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Fernanda Testa
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Note biografiche

Fernanda Testa, molisana residente a Campobasso, ha insegnato nelle scuole medie divenendone, in seguito, Preside, prima presso sedi interne e disagiate del Molise, poi, per molti anni, in quelle “a rischio” di Napoli, infine a Roma. La lunga esperienza a contatto con l’infanzia difficile ha dato origine a studi approfonditi sulla tematica sociale delle problematiche infantili ed adolescenziali in zone di emarginazione, accompagnati da un impegno in prima persona per il recupero dei giovani.

Nel 1983 ha pubblicato I cento mestieri dei ragazzi di Napoli: per questo libro, ristampato nel 1998, di importanza fondamentale per tale problematica, ha ricevuto a Genova Il Premio Internazionale “Il Porticciolo”, patrocinato dal Parlamento Europeo, per la saggistica. Nel 1991 ha dato alle stampe Lo scugnizzo dei giorni nostri. Chi è?, lavoro nel quale vengono affrontate le tematiche del bullismo, anticipando le drammatiche tendenze dei giorni nostri. Per il Ministero della Pubblica Istruzione e per la Regione Molise ha pubblicato numerosi volumi frutto di studi specifici, tra i quali ricordiamo, per la sua importanza, La scolarizzazione della donna del Molise dall’inizio dell’Ottocento ai nostri giorni, del 2002. Nel 2008 ha dato alle stampe I mendicanti bambini, un percorso toccante nella tragedia dell’accattonaggio e della criminalità minorile.

Collabora con periodici nazionali e regionali.

Recensioni

“Come già in precedenti lavori e quasi a palese testimonianza di un mai dimesso habitus mentale di educatrice, l’autrice focalizza la propria attenzione sui bambini, che qui propone in un caleidoscopio di immagini e situazioni, che ne fanno emergere, in controluce, i profili.

Piccole vittime, tutte accomunate da retrostanti storie di disagio sociale e affettivo; storie che, richiamate con cenni quasi impliciti, ovvero analizzate con più diffusa e ampia attenzione, fungono da scenario unificante.

Vera ed incontrastata protagonista, che permea di sé tutte le pagine, è la condizione di marginalizzazione economica e culturale – di singoli, di gruppi, di comunità etniche – dalla quale origina e trae costante alimento il fenomeno dello sfruttamento e della violenza perpetrati sui minori.

Animata da innata sensibilità umana, che spesso si traduce in sincera empatia, l’autrice propone la propria analisi scandendola in brevi episodi, frutto di esperienza diretta, di informazioni desunte da fatti di cronaca, di indagini condotte presso fonti attendibili; efficaci tessere di un mosaico non fine a se stesso, come non fini a se stessi – bensì utilizzati a mo’ di rinforzo e di feedback – appaiono i richiami culturali cui Fernanda Testa fa, talvolta, ricorso.

Il suo, infatti, non può definirsi un, per quanto appassionante, esercizio sociologico e culturale. È, al contrario, uno studio finalizzato a fornire l’abbrivio ad una più diffusa conoscenza del problema, volta a suscitare efficaci sinergie per la sua soluzione….”

 

Dalla Prefazione di I mendicanti bambini, di ADRIANA IZZI

 

Letture

Il bambino mendicante

Sample Image Il mestiere di mendicante ha origini lontane, in epoche remote. Non a caso Ulisse quando, dopo tante peripezie, ebbe modo di tornare a Itaca, si travestì da mendicante. Con il passare del tempo questa attività venne affidata, sempre più spesso, a bambini. Anzi, il continuo trasferimento di un’arte antica, dai più grandi ai più piccoli, sta a dimostrare che il mestiere ha goduto buona salute e che, nel tempo, ha avuto sempre modo di consolidarsi.

Mi domando: “Perché mai i bambini?” La risposta è semplice: se elemosinare vuol dire chiedere un aiuto economico, anche minimo, suscitando, nell’eventuale donatore, la compassione per il proprio miserevole stato d’indigenza, chi potrebbe farlo meglio delle innocenti creature? Le privazioni e le sofferenze dei piccoli colpiscono molto più di quelle degli adulti. Pertanto, essi vengono più facilmente accontentati: verso di loro si è sempre meglio disposti. In definitiva, le richieste dei piccoli sono sempre più produttive.

A volte, quando un bambino ti tende la mano, è facile leggere, nel suo sguardo sofferente, qualcosa di più della richiesta di una moneta, leggera o pesante che sia, ma quasi una richiesta di considerazione e di affetto. Ma c’è dell’altro! Fare l’elemosina ad un fanciullo è pure, sotto altri aspetti, rassicurante: egli, mite ed indifeso, non suscita la preoccupazione che potrebbe invece venire dall’eventuale reazione di un mendicante adulto, qualora non fosse accontentato secondo le sue aspettative…

… E poi deve ben presto imparare tutti i trucchi del mestiere che non sono pochi. E ciò perché i luoghi dove deve operare non sono sempre gli stessi e le persone alle quali deve accostarsi appartengono ad una società moderna, composita ed eterogenea. Chi chiede l’elemosina deve operare sempre da solo: è improbabile infatti che un eventuale donatore, per quanto caritatevole possa essere, trovandosi di fronte due accattoni, sia disposto a raddoppiare l’offerta. Infatti i mendicanti più giovani, anche se spesso si uniscono per scambiarsi le loro esperienze, quando debbono lavorare, si pongono a notevole distanza l’uno dall’altro, ma senza mai perdersi reciprocamente di vista. In tal modo, se uno di essi si imbatte in una persona disponibile, dopo averne ricevuto la carità cerca di trattenerla con complimenti vari, per consentire ad un compagno, al quale ha fatto cenno da lontano, di arrivare e tendere anche lui la mano, dicendo con aria compassionevole: “Perché a me no?”… Più che altro è importante imparare a distinguere tra di loro i passanti, osservandone e studiandone l’abbigliamento, l’età, il modo d’incedere, l’espressione del viso. È necessario rivolgersi ad ognuno nel modo giusto… Bisogna valorizzare, elogiare la persona alla quale ci si rivolge per chiedere la carità, ma senza esagerare. Dare ad ognuno un titolo superiore alla sua condizione, ma non più di tanto. Non si può chiamare un soldato: “generale”, solo perché porta la divisa…

Per concludere, non si può dire che il bambino mendicante non abbia l’opportunità di realizzare un suo sviluppo mentale, solo che questo avviene in modo distorto... Anche il rapporto con i coetanei del suo stesso ambiente è, non di rado, problematico: vi sono bambini più svelti e più furbi di lui, che sanno inventare nuovi trucchetti, che riescono a realizzare un migliore guadagno, ad abbordare passanti più disponibili. E questo non gli fa acquistare fiducia in se stesso. Stando così le cose, sarà difficile, ove la vita futura gli offra percorsi alternativi, che possa risalire la china e recuperare…”

 

Da I mendicanti bambini – Capitolo I