Tu sei qui:Poesia e Narrativa>>Luigi Palladini

Luigi Palladini
Dimensioni carattere:

Note biografiche

Luigi Palladini è nato a Virgoletta di Villafranca Lunigiana (MS), nella “Casa del Piano”, nel dicembre 1937. Laureato in architettura al Politecnico di Milano, vive fin dalla giovinezza a Brescia, dove esercita la sua professione e dove ha a lungo insegnato in istituti tecnici, senza mai distaccarsi dalla sua Lunigiana, che costituisce il punto di riferimento della sua vita. Felicemente sposato con Umbertina, ha tre figli maschi e tre amatissimi nipotini.
Negli anni Sessanta inizia a scrivere in lingua e in vernacolo sollecitato dalla nostalgia per la sua terra natale e dal ricordo delle tante recite di farse, commedie e poesie fatte fin dall’età infantile, e sempre coltivate. Le sue poesie, sia in italiano che nel dialetto lunigianese, sono state premiate in numerosi concorsi letterari e sono state inserite in importanti antologie. Nel 2005 ha pubblicato “Modulate armonie”, per Ibiskos Editrice Risolo, una raccolta poetica di un centinaio di composizioni, per lo più dedicate al tema dell’amore. Nel cassetto conserva ancora un numero imponente di poesie in attesa di pubblicazione.
Nel 2011 ha dato alle stampe, per Marco Serra Tarantola Editore, il libro Luigin dal Lanternin, che raccoglie in 12 capitoli i suoi ricordi della vita in Lunigiana. Opera ch’egli ritiene non conclusa, perché ha ancora molto da raccontare. 

Note critiche

“… Luigi Palladini ripercorre la sua vita fin dal momento della nascita, quasi guardandola dall’esterno, come se fosse riflessa in uno specchio e lui potesse osservarla in modo distaccato, mentre i sentimenti che hanno animato la sua infanzia sono così vividi che sembrano ancora presenti e attualizzati.
Il protagonista, dunque, è un “Luigino”, o meglio “Luigin” nella parlata locale, sempre bambino, che vive consapevolmente, ma anche con una precoce maturità, i suoi tempi. Intorno a lui si muove la famiglia, il parentado e tutto il paese, poi, più lontano, si muove il mondo e la guerra che incombe minacciosa a mettere a repentaglio tante esistenze innocenti. Il bambino agisce in questa realtà defilata dal traffico inarrestabile del mondo moderno, cresce con gli altri bambini, seppure con una caratteristica peculiare: guarda intorno, osserva gli adulti, valuta le situazioni e ferma nella memoria gli episodi salienti di ciò che lo circonda. Da qui il ricordo che dà ragione di questo libro, interessante ed istruttivo, soprattutto testimonianza concreta di un passato ancora abbastanza recente da essere sentito da tutti, ma lontano e spesso volutamente dimenticato.
Emerge con vivacità e realismo un borgo, anzi, tanti borghi limitrofi, gravitanti intorno al più grande, Villafranca Lunigiana, che sono Virgoletta, in particolare, ma anche Bagnone e altre piccole frazioni sparse nella campagna. Le strade che vi conducono, le vie acciottolate dei paesi, le costruzioni, sono attentamente descritte con dovizia di particolari anche tecnici, che denotano una conoscenza approfondita della materia e l’influenza della professione esercitata con passione dall’autore architetto. Queste notizie particolareggiate non sono assolutamente stancanti, anzi inducono alla curiosità il lettore, perché ci si rende conto dell’abilità costruttiva degli antichi artigiani che, privi di mezzi atti ad alleggerire la fatica, edificavano case e palazzi su terreni impervi e con materiali pesantissimi.
… questo è un lungo racconto, ma in realtà sono tanti racconti separati, come tanti tasselli di un puzzle da comporre; ognuno di questi tasselli si sofferma su un particolare della vita del protagonista, un po’ come avviene per romanzi famosi, per esempio La coscienza di Zeno di Italo Svevo, che ripercorre la propria esistenza per tematiche. Anche Palladini sceglie alcuni temi e li sviluppa con le caratteristiche sopra indicate, andando dalla venuta al mondo alla primissima infanzia, dal trasferimento di domicilio all’asilo e alla scuola, dall’esperienza del chierichetto alle serate di veglia dal nonno. Sono tutti episodi che si possono leggere isolati, ma mettendoli insieme si ha un racconto omogeneo, sostanziato di notizie, usi e costumi, ricordi e valori morali, che sono rimasti presenti, e vivi in lui durante tutto l’arco della sua esistenza. Ed ora vengono fermati in un libro destinato alle generazioni future, non solo ai suoi figli e nipoti, ma a tutti coloro che vogliono conoscere il passato, in particolare il passato lunigianese. Sì, perché, a ben vedere, la vera protagonista di questa lunga ed articolata storia, è la terra di Lunigiana, di cui Luigi Palladini sente di essere un figlio che non se ne vuole staccare.”

Dalla Prefazione a Luigin dal Lanternin di Rina Gambini

 

Letture

Mamma, dove sei…

Mamma,
dove sei,
non senti
l’invocazione
del tuo bimbo
che ti chiama
col pensiero,
incapace
di proferir
parola,
l’ugola
dal panico
bloccata?
Mamma, non senti
i suoi segreti
richiami
gli impulsi
del cuore,
la telepatia
sanguinea,
l’ondata
dei sentimenti
e la tensione
dei fili
dell’amore?

 

L’autore ha inserito questa lirica in un lungo racconto che ripercorre il vissuto infantile in un borgo della Lunigiana. Astraendola dal contesto, la poesia suona come un’invocazione d’aiuto lanciata alla madre da un piccino, che confida nell’amore che, anche a distanza, lo lega a lei. Un sentimento insostituibile e incolmabile si profila nella composizione, cosicché anche lo stile spezzato, le parole isolate dei versi, diventano strumenti espressivi di esso.
Da Antologia Via Francigena 2010  a cura di Rina Gambini

Luigin dal Lanternin

Luigin zic fiolin
‘ndò a vèt col lanternin
a zercar’ ancor’ afèt
par rempir senpar pù ‘lpèt

‘Nlumna lumin la stradina
vèrgva ‘l pass chi fag prima
a rivar a la caseta
che dlà vejha l’è la meta

Non far onbria ma jharòr
ch’sì che i batiti dal cor
i nal metn’ an tal tremor
che pra ‘n fiol jhè un dolor

Luigin dal lanternin
‘n po’ at’ ze propri birichin
che la suoria la t’an fibià
‘n sovarnom chi ‘t và spacà

‘D mal daver an tan fè
i spaventi tià sofri te
e l’è ben che sa stribòla
‘s gòda d’n’arcont o’ d’na fòla

Va fiolin ‘n tà stracàr
col to mod a ‘t po’ nsegnar
ca star’ ansima l’è ‘nparar
pu che a scola a amar.


 Luigino dal Lanternino

Luigino piccolo bambino
dove vai col lanternino
a cercare ancora affetto
per riempire sempre più il petto

Illumina lumino la stradina
aprigli il passo che faccia prima
ad arrivare alla casetta
che della veglia è la meta

Non fare ombre ma chiarore
così che i battiti del cuore
non lo mettano nel tremore
che per un bimbo è dolore

Luigino dal lanternino
un po’ sei proprio birichino
tanto che le suore ti hanno affibbiato
un soprannome che ti va spaccato

Di male davvero non ne fai
gli spaventi li soffri tu
ed è bene che se si tribola
si goda di un racconto o di una favola

Va bambino non ti stancare
con il tuo modo di fare puoi insegnare
che stare insieme in veglia è imparare
più che a scuola ad amare.

 

Il dialetto della Lunigiana, tutta la Lunigiana del passato, sono nella storia di questo bambino, l’autore stesso, che affronta, alla tenue luce del “lanternin”, il buio della sera per recarsi, attraversando le viuzze oscure del borgo, alla “veglia” nella casa dei nonni, per ascoltare le storie che si raccontano, e che costituiranno il substrato della sua personalità di adulto. Nel libro dell’autore c’è lo spaccato della terra della Luna del periodo prebellico e bellico, che la poesia condensa in armoniose note d’ambiente.
Da  Antologia Città di Pontremoli 2012 – commento di Rina Gambini

 

Vespero primaverile

La luce vespertina vivifica
le pietre chiare patinate
d’antichi uffizi e dimore
e di piane frustate dal correre
di giostre tragiche seppur gioconde
ricordi lontani di voci vivaci
richiami d’altane in vedetta
torri di matti e d’ore splendenti
di logge e loggette in aereo slancio
su vuoti arditi di volte ed archi
de’ mastri e de’ picchi ancorati
a formare le trasmesse memorie.
Il volo di rondini repentine
guizzanti fra gronde e lampioni
o attorno al nobile segnale
nel garrulo serale commiato
al cuore di Brescia bella e forte
fiera propugnatrice di libertà
e d’amore all’oprar quotidiano
e l’aere primaverile che lambisce
le cose e il volto dei pochi
carezzevole fresca nello spazio
fin’ all’infinito cielo turchino:
son magici tempratori dell’anima.

 

Il poeta rivolge un omaggio alla città che lo ospita da molti anni e costituisce per lui un punto di riferimento sicuro: le testimonianze storiche che arricchiscono Brescia si susseguono nei versi con particolare interesse, come si deve alla professione di architetto dell’autore, per le edificazioni medievali. Il resto è poesia: lo sono le rondini che saettano nel cielo, il vento leggero della primavera, l’affettuosa emozione che aleggia in tutta la composizione.
Da Antologia Via Francigena 2012  a cura di Rina Gambini


Memorie

Le fronde cangianti e tremule
nell’ampia distesa verde
aliti di carezzevole venticello
lambiscono il lettino (1) ove steso
rammento lontane memorie.
Rivedo deliziosa mia madre
nell’orto a cogliere i frutti
con gesti attenti sacrali
e mio padre assostato nell’aia (2)
ne’ pensieri progettanti il futuro.
Lo “strabello” adornato di frutti
di cachi di peri e noccioli
amico dei giochi di bimbi (3) 
recante nell’acque allor chiare
della Visègiola sfociante al Bagnone.
La gente che va verso i campi
appoggiata alla spalla la zappa
voci liete d’intenso calore
rievocanti nell’intercalare quieto
tempi scorsi e fatti del dì.
Processioni di mezzodì e di sera
ai dodici rintocchi e all’Ave Maria
rituale attingimento alle fonti (4)
scambio di corali saluti
riunione armoniosa al desco familiare.
La vita serenamente trascorsa
ne’ lavori stagionali dei campi
dal canto del gallo mattutino
al lento calar del sole
fra i profumi agresti e il timor di Dio.

Lettino - sdraio da esterno 
Della casa alla Fontana
I miei fratelli, soprattutto Beppe, con me
(4) Le tre fontane, di due o tre “vene” d’acqua, dette del “La Fontana”.
Scritta sulla terrazza di casa, nella quiete agreste dell'ora vespertina.


Pà e mà

Limpide
gocce
battenti
hanno
scolpito
l’impronta
di vita.
Or
le gocce
sono
luce
che 
illumina
quella
impronta.

( Ai miei genitori, con amore: pensiero scritto nei dì intorno alla festa dei morti).


Ti ricordi Papà

Ti ricordi papà
quando nei dì d’estate
coi tuoi lavoranti
scorzavamo i pioppi
ormai distesi nel campo
abbattuti con gran fruscìo di fronde
pei tagli fondi della scure.
Ti ricordi papà
al tramontar del sole
quant’era bello
sederci sull’erba
appoggiati al grande albero
per consumar felici
la meritata cena.
Ti ricordi papà
sotto la luna piena,
guardiani il fuoco e il cane,
quant’ero a Te vicino
per dormire la notte
coll’esili mie braccia
abbracciate alle tue possenti.
Ti ricordi papà
la contentezza in cuore
nel riportarci a casa
gli uomini e i giumenti
per riveder gli altri tuoi figli
e la mamma mia adorata.
Ti ricordi papà
congiunta la famiglia
la gioia della festa
e il tintinnio dei tondi
e il gran brusio di voci
del tavolo eri al capo
la mamma e tutti noi intorno.
Ti ricordi papà
il bene che t’ho voluto
e il bene che ti voglio
e le carezze tenere
nei giorni della vita
l’immagine tua dolce
dal giorno della morte.
Ti ricordi papà...
Ricordami papà.

 

La casetta della fontana

... Non c’è voluto molto per decidere; credevano che la casetta fosse ancora abitata; pareva loro un miracolo. È bastato un veloce sopralluogo per constatare i lavori più urgenti da realizzare, la stretta di mano con il pronunciamento della somma pattuita e poi, per la regolarità di allora, due righe di contratto sulla carta bollata firmata dagli interessati con l’alta testimonianza del reverendo parroco.
... Il papà s’impegna con due suoi lavoranti a sistemare il tetto... In pochi giorni il papà lo rimette quasi a nuovo... poi, ha tolto l’intonato che si stava staccando dalle pareti ed ha sigillato le giunture delle pietre; ha sistemato e riquadrato le aperture esterne, fissando e riverniciando sia le inferiate sia tutti gli infissi di finestre e porte, e poi, facendo la soluzione con il grassello di calce ed aggiungendo un pizzico di polvere di terra di Siena, ha tinteggiato nell’unica tonalità tutte le pareti esterne. A vederla, la casetta lunga stretta e bassa, con tante finestre e porte nei due lati lunghi, così ben colorata e protetta dalle grondaie, sembra quella di muratura dei tre piccoli porcellini che sono aggrediti dal lupo cattivo e, come per loro, anche per la mamma ed i cinque figlioli pare la casetta delle fiabe, un luogo sicuro dove può essere celebrata l’unione familiare, l’intimità degli affetti più naturali e profondi, la crescita morale e fisica dei figlioli, la collaborazione e la solidità della più nobile ed importante cellula della formazione e della maturazione degli individui...