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Valerio Cremolini
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Note biografiche

VALERIO P. CREMOLINI

 

Nato a Sesta Godano (Sp) il 16/11/44 -  risiede alla Spezia;

Ex-Dirigente della Cassa di Risparmio della Spezia;

Consigliere al Comune della Spezia dal 1972 al 1993;

Componente del Comitato Direttivo dell'Azienda dei Mezzi Meccanici del Porto della Spezia (oggi Autorità Portuale);

Eletto nei vari livelli negli Organi Collegiali della scuola: Presidente del Distretto Scolastico n. 20 dal 1985 al 1988.

Presidente del Comitato Provinciale F.I.D.A.L.della Spezia dal 1989 al 1993;

Per l'attività sportiva svolta come atleta e dirigente è stato insignito dal CONI, nel dicembre 1994, della Stella di Bronzo al merito sportivo. Sui temi sportivi ha svolto numerose ricerche e specifiche conferenze.

Dal 2003 è commendatore della Repubblica. Il 1/05/2002 è insignito della Stella di Maestro del Lavoro;

Componente del Comitato di Redazione della Rassegna Municipale "La Spezia" dal 1977 al 1993;

Componente della Commissione Arti Visive del Comune della Spezia dal 1979 al 1993;

Componente del Comitato Cultura (Sindaco dr.Lucio Rosaia) dal 1995 al 1997:

Componente del "Laboratorio"culturale insediato dal Sindaco dr. Giorgio Pagano dal 1998 al 2002;

Componente della Commissione Prov.le per i Contributi alla cultura dal 2001 al 2003;

Componente dal 3/09/2002 della Commissione Prov.le per la redazione della Raccolta degli Usi e Consuetudini;

Componente dal 1/01/1989 del Comitato di Redazione della rivista della C.C.I.A.A. "La Spezia Oggi";

È stato membro della giuria della Ia Edizione della Biennale Europea delle Arti Visive-Premio del Golfo, 2000;

Dal 1/10/1991 sino al 31/12/2011 è stato membro della Commissione Diocesana d' Arte Sacra della Diocesi della Spezia;

Dal 2/10/2003 sino al 31/12/2012 è stato membro del C.d.A. dell'Istituzione per i Servizi Culturali del Comune della Spezia;

Dal 2006 collabora alla gestione e all’attività espositiva del Museo Diocesano della Spezia. In detto spazio ha concorso alla realizzazione delle mostre di Guglielmo Carro (1913-2001), Antonio Discovolo (1874-1956), Enrico Imberciadori (1937), Giacomo Linari (1912-1993), Rino Mordacci (1912-2007), Renzo Ricciardi (1936) e Fabrizio Mismas (1948).

Nel giugno 2012 è stato nominato Socio Accademico dell’Accademia Lunigianese di Scienze “.G.Capellini”.

Iscritto all' Ordine Nazionale dei Giornalisti - elenco Pubblicisti dal 13/03/90;

Collaboratore dei quotidiani "Il Secolo XIX" (1988), "Avvenire", del periodico “Il Contenitore”, delle riviste “Le Voci”, “Arte e Fede”, “Il Porticciolo”, “Notiziario del Geometra e di testate on line. Ha collaborato dalla nascita sino al 2006 al settimanale “La Gazzetta della Spezia”.

Curatore della Donazione Cozzani-Goretti è membro del direttivo della stessa.

È tra gli autori di Limpide evocazioni, evento promosso nel 2005 dal Museo Lia, con un ampio testo sul dipinto “Compianto su Cristo morto” di Giovanni Busi detto Cariani, pubblicato nei “Percorsi tematici n.5”del Museo.

Socio fondatore della sezione spezzina dell’Unione Cattolica Artisti Italiani, ha curato numerose mostre dell’associazione, tra cui di rilievo quelle a tema sacro.

È stato curatore della mostra antologica, dedicata al pittore Francesco Vaccarone (Camec, dicembre 2011) e della retrospettiva, articolata in tre mostre, dedicata nel 2012-2013 allo scultore Rino Mordacci ed ospitata nel Museo Diocesano della Spezia.

Nel 2012 è stato nominato "Socio accademico" dell'Accademia Lunigianese di Scienze "G.Capellini". La Società "Dante Alighieri" della Spezia gli ha asse­gnato nel 2014 il Premio Lunigiana-Cinque Terre per la Critica. Dal 1994 è componente della giuria del Premio Internazionale di Narrativa Il Prione.

Nel 2015 gli è stato assegnato il Premio speciale alla Cultura “Frate Ilaro del Corvo”. È coautore del   volume monografico, edito nel 2014, sullo scultore Italo Bernar­dini (1905-1991). Un suo saggio sulla raccolta Trittico romano di Giovanni Paolo II è stato premiato e più volte proposto sotto forma di monologo.

Rivolge continuativa dedizione alla valorizzazione della pittura spezzina del passato e del presente con saggi, confe­renze e interventi pubblici.

Parallelamente all’arte rivolge interesse alla poesia con saggi, conferenze ed anche con una personale ricerca poetica. È autore delle sillogi Via Crucis, Via della Vita (2006) (premiata) e Sulla soglia del Paradiso (2014). Nel 2016 ha pubblicato la raccolta di saggi brevi Pagina 7 ed. è coautore del libro Mordacci a Sant’Anna (2017), entrambi per le Edizioni Il Porticciolo.

Curatore sin dal 1973 di innumerevoli mostre di arte contemporanea in sedi pubbliche e private. Rivolge particolare dedizione alla valorizzazione della pittura spezzina del passato e del presente con saggi, conferenze e interventi pubblici.

 

Interventi a convegni e conferenze svolte dal 2004

 

Trittico Romano di Giovanni Paolo II (2004 e seg.)

Gio Batta Valle, un protagonista della pittura spezzina (2004)

Lo sport nell’arte (2004-2007)

Pittura, ieri e oggi: parliamone (2005)

Antonio Discovolo, poeta del colore e della luce (2006)

Francesco Vaccarone, cinquant’anni con la pittura (2006)

Temi del Futurismo (2007)

Leonardo Lustig- scultore (2007)

La Natività nell’arte (2007)

Anni 50-60 – La ricerca artistica alla Spezia (2007)

Movimenti e tendenze dell’Arte contemporanea (2007)

Il Futurismo e il mito della velocità (2008)

Salvator Rosa, pittore maledetto (2008)

I materiali nell’Arte contemporanea (2008-2009)

Gli anni del Sindacato Artisti alla Spezia (2008)

Renato Righetti, protagonista del futurismo alla Spezia (2008)

La tradizione artistica spezzina (2009)

Lo sport nel cinema (2009)

La splendida stagione dell’Eroica (2009)

La svolta degli anni Sessanta-la Pop Art (2010)

Il Gruppo dei Sette (2010)

Rino Mordacci, un grande scultore amico dello sport (2010)

Volti femminili dell’arte dal XV al XVIII secolo (2011)

Volti femminili dell’arte dal XIX sec. alla contemporaneità (2012-2013-2014)

Lo sport diventa leggenda (2011)

Artisti spezzini nella Grande Guerra (2011)

Il tempo delle avanguardie (2011-2012)

I falsi Modì (2012)

Londra azzurra – Le Olimpiadi del 1908, del 1948 e del 2012 (2012)

La Chiesa e gli artisti (2012-2013)

Italo Bernardini, scultore (2013)

Mennea nella storia (2013)

San Giuseppe nell’arte (2014)

Il Palazzo delle Poste della Spezia e i mosaici ceramici di Prampolini e Fillia (2014)

Cinqueterre, Land art povera e/o spontanea?  (2014)

Santa Caterina d’Alessandria nella pittura (2014)

Stefano Mei: una lunga volata dalla Spezia al mondo (2014)

Biciclette nell’arte e nella letteratura (2015)

Giuseppe Bodrato-Biografia di un artista (2015)

Maria nella Divina Commedia (2015)

Guglielmo Carro e il portale in bronzo di S.Maria Assunta (2016)

Mille definizioni di arte (2016)

Charles Baudelaire, critico d’arte (2017)

Fiori nella pittura (2017)

Antonio Canova a Parigi (2017)

 

Pubblicazioni

Pagina 7

Edizioni del Porticciolo

Collana La Bussola

PREFAZIONE di Rina Gambini

 

Questa raccolta di articoli, che Valerio Cremolini ha pubblicato nell’arco di alcuni anni in un giornale locale, nasce dal duplice bisogno di offrirli in lettura ad un pubblico più vasto rispetto a quello riservato al “Contenitore” ed al contempo di preservarli dall’inevitabile dispersione. È uso comune, infatti, non conservare giornali e riviste, anche quando sono testimonianze di un tempo e di un luogo. L’autore, però, ha voluto che i suoi scritti, qui raccolti in successione cronologica, e non secondo gli argomenti trattati, siano salvati e custoditi, in quanto rappresentazione narrativa di un preciso momento della vita civile e sociale cittadina, e talvolta nazionale. I singoli articoli, che affrontano temi tra i più svariati, ma pur sempre legati all’attualità, partono da un evento, o un personaggio, contingente e sviluppano una sorta di storia più ampia, abbracciando vicende lontane, oppure rivisitando rapporti personali, quando si tratta di ricordare una personalità che ha lasciato il segno nella città. Avviene così che dalle pagine della bella raccolta di Cremolini, emergano le lunghe e travagliate storie di monumenti, chiese, musei, luoghi storici della Spezia, talvolta risolte felicemente, altre ancora faticosamente in divenire.

L’importanza di questa parte, come già detto non a sé, bensì frammista ad altri argomenti, è da considerarsi storicamente fondata e facente parte di un quadro di tutela di un patrimonio artistico e spirituale non certo indifferente, e orientata a far conoscere al lettore lo sviluppo di tale patrimonio, che spesso gli abitanti della Spezia ignorano o trascurano. Non dimentichiamo, del resto, che Valerio Cremolini è, prima di tutto, un appassionato cultore dell’arte e conoscitore attento di quella della nostra città, ed ha portato a termine da lunghi anni incarichi di critico d’arte commissionatigli da enti pubblici e privati artisti.

Da autentico esperto di storia dell’arte, dunque, l’autore porta avanti un segreto, non dichiarato anche se palese, progetto di avvicinare il grande pubblico alle opere artistiche di maggiore o minore importanza, agli scrigni che le conservano, alle curiosità ad esse legate. Sempre affinché la memoria si conservi, perché lo spirito di una città, il suo “genius loci”, risiede nel bello che la contraddistingue e che spesso la fretta del mondo moderno rende invisibile.

Soffermarsi e osservare: questo l’invito che l’autore rivolge tacitamente ai suoi lettori informandoli, incuriosendoli, rendendoli partecipi di una realtà che è di tutti e che tutti dovremmo amare.

Ci sono, poi, le pagine dedicate ai personaggi che hanno accompagnato la vita di molti di noi. Pagine di altra natura, più intime e personali, perché Cremolini, che li ha conosciuti a fondo e stimati con rispetto e fiducia nel loro operato, dichiara espressamente il suo affetto, la sua riconoscenza verso di essi. Sono quasi sempre i protagonisti della Spezia di ieri, gli uomini che hanno aiutato gli altri e che hanno amato la loro città. A costoro l’autore vuole rivolgere un doveroso omaggio rinnovandone e radicandone la memoria. Quando si tratti di persone ancora tra noi, l’atteggiamento affettuosamente riconoscente non muta, e l’intento è quello di farli conoscere meglio nel loro carattere e nel loro vero essere.

Che cosa troverà il lettore in questo libro?

La Spezia nella sua realtà più intima, che è poi quella dei suoi abitanti e di coloro che si impegnano per renderla degna di essere considerata bella, perché, tra colline e mare, bella la è senza ombra di dubbio, ricca di stimoli culturali, che le vengono dal suo glorioso passato e da un presente che cerca di superare gli ‘empasse’ dei cambiamenti epocali, in cerca di una identità moderna tra porto, turismo e salvaguardia della natura.

La Spezia è la vera protagonista di ogni pagina, anche quando, raramente a onor del vero, Cremolini si lascia sedurre dai fatti esterni: li commenta con la pacatezza e la lucidità di giudizio che gli è propria senza mai perdere di vista il ‘mondo piccolo’, per dirla con Guareschi, che si affaccia sul Golfo. E la sua scrittura, sempre precisa, circostanziata, attenta ai particolari, limpida e scorrevole, copre l’arco della recente storia spezzina con note di autentico amore per la sua città.

Donare agli spezzini questo libro è un atto di generosità letteraria, perché anche negli anni a venire resti vivo il ricordo di piccoli eventi (la grande storia è fatta proprio di piccoli eventi!) che costituiscono il vissuto autentico della città, che un tempo si perpetuavano nelle narrazioni familiari, ormai sempre più sporadiche perché soppiantate dai mezzi informatici e dalla mancanza di comunicazione e di ascolto. Eppure, è importante soprattutto per le giovani generazioni, conoscere il passato per comprendere il presente. Per questo motivo, la raccolta di Valerio Cremolini, dovrebbe costituire un testo utile anche a livello scolastico.

Con l’augurio che sia ampiamente compresa la sua importanza.

Rina Gambini

 

Mordacci a Sant'Anna

Acerbi, Borzone, Cremolini: Mordacci a Sant'Anna

Collana La Bussola – Le Edizioni del Porticciolo

PP. 152 – misura cm. 21,5 x 30,5

ISBN 978 88 96357 33 0

MAESTRIA E SENSIBILITÀ RELIGIOSA

di Valerio P. Cremolini

Già in altre occasioni mi sono occupato dell’esperienza artistica di Rino Mordacci (1912-2007), attualmente al centro della pubblicazione di un libro, dedicato esclusivamente alle sue sculture realizzate per la chiesa di Sant’Anna al Felettino, consacrata il 28 giugno 1986. “In questa chiesa - scrivevo - la mano e il cuore di Mordacci hanno plasmato una sequenza di opere che rivelano un ricco messaggio di spiritualità e di visibile bellezza, simboli della verità della fede e della contemporaneità del messaggio cristiano”. Le poche opere degli inizi della vita della chiesa, che incantavano per bellezza e qualità compositiva, valorizzando l’altare e la cappella del Santissimo, sono diventate negli anni decine e decine. Tutto ciò per la stima che il parroco don Italo Sommi ha sempre rivolto allo scultore, che, non teme di dichiarare, “è stata una vera fortuna incontrarlo”.

Il sacerdote rileva nella sua testimonianza che “l'isolamento di Mordacci, oltre che per cause esterne, fu causato soprattutto dal carattere dell’artista, quanto mai rigoroso nel concretizzare nella vita di tutti i giorni i profondi valori morali in cui confidava. Evitava di dar lezioni e di voltar le spalle alla sua epoca. Talvolta, seccato e risentito, non si perdeva in inutili polemiche. Seguiva sempre la sua strada, spesso indifferente a quel che succedeva intorno a lui”.

Mi sono impegnato con Pier Luigi Acerbi, conoscitore senza uguali della vastissima esperienza plastica di Mordacci, e Mara Borzone, storica dell’arte, accreditata di una visione a tutto tondo della ricerca artistica dal passato alla contemporaneità, a portare a buon fine il volume intitolato Mordacci a Sant’Anna. Il sommario del libro, documentato da numerose riproduzioni di opere e di fotografie dell’artista, ripreso a scolpire o in compagnia di colleghi, propone un saggio introduttivo della Borzone, autrice anche della biografia dello scultore; la disamina, curata da chi scrive, di una cinquantina di opere custodite nella chiesa; una  utilissima selezione di testi e di apparati sia bibliografici sia relativi alla collocazione di opere di Mordacci in sedi pubbliche, nonché le mostre personali e collettive attinenti la sua longeva testimonianza in compagnia dell’arte, dettagliatamente ricostruita.

“La narrazione - scrive la Borzone - è il carattere principale delle opere in Sant'Anna, che appartengono alla seconda fase della carriera artistica di Mordacci. Queste coprono un periodo di quasi quarant'anni (dal 1963 al 2001, se si esclude la Pietà, progettata nel '35 e fusa nel '95); ad eccezione di alcuni lavori slegati dal contesto, la maggior parte dei lavori è in forma di sequenza narrativa. Fra le più importanti, i rilievi dell'altar maggiore (1986), il Trittico (S. Venerio, la Madonna Regina Pacis e S. Bernardo, 1987), l'ambone (1988), gli scanni (1989), la Via Crucis (1990), l'armadio della Sacrestia (1990), il Fonte battesimale (1991), il Presepe (1992), le panche (1993), le sedie della Cappella del Santissimo (1995) e il Portale (2000-2001). Fra queste, nella Via Crucis la narrazione raggiunge un livello alto: i volti deformati dal dolore ricordano Giotto nella Deposizione degli Scrovegni a Padova, o Pietro Lorenzetti ad Assisi; i bassorilievi in bronzo sono costretti in una sagoma irregolare e complessa, ed eseguiti con tecnica sicura”.

Le pertinenti annotazione della studiosa valorizzano il profilo dell’autore, che ha immesso maestria e sensibilità religiosa in ciascuno dei numerosi lavori della chiesa di Sant’Anna. Sfogliando le pagine di questa apprezzabile pubblicazione - scrive il vescovo diocesano monsignor Luigi Ernesto Palletti - si coglie il legame di Mordacci con la Chiesa di Sant'Anna, dove Egli continua a vivere attraverso le innumerevoli opere realizzate sin dai primissimi momenti della sua edificazione. Credo si possa affermare - prosegue il presule - che in questa Chiesa Mordacci abbia gradualmente concretizzato un progetto unitario dal quale traspare l'autenticità dell'uomo, che ha saputo fondere con esiti eccellenti i contenuti dell'arte, della fede e della bellezza divina. Inoltre ha attualizzato l'importanza dei fecondi rapporti intercorsi tra la Chiesa e gli artisti, nel solco di quella consolidata amicizia resa più volte manifesta dalle benevoli parole del Beato Papa Paolo VI”.

Scorrere la letteratura critica dedicata a Mordacci è impresa quanto mai impegnativa, tanto essa è estesa e di rilevante qualità. Un giudizio diffusamente positivo emerge negli spunti critici espressi in tempi diversi, richiamati a mo’ di esempio.

Nel 1938 Gian Carlo Fusco afferma che “Mordacci ha i numeri per la più seria ed estimabile arte e crediamo di non sbagliare se ci attendiamo da lui magnifiche prove”; Furio Bonessio di Terzet si esprime nel 1953 sulla validità dell’opera scultore in legno, osservando che è “una materia che facilmente tradisce, che deve essere usata con estrema prudenza e che non ammette pentimenti; anni dopo, nel 1995, Germano Beringheli coglie “nell'importante corpus realizzato da Mordacci, la delineazione magistrale della composizione e l'intimo accordo fra immagine e struttura”.

Alcuni lavori dello scultore meritano particolare attenzione. Penso al grande Crocifisso scolpito in legno d’olivo, che per vigore espressivo è tra le opere più ammirevoli della chiesa; non diversamente, tra le opere dedicate a Sant’Anna, non sfugge il bassorilievo ligneo, che la celebra come patrona della maternità. Di grande interesse è l’elegante Croce astile, finemente plasmata e fusa in argento che rivela chiari riferimenti a Crocifissioni di secoli lontani, anche per il perizoma liscio, senza panneggio e molto coprente, accoglie Cristo con le braccia distese e il volto non reclinato. Trionfante sulla morte, raffigurata nel braccio inferiore della Croce con l’immagine del teschio, imago mortis, gode della protezione divina rappresentata dalla colomba, simbolo piuttosto diffuso nell’iconografia cristiana, che irradia la luce dello Spirito Santo. Le rose, segno di amore, scolpite sul braccio orizzontale evocano la corona di spine posta sul capo di Gesù.

Nella facciata del corridoio che conduce al salone parrocchiale non elude la vista di chi vi transita la magnifica Pietà giovanile, più sopra citata dalla Borzone, realizzata in gesso da Mordacci, rinvenuto anni dopo ed attualmente custodito nella sacrestia della parrocchiale di san Giovani Battista, sempre a Migliarina. Lo scultore aveva allora ventitrè anni. La Vergine Maria, che comunica un dolore intimo, in apparenza misurato, sostiene con avvertibile tenerezza il corpo di Gesù, esteriormente senza peso, appoggiato sulla sua spalla destra.  Più adulto rispetto a quello della Madre, il volto di Gesù è inclinato verso il basso. La commovente Pietà, densa di profonda spiritualità si caratterizza per la modellazione morbida ed essenziale e per lo sviluppo per linee verticali. Favorisce la complessiva leggerezza della scultura, la grazia della mano sinistra di Maria che accarezza l’analogo braccio di Gesù, mettendo in rilievo il suo forte amore.

Si entra all’istante in comunione con il tema interpretato da Mordacci, che, al pari di altri illustri colleghi, conferma come l’arte possa diventare una straordinaria forma di preghiera. Non è da escludere che, per quanto molto giovane, conoscesse la Pietà di Giovanni Bellini, capolavoro su tavola, oggi alla Pinacoteca di Brera a Milano, nel quale il celebre pittore veneziano, adotta il formato, cosidetto “a mezza figura”, ripreso anche dal giovane Mordacci nella sua Pietà, che, come in quella di Bellini, richiama l’affettuoso gesto della mano di Maria su quella del Cristo.

Mordacci a Sant’Anna è un libro che onora lo scultore e la dedizione di don Italo Sommi per la sua chiesa.

 

 

Saggi e altri testi

 

La Collezione “Cozzani”, teatro di infinite emozioni

di Valerio P. Cremolini

Dedico questo contributo al ricordo del professor Giorgio Cozzani, straordinario collezionista che ha donato con la moglie Ilda Goretti la sua smisurata raccolta comprendente ben 1156 opere tra dipinti, sculture e grafiche al Comune della Spezia, città nella quale ha visto la luce il 7 ottobre 1910. Il padre, ingegnere era un affermato imprenditore edile. Frequenta la scuola elementare, curiosa coincidenza, nello stesso edificio in seguito convertito nel CAMeC. Ha come compagno di classe Berto Lardera, poi diventato uno scultore di livello internazionale. “sperimentatore di appaganti soluzioni plastiche”.[1]

Studente di medicina nel 1928 all’Università di Bologna, si laurea nel 1934 a pieni voti, con dignità di pubblicazione della tesi. Dopo aver esercitato un periodo di assistente volontario ad Anatomia patologica viene chiamato dal preside di facoltà Leonardo Martinotti, ad assumere l’incarico di assistente di ruolo a Dermatologia, specializzazione che segnerà il suo futuro professionale di grande successo. Nel 1940, ufficiale di artiglieria, è inviato in Albania e in Grecia nell’isola di Cefalonia. Nel febbraio del 1944 è prigioniero nel campo di concentramento di Kaisersteinbruck, poco distante da Vienna, ed è operosissimo nell’assistere e curare i militari italiani.

Raccontava al riguardo: “Quando i tedeschi scoprirono che ero docente in Medicina mi trasferirono al lazzaretto. Con due medici e un cappellano curavamo tutti i feriti, senza fare differenza tra prigionieri e tedeschi, Quando arrivarono i russi, io e un infermiere rimanemmo con i 126 malati più gravi. Siamo riusciti a riportarne in Italia da Budapest, dove i russi ci avevano trasferiti, ben cento”.[2] Dal novembre del 1945 fino al 1975 è primario del reparto di Dermatologia dell’Ospedale Sant’Andrea della Spezia, dove in anni successivi crea un centro specialistico per ustionati. Muore il 13 ottobre 2002.

È merito di questo mecenate, appassionato di bridge, se la nostra città può oggi vantare un autorevole centro espositivo, quale è il CAMeC di piazza C. Battisti, destinatario dell’anzidetta collezione. Con le spettacolari mostre dello scultore svizzero Jean Tinguely (1925-1991) e dell’artista milanese Bruno Munari (1907-1998), sotto la direzione del critico Bruno Corà, il CAMeC è stato inaugurato il 22 maggio 2004.

Il sindaco Giorgio Pagano definì “la scelta di Tingely e Munari assai appropriata in considerazione del carattere delle opere dei due maestri, fautori di un macchinismo dell’arte che già il Futurismo aveva predicato”[3], mentre il curatore dell’evento affermò che “la loro opera non smette di esercitare la propria influenza sulle generazioni attuali”.[4]

Faccio un passo indietro. Ho seguito giorno dopo giorno, su cordiale e insistente richiesta del professor Cozzani, con l’amico, pittore Francesco Vaccarone, i vari passaggi che hanno condotto alla stipula dell’atto notarile della donazione “senza oneri”. Mi sono sentito particolarmente gratificato il 29 giugno 2004 nel presentare dinanzi ad un pubblico numeroso, insieme a Bruno Corà, Marco Ferrari, Marzia Ratti, il sindaco Giorgio Pagano e Carlo Caselli, presidente della Fondazione Compagnia di S.Paolo, il catalogo della collezione.[5] Ha fatto seguito il 4 maggio 2005 un ulteriore mio intervento in occasione della proiezione al CAMeC del video e dvd La Collezione Cozzani-Novecento Privato, curati dal regista Maurizio Sciarra e promossi dall’Istituzione per i Servizi Culturali in collaborazione con la Fondazione Compagnia di San Paolo, già sponsor del catalogo della collezione.

In entrambe le circostanze ho tracciato il profilo del donatore, definendolo persona intelligente, determinata, mai approssimativa. Una persona che ha amato l’arte in modo viscerale, subendone la folgorazione. E da quel momento l’arte ha trovato in Cozzani un insostituibile e fedelissimo alleato, che non mancava di visitare le più importanti rassegne, viaggiando in Italia e all’estero, mantenendo contatti non episodici con le gallerie più specializzate nei linguaggi della contemporaneità. “Se spedissimo su Marte la collezione del prof. Cozzani - sostenne Vaccarone con un’arguta ed efficace sintesi - i marziani avrebbero certamente una rappresentazione del gusto estetico di questo secolo sul pianeta Terra”.[6]

La stampa locale si occupò ripetutamente della donazione, che giungeva dopo quella di ingente valore dell’ingegnere Amedeo Lia, accolta nel museo di via Prione a lui intitolato.

Poche le voci di dissenso. Taluni, però, si spinsero ad esortare il donante a riprendersi i suoi quadri e a utilizzare i finanziamenti già disposti non per realizzare la Galleria d’arte moderna, che doveva sorgere in tempi certi nell’edificio dell’ex Tribunale, bensì un parcheggio o un asilo nido. Posizioni, comunque, soccombenti dinanzi ad altre più numerose di segno opposto, tra cui quella dell’ex sindaco Lucio Rosaia, che contestava la visione ideologica di chi “negava la funzione primaria della cultura - e in particolare di quella espressione cruciale dello spirito umano che è l’arte - nella vita collettiva”. “Dovremo dunque rinunciare - proseguiva Rosaia - alla Galleria d’arte moderna e rifiutare la donazione Cozzani? Ma questa sì che sarebbe un’autentica follia, poiché la collezione Cozzani è una grande collezione, che farebbe gola a qualsiasi città pensosa della propria dignità culturale e del proprio avvenire, civile ed economico”.[7]

Molti si unirono alle considerazioni dell’ex sindaco ed anch’io intervenni sulla stampa stigmatizzando che “sarebbe veramente imperdonabile, questo sì, rinunciare ad offrire alla città ed in essa alle giovani generazioni, le testimonianze artistiche del recente passato e del presente nella consapevolezza che l’arte conduce il cittadino ad ammirare con occhi non disattenti i luoghi in cui vive, a rivolgere maggiore cura al proprio quartiere, a godere dei propri beni architettonici (pochi o tanti) indagandone la rilevanza storica, artistica e umana”.[8]

Durante le celebrazioni organizzate a Genova dalla Soprintendenza per i Beni artistici e storici della Liguria e dal Fai (Fondo per l’ambiente italiano), per i 40 anni della donazione di Palazzo Spinola di Pellicceria allo Stato, si parlò delle forme di mecenatismo e vennero invitati al convegno per lodare i loro munifici gesti Giorgio Cozzani, Amedeo Lia ed Euro Capellini, la cui collezione di sigilli è esposta nell’apposito Civico Museo del Sigillo, inaugurato il 14 ottobre 2000.[9]

Il 9 luglio 1999 fui invitato dal sindaco Giorgio Pagano a commentare in Sala Dante, dinanzi ad un folto pubblico e al Consiglio comunale convocato in seduta straordinaria, le diapositive di una ventina di opere di famosi artisti presenti nella collezione, tra cui Felice Del Santo (Doge Boccanegra), Telemaco Signorini (Paesaggio con case), Alberto Magnelli (Composizione astratta), Ossip Zadkine (Nudo di donna), Filippo De Pisis (Natura morta), Jean Fautrier (Abstrait), Jean Dubuffet (Figure au basement bleu), Asger Jorn (Volti), George Baselitz (Figure capovolte), Anselm Kiefer (Foto con sovrapposizione pittorica), ecc., preceduto dall’intervento della storica dell’arte Rossana Bossaglia, che profuse significative considerazioni sul valore artistico della donazione. In quella circostanza venne illustrato dall’ingegner Claudio Canneti e dall’architetto Chiara Bramante il progetto del nuovo presidio espositivo e il sindaco Pagano consegnò ai coniugi Cozzani l’attestato di “cittadini benemeriti”.

 

Con l’ausilio della memoria mi piace trasferire ai lettori le sensazioni che ho avvertito nello scoprire il “tesoro” di Giorgio e Ilda Cozzani, che soltanto in piccola parte i visitatori del CAMeC hanno potuto ammirare, tanto esso è vasto, negli eventi espositivi di volta in volta proposti.

L’appartamento che ospitava l’intera raccolta, che ho definito “città dell’arte”,[10] emanava un’aura davvero indimenticabile che si insinuava in ogni dove, arricchendo di fascino e di mistero il percorso avvolgente, che si snodava nel salone e nelle stanze, fatto di arte e di emozioni, costruito negli anni dalla sapiente iniziativa di un uomo guidato dalla più schietta e insaziabile curiosità artistica. “Per Cozzani - scrive Mara Borzone - l’arte astratta non aveva segreti: quasi tutti i movimenti sono rappresentati nella sua collezione, anche i minori, o i meno duraturi, quindi sono la completezza della raccolta e la competenza del collezionista da segnalare più che il singolo pezzo”.[11]

Lo spalancarsi della porta d’ingresso dell’appartamento di via Tolone, irripetibile nella sua preziosa e grandiosa unicità, apriva agli occhi di chi ha avuto la fortuna di essere ospite in questo tempio spezzino dell’arte contemporanea uno scenario shoccante per il tripudio di sensazioni cromatiche e varietà di forme, offerto dalla vasta collezione, che affollava i vani della casa, che per me hanno rappresentato il riferimento automatico per individuare le opere in essi allineate.

Si aveva la percezione di trovarsi immersi tra qualcosa di inimmaginabile e di rabbrividente. Mi spiego con le stesse parole con cui Alvar Gonzàles-Palacios descrive la condizione di chi si pone dinnanzi ad un capolavoro, il quale “desta una sorta di imbarazzo, paragonabile a quello che si prova con una persona famosa, troppo bella o troppo intelligente”[12].

Il susseguirsi di immagini, di luci e di tonalità, e di ininterrotte sequenze di dipinti regalavano un inconsueto senso di ineffabile stupore, dinanzi alla meraviglia di un microcosmo in cui l’arte si è limitata ad entrare gradualmente, ma che negli anni è stato progressivamente pervaso ed impregnato delle suggestioni che pittura e scultura, nella loro eterogenee e sempre più spesso eccentriche espressività, sanno fornire a chi è in grado di catturarle e di farne tesoro.

È sconcertante come in casa Cozzani non esistesse un solo angolo in cui questo o quell’artista non abbia lasciato indelebile traccia del suo percorso creativo. Chi per la prima volta si addentrava in questa speciale galleria dell’arte restava a bocca aperta, non solo per la straordinaria qualità delle opere che tappezzavano le pareti, ma soprattutto per l’incommensurabile amore e dedizione che trasparivano da quello sconfinato patrimonio, che rappresentava la totale disponibilità di Cozzani, insaziabile cittadino della “città dell’arte”, a non rinunciare a comprendere i nuovi segni e le nuove immagini della ricerca artistica contemporanea.

Quello di Cozzani, è il condivisibile pensiero di Eleonora Acerbi, era “un interesse amplissimo, scevro da preconcetti o cogenti predilezioni, animato, piuttosto, dal desiderio di appropriarsi di ogni manifestazione ed esito ultimo delle arti germinati in ambito nazionale ed internazionale, conformemente  ad un’esigenza di puntualità documentaria davvero singolarissima”.[13] Egli, infatti, non si sentiva appagato delle prestigiose acquisizioni portate a buon fine, ma con instancabile zelo e mosso da una passione quasi totalizzante ha costantemente proseguito la sua interminabile ricerca, concretizzata in una collezione di altissimo spessore culturale e di straordinario valore documentario. Nei giorni in cui Cozzani decideva senza indugio di donare la sua raccolta, l’irrefrenabile entusiasmo lo portava ad acquistare due nuovi dipinti, che non hanno goduto il tempo e privilegio di essere collocati al fianco di altre tele. Ciò è quanto mai paradossale.

Accompagnato nella sua fervente vocazione dall’insostituibile moglie, custode di una memoria storica tanto viva quanto precisa egli ha costruito un’inestimabile dimora dell’arte, una casa dialogante, in cui curiosità ed eccentricità trovavano la migliore convivenza.

Simile ad un sipario teatrale la porta di via Tolone, nei giorni della notizia della donazione, si è spesso dischiusa sull’articolata scenografia, animata da innumerevoli protagonisti, per concedersi allo sguardo smarrito di amici e appassionati d’arte. Gli occhi del fortunato spettatore restavano folgorati dallo straordinario insieme e, solo in un secondo momento, l’attenzione si rivolgeva sui singoli protagonisti, nel tentativo di ricondurre le opere ai singoli autori e soprattutto di catturare l’essenza delle differenti prospettive artistiche, di cui Cozzani era padrone.

Non di rado, il silenzio prevaleva su qualunque commento. Silenzi di ammirazione, saturi di voglia di conoscere, giustificati dal desiderio di non disturbare la pacata, ma intensa vita di quella “città dell’arte” di cui era da privilegiati esserne parte. Una città la cui chiave di successo era insita nell’esaltazione delle individualità e delle differenze, che non prevaricavano l’una sull’altra, ma si arricchivano e si esaltavano vicendevolmente.

Il senso di libertà e di autonomia, il gioioso eclettismo che pervadevano l’intera collezione, evocavano la libertà che qualifica l’operatività ponderata, ma anche estrosa e, talvolta, fortemente dissacrante, degli artisti. Nella ordinata caoticità di casa Cozzani si toccava con mano lo sterminato pianeta dell’arte contemporanea, rappresentato da dipinti e sculture a ciascuna delle quali era assegnato uno specifico protagonismo. Ogni acquisizione vantava una storia unica e talune, per la narrazione che ne faceva con soddisfazione il collezionista, erano considerate alla guisa di vere e proprie conquiste.

Quanto a gusti, Cozzani non era un moderato ed il suo esaltante vagabondare tra stili e tendenze emergeva nella ricca raccolta, il cui cuore pulsava delle novità partorite dai linguaggi sperimentali, ormai da tempo consacrati nella storia dell’arte del secolo scorso, quali l’Informale, la Pop Art, il Minimalismo, l’Arte povera, la Body art, il Concettuale, la Transavanguardia e così via.

Dal 15 giugno 1998, per varie settimane, predisponemmo con Vaccarone, non senza fatica fisica e mentale, l’inventario della collezione, quale allegato indispensabile per l’atto di donazione, rogitato dal notaio Francesco Ceroni il 14 dicembre dello stesso anno. Di comune intesa, per procedere a tale incombenza del tutto volontaria, avevamo individuato nella fantasiosa “città dell’arte” di casa Cozzani, compresa la non trascurabile appendice di salita Quintino Sella (già studio medico del professore), una dozzina di spazi dei quali, nonostante il tempo trascorso, non mi è difficile ricordare con un necessario sforzo della memoria le opere più significative che vi erano collocate. Ne ripercorrerò alcuni.

Centonove opere, di cui ben ventitré sculture, all’ingresso dell’appartamento riservavano agli ospiti di casa Cozzani un’accoglienza stupefacente. Indimenticabile era lo sguardo d’insieme, che poi sostava lungamente sull’una o sull’altra opera (dipinto, scultura, grafica). Ad un benvenuto tanto caloroso, immersi tra una frenetica ed inattesa creatività dispiegata tra scelte sempre di qualità, non era assolutamente possibile non corrispondere ogni volta parole di sincera sorpresa e di entusiastico apprezzamento.

Qualche decennio fa soltanto le riviste e i testi specialistici citavano i nomi degli artisti, di cui, quasi miracolosamente, potevo ammiravo, così da vicino, le loro opere. È impossibile elencarli, ma tutti mi arrecavano un senso di inattesa felicità e di conquistata confidenza per essere entrato nel loro vissuto. Così è stato, ad esempio, per Robert Morris, Jean Dubuffet, Lyn Chadwick, Kennet Armitage, Franz Wotruba, Gordon Matta Clark, Marina Abramovic, Giulio Paolini, Dan Flavin. Ma ogni ambiente custodiva presenze di spessore internazionale. È riduttivo citare solo pochi nomi e, scusandomi per l’esemplificazione, scorgo tra le pareti del corridoio Georg Baselitz, Jörg Immendorff, Max Bill, Kengiro Azuma, Ossip Zadkine, Agostino Boetti, Piero Manzoni, Mimmo Rotella e nell’adiacente, spazioso salone, occupato da oltre centotrenta opere, autorevoli figure del Novecento italiano (Aligi Sassu, Ottone Rosai, Mario Sironi, Arturo Tosi, Mino Maccari, Filippo Depisis, Mario Tozzi, Virgilio Guidi, Fiorenzo Tomea, Renato Guttuso, Remo Brindisi, Giuseppe Zigaina, Ugo Attardi, Pericle Fazzini, Mirko Basaldella). Poi, ancora un angolo di prelibato ‘800, con Telemaco Signorini, Silvestro Lega e Agostino Fossati; gli espressionisti tedeschi della Brücke e quelli esuberanti del gruppo Spur (Lothar Fischer, Heimrad Prem, Helmut Sturm, Hans Peter Zimmer), acquistati nel 1963 a Venezia dopo aver visitato a Palazzo Grassi la mostra veneziana Visione-colore. Cozzani rivelando una buona dose di stravaganza aveva steso sui soffitti le tele di grande formato e zeppe di colore.

Nel vano Farmacia, così denominato per l’imponente e importante mobile antico, adibito in altra sede a tale attività, si faceva notare il curioso Televisore dell’artista americano, di origini coreana, Nam June Paik, indiscusso protagonista della Video Art, frequentatore di Fluxus e pertanto interessato a travolgere i convenzionali confini dell’opera d’arte. L’artista coreano condivideva la stanza con Enrico Baj, Wilfredo Lam, Thomas Schutte, Piero Dorazio, Ennio Morlotti, Enrico Scanavino, Gastone Novelli, Achille Perilli e con Franco Francese, autore di un indimenticabile dipinto, intitolato Notte d’amore rossa, acquistato nel 1960 alla XXX Biennale Internazionale d’Arte di Venezia.

Nello studio di Cozzani, anch’esso gremito, non sfuggivano allo sguardo le testimonianze degli animatori del Gruppo Cobra, Karel Appel, Guillaume Corneille, Pierre Alechinsky, Jasper Jorn, e quelle, ne cito solo alcune, di Fortunato Depero, Alberto Magnelli, Max Ernst, Hans Richter, Victor Brauner, Sebastian Matta, Wilfred Lam, Graham Sutherland, Antoni Tapies, Mario Radice e Man Ray. Dell’esponente del Surrealismo attraeva non poco la magnifica La prière, singolare fotografia del 1930 che riprende l’armonico fondo schiena di una modella in posizione raccolta. Per altri motivi invogliava il Book in legno dello scultore minimalista Richard Artschwager, che Cozzani pare stia sfogliando nella fotografia riportata nella copertina del video in precedenza citato.

Il mio itinerario prosegue nello spazio antistante la camera da letto e successivamente nella camera stessa. Si distinguono, tra gli altri, i segni della creatività di Gilbert &Gorge, Gina Pane, Gilberto Zorio, Marcus Lupertz, Emilio Vedova, di Lucio Fontana, Jean Fautrier, Louise Nevelson, Hans Hartung, di Sandro Chia, Mimmo Paladino, Luigi Ontani, Aldo Mondino e Mark Kostabi. Altrettanto indelebile è il colpo d’occhio sulla stanza da bagno con oltre trenta opere, che disorientavano i modesti frequentatori delle cose d’arte, ma incantava chi, al contrario, era buon conoscitore dell’arte contemporanea. Ed allora eccoci di fronte a eloquenti pagine della Pop Art con Robert Indiana, Andy Warhol, James Rosenquist, Tom Wesselman, Claes Oldemburg, Joe Jones, Jim Dine; allo Scimpanzé di Michelangelo Pistoletto e alla Tavola imbandita di Daniel Spoerri; alla Frutta di Concetto Pozzati e ad una litografia di Christho, artista bulgaro che impacchetta monumenti ed altro.

Per completare questo tragitto dovrei soffermandomi anche sugli altri vani di casa Cozzani, altrettanto affollati di presenze molto autorevoli. Eccone alcune: Agostino Bonalumi, Giuseppe Santomaso, ancora Lucio Fontana, Claudio Verna, Mino Maccari, Antonietta Raphael Mafai, Alberto Sughi, Victor Brauner, Karl Hubbuch, Cesar, ma l’elenco è davvero lungo.

Non mi è possibile sostare sul voluminoso e pregevole contenitore con oltre duecento lavori riferibili a varie tecniche grafiche. Tra di esse non mancano le xilografie originali e gli ex libris del nostro Emilio Mantelli. In quella pesante cartella s’incrociavano differenti linguaggi, entrati non da comprimari nella vita di Cozzani, il quale, amando l’arte contemporanea, aveva intuito quanto dell’arte non dovesse andare disperso.

Anche nello studio professionale di scalinata Fossati erano collocate opere scelte. Tra di esse incantavano due oli di Vincenzo Frunzo (Lavandaie e Donna) e uno strepitoso dipinto del 1933 di Giuseppe Caselli, intitolato Casa di tolleranza.

Con Caselli, Frunzo e i già citati Agostino Fossati, Felice Del Santo ed Emilio Mantelli, sono rappresentati nella vasta collezione, mi scuso per eventuali involontarie omissioni, i seguenti pittori e scultori spezzini: Eugenio Brandolisio, Augusto Magli, Ercole S. Aprigliano, Berto Lardera, Gino Bellani, con più opere, Rino Mordacci, Giacomo Porzano, Enzo Bartolozzi, Pietro Rosa, Giancarlo Calcagno, Gino Patroni, con sette ironici pennarelli su carta, Angelo Destri, Mauro Manfredi, Fernando Andolcetti, Claudio Ambrogetti, Mauro Fabiani, Cosimo Cimino, Francesco Musante e Francesco Vaccarone

Soltanto la motivazione culturale ed il piacere estetico hanno spinto Cozzani a costituire una raccolta di tale imponenza, senza mai inseguire prestigio o mire speculative. Comprendeva che l’arte, pur in anni difficili, pur sottoposta a inevitabili mutamenti, non era assolutamente estranea alla società, che ne ha trovato non poco giovamento sul piano della crescita culturale. Sono dell’opinione che gli anni trascorsi da Cozzani, visitando centri espositivi in Italia e all’estero, incontrando artisti e galleristi, acquistando ed inseguendo opere, siano stati anni molto felici e tale senso di benessere ha contagiato noi tutti, che alleniamo la nostra sensibilità per meglio apprezzare la bellezza, la creatività, l’ingegnosità, talvolta anche estrema, di artisti del passato e del presente.

Moltissimo si deve al professor Giorgio Cozzani se oggi abbiamo il Centro d’Arte Moderna e Contemporanea, prestigioso presidio che custodisce con la sua collezione l’infinito amore per l’arte e per La Spezia. Gli venne chiesto: “Perché ha deciso di donare la collezione?”. La sua risposta, senza alcuna titubanza, fu la seguente: “Perché mi piaceva farlo. Ma non mi aspetto gratitudine dalla città”.[14]

 

Da Rivista IL PORTICCIOLO – n° 27 dicembre 2016

 

 


[1] Valerio P. Cremolini, Berto Lardera, un protagonista della scultura del Novecento, Arte e Fede–Informazioni U.C.A.I.,  Roma, n.16, 2003, p.17. L’articolo richiama la mostra Lardera tra due mondi, allestita nelle sedi del Museo Diocesano e della Palazzina delle Arti della Spezia, inaugurata il 22/09/2002.

[2] Andrea Luparia, Un medico il nuovo mecenate, La Nazione, Cronaca della Spezia, 1/05/1998, p.I.

[3] Giorgio Pagano, Catalogo della mostra Tinguely e Munari-Opere in azione, Edizioni Gabriele Mazzotta, Milano, 2004, p.6.

[4] Massimiliano Tonelli, Corà nel Golfo dei Poeti, Exibart, 14/06/2004, p.24.

[5] AA.VV, La collezione Cozzani, Arti grafiche Amilcare Pizzi spa, Cinisello Balsamo  (MI), 2004.

[6] Renzo Raffaelli, La Spezia dei tesori, Il Secolo XIX, Genova, 01/05/1998, p.25.

[7] Lucio Rosaia, Collezione Cozzani gran regalo alla città, Il Secolo XIX, Cronaca della Spezia,  07/05/1998.

[8] Valerio P.Cremolini, Con i musei non crescono le ciminiere, Il Secolo XIX, Cronaca della Spezia, 24/05/1998, p.30.

[9] Giuliana Manganelli, Professione altruisti d’arte, Il Secolo XIX, Genova, 31/05/1998.

[10] Valerio P.Cremolini, La città dell’arte, Le Voci - Quaderni di AIDEA La Spezia, n.4/2005, p.17.

[11] Mara Borzone, Camec, i maestri in vetrina, Il Secolo XIX, La Spezia, 31/01/2005, p.16.

[12]Alvar Gonzàles-Palacios, Il cavaliere nero al Poldo Pezzoli, in  Il Sole 24 Ore, Milano, 10/10/2004.

[13] Eleonora Acerbi, Amare l’arte contemporanea, in POLIS, Milano, n.17, 1999, p.114.

[14] Renzo Raffaelli, Parla il mecenate che ha donato un tesoro alla città, Il Secolo XIX, Cronaca della Spezia, 01/05/1998, p.17.

 

Di ritorno da Bayreuth

di Valerio P. Cremolini

Della città di Bayreuth conoscevo pochissimo. Sapevo che da alcuni anni era gemellata con La Spezia e che nella stagione estiva ospita un importante Festival wagneriano. Ma, nulla di più. Poi, le inattese trasferte, nel novembre 2003[1], in rappresentanza dell’Istituzione dei Servizi Culturali, ed ancora nell’aprile del 2004 con Marzia Ratti per allestire la mostra del bravissimo artista spezzino Enzo Bartolozzi, mi hanno consentito di introdurmi nel cuore di questa bella e ordinata città, ieri dell’Alta Franconia, oggi della Baviera.

Non nascondo che quando visito luoghi più o meno lontani, riesco quasi sempre a entusiasmarmi e mai pecco di partigianeria nel ritenere la mia città più graziosa e più interessante. Così è stato per Bayreuth. Ne ho immediatamente apprezzato gli eleganti palazzi, la diffusa pulizia di strade, di marciapiedi e il traffico non caotico. Un assetto urbano tanto diverso da molte strade spezzine, intasate di automobili e autobus, dai marciapiedi dissestati, cosparsi di cartacce e, spesso, di sgradevoli testimonianze del passaggio di cani e dei loro incivili proprietari. Anche gli amministratori comunali, ripetutamente incontrati in quei giorni di lavoro e di piacevole svago, mi hanno dimostrato spontanea cordialità.

In entrambe le occasioni, il buon ricordo del gradito soggiorno, ospite dell’Hotel Goldener Hirsch, ha notevolmente ridimensionato l’innegabile disagio dovuto alla notevole distanza (oltre novecento chilometri) che separa La Spezia dalla città tedesca. Bayreuth mi è piaciuta e non esagero ad affermare che quanto ho ammirato è entrato in me al punto di appartenermi. Temendo, tuttavia, che possa cadere nell’oblio, amo rivivere ogni tappa in questo diario di viaggio, certamente lacunoso.

Un depliant pubblicitario propone Bayreuth come città nella quale convivono severità e intimità, semplicità e monumentalità, case sobrie e palazzi signorili; città di artisti che non ha smarrito lo spirito immortale del poeta Jean Paul (1753-1856) e dei grandi Richard Wagner (1813-1883) e Franz Liszt (1811-1886), padre di Cosima (1837-1930), seconda moglie di Wagner. La città vanta una buona Università frequentata da oltre ottomila studenti e un’invidiabile rete costituita da ben diciotto musei che promuovono la storia e la cultura del suo passato, nonché l’attenzione sul presente.

Bayreuth è una città bavarese di circa 75mila abitanti, situata storicamente nella regione della Franconia. La sua storia inizia nel 1194 ed è contrassegnata dal potere esercitato per mezzo millennio dagli Hohenzollern. Margravio era l’appellativo di chi governava il territorio e questo titolo, con cui ho fatto confidenza, risuonava molto spesso negli interventi delle competenti guide che mi hanno accompagnato tra il passato di Bayreuth, città tormentata da sanguinose guerre, compresa quella dei “trent’anni”, e dalle pesantissime perdite causate dalla terribile pestilenza del 1602.

Sarà il margravio Christian (1581-1655) a guidare nel 1603 la trasformazione di Bayreuth, dove viene trasferita la sede del Margraviato dalla vicina Kulmbach, di cui ho visitato il possente castello di Plassenburg.

Le gentili accompagnatrici hanno dedicato particolare riguardo alla figura del margravio Friedrich (1711-1763) e della moglie Wilhelmine (1709-1758), sorella di Federico il Grande di Prussia (1712-1786), donna sensibile alle arti ed alla letteratura, amica di Voltaire (1694-1778). I sovrani assumono il potere nel 1735 e per Bayreuth seguono anni di grande splendore, abbellita da lussuose residenze e da edifici dediti alla cultura, quale l’Opera dei Margravi[2], tuttora annoverato come il più bello tra i teatri barocchi d’Europa, inaugurato nel 1748 in occasione del matrimonio della figlia di Wilhelmine, Friederike Sophie (1732-1780) con il duca Carlo II Eugenio di Wurttemberg (1728-1793). È un teatro di eccezionale bellezza, frutto dell’ingegno dell’architetto Joseph Saint Pierre (1709-1754) e della sensibilità della margravia Wilhelmine, raffinata amante del bello. Se la facciata dell’Opera è apprezzabile, l’interno è stupefacente. Sono rimasto per lungo tempo senza parole. Il solo aggettivo che affollava la mia mente: era meraviglioso. Mi ritengo fortunato nell’aver ammirato qualcosa di veramente irreale.

Nella sontuosa eleganza del teatro non poteva mancare il prestigio dell’arte italiana: Giuseppe Galli da Bibiena (1696-1756) e il figlio Carlo (1725-1780) sono, infatti, gli artefici di tale gioiello. Questa straordinaria famiglia bolognese annovera Ferdinando (1657-1743), Francesco (1659-1739), Giuseppe, Antonio (1700-1774) e Carlo (1700-1760), incontrastati dominatori in Italia e all’estero nel campo dell’architettura teatrale. Tornato alla Spezia ho sfogliato più libri con il rammarico di non averlo fatto a suo tempo. Avrei certamente interagito con le informazioni della guida, ma, forse, non avrei goduto il sorprendente spaesamento procurato da quella inedita sensazione, che mi ha completamente catturato nel primo pomeriggio del 14 novembre 2003.

Giovanni Maria Galli (1625-1665) è il capostipite dei Bibiena. I figli Ferdinando e Francesco lavorano per il duca di Parma e Piacenza, per Carlo VI alla corte viennese e poi in Francia e in Inghilterra. Ferdinando innova la prospettiva, non più fondata sugli assi centrali, ma sulla disposizione obliqua degli stessi, nota come “prospettiva per angolo”. Francesco, dopo gli operosi ed acclamati soggiorni in terra straniera, al suo rientro viene nominato direttore dell’Accademia Clementina di Bologna. Tre dei quattro figli di Ferdinando, Alessandro (1687-1769), Antonio il già citato Giuseppe proseguono con successo l’attività paterna. Si deve ad Alessandro Galli la costruzione del castello di Mannheim, mentre Giuseppe con il padre e poi con il figlio Carlo raccoglie successi nelle città dell’impero austriaco. Anche Antonio Galli, non meno dei fratelli, vanta una significativa carriera come pittore ed architetto in Italia (Teatro La Pergola di Firenze, Teatro Comunale di Bologna), Austria e Ungheria. Il figlio di Francesco, Giovanni Carlo (1717-1760) lavora in Portogallo alla corte del re, progettando il Teatro Reale di Lisbona.

La talentuosa famiglia di scenografi, architetti e decoratori teatrali, molto ben remunerata, ha seminato meraviglie ovunque. Giuseppe e Carlo, padre e figlio, hanno lasciato a Bayreuth un segno incomparabile della loro creatività e soltanto la fama acquisita sul campo li ha condotti ad eseguire importanti commesse presso il re di Prussia, in Francia e in Russia, alla corte di Pietroburgo. Nel dicembre 2000 la Pinacoteca nazionale di Bologna ha ospitato la mostra I Bibiena, una famiglia europea. Ne ho trovato traccia in un articolo che avevo conservato di Fabrizio Magani, intitolato Un genio da zingari. L’esperto storico dell’arte scrive che “i Bibiena hanno rappresentato una vera e propria dynasty dell’architettura progressiva tardo barocca (e dei suoi ornamenti), capaci di avventurarsi da Bologna nelle principali capitali europee”[3].

La visita del Teatro dell’Opera di Bayreuth è quanto di più suggestivo si possa incontrare. Il buio della sala è trafitto di tanto in tanto da morbidi raggi di luce diretti sugli ori degli stucchi del ricco soffitto, dei palchi e della scena, raggiunta da una sequenza di immagini, tra cui quelle del margravio e della moglie. Una voce racconta la storia del teatro e delle vicende della casa reale. Lo stupore partorito dal geniale virtuosismo dei Bibiena e dall’intelligente utilizzo della moderna tecnologia raggiunge vertici altissimi. Quando mi si chiede se Bayreuth ha palazzi importanti il pensiero corre subito al teatro di Guglielmina e vorrei riuscire davvero a trasferire l’intensa emozione che esso mi ha suscitato.

Nella mia seconda visita a Bayreuth l’incanto non è per nulla scemato. Le opere d’arte, infatti, hanno una dignità che il tempo non cancella e il grandioso estro di Giuseppe e Carlo Bibiena continuerà a suscitare interesse di generazione in generazione.  Non esitarono, a proposito, nel 1994 i produttori del film Farinelli, sulla vita Carlo Broschi (1705-1782), celebre soprano napoletano del ‘700, ad utilizzare il teatro per girarvi alcune scene.

Prima di scoprire questo preziosissimo scrigno dell’ingegno artistico italiano, ho avuto, per la verità con pochissimo preavviso, l’onere e l’onore di introdurre nel salone della Sparkasse (Cassa di Risparmio) di Bayreuth una collettiva di diciassette artisti locali e spezzini, precedentemente proposta alla Spezia nel Foyer del Centro “S.Allende”. L’esposizione Neue Vorspiele zu Wagners Rhiengold (Nuovi preludi wagneriani) ricordava il breve soggiorno spezzino del grande compositore tedesco, ospitato centocinquantanni prima presso la locanda L’Universo di via Prione, proveniente da Genova dopo un faticosissimo viaggio via mare. È accertato che durante la notte del 5 settembre 1853 Wagner ebbe l’ispirazione del motivo introduttivo dell’Oro del Reno. Anche Richard Wagner, come altri pittori e scrittori stranieri, che rimasero sbalorditi dalla bellezza del nostro golfo, vanta un tocco di spezzinità, di cui mi sento orgoglioso.

I viaggi si compongono spesso di più tappe ed ognuna di esse ha quasi sempre buone ragioni per essere apprezzata. Ne ho segnalate due, ma il Museo Storico, il Museo d’Arte Moderna, il Parco Fantaisie, il castello di Plassenburg nella cittadina di Kulmbach (a Hans Castorp, protagonista del romanzo La montagna incantata di Thomas Mann (1875-1955) sviene servita birra prodotta in questa cittadina), il Museo della Ceramica di Thurnau e il Museo“R.Wagner”. Non sono passati inosservati ai miei occhi la visita della città di Bamberg e soprattutto del suo Duomo.

Il Museo Storico, adiacente alla cattedrale gotica, è piuttosto recente. Risale al 1996 e propone nelle numerose sale importanti documenti sullo sviluppo culturale, economico e sociale della città. C’è materiale in abbondanza per gli studiosi, ma mi ha incuriosito l’esposizione di biciclette d’epoca in legno e ferro, ottimamente conservate, per il cui utilizzo occorreva tanta abilità. Nel giorno della mia visita il museo proponeva la mostra della fotografa tedesca Sieglinde Sammet (1898-1940), donna dalla scarsa femminilità (questa è la mia impressione), particolarmente appassionata di motociclette e politicamente vicina al regime, stante le numerose fotografie dedicate a Hitler.

Reputo un graditissimo regalo del mio soggiorno a Bayreuth la retrospettiva allestita nel Museo d’Arte Moderna (già sede del municipio) del grande scultore Ernst Barlach (1870-1938). Con Elsa Belsito non ho indugiato ad approfittare di tale opportunità, mostrando tanta attenzione alle precise spiegazioni della direttrice Marina von Assel. Innumerevoli disegni ed altrettante sculture in bronzo inducevano ad approfondire la conoscenza del percorso di questo illustre artista tedesco, nel cui rabbioso realismo espressionista ha fissato i drammi di un’umanità emarginata e senza speranza. La sua “opera”, testimonianza di un convinto dissenso politico, fu condannata dal regime e compresa tra la nota “arte degenerata” bandita dai nazisti. Dinanzi ai bronzi di Barlach sfilavano nella mia mente i protagonisti di quella esemplare stagione. Ed ecco George Grosz (1893-1959), Otto Dix (1891-1969), Rudolf Schlichter (1890-1955), Karl Hubbuch (1891-1979), artisti che si sono conquistati tanto spazio nella storia dell’arte del XX secolo. Avevo letto pregevoli pagine su Barlach. Lo studioso Kurt Martin (1899-1975) non indugia a sottolineare che in Barlach c’è “l’afflizione e la morte, la passione, la vendetta, la disperazione e la fuga, la solitudine, la profonda meditazione, la devozione e l’attesa”. La mostra di Barlach vorrei che un giorno potesse essere trasferita alla Spezia. Raccoglierebbe molto successo. La direttrice, nel riferire che il museo dispone di un ampio e importante fondo di opere di artisti espressionisti - in gran numero quelle di Max Beckmann (1884-1950), anch’egli stimatissimo esponente di una pittura accentuatamente cruda - ha manifestato immediata disponibilità a collaborare con l’Istituzione per i Servizi Culturali per condividere una futura iniziativa.

Alla sera, rientrando al Goldener Hirsch, ho ripensato lungamente alle scoperte della giornata, meritevoli di essere considerate e non freddamente archiviate. Così è stato e senza fretta le ho ripassate ad una ad una, non tralasciando la lapide collocata all’ingresso della moderna Rathaus alla memoria degli oltre mille cittadini caduti sotto i bombardamenti delle forze alleate, che nel 1945, poco prima della fine del conflitto, distrussero gran parte della città, sino ad allora rimasta indenne. Avevo ragione a pregustare le sorprese che mi attendevano il giorno successivo.

La mattinata, piuttosto rigida, prevedeva la visita del Palazzo Fantaisie. Il maestoso edificio, abitato un tempo dalla margravia Wilhelmine, era chiuso ma ciò non ha impedito l’accesso ai pittoreschi giardini, che si distendono tra numerose varianti su una vastissima area. Altri parchi vanta Bayreuth, che assegna grande importanza al verde pubblico, curato con amore e gestito con invidiabile professionalità. L’esperta guida, un’autorità in materia, ne ha elencati alcuni (Hofgarten, Eremitage, Festspielpark, ecc.) mentre, silenziosamente, avvertivo una sensazione di invidia.

Un agevole tragitto stradale ci ha condotti a Kulmbach per ammirare il castello di Plassenburg. Una guida dalla voce squillante metallica ci illustra la storia della fortezza ed il contenuto (moltissime le armi) delle vetrine. Ritengo sorprendente la collezione considerata la più grande del mondo, comprendente oltre trecentomila soldatini di stagno e piombo negli abiti del tempo, disposti negli assetti di famose battaglie. È consuetudine lasciare il castello portando con sé come souvenir figurine piatte in stagno, antesignane di quelle più spesse di epoca successiva.

A Thurnau siamo accolti dai titolari del laboratorio di ceramica Renner che proseguono con successo la tradizione della famiglia, accreditata di una propria manifattura. Interessato, seguo la modellazione dell’argilla che il signor Renner effettua con destrezza e, simpaticamente, c’è chi accoglie l’invito ad emularlo. Ovviamente, con scarso successo. La città vanta un Museo della Ceramica, che documenta un’ampia varietà di manufatti realizzati dagli artisti delle più affermate fabbriche ed il magnifico castello è sede dell’Istituto di Musica Teatrale dell’Università di Bayreuth.

Sono circa le nove di sera di domenica 16 novembre quando scendo dal pullman in piazzale Kennedy. Sono ancora in tempo per festeggiare il mio compleanno.

Lunedì 29 marzo 2004 torno a Bayreuth, questa volta con Marzia Ratti, direttrice dell’Istituzione per i Servizi Culturali, per allestire e partecipare all’inaugurazione della mostra personale dedicata al pittore spezzino Enzo Bartolozzi.

Non manca il tempo per scoprire altre preziose gemme di Bayreuth, ma anche per ammirare ancora una volta il superlativo Teatro dell’Opera, facendomi nuovamente rapire dal suggestivo e armonioso gioco di luci e di ombre, sapientemente proiettate all’interno.

C’è ancora la possibilità nel pomeriggio di ritornare al Museo d’Arte Moderna, che ospita la mostra Durch Adstraktion zum Symbolhaften (Dall’astrazione al simbolismo), dedicata ai pittori Caspar Walter Rauth (1912-1983) e Hubert Berke (1908-1979), rappresentati da un nutrito numero di opere, caratterizzate da un linguaggio tendenzialmente non figurativo. Entrambi gli artisti esprimono un approccio molto personale al surrealismo, accentuando liberamente nello spazio linee e colori che suggeriscono percorsi che investono il sogno e la realtà, il visibile e l’invisibile.

In più occasioni Richard Wagner (1813-1883) è stato puntualmente testimone della mia permanenza a Bayreuth, eletta a "città di Wagner", meta obbligata negli itinerari dei più raffinati appassionati di musica, che non mancano di raggiungerla, almeno una volta nella vita, per essere presenti all'annuale Festival, rigorosamente dedicato alle musiche del geniale compositore, che si svolge tra luglio e agosto nella Festspielhaus. Fu lo stesso Wagner a promuovere nel 1876 questo grande evento per diffondere la conoscenza delle sue opere, imponendo prezzi popolari e la gratuità per i meno abbienti. Oggi è sempre più difficile prenotare un posto, il cui costo è tutt’altro che economico.

 

Avvolto dal fascino wagneriano, memore delle poche ore in cui nel 1853 respirò l’aria della mia città, ho visitato la residenza di Villa Wahnfried, sede del Richard Wagner Museum, nel cui giardino egli riposa con la moglie Cosima. Tra i numerosi cimeli (biblioteca, pianoforte, spartiti, documenti epistolari, ecc.) mi hanno sorpreso per la loro dimensione gli abiti del musicista, di statura molto bassa, surclassato in altezza dalla moglie.

Alla partenza per Bayreuth non prevedevo di visitare Bamberg, città “patrimonio dell’umanità”. L’escursione, opportunamente suggerita da Marzia Ratti, mi ha consentito di apprezzare in una bella mattina di sole la splendida città bavarese, situata sul fiume Regnitz, che la divide tra la città alta e quella bassa, dove un angolo particolarmente pittoresco costituito da case di pescatori ne legittima la denominazione di piccola Venezia. Dopo pochi passi nella città bavarese mi sono trovato dinanzi ad una testa colossale di Igor Mitoraj (Oederan, 1944)[4], scultore che nelle sue opere richiama la bellezza delle linee pure del mondo classico. Avevo già ammirato gli affascinanti volti volutamente incompleti di Mitoraj e, pertanto, ho avvertito la sensazione di trovarmi in un luogo conosciuto. Così non era, anche se quando sono entrato nell’imponente duomo dalle quattro torri, costruito nel 1215, di fronte alla purissima immagine medievale del Cavaliere sporgente da una colonna della maestosa e antichissima chiesa, non mi è appartenuto alcun senso di estraneità.

 

Conoscevo il Cavaliere, per averlo ammirato su alcune pubblicazioni e lo stupore diffuso da questo capolavoro visto da vicino ha toccato vette altissime. Credo che analogo incanto deve aver subito l’insigne scultore Marino Marini (1901-1980), che pur con altre finalità espressive ha tenuto ben presente nella sua ricerca plastica il ritratto equestre dell’eroico custode del Santo Sepolcro. La grandiosità della chiesa mi ha mosso una riflessione sul significato della devozione, diffusamente testimoniata dall’espressività dell’architettura gotica, che censisce inarrivabili opere dell’ingegno umano, tra cui l’abbazia di Saint-Denis e la cattedrale di Notre-Dame a Parigi, le cattedrali di Chartres, Reims, Cantebury, Burgos, Notre-Dame a Strasburgo ed in Italia la basilica di San Francesco ad Assisi, Santa Maria del Fiore a Firenze, San Petronio a Bologna, le cattedrali di Siena, di Orvieto, ecc. Tra di esse non sfigura davvero il duomo di Bamberg. Si sono succedute emozioni su emozioni dinanzi ai bellissimi portali, all’altare, alle tombe marmoree di sant’Enrico II il Santo (973/978-1024), della moglie Cunegonda (975-1039), anch’essa santa, di papa Clemente II (1005-1047), già vescovo della città di Bamberga, unico pontefice sepolto in Germania. Uscito dalla cattedrale, visitando la Neue Residenz, costruita nel ‘600 dal principe-vescovo Lothar Franz (1655-1729), ho ammirato gli ampi saloni e la galleria dalle pareti interamente coperte di pregevoli dipinti.

Ignaro della vita di Enrico II e di Cunegonda per saperne di più mi sono affidato al libro Mille Santi del giorno[5] di Piero Bargellini (1897-1980), brillante studioso e sindaco nel 1966 della città di Firenze, anno della devastante alluvione, che non trascura i profili dell’imperatrice Cunegonda e dell’amatissimo Enrico, re di Germania e d’Italia e successore del cugino Ottone III (980-1002) alla guida nel 1014 del Sacro Romano Impero. Entrambi caratterizzarono la loro esistenza nel segno della fede, della carità, dell’umiltà e dell’amore reciproco. Non fu titubante Cunegonda, alla morte di Enrico, uomo di rara saggezza politica e di spiccati sentimenti umani, a spogliarsi degli abiti regali, deporre la corona imperiale e scegliere il silenzio del monastero benedettino di Kaffungen. Enrico in giovane età avvertì la vocazione monastica, ma vi rinunciò per assolvere ai compiti di sovrano, a cui fu chiamato per l’unanime accordo dei grandi elettori tedeschi.

La stanchezza mi ha impedito di continuare il magnifico percorso nella storia, nella bellezza dei tesori custoditi nell’adiacente Museo Diocesano. Dispiaciuto della mia decisione, ho ascoltato nel merito Marzia Ratti, che, coriacea, ha dominato la fatica, non rinunciando a visitare scrupolosamente il museo, alimentando nuovo entusiasmo. Mi è rimasta impressa una sua affermazione: “Un museo saltato è un museo perso”. Aveva ragione!

Al sindaco Dieter Mronz il compito di dare inizio nel pomeriggio di giovedì 1 aprile alla cerimonia d’inaugurazione della mostra di Enzo Bartolozzi, allestita nella Grande Sala del Palazzo Comunale, costituita da una quarantina di opere scelte, tra cui Assemblaggi e Frantumazioni di grandi dimensioni, che hanno rivelato il bagaglio tecnico e la solidità sperimentale dell’artista. Dinanzi a numerosi convenuti, con l’aiuto dell’interprete Paola Hirsz, ho espresso alcune brevi considerazioni sull’avvincente ricerca di lungo corso di Bartolozzi, ulteriormente approfondita da Marzia. Ho definito il bravissimo artista uomo libero, sereno, riflessivo, intelligente, sempre disponibile: uno spezzino che conferma quanto diceva della Spezia il pittore futurista Gerardo Dottori (1884-1977) e cioè che “La Spezia non riesce a diventare severa e triste nemmeno nelle giornate nere”.

 

Bartolozzi è stato un privilegiato custode di emozioni, che appartengono alle elaborate composizioni, nelle quali vi ha riposto sia la complessità che la dolcezza della sua anima. I visitatori della mostra hanno apprezzato la sua spiccata originalità, ben testimoniata da lavori realizzati anche con carta e strisce di tela, accuratamente valorizzate da varianti cromatiche, che lanciano bagliori di luce. Analoga attenzione hanno raccolto le opere storiche degli anni ’70 ed un cospicuo nucleo di scelti pastelli che richiamano la duplice azione del comporre e dello scomporre. L’evento artistico, accolto con particolare interesse, è stato considerato “un punto di eccellenza tra le mostre realizzate durante l’anno nella città tedesca”.[6]

Pochi giorni mi sono stati sufficienti per camminare senza titubanza nella città bavarese, che, a motivo del gemellaggio, annovera una Spezia Platz di tutto riguardo. Così mi sono diventati familiari il Palazzo Vecchio con la torre ottagonale, il Palazzo Nuovo, gli storici palazzi nella Maximilianstrasse, la fontana dei Wittelsbach di fronte all’Opera dei Margravi, il Mühlkanal, attraversato quotidianamente, la Cattedrale luterana e quella cattolica, consapevole di aver lasciato ancora molto da ammirare, compreso il Museo dedicato al poeta e scrittore Jean Paul, molto amato e celebrato nella città di Bayreuth dove morì e che lo ricorda con una bella statua.

Come già nel 2003 ho lasciato Bayreuth felicissimo per l’accoglienza ricevuta e nel lungo e notturno tragitto fino alla Spezia mi scorrevano le nuove scoperte di questa simpatica città ed i volti degli amici tedeschi (Bernd Mayer, Bruno Hass, Kurt Seesars, ecc.), con i quali in entrambe le trasferte ho condiviso piacevoli momenti, apprezzando la loro simpatica compagnia anche in buoni ristoranti (Weihenstephan, Wolffenzacher, Annecy, Oskar).


  • · Questi appunti di viaggio risalgono al dicembre 2004.

[1] La delegazione era composta anche da Elda Belsito, Salvatore Calcagnini, Massimo Carosi, Nancy Rozzi, Raffaele Torracca, e dalla giovane interprete Valentina Vivaldi

[2] Nel 2012 il teatro è stato dichiarato Patrimonio culturale dell’UNESCO.

[3] La pagina del quotidiano Avvenire contenente l’articolo di Fabrizio Magani è, purtroppo, senza data.  Lo studioso scrive, inoltre, che “basterebbe registrare le città dove andarono a morire, una stagione dopo l’altra nel corso del XVIII secolo, per comprendere la portata del loro lavoro e l’irradiazione delle loro ricercatissime invenzioni: a parte Ferdinando e Francesco che finirono i loro giorni nella città natale, Alessandro morì a Mannheim, Giovanni a Napoli, Giuseppe a Berlino, Antonio a Milano, Giovanni Carlo a Lisbona, Carlo a Firenze e Ferdinando Antonio a Dresda”.

 

[4] Nato in Germania, ma cresciuto a Cracovia, lo scultore ha frequentato sin dal 1983 la città di Pietrasanta, dove risiedeva ed aveva lo studio. È morto a Parigi il 6 ottobre 2014.

[5] Il testo a cui mi riferisco è del 1977, Vallecchi editore, Firenze.

[6] Il pittore è mancato dopo breve malattia il 4 agosto 2005. Nel settembre 1999 la Palazzina delle Arti ha ospitato una magnifica personale promossa dall’Istituzione per i Servizi Culturali. Nell’occasione è stato pubblicato da Silvana Editoriale spa, Cinisello Balsamo (MI) un volume comprendente accurati testi ed un’ampia raccolta di opere dal 1975 al 1998..

 

Girovagando tra gli amori

di Valerio P. Cremolini

Inizio il mio girovagare con un’affermazione piuttosto comune: “L'amore è una cosa meravigliosa”. Ognuno è custode del proprio o dei propri amori, che aumentano a dismisura quando si affrontano le innumerevoli pagine della letteratura e della poesia, più precisamente dell’arte nel suo complesso, che lo celebrano magnificamente. Così, verso gli amori resi intramontabili da scrittori, poeti, pittori, musicisti, ecc. si registra un piacevole senso di appartenenza. Parlare d’amore non può che far bene, tenuto conto dell’indifferenza, dell’egoismo, dell’odio, che si agitano nel mondo intero, provocando situazioni di dolore senza fine.

La parola amore, ecco perché utilizzo il verbo girovagare, si associa a innumerevoli situazioni, che hanno per protagonisti le persone, ma non solo. Lo studioso Jacques Gomila, curatore di questa voce sull’Enciclopedia Einaudi, precisa che "il sostantivo amore rinvia al verbo amare: si ama il proprio Dio, i propri genitori, la propria moglie, la propria patria, le proprie amanti, la propria casa, una certa città, un vaso cinese, un quadro, l’opera, lo sport, il cinema ecc.; l'elenco è infinito". Ed allora si ama la terra, l'ambiente, il prossimo, il denaro. Nel linguaggio comune si richiamano varie espressioni: “si studia con amore", “si va d'amore e d'accordo"; “vivere d'aria e d'amore”; oppure, ci si complica l'esistenza, "per amore di" e si soffre di "mal d'amore"; quando insorge l'amore si ammette che "il primo amore non si scorda mai" e quando caratterizza l’intera vita coniugale i partners reciprocamente: si dichiarano: “Tu sei l'unico mio amore”.

La letteratura è un immenso contenitore di emozioni e di ansie sentimentali, di amori tormentati e impossibili, che conducono a morire d’amore. Penso alla passione che ha unito coppie famose: Abelardo ed Eloisa, Paolo e Francesca, immortali sono i versi danteschi dedicati alle due giovani anime dell’Inferno: “Amor, ch’al cor gentile ratto s’apprende” – “Amor, ch’a nullo amato, amar perdona”; Giulietta e Romeo, Pelléas e Melisande, Tristano e Isotta, Otello e Desdemona (“l’amavo troppo e l’ho uccisa!”). Così la mitologia è ricca di innamorati, chiaramente trasgressivi. Leggendaria è la storia eternata da Virgilio, che ha per protagonisti Enea e Didone; lo sono quelle della schiava Briseide amata da Achille; della bellissima Deianira, innamorata di Eracle, contesa da numerosi eroi per l’eccezionale bellezza; di Arianna, figlia di Minosse, re di Creta, che aiutò Teseo ad uscire dal labirinto, dove uccise il Minotauro; di Medea, follemente innamorata di Giasone;  di Paride, eroe troiano, figlio di Priamo e di Ecuba, che rapì Elena, moglie di Menelao, provocando la guerra di Troia; di Fedra, sorella di Arianna, che, innamorata del figliastro Ippolito, lo fa uccidere perché respinta e poi si toglie la vita.

A rileggere quelle pagine senza tempo si resta incantati. Stupiscono ugualmente le favole che danno visibilità all’amore, impedito per diversi motivi. Superato l’ostacolo, le vicende hanno di solito liete conclusioni, in quanto i protagonisti “vissero felici e contenti”.

Quanti amori e quante tipologie di amore sono censiti nella storia del mondo? Richiamo ancora una volta il saggio di Gomila, di cui si evince la sua competenza sul tema, sviluppato in interessanti contributi che descrivono l’amore antico, l’amore-passione, l’amore cristiano, l’amore cortese, l’amore cartesiano, l’amore romantico, l’amore mistico, inoltre, l’amore sovietico, l’amore surrealista e l’amore selvaggio.

C’è l’amore che si esprime nella totale donazione eroica di sé ed alcune persone sono monumenti viventi dell’amore estremo rivolto verso il prossimo. Penso al sacrificio di Massimiliano Kolbe e di Salvo d’Acquisto e alla dedizione verso gli ultimi che ha caratterizzato l’intera vita di Madre Teresa di Calcutta. Restando alla Spezia non ci sono parole per commentare la luminosa testimonianza di amore di padre Dionisio (Giovanni Mazzucco), che ha fatto della sua esistenza un dono per gli altri., consacrandola al servizio della povertà. L’amore per la fede, poi, ha portato al martirio ad Auschwitz le sorelle, entrambe monache carmelitane, Edith e Rosa Stein. La stessa tragica fine farà a Buchenwald il 9 aprile 1945 il teologo luterano tedesco Dietrich Banhoeffer, che in una lettera scrive di “amare in modo particolare il sole, perché spesso gli ricorda che l’uomo è stato creato dalla terra e non è fatto di aria e di pensieri”. Il sole di Banhoeffer richiama immediatamente l’irraggiungibile Cantico di frate sole” di san Francesco, dove ogni creatura del Signore, anche “sorella morte” è degna di essere lodata e amata.

Girovagare tra i sinonimi dell’amore è davvero intrigante. Tempo addietro, condividendo un’analoga iniziativa sull’amore promossa dall’indimenticabile poeta e musicista Eugenio Giovando, ebbi modo di approfondirlo con il necessario rigore, consultando tra i vari testi il Dizionario Palazzi, che affianca l'amore all'affetto, all'amicizia, all'ardore, al desiderio, alla fantasia, al fuoco, all'idillio, alla lussuria, alla passione, al sentimento e alla voglia, aggiungendo che l'amore può essere veemente, appassionato, onesto, puro, cieco, sviscerato. contrastato, corrisposto, frivolo, languido, intenso, eterno, platonico, paterno, materno, fraterno, filiale, coniugale, erotico, ecc. Cosa dire? Che ciascuno di noi è esperto del proprio amore, dove, molto probabilmente, si associano distinte sensibilità, quali quelle che il poeta Ovidio indicava nei verbi amare (amare semplicemente); adamare (amare appassionatamente); dirigere (voler bene); placere (piacere).

Emblematiche sono le figure di Werther, che giunge al suicidio; di Narciso, che amandosi tanto perviene alla distruzione di sé. Che dire dell’insaziabile Don Giovanni alla rincorsa di mille amori? “Dissoluto punito” cerca la donna “pel piacere di porle in lista” e “purché portin la gonnella”. Mai avrebbe dichiarato alla donna del momento: “tu sei l’unico amore della mia vita”. Il libertino mozartiano ha un precursore nel già citato Ovidio. Per il poeta “non c’è bellezza sola che accende in me l’amore: cento sono i motivi che mi fanno innamorare”.

Non di rado, più o meno consapevolmente, nel linguaggio comune trova spazio l’aforisma di Blaise Pascal, che legittima il dualismo “cuore-ragione”, per cui “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce". Quando il cuore pulsa a ritmo incalzante, insomma, è difficile obbedire alle pur legittime ragioni, che esortano ad altri comportamenti.

“Colui che ama - è un pensiero ripreso da L’Imitazione di Cristo, testo di ascesi cristiana del XV sec. - può fare ogni cosa, e molte cose compie e manda ad effetto; mentre colui che non ama viene meno e cade. L'amore vigila; anche nel sonno, non s'abbandona; affaticato, non è prostrato; legato, non si lascia costringere; atterrito, non si turba: erompe verso l'alto e procede sicuro, come fiamma viva, come fiaccola ardente” (Libro 3, cap. V n.2).

Francesco Alberoni, illustre sociologo, definisce l’amore “uno stato di felicità continua, di continua comprensione, di perfetto accordo, dove i piccoli screzi vengono composti con naturalezza”. Quando si è innamorati, si vive la sensazione di avere il mondo tra le mani, di godere di un senso di onnipotenza, di aver conquistato mete impagabili. Sempre Alberoni associa questo stato di ebbrezza con “l’aprirsi gioioso al mondo che appare bello e felice; un aprirsi agli altri e sentirsi come amici”. L’amicizia, altro sentimento, che talvolta travalica i rapporti di conoscenza per tramutarsi in un legame ben più che affettuoso, che approda all’amore di lunga durata. Cicerone aveva a proposito le idee chiare: “L’amicizia non è altro che una grande armonia di tutte le cose umane e divine, insieme con la benevolenza e l’affetto; davvero non so se, eccettuata la sapienza, sia mai stato dato all’uomo dagli dèi immortali niente di meglio di essa.” (dal Discorso di Lelio sull’amicizia)

Ho esordito dichiarando che “l’amore è una cosa meravigliosa”. Lo era sicuramente per Marcel Proust che attendeva il bacio della buona notte da sua mamma; lo è quello, commovente, celebrato nel film La vita è bella di Roberto Benigni; sorprende l’insolita storia d’amore narrata da Alessandro Baricco in Seta con la bella lettera conclusiva che inizia con un adagio d’insuperabile dolcezza: “Mio signore amato, non avere paura, non muoverti, resta in silenzio, nessuno ci vedrà. Rimani così, ti voglio guardare, io ti ho guardato tanto ma non eri per me, adesso sei per me, non avvicinarti, ti prego, resta come sei, abbiamo una notte per noi, e io voglio guardarti……”.

Non meno coinvolgente è la storia dell’amore impossibile fra Fiorentino Ariza e Fermina Daza che si realizza in età avanzata, esattamente dopo “cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni”, narrato nel romanzo L’amore al tempo del colera di Gabriel Garcìa Marques. L’intrigo e la complicità animano le vicende sentimentali del romanzo Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos, mentre un secolo e mezzo dopo l’amore tradito con altre situazioni problematiche costituiscono la storia descritta dal giovanissimo Raymond Radiguet nel famoso Il diavolo in corpo. Ambizione e seducente charme s’impongono in Georges Duroy, protagonista di Bel Ami di Guy de Maupassant.

Continuano a far discutere i supplichevoli versi di Emily Dikinson dedicati alla cognata Dollie. In essi traspare ben più che un semplice affetto tra parenti: “Non debbo più tremare? Sei sicura che/non verrà mai quella notte/ quando - spaventata - correrò da te/ per trovare le finestre sbarrate/ e non più Dollie? / Capisci? Non più Dollie?”. Percy Bysshe Shelley, che nel 1822 dimorò a San Terenzo, affianca all’amore la bellezza e la verità, forze che danno la vita. “Chi è nell’amore - scrive Giuseppe Sardelli - attinge alla bellezza e coglie la verità, l’armonia dell’Universo che si rivela nella luce della bellezza e sotto la spinta dell’amore”.

Inducono alla riflessione le quartine della poesia di Eugenio Montale Ripenso il tuo sorriso, compresa nella raccolta Ossi di seppia. Non è il sorriso di una donna amata, quello a cui si riferisce Montale, bensì è il sorriso del ballerino russo Boris Kniaseff, conosciuto nell’abitazione genovese dello scultore Francesco Messina. Lo sguardo dell’amico trasmette serenità al premio Nobel, tanto da suscitargli versi dall’eloquente intonazione sentimentale, seppure è in essi prevalente il tema della memoria: “Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un'acqua limpida / scorta per avventura tra le pietraie d'un greto, /... Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,/ se dal tuo volto si esprime libera un'anima ingenua,/... Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie/ sommerge i crucci estrosi in un'ondata di calma,/”.

Il poeta triestino Umberto Saba, invece, ama profondamente la moglie e nella lunga poesia a lei dedicata la pone amabilmente al confronto con le migliori qualità di una serie di animali (gallina, mucca, cagna, coniglia, rondine, formica, ape). Nutro gli stessi sentimenti d Saba verso la donna della mia vita. Anni e anni fa presi carta e penna e scrissi alcuni rapidi versi liberi. Perché non rivelarli? Eccoli: “Un giorno/il tempo si è fermato. /Nasceva l’amore, /giovane, limpido, fragrante. /Dopo anni,/il suo profumo/è immutato”.

Di solito si ama la propria città. Io amo La Spezia, che Ettore Alighieri in Città come te ha mirabilmente definito “città piena di niente, se non di silenzio, di spontanea volgarità, di tranquilla attesa, di naturale bestemmia, di fede contenuta nella felicità”. Analogamente, il cantore per eccellenza della spezzinità, Ubaldo Mazzini, che ha in Renzo Fregoso un altro impareggiabile interprete, così introduce A Spèza, splendida poesia in vernacolo: “'Nfra tüte e sità de l'üniverso/me a credo che paege né ghe 'n sia;/mia propio die che Cristo i agia perso, /dopo d'avela fabricà, a magìa!”. (“Tra tutte le città dell'universo/ io credo non ve ne siano di pari/ bisogna proprio dire che Cristo abbia perso, / dopo averla creata, la magia!).

Chissà se il mio girovagare avrà suscitato nuove riflessioni sull'amore. Lo spero tantissimo. Mi fermo, proponendo un dialogo conclusivo, che non poteva non essere intitolato Amore di Davide Maria Turoldo, poeta e frate dei Servi di Maria.

“Domandarono all'Amante a chi appartenesse. Rispose: all'amore. Di cosa sei? Di amore. Chi ti ha generato? L'amore. Dove sei nato? Nell'amore. Chi ti ha creato? L'amore. Come ti chiami? Amore. Da dove vieni? Dall'amore. Dove vai? All'amore. Dove abiti? Nell'amore”.

 

Riflessione sul Natale

di Valerio P. Cremolini

Non nascondo che anche nella mia famiglia piace vivere la ricorrenza natalizia non trascurando la preparazione del consueto albero di Natale e del presepe, quest’ultimo dalla storia ben più lontana e densa di significati dell’albero. Ho letto che Martin Lutero, sì, il promotore della Riforma protestante, rimase incantato dalla luce delle stelle che si abbatteva su un abete e volle che diventasse una tradizione. Tradizione che, dopo anni di silenzio, venne recuperata nel 1840 da una principessa tedesca, Elena di Mecklenburg, sposa del principe Ferdinando Filippo d’Orléans. Il suo ricco albero di Natale nel palazzo parigino delle Tuileries divenne un simbolo della festa, che nel tempo si è diffuso in ogni dove. Anche in Italia la tradizione dell’albero è ottocentesca.

Ma è sicuramente il presepe con la relazione d’intimità che si rinnova in ogni occasione che ci fa provare il gusto di condividere affettuosamente e realisticamente la nascita di Gesù, pur raccontata attraverso scenari artificiali, che ci riportano indietro di duemila anni. Il pensiero va a San Francesco e a quella notte di Greccio, in cui il Santo d’Assisi avvertì il desiderio di celebrare con indubbia originalità quella straordinaria nascita. “Scegli una grotta – disse a Giovanni Velita, signore di Greccio - dove farai costruire una mangiatoia ed ivi condurrai un bove ed un asinello, e cercherai di riprodurre, per quanto è possibile, la grotta di Betlemme! Questo è il mio desiderio, perché voglio vedere, almeno una volta, con i miei occhi, la nascita del Divino infante”. Era la notte di Natale del 1223 e quella notte fu magnificata da Giotto qualche decennio dopo negli affreschi della Basilica Superiore di Assisi, ma fu lo scultore Arnolfo di Cambio a interpretare per la prima volta nel 1291 il presepe custodito nella basilica romana di Santa Maria Maggiore. Da allora grandi opere di celebri artisti con il Bambino, Maria e Giuseppe, il bue e l’asino, rispettivamente simboli della bontà e dell’umiltà, i Magi adoranti, (anch’essi accreditati di varie interpretazioni) e i pastori si offrono alla nostra ammirazione. Non di rado, dinanzi a taluni dipinti, s’instaura una relazione di vera e propria contemplazione.

Che cosa rappresenta davvero il Natale? È una domanda che, ancora una volta, nell’avvicinarsi della festosa ricorrenza cristiana, ho voluto pormi, cercando di rispondere con sincerità. Il Natale ruota intorno alla figura di Gesù, il grande festeggiato, e alla considerazione che gli riconosce la storia e noi in particolare. Con l’avanzare degli anni è cresciuta in me l’attenzione verso questo evento, che ci parla della nascita di Gesù “in una mangiatoia perché non c’era per essi posto nell’albergo.” (Luca 2,7).

Alcuni simboli del Natale, ma sono ben più che simboli, continuano ad attirare il mio cuore e la mia mente. La stella, con la scia luminosa, che indica la strada che conduce al poco confortevole giaciglio dove è nato Gesù; lo spaccato d’umanità, che sospende ogni attività lavorativa e, come può, raggiunge la grotta di Betlemme; i Re Magi, nei loro abiti sontuosi, che ne accolgono la nascita con preziosi doni e poi, l’immane eccidio perpetrato da Erode che vuole la morte dell’inerme Bambino. E che dire di Maria di Nazaret, giovanissima donna eletta tra tutte le donne, chiamata a custodire il mistero più grande del Cristianesimo, che già nel meraviglioso cantico di lode del “Magnificat” aveva rivolto la sua riconoscenza a Dio (“Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”), riempiendo la sua preghiera di amore per i poveri e per gli ultimi.

Non serve, allora, riflettere a lungo per comprendere che Gesù è una luce che non inganna, una luce che avvolge di regalità la sua mite figura. Regalità di una persona di umili condizioni piena di fede, che si è posta in soccorso dell’umanità, subendo ostilità, tradimenti, umiliazioni e sofferenze, rivoluzionando la storia.

Dinanzi alla grotta di Betlemme penso che Gesù sia stato un bambino che ha dovuto crescere in fretta per assolvere gravose responsabilità. Ecco, allora, che il tempo rallegrato dal Gloria si consuma rapidamente, seguito presto dal tempo quaresimale, denso di mestizia e di accorati appelli all’amore e alla pace. Emblematico è lo stupefacente prologo di Giovanni, nel quale si afferma l’umanità di Gesù e si percepisce l’amarezza del discepolo-evangelista nel rilevare che Gesù “venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”. (Gv 1,11)

Allora, se non siamo storditi dall’indifferenza e dalla superficialità, il Natale è l’annuncio di una storia avvincente e non di un incantesimo di durata effimera. Sono sempre conquistato dalla chiarezza espositiva del cardinale Gianfranco Ravasi, che nei tratti fisici di Gesù, non diversi dai nostri, coglie “il segreto ultimo del Natale, ove il volto di Dio è quello dolce del bambino, ma è anche il senso profondo della Passione quando quel profilo si lacera, sanguina, spasima e urla”.

Forse ho soltanto abbozzato una risposta all’interrogativo su cosa rappresenta il Natale. Di certo siamo di fronte ad un Bambino speciale, che nella sua breve vita ha manifestato concretamente il significato dell’amore per gli altri, contrastando ogni forma di egoismo, dimostrando di essere “vero uomo e vero Dio”. Il Natale, pur con addobbi e ghirlande, illuminazioni più o meno fittizie, regali in abbondanza e cibo a iosa, ci esorta a dilatare lo sguardo e il cuore, compiendo gesti significativi che danno credibilità alla nostra fede adulta e fanno del Natale un’irripetibile festa dell’accoglienza, della solidarietà e della fraternità.

 

L’oro di Gentile

di Valerio P. Cremolini


È sfolgorante

l’oro di Gentile.

Illumina

la festa della vita, sbocciata

tra opulenza

povertà e speranza.

Da monti e valli

sono giunte

con esagerate vesti

genti d’oriente e occidente,

che attonite e incredule

non comprendono

il dono di Dio,

l’atteso

Salvatore del mondo.

Lo sfarzoso corteo

dei Magi

si piega devoto

davanti al Bambino.

L’incanto fiabesco

della santa notte

precede

tempi nuovi,

segnati dal bene,

violati dal male,

risanati dal perdono.