di Padre già nel Cielo.

Entrambi concordi apriamo il libro della nostra storia.

Pagine fitte di scrittura si dipanano. E con breve sintesi

istruiscono e intridono di Vero il nostro capire. Emblema evidente

di un sentire acuto e aperto alla realtà del passato.

Ciò che di Bene e di Male

è transitato da me a lui e da lui a me,

ora illuminato e rischiarato, ci dona la sua voce,

schietta e possente nel tono della verità.

Il mio presente di Figlio triste,

amareggiato, adombrato dallo sconforto,

vessato dal dolore e confuso circa il mio futuro

si lascia filtrare dai ricordi.

Tracce, orme, segni tangibili di Amore proposto, donato,

ricevuto, rifiutato, ri-donato, accolto, ri-accolto e ricambiato

si allineano: e parlano, con tono soffuso, discreto, riservato, veritiero,

al mio cuore ferito, abraso e gonfio di lacrime pesanti.

La Verità, che nel suo profondo

porta l’impronta dell’Umiltà, prontamente

si presenta alla mia Coscienza che accoglie, registra

e asseconda la voce dell’assenso.

Essa diventa una spinta dinamica, forte, indiscutibile,

inoppugnabile, incontrovertibile, inespugnabile verso la Quiete

del mio Interiore. La Speranza, dapprima compressa, vessata, schiacciata in me,

e calpestata dal dolore, ora ri-nasce.

Attraverso timidi, ma consistenti, impulsi di Vita rinvigorisco

con rarificata lentezza. Da due ali, segno di Custodia e di Protezione

gratuita dell’Anima di mio Padre, scende sull’intimo del mio sentire sensibile

la solidità della Consolazione proposta.

Lì, essa si trasforma nella Fiducia che il Conforto

sa germinare in me, uomo spesso amico della Fede. Una voce,

quella della Ri-conciliazione, rinnova tra me Figlio senza mio Padre,

e mio Padre ancora Padre, un nuovo Patto.

È l’Amore Ristabilito che ri-suggella il legame dell’Amicizia

e della Confidenza. E il mio Presente resta inondato dalla Luce

intensa e forte dell’Azzurro del Cielo. Là, dove Lui ospite per l’Eternità,

Paziente e Vibrante di Amore intenso,

con Amore mi attende.

Mio padre mi invita ad accettare i miei ricordi

I miei occhi: nella luce pacata della sera.

L’aria, con il suo umore umido mi avvisa:

"il giorno ormai stanco volge al suo declino".

La mia mente si volta all’indietro.

La mia memoria la soccorre e sfoglia, lenta e lucida,

nel libro della storia con mio Padre.

Attirato: rinvengo tra le foglie verdeggianti

del passato, i rami frondosi del suo Amore

che si inclinano e si toccano.

Trovo un tronco di denso spessore nella linfa

che ancora fluida scorre pacata nel letto del suo fluire.

Ma incontro anche un rivolo d’acqua, spesso offuscata

dal fango dell’incomprensione, e in molti tratti

capace di non dare trasparenza all’iride delle mie pupille

in cerca della Luce dell’affetto.

Mi inquieto. Mi amareggio. Rimbrotto.

Nel rimprovero il mio sfogo trova e ritrova

la densità del suo lamento.

Osservo: ri-osservo. Lui allora traendo forza

dal vigore naturale della sua Paternità,

non si stanca di essermi Padre responsabile:

vigile nella spontaneità della Sua accoglienza. Mi parla:

"Tu stai rovistando tra le cose che sono tramontate:

e ora ravvivano e ora turbano la scena del tuo presente.

Ma se ti avvicini alla dimora che stabile accoglie la mia

Anima nella volta alta che il Signore del Cielo dei Cieli,

per Sua Misericordia, gratuitamente mi ha offerto,

il paesaggio sussultante della tua interiorità

sperimenterà raggi sereni di tranquillità.

È vero: se ti fermi e se consideri

le gioie e le tristezze del "buono e del meno bello"

di ciò che ci ha uniti ed anche separati emergerà,

ancor più spesso, quel tratto di Vita

che talora ha diviso e più volte ha ri-unito

il nostro Essere profondo di Padre e di Figlio.

Però, se l’umiltà e la verità riusciranno

stabilmente ad insediarsi nel vero del vero,

e nell’umile dell’umile, troverai la forza di accettare

ciò che realmente, io Padre e Tu, mio Figlio,

nella libertà delle nostre scelte abbiamo depositato

nel mondo dell’agire, del pensare, del riflettere,

del considerare, del sentire, del ri-sentire,

del manifestare, del respingere e del ri-accogliere.

E così, ri-temprato dalla sostanza più reale del reale,

diventerai amico della Pace,

orma e figlia duratura dell’accettare".

Accolgo: e lucido, sveglio, volitivo allineo

le mie forze sull’asse saggio del Suo consiglio.

Rinvigorito: i miei occhi si ritirano veloci dal passato

e, nell’avanti del futuro, lasciano filtrare il bagliore

sfavillante del Bene che transitando,

da me a Lui e da mio Padre ancora verso di me,

Suo Figlio, ha costruito un ponte.

Il legame serio della benevolenza

e dell’Amore mi trovano deciso e spedito

sull’orizzonte della Pace rinsaldata.

Io e mio Padre, famiglia in cammino, ci parliamo

È giorno.

La tiepida brezza dell’Alba sfiora il mio viso.

La Luce del Sole, dapprima tenue

e, poi, man mano

più intensa attira la mia memoria,

sui declivi del passato,

a ricordare.

Percorro, e ri-percorro le scale di un vissuto

ormai trascorso.

Gioiosa,

mi fermo. Lì, mi incontro con colui che,

insieme a mia Madre,

mi ha generato

alla Vita della Terra e a quella futura

del Cielo.

Il volto interiore

di mio Padre si accosta soave,

al mio Cuore di adulto.

Parliamo.

Discutiamo. Dibattiamo, indaghiamo. Analizziamo.

Facciamo sintesi.

E, poi

concordi, Lui, mio Padre, Lieto

si distacca.

Ritorna

con passo spedito e animato dal vigore della serenità,

e di una nuova pace ri-trovata,

nel Cielo:

là, dove il Creatore, largo in Misericordia,

gli ha permesso,

da tempo,

di innalzare la tenda del Suo Riposo.

Gioioso, d’un tratto, si volta.

Mi chiama.

Di fretta, avvicino il mio udito alla Sua voce:

essa è lontana, ma capace,

nel timbro forte

delle sue corde, di lasciarsi captare.

Le sue parole, pregnanti di sicurezza e profumate

Di benedizioni,

incontrano il mio Io sensibile, attento,

premuroso, commosso.

Mi sussurrano,

con vivace trasparenza: "Torna nella realtà

della Tua Vita e prosegui il tuo

Cammino nella Bontà".

 

26 Aprile 2016

Una nuova raccolta poetica di Nardino Benzi

 

Inno alla fede.

Virtù che,

discendendo

dall’Amore

del Padre,

ti sei

incarnata

in Gesù:

il Figlio

divino

della Vergine

Maria.

 

Tu,

essenza

costitutiva

dello Spirito

Creatore,

donata

a tutti

gli uomini

che,

domandando

e cercando,

ottengono,

attraverso

la preghiera,

di unire

il destino

della loro

identità

all’Essere

Supremo

che dimora

negli

spazi eterni

del Cielo.

 

Incontestabile

vento che,

alitando

sulla Speranza,

fai credere

come

visibili e

toccabili

le certezze

misteriose

dell’invisibile e

dell’intoccabile.

 

Luce

che inondi

di sapienza

illuminante

l’oscurità

delle mie tenebre.

 

Ostia

radiosa

che fai

brillare

il sole

dentro

agli anfratti

della paura

costruiti

dai turbamenti

dell’uomo

timoroso.

 

Forza

sovrumana

che tracci

il cammino

della

rettitudine

dentro alle

strade

tortuose

degli erranti.

 

Fuoco di

Amore

perdonante

che mostri

la faccia della

benevolenza e

della gratuità,

rimettendo i debiti

ai tuoi debitori.

 

Sacro vincolo

di Carità

che insegui

le orme

della

Misericordia

e le dirigi,

come balsamo

guaritore,

verso le ferite

sanguinanti

della sensibilità.

 

Scienza

che penetri

nella profondità

degli abissi

dell’intelletto.

 

Fortezza

della Giustizia

che sa generare

la Verità

nella casa,

senza muri,

della Pace.

 

La temperanza

e la prudenza

sono figlie del

nucleo

della

coscienza

che muove,

con finezza,

i passi

della tua

intelligenza.

 

Bene

sommo

e indefettibile

della buona

volontà

che trasforma

in

compassione

la durezza

dei

cuori

più

aridi.

 

Amica

fedele

che sai

rivolgere

verso

la scorza

solida

dell’eternità

le cose

caduche

che scaturiscono

dalle faccende

intrise

della vanità

della terra.

 

Degnati,

se vuoi,

di arricchire

sempre

la povertà

dei miei

limiti

e di

condurre

i miei

sentimenti

a lodare,

con costanza,

il Signore

Unico

dell’Universo.

 

Oh Fede,

gioia

imperitura

della mia

Vita,

educa

il mio

povero

cuore

ad

Amare.

 

 

Preghiera a Cristo Risorto.

Anima del Risorto,

lava

con misericordia

le mie colpe.

 

Forza del vento della Vita,

srotola

la pietra delle mie paure.

 

Libeccio caldo

della tenerezza sanante,

inchinati

sulle mie piaghe.

 

Aurora della nuova alba,

risvegliami.

 

Potenza dell’astro

infuocato del sole,

rinvigoriscimi.

 

Carezza tiepida

del vespro serotino,

eleva

la mia mente

verso le supreme

cose del Cielo.

 

Splendore intimo

al chiarore della luna,

illumina

i miei passi dentro

alla rettitudine

del mio agire.

 

Vigore sublime,

infondi

al mio corpo stanco

l’irruenza del tuo Amore.

 

Caduca

le paure generate

dai miei turbamenti.

 

Fa’ brillare

la stella della tua

saggezza tra i meandri

oscuri dei miei timori.

 

Leone sacro

del deserto di Giuda,

infuoca

di ardore le mie opere.

 

La tua Carità

sovvenga

alla tiepidezza

del mio servire.

 

La tua pazienza

irrompa

dentro

ai tentennamenti

del mio ascoltare.

 

La tua Gioia

spinga

il mio cuore ad aprire

i battenti dell’ospitalità.

 

Apri

la mia casa e

disserra

la mia dispensa.

 

Introducimi

all’accoglienza.

 

Visita,

con la robustezza

della tua

benevolenza,

l’indecisione che

frena

la mia solidarietà

verso gli ultimi.

 

La potenza

della tua mano

guidi

la mia

ad aprirsi

verso i poveri.

 

Avvolgi

la mia indifferenza

con il fervore

del tuo entusiasmo.

 

L’uragano

della tua Pace

stravolga

le tristi pretese

della vendetta

contro i miei nemici.

 

L’alito saettante

della tua linfa spirituale

penetri

nelle mie preghiere

 

Il pane e il vino, dentro

ai quali veli

la tua Eucarestia,

siano nutrimento

corroborante del mio

povero spirito.

 

La sapienza inscritta

nel santuario

della tua coscienza

venga

a dimorare

tra gli spazi angusti

della mia cerebralità.

 

La tua prudenza

temperi

di umiltà

la vanagloria della

mia superbia.

 

Il mistero della solidità e

della stabilità delle

cose divine del Cielo

venga a dissolvere

i miei attaccamenti alle cose

transeunti di questa terra.

 

La tua Gioia

infervori

l’aridità dei miei pensieri.

 

La tua capacità

contemplante

scorra

tra i rivoli

secchi e flaccidi

del mio sentire .

 

Verbo incarnato

nell’Amore,

spingi

tutto me

verso la Fede.

 

La tua Speranza

conduca

i miei occhi miopi

lungo le sorgenti ubertose

che alimentano

la perennità delle acque

dentro ai fiumi

possenti  che scaturiscono

dalla tua Bontà .

 

Acqua dissetante,

placa

la mia sete di infinito.

 

Angelo annunziante,

trasportami tra i pascoli

verdeggianti che introducono

alla porta santa

dell’unico ovile.

 

Mio Pastore angelico,

mio Dio,

mio Gesù Nato e

Vissuto e

Condannato e

Inchiodato alla Croce e

Sepolto,

mio Risorto

inocula nella mia

Anima

lo Spirito della tua

Pentecoste.

 

Dopo la mia morte,

chiamami a dimorare

accanto alla

Eternità

della tua

PASQUA.

 

Inno al Divin Sangue.

Traccia incontestabile del Padre Creatore.

Linfa divina dello Spirito Santo.

Accolto nel grembo materno di Maria,

la sempre Vergine Immacolata Concezione

Forza Interiore del Verbo Incarnato.

La sudorazione durante

l’agonia nel Getsemani,

la flagellazione,

l’incoronazione di spine,

la croce

del Calvario,

le piaghe del Corpo di Gesù

appeso alla Croce:

storia dei peccati dell’universo

redenti da te, Sangue

dell’unico Figlio di Dio.

Anch’io, pecora talora mite e

spesso tentata e molte volte

lontana dall’ovile dell’Amore:

io, pure, spina conficcata

dentro di te.

Tu agnello di riscatto.

Tu torrente di perdono.

Tu Misericordia

radicata nella Carità.

Tu Fede suprema

generatrice di Speranza.

Tu Verità assoluta.

Tu Giustizia

che fecondi la Pace.

Tu Sapienza

inoculata nell’umiltà.

Tu fortezza inespugnabile.

Tu Pietà infinita.

Tu intelletto di creazione.

Tu scienza inoppugnabile.

Tu Timor di Dio fattosi Uomo.

Tu Temperanza addestrata

a resistere alla tentazione.

Tu unica porta d’ingresso al Cielo.

Tu onore dei santi.

Tu, imitato dai confessori della Fede.

Tu Verginità inconsunta.

Tu manna nel deserto dell’esodo.

Tu, le tue tracce io rinvengo,

oggi, nell’icona

del dolore che mutila il corpo

dei fratelli perseguitati

a causa di Cristo.

Tu dono ineffabile

venuto dal Cielo

in terra santa di Galilea:

accogli il grido di

grazie che dalle anime

riconoscenti si diparte

verso il tuo nascere,

il tuo vivere,

il tuo morire

e il tuo risorgere,

Pasqua della tua vita e della mia vita

e di ogni vita, degnati di aprire

i sigilli del Paradiso

a chi, soffrendo e amando,

cerca in te la Pace infinita

dell’eternità.

Oh Sangue del Divin Cristo,

mio amore e mia vita:

in te spero e in te confido.

 

Inno alla fede.

Virtù che,

discendendo

dall’Amore

del Padre,

ti sei

incarnata

in Gesù:

il Figlio

divino

della Vergine

Maria.

 

Tu,

essenza

costitutiva

dello Spirito

Creatore,

donata

a tutti

gli uomini

che,

domandando

e cercando,

ottengono,

attraverso

la preghiera,

di unire

il destino

della loro

identità

all’Essere

Supremo

che dimora

negli

spazi eterni

del Cielo.

 

Incontestabile

vento che,

alitando

sulla Speranza,

fai credere

come

visibili e

toccabili

le certezze

misteriose

dell’invisibile e

dell’intoccabile.

 

Luce

che inondi

di sapienza

illuminante

l’oscurità

delle mie tenebre.

 

Ostia

radiosa

che fai

brillare

il sole

dentro

agli anfratti

della paura

costruiti

dai turbamenti

dell’uomo

timoroso.

 

Forza

sovrumana

che tracci

il cammino

della

rettitudine

dentro alle

strade

tortuose

degli erranti.

 

Fuoco di

Amore

perdonante

che mostri

la faccia della

benevolenza e

della gratuità,

rimettendo i debiti

ai tuoi debitori.

 

Sacro vincolo

di Carità

che insegui

le orme

della

Misericordia

e le dirigi,

come balsamo

guaritore,

verso le ferite

sanguinanti

della sensibilità.

 

Scienza

che penetri

nella profondità

degli abissi

dell’intelletto.

 

Fortezza

della Giustizia

che sa generare

la Verità

nella casa,

senza muri,

della Pace.

 

La temperanza

e la prudenza

sono figlie del

nucleo

della

coscienza

che muove,

con finezza,

i passi

della tua

intelligenza.

 

Bene

sommo

e indefettibile

della buona

volontà

che trasforma

in

compassione

la durezza

dei

cuori

più

aridi.

 

Amica

fedele

che sai

rivolgere

verso

la scorza

solida

dell’eternità

le cose

caduche

che scaturiscono

dalle faccende

intrise

della vanità

della terra.

 

Degnati,

se vuoi,

di arricchire

sempre

la povertà

dei miei

limiti

e di

condurre

i miei

sentimenti

a lodare,

con costanza,

il Signore

Unico

dell’Universo.

 

Oh Fede,

gioia

imperitura

della mia

Vita,

educa

il mio

povero

cuore

ad

Amare.

 

 

La bontà di mia moglie mi parla del Cielo.

Il mattino inocula di luce la vita del mondo.

Un rito solenne che parla ai cuori attenti alla gioia.

Entro nella mia casa.

La dimora in cui la mia famiglia vive nella reciprocità degli affetti.

Incontro mia moglie.

Un saluto, un sorriso, un parlare fitto tra noi due: anime

e corpi sposati nel coniugio dei nostri esseri uniti.

La sua bontà rivela, a me, la finezza che alberga, con vigore, dentro

alla coscienza solida e saggia che fa  di lei una creatura gentile.

I miei occhi, specchio dell’osservare e del ragionare della mia

mente, contemplano l’intimo della sua Anima.

Resto a lungo nel silenzio.

La mia sensibilità trasmette un messaggio sacro al mio udito.

E’ la voce del Bene di lei che, soavemente, si accosta a me.

Capace di lasciarmi raggiungere, ricambio.

Una preghiera di lode si diparte dalla mia Fede.

Ringrazio Colui che muove le sorti della Terra e del Cielo: la sua

Provvidenza ha permesso che il mio Cuore si lasciasse permeare,

negli anni, dalla virtù della Bontà che mia moglie sa intridire

nel quotidiano della nostra vita.

I nostri angeli custodi, assenzienti, suggellano il patto santo di Amore

che unisce, ora, le nostre vite qui in Terra.

La mia fede loro risponde con la certezza che il nostro connubio,

purificato dopo la morte, imprimerà le sue orme nell’eternità

e risogerà nella nuova vita

che, misteriosamente, il Signore ci regalerà.

 

 

La rugiada dissolta mi parla di caducità.

Uno spiraglio intenso

di luce inonda

la stanza buia

dei miei pensieri.

 

Il mio io: assorto viene

scosso nelle

radici del suo pessimismo.

 

La mia sensibilità, orma

indelebile della creazione

è richiamata alla Vita.

 

Mi affaccio alla finestra

del mondo agreste.

 

L’alba incede svelta.

 

Le ultime ombre fugate

inseguono, liete,

le tenebre

che avanzano sul resto

del mondo

destinato alla quiete

della notte.

 

I miei occhi, avamposto

vigile

dell’ arte dell’osservare,

scrutano i fili teneri

dell’erba

che la primavera,

avanzando, ha fatto

spuntare

dalla crosta superficiale

dei terreni sabbiosi

della prima

golena: il giardino,

senza argini,

di proprietà del grande

fiume che

rende ubertosa

la pianura padana.

 

Le gocce della rugiada

iniziano a dissolversi.

 

Il tepore mattutino,

irradiato

con gratuità

dal grande astro

del Sole,

crea leggeri strati

di vapore che,

lentamente,

si staccano dall’erba:

annunziano

la stabilità del nuovo dì che

apre i battenti  delle sue porte

alla solidità della luce.

 

Medito.

 

Rinvengo la voce arcana

della saggezza.

 

La caducità della rugiada

mi parla delle cose temporali

della terra:

fenomeni in transizione

che passano e invitano a levare

il  mio capo

verso il Cielo.

 

Lì, la Forza invincibile

del Padre Creatore parla

alle anime più attente

di stabilità.

La sostanza misteriosa

delle cose del Cielo

risuona, con l’eco

dell’infinito

e dell’eterno,

dentro alla coscienza

profonda

della mia identità

di uomo vivente, oggi,

nel mondo terreno.

 

Capisco il linguaggio

del divino

e, umile, la mia anima

si inginocchia

a lodare Colui che,

misericordioso,

governa con bontà

la Vita del Cielo

e della Terra.

 

La preghiera

instaura il regno

della gioia

dentro alla mia

Fede che

Spera.

 

 

L’aurora  inonda di luce le terre padane.

Le tenebre della notte si dileguano.

Bagliori intensi di luce si infiltrano

tra gli strati più alti della volta celeste.

Ad oriente, la terra mostra il suo globo

al grande astro che, nascente, annuncia

la Speranza del dì eveniente alla Vita.

Epifania sacra, che, dal tempo immemore

della storia, infigge i cardini della propria tenda

sul pianeta abitato dalle creauture scaturite dalla

mano gratuita dell’Unico Signore del mondo.

Un rito santo che la Madre Terra e il Sole

non si stancano di celebrare dentro al luogo

incommensurabile dell’Universo infinito.

Il Tempo, espressione dell’eternità inventata

per favorire il computo dell’ evolversi della Vita,

manifesta i colori gioiosi dell’aurora alle Anime

più attente al succedersi incontrastato delle ore.

I miei occhi, specchio sensibile della mia interiorità,

si affacciano al balcone del nuovo giorno: salutano, con

devozione, le stratificazioni trasparenti della Luce

che incede, come auriga, davanti al cocchio alato del

grande Sole. Dai giardini dei casolari limitrofi, un profumo

intenso evapora dalle candide corolle bianche dei gigli:

imbuti di purezza ed orme del Cielo che richiamano le

menti ad elevarsi tra i pensieri che tentano di scrutare

l’essenza delle cose divine. Le terre lambite dal

grande fiume padano rilasciano, gradatamente, lo strato

acquoso della rugiada e si preparano ad accogliere i

passi svelti dei contadini addestrati al lungo sudore

dei travagli campestri. Le vigne ostendono al Sole i grappoli:

tanti acini in attesa di sintetizzare l’alchimia dello zucchero

che renderà gioia ai palati sensibili assisi al desco

dei pasti frugali. I pioppi cipressini, mossi dal vento

che lambisce le rive del fiume, sventolano, allegri,

le foglie tinte di verde maturo. Rami frondosi, abitati

dai passeri nelle ore notturne, raccontano storie

infinite intrise di Amore: il sentimento coriaceo che

il Cielo ha inoculato, dai promordi sacri della creazione,

nelle radici della linfa che nutre il dinamismo della Vita che

cresce. Le terre della golena innalzano inni di lode nell’ora

in cui il globo terracqueo assapora lo stupore della natura

visitata dalla lanterna dell’Astro grande che domina il Cielo.

Anche la mia identità, segno tangibile del potere indiscutibile

dell’unico Dio Creatore, si eleva verso i luoghi alti

abitati dalla Provvidenza che muove, con Amore gratuito,

le vicende del mio esistere in terra. La Fede mi chiama

a ringraziare la Luce: un colloquio confabulante di preci

fitte inonda di chiarore la virtù della Speranza che risiede

dentro al mio Cuore che Ama.

 

16 Dicembre 2016

Alcune nuove poesie di Nardino Benzi


Bagliori di tramonto a novembre

Foglie ingiallite, mosse dalla leggera brezza

del vespro, si staccano, stanche e umide,

dai rami dei platani.

I cachi, ormai maturi, ostendono, gratuiti, la loro

polpa arancione al becco affamato degli uccellini.

 

Nei giardini i petali variopinti dei crisantemi

sembrano confabulare sull’autunno inoltrato

con gli ultimi boccioli di rosa:

in attesa dei rigori del freddo invernale.

 

Le prime pallide ombre serotine

dichiarano la fine del giorno.

Strisce di luce rosata insinuano

i loro ultimi bagliori nel cielo

e attirano i miei occhi a contemplare il tramonto.

 

Alcuni strati di azzurro trasparente resistono di

fronte all’arrivo imminente della sera e

richiamano la mia Anima

a riflettere.

 

La mia sensibilità, emozionata, si lascia

Invadere dallo stupore: un senso

solenne di sacralità si accosta

al mio io ragionante.

 

Mi astraggo dal mondo circostante e medito.

Dentro di me domina, a lungo, il silenzio.

Poi, ritorno con i miei occhi ad ammirare.

 

L’intensità della commozione invita

la mia coscienza profonda a riconoscere nell’unico

Padre Creatore le sue radici di vita.

 

Dal mio respiro, principio vitale cosciente del mio esistere

che affonda la sua origine

nel Divino, si elevano sospiri parlanti di preghiera

all’Unico Dio che regge, con Bontà

infinita e misericordiosa,

le sorti del vivere di ogni creatura.

 

E’ Natale

Scende dall’altopiano,

in caldi abiti di panno, uno zampognaro.

Puro nelle sue intenzioni,

suona un canto ispirato al Natale.

Bussa alla porta di tanti

e porge una mano di alleanza e di pace.

L’atmosfera, gravida di gioia,

annuncia che sta nascendo il Redentore:

l’unico Figlio del Padre unico della creazione.

Egli porta sulla terra, insieme a miriadi di angeli,

l’annuncio della Pace Universale.

Molti cuori, addestrati alla guerra e alla lotta,

non capiscono.

Le loro molecole disumane sono impastate di durezza.

Soltanto i cuori più sensibili, i cuori più attenti,

le Anime buone che vivono al margine della politica

e le sensibilità più vigili

vengono attraversate dal richiamo potente a cambiare.

Anche il mio io profondo, espressione

nella sua essenza del Grande Essere Creatore

che ha instillato in me il soffio raro della vita,

viene attraversato nei suoi filamenti più sensibili

da questo annuncio.

Il mio orecchio, fine in udito,

si inchina a raccogliere una parola: “PACE”.

Allora la mia voce, pronta nel rispondere un “SI”,

intona un inno di lode al Cielo.

La realtà più perfetta che sovrasta la Terra

e la inonda quotidianamente di larga Provvidenza.

E’ Natale: il Bambino nato a Betlemme chiama a far Pace,

a promuovere la Pace.

 

Il Natale parla di Pace

Un suono di campane scorre potente

tra le colline e poi a valle.

Un inno gioioso serpeggia

tra le dimore.

E’ un messaggio di gioia, di luce e di pace.

Un richiamo potente che l’Universo

rovescia, inaspettatamente,

sul mondo della terra e delle acque.

E’ nato un Bambino: il Redentore.

File numerose di angeli si riuniscono

attorno alla culla e presentano una lunga

fila di domande.

Sono i desideri, vergati sulla carta,

dei loro protetti.

Il Bambino, quasi sepolto da libri,

diari, fogli e carte,

si inquieta sulle troppe richieste

di beni materiali

e le invia nell’archivio straripante

e polveroso dell’immemore,

là dove regna incontrastata

la dimenticanza.

Accetta, invece trionfante,

le missive che domandano un più di gioia ,

di altruismo, di solidarietà fraterna.

I suoi occhi, vigili e attenti,

si posano, gioiosi, solidi e fermi

sulla parola

PACE:

il nutrimento della concordia,

della tranquillità riposante

della serenità spirituale

e della bontà gratuita.

 

14 luglio 2017 - Quattro nuove poesie


Al vespro della sera la Pace scende sul mondo dell’Universo.

La sera scende lentamente e porta la voce, mite e sommessa,

del  vespro dentro alle faccende tribolate della Terra.

 

Il sole riversa nell’azzurro solido del Cielo gli ultimi bagliori rossi della sua corsa

diurna e le prime ombre si presentano, puntuali, a rendere lieti i

momenti che precedono l’arrivo dell’oscurità delle tenebre.

 

I bambini si attardano, ancora, nel gioco sull’aia di pietra:

il tepore serotino avvolge di candore il loro conversare in allegria.

 

I contadini, dopo la lunga giornata di  lavoro  duro  tra le zolle aride e rinsecchite

di questo settembre senza piogge, agognano, stanchi e infiacchiti, la quiete della sera eveniente.

 

Le anime più sensibili volgono, gioiose, i loro occhi verso l’empireo celeste e, devote,

danno voce alla preghiera che sgorga, solenne e sacra, dal profondo della loro intimità

consacrata a rendere lode al Dio Trino ed Unico che, dai primordi del tempo, regge

il destino di ogni uomo pellegrinante sulla crosta superficiale della madre Terra.

 

Il giorno declina e la luce lascia il suo potere nelle mani delle tenebre che,

silenziose, introducono l’oscurità su una parte dell’orbe delle terre e delle acque.

 

E’ ormai sera e dalle finestre dei casolari immersi nella pianura si scorgono

le prime luci. Il desco della tavola chiama i componenti della famiglia alla cena.

 

Il più anziano introduce, con il segno ampio della Croce, il rito che,  benedicendo

il cibo, invoca la Provvidenza di Dio soprattutto su coloro che in molte parti tribolate

dell’universo terrestre soffrono i tormenti fisici e interiori della fame.

 

E’ una orazione di carità che porta davanti al trono dell’Altissimo anche Il grazie

puro e trasparente di coloro che, soffrendo, hanno sperimentato, durante il giorno,

le ore lunghe della fatica del sudare e della pena affannante del travaglio lavorativo.

 

Il Cielo, sempre Buono e Misericordioso verso tutti i suoi Figli, accoglie con grande

benevolenza le preci che si innalzano, fitte e tenaci, dai camini fumanti delle molte

case sparse lungo le rive feraci del grande fiume padano.

 

La Pace, segno e simbolo della quiete interiore che la virtù della concordia sa donare,

effonde la sua voce di serenità spirituale dentro al Cuore di coloro

che, accondiscendendo ad essa, diventano persone operatrici di Pace.

 

Dai primordi della Creazione, Signore, tu mi inviti alla Pace.

Concepito, lo Spirito Santo infuse il Sacro alito dello pneuma

nel mio essere e nello scrigno della mia identità mi fu donato,

in assoluta gratuità, il bene sommo della Pace.

 

Con il Battesimo, diventai Cristiano e lo Spirito Santo cancellò

In me ogni ombra di fragilità ereditata dal lignaggio di Adamo:

il primo uomo che, disubbidiente, con Eva mangiò il frutto proibito

dell’albero della “conoscenza” e perse, per sempre, la Gioia

incontaminata dell’Eden. Macchiando tutta la  stirpe umana,

ed anche me, di Peccato originale.

 

Fui confermato nella tua Pace, Signore, attraverso

il Sacramento della Cresima: adolescente, allora, il mio intelletto

comprese  il ruolo basilare che la mia buona volontà,

espressione del mio libero arbitrio , poteva avere nel

creare e nel conservare la Pace dentro alla mia sensibilità.

 

Crebbi.

 

Diventai maturo e la mia mente divenne, attraverso

l’esperienza del positivo e del negativo, capace di discernere

il valore inestimabile del vivere in pace e del far vivere

in pace le persone a me prossime.

 

Ancora oggi, già anziano e ormai nell’ultimo tratto della

mia esistenza, sono Amico della serenità spirituale:

la tranquillità che, generata dentro alla mia Anima

dal mio essere unito con solidità alla virtù della Fede,

sa diffondere germi potenti di Pace nel quotidiano

del mio agire e del mio vivere.

 

In attesa della Pace ultima che, dopo l’affanno dell’ultimo respiro,

tu, Signore, mi concederai senza porre ad essa i limiti della finitezza.

 

Allora, tra la luminosità inebriante dell’azzurro che tinge

di chiarezza  l’intero arco della volta celeste, vedrò

il Volto di Te, mio Signore e mio Redentore, e la voce

del mio Spirito intonerà inni laudativi di Pace a Te, o Gesù

vero Dio e vero Uomo,e a Maria, tua Madre: la Vergine che,

pronunciando con umiltà il suo

“Fiat”,

guadagnò alla Terra l’Incarnazione della Vera Pace.

 

Il diritto  alla pace è benedetto dal Cielo.

Una pioggia di benedizioni irrora,

feconda come linfa che nutre e rigenera,

il globo terracqueo.

Una marea di acqua esonda con il suo calore che ama

sulla libertà e sulla volontà di scegliere.

Parlano al mio Cuore moltitudini di genti

allineate sulla circonferenza misteriosa del dolore.

Parole sussurrate e comunicate

dal loro io interiore alla mia Anima.

E le molecole aggregate dell’Universo trasmettono,

autentiche e fedeli, il messaggio ad altre Anime.

Libertà conculcate, coscienze represse, aspirazioni respinte e vessate.

Diritti naturali inalveati nell’Essere di Creazione:

disattesi, contestati, contrastati.

Dignità calpestate invocano giustizia

dalle radici maligne e malevolenti dell’oppressione.

Tante stille di sangue in un calice amaro:

pronte a risorgere.

Pellegrini sulla via dolorosa.

Un calvario di croci.

L’aurora della serenità è agognata, reclamata ed attesa.

Un’aura di pace è sognata, immaginata, desiderata, bramata.

Dalla Terra verso il Cielo una catena di preci:

fitte in preghiere.

Sono corpi e menti addolorati: chiedono spazio all’essere  capiti,

compresi, guardati, accettati ed amati.

Sono tanti Cuori, creati e generati, che in pellegrinaggio

ricercano un ideale, un Dio che, al di sopra della materia

e della terrosità della terra in travaglio, sia un’oasi di ristoro e di pace.

Quella pace che solleva, irrobustisce e dà speranza.

Sono madri e padri di figli dispersi in guerra, annientati dal baratro del male.

Sono mogli vedove che, nella solitudine, invocano

lo sguardo gioioso di una famiglia  ormai disfatta.

Sono figli che, morti, reclamano una sepoltura di rispetto e di affetto.

L’empireo della volta celeste, emozionatoil Bene.

Tante persone, allora, miti ed umili, lucide e pazienti,

passano ad un agire che lotta, opera, tenta di mediare e risolvere.

E, così, la Terra, ritornata alleata con le benedizioni

infisse nell’azzurro tinto e ritinto del Cielo,

con fatica e sudore raggiunge la PACE:

 

Il tramonto porta Pace alla mia Anima.

Raggi rossi attraversano l’azzurro trasparente del Cielo.

 

Il grande astro del Sole saluta la madre Terra e

volge il suo sguardo di ringraziamento a Colui che,

tutto sostenendo e tutto vigilando con intenso

Amore paterno, governa,

da secoli immemori, la sua traiettoria.

 

I bambini, lieti, si attardano negli ultimi giochi.

 

I contadini salutano con gioia la fine della dura fatica

nei campi ed inchinano, devoti, il capo per lodare

la Provvidenza misericordiosa del Creatore.

 

Dentro ai casolari, sparsi e immersi nel verde

folto della golena padana,si accendono le prime luci

della sera per il rito sacro della cena:

momento di incontro e di gaudio della vita famigliare,

dopo il sudore intenso della lunga giornata dedicata al lavoro.

 

Il profondo della mia coscienza interiore registra

emozioni di Pace e la mia Anima si effonde nelle laudi

del vespro che, quieto e mite, saluta il sole che

sta scomparendo e accoglie, con festa, il silenzio

che sta portando il dono supremo della

tranquillità e del riposo sui travagli transeunti dell’uomo.

 

La Pace irradia, attraverso le prime ombre della sera,

il suo messaggio di serenità spirituale dentro ai Cuori

più attenti alla virtù della Concordia.

 

22 novembre 2017: nuove poesie di Nardino Benzi

 

Due mani si incontrano davanti ad una Chiesa

Sono davanti alla soglia di una Chiesa,

Luogo ieratico nel quale il mio essere spirituale incontra,

quando può, il sacro che dimora,

stabile e irremovibile, nella volta alta del Cielo.

 

Un povero interpella il mio cuore.

E’ un’anima forestiera.

Le sue radici d’affetto sono lontane.

La nostalgia, la disoccupazione, il bisogno impellente di una casa,

la ricerca di una parola di conforto opprimono da tempo il suo io interiore.

 

La sua mano si allunga.

La mia, interpellata, non si ritira.

Molecole di carità,

virtù dell’audacia che chiede e virtù della benevolenza che accoglie,

si diffondono liete nell’aria.

 

L’angelo della solidarietà e della Pace, dal cielo, intona una lode di prece

per la Terra che ama.

 

È Natale: un forte richiamo alla Pace

Scende dall’altopiano,

in caldi abiti di panno,

uno zampognaro.

 

Puro nelle sue intenzioni,

suona un canto ispirato al Natale.

Bussa alla porta di tanti

e porge una mano di alleanza e di pace.

 

L’atmosfera, gravida di gioia,

annuncia che sta nascendo il Redentore:

l’unico Figlio del Padre Unico della creazione.

Egli porta sulla terra, insieme a miriadi di angeli,

l’annuncio della Pace Universale.

 

Molti cuori, addestrati

alla guerra e alla lotta,

non capiscono.

Le loro molecole

umane

sono impastate di durezza,

di violenza e di odio.

 

Soltanto i cuori più sensibili, i cuori più attenti,

le Anime buone che vivono al margine della politica

e le sensibilità più vigili

vengono attraversate dal richiamo

potente a cambiare.

 

Anche il mio io profondo, espressione

nella sua essenza del Grande Essere Creatore

che ha instillato in me il soffio raro della Vita,

viene attraversato nei suoi filamenti più sensibili

da questo annuncio.

 

Il mio orecchio, fine in udito,

si inchina a raccogliere una parola: “PACE”.

 

Allora la mia voce, pronta nel rispondere un “SI”,

intona un inno di lode al Cielo:

la realtà più perfetta che sovrasta la Terra

e la inonda quotidianamente di larga Provvidenza.

 

È Natale:

il Bambino nato a Betlemme

chiama a far Pace,

a promuovere la Pace.

 

Gli anni  di mia nonna

Tanti.

Pesanti: si addossano l’uno all’altro.

Il cumulo del patire e del gioire si compatta.

La memoria, archivio di note amiche del dolore che sa lacrimare

ed anche pregare e sperare, presenta la sua lista interminabile,

chiara, lucida e critica di date e di ricordi.

 

Allora, da lei, una Preghiera, virgulto di una forza interiore

legnosa, robusta e coriacea che non spegne il lucignolo fumigante

del verde della speranza, alza le vele del suo pellegrinaggio verso il Cielo.

 

Dopo un lungo navigare dentro al mare calmo dell’Amore, che mutua

la sua scaturigine dal Padre del Creato, ritorna sulla Terra

con una briciola di Azzurro che man mano si mescola ai colori

forti  dell’arcobaleno: ponte di viaggio sicuro per la Terra

che vuole passeggiare dentro al cielo.

 

Per incanto una collina di fiori, ridestati dal letargo dalla linfa che situa

la Primavera dentro al segmento temporale che congiunge l’equinozio

al solstizio, leva uno stendardo profumato di essenza di nardo puro.

 

Il balsamo della benevolenza e della fraternità inonda di pace rallegrante

il piccolo microcosmo che lei, persona, occupa, con i suoi tanti anni, dentro

all’alveare operoso degli uomini che travagliano, sudano e sacrificano

tra i meandri della crosta della terra.

 

Richiamata dalle cetre ieratiche che vibrano, concordi,

tra l’empireo dei pianeti, dei satelliti e degli astri,

si nutre, beve e si disseta alla sorgente che dà Spirito.

 

E le lacrime, ormai vecchie e sorpassate, si asciugano al Sole

della Fede sull’abito rinverdito della sua Vita.

 

I suoi anni procedono, quasi ringiovaniti, lungo la traiettoria

che troverà il cardine della sua tenda

dentro all’infinito senza anni dell’eternità.

 

Il mare in burrasca si placa

Una tempesta sferzante di onde:

esondanti sulla riviera sabbiosa.

Raffiche insistenti, devastanti:

un vento che urla.

Nuvolaglia annerita.

Il carbone dilania,

di nero,

l’azzurro distrutto del Cielo.

Minuti quasi interminabili e fitti,

in secondi troppo lunghi,

di sabbia volante spruzzata.

Violenza irruente.

Il mare,

folle,

rigetta il dominio plasmante dell’uomo che,

povero,

pesca.

Molte mani si congiungono.

Strette e ansimanti:

nella paura.

L’Eterno capisce e allunga,

misericordioso,

uno spiraglio di sole.

Arriva la quiete.

I sussulti della Terra

cedono:

generosi.

Pennellate di sorriso

si specchiano

tra le nuvole.

L’occhio iridato della Pace

sorveglia.

 

“ La solidarietà”

 

Creata

e donata a tutti.

Si inocula

in ogni Cuore

fin dal concepimento.

Batte e ri-batte

e si allinea al Tempo della Vita.

Ogni giorno bussa,

con discrezione,

alla porta della nostra sensibilità.

E’ rispettosa;

non si impone;

è sapiente,

perché figlia del “libero arbitrio”.

Si accosta alla nostra volontà,

e, paziente, attende una risposta.

Beata quella persona

che inchina il suo udito

per decifrare

i suoi messaggi di “BENE”.

E si attiva ad “amare in gratuità”.

Le orme dei suoi piedi

si imprimeranno sul suolo del “CIELO”.

 

Mia nonna prega con me per suo figlio disperso

L’aria, visitata dal caldo opprimente e umido dell’estate inoltrata,

è ora adombrata dall’imbrunire incipiente del vespro serale.

E’ l’ora in cui le menti chiamate a pregare visitano, attraverso

l’essenza costitutiva del loro essere unito

al divino, gli strati più alti

e in salita della Volta del Cielo.

Il sole, riposa.

Una anziana signora, vedova e carica di anni,

apre i battenti cigolanti della porta della sua dimora agreste.

I suoi occhi sono neri e parlano con il loro colore denso e pesante di molti

dolori accolti, portati, vissuti e accettati con un lungo bastone di fede.

Scorgo in mia nonna un dolore insistente: uno dei suoi figli,

da molto tempo, è lontano dal suo cuore grande

palpitante di amare e sudate lacrime.

Disperso: in guerra.

Partito, coraggioso ed anche rassegnato per il fronte.

Non fece più ritorno al desco della sua grande famiglia rurale.

Poi, più avanti nel tempo, ricerche affannose nutrite

dalla speranza di rinvenire il suo corpo ormai privato

dello pneuma del sacro respiro.

Una comunicazione telegrafica, di ristretto cordoglio,

le annunciò che la salma era, forse, sotto le nevi

ghiacciate della sconfinata e lontana terra di Russia.

Un dolore ancor più fitto e impregnato di forte densità

obnubilò nello scrigno della sua Fede il vessillo

verde della sua speranza infiacchita e

privata del suo vigore vitale e vitalizzante.

Un dardo mortifero, una lancia sagittata, uno scroscio di sofferenza,

una nube color nero pece, una saetta accecante, un piccolo

nubifragio carico di disperazione, un fragoroso tuono ri- annunziante

la fine di una tenera vita incamminata verso il salir dell’età matura:

l’  “omega: fine conclusiva e immutabilmente definitiva”

di un “incipit iniziato nel suo grembo viscerale caratterizzato

da un saluto alleluiatico verso il dischiudersi di una nuova vita”.

Nemmeno la consolazione di una tomba davanti alla quale sostare.

a lungo, in misterioso e mistico silenzio di silente e parlante orazione.

La sua coscienza profondamente femminile e spiritualmente

orientata verso le realtà sublimi del Celeste Cielo: rigata

da una piaga sanguinante di color rosso vivo.

La sua sensibilità di donna, diventata madre per libera scelta

dentro allo scrigno di un coniugio benedetto dal Signore della Vita:

adesso, devastata per sempre da un lutto pensato, ma scongiurato

attraverso preghiere e implorazioni e suppliche intense.

Ma lei, mia nonna lentamente dispiegò le sue forze di Spirito

ed elaborò il suo tormento angosciante.

La sua pedagogia: affaccendata tra le mura domestiche,

si ritagliava piccoli spazi di tempo.

Si ritirava dall’accavallarsi un po’ frenetico delle molte e continuative

e insistenti e mutanti esigenze della vita famigliare.

Amava approntarsi una sedia impagliata  e seduta agevolava il suo io

pensante e ricordante: si  ancorava con lunghe litanie creative presso il Cuore di Colui che,

fattosi Verbo divino in Carne Umana e poi tradito, aveva scelto

e accettato, con Umiltà, di realizzare in pienezza

la Volontà del Padre Suo e salire, come agnello afono, sul legno verde della Gran Croce.

Lì addossandosi, attraverso le sue sante piaghe, i peccati dell’intero

Universo e lì fondando, attraverso la Vergine sua Madre affidata all’Apostolo prediletto,

la Sua Chiesa: “ecclesia”, una comunità di persone create e

generate per testimoniare la superiorità invincibile e indefettibile

delle Forze del Bene sulle tentazioni del Maligno, il principe

della falsità che dall’immemore dei tempi vorrebbe insidiare la

purezza trasparente, di virgineo e intramontabile niveo candor

di Maria, la Beata Madre di tutte le genti affratellate dalla Pace

in un unico popolo in cammino fraterno e solidale verso la patria ultima, ma prima, e

in attesa del mistero insondabile della Resurrezione.

Ancora oggi, ormai piegata sulle sue spalle curve e ricurve dagli anni,

la mente di  mia nonna  pondera, medita, riflette e si introspeziona.

Alleati, ci spostiamo.

Ci dirigiamo verso un piccolo sacello, costruito in mattoni rudi e screpolati

nelle loro facce rossastre e stinte dal tempo

Ci sediamo.

Poi, lei, più allenata di me nel recitare la preghiera lunga del rosario,

inizia a pregare: e, insieme, preghiamo.

Poi, forti e fortificati, riprendiamo il cammino del ritorno.

Camminiamo, un po’ più dritti e spediti e  verso

la meta della nostra casa, qui in terra.

Rinvigoriti da una certa forza interiore, ringraziamo Colui che,

sempre forte, la dispensa, la spedisce, la distribuisce e

la recapita come un dono che luccica di gratuità.


31 ottobre 2018

Alcune nuove poesie di Nardino Benzi

 

Arriva l’autunno

E’ una mattina di Settembre avanzato.

Il grande astro del Sole fatica a sconfiggere la nebbia che, umida,

avvolge e fascia di grigiore il paesaggio circostante.

 

Gli alberi iniziano a rilasciare le prime foglie che, secche e leggere,

si lasciano trasportare, dai fruscii dell’aria, lungo i fossi che, ancora rigogliosi,

mostrano ai passanti il folto della loro erba verde.

 

La luce solare, lentamente ma con la forza della costanza, si

infiltra dentro alla nebbiosità e, lottando, riesce a fugarla.

 

Davanti ai miei occhi si presenta l’intensa luminosità del sole che, gratuito,

inizia ad irradiare il suo tepore sugli strati superficiali della Terra.

 

Il mio sguardo si affina nell’osservare e, ammirando, invia alla mia

sensibilità fitte emozioni di stupore.

 

Un gruppo consistente di rondini, appollaiate sui fili, si rimette in volo:

tragitto obbligato verso paesi più caldi.

 

Le pannocchie del granoturco, cariche di chicchi gialli,

attendono, quasi spazientite, di essere raccolte.

 

Lungo i filari delle viti, i grappoli dell’uva ostendono, in mezzo

all’intrico delle foglie striate di verderame, i loro acini gonfi di succo.

Si avvicina il tempo festoso della vendemmia: gioia per i contadini

nel raccogliere il frutto del loro lungo sudare.

 

Dal frutteto propinquo, i cachi rotondeggianti mostrano leggere

striature  color giallo e arancione che parlano manifestamente

della loro polpa che si avvia a maturare. Accanto, il colore verde scuro

delle foglie viene posto in evidenza dai giochi di luce che i raggi solari

intrecciano in mezzo ai rami ridondanti di frutti.

 

Nei giardini, adiacenti, spiccano i fiori rossi degli ultimi gladioli che,

come piccole campane ad imbuto, sembrano mandare un messaggio

di accoglienza vivace all’occhio dei passanti.

 

Ormai l’estate, ultimata, cede il passo all’autunno che, incipiente, si annuncia

come stagione privilegiata nel raccogliere i frutti prodotti dalla terra.

 

La mia mente si sofferma a considerare l’evolversi delle stagioni dentro

alle vicende della natura e degli uomini e, limitata, arresta i propri

ragionamenti davanti al mistero indecifrabile del tempo.

 

Dal profondo del mio Cuore si eleva, spontanea, una preghiera

di lode verso Dio: l’ Onnipotente che regge con

impareggiabile sapienza lo scorrere delle ore dentro

all’infinito dell’eternità.

 

Il sabato che antecede il dì di festa

Il tramonto saluta la terra con bagliori di rosso:

la luce ultima del giorno inonda l’azzurro tenue

del cielo che attende, mansueto, l’incedere futuro

del grigio delle prime ombre serotine.

Il sole si appresta a roteare il fuoco sacro

della sua essenza verso gli altri popoli della terra

in attesa del grande astro.

 

E’ sabato.

 

La natura si appresta a vestire l’abito puro

della festa che, nel domani, porterà al mondo

il messaggio della Resurrezione.

 

Tra le campagne sparse, i casolari rinserrano

la gioia che allieta i corpi stanchi per il tanto

lavoro trascorso nel sudore del lavorare e del faticare.

.

La quiete annuncia il suo messaggio di riposo.

 

I miei occhi innestano la loro iride verso

le cose misteriose della mia anima che aspira

a pregare.

 

La mia sensibilità di uomo custodito dal Padre

dei cieli innalza, nel vespro, un grazie

di riconoscenza a Colui che, muovendo le sorti del mondo,

dona la gratuità della sua provvidenza a tutto il Creato.

 

Il mio essere accosta l’afflato della sua Voce

verso i misteri del divino.

 

La gioia inizia ad occupare, con leggerezza,

i tanti rivoli dei meandri che si rincorrono

dentro al reticolo ampio della mia Fede.

 

La sera sta calando.

 

Le ultime voci dei bambini festanti, sull’aia

occupata dal grano mietuto, parlano di allegria alle ore

future che annunceranno l’oscurità della notte

alla terra già in procinto di dormire.

 

Ormai i cuori più attenti si rivolgono

al giorno che verrà. Domani.

 

Sarà il dì della domenica ad annunziare al mondo,

attraverso il suono dolce delle campane in festa,

il bene tanto sospirato della Pace.

 

La Pasqua, passaggio verso la Vita senza fine,

annuncerà al mondo la resurrezione dell’unico

Figlio che il Padre, primo essere di Provvidenza

Misericordiosa ha inviato sulla crosta solida

della Terra per affiancare la solidità robusta del Verbo

incarnato alle vicende dolorose che la Vita

,qui in Terra, rinserra nello scrigno del suo esistere,

del suo vivere e del suo morire.

 

Ormai l’oscurità avvolge, con le tenebre della notte,

il Mondo.

 

Il vento, folata dell’aria che vola e sovrasta

sulla mente limitata delle creature,

porta l’annuncio dell’apparire in Cielo

del piccolo astro notturno della luna.

 

Anche le stelle, nell’intermittenza della loro luce,

splendono alte sulle vicissitudini  intricate del quotidiano.

 

Il Cielo sai appresta a salutare, tra poche ore,

l’astro nascente della Speranza.

 

E’ Gesù risorto dalla tomba che invita ogni anima,

di Domenica, a proclamare la vittoria della vita

dentro all’eternità infinita dei pascoli verdi antistanti

l’ovile unico gestito  da Cristo Risorto

per tutti i figli innestati nella storia sempiterna

del vivere e del morire

per risorgere.

 

Il viso di mia moglie in una giornata di giugno

Si presenta,

dolce e predisposto alla benevolenza del capire,

il volto di mia moglie: maturato nel vivere

l’esperienza del positivo della vita.

 

I miei occhi, segno del mio guardare che sa percepire e

dare un nome alle sensazioni che abitano nel mio Io interiore,

scrutano  lei.

 

Sosto per alcuni momenti, brevi ma intensi nella lunghezza

dell’ammirare e del sentire, sui lineamenti reconditi della sua Anima.

 

Lì vi scorgo la bontà, quella capacità che trae

le sue radici dal Bene e, nutrita da esso,

con esso si allea, si rafforza e si spende nell’agire.

 

Ritorno, per un incanto, quasi misterioso, di osmosi,

dentro al recondito che custodisce l’essenza

della mia identità. Vi trovo, gioioso, anch’io la bontà: la mia bontà.

 

La mia sensibilità di comprendere, di intuire e di capire si rallegra.

 

Una piccola preghiera di lode si innalza dal mio

essere uomo, creato, verso il Cielo. E’ lì che la virtù della bontà,

dono incommensurabile nel suo estendersi, trova la sua sede:

il punto di origine della sua sorgente.

 

Quella di mia moglie, quella mia propria,

e quella dei viventi nell’Universo del creato

sono piccoli boccioli profumati

che parlano, con tono sommesso e lieve,

a somiglianza di quella che regge,

forte e invincibile, la volta  infinita

e misteriosa di tutto il Cielo.

 

La Cultura: un’arte che proviene dal Cielo

Un sapere nell’Essere, nell’io e nel fare.

Un dono calato dalla Scienza e dalla Sapienza del Creatore nell’identità di ogni persona.

Orientato nella sua struttura verso l’Assoluto.

Un’elargizione dello Spirito che, alitando, si propone alle menti.

Portando il vento della fertilità nel Mondo; attenua la sterilità e il deserto della nube offuscante della “non conoscenza”.

Dolce rugiada e pioggia benefica sull’aridità secca, screpolata a ragnatura, della terra indurita dalla superbia e dal vizio del rigore poco amico della moderazione e dell’umiltà che, benevolente, sparge  il balsamo della pazienza e della mitezza intrisa di umanità.

Un battito d’ali aperte che sollecitano il libero arbitrio della volontà dell’uomo che, scegliendo, legge, analizza, studia, riflette, discerne e si introspeziona, si aggiorna e si coltiva.

Un’erudizione fatta di conoscenze che, sagge, si allineano sulla retta delle competenze e diventano mansioni, professione, mestiere, lavoro: ARTE.

L’essere colto, corroborato dall’agire prudente, temperato dalla benevolenza, dall’umanità della mitezza, dalla solidarietà e dalla realtà della verità, si trasforma in capacità di Amare.

Amato, sa diffondere i raggi luminosi e operanti del suo Amare.

Il suo linguaggio corretto e preciso diventa significante e significativo di scienza e di quella saggezza sapiente che travalica i limiti di ogni religione.

Richiama a superare il moralismo che perde di vista il nucleo dinamico, elastico e vitale che abita nell’essenza di quella  morale che sa  superare i valori antitetici del Bene e del Male.

Stimato e autostimato nell’Amore che sa irradiare con fraternità e  bontà, l’Essere della Cultura viene amato, valorizzato e invocato.

E così, la Cultura si incarna nel mondo della bellezza e rende trasparente la sua scaturigine:

il Padre che risiede nell’Infinito della Pace, nella quale il turbamento e l’affaticamento trovano la solennità imperturbabile della quiete.

Dispensata come grazia e virtù dal Cielo.

Essa stessa è un filamento corposo calato dall’ Onniscienza dell’Azzurro che ci sovrasta, e accolto dalla Terra fatta di gioia, di fede ed anche di speranza e di carità; e, molto spesso, anche di tanti sassi d’inciampo e di rovi spinosi irti di sofferenza e di anguste ristrettezze.

Coltivata da chi sceglie di pensare, analizzare, scavare,

consolidata da chi la esercita ,

ponderata da chi si addentra nei meandri della meditazione e dell’ascesi,

spesa da chi la possiede,

donata da chi sa regalarla,

la Cultura si trasforma in Amore che si ostende, si affaccia, si propone, si diffonde e, spesso, dilaga

dal Cielo alla Terra come un bocciolo di primula azzurrata.

Dalla Terra al Cielo come viola multicolore, variegata , di velluto, e profumata nei suoi pensieri .

E come margherita umile, discreta e riservata che si lascia vedere, guardare, osservare e contemplare.

E ri-approdata alle coste frastagliate di Speranza nell’Empireo profumato di lavanda dei Campi Elisi dell’Eternità, la Cultura si siede accanto a quell’Intelletto Unico che non ha confini, non fa differenze, amalgama i popoli, visita con misericordia paralleli e meridiani, li intride di pace in latitudine e, largo in quell’Amore insuperabile che non fa differenze, benedice ogni giorno il mondo assetato del Sapere.

 

Due genitori parlano ad un figlio

Un desco preparato per la cena.

Sintesi di un giorno faticoso che termina.

 

Il sudore dell’ansia permea il volto di un figlio:

seduto tra il padre e la madre.

 

Un pianto prorompe impetuoso

dalla sua sensibilità scossa e impaurita.

Un gorgoglio di emozioni trattenute

divampa all’esterno.

 

Una catarsi verso la liberazione interiore.

Paure espulse, cacciate attraverso parole

di sfogo che espellono

l’affanno, l’apprensione e l’angoscia.

 

Con solidità amante, segno di maturità che sa

esprimere comprensione e  capire nel  profondo,

i suoi genitori diventano parola infittita di

affetto che condivide, sgrava e solleva.

 

Una corrente di empatia risanante

trasmessa a quel figlio.

Ricevuta, elaborata, discesa

come farmaco che dà guarigione.

 

Tre cuori, uniti , tre esseri che nella reciprocità

fraterna si scambiano il soffio vitale della solidarietà.

 

Un vessillo di speranza

innalzato, con carità e misericordia,

come orma solida dell’Amare con gratuità.

 

Nettare, ambrosia, cibo, bevanda, profumo di Cielo

che, benigno e benevolente, si allea con la Terra

e le dà pace e l’acquieta.

 

Una famiglia compatta e compattata

dall’Amore, che sana e ridesta vita.