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Claudio de Ferra
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Note biografiche 

Claudio de Ferra nasce a Trieste nel 1925 da Giulio e Maria Carmela Mion, famiglia di nobile ascendenza dalmata. Allievo del grande Bruno de Finetti, si laurea in Scienze matematiche. Nel 1965 diviene professore ordinario di matematica finanziaria nell’università di Trieste. Verrà poi eletto per due mandati presidente dell’Associazione per la Matematica Applicata alle Scienze Economiche e Sociali. Nel 1984 riceve il Premio Internazionale INA-Accademia dei Lincei per le Scienze Attuariali.

L’uomo di scienza, col pensionamento, si trasforma in uomo di lettere, e dà voce ai ricordi di una vita intensa di emozioni, esperienze e successi, dapprima, per passare poi alla narrativa. La sua attività di scrittore si svolge a Duino, in una villetta “a misura d’uomo”, com’egli dice, in cui vive con Jolanda, l’inseparabile sposa, che gli ha donato la gioia di quattro figli. Ha inoltre un bel numero di nipotini, il suo più grande orgoglio.

Nel 2001 esce il suo primo libro di narrativa. Attualmente ne ha collezionati undici, tra i quali anche trattati di micologia, sua passione, sia come studio che come occasione per belle passeggiate lungo i sentieri alpini. L’elenco dei suoi libri è il seguente: Un milione e 1, (Nuovo Fronte, 2001 – 2002), una vita di corsa (Italo Svevo 2002), Donne armi e bandiere (Lo scarabeo 2003), Il cormorano (Work in Progress 2004), Le stagioni di Esmeralda (Ibiskos Editrice Risolo 2004), Un fungo per amico (Work in Progress 2005), Il sosia (Work in Progress 2005), Duce Duce (self editing 2008), Nel giardino di Ester (Le Edizioni del Porticciolo, 2008), Ter Gestum (Ibiskos Editrice Risolo 2008), mentre è in preparazione Ritratti a Trieste.

Ha ottenuto anche molti successi in premi letterari, e nel 2008 ha vinto il primo premio nella narrativa inedita al Concorso Fortezza di Castruccio, ed ha iniziato il 2009 bissando il successo nel Concorso Città di Salò 2009.

 

Note critiche
  

Sample ImageRaccontare è stata sempre la grande passione di Claudio de Ferra: narrare di sé e degli altri, forse narrare se stesso attraverso gli altri, e ricordare i tanti episodi della vita, trasformandoli all’occasione attraverso lo sguardo della fantasia. Così, ecco che iniziano a comparire e ad essere apprezzati i suoi racconti, realistici e sognanti insieme, ben connotati nel contesto ambientale in cui si svolgono, dettagliati nei particolari, eppure agili, scorrevoli, piacevolissimi. Racconti di persone del passato, racconti di fatti curiosi, di situazioni impreviste: un gioco in cui l’autore mette a nudo l’esistenza di uomini che si sono destreggiati a contrastare il destino, con minore o maggiore successo, secondo i casi, ma sempre con intelligenza di vita.

In questo si evidenzia la curiosità dell’Autore per tutto ciò che è “Vita”, e per tutto ciò che è “Uomo”, curiosità che dimostra il suo inesausto spirito giovanile, a dispetto dell’età non più verde. E se, col passare degli anni, si cede alle lusinghe della memoria, de Ferra mantiene vivida la sua capacità di attualizzare il passato, di renderlo presente, e vero, con la vivacità di una intelligenza ancora brillante e di una mente indagatrice che non riposa mai.

 

 

 

Recensioni

 

“La matematica, «ancella di tutte le materie, perché non serve a se stessa, serve agli altri» come insegna il professore del racconto, che altri non è che l’autore del libro, chiamato anche «il pifferaio magico» per la capacità, con le sue spiegazioni, di rendere semplici e immediatamente comprensibili agli studenti anche le equazioni e le problematiche più complicate. Ed in quest’opera di formazione la matematica diviene strumento per percepire l’incanto della musica, con i teoremi dell’analisi accostati come fascino alla Primavera di Vivaldi.

Non a caso lo studioso di matematica, lasciato libero sfogo alla sua vena narrativa, ha impostato la sua ultima opera letteraria ispirandosi alla geniale suite per pianoforte di Mussorgskij intitolata «Quadri di un’esposizione». Mussorgskij ha scritto nella sua autobiografia che i suoi rapporti con scrittori e pittori gli hanno acceso la mente ed indicato il cammino assai più che le discussioni e i contatti con gli altri musicisti, consentendogli di riprodurre con la musica, arte prettamente immaginativa, l’evidenza sensibile della pittura e la descrizione analitica dei personaggi in letteratura.

Anche per uno scrittore la musica può essere il filo conduttore dell’immaginazione e della trascrizione della realtà. I quadri narrativi di Claudio de Ferra, allineati in questo volume come nelle sale di un museo, mettono in pratica il principio di Proust che un vero scrittore non inventa il soggetto che scrive, ma traduce se stesso nel senso che rende partecipi gli altri dei propri sentimenti e delle proprie esperienze, come un compositore fa nel creare un’opera....

... Anche nel suo impegno letterario Claudio de Ferra va visto come quando interrompeva all’Università le lezioni facendo accostare alla finestra gli studenti piegati sui quaderni a studiare teoremi di matematica finanziaria per farli ammirare in silenzio il picchio muraiolo sulla parete di fronte, con le sue ampie ali di farfalla multicolore, trasmettendo l’entusiasmo per le meraviglie della vita”.

ARMANDO ZIMOLO – Introduzione Tra matematica, musica e letteratura al volume “Il sosia e altri racconti”

 

 

 

Letture

 

Cara mamma ti scrivo

 

            Cara mamma,

questa sera ho deciso di scriverti. Scriverti una lunga lettera che un angelo ti porterà con la velocità delle poste celesti. Quando l’avrai fra le mani mi sentirai più vicino, ancora più vicino di quanto mi senti ogni giorno, ogni ora, ogni momento. Una mamma sente vicino il suo bambino anche quando lei non c’è più sulla terra e lo attende  per riabbracciarlo, quando Dio vorrà, in Cielo.

            Certe notti mi sveglio e stento a riprendere sonno. Mi raggomitolo, mi pongo in quella posizione ch’è chiamata fetale perché viene assunta dal bimbo non ancora nato nel seno della madre. E penso di essere tornato io quel bambino che si rannicchia nel seno della sua mamma.

Sento battere il tuo cuore, sento i tuoi palpiti di giovane donna. Ti sento vivere mentre mi dai la tua vita. Sei tu che mi alimenti e mi fornisci il tuo sangue che diventa il mio sangue.

Fuori forse piove, forse nevica, forse tira la tremenda bora di Trieste. Fuori forse si muore. Ma io dentro te sono al sicuro. Nessuno può farmi del male perché ci sei tu che mi proteggi.

Sento che è vicino il momento in cui sentirai un dolore. Soffrirai, piangerai, ti sentirai morire. E sarò io, proprio io, a procurarti quel dolore. Forza, mamma! Spingi, spingi, non fermarti, spingi ancora. Sono io  che ti chiedo di nascere.

Adesso sei distesa, il dolore è passato e al tuo fianco ci sono io, il tuo bambino, tuo tuo tuo per sempre. Mi guardi e sorridi ancora incredula di avermi messo al mondo. Sono bello, vero, mamma? Per te sarò bello anche quando vecchio, come adesso, mi farò piccolo piccolo e mi rannicchierò dentro di te per sentirmi al sicuro nel tepore del tuo seno. 

Accanto al letto c’è papà, il mio buon papà. Lui ti ama e ti ha dato il suo amore in cambio del tuo amore. A lui, all’uomo di Dio che mi ha dato vita, abbiamo fatto mettere in una via di Trieste, dove passano ogni giorno in tanti, una targa. La gente piangeva ed applaudiva. Papà è stato un uomo buono, che ha dato tanto a noi e ai più poveri. Denaro no, ma di soddisfazioni ne ha avute tante dalla vita. Essere sulla bocca di tutti come il medico forse più bravo e certo più buono della città. E adesso la targa che lo ricorderà per sempre. Un omaggio che gli andava tributato.

 E tu, mamma mia? Tu cosa hai avuto? Hai avuto molto poco dalla vita, troppo poco, quasi niente. Come farò a riparare a tanta ingiustizia?

Hai messo al mondo quattro figli, hai avuto un buon marito, lo so. Ma poi? Da bambina ti piaceva correre sui pattini a rotelle. A Gradisca, dove abitavi, c’è ancora il castello di Sagrado. Di quel maniero era signora la zia Antonia, sorella di tua madre, divenuta dopo il matrimonio la nobile Antonia de Alimonda de Mannentreu. Ti sentivi una principessa in quel castello da fiaba, allora. Servitù in livrea, carrozze, inchini, feste, balli, vacanze in montagna a Carbonin sotto la Croda Rossa. Un’infanzia felice. Almeno quella, perché poi …

Avevi ventinove anni, eri una gran bella ragazza e finalmente avevi trovato l’uomo giusto per te. Ma scoppiò la guerra. Gradisca era Austria e voi eravate cittadini italiani. La fuga nella notte fino al confine. E poi la libertà, a Firenze, in casa del fratello Nino. E la gente che vi chiamava  profughi e aveva paura che foste venuti a rubare. E poi la morte dell’amato fratello Toni, caduto in combattimento sul Sei Busi, a due passi da dove sto io, adesso. Quanto lo cercasti quel fratello…

Finalmente, terminata la guerra, a trentatre anni sei sposa felice. Comincia la nuova vita a Trieste, in una stanza in subaffitto. Trieste, una città affamata come se la guerra durasse ancora. Lui riceve una paghetta all’ospedale in cui ha trovato lavoro come medico. Si deve tirar la cinghia. Ma voi pensate subito ad avere figli.  Finalmente uno ne arriva, Flavio. Col batticuore, ma arriva. Poi, dopo giusti diciassette mesi, arrivo io. Bello, rotondo, sempre affamato. Da allora tu fosti solo madre al servizio di noi. Niente più divertimenti, un teatro, una corsa di cavalli, un viaggio, una villeggiatura, una festa danzante, niente di niente. Ti ho vista sempre indaffarata in cucina o nelle camere a riassettare a mettere ordine, a sgobbare come un mulo. Eri al nostro servizio e basta. Per te non c’era il tempo. Sempre a lavorare a testa bassa per noi, ch’eravamo già in sei.

Poi arrivò la seconda guerra, quella ancora peggiore, con i bombardamenti a tappeto e di nuovo la fame. Cosa non facesti per mettere ogni giorno in tavola a pranzo e cena qualcosa che ci potesse saziare. Ricordo quei piatti di patate in teglia rosolate con un po’ di cipolla e condite con una noce di strutto che ci facevi perché potessimo alzarci da tavola senza i crampi allo stomaco.

Ricordo tutto, sai? Ricordo la tua vestaglia logora e impregnata di quell’odore di cucina che ti restava addosso anche quando andavi a dormire. Dormire? Sì, dormire quando potevi. Una mattina, uscendo per andare a scuola, vidi il tuo letto intatto. E le altre notti facevi l’una o le due, tutti i giorni. Credevi che non ce ne accorgessimo?  Non era così nelle famiglie dei nostri amici, le loro mamme si mettevano il rossetto, indossavano bei vestiti. Avevano una loro vita.

La guerra. Questa volta non era il fratello ad essere sul fronte, erano i tuoi quattro figli. Credi che non sappia che furono le tue preghiere a salvarci a Modena il giorno della Madonna di Fatima quando le bombe ci caddero a due passi e Flavio ed io fummo salvi? E tutte le altre volte?

La guerra passò e ti lasciò segni indelebili. Eri precocemente invecchiata, eri smagrita, non eri più tu. Mangiavi qualcosa? Sì, come un uccellino. La regina della casa? Ma che regina, la serva di tutti, piuttosto! Ricordo di aver molto sofferto per questo, ma cosa facevo per aiutarti? Niente.

Anche negli ultimi anni, quand’eri tutta rattrappita, curva, sempre piena di freddo, ho fatto poco, troppo poco. Papà non c’era più. Ricordi come gli stringevi la mano mentre lui prendeva la via del Cielo? Ricordi quella volta che telefonasti a Jolanda perché volevi che facessimo pace? “Cosa posso fare per voi?” E ci riconciliammo e ci sposammo e siamo ancora qui a ringraziarti.

Ogni tanto ti venivo a prendere e ti portavo in macchina in Carso, in una trattoria dove finalmente mangiavi servita come una signora quale eri. Ti piaceva tutto anche se tu le cose le facevi molto meglio. In Carso finalmente respiravi l’aria della libertà e me ne eri grata. Io ero felice.

Ricordo, oh come ricordo, l’ultima volta che ti vidi viva nel tuo letto di dolore. Non volevi parlare di te, delle tue sofferenze, parlavano per te i tuoi occhi buoni. Mi chiedevi dei nipotini e di me. Quanto fui felice di dirti, proprio in quella che sarebbe stata l’ultima visita, che ero diventato professore all’università. “Sì, mamma, proprio professore!” e ti abbracciai sentendoti così magra, ridotta ad uno scheletrino, tu, la mia mamma adorata …

Adesso mi rannicchio sotto le coperte e torno ad essere il tuo bambino che sta per nascere. Ti parlo, mi confido con te, mi sorridi ma non rispondi. Ma so che un giorno parlerai per dirmi che mi aspetti lassù fra gli angeli, dove mi ci porterai tu, questa volta, con la tua carrozza fatta di nuvole.

                                                                                                                        Tuo Claudio

 

 

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