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Giusi Tamborini
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Note biografiche 

Giusi Tamborini vive in provincia di Varese, dove si dedica alla narrativa, suo passatempo preferito da quando ha posto termine alla sua attività di medico ospedaliero, preferendo svolgere la mansione di “casalinga” e di mamma.  Come medico e come scrittore, fa parte dell’Associazione Sanitari Letterati Artisti Italiani, ai cui concorsi di narrativa ha più volte partecipato, classificandosi ai primi posti. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni: “Il gattino nella casa dei leoni”, del 1996, una raccolta per ragazzi; “Il viaggio del picasass”, del 1999, una raccolta di racconti, ed infine un’altra raccolta di racconti, “Semi di mango”, del 2005. Per Le Edizioni del Porticciolo, è in uscita il suo nuovo romanzo autobiografico “Il profumo della neve”.   

Note critiche

Una scrittura elegante, la sua, che si muove con grazia ed efficacia tra realtà e fantasia senza perdere di vista quelle componenti interiori, affettive e psicologiche, che sono proprie dell’essere umano. Spesso la sua narrativa si rivolge all’infanzia, come ad un interlocutore privilegiato, ma non sono mai racconti semplicistici, i suoi, perché anche la fantasia si colora di note realistiche, cosicché è facile che ad ogni età si possano leggere storie che fanno pensare e...sognare. La sua attività medica e la preparazione scientifica la portano ad una precisione che abbraccia ogni aspetto della narrazione, dalla costruzione alla forma, all’espressione: tutto controllato e teso verso lo scopo finale. Che non può essere che un messaggio positivo, com’è giusto per una sensibilità così impegnata e coinvolta nel ruolo dello scrittore, inteso nella accezione di comunicatore di valori e di idee. Associato ad una assoluta proprietà di linguaggio e di sintassi, tutto questo fa sì che le sue pagine siano letture estremamente gradevoli e significative.

 

Letture

Il silenzio del cuore

Solo al vento è concesso di conoscere i luoghi cari dell’uomo. Lo fa, nel lucidare i paesaggi. Dopo aver sospinto ai poli le polveri del cosmo, torna indietro a lustrare i luoghi, così che non rimanga il più piccolo granello di sabbia sulle foglie lavate dalla pioggia e sulle pareti indurite dal sole. Fa il giro dei continenti a un ritmo imprevedibile e bizzarro, per finire sempre a fermarsi sul mare; a volte, nasce proprio da lì, per colmare di leggenda la sua origine.Così, quando torniamo a rivedere i posti cari, essi, anche se mutati, sono riconoscibili per la memoria. Qualcuno li ha tenuti puliti dalla muffa della vecchiaia, così da saper evocare, a ogni età, pensieri di giovinezza.Per il mistero che appartiene ai ricordi, tra i quali anche quelli tristi, col passare del tempo, diventano cari.Il vento spolvera romantici boulevards, perché il ricordo degli amori giovanili e la profonda bellezza dell’animo continuino a risplendere nelle sculture, nei dipinti, nei palazzi e nei giardini.  È un restauratore invisibile, nascosto dietro le sue opere, il soffio di vento che spolvera le volte a crociera dei luoghi della fede, asciugando l’umidità dei secoli.È una voce ignota, capace di portare lamenti di antiche civiltà e profumi speziati di paesi esotici.Sono certa che, nel corso degli anni, il vento sia passato, migliaia di volte, a lucidare i luoghi dove sono rimasti i miei ricordi felici.In una vita pacata, come la mia, priva di un destino capace di strappare gli affetti, anche i luoghi che ho amato continuano ad appartenermi.Potrei tornare a vederli, ogni volta che lo desidero.Eppure, so che non lo farò mai. Li conservo davanti agli occhi, lucenti come diamanti e trasparenti come acqua di sorgente, mentre si rincorrono giù dalle rive scoscese dei sogni.Sono tanti, ma nessuno, avanzando, oscura il precedente. Anche perché il luogo più caro, l’indimenticabile specchio della mia anima, è collocato al primo posto, nell’ordine del tempo.Io me ne andai, ma il paese rimase lì. Ora è un borgo di vecchie case sulla collina, con fondamenta che corrono verso la pianura, in cerca del futuro. La stessa chiesetta, le stesse abitazioni ristrutturate e, in periferia, le nuove costruzioni che hanno coperto quasi tutti i prati.Conosco le vie che conducono alla casa della mia infanzia. Nel percorrerle, nessuno, però, mi riconoscerebbe e, al mio arrivo davanti al cancello, l’abbaiare di un cane nuovo mi farebbe sentire un’estranea.Tuttavia, non è per questo che non voglio tornare. Neppure per il timore che la mia vecchia casa, immersa in aiuole fiorite e in odorosi frutteti, non esista più, perché il prato ha ceduto il posto a un amorfo piazzale d’asfalto davanti a una palazzina di cemento, trascinando via con sé le immagini fissate, le voci intrappolate e i ricordi custoditi. Mentre io continuerei a bere l’intenso profumo nel vento delle rose rampicanti, dei garofani, dei giacinti e dei narcisi, a vedere la brezza che muove le foglie e le gemme dorate del vecchio melo, ad ammirare una casa non più fatta di pietre e calce, ma di colori e profumo, di terra, di sole, di vento e di giovinezza.Neppure mi rifiuto di tornare per l’emozione di scoprire, davanti a lei, quello che sono diventata.Il motivo risiede in ciò che ho sentito dire riguardo alla felicità passata, intrappolata in un luogo.Per nulla al mondo, essa viene restituita.Allora, so che non sopporterei di perdere i ricordi felici.Non mi serve una delusione, non cerco nostalgia. Voglio un ricordo vivo e festoso, che mi restituisca i giochi dell’infanzia, nel cortile, sotto la glicine che riversa l’ombra profumata sul pozzo.Inseguo visioni spensierate che, sotto un portico dorato dal sole del tramonto, disegnino, sulle pareti, le ombre dei miei desideri infantili.Queste sono le immagini nel cuore, che non rivedrò in alcun altro luogo, al di fuori  di dove si trovano ora; perché neppure il raggio di sole è immutabile nel gettare le sue ombre e nessuna onda del mare è simile all’altra quando si infrange sulla riva.E, siccome ho imparato l’arte di arrestare le fiabe, prima che l’incanto svanisca, non tornerò al numero 1 di via Roma, una strada che forse ha mutato il suo nome, insieme ad altri aspetti; collocata al centro di Daverio, un paese sulla collina che, come tanti, a uno sguardo d’insieme, sembra essere indenne dall’azione del tempo e al quale non so negare parole di immortalità sulla pagina di un libro.Nonostante i muratori, i pittori e gli artisti rinnovino il volto dei luoghi del cuore, essi rimangono invariati per la capacità che hanno di lasciarsi penetrare dai sentimenti e di rifletterli su di noi attraverso uno spirito portato dal vento in sottili spirali che avvolgono pilastri e colonne, incantando come sirene.Come ciò avvenga, l’umanità se lo chiede da secoli.Tutto è legato, a mio avviso, alla capacità di ognuno di creare nell’intimo uno spazio vuoto e accogliente, nel quale il silenzio mette radici a poco a poco e i luoghi, alla pari delle persone, trovano posto per dimorare in eterno.Solo allora si riconosce il profumo del luogo modello dell’anima e archetipo dei desideri, del quale gli eventi non offenderanno mai l’intramontabile bellezza o le cui crepe nei muri non oscureranno mai l’irresistibile fascino.Solo in tal modo siamo in grado di cogliere la sua essenza immutabile, che nessun tipo di vento può travolgere nei suoi percorsi infiniti.

  

La città dell’amore

Mi colse di sorpresa, al telefono, la voce di Marilena, mia compagna di scuola alle elementari e protagonista di una di quelle amicizie lievi, che, pur senza passione, come l’acqua, batte sul sasso, goccia a goccia, scavando il buco.Mi stava offrendo un viaggio a Parigi, tutto prenotato e pagato per metà. Avrebbe dovuto andarci insieme alla sua amica Cristina, per conoscere finalmente la città più romantica del mondo. Ma un evento imprevisto impediva all’amica di partire.Ad attenderle, nella città dei sogni, ci sarebbe stato Loris, il fidanzato di Cristina, che nella metropoli lavorava. Di sera, le avrebbe accompagnate lui; ma, di giorno, avrebbero esplorato da sole le piazze, i ponti, i sagrati e i boulevards.All’improvviso, Marilena si trovava ad affrontare un viaggio che, probabilmente senza neppure la compagnia di Loris alla sera, assumeva l’aspetto di un’avventura in uno dei luoghi più disabitati del pianeta. In poche parole, da sola non sarebbe partita. Non mi piacevano le decisioni affrettate, l’avventura, i ripieghi dell’ultimo minuto. Tuttavia, per una volta, fui tentata di accettare.Il fidanzato di Cristina venne lo stesso, la prima sera, per gentilezza e per salutare Marilena, che conosceva.Seguì un settimana di corsa folle, quasi senza riposo, su e giù per la città.Ogni sera Loris veniva a prenderci in rue de l’Isly, fuori dall’albergo. La nostra diventò una piccola compagnia affiatata, che si dilungava a parlare nelle strade fino a tarda ora. Quando lasciavamo Loris e mi coricavo nel letto, lo trovavo più soffice, come se il materasso fosse un enorme cuscino di piume; il mattino, riprendevo la vita da turista con un piacevole buonumore, che non domandava alcuna spiegazione.Arrivò presto l’ultima sera. Marilena fu assalita da una delle sue consuete emicranie e il programma di escursione in bateau-mouche sulla Senna naufragò. Lei, bisognosa di assoluto silenzio per il rombo che le trapassava la testa, dall’occipite alla fronte, insistette perché uscissi un po’ con Loris. Del resto il ragazzo meritava ancora qualche minuto di compagnia, per il tempo che ci aveva dedicato con trasporto; ne ero convinta anch’io.“Se non hai desideri, sceglierò un luogo speciale, che mi piace tanto” disse subito Loris.E già il taxi era al nostro fianco.“Place des Vosges” esclamò al conducente, che, con aria perplessa, si concentrò nella direzione da prendere.Era una delle piazze più piccole che vidi a Parigi, ma che, lungo le vie di altri paragoni nella mia mente, poteva contenere metà del paesino in cui abitavo. La gente che ospitava sembrava del luogo, piuttosto che fatta di turisti, scesa a passeggiare, in attesa dell’ora di cena. Un pavimento ampio, interrotto da aiuole e panchine, e circondato da un portico, così riservato da pensare che nessuno mai uscisse ed entrasse dalle porte degli edifici. Come in tutte le piazze, in definitiva. Tuttavia, qualcosa la rendeva insolita. Forse le voci sommesse nel tiepido sole dorato che scivolava dai tetti, affinché non entrasse nella fama dei luoghi che tutti si sentivano in dovere di visitare.Cenammo velocemente nel ristorantino sotto il porticato, poi la piazza accolse anche i nostri passi. Sorridendo, Loris, all’improvviso, esclamò:“C’è ancora una sorpresa!”Eravamo ora davanti alla porta della casa del poeta. La gioia mi tratteneva in bocca ogni parola, che sarebbe stata inadeguata.Lentamente iniziò a declamare i suoi versi.Quando quella delizia terminò, lo pregai di recitarli da capo, uno ad uno, affinché avessi il tempo di ripeterli, nella lingua elegante che anch’io conoscevo. Lo fece un’ultima volta, con rapidità, per offrirmi la musica che, nella recita lenta, si era persa tra le parole.Nell’attesa del taxi, ci sedemmo sulla panchina. D’un tratto, mi baciò sulla guancia. Poi disse:“Questo è per Cristina, dille che torno presto”.Sollevò l’avambraccio sullo schienale, finché trovò le mie spalle; quindi mi passò la mano in una dolce carezza sul collo, per arrestarsi sulla guancia. Temendo quasi che qualcuno sentisse, esclamò, in un soffio:“Questa è per te”.Sull’auto di ritorno, diedi la risposta che gli spettava, appoggiando il palmo della mano sulla sua, distesa accanto a me.Il primo bateau-mouche passava, illuminato sulla Senna, nell’illusione di rappresentare l’attrattiva più invitante della città; mentre, a mio avviso, essa era sorpassata da molte altre, non ultima Place des Vosges. Partii, cullando nel cuore l’immagine del suo antico calore, sempre vivo nell’aria; accanto a quella di parole, gesti, versi di poeta, da conservare nello scrigno dei ricordi; infine vicino a quella di un uomo, esattamente uno di quegli uomini adorabili, adatti a ogni tipo di donna, che, con grande fortuna, ebbi l’opportunità di conoscere spesso nella vita, senza, tuttavia, capire mai di quale deliziosa sostanza fossero fatti.