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Francesco Viola
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Note biografiche

FRANCESCO VIOLA, nato a Torino il 25 maggio 1951 e residente a Volpiano (Torino), ha conseguito il diploma di Ragioniere nel 1970, proseguendo poi gli studi presso l’Università di Torino, Facoltà di Economia e Commercio e Facoltà di Storia.

Ha lavorato per venticinque anni, in qualità di impiegato, presso la Cassa di Risparmio di Torino. Attualmente è pensionato.

Si è sempre interessato all’arte e alla cultura nelle loro più svariate manifestazioni: letteratura (poesia e prosa), teatro, arti visive (pittura e scultura), cinematografia, musica (soprattutto classica, sinfonica e lirica). Il suo hobby principale può essere considerata la fotografia in tutti i suoi aspetti: storia, critica, bianco e nero, colore, tecnica di ripresa, laboratorio e camera oscura.

La sua principale passione però è la Storia. Fin dai tempi scolastici ed universitari ha studiato ed approfondito, con grande interesse e curiosità, ogni aspetto sociale, politico, economico e religioso della storia nel suo rapporto con il mondo contemporaneo. Ha sempre considerata la storia quale maestra di vita, consapevole però che trattasi di una cattiva maestra, in quanto non in grado di far capire agli uomini quali che siano i loro errori (e quindi a porvi rimedio), ma nei quali poi gli stessi inevitabilmente ricadono. Ecco quindi la missione degli storici (anche se solo dilettanti), quella di divulgare la conoscenza scientifica dei fatti accaduti, e quindi degli errori umani, affinchè dalla esperienza negativa se ne tragga utile profitto per non ricadervi.

L’interesse per la storia lo ha portato ad approfondire gli aspetti politici, economico e sociali di varie epoche, dall’età classico-romana, al medioevo, al rinascimento, al risorgimento italiano e all’epoca contemporanea. Ama approfondire anche temi di storia locale del suo paese d’origine, meno nota e di cui la documentazione è scarsa. Tuttavia non ha ancora pubblicato alcuno studio.

Recentemente però ha avuto modo di collaborare, con brevi saggi storici, ad alcune  riviste culturali e letterarie, quali “Il Porticciolo” della Spezia e “Nuovi Incontri” di Torino. Gli argomenti trattati riguardano la storia locale e meno conosciuta: Guglielmo da Volpiano (monaco, architetto e santo dell’anno mille), Macedonia, o fronte di Salonicco 1916-1918 (durante la prima guerra mondiale), Ariminum, la Rimini romana (per i duemila anni del ponte di Tiberio). Di prossima pubblicazione, sulle stesse riviste, sarà una ricerca storica sull’assedio di Volpiano dell’anno 1555.

 

Testi

CRONACHE DELL’ANNO MILLE

Basilica di San Giulio (Isola di San Giulio, Lago d’Orta), presunta immagine di Guglielmo da Volpiano su un ambone del XII secolo.

GUGLIELMO DA VOLPIANO (di Francesco Viola)

A settentrione di Torino, a circa 18 km., si incontra un vasto altipiano, o collina morenica, che staccandosi dalle Alpi tra la Stura di Lanzo e il Malone, si prolunga verso oriente come una barriera naturale di divisione tra la pianura torinese e la pianura canavesana. Questo altipiano costituisce la cosiddetta VAUDA, denominazione derivante dal tedesco Wald, che significa selva, mentre in documenti del X secolo si dà il nome di Wualda alla vastissima selva che ricopriva allora tutto l’altipiano e parte della pianura limitrofa. La stessa Vauda rappresentò lo spartiacque per le popolazioni della Gallia Cisalpina che abitarono questi territori: a nord, nel Canavese  i Salassi (di origine celtica),a sud, verso Torino (la romana Julia Augusta Taurinorum), i Taurini (di origine ligure).

Alle falde di questa collina morenica, nel punto in cui, restringendosi a cuneo, essa digrada verso la pianura, sorge VOLPIANO, in posizione strategica, fin dai tempi antichi, tra Torino ed Ivrea. Questo territorio a nord del fiume Po, compreso tra la Vauda e l’altra grande collina morenica, la Serra d’Ivrea (ambedue formatesi dopo l’ultima grande glaciazione), costituisce il cosiddetto CANAVESE. Volpiano pertanto viene considerato quale baluardo fortificato alle porte del Canavese, attraversato da una “strada romea” (di cui è rimasta traccia nella denominazione del Borgo Romero) che collegava Augusta Taurinorum ad Aeporedia (Ivrea) e ad Augusta Praetoria Salassorum (Aosta), sulla via delle Gallie. La stessa denominazione di Volpiano deriverebbe da VICUS ULPIANUS o VILLA ULPIA o ULPIANA (chiaro il riferimento alla gens romana Ulpia), confermando che il luogo fosse già conosciuto ed abitato in epoca romana (di recente sono stati ritrovati resti di mura e reperti di una probabile grande villa romana).

Nel V e VI secolo, a seguito della caduta dell’Impero Romano, anche in questi territori si registrano insediamenti di popolazioni germaniche del ceppo occidentale: i Longobardi. Si ritiene che proprio in questa epoca Volpiano abbia iniziato ad avere importanza strategica militare con una prima fortificazione del Castello (anno 560 circa), mentre sul fianco settentrionale della Vauda, poco distante, sorgeva Castrum Langobardorum (l’attuale Lombardore).

Con la discesa dei Franchi in Italia, nel 773, e la successiva incoronazione, la notte di Natale dell’anno 800, di Carlo Magno a imperatore del Sacro Romano Impero, si ha la riunificazione europea e la codificazione di un nuovo ordinamento politico basato sul sistema feudale. Vengono aboliti i ducati, di origine longobarda, e introdotti nuovi enti territoriali che, dal titolo del feudatario investito, “comes”, vengono detti comitati o contee. Le contee poi che stanno lungo le frontiere dello stato, per motivi di difesa, vengono riunite in gruppi, denominati marche, sotto la giurisdizione civile e militare di un marchese: egli è conte nella sua contea e, nello stesso tempo, esercita la sua autorità sulle contee che formano la sua marca.

Fu questa la condizione dei Marchesi di Ivrea nel IX secolo, i quali come Conti esercitavano l’autorità diretta nella Contea d’Ivrea e, come Marchesi dominavano indirettamente sui comitati di Vercelli, Santhià, Lomello, Vigevano, Novara, Pombia sul Ticino e Val d’Ossola. La Contea d’Ivrea comprendeva tutto l’attuale Canavese fino alla Vauda e al Po, secondo la linea di confine sopradescritta, includendovi anche il territorio di Volpiano.

Nel X secolo i Conti-Marchesi di Ivrea erano divenuti potentissimi, al punto che uno di loro, Berengario II, dopo la morte del re Lotario, nel 950 riuscì a farsi eleggere  re d’Italia insieme al figlio Adalberto. Dodici anni dopo però i grandi Vassalli d’Italia non riconobbero più la sua autorità ed offrirono la corona d’Italia al re di Germania Ottone I di Sassonia: questi scese in Italia con un forte esercito, sconfisse Berengario II, lo spodestò e venne incoronato imperatore dal papa Giovanni XII, nel 962, restaurando il Sacro Romano Impero.

Tra i vassalli che rimasero sempre fedeli a Berengario II vi era il Conte Roberto di Volpiano. Di origine germanica e nativo della Svevia, egli aveva dovuto abbandonare, con il padre Vibone, la sua terra, per una faida politica. Venuto in Italia si era stabilito nella Contea d’Ivrea. Non si sa se il feudo di Volpiano gli sia stato dato, quale compenso per i suoi servigi, da Berengario, oppure se sia a lui pervenuto per acquisizione: quello che è certo è che i suoi figli lo possedettero per diritto ereditario. La considerevole ricchezza e la sua reputazione morale lo posero in grado di poter sposare Perinzia, nobile di origine longobarda, parente della famiglia di re Berengario e, probabilmente, sorella maggiore di Arduino, futuro marchese d’Ivrea e, dal 1002, re d’Italia.

In questo quadro storico e geopolitico si inserisce la vicenda umana dell’abate GUGLIELMO DA VOLPIANO, un grande protagonista nell’Europa dell’anno 1000, monaco, riformatore e architetto. Le vicende della sua vita e delle sue opere ci vengono narrate  dal suo biografo e discepolo, il monaco-scrittore RODOLFO IL GLABRO,  cronista del secolo XI, nei manoscritti “VITA SANCTI GUILLELMI ABBATIS DIVIONENSIS” e “HISTORIARUM LIBRI QUINQUE”.

Nel 962, Ottone I, dopo essersi fatto incoronare re d’Italia in S. Ambrogio a Milano, cinse d’assedio l’isola di San Giulio nel lago d’Orta dove si era ritirata l’energica regina Willa moglie di Berengario (quest’ultimo si era rinchiuso nella fortezza di San Leo in Romagna). La difesa di San Giulio era affidata al conte Roberto di Volpiano, che aveva condotto con sé la moglie Perinzia e i figli Gottifredo e Nitardo.

Durante i due mesi dell’assedio nasce GUGLIELMO, terzo figlio di Roberto e Perinzia. Dopo varie trattative e a resa avvenuta, il 29 luglio del 962, l’imperatore Ottone I e sua moglie Adelaide, in segno di pacificazione e clemenza, vollero tenere a battesimo il neonato in qualità di padrini, decidendone il nome.  Il giovane Guglielmo trascorse gli anni dell’infanzia nel castello di famiglia a Volpiano. All’età di sette anni fu avviato alla vita monastica nel monastero benedettino di Lucedio (Vercelli) , dedicato a San Genuario e a Santa Maria, in qualità di “oblato”. In seguito perfezionò gli studi presso le scuole di Vercelli e di Pavia. Presto dimostrò le sue grandi capacità, ma anche il suo carattere determinato, che non gli consentiva di scendere a compromessi su questioni di principio relative alla sua visione rigorosa della vita monastica. Infatti, tornato a Lucedio, dovendo essere ordinato diacono, rifiutò di prestare giuramento di obbedienza e di fedeltà al vescovo Pietro di Vercelli, troppo legato al potere temporale, perché egli vedeva nel monachesimo, e non negli ecclesiastici, la strada per realizzare il volere di Dio.

L’atmosfera di ostilità che si era formata nel monastero di Lucedio nei suoi confronti, non permetteva una sua ulteriore permanenza in quel luogo e perciò, in accordo con il Vescovo, si ritirò nel monastero di San Michele delle Chiuse, sul monte Pirchiriano in valle di Susa, sulla “via Francisca” verso la Borgogna. Durante la permanenza del venticinquenne Guglielmo in questo monastero, vi giunse anche l’abate Maiolo che, accorgendosi delle sue molteplici qualità, decise di portarlo con sé a Cluny, dove ricevette il diaconato: era l’anno 987.

La Borgogna all’inizio del X secolo era all’attenzione di tutta l’Europa: la fondazione nel 910 del cenobio di Cluny era rapidamente assurta ad avvenimento eccezionale per la diffusione del consenso religioso e sociale che l’attività di quel monastero, e dei suoi abati, aveva conseguito. Il nuovo monaco vi fu accolto con affabilità e benevolenza e, sotto lo sguardo paterno dell’abate Maiolo, iniziò la sua partecipazione alla riforma cluniacense. Essa fu resa possibile grazie alla grande intuizione politica di Maiolo, che istituì legami strettissimi e duraturi con l’Impero. Lo stato dei monasteri benedettini, prima della riforma, era di decadenza spirituale, morale e materiale.

La riforma cluniacense si basò sull’indipendenza delle abbazie da ogni vincolo ecclesiastico o civile: l’abbazia madre era sottomessa soltanto al Papa ed i vari monasteri, legati ad essa, avevano un rapporto simile a quello feudale. Dal punto di vista spirituale erano centrali la preghiera e la liturgia, per dedicarsi alle quali il monaco venne di fatto sollevato dai lavori manuali, che erano eseguiti da manodopera laica.

Dopo un anno di permanenza a Cluny, l’abate Maiolo incaricò Guglielmo di ispezionare e dare ordine, con il titolo di priore, al cenobio di San Saturnino (oggi Pont St. Esprit) nella valle del Rodano, in Provenza: incarico che Guglielmo assolse con diligenza e fermezza, dando origine a quella fama di riformatore rigido ed inflessibile che gli valse il soprannome di “ultra regulam”. Restò poco a San Saturnino. Brunone, vescovo di Langres, sotto la cui giurisdizione era posto il borgo fortificato di Digione con il monastero di San Benigno, allora in condizioni religiose e morali deplorevoli, aveva deciso una energica azione di normalizzazione di quel cenobio e si era affidato all’abate Maiolo per tale riforma. La scelta per quel compito cadde su Guglielmo: con altri dodici monaci di Cluny il 24 novembre 989, a 27 anni, Guglielmo entrava in San Benigno di Digione e all’inizio dell’anno successivo, ricevuti gli ordini sacerdotali dal vescovo Brunone, veniva formalmente eletto abate.

A Digione la sua genialità di architetto rinnovatore ed il suo carisma di abate ebbero un successo clamoroso. Sicuramente Guglielmo fu un personaggio eclettico. Essere architetto nel medioevo significava possedere una personalità più complessa di quanto il tecnicismo dei nostri giorni avrebbe consentito di essere. L’architetto di allora ha una visione totale del suo tempo, della cultura e del cosmo: ha cognizioni di chimica, geologia, mineralogia; è un buon geografo e metereologo; sa di astronomia, matematica e geometria; ha studiato teologia e conosce il latino; è normalmente buon pittore e scultore. Inoltre Guglielmo si dedica anche alla musica, inserendo nel canto gregoriano e nelle novità canore polifoniche e strumentali, atte a rinnovare la liturgia monastica, una primitiva forma di notazione musicale, ben documentata dal manoscritto a lui attribuito e conservato a Montpellier, redatto per la scuola musicale di San Benigno di Digione. La conoscenza della pedagogia lo spinge poi alla istituzione di scuole, per monaci e laici, nei monasteri da lui controllati.

Fu rigoroso nella vita cenobica e autorevole come i veri maestri che insegnano con il loro esempio di vita. Rappresentò l’ideale dell’abate: saper dimostrare la severità del maestro e l’indulgente affetto del padre.

A Digione Guglielmo da Volpiano fu progettista e direttore dei lavori di restauro e di ampliamento dell’abbaziale di San Benigno, durante i quali venne scoperta la tomba del “prezioso martire Benigno”, evangelizzatore in epoca romana della Borgogna: tomba la cui posizione era ignorata ed il cui ritrovamento fu considerato miracoloso. Tale ritrovamento clamoroso portò un immenso prestigio all’abate Guglielmo e al vescovo Brunone di Langres, e per secoli farà dell’abbaziale di Digione una meta notevole di pellegrinaggi. Pertanto l’autorità vescovile staccherà dalla casa madre di Cluny il cenobio di Digione dando ad esso totale autonomia liturgica e catechetica.

Per il restauro e l’ampliamento dell’abbaziale di San Benigno, Guglielmo ebbe l’idea di andare oltre il rafforzamento dell’esistente struttura di epoca carolingia, realizzando ad oriente di questa, appoggiata alla sua abside, una costruzione nuova senza precedenti, una torre cilindrica a tre piani, di cui due fuori terra, con un diametro di circa 19 metri. Costruzione di una grandiosità allora senza pari di cui ci restano disegni redatti nel 1739, prima che la rivoluzione francese provocasse la sua distruzione. Possiamo oggi almeno ammirare il piano inferiore sotterraneo, ristrutturato a cripta: è una concezione costruttiva che anticipa il romanico e fa dell’abate Guglielmo un punto di riferimento nella storia dell’arte e dell’architettura.

Guglielmo è uomo del suo tempo, non ama i re e gli imperatori, non ha stima dei papi, riafferma senza esitazioni ed incertezze l’autonomia spirituale e politica di se stesso, in quanto abate, “alter Christus”, e proclama ad ogni occasione “Ego Wilelmus abbas sum”. Per tutta la sua vita manterrà sempre il titolo e la funzione di Abate di San Benigno di Digione. Ecco perché ancora attualmente, e soprattutto in Francia, è conosciuto come Guglielmo di Digione. Il suo ricordo è ancora vivo in Normandia, in Borgogna e nell’Italia nord-occidentale: forse si riferisce a lui la figura, severa ed originale, che si staglia sul fronte principale del pulpito, capolavoro scultoreo romanico, nella basilica di San Giulio sull’omonima isola del lago d’Orta, datato all’inizio del XII secolo, cento anni dopo la sua morte.

Le sue qualità lo portarono ad avere un’attività intensa di costruttore di chiese e di comunità, sia materialmente che spiritualmente. Il suo biografo Rodolfo il Glabro annovera sotto la sua influenza circa quaranta monasteri: oltre Digione possiamo citare Fécamp, Mont-Saint-Michel, Bernay e  Jumièges in Normandia, Metz in Lorena, Auxerre in Borgogna, Saint-Germain-des-Près a Parigi, Fruttuaria di San Benigno nel Canavese. Operò e viaggiò non solo in Francia, ma anche in Italia: si recò a Roma, Pavia, Vercelli, Ravenna, Benevento. Riformò l’abbazia di Farfa nel Lazio. Andò due volte in pellegrinaggio sul Gargano, a Monte Sant’Angelo, come ogni buon longobardo devoto all’Arcangelo Michele.

Guglielmo è un punto di riferimento spirituale e materiale per la società dell’anno mille che sulle basi del vecchio mondo si apre al nuovo: fenomeno che con entusiasmo poetico il suo discepolo e biografo Rodolfo il Glabro ci rivela nei suoi Cinque Libri delle Storie, quando proclama che dopo il Mille: “… Pareva che la terra stessa, come scrollandosi e liberandosi della vecchiaia, si rivestisse tutta di un candido manto di cattedrali …”.

L’opera di Guglielmo da Volpiano che maggiormente ci interessa è la fondazione dell’ABBAZIA DI FRUTTUARIA, nell’attuale Comune di San Benigno Canavese, a circa due km. da Volpiano.Questa nuova istituzione monastica avrà nuove ed originali regole proprie , quelle “Consuetudines Fructuarienses”, che porteranno la fama di Fruttuaria anche oltre i confini d’Italia.

Nell’anno 1002 muore il giovane imperatore Ottone III di Sassonia, nipote di Ottone I detto il Grande, rifondatore del Sacro Romano Impero. La sua salma viene tumulata ad Acquisgrana. Dall’aprile del 999 è papa Gerberto d’Aurillac con il nome di Silvestro II. Con la scomparsa dell’imperatore l’Italia piomba nell’anarchia e nella guerra civile.

Il 15 febbraio, a Pavia, Arduino marchese d’Ivrea si fa incoronare re d’Italia dai grandi feudatari. Pochi mesi dopo, il 7 giugno, a Magonza, viene consacrato re di Germania Enrico II duca di Baviera. Nel mese di dicembre Enrico II manda Ottone, duca di Carinzia, contro i ribelli italiani. Ma l’esercito di Arduino gli infligge una dura sconfitta. E’ l’inizio di una guerra che, tra alterne vicende, proseguirà fino al 1014 con la definitiva sconfitta di re Arduino.

In questo contesto storico, Guglielmo maturò l’idea della fondazione di un monastero in un luogo vicino al torrente Malone, occupato allora dall’antica selva Gerulfia, in un fondo del patrimonio libero del feudo di famiglia, la contea di Volpiano. L’ABBAZIA DI FRUTTUARIA beneficiò inizialmente delle donazioni dei fratelli di Guglielmo e, successivamente, anche di quelle di grandi feudatari, imperatori e privati. Essa fu sciolta da ogni ordinaria autorità civile ed ecclesiastica, dipendente solo dal papa e dall’imperatore, formò uno stato libero o, meglio, un grande feudo monastico che, sotto la signoria degli Abati, attraverso svariate vicende storiche, durò fino agli inizi del XVIII secolo. L’abbazia di Fruttuaria si sostituì al feudo di Volpiano, assorbendone presto il territorio, anche in virtù del fatto che i fratelli di Guglielmo, Gottifredo e Nitardo, entrarono in convento abbracciando la regola monastica, mentre il fratello minore, Roberto Juniore, lasciò presumibilmente il castello e il borgo di Volpiano in eredità al monastero. Il periodo di massimo splendore per Fruttuaria si colloca nei secoli XII e XIII, quando gli Abati governavano quelle che comunemente vengono dette “le quattro Terre Abbaziali”, ossia gli attuali comuni di San Benigno Canavese, Lombardore, Feletto e Montanaro, oltre all’attuale comune di Volpiano. E le Terre di Fruttuaria battevano anche moneta.

Il 28 gennaio 1003, a Vercelli, re Arduino concede per il nascente monastero di Fruttuaria un diploma accordante libertà, protezione ed aiuto economico. Il 23 febbraio dello stesso anno Guglielmo è a Fruttuaria per la posa della prima pietra dell’abbazia, che verrà dedicata a San Benigno. Sono presenti il vescovo d’Ivrea Ottobiano e re Arduino con la sua famiglia e la corte. Il 2 dicembre dell’anno 1006 Guglielmo chiede al papa Giovanni XVIII di confermare con una sua bolla le libertà e i privilegi di Fruttuaria. Questa bolla è seguita da un “breve” in cui si dà incarico ai vescovi Leone di Vercelli, Gezone di Torino, Costantino di Alba e Sigifredo di Parma e Piacenza di andare a consacrare l’abbazia. Nei primi mesi dell’anno 1007 avviene la consacrazione dell’abbazia di Fruttuaria.

Intanto il 14 maggio dell’anno 1004 Enrico II, sceso con un forte esercito a Pavia, era stato incoronato re d’Italia dai grandi feudatari. La guerra contro Arduino proseguirà fino al 1014, anno in cui Enrico II viene incoronato imperatore dal papa Benedetto VIII in San Pietro, il giorno 14 febbraio. Arduino in un primo tempo riprende forza e organizza la resistenza. Lascia con il suo esercito la roccaforte di Sparone, sotto il monte Gran Paradiso, dove si era trincerato fin dal 1013: conquista Vercelli e Novara mettendo in fuga i rispettivi vescovi di parte imperiale, Leone e Pietro. Dopo pochi mesi, però, Vercelli è di nuovo in mano al suo vescovo Leone. Arduino, deluso dal tradimento dei grandi vassalli d’Italia e ormai fiaccato fisicamente e moralmente, rinuncia definitivamente alla lotta e si ritira a Fruttuaria. Qui morirà il 14 dicembre del successivo anno 1015.

Il 14 maggio 1014, a Pavia, Guglielmo incontra l’imperatore Enrico II in viaggio verso la Germania per chiedere conferma delle proprietà e delle prerogative riconosciute all’abbazia di Fruttuaria. Con diploma imperiale dello stesso anno 1014, l’imperatore Enrico II riconosce e conferma tutte le garanzie, le prerogative e i privilegi in essere per Fruttuaria, nonché le proprietà acquisite e da acquisire, stabilendo quali sono i confini del territorio sottoposto alla signoria dell’Abbazia stessa, prendendola sotto la propria augusta protezione. Questo diploma imperiale è la prima documentazione storica del castello, e del borgo di Volpiano: “… infra istos fines est Vulpianum cum castello et capella, … et Vauda de Vulpiano usque ad finem superius dictum …” (“… tra questi confini vi è Volpiano con il castello e la cappella … e Vauda di Volpiano sino al confine sopraddetto …”). La cappella a cui il diploma fa riferimento è verosimilmente l’attuale chiesa parrocchiale che, pur avendo subito nei secoli svariati restauri, ristrutturazioni ed ampliamenti, conserva, molto ben visibili, nella sua struttura originaria, le linee di quello stile semigotico od ogivale che Guglielmo da Volpiano seppe così ben concepire e concretare nelle sue costruzioni.

Guglielmo intanto prosegue nella sua intensa attività di costruttore di abbazie e di riformatore di comunità monastiche. Nel 1015 ritorna in Normandia dove collabora alla gestione materiale e spirituale dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Alla morte dell’abate di Jumièges gli viene offerta la direzione dell’abbazia. Viene inoltre nominato abate di St.-Arnould di Metz. Nello stesso anno 1015 a Roma, in Laterano, il papa Benedetto VIII conferma per Fruttuaria libertà e privilegi già riconosciuti precedentemente. Nel 1016 lo stesso papa Benedetto VIII conferma la protezione papale per Fécamp, il cenobio della Santa Trinità di cui Guglielmo è abate fin dall’anno 1001. Oltre a Fécamp Guglielmo finì per controllare anche il cenobio di Mont-Saint-Michel e i monasteri di St. Ouen e Bernay. Il 2 settembre 1023 l’imperatore Enrico II riconferma per Fruttuaria i privilegi già concessi in antecedenza ed equipara la sua libertà a quella di Cluny.

Nell’anno 1026 Guglielmo è a Parigi su invito del re di Francia Roberto il Pio, che lo nomina abate di Saint-Germain-des-Près. Il 17 ottobre del 1028 Guglielmo, insieme a Rodolfo il Glabro, è a Susa per la consacrazione della chiesa dell’abbazia di San Giusto, fatta costruire dal marchese di Torino Olderico Manfredi.

Anno 1030: ultimo viaggio di Guglielmo in Francia. Già ammalato e sfinito di forze, giunge  nel mese di dicembre a Fècamp nella sua abbazia della Santa Trinità. Qui si aggrava ulteriormente e muore il 1° gennaio 1031. Viene sepolto nella stessa abbazia della Santa Trinità dove una lapide ne ricorda la sepoltura. Nel vecchio necrologio del cenobio di Fécamp si legge per l’anno 1031: “Calende di gennaio, deposizione di Dom Guglielmo di beata memoria, abate di questo luogo e padre di molti monasteri”. Pure il necrologio di St.-Germain-des-Près a Parigi lo ricorda nel giorno delle Calende di gennaio, definendolo “ansioso di troppa religiosità”.

Poco tempo dopo l’abate Guglielmo da Volpiano che aveva fatto della sua vita un sacrificio continuo, restando incomparabile nell’osservanza scrupolosa delle regole e nell’esercizio di ogni virtù, veniva da tutti chiamato Santo.

E la Chiesa Cattolica lo venera come Santo, facendone memoria il 1° gennaio.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

 

Rodolfo il Glabro

“Vita Sancti Guillelmi abbatis Divionensis”

“La vita di San Guglielmo abate di Digione”

Rodolfo il Glabro

“Historiarum Libri Quinque” “Cinque Libri delle Storie”

A.A. V.V.

“Numero Unico Commemorativo Illustrato nel quarantennio di Parrocchia di Mons. Francesco Vaschetti”, Volpiano 1910

Pier Giorgio Debernardi

“Un monaco per l’Europa: Guglielmo da Volpiano” e Stefano Benedetto Ferraro Editrice, Ivrea 1990

Gian Maria Capuani

“Vita di Guglielmo: Protagonista dell’anno Mille”, Pro-Loco Orta S. Giulio 1997


 

MACEDONIA

CRONACHE D’UNA GUERRA DIMENTICATA

MACEDONIA 1916 – 1918

FRONTE di SALONICCO

(di  FRANCESCO VIOLA )

“Soldato Viola Antonio-Giacomo, fu Giuseppe e fu Brunetta Margherita, chiamato alle armi per mobilitazione il 24 Maggio 1915, Treno Ausiliario Militare, 3a Compagnia, 5° Rgt. Artiglieria da   Campagna, portante il numero di Matricola 23801 (41) 1886. Presto servizio nel 2° Rifornimento Mandria fino al 1° Dicembre, quando passo al 1° Rifornimento Quadrupedi, presso la Caserma “Principe Amedeo” di Venaria Reale (Torino). Il 24 Ottobre 1916, con parte del 5° Rgt. Artiglieria, vengo aggregato alla Sezione Treno A.M., Panificio Forni Weiss, Squadra 101 B., 35ma Divisione, ed inviato in zona di guerra. Imbarcato il giorno 27 Ottobre 1916 da Napoli sul piroscafo “Brasile”, vengo sbarcato a Salonicco, in Macedonia, il giorno 1° Novembre. Rimango in servizio sul fronte macedone con la 35a Divisione fino al 25 Gennaio 1919, quando vengo inviato in esonero agricolo. Da Monastir vengo trasferito al Campo sosta di Salonicco fino al 20 Febbraio, poi imbarcato sulla nave “Indiana” verso l’Italia: giungo a casa, a Volpiano il 14 Marzo 1919. Il 26 dello stesso mese mi reco al Distretto militare per prendere la licenza di congedo illimitato. In Macedonia  ho contratto una gravissima dissenteria, causata dall’ameba, come pure nel periodo trascorso alla Venaria Reale: pertanto vengo sottoposto a due rassegne (visite mediche con esami clinici) presso l’Ospedale Militare Principale di Torino e, riconosciuto inabile per causa di servizio, vengo posto in convalescenza.”

Questo biglietto, scritto di suo pugno dal mio nonno materno, è stato da me ritrovato riordinando antichi documenti di famiglia. In calce al biglietto è aggiunta una frase vergata con grafia diversa da quella del nonno. Essa dice: “Sottoposto a visita collegiale il 2 Aprile, muore il 12 Luglio 1922”. Aveva 36 anni il nonno quand’è morto, e il suo decesso è stato riconosciuto per causa di servizio: infatti mia nonna ha beneficiato della pensione di guerra quale vedova di caduto della prima guerra mondiale. Il nonno Viola Antonio-Giacomo era nato l’8 Giugno 1886 a Volpiano (Torino), di professione contadino, ha contratto matrimonio il 29 Marzo 1913, presso il Comune di Volpiano, con mia nonna, Bertetto Giuseppa nata a Volpiano l’8 Febbraio 1894, anche lei di professione contadina. Chiamato alle armi per mobilitazione il 24 Maggio 1915 (“il Maggio radioso” di certa retorica letteratura interventista) fu mandato a morire con tanti altri poveri ragazzi per una “inutile strage” su di un fronte in un paese sconosciuto (la Macedonia) e per altrettante sconosciute motivazioni.

Quando parliamo di prima guerra mondiale solitamente ricordiamo il fronte alpino, dove hanno perso la vita centinaia di migliaia di ragazzi che si sono sacrificati nelle undici battaglie dell’Isonzo, sul Monte Nero, sull’altopiano di Asiago, sul Pasubio, sul Sabotino, sull’altopiano della Bainsizza, sulle aspre doline del Carso, a Caporetto, nella battaglia difensiva combattuta sul Monte Grappa, sul Montello e sul Piave (la battaglia del Solstizio, di dannunziana memoria), fino alla vittoria finale di Vittorio Veneto. Ci si scorda però che un notevole corpo di spedizione italiano è stato inviato nel 1916 a Salonicco, su quello che allora venne chiamato il fronte macedone, o fronte meridionale, a combattere, a fianco degli alleati anglo-francesi-russi, una guerra che, attualmente, è pressoché dimenticata, in Italia, nelle celebrazioni ufficiali, ma che costò, su 52.700 uomini, 8.324 tra morti, feriti e dispersi e circa 10.000 uomini vittime in inverno del gelo e in estate dell’ameba.

Il fronte macedone (o fronte di Salonicco, o fronte meridionale) fu il risultato del tentativo delle potenze dell’Intesa di venire in soccorso della Serbia, nell’autunno del 1915, contro l’attacco combinato di Germania, Austria-Ungheria e Bulgaria. La spedizione arrivò tardi e  con forze insufficienti per evitare la caduta della Serbia, e fu complicata dalla crisi politica interna in Grecia (il cosiddetto “scisma nazionale”). Nello stesso periodo, dal febbraio del 1915 al gennaio 1916, si verificarono i disastrosi quanto inutili tentativi di sbarco anglo-francese a Gallipoli, nei Dardanelli, contro l’Impero Ottomano, che costarono agli Alleati circa 250.000 tra morti e feriti (soprattutto di nazionalità australiana e neozelandese), nonché notevoli perdite di diverse unità navali di grosso tonnellaggio. Alla fine si formò un fronte stabile, che andava dalla costa adriatica albanese fino al fiume Strimone, tra Grecia e Bulgaria, il cui centro logistico  principale era localizzato a Salonicco, contrapponendo una forza armata multinazionale,  l’ “Armée d’Orient” al comando del generale francese Maurice Serrail, contro gli Imperi centrali.

Il fronte macedone rimase abbastanza stabile, nonostante alcune azioni locali, bloccato in una logorante guerra di posizione, fino alla grande offensiva dell’Intesa nel settembre del 1918, con le battaglie di Dobro Pole e di Dojran, cui seguì la capitolazione della Bulgaria, la riconquista della Serbia e, attraversato il Danubio, l’invasione dell’Ungheria. Questo è lo scenario, nei primi mesi del 1916, dello scacchiere balcanico, quando gli Alleati della Triplice Intesa (Francia, Impero Britannico e Impero Russo) chiesero all’Italia, entrata in guerra al loro fianco il 24 maggio 1915, di intervenire militarmente con cinque divisioni per un’offensiva contro la Bulgaria, alleata degli Imperi centrali e della Turchia. Il ministro Sidney Sonnino ed il capo di Stato Maggiore dell’Esercito gen. Luigi Cadorna decisero di inviare, nel luglio del  1916, in Macedonia un Corpo di spedizione sotto il comando del generale Carlo Petitti di Roreto. Tale Corpo di spedizione comprendeva la 35a Divisione, formata dalle Brigate di fanteria “Sicilia” (61° e  62° Reggimento) e “Cagliari” (63° e 64° Reggimento), dal 1° Squadrone “Cavalleggeri di Lucca”, dal 2° Reggimento Artiglieria da montagna (su 8 batterie con 40 cannoni), da 6 compagnie di Bersaglieri mitraglieri, da 3 compagnie di zappatori del Genio, una di pontieri, una di telegrafisti, una di minatori e servizi. La Divisione fu dotata di larghi mezzi di sussistenza e di ricco materiale bellico. A Salonicco fu costituita una base di rifornimento e sgombero: quattro ospedali da campo di 100 letti l’uno, con grande quantità di mezzi sanitari, derrate, viveri di riserva, vino, olio, tabacco e generi di conforto; un panificio da campo, dotato di moderni forni mobili Weiss; notevoli scorte di vestiario e di materiale d’equipaggiamento, materiali d’artiglieria, mortai, munizioni, macchine, ecc.

Al Corpo di spedizione fu aggregato un nucleo di ufficiali per il servizio di tappa, un autoparco con 5 sezioni di autocarri leggeri, reparti di Carabinieri. Inoltre fu predisposto il trasferimento di 438 tra ufficiali, piloti e specialisti dell’Aviazione con diverse squadriglie di biplani da ricognizione armata modelli Farman e S.A.M.L., S1 e S2. Successivamente il Corpo Aereo Italiano in Macedonia verrà rinforzato con reparti equipaggiati di caccia Nieuport. Per trasportare il Corpo di spedizione italiano in Macedonia furono impiegati 34 piroscafi italiani e 3 francesi (ciascuno dei quali compì almeno tre viaggi), che trasportarono complessivamente 44.000 uomini, 10.000 quadrupedi, 1.000 carri ippotrainati, 40 cannoni, 15.000 tonnellate di rifornimenti e materiale vario. Il primo scaglione partì da Taranto l’8 agosto 1916 e sbarcò a Salonicco la sera del 10, festeggiato dalle rappresentanze alleate e dalla numerosa colonia italiana.

Il corrispondente di guerra del giornale inglese WARD PRICE, presente allo sbarco, scrisse in merito queste parole: “Quelle truppe, così superbe e superiori ad ogni elogio, attraversarono Salonicco fatte segno all’ammirazione ed alla curiosità dei presenti. Solo, avanti a tutti, sopravanzandoli con la sua imponente statura, marciava il generale Petitti di Roreto , un vero Amek, alto 6 piedi e 4 pollici, grande, slanciato, solido …”. Era presente allo sbarco, con il suo Stato Maggiore, il Comandante Generale dell’”Armée d’Orient” il generale francese Maurice Serrail. Il Comando dell’Intesa affidò subito alle forze italiane l’incarico di difendere il settore di Kruscia-Balcan, ad est del lago Dojran: una linea di circa 50 chilometri, particolarmente esposta agli attacchi dei bulgari. Dal 19 ottobre 1916 a tutto il mese di novembre, giunsero a Salonicco, assegnati alla 35a Divisione, ulteriori contingenti di truppe, inquadrati nella Brigata di fanteria “Ivrea”, composta dal 161° e dal 162° Reggimento. In tal modo e a seguito altri trasporti truppe via mare, gli italiani presenti sul fronte macedone dal 1916 al 1918 raggiunsero il ragguardevole numero di 52.700 uomini.

Tra la grande quantità di mezzi di sussistenza di cui fu dotato il Corpo di spedizione italiano in Macedonia annoveriamo i forni mobili Weiss. Si trattava di un vero e proprio panificio da campo, di brevetto austriaco, dotato di forni che sembravano delle piccole locomotive, i cui panettieri erano in grado di sfornare, per ogni forno, circa 2.000 pani nel giro di 24 ore, che venivano poi biscottati. Ecco dunque le famose “gallette”. C’erano anche le cucine vere e proprie, cioè delle baracche dove si costruivano dei forni in mattoni o pietre per ricevere i pentoloni in cui venivano preparati i menù del giorno, secondo le istruzioni. Ad ogni combattente spettavano, per regolamento: pane grammi 600, formaggio grammi 40, riso grammi 120, carne grammi 200, legumi grammi 50, caffè con 10 grammi di zucchero. Erano assicurate, in via teorica, circa 2.452 calorie a persona. Decisamente poche  per uomini di vent’anni che spesso vivevano in trincea a più di 2.000 metri d’altitudine, con la neve, il fango e con temperature di diversi gradi sotto lo zero. Senza considerare il fatto che, il più delle volte, il rancio in prima linea non arrivava affatto, e anche per diversi giorni consecutivi. Con l’arrivo nel 1916 del Corpo di spedizione italiano in Macedonia, l’ “Armée d’Orient” del generale Serrail era stata rinforzata al punto di disporre di 23 divisioni: 6 francesi, 6 serbe, 7 inglesi, 1 italiana (la 35ma), 1 greca “di difesa nazionale” e 2 russe. Le forze italiane sotto l’attacco dei bulgari, rinforzati da diversi reparti tedeschi, si videro costrette a condurre una logorante guerra di trincea, intervallata solo da sterili e sanguinosi tentativi di assalto, che si infrangevano inutilmente su quelli che vennero considerati i simboli tragici della guerra di posizione: il filo spinato e le mitragliatrici. Attacchi frontali che producevano unicamente tremendi massacri cruenti ed insensati, mentre il fronte della prima linea non si spostava in avanti se non di qualche chilometro, quando andava bene.

Nel mese di ottobre, per appoggiare gli attacchi dei reparti anglo-francesi dell’Intesa contro il centro strategico di Monastir, difeso da artiglierie e da fanterie bulgare ben trincerate intorno alla città, il Comando italiano fece trasferire verso ovest l’intera brigata Cagliari, rinforzata da uno squadrone di cavalleria e da alcune batterie di pezzi da montagna. Risalite le cime dei monti Baba, gli italiani sferrarono un attacco contro i centri di Gradesnitza e di Kicevo. Il 14 novembre, ad una quota di circa 2.000 metri, con 10 gradi sotto zero e con la neve alle ginocchia, i primi reparti italiani mossero molto lentamente e tra mille difficoltà verso il passo di Ostretz, ottenendo, tra il 19 e il 21 novembre due importanti successi. Gli uomini del generale Petitti di Roreto riuscirono, al prezzo di pesanti perdite, a scalare e a conquistare il monte Velusina (2.209 metri), espugnato dal 63° Reggimento, e subito dopo la località di Bratindol. Negli stessi giorni la cavalleria francese riusciva finalmente a travolgere le difese bulgare e occupare Monastir. Poche ore dopo, fecero il loro ingresso a Monastir anche alcuni reparti italiani. Intanto sopraggiunse l’inverno del 1916, con temperature di parecchi gradi sotto lo zero, continue piogge battenti e tormente di neve: tutte le quote furono ben presto innevate. Alla fine dell’anno, il comandante dell’ ”Armée d’Orient” , il generale Serrail, concordò con il Comando italiano che la 35ma Divisione fosse tolta dalla primitiva destinazione, piana paludosa e malarica, e fosse schierata nella zona di Monastir. Agli inglesi sarebbe invece spettato il compito di schierarsi  nella zona orientale del fronte sul Kruscia-Balcan, al posto degli italiani. Petitti di Roreto acconsentì e dispose subito il trasferimento della 35ma. Questa manovra risultò molto difficile a causa della pessima stagione, della carenza di strade (in gran parte allagate o ridotte a profondi pantani), maltempo (pioggia, neve, ghiaccio, venti gelidi e temperature di molti gradi sotto lo zero), ostacoli naturali (valli profonde, montagne e fiumi impetuosi). Ciononostante, il 18 dicembre del 1916, l’intero contingente italiano riuscì a raggiungere la località di Negociani, ubicata a circa 15 chilometri ad est di Monastir, occupando la linea compresa tra le località di Cerna e Novak, presso il fiume Cerna, in sostituzione dei reparti francesi. Era ormai la vigilia di Natale quando quegli uomini, distrutti dalla fatica, poterono concedersi la prima giornata di riposo completo, dopo più di una settimana di marce estenuanti. Dalla fine del dicembre 1916 al settembre del 1918, le truppe italiane stanziate in Macedonia condussero una logorante guerra di trincea, caratterizzata da brevi e violenti scontri e da numerose azioni di pattugliamento notturno.

Dai rapporti che il generale Petitti di Roreto inviava regolarmente al Comando Supremo in Italia, si evince come la situazione sanitaria del fronte macedone fosse alquanto critica per le enormi perdite subite, sia dagli italiani, che dai francesi e dagli inglesi, durante l’estate, per malaria, per tifo e per dissenteria. Negli stessi rapporti si lamentava anche il mancato ricevimento, da parte degli Alleati, di un numero sufficientemente congruo di complementi, in sostituzione delle perdite subite. La 35ma Divisione italiana aveva perduto, in meno di due mesi, quasi 5.000 uomini, pochi dei quali avrebbero potuto riprendere prossimamente servizio. La maggior parte erano stati rimpatriati, o lo sarebbero stati man mano che si fossero rese disponibili le navi-ospedale, perché affetti da forme così gravi di malaria da esigere molte cure e una lunga convalescenza. Nonostante tutto, la 35ma Divisione sembrerebbe essere la sola che riceveva prontamente e regolarmente tutti i complementi che le occorrevano.

Il 12 febbraio 1917, con una mossa a sorpresa, alcune unità di schutzen tedeschi equipaggiati con lanciafiamme e bombe incendiarie attaccarono le posizioni del 162° fanteria Ivrea, riuscendo a conquistare alcune trincee a Quota 1.050. Infruttuosi si rivelarono i successivi tentativi condotti dagli italiani per sloggiare il nemico dalle linee acquisite. Il 9 maggio 1917, in concomitanza di un attacco franco-russo sul Cerna, operazione alla quale parteciparono anche diversi reparti della 35ma Divisione, le forze bulgaro-tedesche respinsero le truppe dell’Intesa che persero moltissimi uomini. Al termine della durissima battaglia, ben 2.800 tra ufficiali e soldati italiani vennero feriti o uccisi. Fu una vera carneficina. Nei mesi successivi, tuttavia, le forze alleate riuscirono, grazie anche all’arrivo di rinforzi serbi e greci, a ribaltare la situazione a loro vantaggio, iniziando a consolidare nuovamente il fronte e a guadagnare pian piano nuove posizioni, assaltando con successo le trincee avversarie, strenuamente difese dai bulgari con filo spinato e mitragliatrici. Dal 16 giugno 1917 la 35ma Divisione passò sotto il comando del generale Ernesto Mombelli, dopo un breve esercizio di intermezzo del generale Giuseppe Pennella, in quanto il generale Carlo Petitti di Roreto fu richiamato in Italia per assumere il comando del XXIII Corpo d’Armata.Nel novembre del 1917 il nuovo primo ministro francese Georges Clemenceau richiamò il generale Maurice Serrail per sostituirlo, in un primo tempo, con il generale Adolphe Guillaumat, che verrà successivamente rimpiazzato dal generale Franchet d’Esperey al comando dell’ “Armée d’Orient”.

Nel corso del 1918 si andò delineando la prospettiva di una imminente vittoria a favore degli Alleati dell’Intesa a tutto svantaggio degli ormai traballanti Imperi Centrali. Il governo austro-ungarico versava nel caos più totale, il potente esercito tedesco era stato sconfitto sul fronte occidentale e l’impero ottomano era praticamente al collasso. I bulgari non avevano più intenzione di combattere per una causa persa. Tuttavia, tra il 14 e il 21 settembre del 1918, il Comando Supremo bulgaro con un impeto di orgoglio decise di giocare il tutto per tutto e di tentare un ultimo, disperato attacco alle linee dell’Intesa, proprio lungo il tratto tenuto dagli italiani. Dopo aver respinto una serie di furiosi assalti, molti dei quali all’arma bianca, gli uomini della 35ma Divisione riuscirono però a riprendere l’iniziativa, passando infine ad un contrattacco generale combinato con le altre forze alleate. Erano iniziate le battaglie finali di Dobro Pole e di Dojran. Nel pomeriggio del 21 settembre un battaglione italiano riuscì a strappare ai bulgari l’imprendibile Quota 1.050, l’ultimo bastione della difesa nemica. Superato l’ostacolo, il giorno seguente gli italiani penetrarono per oltre dieci chilometri all’interno delle linee bulgare puntando su Kruscevo. Il giorno 24, con il nemico in piena rotta, i cavalleggeri e le fanterie italiane della Brigata Sicilia giunsero alle porte di Novo Selani, mentre la Brigata Cagliari piombava sul ponte di Bucin, sul fiume Cerna, nei pressi della località di Vodjani. Da quel momento in poi per le forze dell’Intesa l’avanzata si trasformò in una marcia trionfale. Il 25 settembre, nella zona orientale del fronte, gli inglesi sfondavano anch’essi gli ultimi catenacci bulgari, mentre i francesi conquistavano Skopje, ormai abbandonata dall’avversario in fuga. Il 26, preceduti dai reparti di cavalleria, i battaglioni italiani superarono di slancio le cime di Baba, Planina e Draghisetz, tagliando la ritirata dei bulgari che stavano cercando di ripiegare sempre più a nord verso il passo di Kicevo-Kakkandelen. Il 27 settembre, dopo alcuni brevissimi combattimenti, reparti avanzati della 35ma occuparono una vasta porzione del massiccio del Cesma e la località di Karaul Kruska, mentre l’ala sinistra dell’armata , dopo aver investito Pribitzi, proseguiva velocemente in direzione di Sop. Qui, per tutta la giornata seguente le valorose truppe bulgare resistettero agli assalti della Brigata Sicilia, cedendo infine all’irruenza degli italiani. Il 30 settembre 1918, mentre la 35ma Divisione si stava preparando per sferrare l’ultima e definitiva offensiva su Sop, a nord-est di Ohrida, il generale Mombelli, ricevette la notizia della resa della Bulgaria. Il giorno 3 ottobre, infine, il Comando dell’armata bulgara e austro-tedesca di Macedonia decise, anche se dopo molte incertezze, di cedere le armi al comandante della Brigata Cagliari, generale Fresi, e ai rappresentanti delle altre forze dell’Intesa. Lo stesso giorno i soldati della Cagliari presero prigionieri 7.727 soldati nemici (di cui 224 ufficiali), catturarono 10 tra cannoni e bombarde, 70 mitragliatrici e circa 8.000 fucili, più un cospicuo quantitativo di viveri, munizioni e carriaggi. Con quest’ultima, brillante operazione terminava la lunga e sanguinosa epopea del Corpo di Spedizione Italiano nei Balcani, un mese prima della resa degli austro-ungarici sul fronte alpino. Dopo 36 mesi si concludeva così la durissima avventura del Corpo Italiano in Macedonia: uno sforzo militare  che costò alle nostre truppe, come ho già scritto, 8.324 tra morti, feriti e dispersi e non meno di 10.000 uomini vittime in inverno del gelo e in estate della terribile ameba-ameba.

Attualmente a Salonicco, in località Zeitenlik, esiste il Cimitero Militare degli Alleati nel cui settore italiano riposano circa 3.000 soldati nostri connazionali caduti sul fronte macedone. La cura del sito è affidata al nostro console onorario locale che fa tutto il possibile per mantenere il sacrario in modo dignitoso, con gli scarsi mezzi a disposizione. Niente a che vedere comunque con il settore inglese dove è stato addirittura scavato un pozzo per innaffiare il prato e dove ogni due anni vengono rinnovate le lapidi, mentre le croci dei nostri sono abbastanza deteriorate e le targhette con i nomi quasi illeggibili. Tuttavia, ogni anno il gruppo delle donne italiane di Salonicco, in occasione delle ricorrenze religiose, vi fa celebrare una funzione. Accanto al sacrario c’è una piccola cappella e un monumento al fante italiano.

Questa mia breve e, certamente, non esaustiva ricerca storica è stata motivata dal desiderio di conoscere e far conoscere un aspetto quasi dimenticato della grande guerra, in conseguenza al ritrovamento fortuito del biglietto scritto dal mio nonno materno e ricordando una certa tradizione orale che si tramandava in famiglia, circa la sua partecipazione al primo conflitto mondiale. Quanto indicato nel biglietto ha avuto riscontro positivo nei risultati della mia ricerca: essa mi ha consentito di inquadrare esattamente la tragica vicenda umana del nonno nel contesto storico di quella “inutile strage” che, generata da due colpi di pistola (a Sarajevo), ha prodotto dieci milioni di morti. Durante questa mia ricerca ho potuto appurare che nel corso della prima guerra mondiale, le forze italiane appartenenti all’esercito, alla marina e all’aviazione ebbero occasione di intervenire, a fianco degli alleati inglesi, francesi, serbi, greci e russi, su diversi fronti anche molto distanti dai confini della madrepatria. Nel periodo compreso tra il 24 maggio 1915 e i primi giorni di novembre del 1918, oltre 70.000 soldati italiani combatterono infatti contro gli eserciti tedeschi, austriaci, bulgari, turchi e senussi (libici) sul fronte francese, in Albania (fin dal 1914 il Governo italiano aveva fatto occupare il porto di Valona), in Macedonia, nel Sinai, in Libia e persino nella Russia settentrionale, a Murmansk. Senza contare che, già a partire dall’autunno del 1914, un piccolo ma agguerrito corpo di spedizione volontario (guidato dai fratelli Menotti, Ricciotti e Sante Garibaldi e in seguito inquadrato nel Regio Esercito) andò a prestare il suo aiuto alla Francia, distinguendosi sul fronte dei Vosgi. Nell’ambito di uno sforzo militare così vasto, lo scacchiere nel quale l’Italia fornì il suo più consistente appoggio fu probabilmente quello balcanico e, in modo particolare, quello macedone (il fronte di Salonicco), dove le operazioni condotte dagli Alleati dell’Intesa rivestirono un’importanza strategica e politica piuttosto rilevante.

A conclusione di questa mia ricerca vorrei spendere due parole sulle figure dei due generali che si sono succeduti al comando della 35ma Divisione in Macedonia. Carlo Petitti di Roreto, conte, nato a Torino nel 1862, figlio di una nobile famiglia piemontese, dopo aver intrapreso la carriera militare sul finire dell’Ottocento, partecipò agli scontri della prima guerra mondiale sul fronte alpino, ove nel 1915 ottenne il comando della 1ma Brigata. Nel 1916 fu promosso al comando della 35ma Divisione, proprio in occasione dell’avvio dell’offensiva austriaca sugli altipiani. Successivamente fu inviato, nel luglio del 1916, in Macedonia, sempre al comando della 35ma, dove rimase fino al 1917. Promosso generale di corpo d’armata, nel 1918 ottenne il comando del XXIII Corpo d’armata, che durante la Battaglia del Solstizio operò sulla riva destra del Piave, da Croce di Piave al mare. Al termine della guerra fu nominato governatore militare della città di Trieste. In seguito ottenne la nomina regia a senatore del Regno e, nel 1919, a comandante generale dell’arma dei Carabinieri, rimanendo in carica fino al 1921. Morì nella natìa Torino nel 1933. Ernesto Mombelli, nato nel 1867, iniziò ad operare giovanissimo nei reparti di fanteria. Dopo una brillante carriera da sottufficiale e da ufficiale, divenne colonnello e fu nominato Addetto Militare a Costantinopoli dal 1913, rimanendovi fino all’inizio della guerra mondiale. Tra il 1916 e il 1917 prese parte alla campagna di guerra in Grecia, comandando la 36ma Divisione di fanteria “Brescia” con il grado di maggiore generale. Dal 1917 al 1918 fu al comando del Corpo di spedizione italiano in Macedonia, 35ma Divisione, in sostituzione del generale Carlo Petitti di Roreto. Al termine del conflitto, nel 1920, venne insignito del grado di commendatore dell’Ordine militare di Savoia. Dal 1922 al 1925 fu aiutante di campo di Vittorio Emanuele III. Destinato al governatorato della Cirenaica, rimase in Libia dal 1924 al 1926, ottenendo una serie significativa di successi nella riconquista del paese, caduto nelle mani della tribù dei senussi. Dopo questa esperienza si ritirò a vita privata e morì nel 1932.

Il nonno rientrò in Italia nel marzo del 1919, dopo 30 mesi di permanenza continua in zona di guerra, con il fisico provato dalla malattia, dalle fatiche e dalle privazioni. La sua salute non si risollevò più e la malattia degenerò verosimilmente, come si raccontava, in una qualche forma tumorale all’intestino. Dopo la sua morte, fu riconosciuta alla nonna, la pensione di guerra per causa di servizio. Con quei pochi soldi e alcuni terreni agricoli di proprietà, la nonna riuscì ad allevare da sola tre figli giovanissimi. La più piccola di essi, mia mamma, rimpianse per tutta la vita di non aver mai conosciuto suo padre: al momento della sua morte, ella aveva solamente nove mesi.

 

 

CRONACHE DALL’ANTICHITÀ

ARIMINUM, LA RIMINI ROMANA

I DUEMILA ANNI DEL PONTE DI TIBERIO

 

(di FRANCESCO VIOLA )

RIMINI, la città delle vacanze, del mare, del sole, delle discoteche e della “gioia di vivere”, la capitale del turismo che tutti conoscono, è una città antica che risale al III secolo a.C.: fondata come Colonia Romana nell’anno 268 a.C. con il nome di ARIMINUM, nel territorio dei Galli Senoni, sorge alla foce del fiume Marecchia, poco più a sud del Rubicone. Il nome è tratto da quello del fiume Marecchia (Ariminus), così che il toponimo significa, alla lettera, “la città sul Marecchia”.

La concezione delle “fortezze del mare”, le Colonie Romane dell’Adriatico, fra le quali Ariminum fu la prima e la più consistente (tra le altre ricordiamo anche Sena Gallica, l’attuale Senigallia), fu una grande idea strategica e politica della Roma Repubblicana del III sec. a.C., e lo fu soprattutto del partito dei Populares (che oggi potremmo definire all’americana “democratici”, sostenitori delle istanze del popolo, in contrapposizione ai “conservatori senatoriali”, gli Optimates, che miravano alla salvaguardia dei privilegi del patriziato). La fondazione di Ariminum fu politicamente molto dibattuta perché era considerata un azzardo e una scommessa, in quanto situata in terra aliena (dei Galli Senoni) e in zona dove non poteva essere nemmeno difesa militarmente, in quanto non esistevano né strutture, né fortificazioni, né, soprattutto, strade: la località era spopolata, selvaggia, paludosa con grandi dune sabbiose per la vicinanza del mare.

L’orientamento della città è una spia eloquente dei progetti del governo di Roma: il “cardine” o “cardo maximo”, da monte a mare (dalla Porta Montanara al mare), ribadisce l’importanza della vecchia via commerciale villanoviana del preesistente presunto insediamento più o meno ampio ed organizzato, mentre il “decumano”, dall’Arco di Augusto al Ponte di Tiberio (da sud a nord), svela inequivocabili mire espansionistiche in direzione della Valle Padana, la cosiddetta Gallia Cisalpina. All’incrocio fra i due assi principali si apre il foro (l’attuale piazza Tre Martiri), cuore politico, religioso ed economico di Ariminum. Vie minori parallele o perpendicolari agli assi delimitano gli isolati, razionalmente disposti a scacchiera. La città, cinta di mura in opus quadratum, può ospitare dai dieci ai ventimila abitanti; altrettanti popolano l’agro, centuriato secondo la regola astronomica e fittamente appoderato. I seimila coloni laziali e campani che, secondo gli storici antichi, si stabiliscono in territorio riminese, sono infatti capifamiglia (patres familias) con moglie, figli e servi.

La fondazione di Ariminum è un fatto storicamente significativo, poiché segna la definitiva vittoria dei sostenitori di uno Stato romano esteso a tutta la penisola contro i fautori di uno Stato circoscritto al Lazio, cioè, in sostanza, dei populares contro il patriziato. La costruzione delle grandi strade consolari riconferma sia questa scelta politica, ormai irreversibile, che il ruolo di caposaldo di Ariminum.  Nel 220 a.C. il console Caio Flaminio inaugura la via Flaminia, arteria commerciale e militare di 212 miglia integralmente selciate che congiunge Roma con l’ager gallicus, Ariminum. Nel 187 a.C. il console Emilio Lepido apre la via Emilia che, da Rimini a Piacenza, attraversa e collega l’intera Valle Padana. Nel 132 a.C., infine, il console Publio Popilio Lenate traccia la via Popilia, la strada costiera che, partendo da Rimini, arriva ad Adria e forse ad Aquileia.

Importante centro fortificato, sicuro sbocco portuale e primario caput viarum, Ariminum è ormai tra il II e il I secolo a.C., una città attiva e florida che pratica l’artigianato e il commercio, e dove si affermano famiglie potenti come gli Ovii e i Maecii. Nel 90 a.C., al termine di un processo di ascesa politica ed economica di quasi due secoli, Rimini (Ariminum) cessa di essere una colonia di diritto latino e diventa municipio romano; i suoi abitanti, parificati ai cittadini di Roma, vengono iscritti alla tribù Aniense. Nella guerra civile tra Mario e Silla, ovvero tra i populares e il partito patrizio, Ariminum si schiera coi primi. Presa a tradimento la città, Silla la mette a ferro e fuoco (82 a.C.). I partigiani di Mario sono banditi. La fonte del sacco di Silla è Cicerone: la testimonianza è autorevole, ma non ha ancora trovato conferma in ritrovamenti archeologici.

L’età augustea costituisce per Ariminum un periodo di vasti interventi pubblici e, di conseguenza, di rinnovamento, di crescita e di generale benessere. Nel 27 a.C., al termine del radicale restauro della via Flaminia, viene eretto l’arco d’Augusto, alla confluenza della stessa via consolare nel “decumanus maximus”. Il monumento, tutto in pietra d’Istria, ha la doppia funzione di porta principale della città e di arco trionfale (sull’attico è collocata una statua in bronzo dell’imperatore), ed è il primo e il più importante fra quelli costruiti nella Gallia Cisalpina. Il suo scopo è quello di onorare la figura e la politica di Ottaviano, ad iniziare dall’iscrizione che lo celebra per il restauro della via Flaminia. All’incrocio tra il “cardo maximus” e il “decumanus”, in corrispondenza dell’attuale piazza Tre Martiri, si apre il Foro di Cesare, cuore della vita pubblica, politica, religiosa ed economica della città. Lo stesso imperatore Ottaviano Augusto volle che fosse la piazza monumentale e celebrativa dedicata alla glorificazione del suo illustre predecessore, nel luogo che lo aveva visto come grande protagonista della storia. In effetti solo in Ariminum, oltre che naturalmente in Roma, fu edificato un foro celebrativo dedicato a Cesare. I ritrovamenti archeologici ricordano che, in età augustea, la lastricatura in pietra calcarea si estendeva su tutta la piazza, racchiusa a nord dal teatro in laterizio e a sud dall’Arco che ne segnava l’ingresso. La costruzione della Porta Montanara, detta attualmente anche di Sant’Andrea, risale al I secolo a.C. L’arco a tutto sesto, in blocchi di arenaria, costituiva una delle due aperture della porta che consentiva l’accesso alla città per chi proveniva dalla via Aretina. Il doppio fornice agevolava la viabilità, incanalando in passaggi paralleli, il percorso in uscita da Ariminum, e quello in entrata, attraverso il “cardine massimo”. Iniziato nel 14 d.C., ultimo anno di vita di Augusto, il ponte a cinque arcate sul Marecchia sarà terminato nel 21 d.C. dal suo successore Tiberio, a cui oggi è intitolato. In pietra d’Istria, si sviluppa per una lunghezza di oltre 70 metri, su cinque arcate che poggiano su massicci piloni. Il ponte, che rappresenta il punto di partenza della via Emilia e della via Popilia, si impone per progetto ingegneristico e per il disegno architettonico che coniugano funzione utilitaria, armonia delle forme ed esaltazione degli Imperatori: le iscrizioni sul ponte si richiamano entrambe proprio a Cesare e a Ottaviano Augusto.

Nella nuova Italia unificata fino al confine settentrionale delle Alpi, che Augusto concepì con il progetto realizzato delle “Regiones” (che corrispondono a quelle attualmente in essere), e con una evoluzione della gestione di tutto il territorio, che non aveva più confini interni (nemmeno più il Rubico Ariminensis), dopo un secolo di guerre civili, Ariminum rappresenta l’apertura alla libera circolazione di uomini e merci in una nuova nazione pacificata. La stessa Ariminum, ricostruita e quasi glorificata, fu il messaggio di pace e prosperità (Augustea) per l’Italia e per l’Europa: la cosiddetta Pax Romana. Successivi imperatori completano gli impianti pubblici di Ariminum. Al tempo di Domiziano (81-96 d.C.) risalgono l’acquedotto e la rete fognaria. Il grande anfiteatro, di dimensioni non inferiori a quelle del Colosseo, è eretto nel II secolo d.C., all’epoca di Adriano. (119-138 d.C.), ed interpreta bene la strategia del “panem et circenses”, nella ricerca del più ampio consenso politico e dell’allentamento delle tensioni sociali con la concessione di momenti di evasione collettiva. Le vestigia del grandioso edificio, che ospitava i ludi gladiatorii, sono le più significative di tutta la Regione. La struttura, di cui oggi rimane il settore nord-orientale, aveva l’arena in terra battuta di una ampiezza di poco inferiore a quella del Colosseo. Ad Antonino Pio (138-161 d.C.) spetterebbe la costruzione della fontana pubblica. Fra l’età degli Antonini e quella dei Severi si assiste a un consistente sviluppo dell’edilizia privata, promossa da possidenti (latifondisti), mercanti e funzionari. La struttura economica di Ariminum consente ancora l’accumulo di grandi patrimoni, ma la maggioranza dei cittadini deve far fronte a un processo di progressivo impoverimento. I tempi stanno cambiando. Nuove popolazioni, i barbari, stanno spingendo contro il “limes” orientale dell’Impero, a loro volta sospinti da masse enormi di popoli nomadi asiatici, in movimento da centinaia di anni. Il mondo romano crollerà sotto l’impeto degli invasori: nulla sarà più come prima. Nasceranno nuovi regni romano-barbarici e le stesse città saranno stravolte nel loro tessuto urbano, come tutta la civiltà romana cadrà e si modificherà condizionata dalle culture dei nuovi popoli. Anche la nostra Ariminum, con i suoi abitanti, subirà la stessa sorte delle altre città d’Italia e d’Europa e nel 476 d.C., alla deposizione dell’ultimo imperatore Romolo Augustolo, entrerà ufficialmente nel Medioevo, senza che nessuno degli allora contemporanei se ne accorgesse.