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Maria Grazia Ferraris
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Note biografiche

M. Grazia Ferraris ha insegnato per oltre trent’anni Letteratura italiana e storia nelle scuole Medie Superiori di Varese e Gavirate.

Si occupa di critica letteraria ed in particolare studia il contributo della scrittura femminile del Novecento. Ha pubblicato articoli su Mura, Laura Pariani, Enrica Gnemmi, oltre che su G. Morselli e sui futuristi A. Soffici e B. Corra. Ha studiato l’opera di G. Rodari giornalista, scrittore e poeta sia per motivi didattici, sia come critico letterario, intervenendo con più articoli nel volume Ricordar Rodari, curato dagli Amici di Fignano, ed. Macchione, 06 e con il saggio G. Rodari, un fantastico uomo di lago, 2010.

Collabora dal 2002 con il circolo culturale Godot di Gavirate presso il quale tiene conferenze sulla letteratura del Novecento, con l’Associazione Dante Alighieri e AUSER di Varese, con le Biblioteche e l’Università della Terza età della provincia.

Ha pubblicato sulle riviste del territorio varesino: Tracce, Confini, Terra e Gente, Verbanus, Menta e Rosmarino, per cui ha curato nel 2009 l’antologica "Omaggio al nostro territorio, ai suoi personaggi, alla sua storia", e per L’Eco del Varesotto.

Ha vinto il primo PREMIO GIORNALISTICO per la migliore opera femminile, provincia di Varese, -07.

Ha pubblicato: Di Terra e di acque,09, poesie.

Lettere mai spedite, racconti, ed. Montedit, 2010

È finalista in concorsi letterari e poetici: -Racconti brevi- : Auser 07, - Premio letterario Castelfiorentino, Personaggi e voci di Toscana, 07-, Premio letterario Pontedera – Gronchi, 07 - Concorso letterario- Identità, Pontedera, 08, Valle Spluga 2008", premio letterario Leggiuno, Varese 08,- Lerici-Pea, 2009, S. Marcello Pistoiese, 2010. Alcune sue poesie sono state pubblicate in volumi antologici. 

Recensioni e copertine

Di acque e di terra

Poesie 2009

1 recensione - di Silvia Venuti.

Cara Maria Grazia,

la tua poesia è ricca di scorci e prospettive naturalistiche quanto psicologiche e spirituali.

È un percorso d’emozioni visive e riflessioni interiori attraverso metafore e sonorità ritmiche.

La dimensione interpretativa è intensa e drammatica perché si sviluppa sulla memoria della perdita e sulla consapevolezza del limite dell’esperienza umana. Lo sguardo sulle cose è turbato dall’inquietudine interiore e anche la natura, pur evocata nella sua bellezza, riflette contrasti e contrapposizioni nei ritmi della parola e nei colori. Gavirate d’inverno è connotata da una scansione marcata e da una rappresentazione che si consuma tra il rosso e il nero: l’immagine cadenzata del paesaggio si spalanca al dialogo dell’emozione personale che aspira all’assoluto. L’analisi descrittiva vive di contemplazione estetica e la visione diventa paesaggio d’anima, in un sentire malinconico, dominato dalla percezione della propria interiore solitudine.

Si evidenzia il gusto della narrazione, del ritratto paesaggistico, espresso dal lessico evocativo e poetico. L’elogio al lago è intessuto con un vivissimo e felice trasporto naturalistico, ma la natura rivela, tuttavia, nei cieli opachi e nebbiosi, nei silenzi, nelle nere ombre e nelle acque ferme, il vuoto dell’assenza e il disincanto, che attraversano come una costante lo svolgersi del discorso espressivo connotato dall’attesa.

Emerge, con forza, una tensione metafisica nella ricerca di senso nell’immagine contemplata, perché intenso è il desiderio di scoprirne la metafora. Il lessico è raffinatissimo e ricco di rimandi letterari. In Casa e città c’è l’ardore della parola, intensamente partecipata, ad inseguire una personale e intima riflessione e a preparare all’autobiografia delle poesie successive. La figura del padre si staglia densa di rimpianto nei labirinti dell’assenza e della perdita, mentre la figura della madre appare come una memoria inseguita, con commosso amore, nel crescere del lavoro a maglia, sul ferro da lana. La ricostruzione dei significati, attraverso i dettagli della memoria, sembra sempre destinata a fallire per l’affollarsi delle domande, dei dubbi, delle incertezze. Si accentua la tendenza alla narrazione attraverso la riflessione sul fare poetico, sul significato che assume per l’autore la lingua come aspirazione alta di valori universali. Si sente, profondo, il desiderio di arrivare ad una resa dei conti rispetto alle attese, per un corretto giudizio sulle proprie scelte e per la possibilità d’orientare consapevolmente il futuro. Il tempo rimane una preziosa risorsa a cui chiedere ancora dei doni. Emergono interessi radicati per la pittura, la musica, la scrittura al femminile, in un’analisi poetica affascinante a cui si accompagnano, a sorpresa, anche i viaggi, con visioni stranianti di paesaggi d’Oriente.

Il libro testimonia un mondo d’affetti autentici e intensi, presentati per una lettura della vita raccolta nella parola a conferma di un’innata vocazione letteraria seguita con totale fedeltà.

Un caro abbraccio. Silvia.

 

Lettere mai spedite

ed. Montedit, 2010

L’Inchiostro, n° 1, 2011

Aurelio A. Pollicini- Ferite non ancora rimarginate

"Penso a mia madre, che a otto anni è andata in cartiera a lavorare, e poi in filanda, e poi a servire in casa di signori, e per tutta la vita, in casa d'altri o in casa propria, è sempre stata la prima ad alzarsi e l'ultima ad andare a dormire, che ha cucinato, cucito, lavato, penato. Era proprio questo che voleva? E se avesse voluto diventare una cantante o una maestra di scuola?"

Gianni Rodari, (1956)

Far parlare al presente celebri personaggi del passato è un vezzo letterario non privo di fascino, che risulta intrigante sia al lettore che allo scrittore. Dal successo della serie radiofonica "Le interviste impossibili" fino al Premio Chiara 2010 assegnato ai racconti "Non esiste saggezza" di Gianrico Carofiglio, gli esempi non si contano e costituiscono un gradito cimento per gli indagatori dell'animo umano.

A questo filone si riconduce anche il recente lavoro di Maria Grazia Ferraris. Il volume "Lettere mai spedite" è costituito da due plichi, ciascuno contenente sette lettere, nella realtà intese alla cortese attenzione del lettore attento piuttosto che al virtuale destinatario. Ed è su questo punto che vorrei soprattutto illustrare lo scritto della Ferraris.

Ma le lettere ci sono e non si possono far passare sotto silenzio. Nel primo plico troviamo missive di sette personaggi storici – tutte donne, come si conviene agli interessi letterari dell'autrice – che si rivolgono ad un uomo al quale le unì un legame, magari controverso, ma intenso.

Poiché spetta al lettore assaporare il gusto della sorpresa che elettrizza l'incontro, dedico un semplice cenno al primo di questi personaggi la cui vicenda, colorita di bruciante passione e di fosca drammaticità entrambe sublimate nella mistica medioevale, rimane emblematica di un'epoca. Quella che sta redigendo la sua virtuale lettera al canonico Fulberto, suo zio, non è più la brillante diciassettenne Eloisa, bensì la badessa del monastero del Paracleto nella Champagne. La stessa che, non volendo rinnegare la passione vissuta intensamente come donazione di sé all'amato, non esitò a scrivere realmente a Pietro Abelardo incandescenti parole che così le sgorgarono dall'animo:

"I piaceri amorosi che assieme abbiamo gustato hanno per me tanta dolcezza che non mi riesce di detestarli né di cancellarne il ricordo. Ovunque io mi volga, mi si presentano agli occhi e mi risvegliano il desiderio."

Dopo l'atmosfera del medioevo, seguono quattro intromissioni in animi di grande sensibilità artistica, attive tra tardo rinascimento e manierismo, e due riflessioni che emergono dallo scenario storico risorgimentale.

Il secondo plico contiene un carteggio che, di riflesso, affronta temi di quotidianità contemporanea: incomprensioni caratteriali tra figli e genitori; l'aspirazione, legittima ma raramente conciliabile con la realtà, dell'amore corrisposto; l'egoismo che soffoca gli affetti. E poi ancora, isolamento, solitudine, dimenticanze che immancabilmente si addensano all'orizzonte delle nostre quotidianità. Ci sono pagine di profonda introspezione che catturano l'animo del lettore e lo fanno pulsare in sintonia con la mano scrivente.

Dice la lettera al padre "Perché ho impiegato tanto tempo a capire?" Leggendo quel che segue comprendo che anche io dovrei imparare a "mettermi in ginocchio e chiedere scusa, perdono" a mio padre che tanto ho ammirato ma che, assurdamente, mi ostinavo a non lasciarglielo capire.

Dice la lettera alla madre "Capire davvero i genitori non è quasi mai affar dei figli" e più oltre "Non è solo questione di età, … si tratta anche e soprattutto di esperienze diverse di vita, di ferite non rimarginate, di umori temperamentali in opposizione, …" . L'incontro sereno con i propri genitori, essenzialmente si realizza col ricordo che conserviamo di loro quando non sono più con noi, perché a quel momento si è cessato di essere contrattualmente figli ed i contrasti generazionali si sono stemperati.

Non meno pregnanti sono le considerazioni sulle intimità affettive, sulle sensazioni suscitate dallo sgomento per l’annientamento della personalità causato dalla malattia e sullo straniamento che opprime gli emigranti ed i loro intimi.

Facendo astrazione dalle connotazioni proprie di ogni singola situazione, è facile cogliere una certa analogia nelle osservazioni che infiorano le varie lettere e scoprire un cruccio comune nell'animo delle diverse scriventi. Così il libro ci appare come un tuffo nell'universo della condizione femminile, caratterizzata da un evitico, indelebile marchio perpetuatosi per millenni: la ineluttabile accettazione di un ruolo scritto da altri, cui contrasta interiormente il sacrosanto desiderio di poter tracciare un proprio destino scritto in prima persona. Dalla consapevolezza che questo desiderio è sacrosanto deriva la presa di coscienza delle tante ferite morali ingiustamente subite e la conseguente aspirazione al riscatto da questa immotivata subordinazione. Sono ferite non ancora rimarginate e siamo stati noi – appartenenti dell'emisfero maschile – ad averle provocate. È ora di capire che nella distinzione dei sessi non esiste né debole né forte. Esiste solo un pari diritto al reciproco rispetto ed alla libera espressione della propria personalità in funzione delle capacità individuali possedute ed acquisite. È una semplice questione di giustizia!

Ritengo appropriato – e solitamente mi piace farlo – il chiudere una recensione con un invito al lettore. Ma in questa circostanza, poiché ogni lettera racconta uno spaccato di vita, in sé originale e compiuto, l’invito trascende il lettore per farsi una sfida all’editore: questa pubblicazione della Ferraris è di fatto una raccolta di racconti con tutti i requisiti necessari ed una intensità di contenuti tale da farne un potenziale candidato di pregio al prossimo Premio Chiara.

aap – 16.01.2011

 

Gianni Rodari, un fantastico uomo di lago

2010, Menta e Rosmarino, n°25, 2010 

Ardito e limpido come l’arcobaleno

L’infanzia solitaria, in povertà vivevi,

consolante la bellezza del tuo lago,

nel buio sottoscala il teatrino,

l’avventura della mente, il riso lieto,

pane al duro vivere quotidiano.

MARIA GRAZIA FERRARIS – A Gianni Rodari

Nel quadro delle iniziative che celebrano il novantesimo anniversario della nascita di Gianni Rodari ed il trentesimo della sua scomparsa, l’Associazione Amici di Fignano ha incastonato questo gioiello: il libro Gianni Rodari un fantastico uomo di lago. Il volume, scritto da Maria Grazia Ferraris, è stato presentato con grande concorso di pubblico il 21 ottobre nella Sala Consiliare di Gavirate.

Come detto nella prefazione, dal titolo significativo L’altro Rodari, da alcuni anni l’autrice si dedica a studi e ricerche su questo personaggio. Lavori che le permettono ora di affermare con convinzione che egli deve essere considerato un autorevole Autore tout court della nostra letteratura italiana, quale di fatto e di diritto egli è.

L’opera si svolge su più piani. Innanzi tutto viene collocata la figura dello scrittore in un contesto culturale che ha le radici nel nostro territorio – che fu anche quello della sua adolescenza e gioventù. I passi della sua formazione e delle sue scelte giovanili sono osservati attraverso un collage di versi, guidando così il lettore alla scoperta di un poeta di profonda sensibilità che rivede sé stesso attraverso le prove della propria infanzia.

"Ho visto d’improvviso, / mio padre bambino, / lontano

da casa, diviso dai suoi, / operaio di otto anni in un

forno / tra le dure montagne dell’Ossola. /…"

"Il mio passato è una bambina / di sette

anni che andava in cartiera / e che io ho

chiamato madre / nel mio passato c’è un

uomo / che ha impastato milioni di pani /

e che io ho chiamato padre…"

La sua lirica profusa di affetto si scioglierà in versi dedicati alla figlia che egli sogna di gemellare con "una vispa stellina alla destra della Luna". Pensiero da cui traspare la sua viscerale tenerezza per i piccoli. Proprio "i bambini di tutto il mondo" vengono posti al centro dei versi che guardano dritto verso le crudezze della esistenza, attraverso le quali si sente guidato, come da una stella polare, dall’amore per la moglie. Riflessioni che testimoniano il suo saldo attaccamento alla famiglia. La più incombente di queste crudezze, la morte, la evoca sia nel rimpianto di amici la cui vita venne stroncata in gioventù – e il ricordo corre a Gavirate:

"Non mi inganno, vi amo, / amata prigione che odiai", sia nell’afflato storico che ricorda i sette fratelli Cervi. Sono versi, quelli dedicati a papà Cervi, del vigore di un natura integerrima ed offesa:

"Vecchio nodoso come un olmo antico, / pianta potata

dei suoi sette rami, / … / I Cervi è buona terra: ara, nemico

/ affonda il vomero nelle mie carni, / … / in tutto ciò

che soffre e lotta e vive / i miei figli sono sempre vivi."

Successivamente viene messo in risalto il particolare aspetto della sua provenienza da terre lacustri che riflettono una sicura influenza in certe ambientazioni che egli dà ai suoi racconti. Influenza che poi si finalizzerà nell’accasarsi nei pressi del lago di Bracciano. Da queste oculate considerazioni deriva sicuramente la scelta del titolo del libro. Uomo di lago certo, ma indiscutibilmente anche dei rilievi che degradano verso le sponde.

Si respira , infatti, aria di Prealpi nelle Favole al telefono che odorano di un radicato affetto per luoghi e costumi della Provincia in cui visse i travagli della gioventù. Qui brilla l’esempio citato de Il pozzo di Cascina Piana, in cui l’oscuro scenario dei piccoli egoismi viene a poco a poco illuminato dallo sbocciare di un tenero senso di umanità.

Di rilievo è poi l’analisi delle interrelazioni – quasi una simbiosi – tra Rodari ed il surrealismo. Qui piace leggere quelle righe in cui, sostiene la Ferraris, Fu opera creativa sempre la sua, aperta al mondo della fantasia e dell’invenzione, dell’umorismo, della parodia e dell’ironia, dei giochi linguistici, della sperimentazione e della avanguardia. Fu alta letteratura.

Nel prosieguo della lettura ci è dato percorrere una galleria di scrittori che furono per Rodari, sia di riferimento per le sue sperimentazioni letterarie, sia di ispirazione per la riscrittura in chiave moderna di testi classici. Da questo intreccio di influssi, allo scopo di lasciare al lettore il gusto della scoperta, estrarrei solo il nome di Calvino, a somiglianza del quale, Rodari, pur affidandosi ad una ricca fantasia, non dimentica mai la realtà. Di fatto, egli possiede innata l’abilità di intessere la trama della fantasia con l’ordito della realtà.

La Ferraris ci aiuta a toccare con mano la versatilità del binomio fantastico che diventa fonte inesauribile di ipotesi fantastiche capaci di sfociare in una gamma di situazioni quali: l’umorismo del nonsenso, l’imprevisto della doppia identità, con sfaccettature del paradosso e del grottesco, ma sempre con finalità applicabili al reale. Infatti, come Rodari stesso dice, "… anche inventare storie è una cosa seria."

Infine, per dare maggior chiarezza alla portata di quanto analizzato, il libro si chiude con alcuni esempi. Il tema del Naso surreale dà origine all’esercizio di riscrittura de Le avventure di Pinocchio, mentre come esercizio di pura inventiva troviamo il sorprendente Ragioniere- pesce del Cusio. Ancora nella linea delle affinità poetiche scopriamo la Poesia lapidaria, quasi una parafrasi a far da controcanto alla Antologia di Spoon River.

Se proprio si volesse trovare una imperfezione in questo lavoro, direi che ricorrono qua e là alcune ripetizioni di citazioni e riferimenti. Ma come l’autrice stessa segnala, trattandosi di contributi riproposti in forma organica, ma originariamente nati autonomi, le ripetizioni risultano pressoché inevitabili.

A volume richiuso emerge una raccomandazione. Se avete amato Rodari, non potete non leggere questo libro, ma se per caso non lo conoscete, allora lo dovete immancabilmente leggere. Se poi qualcuno mi dovesse dire "il suo genere non mi appassiona granché", risponderei prontamente "allora questo libro è stato scritto espressamente per te, per aiutarti a capire come va avvicinato il "favoloso Rodari" in modo da entrare in sintonia con lui e riscoprirlo nella giusta luce. Allora sarà chiaro che sempre lo animò un sogno ardito e limpido come l’arcobaleno! ".

AURELIO ALBERTO POLLICINI

  

Letture

Gavirate d’inverno

Silenzio intorno, immobile il lago.

Grigio, nero e verde, plumbea la conca.

Cigni solitari impettiti e muti

bianchi natanti sulla acquosa pece.

Non giovani gridi sulla lacuale,

non allegri giochi di vocianti bimbi,

un tramonto di fuoco all’occidente,

tremori dell’acqua ferita a morte.

Scheletri d’alberi in controluce, nere

trine fiorite tra il rosso e il nero.

L’isolino si specchia vago, immobile:

inquieto, metafisico paesaggio.

L’emozione, come sempre, in me dilaga,

memoria e attesa vana d’infinito.

Il fascino del lago si rinnova:

straniante, magnifico, dilaniante.

La terra, il lago, la montagna alta:

senza di noi vive, a sé bastante.

Un vento lieve a cullare l’immoto lago.

Ombre lievi di passeri, cannette

ondeggianti in musica solitaria.

Silenzio: lago placido d’inverno.

Guardo: la solitudine del palo

infisso all’attracco; lì sopra il passero:

fermo, solo- nostalgia d’infinito

nell’acqua ferma.

 

Il maglione

Sceglievi le lane, l’aria attenta,

seria accostavi i diversi colori

e pareggiavi lo spessor dei fili,

la maglia dell’uniformità dovuta.

La tonalità più adatta comprata

dal tuo merciaio di sempre, al mercato.

Lane fini, ritorte, consistenti

al tatto, morbide come una carezza,

scelte per me, volute, vagheggiate,

piacere antico di donna solitaria

in una casa priva di compagni.

Su lunghi aghi di media grossezza

avviavi i punti adatti, rinforzati.

Iniziavi il lavoro, concentrata,

col tuo progetto in testa ben disteso.

Inserivi i ricami ed i rilievi,

attenta all’effetto finale e al gusto

mio di adolescente difficile, ombrosa

spesso bizzosa e recalcitrante.

Controllavi più volte la lunghezza

e gli scali precisi delle maglie.

Confezionavi poi le varie parti

con veloce e felice sicurezza.

Sogguardavi il prodotto tuo, severa,

stiravi attenta il tuo capolavoro:

me lo presentavi zitta, in attesa

del responso mio un po’ lunatico.

Era tutto bellissimo e perfetto, lo so.

Mamma, grazie ancora.

 

Autunno

Chiudo le tende di fronte alla notte,

tengo fuori il buio con ostinazione.

La musica di Chopin dilaga vivida

briosa e limpida nella camera.

Caldo buono, serena la sera.

Accendo la lampada, luce mite

presso la poltrona, rifugio antico,

riapro il libro ch’eternamente leggo,

mentre il caffè nero, aromatico

delizia goloso gusto e olfatto.

E l’autunno finalmente torna.

La mia stagione, tempo consolante,

che tutto sfuma, nella lontananza,

mescola nell’oblio il vero e il falso

che indagare, severa, più non posso.

 

Taraxum officinale

Un fiore giallo a capolini, un globo

piumoso, vago e argenteo, lieve:

bambina, affascinata dalla forma,

"soffione" ti chiamavo, come la nonna

mite, che raccoglieva le tue foglie

giovani, commestibili, che il nonno

chiamava invece del "dente di leone".

"Soffione" mi pareva nome più vero,

leggero, coi semi vivi nel giro

del vento, in corsa, incatturabili.

Leggeri come le parole alate

che giocano nell’aria, senza ansie,

come i semi che cadono lontano,

senza radici e senza saper dove.

Forse alcune smuovono la dura terra,

forse alcune radicano in terra fonda,

forse altre si lasciano alla fine catturare

per diventare davvero, finalmente

"denti di leone". 

 

Lingue

Non so leggere i caratteri arabi,

li vedo sul cartello dell’autobus

-arrivi e partenze- disegni alati

belli e vulnerabili come stanca

carne, messa alla prova dal rifiuto

di quotidiani disconoscimenti.

Non so leggere i caratteri ebraici,

scrittura tutta consonanti, dura

come la vita e il dolore eterno

della memoria che non sa fuggire

dai violenti segnali del potere

fusi e confusi con quelli della legge,

in disperata e chiusa autodifesa.

Sono tante le lingue che non so

leggere né scrivere, purtroppo…

La parola- divina- si confonde

nel chiuso d’ una chiesa tutt’incenso,

sui tappeti di preghiera di lana

o di seta: Amore e Odio allo scontro,

senza cuore, né simpatia, né ponte.

Rigurgiti d’orrore da deglutire,

parole nuove, tutte da inventare.

Lingue che appena conosco: lacrime

senza parole, riso senza gioia,

intraducibili, cercate il vostro

Mechitar, l’Armeno del grande sogno:

Chiesa che dice Pace,Amore, Giustizia,

Rispetto, Pane,Casa: lingua condivisa,

eterna meta dell’umano cercare.

Cercate l’albero delle Parole della Pace,

sta nascosto nella selva infelice del nostro piccolo

e oscuro mondo. Non voglio rassegnarmi

a un uomo che vive senza sole, fede, amore.

 

La Via della Luna

Leggo di Astolfo e della Luna,

m’incanta –fantastica visione-

dell’immortale Ariosto, il paesaggio

stravolto dei rifiuti: dischi vecchi

in vinile, matite spuntate, floppy

inservibili, carte stradali obsolete,

stinti libri della BUR, montagnole

vane d’oggetti inutili, rifiuti.

Oh, certo, vagando tra le colline

troverò quello che ho perso, invano:

ingenerosi risparmi, egoismi

ottusi, parole vaganti, slanci

di speranza, ingenui sogni d’amore,

malriposti, sprecati, inutili,

fuggitivi sulla via per Varese.

Abito del resto qui, sulla Luna,

nella valle smemorata, la valle del silenzio,

accanto a un lago, la strada per Varese.

Tu dove abiti? Forse verso Marte

sale la tua via per Varese? Di gerani

rossa, gelida di fiumi, nera di

canyon, verde di laghi muti?

Come crescono gerani in questo freddo?

Leggi tu pure d’Astolfo leggiadro,

generoso paladino? Cerchi tu pure

quello che, perduto, più non trovi?

Se ci incontrassimo su Phobos,

via per Varese, senza nave spaziale,

in uno di quegli spazi siderali?

La via per Varese, qui sulla Luna,

avrebbe i tuoi gerani, avrebbe i miei

dischi antichi che ora nessuno ascolta più.

 

La Pina sceglie il futuro

Le lettere: sempre meno regolari, sempre più corte, sempre più povere di notizie e, per di più, vaghe, sbrigative... L’Argentina , da quelle lettere, le sembra solo un nome vago, fantastico, una terra sempre più lontana, distante, sempre più imbozzolata nella nebbia del tempo trascorso e della lontananza irrimediabile..

La Pina non riesce neppure a pensare al mare così grande che la divide dal Biagio, a farsi una ragione di tutto quel tempo che ci vuole per attraversarlo, non riesce più a ricordare il suo viso, se non fosse per il Nino che gli assomiglia tanto e che cresce senza di lui, senza neppure ricordarlo. Non lo nomina proprio più. E anche questo è un problema.

La Nilde, la madre del Biagio, è morta l’inverno passato. Lui non è potuto tornare, neanche per il funerale. Glielo avevano scritto, ma scrivere, anche se lei sa farlo, ed è così orgogliosa di saperlo fare, è sempre una cosa fredda, distante. Non sapeva neanche come l’aveva presa, il Biagio.

Salvo i consigli su come dividere quei quattro stracci che aveva lasciato…, non aveva detto altro. Come se anche i sentimenti sentissero il peso della lontananza. Ma ha senso scrivere da così lontano, che le parole perdono il loro suono? Hanno senso quei segni neri sul foglio bianco? Come si fa a dire tutta la malinconia e il freddo che ci si porta dentro? Come riuscire a rivederlo, almeno col pensiero, vivo e allegro come nei giorni buoni, quando la guardava e i suoi occhi sembravano neri come il pozzo? La fotografia sul cassettone le sembra quella pronta per un altarino, per una tomba, e le cartoline col timbro sconosciuto e i luoghi che non ha mai visto e i nomi che non ha mai sentito… le danno il magone.

Il lavoro poi: non ce n’è di così facile e in abbondanza come sembrava prima di partire, scriveva il Biagio, gli italiani non sempre sono tanto ben accolti, se non sono specializzati e ben pochi sono i "sistemati" in terra argentina: i soldi non crescevano né si moltiplicavano sulle siepi, come si diceva con sicurezza in Italia, prima della partenza degli emigranti.

Il Biagio è partito emigrante nel nord argentino, nella pampa attraversata dal Paranà.

< Cara molie, sto bene e così spero di te, che ti penso sempre…..> : chissà se era vero, pensava la Pina, chissà se questa mancanza di notizie, queste frasi tutte uguali derivavano dalla stanchezza, dalla fatica, dalla scarsa destrezza con la penna o da troppa destrezza con qualche facile o ingenua donna della pampa…, perché il Biagio era capace anche di quello. E anche questo era un problema. Si sa: "lontan dagli occhi…", con quel che segue.

E lei, la Penelope, a rispondere paziente : <Caro marito, l’annata non è stata buona, la mucca ha perso il vitello, perciò siamo un po’ in angustie, ma il raccolto del grano è andato bene, il Carleto ha messo due denti, ce la caviamo abbastanza…, ti pensiamo sempre, ….speriamo nell’anno nuovo…, il Nino mi dà una mano nei campi e l’Angiulina è cresciuta poco, ma è piena di giudizio, quasi una donna che sbriga anche le cose anche meno facili, cuce la giorno alle fodrette e sa ninnare il Carleto… Può capire.>.

Vorrebbe che fosse così. Semplice, calma, rassicurante, senza pena, senza dolore. Senza magone. Senza paura. Invece ha paura della strada che le resta.

Non si può più bacillare. Deve pensare, deve decidere.

Non piangere, non lamentarsi, non seccare: questa è stata fino ad ora il suo programma. Obbligato. Le donne stanno in casa, gli uomini vanno. Deve essere così, è sempre stato così.

Verranno tempi migliori. Quando? E dove? In un paese del dove senza tempo?

Lei non lo dice, ma ha paura, una paura grande di quel futuro incerto, che la fa impallidire di ansietà: forse è meglio che il Biagio torni…, si dice che Mussolini darà lavoro a tutti, che farà fare nuove strade e la ferrovia…

Sì, il Biagio potrebbe proprio tornare. Non è poi il caso che faccia tanto il sofistico, per cosa poi, per vaghe questioni di politica a cui gli uomini danno troppa importanza?

Lei, la Pina, è perfino andata dal Luìs, che è diventato un pezzo grosso, un aiutante del federale, ma per il fatto che avevano fatto le scuole insieme da piccoli e avevano giocato insieme nel cortile aveva mantenuto una amicizia blanda, un po’ moscia, distaccata, ma pur benevola.

Ma il Luìs ha detto che era meglio di no. Il Biagio era un bravo uomo, un lavoratore, ma aveva le sue idee, sempre a caccia di novità, che gli sembrava il don Chisciotte contro i mulini a vento, e questi non erano tempi.

A lei i mulini a vento dicevano poco, ma gli uomini sembravano così convinti…

Anche il Biagio diceva di no. Mussolini non se ne andrà, e i tempi migliori, se ci sono, sono nel nuovo continente, diceva.

Il nuovo continente? Lei sa solo dell’Argentina, terra grande, terra buona, lavoro per tutti, ricchezze che crescono facilmente e si moltiplicano per chi ha voglia di lavorare.

E il Biagio ha voglia di lavorare, e anche lei…lo aiuterà…, daranno un futuro ai loro figli.

Il futuro: che parola odiosa, il futuro, che parola piena di brividi, però come è speranzosa! Quasi cessa di avere paura.

Qui in Italia, la "patria materna", come si diceva, dove va il futuro?

Dove è tutto quel lavoro che il Duce ha promesso? Quella felicità da paese del bengodi? E quando mai? E per chi? Certo non per loro.

Forse ha ragione il Biagio. Forse la sua non è una guerra contro i mulini a vento, ma una vera guerra per il pane e la farina e le blusette pesanti per i bambini…che sta per venire un nuovo inverno.

Penelope aspettava il ritorno di quel marito… di cui lei, la Pina, non si ricorda neppure il nome, come raccontava la sua maestra, insegnandole che questo le donne devono fare. Aspettare: prima o poi gli uomini tornano. Prima o poi: sono i parenti del mai, diceva la sua mamma buonanima. Basta.

No, lei non avrebbe più aspettato. Non può più. Lo scriverà al Biagio, glielo scriverà senza aspettare la prossima lettera. Lei sa scrivere.

Lei prenderà la nave. Lei vedrà l’Argentina, Santa Rosa e il rio Paranà, pieno di pesci giganti che si pescano senza fatica. Lei darà il futuro ai suoi figli.

La costa non si vede più. C’è una distesa scura d’acqua, vuota, piena di silenzio e di desolazione. Lei odia il mare. I suoi figli sono contenti della novità. Guardano le stelle nel buio di quella notte in cui la terra è già lontana. Ridono.

Si sente sola, e miserabile, nonostante i figli, in mezzo al mare, ma non lo deve dire.

Non lo deve far sapere. Mai farsi compatire. Penelope non piange.

I figli la guardano di sottecchi, pur nella loro incosciente contentezza…

Lei deve pensare che il futuro sarà migliore. Sarà argentino. E chissà se ritornerà in Italia…e se tornerà….se tornerà…Non osa neppure finire il pensiero. Anche questo le dà il magone.

Zia Pina, Biagio, Nino, l’Angiulina e il Carleto non sono più ritornati.

Forse li ha inghiottiti la pampa. Forse hanno davvero trovato l’America.

Spero nel profondo che abbiano davvero trovato i salami secrescenti sui rami degli alberi e i dollari sul filo delle siepi e che si siano dimenticati dell’Italia, e che i loro figli…. Almeno loro…..

Fanno tutti parte ormai dei ricordi così lontani della famiglia di mia madre.

Pubblicazione su A.A.V.V. Penelope è partita - Storie di migranti, ed Auser, dic. 07

 

L’Orco e la farfalla.

Lui amava la montagna. Vi aveva soggiornato spesso e a lungo, era il suo riposo, la sua fonte di ispirazione e di poesia, sempre, in ogni momento drammatico della sua vita.

Amava le montagne piemontesi, quella incantevole valle dell’Orco, in quella aspra Ceresole Reale, reale non solo per il soggiorno dei regnanti Savoia, che l’ospitavano, ma anche per il suo panorama, i suoi laghi, le sue cime di montagne incantate che fanno corona al Gran Paradiso e accompagnano con i loro silenzi e i loro echi i riposi e le cacce degli illustri ospiti, i luoghi amati dove lui componeva le sue odi patriottiche:

"Su le dentate scintillanti vette/ salta il camoscio, tuona la valanga/

da' ghiacci immani rotolando per le/ selve scroscianti…..,

Amava le selvatiche montagne valdostane di Gressoney, che gli ricordavano nel loro maestoso e silenzioso cerchio granitico culminante in ghiacci eterni l’infinito immobile della natura penetrata dal sole, ma anche quelle della Carnia, col suo paesaggio caratterizzato da colli floridi e pianure roride tra nebbie vaporose e giochi di luce, dove ritrovava echi di ricordi e presenze storiche e rustiche legate al lontano passato e alla nostra più interessante storia medioevale…., ma soprattutto amava le montagne lombarde, la valle dello Spluga a quel Madesimo nel quale fu ospite fisso di anno in anno per lungo lunghissimo tempo…, di cui apprezzava il cielo limpido, nitido come un diamante, le nevi bianche e leggere come anime frementi d’amore, il gioco delle acque d’argento tra il verde smeraldo dei prati al sole, le feste paesane dedicate a S. Abbondio, la cordialità conviviale degli abitanti abituati alla sua presenza, anche se talvolta un po’ aspra, ingombrante……

Lei era una farfalla, gentile, aggraziata, vivace, bella e luminosa, incapace di quiete, di calma e di riposo. Muoveva giovane e leggera dalla nativa Londra, alla materna Germania, alla Svizzera residenza dei fratelli, all’Italia, patria di suo padre e soggiorno del fratello Italo, che sul lago di Gavirate aveva posto provvisoriamente la sua residenza di medico.

Anche questa è zona lombarda di montagne. Ma ben diverse. Montagne dolci, colline piuttosto, con alberi, prati a terrazzo, silenzio, e un’ampia veduta sui laghi e le Alpi, lontane ma ben visibili, che possono offrire l’idea di un’assoluta libertà.

All’orizzonte appaiono i monti dell’Oberland bernese chiari e tenui, sfumati come in un ricordo. L’atmosfera è "quella di un idillio del Gessner, in una verde Arcadia settentrionale, certo più verde e amena che non dovesse essere quella mediterranea".

Si incontrarono per caso. Se il caso esiste. E c’è chi severamente lo nega.

Lei scriveva poesie, aveva ambizioni letterarie, voleva sottoporgli il suo lavoro. Sa che il Maestro non ha tempo da perdere, ma prova. Si sa: "Audaces fortuna juvat."

.."Sono donna, ho vent’anni, e vengo da lontano assai onde vederVi. Non sono italiana, ma profonda ammiratrice del Vostro linguaggio e di Voi, il più forte dei poeti.."

Lui risponde, lusingato, già affascinato da uno stile sbarazzino, incantevole, sorridente, poco propenso al passivo, deferente e noioso rispetto cui è abituato nel suo ambiente accademico.

.. "Moversi da lontano per vedere me! Ahimè. Ella certo è più giovane della regina di Saba e, senza dubbio, non noiosa come lei. Ma io non sono sapiente come Salomone e sono noioso almeno quanto lui…".

Accetterà tuttavia di leggere le poesie che lei gli ha mandato, darà consigli, farà anche delle correzioni di suo pugno, alla fine farà anche la presentazione cui lei tanto aspira, ricevendone in cambio una lettera commossa e commovente:

" ….che potrei dirLe se non che ho pianto tutta la sera, come una bimba, per la felicità? E che sono lieta come nessun altro al mondo? Oh, perché non posso dirglielo come vorrei?..."

Avrà tempo e possibilità di dirglielo come vorrà.

Nascerà un amore. Difficile naturalmente, viste le circostanze dell’incontro, la differenza di età e le rispettive posizioni sociali.

L’ultimo amore per lui, ormai cinquantacinquenne, un po’ spento e disilluso, che gli darà l’ultimo palpito poetico, il primo serio, impegnato anche intellettualmente, <adulto>, per lei.

Le scriverà da Ceresole Reale, da Thusis, monte Spluga, da Medesimo... la raggiungerà su quel bel lago di Gavirate, tra colline e acque, a La Spezia, dove, ormai perdutamente innamorato, tra gite e dotti racconti letterari le dedicherà una delle ultime e più belle poesie d’amore-

Batto a la chiusa imposta con un ramicello di fiori glauchi ed azzurri, come i tuoi occhi, o Annie. Vedi: il sole co 'l riso d'un tremulo raggio ha baciato la nube, e ha detto - Nuvola bianca, t'apri. - Senti: il vento de l'alpe con fresco sussurro saluta la vela, e dice - Candida vela, vai. - Mira: l'augel discende da l'umido cielo su 'l pèsco in fiore, e trilla - Vermiglia pianta, odora. - Scende da' miei pensieri l'eterna dea poesia su 'l cuore, e grida - O vecchio cuore, batti. - E docile il cuore ne' tuoi grandi occhi di fata s’affisa e chiama- Dolce fanciulla, canta.

Passano i giorni, i mesi, Annie parte per l’Inghilterra, sposa un uomo libero da impegni matrimoniali, per età e posizione sociale più adatto a lei, ne avrà una figlia, continuerà a scrivere….

Di ritorno col marito scriverà dal Moncenisio:

"Vi veniamo incontro... Verrete qui dove Vi aspettano le famose trote di questo lago blu. Ci troverete per la strada prima di arrivare su…" L’amicizia, ormai solo epistolare, continua. Lui scrive al marito di lei da Gressoney:

" L’Annie è qui, ai pie’ del Monte Rosa. E n’aveva bisogno. Troppo aveva lavorato e faticato, troppo si era agitata…Ora sta bene. E benissimo sta la piccola Vivien, che è molto bella e cara nella sua terribilità… " 

E un mese dopo da Medesimo confessa quasi di malavoglia :

"Annie, ti avevo scritto una lettera troppo poetica e troppo vera, e anche troppo lunga. Non te la mando…. Qui tutti ricordano te, i luoghi, le persone, le bestie; e tra queste io sopra tutte. E sto male, e son pieno di malinconia, e di noia…e aspetto tue nuove."

Ma Annie, seguirà doverosamente il marito e questa volta la meta saranno gli Stati Uniti. Il ritorno non potrà essere facile né veloce. Bisognerà rassegnarsi.

"Dolce amica, duolmi che il selvaggio mi ti porti via: ma tu torna a chi ti ama, e io resto ad avvezzarmi a invecchiare e morire... Duolmi che tu non sei qui, dove il paese è bello meglio del solito e bellissima la stagione. Mi conforta che tutti e tutto qui ti ricordano. E ti ricordano per il tuo ingegno per la tua grazia per la tua bontà: il che m’intenerisce. Ti ricordano anche i luoghi. Su per la valle, le fate e le ninfe, dalle foreste, dai prati, dalle cascate, dalle cime vaporose, chiedevano:

- Orco, che hai fatto di nostra sorella? L’hai tu divorata?-

-No, temibili fate, no, soavi ninfe, lo giuro. Ella è volata via dalla mia presenza, ma è tutta viva nella mia vita. Ed io me ne vo pel mondo con la mia grande malinconia, con la immagine sua negli occhi che mi arde, con la sua voce nel cuore che mi ammalia. Ecco: voi mi parete, e siete, lei sola…

Addio, o eroicamente amata. Alla vita o alla morte.-

Me dove lasci sconsolato e cieco,

poscia che ‘l dolce ed amoroso e piano

lume degli occhi miei non è più meco?

Non si vedranno per anni.

Quando Annie ritornerà lui è ormai malato, gravemente. Ancora insiste nelle sue villeggiature in montagna, in quella Madesimo tanto ricca di ricordi e di affetti.

Annie andrà da lui con la figlia Vivien che porta con sé il violino, in cui eccelle, con l’intento gentile si suonare tutta per lui, l’Orco benigno, la Lorelei gethan. È l’ultimo incontro.

Da questa emozione di addio nasce l’ultima poesia d’amore, il cui nucleo centrale riflette la favola dell’Orco: L’elegia del monte Spluga.

Ancora una volta è il ricordo amoroso delle conversazioni con Annie che torna alla sua mente.

Così rievoca Annie:

"Guarda l’oro sull’acqua" mi disse.

Obbedii. "Non è acqua" osservai (a lui dicevo tutte le fanciullaggini che mi venivano in mente): "lassù in alto stanno sdraiate le fate, e lasciano pendere lungo le rocce i loro capelli sciolti".

"Sarà così" disse Carducci contemplando le cascate increspate e rutilanti e facendosi schermo agli occhi colla mano. "Sarà precisamente così. Lo dirò anch’io".

Ed infatti trasfonderà il ricordo in poesia:

-Orco umano, che sali da’ piani fumanti di tedio,

noi la ti demmo: aveva gli occhi color del mare.

Or tu vieni solo. Che festi di nostra sorella?

L’hai divorata?- E fise riguardavan pur me.

-No, temibili fate, no soavi ninfe, lo giuro:

ella è volata fuori de la veduta mia.

Ma la sua forma vive, ma palpita l’alma sua vita

ne le mie vene, in cima de la mia mente siede.

Ed Annie malinconicamente e dolorosamente così rievoca l’ultimo incontro in una lettera da Londra:

"Rammento … l’ultima volta che vi vidi. Vi dicemmo addio, la piccola Vivien ed io, al ponte fuori di Madesimo… Voi ci baciaste, e così vi lasciammo, solo, in alto, al di là del ponte.

La bimba ed io ripartivamo per il lontano Ovest; e piangevamo andando giù per la strada….

Io vi scrivo questa povera lettera piangendo. Piangendo come quando vi mandai delle rose 16 anni fa. Piangendo come quando Vi lasciai quella sera a Madesimo…io spero che solo <al di là del Ponte> ci ritroveremo! Così sia sempre.

La Vostra Annie."

Premio Valle Spluga, Pubblicato su Poeti ,scrittori in vetrina, Club degli Autori, n.199, febb. 2010

 

Paolina, ovvero… Pisa nel cuore

La casa, la magione, il palazzo era grande, freddo, inospitale. I genitori difficili, soprattutto la madre: assente affettivamente, arida, opprimente, sempre ossessiva, coi suoi divieti, le sue pratiche ultrarigoriste religiose e bigotte, cui obbligava tutta la famiglia, le sue proibizioni, ad uscire, a intrattenere rapporti epistolari, i suoi risentiti silenzi, i suoi musi.

Loro tre- Giacomo Paolina e Carlo-, nati a distanza ravvicinata, crescevano insieme, giocavano insieme, studiavano insieme nella grandissima biblioteca paterna. E questo era l’aspetto felice della loro infanzia: un’alleanza di gusti e di intenti, una amicizia che superava la naturale fratellanza, una parità intellettuale che non discriminava Paolina come femmina.

I giochi del resto erano semplici, quotidiani, e la grande magione offriva facili trucchi, finestre infinite che offrivano spunti di visuale sempre nuovi, e nascondimenti. Ci sono esperienze semplici e fantasiose e magiche che fanno gioire i bambini: si guardano le figure fantastiche delle nuvole, si fissa un filo d’erba, una festuca, si soffia via una piuma, e si segue il suo itinerario nell’aria, si contempla una ragnatela e la sua ingegneristica costruzione che il ragno sa riparare, o si contano i ciottoli del selciato…. , un ramoscello staccato per caso da una siepe suscita per la sua forma e la sua vischiosità un rinnovato desiderio di attenzione e di conoscenza. Al mattino il sole gioca sulle coperte del letto imbiancando pian piano la camera. Quelle attenzioni fanno consumare ore intere! Perfino il latino era diventato oggetto di apprendimento piacevole, da quando avevano imparato a gareggiare tra loro.

Giacomo le aveva perfino dedicato una canzoncina divertente di lode: "l’erudita signorina/ dei dottori alta regina". Un’infanzia felice? No. Solo non comune alle altre femmine.

Il padre, chiuso nella sua biblioteca, distratto come sempre, svagato, senza il senso dell’economia e dell’amministrazione, più attratto dal giornalismo e dalla politica, indifferente ai guai e alla conduzione economica della famiglia, cui la moglie supplisce con accanito risentimento, la loda benevolmente per la sua disponibilità, "tutta di tutti" anche se quella figlia sembrava a lui un po’ troppo virile nella lingua e nella penna, troppo testa e poche chiacchiere. Il che non si addice a una ragazza da marito.

Infatti Paolina è intelligente, acuta e ironica. Sa di non essere bella, e questo è un elemento non da poco da mettere in un contratto matrimoniale - "sua madre non fece tempo a sacrificare alle grazie prima di partorirla…"- sa di non essere ricca, e la mancanza di dote è un altro elemento decisivo nella scelta del buon partito da sposare, sa di essere intelligente e colta, ma questo non è detto che le possa giovare. Ma non vuole rinunciare all’amore. È una giovane adolescente piena di sogni e di illusioni.

Entra fiduciosa nella vita, sperando di trovare un mondo delizioso, sicura di trovare un cuore, almeno un cuore che l’ ami, e che ritiene di meritare, ma trova presto che questo mondo delizioso si converte in luogo pieno di spini, in cui non basta nemmeno stare immobile per non soffrire…

Giacomo, che da uomo spera di avere un futuro ben diverso, come un buon fratello le ha augurato di sposarsi e di avere figli, ma le ha anche pronosticato.. " O miseri o codardi Figliuoli avrai./ Miseri eleggi. Immenso/Tra fortuna e valor dissidio pose….." Non è stato un buon augurio.

Si è innamorata. Un amore ardente, furioso, ma non cieco. Le sembrava di essere vicina alla realizzazione dei suoi sogni, delle sue speranze. Ma gli uomini sono così piccoli, così meschini! Basta una domanda precisa, rigorosa, esigente, impegnativa… e scappano. Le donne così intelligenti, così lucide, autonome, fanno paura.

Paolina tocca con mano quello che è il destino eterno delle donne, anche di quelle che sembrano privilegiate come lei: adattarsi, non chiedere, non esigere, non seccare, tacere. La ribellione è pazzia, non si adatta al loro ruolo sociale, all’educazione ricevuta. I sentimenti devono essere piegati alla ragionevolezza, alla consuetudine, alla volontà dei genitori. Giacomo affettuosamente dice che lei è forte. Lei sa che cosa intende dire. Giacomo, che pensa in latino, traduce al femminile il suo amato aggettivo strenuus: che significa valoroso, coraggioso, forte, appunto, capace di resistere in quella prigione, nella clausura cui è destinata. Forte? O disperata?

Il suo temperamento vivo, appassionato, il suo desiderio intenso, giovane, di vivere può essere solo confidato a un’amica, di nascosto da tutti:

"Io voglio ridere e piangere insieme: amare e disperarmi, ma amare sempre, ed essere amata ugualmente, salire al terzo cielo, poi precipitare- ed io sono veramente precipitata…ma al terzo cielo non sono salita mai " .

E il suo buon senso? E la sua ironia? Deve rinunciare all’amore? Arrendersi come le donne del suo stato e della sua condizione? Le si presentano altri pretendenti, ma ahimè…: che ne sarebbe di lei se "tutte le illusioni che per forza debbono accompagnare quel salto di vita importante non ve n’è alcuna, nemmeno quella del cangiare paese e di montare in un legno con otto cavalli di posta..? …se, un’occhiata della persona amata compensa tutto, se questa occhiata è una felicità tale che pare non vi sia forza per sostenerla, e bisogna chinare gli occhi, bisogna ch’essa sia realmente amata di fatto e non di solo diritto…". Che senso ha sposarsi senza amore, senza illusioni, senza speranza, solo per fuggire alla prigione casalinga?

Sembra anticipi i primi lontani fermenti femministi: gli uomini!

"Facciamo loro vedere che non siamo poi tanto infelici quanto essi suppongono, e soprattutto guardiamoci bene dal prestar fede alle loro parole… ma per nostra disgrazia il cuore umano è impenetrabile, e noi povere donne restiamo quasi sempre ingannate e non ci è permesso neppure di lamentarci apertamente e di accusar gli uomini di iniquità, poiché essi hanno il diritto di far tutto!" Si rende conto che l’intelligenza non le è di aiuto:

"Se io potessi cambiare questa mia testa e questo mio cuore con la più sciocca testa ed il più freddo cuore che fosse al mondo, lo farei volentieri, e certo sarei allora più felice e più lieta."

Curiosa, interessata, vivace vorrebbe vivere e viaggiare, mettersi, pur sola, in un legno di posta, e girare tutto il mondo… vedendo le bellezze e le bruttezze della natura, come le ghiacciaie della Svizzera, il cielo di Napoli, un’aurora boreale e Pietroburgo…., invidierà l’amica che col marito sta per partire per Londra, e che ha provato la beatitudine di un viaggio a Vienna. L’idea di un viaggio simile la farebbe delirare di gioia. Deve invece accontentarsi di vedere il paese dalle finestre della sua casa per le solite assurde proibizioni materne. Invidia non solo le passeggiate a cavallo dell’amica, ma anche quelle a piedi, visto che non esce mai, tanto che le sembra di perdere l’uso delle gambe. Giacomo è partito. È in Toscana, è stato a Firenze, ora è a Pisa.

A lei, e per lei sola, ha indirizzato una lettera gioiosa, e questo la colpisce molto, in modo indelebile. La lettera dice: " Sono rimasto incantato di Pisa per il clima: se dura così sarà una beatitudine….L’aspetto di Pisa mi piace assai più di quel di Firenze. Questo lung’Arno è uno spettacolo così bello, così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente, che innamora: non ho veduto niente di simile né a Firenze né a Milano né a Roma; e veramente non so se in tutta Europa si trovino molte vedute di questa sorta. Vi si passeggia poi nell’inverno con gran piacere: sicché in certe ore del giorno quella contrada è piena di mondo, piena di carrozze e di pedoni: vi si sentono parlare dieci o venti lingue, vi brilla un sole bellissimo tra le dorature dei caffè, delle botteghe piene di galanterie, e nelle invetriate dei palazzi e delle case, tutte di bella architettura…. Pisa è un misto di città grande e città piccola… un misto così romantico, che non ho mai veduto altrettanto …".

Non lo scorderà più. Tanto da scrivere anni dopo alla solita amica che si trova a Pisa, in Toscana: "…hai fatto bene a scegliere il tuo albergo lungo l’Arno, del quale Giacomo mi ha fatto una descrizione incantevole, e di cui mi diceva che non potrà mai dimenticarsi…", e ancora: " tu vai ad abitare in una deliziosa città, che per qualche tempo dell’anno prende l’aspetto di Capitale, e che in ogni stagione deve essere un soggiorno incantatore…. Dimmi che vita fai costì… se sei animata,… se ti piace il lung’Arno, se questo sole ti rallegra….. Io riguardo la Toscana come un porto sicuro dalle tempeste…", tanto da pensare che se fosse a Pisa, i suoi pensieri malinconici sarebbero più dolci. Per il momento dovrà accontentarsi di viaggiare intorno alla sua camera.

Si annoia, cerca conforto nei libri, che legge con sistematica e quotidiana frequenza, prendendone diligentemente nota e ne è letteralmente affamata, prova a tradurre qualche autore francese contemporaneo che fortunosamente arriva a rimpinguare la biblioteca paterna, piena di tomi in folio di devozione, di ascesi e di teologia, che destano in lei sentimenti di grande rabbia e impotenza contenuta. È lucida e attenta, ma sa anche prendere le distanze e ironizzare sui dibattiti culturali e le polemiche letterarie in corso in cui anche Giacomo si è immerso.

Le piacerebbe essere una come tutte, e scrive all’amica di sempre, di nascosto, come sempre : "Oh! come vorrei venire a godere, a sorprenderti una sera al chiaro di luna, quando la mia amica se ne va a diporto tra i boschetti o lungo le sponde del Panaro, tutta immersa nei suoi più dolci sogni!….Ora decidi s’io appartenga ai classici o ai romantici, ma siccome questo è di poca importanza, ti dirò piuttosto: ora vedi ch’io sono sempre la tua amica, se il desiderio di vederti è il mio più vivo desiderio…"

Mette a frutto la sua ottima conoscenza del francese e traduce il Viaggio notturno intorno alla mia camera di Xavier De Maistre, che viene perfino pubblicato. Che titolo ironico e leggero ha scelto Paolina per la sua prima impresa di traduttrice: un titolo che ben si addice alla sua vita e ai suoi desideri frustrati! Me la immagino mentre traduce consolandosi di un’esperienza che ben conosce:

"Nulla è più attraente, a mio avviso, che seguire le proprie idee passo passo, come il cacciatore segue la selvaggina, senza preoccuparsi di mantenere una direzione. Perciò quando viaggio nella mia camera, di rado seguo una linea retta: vado dal mio tavolo verso un quadro che sta in un angolo; da lì muovo obliquamente per andare alla porta…. Un bel fuoco, dei libri, qualche penna, quali risorse contro la noia! Esiste un teatro che più stimoli l’immaginazione, che più risvegli teneri pensieri… in cui talvolta mi oblio?

Seguitemi, voi tutti che un dispiacere d’amore, una negligenza degli amici trattengono in casa, lontano dalle meschinità e dalla perfidia degli uomini. Tutti gli infelici, i malati e gli annoiati del mondo mi seguano! …..Lasciate da parte, vi prego, i cupi pensieri; state perdendo un momento di piacere senza guadagnarne uno di saggezza; vogliate accompagnarmi nel mio viaggio: andremo avanti a piccole tappe, ridendo, lungo il cammino, dei viaggiatori che hanno visto Roma o Parigi- nessun ostacolo potrà fermarci; e, abbandonandoci allegramente alla nostra immaginazione, la seguiremo dovunque vorrà condurci."

Legge con ingordigia i suoi amati autori francesi, Stendhal, Eugène Sue, e soprattutto M.me de Staël, l’autrice di Corinna: un romanzo in gran parte autobiografico.

Corinna è il suo romanzo preferito. La protagonista, nella quale vorrebbe identificarsi, una poetessa romana, "un’improvvisatrice romana" come si diceva allora, incoronata in Campidoglio, che conduce a Roma un'esistenza brillante e indipendente. Ha straordinarie doti di intelligenza e di sensibilità, di ingegno creativo. Possiede ragione e passione, rigore ed estro, che sono il preludio dell’età romantica. È una protomartire dell’emancipazione femminile, che sa difendere il suo ruolo e la sua posizione con efficacia. Sa anche ragionare politicamente e pronuncia una veemente autodifesa e perorazione a favore di questa sua Italia, <nazione sfortunata> e delle donne, che in quella società di crisi hanno acquisito libertà, prestigio, e indulgenza perché "quando le donne hanno torto.. è per debolezza, non per durezza come succede agli uomini".

Passano gli anni, monotoni fino allo sfinimento, sempre identici a se stessi, con l’accompagnamento degli inevitabili lutti: il padre, la madre, Giacomo, due fratelli, alcuni nipoti… Finalmente è libera e sola. Non rende conto che a se stessa.

Rimodernerà la casa, comprerà vestiti vistosi per andare a teatro e a sentir musica, buffi cappellini. Ma è ormai tardi.

Visiterà le amiche che non ha mai potuto vedere, la tomba di Giacomo, e andrà a vivere gli ultimi suoi anni …a Pisa, in cerca di quel clima confortevole tanto decantato e di quella bellezza cui voleva aspirare, e possedere. Uscirà spesso, anche d’inverno, col freddo, ostinatamente orgogliosa della sua indipendenza e libertà.

Morirà di polmonite nella Pisa dal clima così dolce….

Pubblicato in Da qui e altri testi, Atti del Premio letterario Castelfiorentino, 07

 

Studi critici pubblicati

Maria Volpi Nannipieri, in arte Mura, sul n°3 di Confini, ottobre 2003

Maria Volpi Nannipieri, in arte Mura( 1892-1940) 

Una inquieta scrittrice "rosa"

Il nome della scrittrice Mura è legato strettamente a Gavirate e ai paesaggi varesini.

In via Toti, nella parte alta del paese di Gavirate, vicino alla stazione delle ferrovie Nord, una casa ristrutturata in stile veneziano porta una lapide, murata nel giugno del 1943, che così recita: " In questa casa, ora ricostruita, rifugio di lavoro e di affetto, Mura scrisse le sue prime pagine". Era la casa della scrittrice, dove era solita rifugiarsi e vivere con la madre per alcuni mesi all’anno, ad iniziare dal 1920, e dove si riposava negli intervalli di lavoro e di viaggio; è la casa dove iniziò e portò a termine la maggior parte dei suoi romanzi.

A Gavirate ebbe i funerali, nella chiesetta della Trinità, ad inizio dell’erta che porta a Varese, dopo la sua prematura morte nel 1940, di ritorno da Tripoli , in piena guerra, su un aereo precipitato nel cielo di Stromboli, e a Gavirate è ancora sepolta, nella cappella di famiglia del cimitero che porta ben evidenziato il suo pseudonimo, il titolo di alcuni suoi lavori (Piccola,Vento di terra, L’amorosa, Acquasorgiva), ed una riproduzione marmorea della sua testa.

Eppure non era "gaviratese" la giovane Maria Volpi Nannipieri: era nata a Bologna nel 1892, da una famiglia borghese, aveva abitato a Livorno, dove la famiglia si era trasferita, ed era cresciuta con due fratelli più giovani : Luigi, morto nel 1970, attore di teatro della compagnia di Elsa Merlini e Ruggero Ruggeri,e a sua volta scrittore, e Giuseppe, morto nel 1915 in seguito a ferite riportate sul San Michele, durante la Grande Guerra .

Si era trasferita poi a Milano, la città dove esercitava il suo lavoro, che era il giornalismo.

Era infatti corrispondente di vari giornali; in questo ruolo aveva viaggiato e conosciuto molti luoghi lontani, esotici, allora misteriosi: dagli Stati Uniti al Brasile, dalla Francia all’Indonesia, la Thailandia, la Libia… ma è a Gavirate che iniziò la sua attività di scrittrice di romanzi, e che nel 1923 portò a termine e pubblicò il suo primo notevole lavoro: "Piccola", con grande successo immediato di pubblico ( 33.000 copie vendute). Due suoi romanzi - Camelia tra le fiamme e Fammi bella - sono pure ambientati a Gavirate e nei suoi dintorni.

Precise anche dal punto di visto topografico le sue rievocazioni del luogo in Camelia tra le fiamme: " Un tram interprovinciale saliva dal paese, stridendo sulle rotaie: da Gavirate la strada s’arrampicava dolcemente verso Comerio dominando il lago di Varese, grigio e lucente tra il sole e la nebbia, come acciaio brunito…La chiesetta della Trinità, il <Bel Sit>, Comerio, la villa del barone, Luvinate. La strada facile e asfaltata saliva e scendeva dolcemente. Varese.", e ancora:

" Continuò a correre lungo il viottolo privato che conduceva alla strada maestra. …e giunta alla chiesetta della Trinità, si fermò un momento sotto il portico. Pregò, inginocchiata sul gradino sotto la finestra, alzando gli sguardi all’altar maggiore. Poi girò attorno alla chiesa e s’avviò di buon passo su per il largo sentiero che s’arrampicava, sulla collina in cima alla quale Barba abitava nella casina di caccia del barone… Camminò come trasognata per l’angusta balza che girava attorno alla montagna come una orlatura screpolata"…. "Guardava oltre la collina di Biandronno..volgendo lo sguardo più in su e più lontano verso le Alpi rosee di tramonto." [1]

Poetiche sono le sue rievocazioni d’insieme dell’ambiente nelle varie stagioni:

"La strada è facile, dritta, bianca, senza polvere, fiancheggiata da un lato dai monti pieni di boschi color rame, e macchiati qua e là dal giallo oro e dal rosso vivo delle foglie che muoiono; dall’altro da una ripida discesa verde, attraversata dalla ferrovia e da altre strade bianche e diritte: prati di fieno, quadrati coltivati, piccole ville immerse nel sole, e più in basso il lago, con nel mezzo un’isolina che pare rotonda, abitata soltanto da alberoni alti, sempre verdi. Il lago pieno di sfumature indefinibili, che vanno dal grigio piombo all’azzurro e al verde più vivo; il lago che riflette il sole, e il cielo; il lago, solcato da due piccole barche a remi che avanzavano lentamente. Ed anche questa natura appena svegliata è vita, è vita incantevole! [2]

È ancora il ricordo di Gavirate che torna a consolarla dopo i suoi numerosi e faticosi viaggi, il luogo delle sue autentiche radici. : " ..e via su per la bella strada che da Gavirate conduce a Varese fra due ali di ville e di giardini, e via su per la ondulata strada che conduce al Campo dei Fiori…La dolcezza del clima, anche quassù, è riposante e inebriante. Tutti i paesi del Varesotto, fin quasi a Milano da una parte e fino al lago Maggiore dall’altra, dilagano in formazione sparse nella pianura, e sembrano tanti giochi di dadi , disposti irregolarmente dalla fantasia d’un artista.. Tutte le montagne più alte..il Mottarone, il monte Rosa più lontani, scaglionati in uno sfondo di cielo argenteo, sono coperti di neve. Si prova un senso di protezione, studiando il susseguirsi delle catene di montagne.< Qui è casa nostra, c’è un limite naturale che la difende, oltre è casa altrui.> [3]

Nel 1920 Mura ha 28 anni ed è una donna che lavora in campo giornalistico-editoriale, con serietà ed impegno, viaggia, pubblica ; è sola e autosufficiente, emancipata; frequenta ambienti milanesi interessanti e stimolanti, colleghi e colleghe che gravitano intorno alla casa editrice Sonzogno. Conosce di persona scrittori come Emilio de Marchi, Riccardo Bacchelli, F. T. Marinetti, Giuseppe Marotta, Guido da Verona, Milly Dandolo, Annie Vivanti…che le dedicano con affetto e stima i loro scritti. [4]

Certo è, per i tempi, una donna coraggiosa, non comune, non tradizionale.

L’inizio del secolo ha portato alla donna una nuova coscienza e consapevolezza della propria identità femminile, un nuovo protagonismo intellettuale, un nuovo rapporto con la società e la cultura. [5]

Gli anni tra il 1930-40 sono quelli in cui avviene in modo vistoso la differenzazione tra la cultura <alta>, riservata alle élites intellettuali e le classi colte e la cultura <bassa>, di consumo, per le nuove masse alfabetizzate, i ceti medi, si diffonde la cosiddetta letteratura di consumo, con messsaggi ideologici più superficiali, fedeli all’orizzonte di attesa del pubblico dei lettori e delle lettrici.. Il giornale sembra la strada principale di acculturazione.

Il giornalismo è anche l’attività primaria di numerose scrittrici italiane di inizio secolo che si affacciano al mondo delle lettere. [6]

E’ giornalista Mura. [7]

Mura iniziò con piccoli articoli sull’Illustrazione italiana, collaborò con Telegrafo, SecoloXX, Novella, e molti dei suoi romanzi e delle sue novelle, prima di essere raccolti in volume vennero pubblicati a puntate su questi giornali e riviste. Su Noi e il mondo redigeva una rubrica di Cronache letterarie, per il Secolo-sera scriveva Caroselli, brevi elzeviri romanzati, note di costume, riflessioni varie. Intratteneva anche una rubrica di corrispondenza con le lettrici.

Vennero tutti raccolti in La viandante sentimentale, Dalla mia finestra e Il cuore in ascolto.

Sono osservazioni e considerazioni di vario genere, descrizioni, elzeviri.

Con quale spirito viaggiasse lo dice lei stessa: "Non voglio vedere quello che viene mostrato di solito ai visitatori. Voglio qualcosa di più e di meglio. Voglio conoscere ciò che quasi sempre si deve indovinare" [8] e talvolta le sue annotazioni sono così acute, soprattutto per quel che riguarda il viaggio in America, da sconfinare nell’analisi sociologica.

Per pubblicare scelse, come le scrittrici che si sono già o si stanno affermando, uno pseudonimo strano ed originale. Lo pseudonimo serve per stabilire una separazione tra il sé più intimo e privato ed il personaggio pubblico, ufficiale, rivela anche il clima culturale in cui si opera e, spesso inconsapevolmente, qualcosa dell’inconscio di chi lo sceglie. Per le donne che stanno diventando faticosamente protagoniste è quasi una difesa. [9]

Lei Maria Volpi Nannipieri scelse Mura, in onore o per ironico ricordo della nobile e stravagante russa Maria Nicolaievna Tarnowska.

Avrà avuto notizia del personaggio, ai tempi famosissimo, cui si ispira, durante uno dei suoi viaggi a Parigi, ma le era certamente già noto dalla lettura del romanzo di Annie Vivanti, ( che fa parte della sua biblioteca), "Circe", pubblicato nel 1912. E al personaggio lei stessa dedicò un articolo intitolato E’ morta l’ultima donna fatale, contenuto in La viandante sentimentale (1937) e poi inserito in Segreti (1944)

Fu certamente affascinata dal mito della bella e ammaliante avventuriera russa.

Vale la pena di scoprire di chi si era tanto interessata, fino a perpetuarne il nome come suo pseudonimo letterario.

Mura , ovvero Maria Nicolaievna Tarnowska , era nata nel 1892 ed è stata un' avventuriera dalla bellezza travolgente e conturbante , un personaggio che si colloca tra Lou Salomé e Mata Hari, ma anche la prima creatrice del suo mito, che ha coltivato per tutta la vita

Sposata con il depravato conte Tarnowsky, dopo la sua morte accetta la corte di un altro ricco e vecchio pretendente che morirà in circostanze drammatiche, in cui Maria Nicolaievna è coinvolta come istigatrice. Finirà processata e condannata.

Fatti salvi i dati di cronaca, il personaggio raccontato dalla Vivanti è quello della tragicità della donna fatale, instabile mentalmente, succube e a sua volta vittima degli eventi.

Per Mura invece il personaggio della contessa è quello di una donna eccezionale, demoniaca, crudele e spietata, egoista e indifferente, una donna fatale consapevole del suo fascino perverso.

Il tema della donna fatale e delle sue varianti sadiche e masochistiche è proprio del clima culturale dell’estetismo e del superomismo dannunziano cui la cultura italiana d’inizio secolo è tributaria.

La scelta dello pseudonimo è l’indizio della complessità del personaggio Mura, apparentemente, nella scelta delle tematiche dei suoi romanzi e racconti "rosa", lineare, semplice, quasi scontata, che invece rivela anche le incertezze e le ambiguità dei miti femminili di inizio secolo, e la difficile conquista della identità di donna.

Il contesto storico della scrittura in cui comincia ad esprimersi le offre come esempio il Feuilletton,o romanzo d’appendice, il romanzo popolare a puntate i cui i lettori aumenteranno in modo esponenziale . In Italia è praticato da Carolina Invernizio (1858 - 1916) che pubblica presso l’editore Salani "Il bacio d’una morta "(1886), particolarmente apprezzato da un pubblico di poche pretese e dalle facili emozioni.

Il romanzo "rosa", continuazione in qualche modo di quello d’appendice, che Delly (Frédéric e Janne Marie Petit-Jean de la Rosière) in Francia va scrivendo, è romanzo di intrattenimento e di evasione, di storie d’amore speciale, ed è rivolto a un pubblico femminile, di grande sentimentalismo, insegue le fantasticherie amorose delle lettrici ed ha un grande e ripetuto successo.

Anche in Italia questo genere si appresta a vivere la sua stagione. Gli scrittori "rosa" più importanti sono: Annie Vivanti, Lucio D’Ambra, Guido da Verona, Pitigrilli. Mura entrò subito a far parte della schiera.

La loro narrativa poggia sulle coordinate ideologiche e culturali della borghesia umbertina.

È rassicurante e ripetitiva, trabocca di passioni e di personaggi a una sola dimensione, o tutti buoni o tutti cattivi, il finale dei romanzi, esasperatamente emozionanti, conferma l’ideologia tradizionale del matrimonio e della maternità come cardini , valori insostituibili della società. In questo contesto Mura inizia la pubblicazione dei suoi numerosissimi romanzi, che spaziano temporalmente dal 1919 al 1940, anno della sua morte.

Sono stati frettolosamente relegati, dopo la sua prematura morte, nella narrativa rosa e di consumo, e in gran parte dimenticati, superati in fama da quelli scritti dalla sua "rivale" Liala.

Eppure Mura rappresenta un punto di riferimento importante nel genere rosa italiano, problematico e di notevole interesse, anche per la sua evoluzione interna. Ancor oggi la casa editrice Sonzogno continua a ripubblicarne parecchi (Perfidie, Piccola, Il cuore a spicchi, L’amorosa, Mi piace questo amore..), e una lettura più attenta ci permetterebbe di individuare un filo conduttore dinamico della narrativa di Mura, non privo di sorprese e di interesse, sia per il periodo storico-letterario in cui ha vissuto, sia per la problematicità del genere narrativo da lei scelto.

La romanziera.

Mura è una prolifica scrittrice. "Vent’anni di lavoro; trenta romanzi; quattro volumi di studi femminili; altrettanti di narrazioni e viaggi; centinaia di novelle; un volume di commedie; trame di film; racconti, consigli e aforismi; articoli per quotidiani a getto continuo, conferenze" [10]

Ha scritto molto, forse troppo. I romanzi sono stati pubblicati quasi tutti in esclusiva dalla casa editrice Sonzogno, a cominciare da Perfidie del 1919, il romanzo ricordato con simpatia da Marinetti, per arrivare a Il cuore a spicchi, pubblicato postumo nel 1945.

Ne pubblica regolarmente, direi per contratto, uno all’anno e negli anni centrali della sua vita, quelli in cui si è affermata a livello europeo ed i suoi romanzi sono tradotti in numerose lingue -1932-1936 -arriva a produrne anche più di uno, addirittura due o tre nello stesso arco di tempo.

Il suo primo romanzo d’esordio del ’19, Perfidie, è un romanzo di incerta struttura, fatto di tentativi eterogenei (scapigliati e futuristi), spavaldo, spregiudicato, dissacrante, di collocazione letteraria incerta, problematica. L’anno, il 1919, è grave politicamente e socialmente, la letteratura sembra in stato di sospensione e attesa, in ricerca di una nuova dimensione. Lei raccoglie i messaggi dell’ultima letteratura scapigliata, dissacrante, stravagante, sensuale e un po’ morbosa, in sintonia con il suo pseudonimo.

La tematica amorosa, che qui non rientra ancora nel genere rosa, analizza il proibito, l’amorale, la cattiveria femminile, l’omosessualità :"Ella esercitava su di me il fascino della sincerità: quella audace verità che è ribellione a tutto ciò che è falso e che nella donna si maschera di civetteria, nell’uomo di cinismo…perché la donna è più debole: perché la donna è più accessibile al male e del male se ne compiace e se ne inebria". [11]

Nel capitolo introduttivo dichiara il suo interesse per il tema <donna> e afferma, quasi programmaticamente: "..non dir male delle donne è difficile. La donna è una preziosa viperetta che si presta troppo alle frecce. Guai a pestarle la coda. Si volta subito mostrando i denti, con gli occhi brillanti, belli sì, ma cattivi, e sprizza veleno da ogni parte… Amo le donne. Mi appassionano. M’interessano. Sono il più bell’esempio di semplicità umana attraverso una rete complicata di stati d’animo. Le studio. Sto accanto a loro, le seguo dovunque… Parlerò di donne: di donne perfide, che hanno viva l’intelligenza e fresca l’anima. Di donne perfide, con dei begli occhi lucenti, delle belle mani morbide, dei lunghi capelli ondulati. Riunirò in un fascio tutto il profumo e tutto il veleno d’un mazzo femminile". [12] Marinetti l’ammirò quasi come una discepola tardo-futurista.

Ma Mura sta faticosamente cercando la sua strada. Il suo primo successo fu Piccola, nel 1921, (33.000 copie vendute). Anche questo, come tutti i romanzi di Mura è un romanzo d’amore, centrato però sull’analisi psicologica delle sensibilità adolescenziali, ribelli, curiose, inquiete, ansiose. Dalla evoluzione del morboso e dell’inquietante passa alle analisi delle sensibilità esasperate, appassionate, decadenti, dal ribellismo della protagonista ("Finché andava a scuola, o giocava, non ci pensava; ma quando si trovava dinanzi all’acquaio con i piatti unti da lavare, pensava subito che, terminato l’anno scolastico, avrebbe dovuto restare sempre a casa, per diventare una brava donna come la mamma. E per lei questo era un grande, segreto dolore. E quel pensiero tormentoso la distraeva e la isolava.." [13]), passa all’irrequietezza sentimentale, fino all’erotismo ambiguo ed esplicito.

"Anna prese la sigaretta con la mano che tremava un poco, guardò l’uomo quasi cinquantenne che gliela porgeva, e se la portò alle labbra socchiudendo gli occhi per difenderli dal fumo e anche per la nascosta soddisfazione del piacere appagato... " [14]

Decisamente interessante nella prima parte del romanzo è la presentazione della piccola Anna, di soli nove anni, che già prova nella sua solitudine, emotività, precocità tutte le tentazini ambigue di una crescita sentimentale non educata, deviata

Piccola non è ancora un romanzo rosa, anche se ne ha già la struttura, nella parte ottimistica consolatoria finale (il matrimonio pacificatore), è piuttosto un originale e spregiudicato romanzo di formazione al femminile.

La sua strada di scrittrice si delinea diversa da quella delle altre italiane a lei contemporanee, della Aleramo che ha già scritto il suo capolavoro, Una donna , e di Ada Negri , che nel ’21 ha pubblicato l’interessante Stella Mattutina, dove ci sono sincere confidenze autobiografiche, che annunciano temi futuri femministi.

L’autore di riferimento è per lei Gabriele D’annunzio, in particolare nel romanzo L’amorosa, del 1929, il romanzo che ha tutte le caratteristiche del genere rosa: amore travolgente, passione, gelosia, ambienti esotici o di lusso, atmosfere da grande albergo, nessun richiamo alla realtà sociale o economica lavorativa.

La coppia, Federico-Anna,vive nel suo mondo, assolutamente dimentica di ogni aspetto della quotidianità e di ogni responsabilità. Le descrizioni sono legate all’aspetto fisico, e ricercano nella donna l’aspetto della femme fatale, o alla psicologia dei due amanti.

Il personaggio maschile, Federico Maspero, ricalca il comportamento e gli atteggiamenti del dandy Andrea Sperelli, protagonista de Il Piacere. Anche le due donne da lui amate, Liana ed Anna, ricordano per certi aspetti Elena Muti e Maria Ferres; le protagoniste femminili del romanzo dannunziano, sono però più dolci ,meno problematiche e appariscenti, ma ugualmente complementari.

L’operazione letteraria perseguita è quella di calare i personaggi dannunziani nella letteratura di intrattenimento e di consumo. Ha inventato così un dannunzianesimo popolare, adatto alla modesta cultura della popolazione femminile che incomincia a leggere con passione.

Il finale, la costituzione della nuova coppia, dopo tante indecisioni, è consolante anche come pseudo-giustificazionismo morale, senza neppure più l’ambiguità intrigante del Romanziere pescarese. La protagonista lascerà tranquilla il suo primo amante:" Non esiste l’amore senza possesso assoluto e senza l’accordo sensuale perfetto. Quest’uomo non lo amo più perché i miei sensi non lo sentono più. Gli voglio ormai soltanto bene. Posso partire, posso lasciarlo senza dolermene: ieri avrei sofferto. Ieri avrei pensato al male che gli facevo, oggi non penso più perché non lo sento più. Vorrei essere per lui una buona sorella tenera…" [15] Il romanzo, stroncato dalla critica per la sua inconsistenza, ebbe un buon successo di pubblico.

Il periodo più produttivo di Mura è quello degli anni Trenta. Il romanzo più interessante, ricco di vari spunti, è Acquasorgiva, apparso a puntate su L’illustrazione italiana nel 1938 e pubblicato in volume nel 1939.

Narra la storia di due giovani, Violetta e Gabrio, rimasti soli, e conosciutisi nel giorno dei funerali dei rispettivi genitori, che decidono di lasciare dietro di sé il mondo, la città, la casa, diventati per loro ostili e dolorosi, per ricrearsi una vita, nuova, selvaggia, in simbiosi con la natura, lontani dalla cosiddetta civiltà. Cercano un posto isolato, lontano da tutti, dove Gabrio scopre una sorgente. Si inventeranno la vita, costruiranno la loro piccola casa, coltiveranno la terra, incanaleranno l’acqua, metteranno al mondo due piccoli e felici gemelli; rivivranno insomma, nelle loro scelte di vita, il mito roussoviano della vita in sintonia con la natura felice e l’avventura di Robinson che ricostruisce a sua misura la civiltà.

Ma la canalizzazione dell’acqua ha richiamato l’interesse per quelle terre abbandonate. La città tentacolare si manifesta sotto l’aspetto di due ingegneri che verranno a valutare e studiare la situazione. Giungeranno ad Acquasorgiva squadre di operai che iniziano il lavoro per l’acquedotto.

Tutto cambia intorno a loro. Gabrio si inserisce facilmente nel nuovo progetto, un sacerdote li unirà ufficialmente in matrimonio e battezzerà i figli. L’amore verrà legittimato, la loro vita normalizzata: l’avventura è finita, si rientra nell’ordine. "Ma spiritualmente era avvenuto un capovolgimento, al quale nessuno aveva collaborato. Istintivamente ciascuno aveva preso il suo posto nel nuovo ordinamento familiare. Gabrio e Violetta non erano più dei compagni che avevano creato dei figli. Erano marito e moglie. Egli era diventato il capo di casa, il padrone assoluto della sua donna, dei suoi figlioli, della sua terra, con tutte le responsabilità e tutti i doveri. Quel senso di uguaglianza e di parità che un tempo li univa era scomparso, e ne avevano avuta la sensazione immediata dopo la cerimonia e la benedizione. Istintivo e immediato era sorto in Violetta il sentimento della sottomissione, non come debolezza, ma come ubbidienza…Ella divenne donna nel senso più profondo e più nobile, moglie perfetta nella sua perfezione spirituale" [16]

Molti sono i richiami culturali del romanzo. Nella prima interessante parte, in cui Mura costruisce l’ipotesi utopica ed anarchica di vita, si sente l’influsso delle ultime opere pirandelliane- il teatro dei miti ( quello sociale e quello religioso)- in cui il grande scrittore riproponeva consapevolmente l’utopia della vita nuova e incontaminata sull’isola della Nuova Colonia, la sacralità della natura contro la contaminazione del rito codificato della religione tradizionale di Lazzaro e della coppia Sara-Frangipane. Il teatro dei miti risale agli anni ’28-’29, ed ha avuto tutto il tempo di essere rappresentato e conosciuto anche in Italia. Mura, appassionata di teatro, certamente lo conosceva, così come conosceva personalmente ed ammirava Marta Abba, la protagonista femminile delle opere pirandelliane, e traduce questi miti nel romanzo, adattandoli alla portata del suo pubblico.

Acquasorgiva diventa il paradiso terrestre di Adamo ed Eva, la sorgente trovata è avvertita come avvenimento miracoloso e fa sentire Gabrio come Mosè che fa scaturire l’acqua dalle rocce ; la terra, diventa nel loro immaginario "terra promessa"; la loro operazione di fertilizzazione simile a quella del buon Samaritano che disseterà le popolazioni della piana.

I messaggi- religiosi, di una religiosità superficiale e rituale, che questi paragoni comunicano, sono infatti conosciuti e ben accessibili al pubblico popolare delle lettrici di romanzi rosa. Nella seconda parte, dopo l’invasione del loro paradiso terrestre, i due protagonisti si convincono che non possono rifiutare l’umanità isolandosi. Rientrano nell’ordine, riconfermano le norme sociali, cambiano i loro rapporti.

Il matrimonio erige una barriera protettiva attorno a Violetta, che accetta il suo ruolo di moglie e di madre. " Che Acquasorgiva fosse circondata, che da tutti i versanti le città si arrampicassero con le loro strade verso la cima della collina, non le importava, che gli uomini venissero a mutare l’aspetto delle cose non destava più in lei alcuna ribellione. Aveva la sua creatura, viva dentro di lei… e la sua non fu più rassegnazione, ma fierezza e orgoglio."

Gabrio, abbandonando la fusione simbiotica con la terra, e distaccandosi dal suo primitivo progetto, riprende il suo ruolo di uomo che combatte e si cimenta con la cultura. Si riconfermano nel finale gli stereotipi del romanzo rosa: l’uomo e la donna, secondo l’ideologia di Mura, ricoprono dei ruoli ben precisi e antitetici, che non ammettono confusioni e che implicano la subalternità della donna, la quale si realizza nella casa, nel suo ruolo di sposa e di madre.

Nel ’34 Mura inserisce nelle trame romanzesche il motivo della diversità razziale, l’amore difficile tra due persone che appartengono a razze, culture, tradizioni diverse.

Si sta vivendo il periodo dell’emigrazione nelle Americhe e siamo in pieno periodo coloniale; la propaganda e la guerra di Etiopia hanno reso attuale questa tematica, che molti scrittori affrontano subendo il fascino dell’esotismo e di un allettante erotismo di maniera: la donna di colore, calda e appassionata, di istinto e devozione animalesca, contrapposta alla donna bianca, angelo del focolare.

Del resto la tematica era diventata socialmente attuale in Italia da quando alcuni uomini, reduci dalle colonie, avevano riportato in patria donne di colore dalle quali avevano avuto figli.

Mura propone questo tema in Laurie d’oltremare, in cui il rifiuto della possibilità dell’integrazione di coppia ( italiana lei, brasiliano lui, in questo caso) avviene per la volontà di Donna Dolores, la madre di Garcia, che esplicita quello che Mura pensa: "Un brasiliano deve sposare una brasiliana: e i brasiliani lo sanno, e anche Garcia lo sa. L’ama, d’accordo. Ma non è l’amore del matrimonio che egli nutre per lei: è altro amore. Quello che un giorno finisce." [17] ed in Sambadù, amore negro, in cui è la protagonista femminile, Silvia, che rimane affascinata dalla forza, dal vigore sessuale e dalla bellezza del giovane ingegnere nero, cresciuto in Italia ,che l’ha soccorsa e si illude di realizzare un felice matrimonio. L’amore travolgente però non ha futuro. Le culture diverse cozzano fino a spezzare il loro legame. Sambadù, se non vorrà continuare a soffrire, e a far soffrire, dovrà tornare alle sue terre, alle sue abitudini, alla sua concezione tribale della vita e dell’amore.

"Immagino la donna futura di mio marito... snella, con le labbra carnose, le orecchie dal lobo allungato per il peso degli orecchini, le mani sottili inanellate, i polsi e le caviglie carichi di braccialetti…Sua moglie lo amerà come non ho saputo amarlo io; sua moglie sarà una schiava devota, pronta a strisciargli ai piedi, illusa di amare in lui un capo ed un uomo civilizzato." [18]

Il bambino che nasce dal loro amore, Sandor, dovrà rimanere alla madre, che già dalla nascita aveva provato nei suoi confronti un grande senso di colpa: "Il sangue del mio bambino, sarà inquinato dal sangue di un’altra razza, e porterà con sé i germi selvaggi d’una tribù negra. Basterò io sola a dargli un’anima latina, a questa creatura che avrà nelle vene un sangue misto?"

L’Africa paese dei selvaggi, la superiorità dell’uomo bianco, la conquista come missione di civiltà: sono gli stereotipi della cultura fascista dell’epoca, cui Mura non è immune.

Anche Vento di terra è un romanzo apparso a puntate su L’illustratore italiano nel 1940 ; fu pubblicato in volume da Garzanti nello stesso anno, ed è forse il più autobiografico dei romanzi di Mura.

È ambientato tra Varese, il luogo di residenza della protagonista con la famiglia e la vecchia madre malata, e Milano, il luogo di lavoro (la via Pasquirolo, che è quella in cui sorge la casa editrice Sonzogno). La protagonista è un’artista, la pittrice Pamela Cortis, che incontra per caso in treno Alberto de Conti, appartenente a una famiglia dell’alta borghesia milanese, debole, indolente, affascinante e pur insicuro, e se ne innamora. Vivranno un breve periodo di felicità, che si focalizza in un viaggio insieme a Venezia, ma le loro realtà sociali sono antitetiche: il mondo degli artisti viene avvertito come irregolare, anomalo, pericoloso, mal tollerato dall’ambiente borghese, pieno di pregiudizi, e il giudizio negativo è accentuato dal fatto di essere l’artista una donna.

Pamela sa invece di vivere una realtà contraddittoria e lacerante , di dissociazione tra donna e artista, ma sa anche che l’arte non è solo libera creatività , gioia espressiva: è fatica, impegno, lotta, deve scontrarsi col quotidiano, con le necessità anche economiche della vita di ogni giorno, con le leggi del mercato.

Il loro amore non può essere vissuto che come un’avventura dal gretto perbenismo dominante, e infatti Pamela sarà abbandonata, benché per amore sia disposta a lasciare la sua attività artistica, in ombra, subordinata rispetto al futuro marito.

"Ed egli non sentì che Pamela gli aveva offerto ciò che nessun’altra donna gli avrebbe potuto offrire, mai: il sacrificio di se stessa e della sua arte. La sua stessa ragione di vita." [19]

A lei viene negata anche la maternità, che avrebbe potuto diventare lo scopo della sua vita, e l’amore le si rivela come forza distruttiva. Vuole andarsene da Milano; a Roma però incontrerà casualmente Berto, e dopo un addio definitivo, camminando trasognata e disperata verrà investita e uccisa da una macchina in corsa. "Attorno a lei frusciavano ruote di vetture, rombi soffocanti di autobus, stridevano armeggii di freni; insegne luminose si drizzavano nel cielo, altri lumi proiettavano a terra riverberi abbaglianti che guizzavano, scintillavano come maglie di una immensa rete che si dilatava sempre più".

Il finale, così diverso da quelli consolanti dei paradigmi rosa, rivela una tragicità attutita, temperata, un percorso verso la morte.

Ancora una volta si possono scoprire i modelli culturali cui Mura fa riferimento, in particolare nel tema del vento che accompagna tutta la vicenda e nella rievocazione di Venezia: il Fuoco di D’Annunzio e Morte a Venezia di Th. Mann, come sempre ricondotti nella loro semplificazione a una lettura popolare, ma possiamo anche avvertire il passaggio dal romanzo rosa a quello popolare con la conclusione, così poco consolatoria, poco elegante, inconsueta nei romanzi della scrittrice.

Il connubio amore e morte di ascendenza romantico-decadente viene assorbito in Vento di terra nella letteratura popolare del romanzo sentimentale per signore.

C’è anche molto di autobiografico in questo romanzo: il ritratto fisico della protagonista ad esempio, che ricalca quello di Mura, che allora aveva 47 anni, "Pamela non era bella, non era giovanissima nonostante i suoi ventisette anni, non era elegante. Non aveva nulla, esteriormente, che potesse tentare un uomo. Così magra, col volto affilato e pallido, in certi momenti era quasi brutta. Ma se un uomo si soffermava a considerarla come donna, se un uomo la fissava in quei suoi occhi umili e caldi di gazzella ferita e amorosa, sentiva che il cuore accelerava i suoi palpiti. E se un uomo le rimaneva vicino, se la sfiorava, se le parlava, se le guardava le labbra rosse sui piccoli denti uniti e luminosi, non desiderava più allontanarsi da lei e aveva bisogno di lei per vivere." [20]

Fanno ancora parte della sua autobiografia la doppia residenza Varese-Milano, la madre vecchia e malata, il tema della donna artista che si mantiene con i proventi del suo lavoro, le difficoltà economiche, il tema della solitudine e della maternità mancata, l’amore sbagliato (forse per Alberto Matarelli, a capo della Sonzogno?). [21] Tutti questi elementi fanno di Vento di terra un romanzo, nel suo genere e nella storia dell’autrice, interessante.

L’ultimo romanzo di Mura, non definitivamente rivisto, a causa della morte precoce, è Camelia tra le fiamme. Presenta accanto al consueto tema dell’amore alcune interessanti novità strutturali: una doppia storia di coppia: Filippo e Camelia- Camelia e Ludovico; due uomini agli antipodi: malato e debole il primo, vitale e coraggioso il secondo; due modelli d’amore: affettuoso, quasi materno il primo, appassionato e travolgente il secondo; due matrimoni: quello di Camelia e Filippo accelerato dalla malattia, quello di Ludovico e Maria di disperata consolazione; due modelli di donna Camelia e Maria, antagoniste per ragioni affettive, ma profondamente simili, sorelle, per sentimenti e modello di vita; un’analisi psicologica raffinata delle scelte e dei comportamenti sia femminili che maschili.

Alla morte di Filippo le vicende si intrecciano con gli impedimenti morali rovesciati. Ludovico finirà per restare con la moglie e dare un futuro al piccolo figlio, Mauro, nato nel frattempo e Camelia rinuncerà al suo sogno d’amore partendo sola, coraggiosamente, per l’Africa.

"Alla stazione, prima di salire sul treno per Venezia, lasciò cadere la lettera nella buca postale. Un piccolo gesto; un gesto che rompeva un incantesimo, che mutava il corso di tanti destini. Lentamente camminò sotto la pensilina: le pareva i sentirsi spoglia di tutto, monda di tormenti, di rimorsi, di speranze. E già le pareva di sentirsi più leggera, come rinnovata." [22]

Finale inverosimile nella destinazione del lavoro futuro in terra d’Africa, ma che annuncia una mentalità nuova, una forza di autonomia e decisione della donna, mai finora esplicitata nei romanzi già scritti. "Sono giovane: ho diritto alla vita: diritto a rinascere… cercherò conforto… cercherò di ricostruirmi una vita."

Mura stava probabilmente chiudendo con il romanzo rosa. Stava iniziando a sviluppare un nuovo modello di romanzo che non possiamo sapere dove l’avrebbe portata.

***

Nel genere "rosa" Mura ha privilegiato il tema tutto femminile dell’amore, della passione, dell’innamoramento travolgente. Era convinta che per una donna non vi fosse niente di più interessante. La parola "amore" compare ben 8 volte nei titoli dei romanzi.

Il tema sembra vissuto come un elemento naturale e primordiale, come ben si coglie dai titoli:- Acquasorgiva, Vento di Terra, Pamela tra le fiamme-, ma viene descritto anche come amore per la casa, desiderio di matrimonio, della maternità, dedizione, sacrificio: "Vi sono molte maniere di amare..V’è l’amore che trascina, che esalta, che stordisce. V’è la passione, insomma. Ma la passione finisce: brucia troppo in fretta. Poi v’è l’amore sicuro, che non finisce mai anche se non divampa come una fiammata... " [23]

Sono tutti temi molto sentiti dalla scrittrice , in particolare quello della maternità, che percepisce in modo struggente e sentimentale, sublimato:

"…Avrei dovuto fare la maestra anch’io. Trovarmi tutte le mattine dinanzi a una trentina di bimbi affidati a me, miei quindi, per alcune ore: non sarebbero miei, è vero, ma li farei io,insegnerei loro a pensare come penso io, darei il mio cuore...Un cuore che mi fa molto male… forse sarebbe stato meglio rinunciare a tutto, per un bimbo... " [24]

Nei suoi personaggi romanzeschi femminili si possono trovare molti aspetti della sua biografia, anche se ha ufficialmente rifiutato ogni identificazione: " Non scrivo mai o quasi mai, storie che riflettono vicende mie, storie che abbia vissuto: tutto quello che scrivo nasce dalla mia fantasia, nel mio cuore, nel mio cervello. Di mio, i personaggi che scelgo hanno soltanto i miei pensieri, il mio modo di sentire, la mia anima: portano me stessa nella loro vicenda." [25]

Lei che aveva scelto come pseudonimo quello della fatale Mura, aveva però anche saputo essere nelle corrispondenze con le lettrici la signora Buonsenso, la donna che sa convincere, consolare, rassicurare, far accettare con rassegnazione il ruolo tradizionale di madre e di moglie subordinata e ubbidiente della donna. E a questo ruolo in fondo aspirava nel suo amore per i bimbi e nel rimpianto di non averne avuto.

"La sensazione precisa della felicità mi viene quasi sempre dai giardini che affacciano i loro viali o i loro spiazzi sulla strada. La porta della villetta è spesso aperta al sole, e s’intravede un ingresso luminoso con una tavola nel mezzo e sulla tavola un vaso pieno di fiori. Le tende alle finestre sono abbassate, e un’atmosfera di serena pace filtra attraverso i pizzi e sfocia dalla porta spalancata. Mi assale una voglia imperiosa di suonare al cancello, di attraversare il vialetto ombroso a pergola e di entrare nell’atrio invitante. Mi pare che la casetta debba essere silenziosa e fresca, la padrona di casa sorridente e ospitale, il marito di lei accogliente come il nido che già è lontano..E penso che l’amore e la felicità debbono aver scelto in quella piccola casa nel sole il loro rifugio." [26]

Al di là del suo lavoro impegnativo, la sua fatica quotidiana, i suoi viaggi in terre lontane ed esotiche, le sue molteplici conoscenze ed amicizie, che sono state presenze forse anche invadenti della sua vita, le sue contraddizioni ideologiche, spesso legate al periodo in cui ha vissuto, Mura è stata una donna profondamente sola,… una donna che aveva bisogno di uno specchio per farsi compagnia, come singolarmente ci confida: [27] "Non v’è avvenimento della mia esistenza… che non sia passato attraverso il riflesso d’uno specchio. Riso e pianto, gioia e dolore, ansie e vittorie, difficoltà e fatiche, li ho cercati, sempre, in me riflessa nel quadrato di specchio che sta appeso dinanzi alla mia macchina da scrivere... Con quella me stessa che mi guarda discuto, con lei faccio conversazione nelle ore di maggior solitudine; se l’altra ha un volto sereno e sorridente le sorrido, se mi appare stanca o malinconica con la fisionomia contratta la sgrido… S’io non avessi uno specchio mi sentirei mutilata, spaccata in due e mi mancherebbe sempre l’altra me stessa".

E sinceramente, ma malinconicamente, asserisce:"Ho sempre incontrato donne che viaggiano sole, durante i miei lunghi anni di vagabondaggio per il mondo…Parlo delle donne sole, che viaggiano sole, in cerca di qualche cosa che non sanno. Forse in cerca di se stesse… Ho conosciuto troppe donne sole, io che sono una donna sola. Ed ho provato per tutte la stessa dolorosa pietà che provo per me stessa quando, sospinta dalla vita e dal dolore, chiudo un baule e, attraverso gli oceani, sbarco in paesi nuovi con gli occhi pieni del mio paese e il cuore gonfio di nostalgia.. poi la novità mi attrae, le grandi metropoli fervide di vita mi travolgono, il paesaggio nuovo m’incanta, la curiosità si desta e il senso della bellezza agisce sul mio spirito: divento allora, una donna come tutte le altre, e il senso della solitudine si attutisce…"

Prevale allora il suo orgoglio di donna indipendente, autosufficiente, il secondo aspetto della sua personalità: "La possibilità di vivere del proprio lavoro, rappresenta in tutti i casi la salvezza personale. In tutti i casi disgraziati di fughe romantiche e di ribellioni furibonde, le donne che si sono salvate sono quelle che hanno lavorato." [28] Ma guardando il fondo del suo animo malinconico conclude: " Non bisogna invidiare le donne che viaggiano, e che, come le lumache, portano con sé la loro casa in un baule…Sono quelle che vorrebbero fermarsi e non possono... " [29] 

Menta e Rosmarino: www.mentaerosmarino.it 6- N°13, aprile 06

Inseguendo L. Meneghello sulle caviàgne del paese natale.

A notevole distanza ormai dalla sua prima pubblicazione è stato riproposto, proprio a Varese, sotto forma di spettacolo, "Libera nos", con la regia di Gabriele Vacis, tratto liberamente dall’opera letteraria Libera nos a Malo di Luigi Meneghello, pubblicato nel 1963.

Mi chiedo se ci sia ancora qualcuno che non abbia letto, non conosca il capolavoro di L. Meneghello, uno strano romanzo-saggio, difficilmente identificabile in un genere letterario preciso, volutamente ironico ed ambiguo, ricchissimo e stimolante, che ci conduce, umoristico e affettuoso, lucido e disincantato, nel cuore del paese di Malo, il paese natale del vicentino di L. Meneghello: un microcosmo di cui l’autore ricostruisce, proseguendo per associazioni, evocazioni, intermittenze, comicità e fantasia, a cerchi concentrici sempre più ampi… storia, paesaggio, abitudini, usanze, la propria infanzia, la propria autobiografia, il proprio tempo.

Ma forse questo originale libro è stato più citato che letto, vista la sua ricchezza provocatoria e la sua difficile poesia, la sua non facile lingua, che è un impasto di italiano letterario e di italiano popolare che rimanda e si fonda sul dialetto, la lingua del mondo mitico dell’infanzia. Lo spettacolo teatrale ne raccoglie la consapevolezza del messaggio, che nessun museo può conservare, ma solo evocare, finché qualcuno ricorda.

A cominciare dal titolo: che richiama l’invocazione finale del Pater noster: "Libera nos a malo. Amen"; ma nella sostituzione col maiuscolo Malo, il nome del paese, o addirittura con la storpiatura paesana del latino "amaluame"- liberaci dal luàme- indica pure la liberazione catartica, attraverso la scrittura, dai legami e ricordi del paese natale, e nella sua amplificazione, il luàme, il male fisico – la morte ingrata - e metafisico- la porta dell’Inferno!-.

E che la scelta linguistica di L. Meneghello non sia frutto di pseudo-sperimentazioni da intellettuale impegnato, quale di fatto è pure l’Autore, ma di ragioni irrevocabili della sua storia e della sua personalità, lo cogliamo immediatamente nella sua dichiarazione: " Le radici del dialetto sono molto profonde in quelli di noi che hanno vissuto da dialettofoni nei primi tre, quattro, cinque anni di vita: e questo ha una straordinaria potenza nella nostra vita interiore, anche se poi usiamo abitualmente altre lingue… Per me il dialetto non è una lingua bassa, ma una lingua profonda, non perché abbia delle caratteristiche speciali in quanto sistema linguistico, ma perché è stata la lingua delle prime, più vivide fasi della mia vita.".

La scelta della lingua espressiva non è un frutto di analisi razionale, ma la ragione intima della personalità e della storia individuale: "Ci sono due strati nella personalità di un uomo; sopra le ferite superficiali, in italiano, in francese, in latino; sotto le ferite antiche che rimarginandosi hanno fatto queste croste delle parole in dialetto. Quando se ne tocca una si sente sprigionarsi una reazione a catena, che è difficile spiegare a chi non ha il dialetto. C’è un nocciolo indistruttibile di materia, apprehended, presa coi tralci prensili dei sensi; la parola del dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare, e non più sfumata in seguito dato che ci hanno insegnato a ragionare in un’altra lingua.

Ma questo nocciolo di materia primordiale contiene forze incontrollabili proprio perché esiste in una sfera prelogica dove le associazioni sono libere e fondamentalmente folli. Il dialetto è dunque per certi versi realtà e per certi altri versi follia."

Allo stesso modo la scelta del soggetto- il paese- non è una scelta limitata, riduttiva rispetto alle ampie possibilità culturali di scelta dell’autore, scelta stravagante, estemporanea, o un omaggio a un certo gusto localistico retro, ma la voce di un’esperienza che si riconosce profonda e irrinunciabile, l’origine prima dell’equilibrio della propria vita.

"C’è in me un senso molto vivo dei rapporti tra i luoghi e le nostre idee. È qualcosa di non meno importante per me, in relazione al paese, e alle mie proprie emozioni connesse al paese, di quanto non sia per esempio la lingua- della quale mi sono occupato molto di più"

"Perché questo paese mi pare certe volte più vero di ogni altra parte del mondo che conosco? e quale paese: quello di adesso, di cui ormai si riesce appena a seguire tutte le novità; o quell’altro che conoscevo così bene, di quando si era bambini o ragazzi, e ciò che ne sopravvive nella gente che invecchia? O non piuttosto l’altro ancora, quello dei vecchi di allora, che alla mia generazione pareva più antico e favoloso? È difficile dire…. Quella vita si potrebbe rimpiangerla solo per sentimentalismo generico: ma qui dove almeno l’impianto generale delle strade, delle case, degli edifici pubblici è rimasto quasi immutato, è ancora possibile commemorarla".

Più che di commemorazioni si tratta di evocazioni di stati d’animo, dimensioni psicologiche determinanti nella formazione dell’equilibrio personale, matrici di serenità di vita ed armonia di crescita.

"Serenità, immanenza, un mondo pacifico che finisce in questo cortile di casa dove si gioca, ben ordinato, protetto dalla tettoia e dal bel telone del cielo. Fluire della vita, acciottolato lucido del cortile, sorvegliato dalle finestrelle della cantina. Aria del pomeriggio, silenzio, domenica."

Confini rassicuranti, pacificanti, che annunciano contemporaneamente con l’uscita nei dintorni, l’altro imprescindibile- le strade e strabelle rurali , - caviàgne e sentierini-stròsi che portano fuori dal nucleo familiare e conosciuto del paese - verso la collina o verso case isolate abitate da contadini, o ancora verso spiazzi, pianori senza meta, che pongono con il loro stesso tracciato la necessità dello sconfinamento. Anche questo terreno esplorativo è necessario per la crescita.

Il sentiero risale un rilievo montuoso, scala una ondulosità del terreno, conduce a un pino sulla cima, penetra in zone inaccessibili, si snoda sotto un arco di fronde, poi a cielo aperto: "… come quando si arriva a un confine…: così dalla stradella che comincia vicino a casa nostra..subito di là cominciava la no-man’s land che s’estende verso i paesi a oriente, la campagna fitta, fuori dalla geografia e dalla storia. Proseguendo..si sentiva crescere il senso dell’ignoto; nell’estate piena occorreva quasi una forma di coraggio per avventurarsi avanti tra i sorghi…"

L’ignoto contrapposto al noto, al quotidiano, ma anche l’ignoto tout-court , di contro all’ignoto estetico, che pure è vagamente e misteriosamente intuito, e che diventerà familiare nella più tarda frequentazione dei luoghi letterari della poesia:

"C’erano luoghi inesprimibilmente ameni lungo il torrente: boschetti di acacie, praticelli..il brolo antico del prete... uno di quei luoghi perfetti che si trovano nei romanzi di cavalleria; l’erba, l’acqua, la roccia, l’orto misterioso, aereo...la prospettiva dei platani…la polla dell’acqua sorgiva e l’ombra pezzata degli alberi…"

L’ignoto estetico contrapposto al noto utilitario: "Per questi viottoli si ruba, si esplora…(pere pome ùa- mericàna..pèrsego… armellino che allega.. nose, noselle…) il viottolo turba, eccita, se ne sbuca correndo a mezzogiorno, si rivede dall’alto il paese, ridendo, con la faccia tutta impiastricciata di more".

Nel quotidiano lo straordinario bestiario stagionale: "maggio in orto, api, calabroni, virgulti, germogli…la cavalletta verde che è un mandorlone bislungo senza forza… con una sottoveste di seta trasparente, giallina..la cavalletta castana tarchiata e forzuta… con le mutande scarlatte…che portavamo a passeggio con quei guinzagli legati al dito, per straviarle… e i bromboli ( maggiolini) arrampicatori…" Ma le api, le ave filandiere, giuggiole che si muovevano, streghe striate, erano anche l’oggetto primo, fascinoso, di attrazione poetica:

" Ave aveta, do lo ghètu ‘l basavéjo?

Ava: sa te me bèchi te loincatéjo"

Il paesaggio delle colline fuori paese selvaggio e solitario, con la sua carica di mistero e di avventura contrapposto alla quotidianità della casa e della piazza:

"La casa apparteneva alla vita, ai traffici degli uomini e delle bestie..alle cose di cui è piena la giornata. Era un organismo assai più complesso della casa di oggi; conteneva ogni maniera di prodotti, granaglie e patate in granaio, vini in cantina, le stanghe dei salumi, le assi coll’uva secca; le cataste della legna, i mucchi di fascine. L’ampio brolo le portava dentro un pezzo cintato di campagna, sulle mura fiorivano il glicine e il calicanto; nel cortile arrivavano su carri e carriole, in sacchi o su stanghe, la vita del paese….

Le case del centro hanno un portico selciato che dà nel cortile; nel portico si aprono le porte delle stanze a pianterreno, e le scale. Le stanze sono a travi, i pavimenti a mattoni o a tavole di legno. La cucina è la stanza più importante…. Le camere sono grandi e nude, gelide d’inverno, hanno letti di ferro con la rete metallica o gli elastici, il materasso di crine sotto e quello di lana sopra. C’è un lavandino in camera, con la brocca e la secchia..

La casa ha amplissimi granai, quasi un’altra casa lassù, ventosa e luminosa, con gli alti soffitti sbilenchi. Queste sfere sopramondane hanno più importanza che non si possa dire: si dovrebbe trascrivere tutto in chiave neo-platonica.

C’è molto rame in casa, secchi, testi, stampi, paioli…. Sospeso alla catena del focolare c’è il paiolo della polenta. Tutto ciò che ha attinenza con la polenta era importante, il ceppo incavato che premevamo col ginocchio sul paiolo per tenerlo fermo, la méscola, le croste che si grattano direttamente dal paiolo, il vasto panaro (tagliere), il filo di cotone con cui si tagliano le fette che solo i barbari ignari assassinano con la lama del coltello…"

Fuori la piazza, il punto di riunione di tutto ciò che non era ufficiale.

"Le piazze e le strade erano la nostra agorà;…un quadro rallegrante di una vita fatta non solo di triboli, ma anche di incontri, di avventure, di capricci alati, di riflessioni, di liberi eventi… Mezzogiorno col sole, quando l’estate è ancora illimitata, ai tavoli del caffè in Piazzetta con un bicchiere di vino bianco..osservando la gente che conosciamo. …Conosco bene il giro che fa l’ombra delle case, qui davanti, e il taglio del sole a mezzogiorno in piazzetta….Gioia somma e perfetta, astratta dal tempo, in mezzo al paese, come fuori dalla portata della morte. Rabbrividisco al sole."

Dopo Libera nos a Malo Meneghello scriverà Pomo pero (1974), opera in cui, rimasti inalterati i contenuti della vicenda,-il paesino di Malo, i personaggi cari all'autore-, viene a mutarsi la prospettiva del racconto che, sulla scia dei ricordi e degli anni, si fa più visceralmente partecipe e sottilmente angosciato; tentativo ultimo di fermare il tempo perduto con modi solo apparentemente consapevoli ed equilibrati.

Ed ancora nel 1991, sul versante saggistico, pur senza rinunciare al gusto del racconto, si colloca il volume Maredè, maredè, sondaggi nel campo della volgare eloquenza vicentina .

Una autore multiforme ed originale: un invito al godimento della lettura .

 

Menta e Rosmarino, N°25- dicembre 2010

L.Russolo " musico, pittore e filosofo"a Cerro di Laveno

La nostra zona, Varese con la sua periferica provincia, non è stata mai terra di protagonismo culturale di avanguardie, di deciso sostegno al Futurismo, piuttosto di un leggiadro, piacevole e decoroso Liberty.

Troppo segnato storicamente e geograficamente il paesaggio, troppo riconoscibili le linee morbide delle colline che fanno da scenario, da fondale barocco alla città…Il tempo a cui rimandano è indubbiamente il tardo Seicento. La vocazione turistica si associò poi con quella religiosa, aprendo la strada alle devote visite al Sacro Monte e alle sue cappelle…. È in questa doppia veste, borghesizzata, che il futurista Volt (Vincenzo Fani Ciotti), autore di Archi voltaici, nel 1916, per le edizioni futuriste di Poesia, ci presenta una ironica tavola paroliliberista di Varese-Domenica. (V. Menta e R. n°22, Il Futurismo a Varese). I tempi cambiano…Varese e i suoi dintorni non è più oggi terra di futuristi, né adatta ad ispirarli, … se mai, si frequentano i suoi dintorni come un rifugio di pace.

La prova della sua evoluzione va ricercata nella presenza storica di due importanti futuristi del nostro territorio: Luigi Russolo, che abitò a Cerro, presso Laveno, dove morì nel 1947, fin dal 1934 quando, di ritorno dalla Spagna, dirà alla moglie, Maria Zanovello Russolo,che lo tramanderà nelle memorie, pubblicate nel 1958: "Io non voglio più vivere in città…troppo rumore, troppe telefonate, distrazioni…Ho bisogno di vivere nel silenzio e nella quiete; in un eremo insomma, per continuare i miei studi, le mie esperienze occultistiche e fissare le mie conclusioni in un libro filosofico-artistico… voglio vivere come un Santone indiano" e Bruno Corra, teorico e romanziere futurista, impegnato dalla prima ora, che abitò fin dal 1956 a Varese, dove morì in solitudine e dimenticato nel 1976, esaurita da tempo la sua avventura futurista, rientrato deluso "nell’ordine"e nella consolazione dei romanzi "rosa".

Personaggi ingiustamente dimenticati, almeno il secondo. Ancor noto il primo, grazie anche alla Fondazione Russolo di Varese, in cui con impegno costante è stato tenuto vivo il nome, l’attività ed il multiforme ingegno di Russolo, in ambito non solo nazionale.

In questi anni il 2005 ha visto ricorrere il centenario della pubblicazione di Poesia, la rivista marinettiana, e il 2009 il centenario della nascita del Futurismo, di conseguenza un concorso di iniziative di ricordo e studio del movimento futurista. Con entusiasmo, approfittando dello studio del fondo di Luigi Russolo, acquisito al museo di Rovereto nel 2004, il Mart ha proposto nel 2006 una retrospettiva dedicata a Russolo, che fra i cinque padri fondatori del futurismo visivo ( Boccioni, Carrà, Balla, Severini, Russolo) è stato il meno studiato. Fra tutti loro infatti è quello che più si è staccato dal puro piano visivo, dedicandosi ai suoi colti e vasti interessi per la musica, gli studi di occultismo, la letteratura.

Tra i pittori, L. Russolo fu tra i futuristi della prima ora (nel ‘10 firma con Boccioni e Carrà il Manifesto dei pittori futuristi ) l’appassionato dilettante, la cui cultura filosofica ed inventività ad ampio spettro furono da stimolo anche per gli altri. Era il prototipo dell’uomo futurista teso a stringere legami tra le arti e ad applicare ampiamente i principi del movimento. Coi futuristi lavorò fino al 1913, allontanandosi poi dalla pittura, che per prima l’aveva attirato, attento ai fermenti del simbolismo ed al divisionismo, per dedicarsi completamente all’arte dei rumori, verso la creazione di un ’estetica musicale d’avanguardia. Scriverà:

" Non sono musicista: non ho dunque predilezioni acustiche, né opere da difendere. Sono un pittore futurista che proietta al di fuori di sé un’arte molto amata e la sua volontà di rinnovare tutto. Perciò più temerario di quanto potrebbe essere un musicista di professione, non preoccupandomi della mia apparente incompetenza, e convinto che l’audacia abbia tutti i diritti e tutte le possibilità, ho potuto intuire il grande rinnovamento della musica mediante l’arte dei Rumori."

Il rumore, che non significa fracasso o cacofonia, è l’aspetto non sfruttato della musica, un nuovo mondo di energia acustica, che si estende dal mondo della natura a quello della città.

Il suono musicale era ritenuto troppo limitato nella varietà qualitativa dei timbri. La varietà dei suoni-rumori è invece infinita.

La scala enarmonica secondo Russolo è data dalle sirene degli stabilimenti, dei vaporetti, dal rumore del vento con " l’ululato basso , umano, minaccioso, implorante…beffardo in sibili acuti…" e della natura:…il tuono, "misterioso brontolio che arriva da lontano come una minaccia"; le agitazioni del mare, dalla risacca alla burrasca..il gorgogliare della sorgente…"l’orchestra delle foglie in un bosco mosse dalla brezza…la città moderna...la strada, infinita miniera di rumori"

Nel ‘13 scrive L ’arte dei rumori, che diventa il fondamento teorico dell’invenzione di un nuovo strumento: il rintronarumori. Strumenti vari, "intonarumori" erano: lo scoppiatore, il sibilatore, il ronzatore, il gorgogliatore, l’ululatore, ecc… di cui introdusse l'uso nelle sue composizioni. Esperienze e serate milanesi e parigine ne segnarono l’interesse curioso, anche se non pacifico, del grande pubblico internazionale.

Paolo Buzzi, poeta e scrittore milanese (1874-1956) che esordì come futurista e ne coltivò l’amicizia, lo ricorda pieno di entusiasmo ed irrequietezza a Parigi, quando si dedicava agli studi musicali e all’invenzione dei nuovi strumenti

"Eroe affilato dall’angoscia

vorticosa ogni ora, tu cerca

l’acustica ebrietà la più nuova

nel cozzo dei rumori: tu guarda

con gli occhi del mentale basilisco

lo scenario magnifico degli uragani…

Luigi, l’ululatore è l’oracolo

di Dio che t’inspira e ti rende giustizia"

Lo ricorda anche nel romanzo futurista Cavalcata delle vertigini,dove ne ha fatto il protagonista:

"L’orchestra manovrata da forze elettriche, prima ancora che lanci i suoi suoni, ha le vibrazioni dell’officina e del cantiere… tutta la vita ritrova i suoi aliti, i suoi fremiti, le sue armonie; certo anche i profumi e i colori"

Il suo interesse per il simbolismo, lo spinge a prediligere l’inquietudine e il fantomatico, ad evocare direttamente le forze che attraversano il cosmo. Saranno questi interessi che diventeranno i protagonisti della seconda parte della sua vita, quando si dedicherà agli scritti filosofici e tornerà alla pittura "classico-moderna".

Russolo amò la terra varesina e i suoi laghi. Scrive Paolo Buzzi di lui: " S’è dato a frequentare i suoi luoghi adorati. La Lombardia classicamente bella è lì, in quelle vene azzurre che la tagliano dal monte al piano e che hanno la potenza di dirigere i sogni come lembi di Galassia in alto cielo"

A parte i suoi ultimi quadri coi quali presenta il paesaggio del lago immoto e incantato, come Tramonto sul lago, Tre pini, Il pioppo, in cui è facile riconoscere il nostro paesaggio, anche se le forme immobili e le luci di taglio e di contrasto suggeriscono più una visione inquietante metafisica che classico-realista della realtà, intonata ai suoi pensieri filosofici, al suo versante "nordico" , è ancora il paesaggio noto il motivo conduttore della sua arte, e una poesia dell’amico Paolo Buzzi, che lo ricorda a Cerro, riesce a comunicarci e a confermarci la sua significativa presenza sul lago:

…Ecco i verdi poggi

cui domina il macerato colosso

di San Carlo; danzano, come sull’acque

sogni, l’isole Borromee…

Albe tramonti

ai sensi mi prendono.

La tavolozza intonarumori di Russolo

intorno mi rotea. Stravivo!…

Odora il suo giardino di lauri

come una tomba eccelsa. E il cipresso

l’anima acuta ne segna

in faccia al Sempione

di madreperla e zaffiro….

Egli dorme dolce

Come la prima notte di nozze

con la morte in fondo la fossa

fiorita di Laveno.

Così, l’un dopo l’altro, sen vanno

gli amici della scuola e della vita…

A Cerro si dedicherà alla scrittura del suo libro Al di là della materia.

L’opera è composta da 3 parti: Alla ricerca del Vero, Alla ricerca del Bello, Alla ricerca del Bene.

È immaginata come un dialogo platonico tra due personaggi Pirro, espressione del razionalismo occidentale e Mani, espressione della sensibilità mistica orientaleggiante.

Parte dall’analisi del mondo materiale, quello delle scienze positive e sperimentali, per passare al di là della materia: per il Vero verso l’intuizione e la veggenza, per il Bello verso le emozioni e le passioni sublimate nell’opera d’arte, per il Bene verso l’amor platonico o spirituale e proseguire verso l’astrazione che conduce al regno dello Spirito.

A Cerro, nel suo eremo presso la riva del Maggiore, come un anacoreta, indifferente ormai alle avanguardie, al chiasso esibizionista e alla politica, vive il periodo della seconda guerra Mondiale, dedicandosi nuovamente alla ritrovata pittura e cercando nella riflessione filosofica la spiegazione dei problemi misteriosi del fluido terrestre e umano che lo affascinavano; ascoltava, come diceva P. Buzzi " les Golfes mystiques des tonneres et des pluies…les musiques uniques et vaies: celles qu’entendent les morts…"

A Cerro riceveva, come ci dice l’autorevole Maffina, ( in Luigi Russolo e l’arte dei rumori,1976 ) alcuni amici tra i quali oltre Paolo Buzzi, che gli fu vicino fino alla morte, il pittore Mario Aubel , Boris Georgiev e Innocente Salvini, autodidatta come lui, e ritornava a una pittura «classica », realistico-simbolica, ben diversa da quella futurista.

"..Il rigore morale si è accentuato…cerca di dare alle sue pitture l’impronta di un concetto estetico che esclude qualsiasi compiacimento sensuale, di modo che le linee, colori, forme, nulla hanno di casuale, nulla che non sia frutto delle sue particolari riflessioni"(C. Carrà)

A Cerro inizierà anche la stesura di un secondo trattato filosofico-mistico, mai pubblicato, dal titolo Dialoghi tra l’io e l’anima, nell’intuizione che l’uomo non altro è che "una scintilla, una gocciola che viene dallo spirito infinito nel tempo dal tutto infinito nello spazio."

A questa produzione dedica in particolare il suo saggio Anna Gasparotto, ricordando gli amici dell’ultimo periodo ( Georgiev, Aubel, e Salvini), ma anche i fili che lo ricollegavano ai primi futuristi cui fu amico, come Ginna e Corra, amanti sia di studi sull’intuizionismo, l’occultismo e le filosofie orientali, a dimostrazione dell’evoluzione del pensiero e dell’opera di Russolo, ma anche al ritorno consapevole e maturo ai suoi ricchi studi giovanili, carichi di potenzialità e aperture intellettuali. 

 

L’InChiostro, Dicembre 2010,

Lo spirito del lago 

Tutto lago, solo acqua nella foto. Non c’è il cielo, quel cielo variabile e capriccioso che tanto assomiglia all’inquietudine dell’acqua, e tanto affascina chi guarda il nostro lago di Gavirate, triangolino scuro, tutto insenature e punte, circondato da morbide colline.. C’è la presenza , ma solo evocata, del salice, che si indovina maestoso e ricco e che abbandona le sue lunghe chiome languide e incerte davanti al fondale del lago che vive la sua vita. Davanti, in primo piano, la statua, lo spirito del lago, che guarda lontano.

La foto, mirabile, è di Ivan Fusari ed è stata pubblicata nel calendario gaviratese del 2009 ad illustrare il nostro ottobre lacustre Tutto il calendario è dedicato al nostro paesaggio e al lago, ad iniziare dalle esili cannette stilizzate, immagini di un inverno rabbrividente… Il fotografo ama i particolari, il dettaglio, che fa da tramite verso un’idea più vasta, più universale. Ama concentrarsi, escludere la globalità ovvia e disturbante, lontana dall’essenzialità.

Porta un titolo, "Pensieri sotto il salice". Certo è una foto "pensierosa", ma è molto di più che lo svagamento del pensare o l’essere assorti in se stessi, in pensieri indefinibili o malinconici …. Rimanda ad altro, in modo più inquietante.

Se scendi sul lungolago e ricerchi l’angolo da cui è stata scattata la foto, noti che si tratta di un androgino: un individuo giovane, in cui coesistono nell’aspetto esteriore sembianze proprie di entrambi i sessi. Ha l’aspetto scattante, vitale dell’adolescente che si prepara alla vita e la dolcezza della giovane donna concentrata che attende l’amore: debole, fragile, sicura e misteriosa…

Mi sovviene che nella cultura europea la figura dell'androgino è conosciuta, grazie alla descrizione che ne fa Platone nel Simposio: è Aristofane, nel dialogo, che narra di questo terzo genere, non figlio del Sole come gli uomini, non figlio della Terra come le donne, ma figlio della Luna, che della natura di entrambi partecipa. Il mito racconta che la completezza autosufficiente rese gli umani androgini e gli antichi umani tanto arroganti da immaginare di dare la scalata all'Olimpo, e che Zeus, non volendo del tutto distruggerli, separò ciascuno di loro in due metà, riducendoli a solo maschio e solo femmina: noi uomini e donne, imperfetti e malati di "umana nostalgia dell'interezza" mai placata … Un archetipo. Il titolo della fotografia è di matrice maschile, i pensieri infatti non hanno genere, e al fotografo non pongono problemi, sono una caratteristica universale dell’umanità.

La statua invece pone richiami precisi, intriganti: l’autore è donna, una scultrice, è Stella Ranza, di Varese, colta e sicura, non certo alle prime armi . E lo dimostra per il soggetto scelto, per la tecnica usata, per il materiale, per il ritmo che imprime alla figura, per l’ascensione verticale, per la manualità sapiente dentro la compattezza e la solidità della materia, che gioca con la luce con il paesaggio cangiante che gli fa da sfondo. Il suo il titolo- Lo spirito del lago- sottintende umanizzazione e ricerca di spiritualità forse in una dimensione occulta.

Il pensiero è presente, ma non è più il protagonista: lo spirito aleggia allusivo, simbolico, misterioso. La concentrazione e la staticità sono un invito ad andare oltre, ad abbandonare il presente coi suoi quotidiani richiami che ci inchiodano alla terra. Ad abbandonare anche il puro affascinante estetismo dell’immagine. La poesia, la grande poesia di Sereni che contempla il suo lago, offre una chiave di lettura che mi convince, illuminante come l’immagine non vuole essere: …. e non era più un lago ma un attonito/ specchio di me una lacuna del cuore.

 

Prefazioni

L. Ferriani, genio eclettico, catalogo, 2008, Sangalleria Arcumeggia

Luciano Ferriani moriva il 27 settembre 1968. Sono passati quaranta anni, molti, per un pittore, uno scrittore, un intellettuale che aveva mostrato tante possibilità creative al suo arco, tante genialità appena potenzialmente espresse….

Era nato a Bologna nel 1921, vi compì gli studi al Liceo artistico e all’Accademia delle Belle Arti, e morì nel ’68, a Caldana, in seguito ad un incidente di caccia. Visse a lungo a Caldana, il paese di origine della madre, dove dipingeva, scriveva e si dilettava andando a caccia.

"Il mio sangue da parte materna discende da questo paese… Amo il mio paese di un amore insospettabile: è la terra della mia gente della quale rispetto le tradizioni …". Ha amato profondamente il nostro Varesotto, di cui dice:

"…Il Varesotto è ancora un angolo primitivo di quell’Eden che la Bibbia ci fa rimpiangere. Un luogo solitario popolato solo da verdi silenzi, di rare bianche casine e sperduti campanili, in..quella balconata di bellezza che si dispiega lungo le pendici del Sacro Monte…. Tutte le vallate che fanno corona ai laghi del Varesotto, …fra queste la val Dumentina…(mostrano) l’opulenta bellezza delle selve, dei monti, la frescura delle acque e la delizia dei vini locali …Con l’autunno nelle selve dorate, fra le vecchie acacie, castagni secolari e frassini e betulle eleganti i tordi zirlano, pazzi d’allegria, pensando alle scorpacciate d’uva che faranno nei superstiti vigneti che fiancheggiano i boschi. Allegria sconsiderata la loro! …Nascono così quelle stupende mattine di caccia che hanno per scenario uno degli angoli fra i più suggestivi, più quieti e dolci di tutto il Varesotto …."

Il ritratto più incisivo di lui fu fatto dall’amico Piero Chiara che, in occasione della sua mostra varesina del 1959, a corredo del catalogo <Luciano Ferriani, pittore-editore >, scriveva tra l’affettuoso e l’ironico:

"Ferriani è pittore, incisore, restauratore, antiquario, mercante editore, bibliofilo, scrittore, tecnico della tratta, della cambiale, della dilazione e del protesto. Eroe del dissesto…ma anche, con tutte le controindicazioni possibili, cacciatore, uccellatore, imbalsamatore, nuotatore, mangiatore, bevitore e quanto di più fisico può stare in un uomo di penna e di pennello".

Ciascuno di questi aggettivi che definiscono il personaggio, richiederebbe lunghe chiose analitiche. Ferriani è stato infatti un gran lavoratore, aggiornato, colto, estroso, vulcanico ed instancabile sia che lavorasse al cavalletto che alla penna o che trafficasse di editoria. È stato anche un uomo vitale che sentiva la vita come partecipazione gioiosa, ironia generosa, umori esplosivi, e solide passioni anche naturalistiche.

Nel 1968, che è l’anno della sua prematura morte a soli 47 anni, lui stesso si presenta nella rubrica Il letto di Procuste, che curava per la Prealpina:

"Autoritratto . Lo scrittore di Procuste, che si veste di fustagno, è brigante a proprie spese senza l’ombra di guadagno.( 25-1-1968). Sulla Prealpina compaiono a scadenza regolare le sue meditazioni sull’arte, sulla pittura, e sull’assillo, rovello, ansia e timore di non riuscire ad esprimersi, e di dare forma al groviglio di emozioni che porta dentro di sé.

"Dieci anni or sono la mia passione per la pittura non riuscivo ad imbrigliarla facilmente e mi lasciavo andare a <esplosioni di colore > sulla tela. I gialli, i rossi, i blu, i violetti spiccavano come smalti violenti e contrastanti contenuti a malapena dalla castigatezza del disegno…." Colori come straordinarie sorprese che suscitavano quasi sgomento di fronte alla loro violenza espressiva.

Ed ancora, meditabondo:"Ogni giorno che passa matura in me l’uomo e l’artista. Scoperte improvvise. Mondi nuovi da realizzare, quando penso alla pittura. Oggi mi viene il desiderio di dipingere su vaste tele un mondo che sia meno frammentario di quello già realizzato…. Non abbiamo più la forza di distendere tutta la nostra anima di pittori nella vastità della luce e del tempo, per esaltare l’uomo, la vita e la natura universa che ci circonda. Simili ai mitici avari ci siamo impossessati ognuno di un frammento del tutto che è l’universo per ripeterci ed esaurirci in una produzione intimistica ed intellettualoide…Queste sono le riflessioni amare…." (21-7-57-)

Dal 1957 scrive quasi quotidianamente <Il taccuino di un artista>- (…poi, di un pittore)-

La rubrica prosegue negli anni, è davvero uno zibaldone: vi scrive ricordi di fanciullezza, di adolescenza, di vita; scrive pensieri e meditazioni sul suo essere artista, sulla pittura e sulle sue difficoltà ed impotenze, sulla scrittura e la durezza della parola che non può usare la sua tavolozza di colori, sui sogni e la realtà, le emozioni e i sentimenti, le sue impressioni di viaggio, segnate dalla sensibilità pittorica, oltre che da una attenta e colta sensibilità storica.

Affascinanti le sue note biografiche che recuperano la sua vicenda personale, le difficoltà economiche, le tristezze di una vita spesso in ristrettezze, che gli hanno amareggiato l’esistenza, ma anche la gioia degli affetti familiari, dei giochi delle sue bambine che saranno ritratte con sensibilità nelle sue grandi tele.

"Mi procura gioia la voce delle mie bambine che sale fino allo <studio> spiccando nella luce dorata di questo giorno settembrino..."( 12 maggio 1957). …."Il cavallo a dondolo riposa in un cantuccio della cucina. Tra le sue gambe occhieggia, gialla e rossa, la scopina della bimba. Ora vi è un po’ di pace. La piccola tiranna è nella stanza superiore e, nel suo letto, ascolta la favola che le racconta la mamma. ….Dal bordo di paglia di un cestino spuntano i relitti dei giocattoli e pare che ancora incomba su di loro la manina grassoccia e tiranna della bimba. Una trombetta di latta, ammaccata e senza suono, è incastrata nei ruderi di un carrettino, mentre i capelli stopposi della bambola fanno cespuglio tra un sasso levigato, uno specchio e una matita.

Cara, piccola bambola della mia bambina, ….come mi sei cara! E tu vecchio cavallo a dondolo, che porti nel tuo corpo di cartapesta squarci mortali, tu mi sei caro perché la mia bimba spesso ti accarezza con le sue manine, perché vuol darti la pappa, perché sulla tua groppa ella ha fatto meravigliose cavalcate verso i cieli di fiaba che la sua fantasia le dischiude….E se la scopettina si abbandona a te con confidente amicizia, ti prego, non ti scomporre, non muoverti, lasciala dormire tranquilla il suo sonno. Domani mattina le manine della tiranna la cercheranno ancora per i giochi del suo novello giorno." (20-4-57). Poesia. Ma era la pittura la sua dimensione privilegiata.

"La pittura è sempre stata il fondamento di tutta la sua esistenza; faceva l’editore, si dava a tutte le esperienze della vita, ma dappertutto aveva uno studio di pittura. Quando non lo aveva vicino al posto ove svolgeva altre attività, l’aveva nella soffitta di casa sua…." ci ricorda P. Chiara.

In una "confessione" del ’58, citata da Renzo Modesti nella presentazione della monografia Ferriani, circa la sua ispirazione pittorica tendente al macabro, Ferriani stesso confida le sue fonti privilegiate, in un percorso artistico coerente e fedele a se stesso:

"Non ho mai cercato di proposito la tragedia…Ho solo cercato con rassegnazione e con ribellione al medesimo tempo la mia strada nella pittura e proprio nel ciclo macabro attuale credo d’averla trovata…anche se i miei occhi sono folgorati dalla straordinaria bellezza e lezione che mi viene dal Traini, dal Bosch, dal Bruegel e dal Borromini." I temi del barocco.

I pittori cui riconosce la lezione sono legati ai temi della Passione, della croce, della morte, alla bizzarria, la follia, alla seduzione del demoniaco. Il barocco con i suoi studi di luce ed ombra, spazio immaginario e spazio reale, illusioni prospettiche e giochi di linee lo affascina, riconoscendolo come una categoria dell’anima. Ed aggiunge: "Ma forse più che da tutti costoro la mia vena ironica nel macabro l’ho attinta dai cicli degli ignoti maestri di Clusone, dai popolareschi "Trionfi della morte" che ho visto disseminati un po’ dovunque…"

…Estrosità vulcanica, cultura:

pittura, poesia, scrittura, editoria,

pari giornalismo ed antiquaria:

sperpero d’ un "eroe del dissesto"….

La caccia desiderata e amata

nei prati del Varesotto amico,

sinfonia di colori naturali

rossi i castagni, bianche le betulle,

voci e silenzi inquieti delle cose

gioia e dolore- bolle colorate,

vaghe e lucenti d’oro e di celeste.

La vita tutt’un frammento scucito,

mosaico di pensieri vagabondi,

oscillare continuo di aspirazioni,

sogni come ondate di sofferenza…

 

Bibliografia essenziale

P. CHIARA, I miei amici artisti, a cura di F.Roncoroni, ed . Nicolini,1994

L. FERRIANI, Il mio cuore è nelle selve, ed. fuori commercio a cura di Alberto Palazzi, Caldana, 2001

R. MODESTI, Ferriani, prefaz. P. Chiara, ed. Navarco, Milano, 1964

A. PALAZZI, Luciano Ferriani: uno spirito folletto nella vita e nell’arte,1999, Terra e Gente, poi ripreso in Cocquio Trevisago 2006

R. OLDRINI, Luciano Ferriani, un’avventura editoriale, Confini, n°4, 2004

L. PIATTI, Schegge d’artista, ed Ghiggini, Varese, 1998

M.G. FERRARIS, Luciano Ferriani: "Uomo di penna e di pennello",2006,Terra e Gente, N°14

M.G. FERRARIS, Piero Chiara - Luciano Ferriani: un’amicizia non esibita, Confini N°6, 2006

M.G. FERRARIS, Menta e Rosmarino: n°12, 05, La Caldana microcosmo di Luciano Ferriani.

M.G. FERRARIS, Menta e Rosmarino: n°15,06, La Caldana inedita del giovane Ferriani.

M.G. FERRARIS, Menta e Rosmarino: n° 20,08- Ricordar Ferriani.

 

Note

[1] Mura- Camelia tra le fiamme, Sonzogno, p.12, 202, 387,  27, 165
[2] Mura- Fammi bella,Sonzogno, p. 193
[3] Mura, In giro pel mondo, Sonzogno, p.307
[4] Guido da Verona, 1919 e successivamente 1931: “Alla bella gentile e geniale Mura, compagna... e amica prediletta con simpatia e con ammirazione”, frontespizio di L’assassinio dell’albero antico; F.T. Marinetti: “Alla sig.ra Mura, all’autore di Perfidie con viva simpatia”,1919, su Otto anime in una bomba, romanzo esplosivo; R. Bacchelli “Per Mura, il collega Bacchelli, 1932, su Oggi, domani e mai; Salvatore Gotta “Alla cara Mura, con fraternità di spirito”, 1934, su Lilith; Annie Vivanti “ A Mura, mia sorella in arte!”, 1932, su Salvate le nostre anime; Milly Dandolo:  “A Mura con sincero affetto e con fraterna simpatia”, 1940, su La fuggitiva; G. Marotta "Mia cara Mura, spero che qualche pagina di questo libretto vi divertirà”, 1940, su Questa volta mi sposo.
[5] In Europa operano, pensano, scrivono donne di grande valore, come la statunitense Gertrude Stein, che a partire dal 1903 vive a Parigi, Simone Weil, la filosofa f rancese di origine ebraica, la scrittrice inglese Virginia Woolf , che morirà suicida nel 1941. Praticano generi nuovi per una donna, aperti, impegnati,  sperimentali. Su questa linea si pone, anche se con incertezze, così come le sue colleghe, scontando il ritardo culturale della situazione politica e sociale italiana  anche la promettente  Sibilla Aleramo, con il suo innovativo romanzo biografico: “Una donna” (1906).
[6] E’ giornalista Matilde Serao, (1856-1927) , al Corriere del mattino di Napoli, a Roma nel 1882,  al Capitan Fracassa, al Fanfulla della Domenica, alla Nuova  Antologia e alla Cronaca bizantina , lo è Sibilla Aleramo, a Roma prima e a Firenze poi ,al Marzocco; frequenta attivamente l’ambiente del Corriere della Sera la  Marchesa Colombi; Carolina Invernizio ha pubblicato sulla Gazzetta di Torino e su L’opinione di Firenze ; è giornalista e fondatrice di una rivista letteraria di gusto  parigino, intitolata Le seduzioni- la colta e raffinata piemontese Amalia Guglielminetti (1881-1941), che occupa un ruolo primario nella Torino  d’inizio secolo.
[7] Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento si assiste infatti a una proliferazione di periodici femminili, che si concentrano soprattutto a Milano, capitale  dell’editoria, spesso diretti da donne, come la Rivista delle signorine e Voci Amiche , di una certa modernità e senso della innovazione, come la Rassegna Femminile  italiana, o l’Almanacco della donna italiana,che cercavano una propria identità, ma che diventarono  sempre meno autonome durante gli anni del regime.

[8] Mura, In giro per il mondo, Sonzogno, 1941, p.43 e seguenti
[9] La veronese Virginia Tedéschi  Trèves (1855 - 1916) è nota con lo pseudonimo di Cordelia, la milanese Anna Radius Zuccari (1846-1918 ) pubblica con lo pseudonimo di Neera, la fiorentina Evelina Cattermole Mancini (1849 - 1896) con quello di Contessa Lara, la milanese Emilia Ferretti Viola (1844-1929) con quello di Emma, la piemotese Maria Antonietta Torriani Violler (1846-1920) con quello volutamente ironico, pariniano, di Marchesa Colombi, Rina Faccio (1876-1960) assume quello di  Sibilla Aleramo,  Amalia Cambiasi Negretti, (1897-1995) quello di Liala, datole dal grande D’Annunzio. 
[10] Flavia Steno: Prefazione a Camelia tra le fiamme, Sonzogno,1941, p.8
[11] Mura, Perfidie, Sonzogno, p.78-12
[12] Mura, Perfidie, Sonzogno, p.10 e seg.
[13] Mura, Piccola, Sonzogno, p.14
[14] Mura, Piccola, Sonzogno, p. 5
[15] Mura, L’amorosa, Sonzogno, p.252
[16] Mura, Acquasorgiva, Sonzogno, p. 307
[17] Mura, Laurie d’oltremare,Sonzogno, p.205
[18] Mura, Sambadù, amore negro, Sonzogno, p.100- p.72
[19] Mura, Vento di terra, Garzanti, p.239
[20] Mura, Vento di terra, Garzanti, p.170.
[21] Liala, nel rievocare il suo incontro con Mura ,a Gavirate, sembra confermare il ritratto: “Mi venne incontro una donna piccolina, un poco formosa, con un grande naso, con poco mento, con bellissimi occhi e un sorriso che non capii se fosse cordiale o fosse inventato. Mura indossava una gonna qualunque, era poco truccata e aveva i capelli lisci, castani, con la frangetta. Una pettinatura da paggio che stonava con il tipo semplice di donna qual lei era” (In Vivere al femminile, p.228)
[22] Mura, Camelia tra le fiamme,Sonzogno, p.399.
[23] Mura, Camelia tra le fiamme, Sonzogno, p.169
[24] Mura, Il cuore in ascolto, Stormi, Sonzogno,p. 279
[25] Mura, Il cuore in ascolto, Fantasia, p.182
[26] Mura, Vagabondaggio, p.293
[27] Mura, La donna e lo specchio,in Dalla mia finestra, p.121
[28] Mura, Tentazioni, Sonzogno, p. 208
[29] Mura, Vagabondaggio, p.262