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Fabrizio Voltolini
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Note biografiche

Fabrizio Voltolini vive e lavora a Salò, sul lago di Garda.Ha pubblicato, ottenendo numerosi riconoscimenti in ambito nazionale ed internazionale:

* la silloge poetica “Fragmina”, 1984, per i tipi di Italia Letteraria – Milano.

* il romanzo “Malyn”, 2009, Gruppo Editoriale Albatros Il Filo Roma.

* il romanzo “Il cercatore di armonie”, 2011, Gruppo Editoriale Albatros Il Filo Roma.

* il romanzo “Hy-hoon”, 2013, Gruppo Editoriale Albatros Il Filo Roma.

* il romanzo "Maledetto Mendelssohn", 2015, Gruppo Editoriale Albatros Il Filo Roma.

* il romanzo "Eduard Epstein", 2016, Gruppo Editoriale Albatros Il Filo Roma.

* il romanzo "Caffè Felicità", 2018; gruppo Editoriale Albatros Il Filo Roma

* il romanzo "La pietra e il sogno", 2018, gruppo editoriale Albatros il filo, Roma.

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Note critiche

Una post-fazione a "Maledetto Mendelssohn" di Claudio Baroni

L'autore, con molta circospezione, mi aveva chiesto se, dopo averlo letto, fossi disponibile a scrivere una nota introduttiva a questo romanzo. E io avevo già in mente che avrei risposto di sì. Poco meno di due anni fa avevo letto "Hy-hoon" e ne ero stato davvero sorpreso: bella scrittura, una storia che ti scava dentro e un finale che ti colpisce come un pugno alla bocca dello stomaco, proprio quando ti stai chiedendo adesso voglio vedere dove va a parare...

Accettare l’invito non era un salto nel buio, una sorta di incosciente generosità. E mi ero detto: se il testo non tradisce le aspettative, questa prefazione la scrivo volentieri.

"Maledetto Mendelssohn" non delude le attese. Elegante impianto architettonico della storia, attenzione al dettaglio, scrittura che scivola e si increspa nei punti giusti, capacità di cogliere ogni vibrazione dell'animo umano...

Fabrizio Voltolini non è un debuttante sulla scena della narrativa, ha partecipato ad una nutrita serie di premi di livello nazionale e internazionale, e molte volte ha vinto. Ha un pubblico, che si è conquistato con "Malyn" e con "Il cercatore di armonie". Con "Hy-hoon" si è guadagnato anche una segnalazione per la finale del Campiello. Eppure l’idea di scrivere una prefazione, alla fine, non mi convinceva. Sarà perché da lettore onnivoro e disordinato, ho sempre ritenuto la libertà uno dei diritti più preziosi di chi compera e divora libri. A cominciare dalla libertà di saltare, a piè pari, le prime pagine, proprio quelle di introduzioni e presentazioni. Semmai, è alla fine, che viene la voglia di scambiare due idee, di confrontarsi con un altro punto di vista, di condividere un giudizio. Se la riflessione viene "dopo" la lettura, è opportuno che anche la sua collocazione venga dopo il testo, alla fine del romanzo. Meglio una postfazione, se la vogliamo chiamare così.

Che il racconto mi è piaciuto, che è scritto bene e che è degno di nota, l'ho già detto, quindi è inutile che lo ripeta. Lo sottoscrivo, punto e a capo. Aggiungerei solamente che il nostro autore ha una coerenza di stile ed una elevata continuità nella scrittura, ed ha una capacità notevole di creare un mondo dove il lettore si trova subito a suo agio, un universo narrativo che accosta solidità di riferimenti, spessore dei personaggi e un alone di realismo sognante.

La cosa si fa più complicata se si ha la pretesa di dare una definizione. "Maledetto Mendelssohn"! Potremmo cavarcela incamminandoci nel filone di chi ha già scritto e detto di Fabrizio Voltolini. Anche questo è "un romanzo psicologico esistenzialista di ambientazione contemporanea". Definizione ineccepibile. Perché proprio sui nervi tesi e dolenti dei suoi personaggi Fabrizio Voltolini fa scorrere il suo archetto. Le note acute vibrano e spiccano sulle armoniche, come direbbe Filippo, il solista di violino protagonista delle pagine che abbiamo appena scorso.

Questo è un romanzo che affonda il bisturi della narrazione nel cuore dell'esistenza umana, nel disperato tentativo di cogliere il mistero che spinge ognuno a naufragare nel più misterioso, esaltante, entusiasmante, doloroso e funesto dei sentimenti: l'amore.

Il vecchio maestro ha abbastanza esperienza alle spalle per sapere che resterà deluso, che soffrirà, che starà male da cani. Ma inesorabilmente scende la china che lo porta tra le braccia di Anna. Non è l'infatuazione del ragazzino, forse è la crisi dell'età che avanza di fronte alla freschezza della giovinezza. Ma l'amore all'inizio è sempre così: fresco, limpido, giovane e talvolta persino innocente. Poi s'inoltra nei labirinti del cuore e della mente, gioca a rimpiattino con la presunzione del cinico militante. E il terreno cede, com'era inevitabile e facile prevedere. Inevitabilmente chi si è voluto bene finisce con il farsi male. È il gioco della vita.

Ma questo è anche il romanzo che riprende e riannoda fili e cime lasciati liberi al termine di un altro romanzo di Fabrizio Voltolini. Filippo, il violinista, man mano racconta e si affaccia al buco nero del suo passato, svela d'essere figlio di Michele, il sarcastico e geniale scrittore che sceglierà la morte, alla fine de "Il cercatore di armonie". Parentela che è già un acconto del finale.

E tra le pagine echeggia anche l'eterno pendolo che oscilla tra la genialità e la razionalità, la libertà e l'ordine, il sogno e la realtà. Tesi e antitesi che hanno scandito l'enigmatico dialogo tra Lorenzo e Lucrezia, i due fratelli protagonisti di "Hy-hoon".

E la morte attraversa l'intero universo narrativo del nostro autore: fa capolino quando meno te l'aspetti. O forse proprio quando non resta altra via... "È dunque questo il morire?"

Maledetto Mendelssohn!

Claudio Baroni

 

Letture

7 Agosto 2015

Il nuovo romanzo di Fabrizio Voltolini:

Maledetto Mendelssohn, Gruppo Editoriale Albatros Il Filo - Roma

 

Fabrizio Voltolini


MALYN


Sinossi:
Nell'immediato dopoguerra, il non ancora trentenne Giuseppe cerca di riappropriarsi di quella "vita normale" che il secondo conflitto mondiale gli ha portato via. Attraverso la descrizione di eventi minuti, intimi e familiari, mai legati alle prime pagine dei giornali del tempo, ma sempre e soltanto a piccoli episodi personali, dolorosi ricordi e acute speranze, l'autore racconta il travagliato periplo psicologico che porterà il protagonista, tra dissidi generazionali e leali amicizie, al ritrovamento della propria individualità.

 

L'incipit...

CAPITOLO I

La maestosa facciata dell'albergo Mayer dominava la piazza alberata antistante il porticciolo d'imbarco. Quel giorno alla fonda c'era soltanto il battello Italia con il suo alto e nero comignolo obliquo fasciato di bianco proprio sotto l'apertura del fumaiolo. Le ruote a pale, grandiose e potenti, si immergevano a fondo sotto il pelo dell'acqua, per poi riemergere in superficie protette dalla griglia esterna dello scafo su cui campeggiava il nome: Italia. Il sartiame vibrava sotto la spinta della brezza serale e le banderuole degli alti tetti di Desenzano annunciavano l'inversione di direzione del vento che nella notte avrebbe soffiato da terra verso il lago. Il faro, posto all'estremo capo della diga che proteggeva il porto, si sarebbe illuminato nel volgere di poco tempo. Giuseppe lo sapeva mentre lo osservava seduto su di una panchina di pietra del lungolago, in fondo quello era un simbolo, il segno confortante di casa sua dopo tanti anni di guerra. Tolse gli occhiali scuri e li ripose con cura nella custodia e quindi nella tasca interna della giacca grigia. Il sole era ormai calato dietro il profilo delle colline e l'occhio poteva correre indisturbato sull'acqua appena increspata o tra le piccole nubi che popolavano il cielo e che ancora riflettevano luce. S'alzò dalla panchina passandosi la mano tesa sulla brillantina dei capelli pettinati all'indietro e s'incamminò lungo la diga tenendo le mani in tasca. Il contrafforte di cemento, ampio e possente, si protendeva nel lago, fiancheggiato sulla sinistra, per l'intera lunghezza, da un brulicare di massi frangionda su cui trovavano sicuro rifugio numerosi gabbiani. Vi si poteva comodamente passeggiare e, soprattutto d'estate, la gente lo affollava nelle fresche serate dopo il lavoro. Giuseppe camminava sicuro verso il faro, scrutando attento l'orizzonte per intravedere la sagoma di una vela. Il vento caldo agitava il tessuto dei suoi larghi pantaloni, penetrava negli abiti e nell'animo, infondendogli una gioia inconsueta, dimenticata da tempo. Soltanto un pescatore, poco più in là, interrompeva la solitudine dell'uomo. Stava seduto sul bordo della diga, con le gambe penzoloni a un metro dall'acqua. Aveva gettato più volte la lenza, ritraendola con gli ami sempre vuoti e Giuseppe, camminando, poteva udirlo borbottare imprecazioni. In breve lo raggiunse e vide che questi era un vecchio. Portava dei pantaloni sdruciti e un gilé di panno grosso sotto il quale una camicia senza collo appariva unta e sgualcita. L'uomo si fermò alle spalle del vecchio. Vide che nel cestello di vimini che egli teneva accanto non c'era che un modesto pesciolino. «Buona sera» fece Giuseppe sorridendo. «Salve» rispose il pescatore imbronciato, senza voltarsi. Giuseppe ebbe un attimo di esitazione, si dondolò sui tacchi delle scarpe nuove di vernice nera e domandò: «Non abboccano?». «Lo vedi da te!» si infastidì l'altro attaccando un verme a un amo. Tacquero entrambi. Il vecchio aveva rilanciato l'esca, l'uomo, in silenzio, riprese a scrutare l'orizzonte, con impazienza. Osservò a lungo verso nord, stringendo lievemente gli occhi, ma la vela non compariva. Decise di aspettare ancora. Ormai il rossore del cielo s'era fatto più cupo e di lì a un'ora l'oscurità sarebbe scesa. Trasse dalla tasca della giacca un pacchetto di sigarette senza filtro, ne accese una con gesto sicuro poi, rivolto al vecchio, chiese: «Sigaretta?». «No grazie, fumo sigari toscani» brontolò.

 

 

Fabrizio Voltolini

IL CERCATORE DI ARMONIE

Sinossi:
"Il cercatore di armonie", romanzo psicologico ed esistenzialista di ambientazione contemporanea, narra il dramma di Michele, scrittore sarcastico e geniale, divorato dal dubbio della mediocrità e dalla assoluta necessità della ricerca della pura bellezza nell'arte. Accanto a lui si staglia la splendida figura femminile di Serena, sua compagna, che assume per contro il pieno senso tropologico dell'accettazione della propria umanità e maternità. La vicenda si dipana lucida e vivace tra simbolismo e realismo narrativo, ridondando tra l'inesausta riflessione di Michele sull'esistenza, l'arte e la loro compenetrazione, e la solarità oggettiva di Serena. Fino al sorprendente pre-epilogo, fino all'improvviso volo di uccelli, l'ultima pagina del suo imperfetto romanzo, la più difficile da scrivere. Tessuto con abile maestria ed affascinante, questo libro vi catturerà anche per la vivacità di un lessico ricercato.

 

 

Un intervento di Fabrizio Voltolini al Premio Letterario Città di Pontremoli 2013.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fabrizio Voltolini, con Rina Gambini, durante la premiazione del Concorso Città di Pontremoli 2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fabrizio Voltolini

HY-HOON

Prefazione di Flavio Casali

“… vedi, io son delicato
come il fiore del melo e
più pacifico di un agnello neonato;
ma ferro, pietra ed esca,
insidiosi si celano nel mio spirito turbato”
Stefan George

L’autore di queste righe ci tiene a confessare – preliminarmente all’esposizione dell’indagine critica – tutta la sua sfacciata compiacenza tanto verso lo scrittore Fabrizio Voltolini quanto verso il suo romanzo che, anche nel nobile raglio che lo titola, compendia uno stile narrativo di rara godibilità e purezza compositiva, intrigante per ricerca stilistica, stimolante per ricchezza di introspezione, per intima connessione, per compattezza. Un’opera piena, inesorabile seppure delicata, lucida nella sua raffinata costruzione eppure toccante nel sentimento, nel tratteggiare gli spicchi di un’ umanità nota …, la nostra. Parole di lode, anticipate frettolosamente nella prefazione, anche se concepite come epilogo, che vogliono non tanto preparare il lettore a un romanzo davvero particolare, quanto fornire all’autore, al suo animo commosso e tormentato, l’opportunità di tornare in sé, ovvero in noi, tagliando il cordone vitale che ha alimentato i suoi personaggi.

Lo svolgimento del triduo onoterapico ruota intorno ad una famiglia che si trova di fronte ad un drammatico bivio: lo sgretolamento seguito alla morte della madre-custode degli affetti, dei valori universali della famiglia, del focolare mai spento, della speranza del ritorno del primogenito, trepidamente atteso e concretizzatosi per il suo ultimo viaggio; o il rinnovo di quei legami e di quelle tradizioni “purificate” da un rapporto rinnovato tra fratello e sorella, esclusivo ed unico, particolare e diverso rispetto al fratello più giovane di entrambi, incompreso e fragile, mai pienamente integrato nel ruolo familiare e, in verità, in nessun ruolo. Quella morte di madre diventa il palco-patibolo, celebrazione-gogna dove va in scena il dramma dei protagonisti che, a turno, dipingono ed espongono le loro colpe, le loro conquiste, declinano le liturgie della propria autocommiserazione od esaltazione, che comunque li divora dentro, lasciando ai ricordi e ai momenti di condivisione comune – i pasti, l’incontro dal notaio – le residue energie vitali, prima di raggiungere, con incestuosa ma delicata foga, la catarsi finale.
La Vita, la sua, la nostra – anche se negheremo infastiditi – è la “fonte sacra” cui attinge Voltolini, ultimo aedo di una tragedia dal sapore classico, mai banale, mai scontata, declinata con linguaggio e perizia accurati, senza appesantire, senza stancare ma anzi, e semmai, “provocare”, nel lettore, una crisi, un duello tra la dimensione spirituale e quella intellettuale, lasciando uno spazio di sospetto e deciso, notevole, disprezzo per quella pratica e praticona che accomuna cognato e fratello minore-minorato.
Nel rapporto con la sorella e tra la sorella e il marito-cognato si consumano e si elidono due storie parallele: quella della seduzione, ma senza le armi convenzionali della seduzione, tra due fratelli che si stimano e si amano nella purezza e reciproca presunta indipendenza e quella di una caduta, senza caduta, tra due coniugi che si celano la sterilità di lei e le scappatelle di lui, dove il marito è il diavolo, cioè il vero cornuto finale, saga nella saga che sottilmente permette all’autore di configurare il suo romanzo come un atto di accusa, senza appello, nei confronti del matrimonio. Eppure tanto il protagonista, quanto il fratello/inverso dimostrano di capire che il matrimonio sarebbe (stata) l’unica possibilità di fuoriuscita da una solitudine faustiana consumata nell’opacità di un mondo ostile, anche nei sentimenti; un mondo dal quale la trasparenza è banalità, nel quale dunque domina il male, il malessere di essere uomo; un mondo dove gli attori-scrittori-lettori vengono raggiunti, comunque, dalla consapevolezza delle proprie azioni e dei propri moventi e dove, in misura illimitata, hanno (abbiamo) il dono – per Voltolini la dannazione – di intravvedere, attraverso l’opacità, di intuire la propria malvagità, di sapere in anticipo ciò che avverrà.
Ma Lorenzo, il protagonista, fa di più; uscito, ma mai del tutto, dalla sua casa-chiesa, agnostica seppure sacra, grembo e guscio materno, trova la sua innaturale, ma perfetta, corrispondenza d’amore con Lucrezia, sorella-moglie-complice di un’unione, la più vergognosa, deprecata e perseguitata dalla storia dell’umanità.
Lorenzo è psichiatra, Lucrezia filosofa: il loro atto non è istinto, ma piena consapevolezza. Un amore che non salva i singoli protagonisti, condannati a priori dalla morte della madre-madonna, ma salva e redime la coppia, a suo modo perfetta, con un “sacrificio” rituale necessario.
Un sacrificio che costa al lettore attento che voglia misurarsi, senza scontrarsi, con una parabola “umana, troppo umana” messa magistralmente, anzi imperiosamente, a punto da Voltolini per rappresentare la sua ineluttabile vocazione a distruggere l’anima e la coscienza degli altri almeno tanto e quanto la sua.
Nulla di penosamente drammatico s’intende, ma tutto ben narrato, ben calibrato con maniacale, assoluta esattezza psicologica. Spietato e cruciale non sono il movimento né la dinamica, non lo sviluppo né le azioni: tutto ciò è previsto e narrato. Cruciale è il nodo psichico – questo raglio che ricorre come i peana dei cori greci – che unisce in figure diverse i protagonisti di un adulterio borghese che nella bara, insieme alla madre tutelare, seppellirà gli ultimi nobili valori, prima che finiscano traditi dalla volgarità di una immeritata eredità.
Lorenzo è l’archetipo prigioniero del passato che ha tentato un’impossibile evasione ed è probabile che, dopo aver camminato fra tante macerie, pubbliche e private, coltivasse un’irreparabile sentimento di autodistruzione solo sopito nel funesto triduo familiare.
Un romanzo di assoluto realismo e quasi pedissequo autobiografismo, con un’attenzione costante, a tratti morbosa, agli aspetti non solo psicologici, ma pure patologici della condotta umana, immortalata dall’autore nelle storie e nei personaggi raccontati che arrivano, come Lorenzo, a trasfigurarsi e perdere l’equilibrio inebriandosi di ricordi senza la minima riserva mentale, lasciandosi trascinare nel fondo del gorgo, condannandosi inappellabilmente allo stravolgimento di affetti, relazioni, salute, lavoro, pronto a combattere il tabù dei tabù per varcare, degno compagno di Ulisse, le “Colonne d’Ercole” del nulla.
Perché nulla è nulla e tutto è nulla.

 

30 Aprile 2016

Il nuovo romanzo di Fabrizio Voltolini

 

Quarta di copertina

Germania, 1949. Eduard Epstein, neo laureato in matematica, è un giovane che cerca la sua strada tra le tante difficoltà di una faticosa ricostruzione. Intelligente e appassionato, anche se apparentemente introverso e schivo, scopre nell'anziano Padre Floriano, priore del vicino convento francescano, un amico fidato, un confidente e un compagno prezioso per le loro lunghe e spesso ironiche dispute filosofiche. Proprio grazie a quest’ultimo, Eduard riesce ad ottenere un importante ruolo come docente in una prestigiosa scuola, dove è direttrice l'enigmatica Professoressa Emelania Müller. Quella che si presenta come un’opportunità lavorativa, si trasformerà per Eduard in uno slancio vitale unico e sorprendente. Il Destino, tuttavia, non gira mai il suo temibile sguardo. Con questo suo nuovo romanzo, Fabrizio Voltolini ci regala pagine intense e delicate, una storia quasi d’altri tempi che vive e vibra nel racconto per l’appassionata caratterizzazione dei personaggi, splendidi ritratti umani capaci di rivelarci il loro lato più nascosto e spesso drammatico, in tutta la loro fragilità.


4 Settembre 2016

Fabrizio Voltolini, "Eduard Epstein", romanzo. Una importante recensione di Claudio Baroni sul Giornale di Brescia.

 

Partecipazione di Fabrizio Voltolini al Premio Campiello 2017

Un articolo ne parla sul settimanale iN Garda Week, del 27 gennaio 2017

Aggiornamento 21 marzo 2018

Il nuovo romanzo di Fabrizio Voltolini: Caffè Felicità

Postfazione di Flavio Casali

“L'essenziale è invisibile agli occhi” dice Il piccolo principe: vorrei che un giorno tutti vedessero con il cuore. Parole, che sono pietre.

Anche un avvocato arido di sentimenti e forte di studiata e applicata capacità truffaldina (rinomato, comprovato e vigente ramo del diritto antico, moderno e contemporaneo) potrebbe apparire più giusto e tollerante.

La vita vuole vita, e basta. È cieca nella direzione da imboccare.

Un grande e poco nobile avvocato cerca e pensa di aver trovato un blasone da spendere sopra ogni cosa; un omuncolo con indosso lo scheletro di un passato quasi plebeo, pronto a giocarsi tutto per disperazione, con la consapevolezza di lei, paziente e innamorata, la donna che gli sta accanto in una precaria stabilità di sesso e alterchi, destinata, come le precedenti, ad essere irrimediabilmente scaricata. Tutta colpa di un vecchio, un professore, anzi, un'enciclopedia, un bagaglio di saperi e sentimenti stroncati e annegati in un goccetto di vino, salvo per quell’ultimo, estremo appiglio che la sorte gli presenta: un figlio mancato, un potenziale discepolo nel e per il quale scrivere più di un testamento, filo di trasmissione del sunto, del succo di una vita, anzi due, di cui fare comunque memoria.

Un vecchio che ha aspettato sempre e solo quel bimbo imberbe e d’animo puro che si sarebbe presto scordato di lui, degli odori sconci e stantii di una bettola, delle tragedie antiche perpetuate e applicate inconsapevolmente anche nel lavoro leguleio che avrebbe travolto ogni traccia di infantile bontà.

Anche da morto l'ignoto professore vuole insegnare e infastidire, chiedere e capire, offrire una scusa colta e saggia per ricondurre il verme nel bozzolo dei ricordi e dei valori che apriranno alla crisalide la strada di una nobilitazione del io più profondo.

Forse il modo migliore per leggere/sorseggiare questo nuovo romanzo di Fabrizio Voltolini è rifugiarsi nel dehor di un caffè solitario e, con il protagonista, tornare bambini e figurarsi di aver vissuto e provato - è la bella evasione, in solitario, che solo i libri possono regalare - i sentimenti di un nonno o di un padre o di un maestro che forse non abbiamo mai avuto la fortuna di avere ma solo di desiderare; e se, invece sì, rivivremo con “felice” ricordo che si farà presente e … dolce, come il naufragar leopardiano.

Il sapere del professor Beocjch è vivo nelle sue lettere, a dispetto delle lingue morte che insegnava, ed è meraviglioso ed emozionante non solo per Paola, magnifica complice del professore, donna arguta e intelligente, dannata ma non domata dall'amore per un uomo, Amedeo, che veste la toga come una corazza forgiata da Efesto, sulla quale i sentimenti rimbalzano ma non penetrano, un Achille destinato dagli dèi beffardi a soccombere. Ma dell'avvocato Amedeo Cremonesi non resterebbe nulla di grande nella memoria dei posteri, semmai qualcosa di meschino fra le carte delle cause vinte somministrando il veleno del serpente che trova sempre nelle pieghe della legge un modo per spezzare e frantumare il diritto con stupefacenti, ma verosimili, menzogne.

La “stonatura” di quel professore che irrompe, non gradito, nella “frizzantezza” gonfia e tronfia, nel culto egoistico dell'avvocato in ascesa, nell’apericena della gente che conta, ci fa precipitare dal vortice delle apparenze quotidiane in un esame di coscienza che ci (sì, tutti noi che viviamo protetti da una più o meno spessa corazza) può, forse, salvare.

La via della felicità – espressa dal caffè, inconsapevole ruffiano di ogni incontro galante, d’affari, di evasione, di poesia, strumento “sociale” per un intenso ma concentrato gusto di piacere e assaggio di felicità - è nella realtà lo specchio della disperazione, il contraltare di una vita, quella del professore, consumata da esperienze vissute in tempi dove tutto era più drammatico, clamoroso e tragico, tra sofferenze disumane e imprese disperate, frustate ogni tanto dai fulmini scalmanati della felicità.

Vite così piene e intense da consentire, ogni giorno, una “pesca miracolosa” di massime e insegnamenti degli antichi e classici, rivolte nel contempo ad un bimbo curioso e a un avvocato borioso e poco furbo.

L’ aedo è partito, lasciando la vita, eterna, in una valigia, che ci prepara ad un nuovo viaggio… il nostro.

Flavio Casali

 

Rececensione di Caffè Felicità

Giornale di Brescia 22 marzo 2018


Caffè Felicità: un articolo del Corrire della Sera, 19 luglio 2018 e un commento critico della prof. Rina Gambini

CAFFÈ FELICITÀ

di Fabrizio Voltolini

Caffè Felicità: un romanzo in cui l’azione è ridotta al minimo, privo di colpi di scena, ciò nonostante intrigante e avvincente, ma soprattutto capace di restituirci, a dispetto dell’essere troppo spesso accantonato, sempre vivido e intatto l’autentico senso della vita.

Un romanzo in cui l’antitesi tra i due protagonisti/antagonisti, il giovane avvocato rampante e il vecchio professore si sviluppa su piani apparentemente distanti, in realtà convergenti nella presa di coscienza di un bisogno urgente di intimità e di interiorità. Bisogno manifesto nel vecchio professore, che, solo al mondo, riversa sullo sconosciuto ragazzino il suo affetto e gli lascia una pesante eredità: una valigia piena di lettere, o meglio, piena di lui, del suo cuore, della sua mente. Bisogno tenuto soffocato del giovane avvocato, che ha abdicato all’essere sensibile in favore della carriera e del ruolo sociale.Vestire la maschera: è ciò che fa il giovane, è ciò che il vecchio, dall’alto della sua cultura e della sua saggezza, gli impone di abbandonare.

Sarà un cammino difficile, irto di rifiuti e di cedimenti dolorosi, ma vittorioso grazie al sostegno di una giovane donna di elevati sentimenti e di un vecchio materialmente assente, ma la cui presenza spirituale è imperiosa e costruttiva attraverso la parola scritta.

Forse sta qui un ulteriore messaggio lanciato dall’autore: solo la cultura salva perché dona il piacere della bellezza e della saggezza, rende tutto più vero e fa trionfare l’uomo che sta dentro, non la sua apparenza esteriore.

In questo romanzo la ‘parola’ è l’elemento trainante, quello ‘significante’, cioè  che conferisce significato al tutto: la parola di un vecchio che dalla sua dimensione ultraterrena insegna, ammonisce, guida. Sono le sue lettere quelle che ho giudicato le protagoniste vere di questa “felicità” cercata: lettere che coinvolgono, strappano qualche lacrima di commozione, che sono un autentico patrimonio del cuore, che ci salvano dall’aridità della vita materialistica.

Lettere che vanno lette con la gioia di trovare se stessi e senza il timore di lasciarci coinvolgere emotivamente.

Rina Gambini

 

6 dicembre 2018


La pietra e il sogno, nuovo romanzo di Fabrizio Voltolini

POST FAZIONE di Flavio Casali

NUNC EST  BIBENDUM

Un libro che brucia di vita e di dolore, di sogni e crudeltà, nel quale non basta un oceano a spegnere i rimorsi, annegati negli abissi della perfidia o mascherati dalle onde di una pretesa, seppur falsa, normalità.

Il nuovo “fendente” calato dalla penna di Fabrizio Voltolini ci colpisce al cuore e la ferita è profonda, grave e greve come una pietra tombale, quella che già nel titolo preclude ogni via di scampo al sogno.

In questo romanzo il balsamo dell’amicizia si mischia e s’avvelena con il fiele del tradimento, avvalorando le leggi del contrappasso che, alla lunga, condannano tutti, protagonisti e lettori che chiuderanno l’ultima pagina in rassegnato silenzio, nella consapevolezza che nulla serve più…

Meglio essere traditi nell’amicizia o nell’amore? Chi sa la risposta, mente. Certo è che il peggio è essere traditi su entrambe i fronti.

Tra infamia e ingenuità, sfiorati da belle parole e pagine in cerca di gloria, certezze e illusioni, tutti i protagonisti del dramma inciampano e si rovinano nelle menzogne, nei tradimenti, nei sogni infranti di una vita che non può non essere maledetta, anche quando, nella più piena e tragica consapevolezza, Robert contrappone a una vita mendace – la sua – una sana, seppur lugubre, solitudine.

“Vero ipocrita – scriveva Andrè Gide – è chi non si rende più conto di mentire, chi mente in tutta sincerità”.

Un romanzo che condanna tutto e tutti, persino l’affetto, innocente, di un figlio, ultimo possibile appiglio di redenzione.

Robert, vittima e carnefice, figlio di un paternalismo specioso che lo trasforma in un netto rifiuto; amante-amato respinto ma facile alle avventure e alle bugie; amico invidiato e invidioso… Per tutti questi motivi (e tanti altri) anela e lavora alla rivincita, con il desiderio di rinfacciare tutto al padre, a Océane – l’unico vero amore -, alla “povera” moglie, agli amici nel momento in cui il suo capolavoro letterario lo immortalerà nell’unico, solo, stupefacente successo che, tuttavia, mai otterrà.

Morirà Robert … di nostalgia.

Una condizione strana quella del protagonista, una prepotenza che costringe chi la subisce all’ambiguità del rifiuto: rifiuto della moglie, del figlio, del lavoro, di una qualunque prospettiva di “normalità”.

Di chi la colpa? Di Océane, l’amore idealizzato e (quasi) perfetto? La donna del cuore che rintuzza e si nega senza offrire più nulla dopo il tutto profuso e dimenticato per un viaggio e per un uomo sbagliato?

Di Zacharie? L’amico farfallone e ciarlatano, mediocre scrittore, gran compagno di sbronze e mangiate che si ritaglia un invidiato posto al sole e sopprime, nell’inganno, l’unico valore ancora rimasto?

La sacralità dell’amore e dell’amicizia sono immolate sull’altare dell’ambizione e della voluttà. Certo, non s’incontrano quotidianamente né un Pilade che ci salva, né un Giuda che ci vende con una cena e un bacio.

Nelle opere di Voltolini vittime e carnefici si mischiano e si confondono nell’infelicità di un amore tanto grande da sembrare un sogno e di un’amicizia che nella spontaneità della condivisione soffoca gli aneliti dell’eterno fanciullo che dimora in ogni uomo.

A fronte di un’istintiva comprensione pesa il fatto che la sublimazione letteraria architettata dallo scrittore-protagonista produce una lenta ma inesorabile riflessione che odora di umano, troppo umano. Ci sa confondere, e bene. Fabrizio ci porta sempre a pensare – noi che abbiamo la ventura di conoscerlo nella vita precaria, ma reale, di ogni giorno – che il “suo” personaggio principale lo rappresenti in prima persona e che per ogni cosa che fa, pensa, dice, scrive… metta a nudo il proprio cuore come in una sorta di terapia psicanalitica. E lui, in fondo, se ne bea; sornione non nega, ma neppure conferma… Oggi, dopo essermi “ubriacato” (e il naufragar m’è dolce…) viaggiando nei suoi romanzi, con “La pietra e il sogno” prendo coscienza del suo abile uso di una serie di strategie narrative che incollano il lettore fino all’epilogo, mai scontato, seppure orbitante nel nihilismo “oceanico” cui ci ha abituati.

Voltolini e Robert potrebbero essere (sono?) tra i migliori allievi di Sartre (e Pirandello, ma non è parigino) che, spiegando cosa fosse la malafede, ovvero il rapporto che ognuno ha con sé stesso, rivelava che tutti noi fingiamo di essere qualcosa che non siamo, perché in realtà la nostra coscienza è nuda ed è nulla, e siamo noi a riempirla con delle grandi recite.

In Fabrizio-Gaillard il rapporto si sublima; c’è spesso una perfetta adesione fra le maschere dei suoi personaggi e la realtà. Non è malafede, non è immedesimazione. E’ un atteggiamento.

Certo che esiste un legame fra le verità profonde e il vissuto dell’autore, quello che ha dentro, il suo contegno. E’ la sua voce, il suo modo di scrivere, di guardare e tradurre la realtà. Ma non è mai la verità. E’ fiction…. Allora è un romanzo bugia? No, semmai un romanzo paradosso. E il paradosso è che lo stile – e Voltolini ne ha tanto – è una grande menzogna che però non mente mai e più passa il tempo più sei un uomo disperato e uno scrittore felice. Ma non perché ci sia sintonia tra felicità creativa e disperazione, ma perché la disperazione è un fatto della vita, più vai avanti e tendenzialmente perdi certi incanti che hanno animato la tua voglia di amore, di amicizia, di ambizione, di vivere. E non serve alcun buen ritiro. La “pulizia” consentita e derivata dalla disperazione ti fa acquisire una voce più profonda e una narrazione di esasperato coinvolgimento e straziante pietà.

Un romanzo di Fabrizio può piacere o meno o affatto, ma ognuno sa che questo è Voltolini. Il suo itinerario narrativo è assolutamente coerente con il suo modo di vivere e subire, o sbeffeggiare, ma anche schiaffeggiare il mondo, con la sua carica decostruttiva e anticlericale, con lo struggimento e l’ossessione, la meraviglia e la passione, il dettaglio e la superbia…, la paura di essere tumulato dentro un mondo “piccolo”, dannoso per l’uomo e prodigo per lo scrittore.

Flavio Casali

 

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