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Narrativa e Saggistica
Ettore Pietrabissa

Note biografiche

Ettore Pietrabissa, nato a La Spezia nel 1949, si è laureato in Scienze Economiche (Quantitative) presso l’Università Cattolica a Milano nel 1971 e ha conseguito successivamente la specializzazione in Finanza Internazionale presso la Manchester Business School e il diploma dell’International Banking School di Amsterdam.

Per diversi anni, nei decenni ‘70 e ‘80, ha operato presso primari gruppi finanziari negli Stati Uniti e in Europa, soprattutto con riferimento all’applicazione delle metodologie quantitative alla gestione della finanza.

Successivamente, nel 1989, ha assunto il ruolo di Vice Direttore Centrale dell’Area Finanza del Gruppo I.R.I., ricoprendo anche vari incarichi in aziende del Gruppo, sia come consigliere di amministrazione, sia come componente di collegi sindacali.

A partire dal 1993 Pietrabissa è stato Vice Direttore Generale dell’Associazione Bancaria Italiana.

Negli stessi anni è stato Vice Presidente della CIPA e, in ambito UE, componente - in rappresentanza dell’Italia - di alcuni Comitati Europei, tra i quali l’EMU Committee per la migrazione dei sistemi bancari europei verso l’Euro.

Alla fine degli anni ’90 e per i primi anni del successivo decennio Pietrabissa è stato prima Presidente esecutivo della filiazione italiana di un primario gruppo di consulenza strategica internazionale, e in seguito co-fondatore e Presidente delegato di una società internazionale di consulenza dedicata alla creazione di nuovi business.

Nel maggio del 2004 Pietrabissa è stato nominato Direttore Generale di Arcus S.p.A., società a capitale pubblico la cui missione è costituita dal sostegno e dal finanziamento di progetti riguardanti i beni culturali. Ha cessato alla fine del quarto mandato, nel 2016.

Oggi Pietrabissa è Presidente della International Chamber of Commerce Italia e dell’Organismo di Vigilanza di una S.p.A.  Siede inoltre nei C.d.A. di alcune aziende e fondazioni. Pietrabissa è autore di circa 100 pubblicazioni e articoli, ha partecipato come relatore a oltre 250 convegni in Italia e all’estero, e ha insegnato materie finanziarie presso l’Università Luiss di Roma.

È inoltre autore di tre romanzi e co-autore di un saggio sotto forma di epistolario.

 

Opere

Il Doppio Leone


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il doppio leone: IV di copertina

 

 

L'arrembaggio


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'arrembaggio: IV di copertina

 

 

L'ospite d'onore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'ospite d'onore: IV di copertina

 

 

 

 

Quella luce nella notte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quella luce nella notte:IV di copertina

 

 

 

 
Riccardo Zinelli

Note biografiche

Riccardo Zinelli è nato il 16 luglio 2000 a Montecchio Emilia, vive con la sua famiglia in provincia di Parma e sta per diplomarsi al Liceo delle Scienze Umane. Pensa al suo futuro come scrittore di professione, e ha già ricevuto alcuni importanti riconoscimenti letterari.

Riconoscimenti

Finalista al Premio Letterario Racconti Inediti Mondadori “I Sapori del Giallo” di Langhirano con il racconto IL BIRRAIO DELL’ALPE - settembre 2018

Premio speciale A.L.A. al concorso Il Fascino del Racconto di Livorno con #DIVINACOMMEDIA - settembre 2018

Vincitore del Premio Nazionale Letteratura Italiana Contemporanea, indetto da Laura Capone Editore, con il romanzo Testimone oculare - maggio 2018

Finalista per il premio speciale inediTO Young al concorso inediTO Colline di Torino - salone del libro di Torino, con il romanzo GENERAZIONE X - marzo 2018

Vincitore della sezione narrativa al concorso SAN GIORGIO E IL DRAGO IL LIBRO E LA ROSA di Sezze Romano (LATINA) con il racconto lungo #DIVINA COMMEDIA - marzo 2018

Vincitore sezione narrativa al concorso MEMORIAL MIRIAM SERMONETA di Roma con il racconto GRANO - marzo 2018

Premio unico al merito narrativo del concorso STREET ART - CAFFÈ DELLE ARTI di Roma con il racconto A COME ARTE - marzo 2018

Menzione d’onore al PREMIO INTERNAZIONALE PEGASUS CATTOLICA con il romanzo GENERAZIONE X - marzo 2018

Contratto editoriale al concorso FLOC, L’AMICO DEI BAMBINI E DEI RAGAZZI” indetto dalla GIOVANELLI EDIZIONI di Bologna: pubblicazione del romanzo breve GIALLO A MONTALLORO - dicembre 2017

Quarto posto sezione narrativa al CONCORSO NAZIONALE GIOVANILE “ROBERTO E STEFANO BERTELLI” di Pontedera con il racconto “L’ANGELO PERDUTO” - novembre 2017

Pubblicazioni:

Giallo a Montalloro, Giovanelli Edizioni (febbraio 2018)

Testimone oculare, Laura Capone Editore (giugno 2018)

Racconti vari pubblicati nelle seguenti antologie:

Petalo dopo petalo dove sorride il cuore, Edizioni Stravagario

Street-art, Edizioni per Caffè delle arti

Il fascino del racconto,  A.L.A. edizioni

In viaggio… sui sentieri della nostalgia, Le edizioni del Porticciolo

Questo non è un libro natalizio, A.L.A. edizioni

Attività culturali

Collaboratore della rivista IL PORTICCIOLO da settembre 2018

Curatore dei seguenti progetti in collaborazione con le scuole:

SCUOLA IN GIALLO con Scuola Primaria Jacopo Sanvitale Parma

A TU PER TU CON L’AUTORE (stimoli per leggere, riflettere,

scrivere…) con Scuola Secondaria di primo grado Convitto Nazionale Maria Luigia Parma

COME AUTORI… (i trucchi del mestiere, dal leggere allo scrivere) con Scuola Secondaria di primo grado Istituto Comprensivo Neviano Arduini e

Lesignano Bagni (Parma)

 

Pubblicazioni recenti

Testimone oculare

Laura Capone Editore

Sinossi

“Roberto Polidori aveva la brutta sensazione di essere un estraneo. Lui, padrone di casa, estraneo nella sua villa durante il suo ricevimento. Assurdo.”

Roberto Polidori, raffinato uomo d’affari e collezionista di opere d’arte, viene freddato da un colpo di pistola in casa sua la notte successiva ad un ricevimento in cui ha presentato il suo nuovo pezzo. L’assassino fugge, ma, sfortunatamente per lui, viene visto dal giovane Falco Malaguti alla luce di un lampione. In preda al panico, l’omicida esplode un altro colpo, stavolta verso il testimone oculare. Falco cade in coma, e si risveglierà solo dopo alcuni mesi, senza ricordarsi il volto di chi gli ha sparato. Ma la commissaria Federica Boschi ha bisogno delle sue parole per andare avanti nelle indagini.

Inizia così un'inchiesta personale del ragazzo, dal letto d’ospedale, che lo costringe a fare i conti con il suo passato doloroso: l’ingombrante memoria del padre - poliziotto-eroe caduto in servizio - i dissapori con la madre che rappresenta i suoi rimpianti, i coetanei con cui ha tagliato i ponti, nonché il mondo della polizia, dal quale è stato respinto per un problema metabolico.

Teatro della vicenda il paese di Sillareno, nella cintura della città metropolitana di Bologna, dove le vite di alcuni abitanti raccontano il Polidori, uomo controverso e sfuggente. La moglie Daniela, la figlia Rebecca e la sorella Sabrina, l’amante Serena Fabbri, l’imprenditore Mirco Colombo e un altro collezionista d’arte, Lorenzo Mengoli, formano il coro di situazioni alla base del romanzo.

Mentre i fatti affollano caotici i ragionamenti di Falco, emergono a poco a poco le ombre che accompagnano sia lui sia la vittima; la complessità dei rapporti fra le diverse generazioni, la precarietà dei legami personali e la voluttà del successo, della bella vita, ai giorni nostri. In queste situazioni si dovrà cercare la soluzione al crimine che ha travolto Sillareno.

 

Recensioni

TESTIMONE OCULARE DI Riccardo Zinelli

Recensione di Luigi D. Gandolfo

Ho conosciuto Riccardo alla fiera fiorentina Libro Aperto di quest’anno e ne ho comprato il libro per la curiosità di scoprire quale reale valore avesse un romanzo giallo scritto da un ragazzo selezionato tra i vincitori dell’annuale concorso della LCE. Mi domandavo, in particolare, non tanto di come il giovane Autore avesse gestito la trama (che certamente in un giallo ha la sua importanza, ma che non fa di un libro un buon libro), quanto se la prosa ne risultasse all’altezza, e di conseguenza quali fossero davvero le doti di questo scrittore in erba. Di libri ne ho letti abbastanza da sapere che un romanzo assurge a “opera d’arte” soprattutto in forza della ricchezza del linguaggio, della prosa accattivante, della capacità di emozionare il lettore. Una buona storia può diventare una grande opera letteraria solo se chi scrive ha la capacità di renderla tale.

Il preambolo non serve a preparare chi legge alla celebrazione di un Autore compiuto, che ha raggiunto l’apice della sua capacità creativa letteraria: sarebbe solo dannoso per un giovane che ha evidentemente appena iniziato il proprio cammino di scrittore, e si rischierebbe (anzi, lo si otterrebbe certamente) di togliere credibilità e valore a questa recensione. E invece il piacere con cui ho letto Testimone Oculare e la mia ammirazione per uno studente di liceo in grado di portare a termine in modo coerente e senza sbavature un genere letterario come il romanzo (e per nulla breve) sono veri e genuini.

L’Autore ha gestito il nugolo di personaggi che si muovono nella narrazione con maestria, introducendoli man mano, e caratterizzandoli quanto basta per dar loro una precisa collocazione psicologica, oltre che temporale, nella storia. Anche i personaggi meno importanti non risultano mai anonimi e ciò consente di non dimenticarli, e riconoscerli quando, magari dopo molte pagine, si ripresentano al lettore. La prosa è quella che deve essere, sia per il genere trattato che, mi si consenta dirlo, per l’età, l’esperienza e in ultima analisi, le forze dello scrittore! La scrittura semplice, a volte didascalica e diretta, e l’assenza di un periodare troppo ricco che rischi di risultare artificioso mettono al riparo uno scrittore dell’età di Riccardo Zinelli dall’apparire inadeguato all’opera che intende costruire. Invece si ha la precisa impressione che le forze “letterarie” in suo possesso siano state messe in campo con lucidità e conoscenza precisa dei propri mezzi. Queste affermazioni non vogliono assolutamente significare che il libro appaia interessante financo bello solo quando lo si rapporti alla giovane età dello scrittore, poiché la prosa s’addice perfettamente – come già detto – al racconto e non la si vorrebbe diversa; d’altra parte, l’abilità con cui è stata gestita l’intera opera porta a credere che l’Autore potrà certamente crescere in qualità e complessità lessicale e narrativa. Sarebbe infatti ingiusto non augurarsi o non credere possibile che uno scrittore non ancora maggiorenne non debba o non possa ulteriormente migliorarsi, e che un’opera giovanile come questa finisca per diventare un punto d’arrivo anziché di partenza. Mai, forse, come in questo caso è giusto augurare a Riccardo “ad meliora et majora”, poiché osserviamo chiaramente in quest’opera non solo le qualità che lo caratterizzano, ma anche scorgiamo, evidenti e vividi, quali possano essere i margini della sua futura crescita.

 

Presentazioni e programmazione

Maggio 2018: vincitore premio nazionale “Letteratura Italiana Contemporanea” indetto da Laura Capone Editore, da cui la pubblicazione

16 giugno 2018: presentazione presso il circolo culturale-ricreativo “Punto blu” di Monticelli Terme (PR) con successiva recensione sul mensile locale IL PUNTO

15 luglio 2018: incontro con l’autore durante l’apertura annuale del castello di Pellegrino Parmense (PR)

20 luglio 2018: presentazione presso la biblioteca comunale “Matilde di Canossa” di Neviano Arduini (PR)

1 settembre 2018: presentazione inserita nella rassegna I SAPORI DEL GIALLO Langhirano (PR)

28 - 29 - 30 settembre 2018: partecipazione autore e presentazione opera presso fiera LIBRO APERTO di Firenze

5 ottobre 2018: intervista all’autore della giornalista Susanna Ferrari in onda su Telereggio (rubrica Segnalibro in Buongiorno Reggio)

27 ottobre 2018: incontro con l’autore e presentazione opera presso Castello di Contignaco, Salsomaggiore (PR)

28 ottobre 2018: presentazione inserita nella rassegna INCHIOSTRO D’AUTORE presso la libreria PICCOLI LABIRINTI (PR)

11 novembre 2018: presentazione presso biblioteca comunale di Traversetolo (PR)

EVENTI PROGRAMMATI

gennaio 2019: presentazione presso LIBRERIA FELTRINELLI - LATINA

gennaio 2019: presentazione organizzata da Club del giallo- Sesto Fiorentino (FI)

7 febbraio 2019: presentazione presso LIBRERIA FELTRINELLI PARMA con intervista all’autore del giornalista di Repubblica e scrittore Valerio Varesi

febbraio 2019: presentazione presso sala civica di Taneto di Praticello di Gattatico (RE)

Incontro con l’Autore presso CENTRO SOCIALE GIOVANI SAN LEONARDO (PR)

Progetti e percorsi di lettura e scrittura guidati dell’autore presso le scuole secondarie di primo grado di Neviano Arduini (PR) e Lesignano Bagni (PR), Convitto Nazionale Maria Luigia, Istituto Comprensivo Sanvitale Parma

Inserimento nella biblioteca de IL CLUB DEL GIALLO di Sesto Fiorentino (FI) e presentazione in programmazione

Ulteriori informazioni circa l’opera e l’autore all’indirizzo:

riccardozinelli.wordpress.com

 

 

 
Valerio Cremolini

Note biografiche

VALERIO P. CREMOLINI

 

Nato a Sesta Godano (Sp) il 16/11/44 -  risiede alla Spezia;

Ex-Dirigente della Cassa di Risparmio della Spezia;

Consigliere al Comune della Spezia dal 1972 al 1993;

Componente del Comitato Direttivo dell'Azienda dei Mezzi Meccanici del Porto della Spezia (oggi Autorità Portuale);

Eletto nei vari livelli negli Organi Collegiali della scuola: Presidente del Distretto Scolastico n. 20 dal 1985 al 1988.

Presidente del Comitato Provinciale F.I.D.A.L.della Spezia dal 1989 al 1993;

Per l'attività sportiva svolta come atleta e dirigente è stato insignito dal CONI, nel dicembre 1994, della Stella di Bronzo al merito sportivo. Sui temi sportivi ha svolto numerose ricerche e specifiche conferenze.

Dal 2003 è commendatore della Repubblica. Il 1/05/2002 è insignito della Stella di Maestro del Lavoro;

Componente del Comitato di Redazione della Rassegna Municipale "La Spezia" dal 1977 al 1993;

Componente della Commissione Arti Visive del Comune della Spezia dal 1979 al 1993;

Componente del Comitato Cultura (Sindaco dr.Lucio Rosaia) dal 1995 al 1997:

Componente del "Laboratorio"culturale insediato dal Sindaco dr. Giorgio Pagano dal 1998 al 2002;

Componente della Commissione Prov.le per i Contributi alla cultura dal 2001 al 2003;

Componente dal 3/09/2002 della Commissione Prov.le per la redazione della Raccolta degli Usi e Consuetudini;

Componente dal 1/01/1989 del Comitato di Redazione della rivista della C.C.I.A.A. "La Spezia Oggi";

È stato membro della giuria della Ia Edizione della Biennale Europea delle Arti Visive-Premio del Golfo, 2000;

Dal 1/10/1991 sino al 31/12/2011 è stato membro della Commissione Diocesana d' Arte Sacra della Diocesi della Spezia;

Dal 2/10/2003 sino al 31/12/2012 è stato membro del C.d.A. dell'Istituzione per i Servizi Culturali del Comune della Spezia;

Dal 2006 collabora alla gestione e all’attività espositiva del Museo Diocesano della Spezia. In detto spazio ha concorso alla realizzazione delle mostre di Guglielmo Carro (1913-2001), Antonio Discovolo (1874-1956), Enrico Imberciadori (1937), Giacomo Linari (1912-1993), Rino Mordacci (1912-2007), Renzo Ricciardi (1936) e Fabrizio Mismas (1948).

Nel giugno 2012 è stato nominato Socio Accademico dell’Accademia Lunigianese di Scienze “.G.Capellini”.

Iscritto all' Ordine Nazionale dei Giornalisti - elenco Pubblicisti dal 13/03/90;

Collaboratore dei quotidiani "Il Secolo XIX" (1988), "Avvenire", del periodico “Il Contenitore”, delle riviste “Le Voci”, “Arte e Fede”, “Il Porticciolo”, “Notiziario del Geometra e di testate on line. Ha collaborato dalla nascita sino al 2006 al settimanale “La Gazzetta della Spezia”.

Curatore della Donazione Cozzani-Goretti è membro del direttivo della stessa.

È tra gli autori di Limpide evocazioni, evento promosso nel 2005 dal Museo Lia, con un ampio testo sul dipinto “Compianto su Cristo morto” di Giovanni Busi detto Cariani, pubblicato nei “Percorsi tematici n.5”del Museo.

Socio fondatore della sezione spezzina dell’Unione Cattolica Artisti Italiani, ha curato numerose mostre dell’associazione, tra cui di rilievo quelle a tema sacro.

È stato curatore della mostra antologica, dedicata al pittore Francesco Vaccarone (Camec, dicembre 2011) e della retrospettiva, articolata in tre mostre, dedicata nel 2012-2013 allo scultore Rino Mordacci ed ospitata nel Museo Diocesano della Spezia.

Nel 2012 è stato nominato "Socio accademico" dell'Accademia Lunigianese di Scienze "G.Capellini". La Società "Dante Alighieri" della Spezia gli ha asse­gnato nel 2014 il Premio Lunigiana-Cinque Terre per la Critica. Dal 1994 è componente della giuria del Premio Internazionale di Narrativa Il Prione.

Nel 2015 gli è stato assegnato il Premio speciale alla Cultura “Frate Ilaro del Corvo”. È coautore del   volume monografico, edito nel 2014, sullo scultore Italo Bernar­dini (1905-1991). Un suo saggio sulla raccolta Trittico romano di Giovanni Paolo II è stato premiato e più volte proposto sotto forma di monologo.

Rivolge continuativa dedizione alla valorizzazione della pittura spezzina del passato e del presente con saggi, confe­renze e interventi pubblici.

Parallelamente all’arte rivolge interesse alla poesia con saggi, conferenze ed anche con una personale ricerca poetica. È autore delle sillogi Via Crucis, Via della Vita (2006) (premiata) e Sulla soglia del Paradiso (2014). Nel 2016 ha pubblicato la raccolta di saggi brevi Pagina 7 ed. è coautore del libro Mordacci a Sant’Anna (2017), entrambi per le Edizioni Il Porticciolo.

Curatore sin dal 1973 di innumerevoli mostre di arte contemporanea in sedi pubbliche e private. Rivolge particolare dedizione alla valorizzazione della pittura spezzina del passato e del presente con saggi, conferenze e interventi pubblici.

 

Interventi a convegni e conferenze svolte dal 2004

 

Trittico Romano di Giovanni Paolo II (2004 e seg.)

Gio Batta Valle, un protagonista della pittura spezzina (2004)

Lo sport nell’arte (2004-2007)

Pittura, ieri e oggi: parliamone (2005)

Antonio Discovolo, poeta del colore e della luce (2006)

Francesco Vaccarone, cinquant’anni con la pittura (2006)

Temi del Futurismo (2007)

Leonardo Lustig- scultore (2007)

La Natività nell’arte (2007)

Anni 50-60 – La ricerca artistica alla Spezia (2007)

Movimenti e tendenze dell’Arte contemporanea (2007)

Il Futurismo e il mito della velocità (2008)

Salvator Rosa, pittore maledetto (2008)

I materiali nell’Arte contemporanea (2008-2009)

Gli anni del Sindacato Artisti alla Spezia (2008)

Renato Righetti, protagonista del futurismo alla Spezia (2008)

La tradizione artistica spezzina (2009)

Lo sport nel cinema (2009)

La splendida stagione dell’Eroica (2009)

La svolta degli anni Sessanta-la Pop Art (2010)

Il Gruppo dei Sette (2010)

Rino Mordacci, un grande scultore amico dello sport (2010)

Volti femminili dell’arte dal XV al XVIII secolo (2011)

Volti femminili dell’arte dal XIX sec. alla contemporaneità (2012-2013-2014)

Lo sport diventa leggenda (2011)

Artisti spezzini nella Grande Guerra (2011)

Il tempo delle avanguardie (2011-2012)

I falsi Modì (2012)

Londra azzurra – Le Olimpiadi del 1908, del 1948 e del 2012 (2012)

La Chiesa e gli artisti (2012-2013)

Italo Bernardini, scultore (2013)

Mennea nella storia (2013)

San Giuseppe nell’arte (2014)

Il Palazzo delle Poste della Spezia e i mosaici ceramici di Prampolini e Fillia (2014)

Cinqueterre, Land art povera e/o spontanea?  (2014)

Santa Caterina d’Alessandria nella pittura (2014)

Stefano Mei: una lunga volata dalla Spezia al mondo (2014)

Biciclette nell’arte e nella letteratura (2015)

Giuseppe Bodrato-Biografia di un artista (2015)

Maria nella Divina Commedia (2015)

Guglielmo Carro e il portale in bronzo di S.Maria Assunta (2016)

Mille definizioni di arte (2016)

Charles Baudelaire, critico d’arte (2017)

Fiori nella pittura (2017)

Antonio Canova a Parigi (2017)

 

Pubblicazioni

Pagina 7

Edizioni del Porticciolo

Collana La Bussola

PREFAZIONE di Rina Gambini

 

Questa raccolta di articoli, che Valerio Cremolini ha pubblicato nell’arco di alcuni anni in un giornale locale, nasce dal duplice bisogno di offrirli in lettura ad un pubblico più vasto rispetto a quello riservato al “Contenitore” ed al contempo di preservarli dall’inevitabile dispersione. È uso comune, infatti, non conservare giornali e riviste, anche quando sono testimonianze di un tempo e di un luogo. L’autore, però, ha voluto che i suoi scritti, qui raccolti in successione cronologica, e non secondo gli argomenti trattati, siano salvati e custoditi, in quanto rappresentazione narrativa di un preciso momento della vita civile e sociale cittadina, e talvolta nazionale. I singoli articoli, che affrontano temi tra i più svariati, ma pur sempre legati all’attualità, partono da un evento, o un personaggio, contingente e sviluppano una sorta di storia più ampia, abbracciando vicende lontane, oppure rivisitando rapporti personali, quando si tratta di ricordare una personalità che ha lasciato il segno nella città. Avviene così che dalle pagine della bella raccolta di Cremolini, emergano le lunghe e travagliate storie di monumenti, chiese, musei, luoghi storici della Spezia, talvolta risolte felicemente, altre ancora faticosamente in divenire.

L’importanza di questa parte, come già detto non a sé, bensì frammista ad altri argomenti, è da considerarsi storicamente fondata e facente parte di un quadro di tutela di un patrimonio artistico e spirituale non certo indifferente, e orientata a far conoscere al lettore lo sviluppo di tale patrimonio, che spesso gli abitanti della Spezia ignorano o trascurano. Non dimentichiamo, del resto, che Valerio Cremolini è, prima di tutto, un appassionato cultore dell’arte e conoscitore attento di quella della nostra città, ed ha portato a termine da lunghi anni incarichi di critico d’arte commissionatigli da enti pubblici e privati artisti.

Da autentico esperto di storia dell’arte, dunque, l’autore porta avanti un segreto, non dichiarato anche se palese, progetto di avvicinare il grande pubblico alle opere artistiche di maggiore o minore importanza, agli scrigni che le conservano, alle curiosità ad esse legate. Sempre affinché la memoria si conservi, perché lo spirito di una città, il suo “genius loci”, risiede nel bello che la contraddistingue e che spesso la fretta del mondo moderno rende invisibile.

Soffermarsi e osservare: questo l’invito che l’autore rivolge tacitamente ai suoi lettori informandoli, incuriosendoli, rendendoli partecipi di una realtà che è di tutti e che tutti dovremmo amare.

Ci sono, poi, le pagine dedicate ai personaggi che hanno accompagnato la vita di molti di noi. Pagine di altra natura, più intime e personali, perché Cremolini, che li ha conosciuti a fondo e stimati con rispetto e fiducia nel loro operato, dichiara espressamente il suo affetto, la sua riconoscenza verso di essi. Sono quasi sempre i protagonisti della Spezia di ieri, gli uomini che hanno aiutato gli altri e che hanno amato la loro città. A costoro l’autore vuole rivolgere un doveroso omaggio rinnovandone e radicandone la memoria. Quando si tratti di persone ancora tra noi, l’atteggiamento affettuosamente riconoscente non muta, e l’intento è quello di farli conoscere meglio nel loro carattere e nel loro vero essere.

Che cosa troverà il lettore in questo libro?

La Spezia nella sua realtà più intima, che è poi quella dei suoi abitanti e di coloro che si impegnano per renderla degna di essere considerata bella, perché, tra colline e mare, bella la è senza ombra di dubbio, ricca di stimoli culturali, che le vengono dal suo glorioso passato e da un presente che cerca di superare gli ‘empasse’ dei cambiamenti epocali, in cerca di una identità moderna tra porto, turismo e salvaguardia della natura.

La Spezia è la vera protagonista di ogni pagina, anche quando, raramente a onor del vero, Cremolini si lascia sedurre dai fatti esterni: li commenta con la pacatezza e la lucidità di giudizio che gli è propria senza mai perdere di vista il ‘mondo piccolo’, per dirla con Guareschi, che si affaccia sul Golfo. E la sua scrittura, sempre precisa, circostanziata, attenta ai particolari, limpida e scorrevole, copre l’arco della recente storia spezzina con note di autentico amore per la sua città.

Donare agli spezzini questo libro è un atto di generosità letteraria, perché anche negli anni a venire resti vivo il ricordo di piccoli eventi (la grande storia è fatta proprio di piccoli eventi!) che costituiscono il vissuto autentico della città, che un tempo si perpetuavano nelle narrazioni familiari, ormai sempre più sporadiche perché soppiantate dai mezzi informatici e dalla mancanza di comunicazione e di ascolto. Eppure, è importante soprattutto per le giovani generazioni, conoscere il passato per comprendere il presente. Per questo motivo, la raccolta di Valerio Cremolini, dovrebbe costituire un testo utile anche a livello scolastico.

Con l’augurio che sia ampiamente compresa la sua importanza.

Rina Gambini

 

Mordacci a Sant'Anna

Acerbi, Borzone, Cremolini: Mordacci a Sant'Anna

Collana La Bussola – Le Edizioni del Porticciolo

PP. 152 – misura cm. 21,5 x 30,5

ISBN 978 88 96357 33 0

MAESTRIA E SENSIBILITÀ RELIGIOSA

di Valerio P. Cremolini

Già in altre occasioni mi sono occupato dell’esperienza artistica di Rino Mordacci (1912-2007), attualmente al centro della pubblicazione di un libro, dedicato esclusivamente alle sue sculture realizzate per la chiesa di Sant’Anna al Felettino, consacrata il 28 giugno 1986. “In questa chiesa - scrivevo - la mano e il cuore di Mordacci hanno plasmato una sequenza di opere che rivelano un ricco messaggio di spiritualità e di visibile bellezza, simboli della verità della fede e della contemporaneità del messaggio cristiano”. Le poche opere degli inizi della vita della chiesa, che incantavano per bellezza e qualità compositiva, valorizzando l’altare e la cappella del Santissimo, sono diventate negli anni decine e decine. Tutto ciò per la stima che il parroco don Italo Sommi ha sempre rivolto allo scultore, che, non teme di dichiarare, “è stata una vera fortuna incontrarlo”.

Il sacerdote rileva nella sua testimonianza che “l'isolamento di Mordacci, oltre che per cause esterne, fu causato soprattutto dal carattere dell’artista, quanto mai rigoroso nel concretizzare nella vita di tutti i giorni i profondi valori morali in cui confidava. Evitava di dar lezioni e di voltar le spalle alla sua epoca. Talvolta, seccato e risentito, non si perdeva in inutili polemiche. Seguiva sempre la sua strada, spesso indifferente a quel che succedeva intorno a lui”.

Mi sono impegnato con Pier Luigi Acerbi, conoscitore senza uguali della vastissima esperienza plastica di Mordacci, e Mara Borzone, storica dell’arte, accreditata di una visione a tutto tondo della ricerca artistica dal passato alla contemporaneità, a portare a buon fine il volume intitolato Mordacci a Sant’Anna. Il sommario del libro, documentato da numerose riproduzioni di opere e di fotografie dell’artista, ripreso a scolpire o in compagnia di colleghi, propone un saggio introduttivo della Borzone, autrice anche della biografia dello scultore; la disamina, curata da chi scrive, di una cinquantina di opere custodite nella chiesa; una  utilissima selezione di testi e di apparati sia bibliografici sia relativi alla collocazione di opere di Mordacci in sedi pubbliche, nonché le mostre personali e collettive attinenti la sua longeva testimonianza in compagnia dell’arte, dettagliatamente ricostruita.

“La narrazione - scrive la Borzone - è il carattere principale delle opere in Sant'Anna, che appartengono alla seconda fase della carriera artistica di Mordacci. Queste coprono un periodo di quasi quarant'anni (dal 1963 al 2001, se si esclude la Pietà, progettata nel '35 e fusa nel '95); ad eccezione di alcuni lavori slegati dal contesto, la maggior parte dei lavori è in forma di sequenza narrativa. Fra le più importanti, i rilievi dell'altar maggiore (1986), il Trittico (S. Venerio, la Madonna Regina Pacis e S. Bernardo, 1987), l'ambone (1988), gli scanni (1989), la Via Crucis (1990), l'armadio della Sacrestia (1990), il Fonte battesimale (1991), il Presepe (1992), le panche (1993), le sedie della Cappella del Santissimo (1995) e il Portale (2000-2001). Fra queste, nella Via Crucis la narrazione raggiunge un livello alto: i volti deformati dal dolore ricordano Giotto nella Deposizione degli Scrovegni a Padova, o Pietro Lorenzetti ad Assisi; i bassorilievi in bronzo sono costretti in una sagoma irregolare e complessa, ed eseguiti con tecnica sicura”.

Le pertinenti annotazione della studiosa valorizzano il profilo dell’autore, che ha immesso maestria e sensibilità religiosa in ciascuno dei numerosi lavori della chiesa di Sant’Anna. Sfogliando le pagine di questa apprezzabile pubblicazione - scrive il vescovo diocesano monsignor Luigi Ernesto Palletti - si coglie il legame di Mordacci con la Chiesa di Sant'Anna, dove Egli continua a vivere attraverso le innumerevoli opere realizzate sin dai primissimi momenti della sua edificazione. Credo si possa affermare - prosegue il presule - che in questa Chiesa Mordacci abbia gradualmente concretizzato un progetto unitario dal quale traspare l'autenticità dell'uomo, che ha saputo fondere con esiti eccellenti i contenuti dell'arte, della fede e della bellezza divina. Inoltre ha attualizzato l'importanza dei fecondi rapporti intercorsi tra la Chiesa e gli artisti, nel solco di quella consolidata amicizia resa più volte manifesta dalle benevoli parole del Beato Papa Paolo VI”.

Scorrere la letteratura critica dedicata a Mordacci è impresa quanto mai impegnativa, tanto essa è estesa e di rilevante qualità. Un giudizio diffusamente positivo emerge negli spunti critici espressi in tempi diversi, richiamati a mo’ di esempio.

Nel 1938 Gian Carlo Fusco afferma che “Mordacci ha i numeri per la più seria ed estimabile arte e crediamo di non sbagliare se ci attendiamo da lui magnifiche prove”; Furio Bonessio di Terzet si esprime nel 1953 sulla validità dell’opera scultore in legno, osservando che è “una materia che facilmente tradisce, che deve essere usata con estrema prudenza e che non ammette pentimenti; anni dopo, nel 1995, Germano Beringheli coglie “nell'importante corpus realizzato da Mordacci, la delineazione magistrale della composizione e l'intimo accordo fra immagine e struttura”.

Alcuni lavori dello scultore meritano particolare attenzione. Penso al grande Crocifisso scolpito in legno d’olivo, che per vigore espressivo è tra le opere più ammirevoli della chiesa; non diversamente, tra le opere dedicate a Sant’Anna, non sfugge il bassorilievo ligneo, che la celebra come patrona della maternità. Di grande interesse è l’elegante Croce astile, finemente plasmata e fusa in argento che rivela chiari riferimenti a Crocifissioni di secoli lontani, anche per il perizoma liscio, senza panneggio e molto coprente, accoglie Cristo con le braccia distese e il volto non reclinato. Trionfante sulla morte, raffigurata nel braccio inferiore della Croce con l’immagine del teschio, imago mortis, gode della protezione divina rappresentata dalla colomba, simbolo piuttosto diffuso nell’iconografia cristiana, che irradia la luce dello Spirito Santo. Le rose, segno di amore, scolpite sul braccio orizzontale evocano la corona di spine posta sul capo di Gesù.

Nella facciata del corridoio che conduce al salone parrocchiale non elude la vista di chi vi transita la magnifica Pietà giovanile, più sopra citata dalla Borzone, realizzata in gesso da Mordacci, rinvenuto anni dopo ed attualmente custodito nella sacrestia della parrocchiale di san Giovani Battista, sempre a Migliarina. Lo scultore aveva allora ventitrè anni. La Vergine Maria, che comunica un dolore intimo, in apparenza misurato, sostiene con avvertibile tenerezza il corpo di Gesù, esteriormente senza peso, appoggiato sulla sua spalla destra.  Più adulto rispetto a quello della Madre, il volto di Gesù è inclinato verso il basso. La commovente Pietà, densa di profonda spiritualità si caratterizza per la modellazione morbida ed essenziale e per lo sviluppo per linee verticali. Favorisce la complessiva leggerezza della scultura, la grazia della mano sinistra di Maria che accarezza l’analogo braccio di Gesù, mettendo in rilievo il suo forte amore.

Si entra all’istante in comunione con il tema interpretato da Mordacci, che, al pari di altri illustri colleghi, conferma come l’arte possa diventare una straordinaria forma di preghiera. Non è da escludere che, per quanto molto giovane, conoscesse la Pietà di Giovanni Bellini, capolavoro su tavola, oggi alla Pinacoteca di Brera a Milano, nel quale il celebre pittore veneziano, adotta il formato, cosidetto “a mezza figura”, ripreso anche dal giovane Mordacci nella sua Pietà, che, come in quella di Bellini, richiama l’affettuoso gesto della mano di Maria su quella del Cristo.

Mordacci a Sant’Anna è un libro che onora lo scultore e la dedizione di don Italo Sommi per la sua chiesa.

 

 

Saggi e altri testi

 

La Collezione “Cozzani”, teatro di infinite emozioni

di Valerio P. Cremolini

Dedico questo contributo al ricordo del professor Giorgio Cozzani, straordinario collezionista che ha donato con la moglie Ilda Goretti la sua smisurata raccolta comprendente ben 1156 opere tra dipinti, sculture e grafiche al Comune della Spezia, città nella quale ha visto la luce il 7 ottobre 1910. Il padre, ingegnere era un affermato imprenditore edile. Frequenta la scuola elementare, curiosa coincidenza, nello stesso edificio in seguito convertito nel CAMeC. Ha come compagno di classe Berto Lardera, poi diventato uno scultore di livello internazionale. “sperimentatore di appaganti soluzioni plastiche”.[1]

Studente di medicina nel 1928 all’Università di Bologna, si laurea nel 1934 a pieni voti, con dignità di pubblicazione della tesi. Dopo aver esercitato un periodo di assistente volontario ad Anatomia patologica viene chiamato dal preside di facoltà Leonardo Martinotti, ad assumere l’incarico di assistente di ruolo a Dermatologia, specializzazione che segnerà il suo futuro professionale di grande successo. Nel 1940, ufficiale di artiglieria, è inviato in Albania e in Grecia nell’isola di Cefalonia. Nel febbraio del 1944 è prigioniero nel campo di concentramento di Kaisersteinbruck, poco distante da Vienna, ed è operosissimo nell’assistere e curare i militari italiani.

Raccontava al riguardo: “Quando i tedeschi scoprirono che ero docente in Medicina mi trasferirono al lazzaretto. Con due medici e un cappellano curavamo tutti i feriti, senza fare differenza tra prigionieri e tedeschi, Quando arrivarono i russi, io e un infermiere rimanemmo con i 126 malati più gravi. Siamo riusciti a riportarne in Italia da Budapest, dove i russi ci avevano trasferiti, ben cento”.[2] Dal novembre del 1945 fino al 1975 è primario del reparto di Dermatologia dell’Ospedale Sant’Andrea della Spezia, dove in anni successivi crea un centro specialistico per ustionati. Muore il 13 ottobre 2002.

È merito di questo mecenate, appassionato di bridge, se la nostra città può oggi vantare un autorevole centro espositivo, quale è il CAMeC di piazza C. Battisti, destinatario dell’anzidetta collezione. Con le spettacolari mostre dello scultore svizzero Jean Tinguely (1925-1991) e dell’artista milanese Bruno Munari (1907-1998), sotto la direzione del critico Bruno Corà, il CAMeC è stato inaugurato il 22 maggio 2004.

Il sindaco Giorgio Pagano definì “la scelta di Tingely e Munari assai appropriata in considerazione del carattere delle opere dei due maestri, fautori di un macchinismo dell’arte che già il Futurismo aveva predicato”[3], mentre il curatore dell’evento affermò che “la loro opera non smette di esercitare la propria influenza sulle generazioni attuali”.[4]

Faccio un passo indietro. Ho seguito giorno dopo giorno, su cordiale e insistente richiesta del professor Cozzani, con l’amico, pittore Francesco Vaccarone, i vari passaggi che hanno condotto alla stipula dell’atto notarile della donazione “senza oneri”. Mi sono sentito particolarmente gratificato il 29 giugno 2004 nel presentare dinanzi ad un pubblico numeroso, insieme a Bruno Corà, Marco Ferrari, Marzia Ratti, il sindaco Giorgio Pagano e Carlo Caselli, presidente della Fondazione Compagnia di S.Paolo, il catalogo della collezione.[5] Ha fatto seguito il 4 maggio 2005 un ulteriore mio intervento in occasione della proiezione al CAMeC del video e dvd La Collezione Cozzani-Novecento Privato, curati dal regista Maurizio Sciarra e promossi dall’Istituzione per i Servizi Culturali in collaborazione con la Fondazione Compagnia di San Paolo, già sponsor del catalogo della collezione.

In entrambe le circostanze ho tracciato il profilo del donatore, definendolo persona intelligente, determinata, mai approssimativa. Una persona che ha amato l’arte in modo viscerale, subendone la folgorazione. E da quel momento l’arte ha trovato in Cozzani un insostituibile e fedelissimo alleato, che non mancava di visitare le più importanti rassegne, viaggiando in Italia e all’estero, mantenendo contatti non episodici con le gallerie più specializzate nei linguaggi della contemporaneità. “Se spedissimo su Marte la collezione del prof. Cozzani - sostenne Vaccarone con un’arguta ed efficace sintesi - i marziani avrebbero certamente una rappresentazione del gusto estetico di questo secolo sul pianeta Terra”.[6]

La stampa locale si occupò ripetutamente della donazione, che giungeva dopo quella di ingente valore dell’ingegnere Amedeo Lia, accolta nel museo di via Prione a lui intitolato.

Poche le voci di dissenso. Taluni, però, si spinsero ad esortare il donante a riprendersi i suoi quadri e a utilizzare i finanziamenti già disposti non per realizzare la Galleria d’arte moderna, che doveva sorgere in tempi certi nell’edificio dell’ex Tribunale, bensì un parcheggio o un asilo nido. Posizioni, comunque, soccombenti dinanzi ad altre più numerose di segno opposto, tra cui quella dell’ex sindaco Lucio Rosaia, che contestava la visione ideologica di chi “negava la funzione primaria della cultura - e in particolare di quella espressione cruciale dello spirito umano che è l’arte - nella vita collettiva”. “Dovremo dunque rinunciare - proseguiva Rosaia - alla Galleria d’arte moderna e rifiutare la donazione Cozzani? Ma questa sì che sarebbe un’autentica follia, poiché la collezione Cozzani è una grande collezione, che farebbe gola a qualsiasi città pensosa della propria dignità culturale e del proprio avvenire, civile ed economico”.[7]

Molti si unirono alle considerazioni dell’ex sindaco ed anch’io intervenni sulla stampa stigmatizzando che “sarebbe veramente imperdonabile, questo sì, rinunciare ad offrire alla città ed in essa alle giovani generazioni, le testimonianze artistiche del recente passato e del presente nella consapevolezza che l’arte conduce il cittadino ad ammirare con occhi non disattenti i luoghi in cui vive, a rivolgere maggiore cura al proprio quartiere, a godere dei propri beni architettonici (pochi o tanti) indagandone la rilevanza storica, artistica e umana”.[8]

Durante le celebrazioni organizzate a Genova dalla Soprintendenza per i Beni artistici e storici della Liguria e dal Fai (Fondo per l’ambiente italiano), per i 40 anni della donazione di Palazzo Spinola di Pellicceria allo Stato, si parlò delle forme di mecenatismo e vennero invitati al convegno per lodare i loro munifici gesti Giorgio Cozzani, Amedeo Lia ed Euro Capellini, la cui collezione di sigilli è esposta nell’apposito Civico Museo del Sigillo, inaugurato il 14 ottobre 2000.[9]

Il 9 luglio 1999 fui invitato dal sindaco Giorgio Pagano a commentare in Sala Dante, dinanzi ad un folto pubblico e al Consiglio comunale convocato in seduta straordinaria, le diapositive di una ventina di opere di famosi artisti presenti nella collezione, tra cui Felice Del Santo (Doge Boccanegra), Telemaco Signorini (Paesaggio con case), Alberto Magnelli (Composizione astratta), Ossip Zadkine (Nudo di donna), Filippo De Pisis (Natura morta), Jean Fautrier (Abstrait), Jean Dubuffet (Figure au basement bleu), Asger Jorn (Volti), George Baselitz (Figure capovolte), Anselm Kiefer (Foto con sovrapposizione pittorica), ecc., preceduto dall’intervento della storica dell’arte Rossana Bossaglia, che profuse significative considerazioni sul valore artistico della donazione. In quella circostanza venne illustrato dall’ingegner Claudio Canneti e dall’architetto Chiara Bramante il progetto del nuovo presidio espositivo e il sindaco Pagano consegnò ai coniugi Cozzani l’attestato di “cittadini benemeriti”.

 

Con l’ausilio della memoria mi piace trasferire ai lettori le sensazioni che ho avvertito nello scoprire il “tesoro” di Giorgio e Ilda Cozzani, che soltanto in piccola parte i visitatori del CAMeC hanno potuto ammirare, tanto esso è vasto, negli eventi espositivi di volta in volta proposti.

L’appartamento che ospitava l’intera raccolta, che ho definito “città dell’arte”,[10] emanava un’aura davvero indimenticabile che si insinuava in ogni dove, arricchendo di fascino e di mistero il percorso avvolgente, che si snodava nel salone e nelle stanze, fatto di arte e di emozioni, costruito negli anni dalla sapiente iniziativa di un uomo guidato dalla più schietta e insaziabile curiosità artistica. “Per Cozzani - scrive Mara Borzone - l’arte astratta non aveva segreti: quasi tutti i movimenti sono rappresentati nella sua collezione, anche i minori, o i meno duraturi, quindi sono la completezza della raccolta e la competenza del collezionista da segnalare più che il singolo pezzo”.[11]

Lo spalancarsi della porta d’ingresso dell’appartamento di via Tolone, irripetibile nella sua preziosa e grandiosa unicità, apriva agli occhi di chi ha avuto la fortuna di essere ospite in questo tempio spezzino dell’arte contemporanea uno scenario shoccante per il tripudio di sensazioni cromatiche e varietà di forme, offerto dalla vasta collezione, che affollava i vani della casa, che per me hanno rappresentato il riferimento automatico per individuare le opere in essi allineate.

Si aveva la percezione di trovarsi immersi tra qualcosa di inimmaginabile e di rabbrividente. Mi spiego con le stesse parole con cui Alvar Gonzàles-Palacios descrive la condizione di chi si pone dinnanzi ad un capolavoro, il quale “desta una sorta di imbarazzo, paragonabile a quello che si prova con una persona famosa, troppo bella o troppo intelligente”[12].

Il susseguirsi di immagini, di luci e di tonalità, e di ininterrotte sequenze di dipinti regalavano un inconsueto senso di ineffabile stupore, dinanzi alla meraviglia di un microcosmo in cui l’arte si è limitata ad entrare gradualmente, ma che negli anni è stato progressivamente pervaso ed impregnato delle suggestioni che pittura e scultura, nella loro eterogenee e sempre più spesso eccentriche espressività, sanno fornire a chi è in grado di catturarle e di farne tesoro.

È sconcertante come in casa Cozzani non esistesse un solo angolo in cui questo o quell’artista non abbia lasciato indelebile traccia del suo percorso creativo. Chi per la prima volta si addentrava in questa speciale galleria dell’arte restava a bocca aperta, non solo per la straordinaria qualità delle opere che tappezzavano le pareti, ma soprattutto per l’incommensurabile amore e dedizione che trasparivano da quello sconfinato patrimonio, che rappresentava la totale disponibilità di Cozzani, insaziabile cittadino della “città dell’arte”, a non rinunciare a comprendere i nuovi segni e le nuove immagini della ricerca artistica contemporanea.

Quello di Cozzani, è il condivisibile pensiero di Eleonora Acerbi, era “un interesse amplissimo, scevro da preconcetti o cogenti predilezioni, animato, piuttosto, dal desiderio di appropriarsi di ogni manifestazione ed esito ultimo delle arti germinati in ambito nazionale ed internazionale, conformemente  ad un’esigenza di puntualità documentaria davvero singolarissima”.[13] Egli, infatti, non si sentiva appagato delle prestigiose acquisizioni portate a buon fine, ma con instancabile zelo e mosso da una passione quasi totalizzante ha costantemente proseguito la sua interminabile ricerca, concretizzata in una collezione di altissimo spessore culturale e di straordinario valore documentario. Nei giorni in cui Cozzani decideva senza indugio di donare la sua raccolta, l’irrefrenabile entusiasmo lo portava ad acquistare due nuovi dipinti, che non hanno goduto il tempo e privilegio di essere collocati al fianco di altre tele. Ciò è quanto mai paradossale.

Accompagnato nella sua fervente vocazione dall’insostituibile moglie, custode di una memoria storica tanto viva quanto precisa egli ha costruito un’inestimabile dimora dell’arte, una casa dialogante, in cui curiosità ed eccentricità trovavano la migliore convivenza.

Simile ad un sipario teatrale la porta di via Tolone, nei giorni della notizia della donazione, si è spesso dischiusa sull’articolata scenografia, animata da innumerevoli protagonisti, per concedersi allo sguardo smarrito di amici e appassionati d’arte. Gli occhi del fortunato spettatore restavano folgorati dallo straordinario insieme e, solo in un secondo momento, l’attenzione si rivolgeva sui singoli protagonisti, nel tentativo di ricondurre le opere ai singoli autori e soprattutto di catturare l’essenza delle differenti prospettive artistiche, di cui Cozzani era padrone.

Non di rado, il silenzio prevaleva su qualunque commento. Silenzi di ammirazione, saturi di voglia di conoscere, giustificati dal desiderio di non disturbare la pacata, ma intensa vita di quella “città dell’arte” di cui era da privilegiati esserne parte. Una città la cui chiave di successo era insita nell’esaltazione delle individualità e delle differenze, che non prevaricavano l’una sull’altra, ma si arricchivano e si esaltavano vicendevolmente.

Il senso di libertà e di autonomia, il gioioso eclettismo che pervadevano l’intera collezione, evocavano la libertà che qualifica l’operatività ponderata, ma anche estrosa e, talvolta, fortemente dissacrante, degli artisti. Nella ordinata caoticità di casa Cozzani si toccava con mano lo sterminato pianeta dell’arte contemporanea, rappresentato da dipinti e sculture a ciascuna delle quali era assegnato uno specifico protagonismo. Ogni acquisizione vantava una storia unica e talune, per la narrazione che ne faceva con soddisfazione il collezionista, erano considerate alla guisa di vere e proprie conquiste.

Quanto a gusti, Cozzani non era un moderato ed il suo esaltante vagabondare tra stili e tendenze emergeva nella ricca raccolta, il cui cuore pulsava delle novità partorite dai linguaggi sperimentali, ormai da tempo consacrati nella storia dell’arte del secolo scorso, quali l’Informale, la Pop Art, il Minimalismo, l’Arte povera, la Body art, il Concettuale, la Transavanguardia e così via.

Dal 15 giugno 1998, per varie settimane, predisponemmo con Vaccarone, non senza fatica fisica e mentale, l’inventario della collezione, quale allegato indispensabile per l’atto di donazione, rogitato dal notaio Francesco Ceroni il 14 dicembre dello stesso anno. Di comune intesa, per procedere a tale incombenza del tutto volontaria, avevamo individuato nella fantasiosa “città dell’arte” di casa Cozzani, compresa la non trascurabile appendice di salita Quintino Sella (già studio medico del professore), una dozzina di spazi dei quali, nonostante il tempo trascorso, non mi è difficile ricordare con un necessario sforzo della memoria le opere più significative che vi erano collocate. Ne ripercorrerò alcuni.

Centonove opere, di cui ben ventitré sculture, all’ingresso dell’appartamento riservavano agli ospiti di casa Cozzani un’accoglienza stupefacente. Indimenticabile era lo sguardo d’insieme, che poi sostava lungamente sull’una o sull’altra opera (dipinto, scultura, grafica). Ad un benvenuto tanto caloroso, immersi tra una frenetica ed inattesa creatività dispiegata tra scelte sempre di qualità, non era assolutamente possibile non corrispondere ogni volta parole di sincera sorpresa e di entusiastico apprezzamento.

Qualche decennio fa soltanto le riviste e i testi specialistici citavano i nomi degli artisti, di cui, quasi miracolosamente, potevo ammiravo, così da vicino, le loro opere. È impossibile elencarli, ma tutti mi arrecavano un senso di inattesa felicità e di conquistata confidenza per essere entrato nel loro vissuto. Così è stato, ad esempio, per Robert Morris, Jean Dubuffet, Lyn Chadwick, Kennet Armitage, Franz Wotruba, Gordon Matta Clark, Marina Abramovic, Giulio Paolini, Dan Flavin. Ma ogni ambiente custodiva presenze di spessore internazionale. È riduttivo citare solo pochi nomi e, scusandomi per l’esemplificazione, scorgo tra le pareti del corridoio Georg Baselitz, Jörg Immendorff, Max Bill, Kengiro Azuma, Ossip Zadkine, Agostino Boetti, Piero Manzoni, Mimmo Rotella e nell’adiacente, spazioso salone, occupato da oltre centotrenta opere, autorevoli figure del Novecento italiano (Aligi Sassu, Ottone Rosai, Mario Sironi, Arturo Tosi, Mino Maccari, Filippo Depisis, Mario Tozzi, Virgilio Guidi, Fiorenzo Tomea, Renato Guttuso, Remo Brindisi, Giuseppe Zigaina, Ugo Attardi, Pericle Fazzini, Mirko Basaldella). Poi, ancora un angolo di prelibato ‘800, con Telemaco Signorini, Silvestro Lega e Agostino Fossati; gli espressionisti tedeschi della Brücke e quelli esuberanti del gruppo Spur (Lothar Fischer, Heimrad Prem, Helmut Sturm, Hans Peter Zimmer), acquistati nel 1963 a Venezia dopo aver visitato a Palazzo Grassi la mostra veneziana Visione-colore. Cozzani rivelando una buona dose di stravaganza aveva steso sui soffitti le tele di grande formato e zeppe di colore.

Nel vano Farmacia, così denominato per l’imponente e importante mobile antico, adibito in altra sede a tale attività, si faceva notare il curioso Televisore dell’artista americano, di origini coreana, Nam June Paik, indiscusso protagonista della Video Art, frequentatore di Fluxus e pertanto interessato a travolgere i convenzionali confini dell’opera d’arte. L’artista coreano condivideva la stanza con Enrico Baj, Wilfredo Lam, Thomas Schutte, Piero Dorazio, Ennio Morlotti, Enrico Scanavino, Gastone Novelli, Achille Perilli e con Franco Francese, autore di un indimenticabile dipinto, intitolato Notte d’amore rossa, acquistato nel 1960 alla XXX Biennale Internazionale d’Arte di Venezia.

Nello studio di Cozzani, anch’esso gremito, non sfuggivano allo sguardo le testimonianze degli animatori del Gruppo Cobra, Karel Appel, Guillaume Corneille, Pierre Alechinsky, Jasper Jorn, e quelle, ne cito solo alcune, di Fortunato Depero, Alberto Magnelli, Max Ernst, Hans Richter, Victor Brauner, Sebastian Matta, Wilfred Lam, Graham Sutherland, Antoni Tapies, Mario Radice e Man Ray. Dell’esponente del Surrealismo attraeva non poco la magnifica La prière, singolare fotografia del 1930 che riprende l’armonico fondo schiena di una modella in posizione raccolta. Per altri motivi invogliava il Book in legno dello scultore minimalista Richard Artschwager, che Cozzani pare stia sfogliando nella fotografia riportata nella copertina del video in precedenza citato.

Il mio itinerario prosegue nello spazio antistante la camera da letto e successivamente nella camera stessa. Si distinguono, tra gli altri, i segni della creatività di Gilbert &Gorge, Gina Pane, Gilberto Zorio, Marcus Lupertz, Emilio Vedova, di Lucio Fontana, Jean Fautrier, Louise Nevelson, Hans Hartung, di Sandro Chia, Mimmo Paladino, Luigi Ontani, Aldo Mondino e Mark Kostabi. Altrettanto indelebile è il colpo d’occhio sulla stanza da bagno con oltre trenta opere, che disorientavano i modesti frequentatori delle cose d’arte, ma incantava chi, al contrario, era buon conoscitore dell’arte contemporanea. Ed allora eccoci di fronte a eloquenti pagine della Pop Art con Robert Indiana, Andy Warhol, James Rosenquist, Tom Wesselman, Claes Oldemburg, Joe Jones, Jim Dine; allo Scimpanzé di Michelangelo Pistoletto e alla Tavola imbandita di Daniel Spoerri; alla Frutta di Concetto Pozzati e ad una litografia di Christho, artista bulgaro che impacchetta monumenti ed altro.

Per completare questo tragitto dovrei soffermandomi anche sugli altri vani di casa Cozzani, altrettanto affollati di presenze molto autorevoli. Eccone alcune: Agostino Bonalumi, Giuseppe Santomaso, ancora Lucio Fontana, Claudio Verna, Mino Maccari, Antonietta Raphael Mafai, Alberto Sughi, Victor Brauner, Karl Hubbuch, Cesar, ma l’elenco è davvero lungo.

Non mi è possibile sostare sul voluminoso e pregevole contenitore con oltre duecento lavori riferibili a varie tecniche grafiche. Tra di esse non mancano le xilografie originali e gli ex libris del nostro Emilio Mantelli. In quella pesante cartella s’incrociavano differenti linguaggi, entrati non da comprimari nella vita di Cozzani, il quale, amando l’arte contemporanea, aveva intuito quanto dell’arte non dovesse andare disperso.

Anche nello studio professionale di scalinata Fossati erano collocate opere scelte. Tra di esse incantavano due oli di Vincenzo Frunzo (Lavandaie e Donna) e uno strepitoso dipinto del 1933 di Giuseppe Caselli, intitolato Casa di tolleranza.

Con Caselli, Frunzo e i già citati Agostino Fossati, Felice Del Santo ed Emilio Mantelli, sono rappresentati nella vasta collezione, mi scuso per eventuali involontarie omissioni, i seguenti pittori e scultori spezzini: Eugenio Brandolisio, Augusto Magli, Ercole S. Aprigliano, Berto Lardera, Gino Bellani, con più opere, Rino Mordacci, Giacomo Porzano, Enzo Bartolozzi, Pietro Rosa, Giancarlo Calcagno, Gino Patroni, con sette ironici pennarelli su carta, Angelo Destri, Mauro Manfredi, Fernando Andolcetti, Claudio Ambrogetti, Mauro Fabiani, Cosimo Cimino, Francesco Musante e Francesco Vaccarone

Soltanto la motivazione culturale ed il piacere estetico hanno spinto Cozzani a costituire una raccolta di tale imponenza, senza mai inseguire prestigio o mire speculative. Comprendeva che l’arte, pur in anni difficili, pur sottoposta a inevitabili mutamenti, non era assolutamente estranea alla società, che ne ha trovato non poco giovamento sul piano della crescita culturale. Sono dell’opinione che gli anni trascorsi da Cozzani, visitando centri espositivi in Italia e all’estero, incontrando artisti e galleristi, acquistando ed inseguendo opere, siano stati anni molto felici e tale senso di benessere ha contagiato noi tutti, che alleniamo la nostra sensibilità per meglio apprezzare la bellezza, la creatività, l’ingegnosità, talvolta anche estrema, di artisti del passato e del presente.

Moltissimo si deve al professor Giorgio Cozzani se oggi abbiamo il Centro d’Arte Moderna e Contemporanea, prestigioso presidio che custodisce con la sua collezione l’infinito amore per l’arte e per La Spezia. Gli venne chiesto: “Perché ha deciso di donare la collezione?”. La sua risposta, senza alcuna titubanza, fu la seguente: “Perché mi piaceva farlo. Ma non mi aspetto gratitudine dalla città”.[14]

 

Da Rivista IL PORTICCIOLO – n° 27 dicembre 2016

 

 


[1] Valerio P. Cremolini, Berto Lardera, un protagonista della scultura del Novecento, Arte e Fede–Informazioni U.C.A.I.,  Roma, n.16, 2003, p.17. L’articolo richiama la mostra Lardera tra due mondi, allestita nelle sedi del Museo Diocesano e della Palazzina delle Arti della Spezia, inaugurata il 22/09/2002.

[2] Andrea Luparia, Un medico il nuovo mecenate, La Nazione, Cronaca della Spezia, 1/05/1998, p.I.

[3] Giorgio Pagano, Catalogo della mostra Tinguely e Munari-Opere in azione, Edizioni Gabriele Mazzotta, Milano, 2004, p.6.

[4] Massimiliano Tonelli, Corà nel Golfo dei Poeti, Exibart, 14/06/2004, p.24.

[5] AA.VV, La collezione Cozzani, Arti grafiche Amilcare Pizzi spa, Cinisello Balsamo  (MI), 2004.

[6] Renzo Raffaelli, La Spezia dei tesori, Il Secolo XIX, Genova, 01/05/1998, p.25.

[7] Lucio Rosaia, Collezione Cozzani gran regalo alla città, Il Secolo XIX, Cronaca della Spezia,  07/05/1998.

[8] Valerio P.Cremolini, Con i musei non crescono le ciminiere, Il Secolo XIX, Cronaca della Spezia, 24/05/1998, p.30.

[9] Giuliana Manganelli, Professione altruisti d’arte, Il Secolo XIX, Genova, 31/05/1998.

[10] Valerio P.Cremolini, La città dell’arte, Le Voci - Quaderni di AIDEA La Spezia, n.4/2005, p.17.

[11] Mara Borzone, Camec, i maestri in vetrina, Il Secolo XIX, La Spezia, 31/01/2005, p.16.

[12]Alvar Gonzàles-Palacios, Il cavaliere nero al Poldo Pezzoli, in  Il Sole 24 Ore, Milano, 10/10/2004.

[13] Eleonora Acerbi, Amare l’arte contemporanea, in POLIS, Milano, n.17, 1999, p.114.

[14] Renzo Raffaelli, Parla il mecenate che ha donato un tesoro alla città, Il Secolo XIX, Cronaca della Spezia, 01/05/1998, p.17.

 

Di ritorno da Bayreuth

di Valerio P. Cremolini

Della città di Bayreuth conoscevo pochissimo. Sapevo che da alcuni anni era gemellata con La Spezia e che nella stagione estiva ospita un importante Festival wagneriano. Ma, nulla di più. Poi, le inattese trasferte, nel novembre 2003[1], in rappresentanza dell’Istituzione dei Servizi Culturali, ed ancora nell’aprile del 2004 con Marzia Ratti per allestire la mostra del bravissimo artista spezzino Enzo Bartolozzi, mi hanno consentito di introdurmi nel cuore di questa bella e ordinata città, ieri dell’Alta Franconia, oggi della Baviera.

Non nascondo che quando visito luoghi più o meno lontani, riesco quasi sempre a entusiasmarmi e mai pecco di partigianeria nel ritenere la mia città più graziosa e più interessante. Così è stato per Bayreuth. Ne ho immediatamente apprezzato gli eleganti palazzi, la diffusa pulizia di strade, di marciapiedi e il traffico non caotico. Un assetto urbano tanto diverso da molte strade spezzine, intasate di automobili e autobus, dai marciapiedi dissestati, cosparsi di cartacce e, spesso, di sgradevoli testimonianze del passaggio di cani e dei loro incivili proprietari. Anche gli amministratori comunali, ripetutamente incontrati in quei giorni di lavoro e di piacevole svago, mi hanno dimostrato spontanea cordialità.

In entrambe le occasioni, il buon ricordo del gradito soggiorno, ospite dell’Hotel Goldener Hirsch, ha notevolmente ridimensionato l’innegabile disagio dovuto alla notevole distanza (oltre novecento chilometri) che separa La Spezia dalla città tedesca. Bayreuth mi è piaciuta e non esagero ad affermare che quanto ho ammirato è entrato in me al punto di appartenermi. Temendo, tuttavia, che possa cadere nell’oblio, amo rivivere ogni tappa in questo diario di viaggio, certamente lacunoso.

Un depliant pubblicitario propone Bayreuth come città nella quale convivono severità e intimità, semplicità e monumentalità, case sobrie e palazzi signorili; città di artisti che non ha smarrito lo spirito immortale del poeta Jean Paul (1753-1856) e dei grandi Richard Wagner (1813-1883) e Franz Liszt (1811-1886), padre di Cosima (1837-1930), seconda moglie di Wagner. La città vanta una buona Università frequentata da oltre ottomila studenti e un’invidiabile rete costituita da ben diciotto musei che promuovono la storia e la cultura del suo passato, nonché l’attenzione sul presente.

Bayreuth è una città bavarese di circa 75mila abitanti, situata storicamente nella regione della Franconia. La sua storia inizia nel 1194 ed è contrassegnata dal potere esercitato per mezzo millennio dagli Hohenzollern. Margravio era l’appellativo di chi governava il territorio e questo titolo, con cui ho fatto confidenza, risuonava molto spesso negli interventi delle competenti guide che mi hanno accompagnato tra il passato di Bayreuth, città tormentata da sanguinose guerre, compresa quella dei “trent’anni”, e dalle pesantissime perdite causate dalla terribile pestilenza del 1602.

Sarà il margravio Christian (1581-1655) a guidare nel 1603 la trasformazione di Bayreuth, dove viene trasferita la sede del Margraviato dalla vicina Kulmbach, di cui ho visitato il possente castello di Plassenburg.

Le gentili accompagnatrici hanno dedicato particolare riguardo alla figura del margravio Friedrich (1711-1763) e della moglie Wilhelmine (1709-1758), sorella di Federico il Grande di Prussia (1712-1786), donna sensibile alle arti ed alla letteratura, amica di Voltaire (1694-1778). I sovrani assumono il potere nel 1735 e per Bayreuth seguono anni di grande splendore, abbellita da lussuose residenze e da edifici dediti alla cultura, quale l’Opera dei Margravi[2], tuttora annoverato come il più bello tra i teatri barocchi d’Europa, inaugurato nel 1748 in occasione del matrimonio della figlia di Wilhelmine, Friederike Sophie (1732-1780) con il duca Carlo II Eugenio di Wurttemberg (1728-1793). È un teatro di eccezionale bellezza, frutto dell’ingegno dell’architetto Joseph Saint Pierre (1709-1754) e della sensibilità della margravia Wilhelmine, raffinata amante del bello. Se la facciata dell’Opera è apprezzabile, l’interno è stupefacente. Sono rimasto per lungo tempo senza parole. Il solo aggettivo che affollava la mia mente: era meraviglioso. Mi ritengo fortunato nell’aver ammirato qualcosa di veramente irreale.

Nella sontuosa eleganza del teatro non poteva mancare il prestigio dell’arte italiana: Giuseppe Galli da Bibiena (1696-1756) e il figlio Carlo (1725-1780) sono, infatti, gli artefici di tale gioiello. Questa straordinaria famiglia bolognese annovera Ferdinando (1657-1743), Francesco (1659-1739), Giuseppe, Antonio (1700-1774) e Carlo (1700-1760), incontrastati dominatori in Italia e all’estero nel campo dell’architettura teatrale. Tornato alla Spezia ho sfogliato più libri con il rammarico di non averlo fatto a suo tempo. Avrei certamente interagito con le informazioni della guida, ma, forse, non avrei goduto il sorprendente spaesamento procurato da quella inedita sensazione, che mi ha completamente catturato nel primo pomeriggio del 14 novembre 2003.

Giovanni Maria Galli (1625-1665) è il capostipite dei Bibiena. I figli Ferdinando e Francesco lavorano per il duca di Parma e Piacenza, per Carlo VI alla corte viennese e poi in Francia e in Inghilterra. Ferdinando innova la prospettiva, non più fondata sugli assi centrali, ma sulla disposizione obliqua degli stessi, nota come “prospettiva per angolo”. Francesco, dopo gli operosi ed acclamati soggiorni in terra straniera, al suo rientro viene nominato direttore dell’Accademia Clementina di Bologna. Tre dei quattro figli di Ferdinando, Alessandro (1687-1769), Antonio il già citato Giuseppe proseguono con successo l’attività paterna. Si deve ad Alessandro Galli la costruzione del castello di Mannheim, mentre Giuseppe con il padre e poi con il figlio Carlo raccoglie successi nelle città dell’impero austriaco. Anche Antonio Galli, non meno dei fratelli, vanta una significativa carriera come pittore ed architetto in Italia (Teatro La Pergola di Firenze, Teatro Comunale di Bologna), Austria e Ungheria. Il figlio di Francesco, Giovanni Carlo (1717-1760) lavora in Portogallo alla corte del re, progettando il Teatro Reale di Lisbona.

La talentuosa famiglia di scenografi, architetti e decoratori teatrali, molto ben remunerata, ha seminato meraviglie ovunque. Giuseppe e Carlo, padre e figlio, hanno lasciato a Bayreuth un segno incomparabile della loro creatività e soltanto la fama acquisita sul campo li ha condotti ad eseguire importanti commesse presso il re di Prussia, in Francia e in Russia, alla corte di Pietroburgo. Nel dicembre 2000 la Pinacoteca nazionale di Bologna ha ospitato la mostra I Bibiena, una famiglia europea. Ne ho trovato traccia in un articolo che avevo conservato di Fabrizio Magani, intitolato Un genio da zingari. L’esperto storico dell’arte scrive che “i Bibiena hanno rappresentato una vera e propria dynasty dell’architettura progressiva tardo barocca (e dei suoi ornamenti), capaci di avventurarsi da Bologna nelle principali capitali europee”[3].

La visita del Teatro dell’Opera di Bayreuth è quanto di più suggestivo si possa incontrare. Il buio della sala è trafitto di tanto in tanto da morbidi raggi di luce diretti sugli ori degli stucchi del ricco soffitto, dei palchi e della scena, raggiunta da una sequenza di immagini, tra cui quelle del margravio e della moglie. Una voce racconta la storia del teatro e delle vicende della casa reale. Lo stupore partorito dal geniale virtuosismo dei Bibiena e dall’intelligente utilizzo della moderna tecnologia raggiunge vertici altissimi. Quando mi si chiede se Bayreuth ha palazzi importanti il pensiero corre subito al teatro di Guglielmina e vorrei riuscire davvero a trasferire l’intensa emozione che esso mi ha suscitato.

Nella mia seconda visita a Bayreuth l’incanto non è per nulla scemato. Le opere d’arte, infatti, hanno una dignità che il tempo non cancella e il grandioso estro di Giuseppe e Carlo Bibiena continuerà a suscitare interesse di generazione in generazione.  Non esitarono, a proposito, nel 1994 i produttori del film Farinelli, sulla vita Carlo Broschi (1705-1782), celebre soprano napoletano del ‘700, ad utilizzare il teatro per girarvi alcune scene.

Prima di scoprire questo preziosissimo scrigno dell’ingegno artistico italiano, ho avuto, per la verità con pochissimo preavviso, l’onere e l’onore di introdurre nel salone della Sparkasse (Cassa di Risparmio) di Bayreuth una collettiva di diciassette artisti locali e spezzini, precedentemente proposta alla Spezia nel Foyer del Centro “S.Allende”. L’esposizione Neue Vorspiele zu Wagners Rhiengold (Nuovi preludi wagneriani) ricordava il breve soggiorno spezzino del grande compositore tedesco, ospitato centocinquantanni prima presso la locanda L’Universo di via Prione, proveniente da Genova dopo un faticosissimo viaggio via mare. È accertato che durante la notte del 5 settembre 1853 Wagner ebbe l’ispirazione del motivo introduttivo dell’Oro del Reno. Anche Richard Wagner, come altri pittori e scrittori stranieri, che rimasero sbalorditi dalla bellezza del nostro golfo, vanta un tocco di spezzinità, di cui mi sento orgoglioso.

I viaggi si compongono spesso di più tappe ed ognuna di esse ha quasi sempre buone ragioni per essere apprezzata. Ne ho segnalate due, ma il Museo Storico, il Museo d’Arte Moderna, il Parco Fantaisie, il castello di Plassenburg nella cittadina di Kulmbach (a Hans Castorp, protagonista del romanzo La montagna incantata di Thomas Mann (1875-1955) sviene servita birra prodotta in questa cittadina), il Museo della Ceramica di Thurnau e il Museo“R.Wagner”. Non sono passati inosservati ai miei occhi la visita della città di Bamberg e soprattutto del suo Duomo.

Il Museo Storico, adiacente alla cattedrale gotica, è piuttosto recente. Risale al 1996 e propone nelle numerose sale importanti documenti sullo sviluppo culturale, economico e sociale della città. C’è materiale in abbondanza per gli studiosi, ma mi ha incuriosito l’esposizione di biciclette d’epoca in legno e ferro, ottimamente conservate, per il cui utilizzo occorreva tanta abilità. Nel giorno della mia visita il museo proponeva la mostra della fotografa tedesca Sieglinde Sammet (1898-1940), donna dalla scarsa femminilità (questa è la mia impressione), particolarmente appassionata di motociclette e politicamente vicina al regime, stante le numerose fotografie dedicate a Hitler.

Reputo un graditissimo regalo del mio soggiorno a Bayreuth la retrospettiva allestita nel Museo d’Arte Moderna (già sede del municipio) del grande scultore Ernst Barlach (1870-1938). Con Elsa Belsito non ho indugiato ad approfittare di tale opportunità, mostrando tanta attenzione alle precise spiegazioni della direttrice Marina von Assel. Innumerevoli disegni ed altrettante sculture in bronzo inducevano ad approfondire la conoscenza del percorso di questo illustre artista tedesco, nel cui rabbioso realismo espressionista ha fissato i drammi di un’umanità emarginata e senza speranza. La sua “opera”, testimonianza di un convinto dissenso politico, fu condannata dal regime e compresa tra la nota “arte degenerata” bandita dai nazisti. Dinanzi ai bronzi di Barlach sfilavano nella mia mente i protagonisti di quella esemplare stagione. Ed ecco George Grosz (1893-1959), Otto Dix (1891-1969), Rudolf Schlichter (1890-1955), Karl Hubbuch (1891-1979), artisti che si sono conquistati tanto spazio nella storia dell’arte del XX secolo. Avevo letto pregevoli pagine su Barlach. Lo studioso Kurt Martin (1899-1975) non indugia a sottolineare che in Barlach c’è “l’afflizione e la morte, la passione, la vendetta, la disperazione e la fuga, la solitudine, la profonda meditazione, la devozione e l’attesa”. La mostra di Barlach vorrei che un giorno potesse essere trasferita alla Spezia. Raccoglierebbe molto successo. La direttrice, nel riferire che il museo dispone di un ampio e importante fondo di opere di artisti espressionisti - in gran numero quelle di Max Beckmann (1884-1950), anch’egli stimatissimo esponente di una pittura accentuatamente cruda - ha manifestato immediata disponibilità a collaborare con l’Istituzione per i Servizi Culturali per condividere una futura iniziativa.

Alla sera, rientrando al Goldener Hirsch, ho ripensato lungamente alle scoperte della giornata, meritevoli di essere considerate e non freddamente archiviate. Così è stato e senza fretta le ho ripassate ad una ad una, non tralasciando la lapide collocata all’ingresso della moderna Rathaus alla memoria degli oltre mille cittadini caduti sotto i bombardamenti delle forze alleate, che nel 1945, poco prima della fine del conflitto, distrussero gran parte della città, sino ad allora rimasta indenne. Avevo ragione a pregustare le sorprese che mi attendevano il giorno successivo.

La mattinata, piuttosto rigida, prevedeva la visita del Palazzo Fantaisie. Il maestoso edificio, abitato un tempo dalla margravia Wilhelmine, era chiuso ma ciò non ha impedito l’accesso ai pittoreschi giardini, che si distendono tra numerose varianti su una vastissima area. Altri parchi vanta Bayreuth, che assegna grande importanza al verde pubblico, curato con amore e gestito con invidiabile professionalità. L’esperta guida, un’autorità in materia, ne ha elencati alcuni (Hofgarten, Eremitage, Festspielpark, ecc.) mentre, silenziosamente, avvertivo una sensazione di invidia.

Un agevole tragitto stradale ci ha condotti a Kulmbach per ammirare il castello di Plassenburg. Una guida dalla voce squillante metallica ci illustra la storia della fortezza ed il contenuto (moltissime le armi) delle vetrine. Ritengo sorprendente la collezione considerata la più grande del mondo, comprendente oltre trecentomila soldatini di stagno e piombo negli abiti del tempo, disposti negli assetti di famose battaglie. È consuetudine lasciare il castello portando con sé come souvenir figurine piatte in stagno, antesignane di quelle più spesse di epoca successiva.

A Thurnau siamo accolti dai titolari del laboratorio di ceramica Renner che proseguono con successo la tradizione della famiglia, accreditata di una propria manifattura. Interessato, seguo la modellazione dell’argilla che il signor Renner effettua con destrezza e, simpaticamente, c’è chi accoglie l’invito ad emularlo. Ovviamente, con scarso successo. La città vanta un Museo della Ceramica, che documenta un’ampia varietà di manufatti realizzati dagli artisti delle più affermate fabbriche ed il magnifico castello è sede dell’Istituto di Musica Teatrale dell’Università di Bayreuth.

Sono circa le nove di sera di domenica 16 novembre quando scendo dal pullman in piazzale Kennedy. Sono ancora in tempo per festeggiare il mio compleanno.

Lunedì 29 marzo 2004 torno a Bayreuth, questa volta con Marzia Ratti, direttrice dell’Istituzione per i Servizi Culturali, per allestire e partecipare all’inaugurazione della mostra personale dedicata al pittore spezzino Enzo Bartolozzi.

Non manca il tempo per scoprire altre preziose gemme di Bayreuth, ma anche per ammirare ancora una volta il superlativo Teatro dell’Opera, facendomi nuovamente rapire dal suggestivo e armonioso gioco di luci e di ombre, sapientemente proiettate all’interno.

C’è ancora la possibilità nel pomeriggio di ritornare al Museo d’Arte Moderna, che ospita la mostra Durch Adstraktion zum Symbolhaften (Dall’astrazione al simbolismo), dedicata ai pittori Caspar Walter Rauth (1912-1983) e Hubert Berke (1908-1979), rappresentati da un nutrito numero di opere, caratterizzate da un linguaggio tendenzialmente non figurativo. Entrambi gli artisti esprimono un approccio molto personale al surrealismo, accentuando liberamente nello spazio linee e colori che suggeriscono percorsi che investono il sogno e la realtà, il visibile e l’invisibile.

In più occasioni Richard Wagner (1813-1883) è stato puntualmente testimone della mia permanenza a Bayreuth, eletta a "città di Wagner", meta obbligata negli itinerari dei più raffinati appassionati di musica, che non mancano di raggiungerla, almeno una volta nella vita, per essere presenti all'annuale Festival, rigorosamente dedicato alle musiche del geniale compositore, che si svolge tra luglio e agosto nella Festspielhaus. Fu lo stesso Wagner a promuovere nel 1876 questo grande evento per diffondere la conoscenza delle sue opere, imponendo prezzi popolari e la gratuità per i meno abbienti. Oggi è sempre più difficile prenotare un posto, il cui costo è tutt’altro che economico.

 

Avvolto dal fascino wagneriano, memore delle poche ore in cui nel 1853 respirò l’aria della mia città, ho visitato la residenza di Villa Wahnfried, sede del Richard Wagner Museum, nel cui giardino egli riposa con la moglie Cosima. Tra i numerosi cimeli (biblioteca, pianoforte, spartiti, documenti epistolari, ecc.) mi hanno sorpreso per la loro dimensione gli abiti del musicista, di statura molto bassa, surclassato in altezza dalla moglie.

Alla partenza per Bayreuth non prevedevo di visitare Bamberg, città “patrimonio dell’umanità”. L’escursione, opportunamente suggerita da Marzia Ratti, mi ha consentito di apprezzare in una bella mattina di sole la splendida città bavarese, situata sul fiume Regnitz, che la divide tra la città alta e quella bassa, dove un angolo particolarmente pittoresco costituito da case di pescatori ne legittima la denominazione di piccola Venezia. Dopo pochi passi nella città bavarese mi sono trovato dinanzi ad una testa colossale di Igor Mitoraj (Oederan, 1944)[4], scultore che nelle sue opere richiama la bellezza delle linee pure del mondo classico. Avevo già ammirato gli affascinanti volti volutamente incompleti di Mitoraj e, pertanto, ho avvertito la sensazione di trovarmi in un luogo conosciuto. Così non era, anche se quando sono entrato nell’imponente duomo dalle quattro torri, costruito nel 1215, di fronte alla purissima immagine medievale del Cavaliere sporgente da una colonna della maestosa e antichissima chiesa, non mi è appartenuto alcun senso di estraneità.

 

Conoscevo il Cavaliere, per averlo ammirato su alcune pubblicazioni e lo stupore diffuso da questo capolavoro visto da vicino ha toccato vette altissime. Credo che analogo incanto deve aver subito l’insigne scultore Marino Marini (1901-1980), che pur con altre finalità espressive ha tenuto ben presente nella sua ricerca plastica il ritratto equestre dell’eroico custode del Santo Sepolcro. La grandiosità della chiesa mi ha mosso una riflessione sul significato della devozione, diffusamente testimoniata dall’espressività dell’architettura gotica, che censisce inarrivabili opere dell’ingegno umano, tra cui l’abbazia di Saint-Denis e la cattedrale di Notre-Dame a Parigi, le cattedrali di Chartres, Reims, Cantebury, Burgos, Notre-Dame a Strasburgo ed in Italia la basilica di San Francesco ad Assisi, Santa Maria del Fiore a Firenze, San Petronio a Bologna, le cattedrali di Siena, di Orvieto, ecc. Tra di esse non sfigura davvero il duomo di Bamberg. Si sono succedute emozioni su emozioni dinanzi ai bellissimi portali, all’altare, alle tombe marmoree di sant’Enrico II il Santo (973/978-1024), della moglie Cunegonda (975-1039), anch’essa santa, di papa Clemente II (1005-1047), già vescovo della città di Bamberga, unico pontefice sepolto in Germania. Uscito dalla cattedrale, visitando la Neue Residenz, costruita nel ‘600 dal principe-vescovo Lothar Franz (1655-1729), ho ammirato gli ampi saloni e la galleria dalle pareti interamente coperte di pregevoli dipinti.

Ignaro della vita di Enrico II e di Cunegonda per saperne di più mi sono affidato al libro Mille Santi del giorno[5] di Piero Bargellini (1897-1980), brillante studioso e sindaco nel 1966 della città di Firenze, anno della devastante alluvione, che non trascura i profili dell’imperatrice Cunegonda e dell’amatissimo Enrico, re di Germania e d’Italia e successore del cugino Ottone III (980-1002) alla guida nel 1014 del Sacro Romano Impero. Entrambi caratterizzarono la loro esistenza nel segno della fede, della carità, dell’umiltà e dell’amore reciproco. Non fu titubante Cunegonda, alla morte di Enrico, uomo di rara saggezza politica e di spiccati sentimenti umani, a spogliarsi degli abiti regali, deporre la corona imperiale e scegliere il silenzio del monastero benedettino di Kaffungen. Enrico in giovane età avvertì la vocazione monastica, ma vi rinunciò per assolvere ai compiti di sovrano, a cui fu chiamato per l’unanime accordo dei grandi elettori tedeschi.

La stanchezza mi ha impedito di continuare il magnifico percorso nella storia, nella bellezza dei tesori custoditi nell’adiacente Museo Diocesano. Dispiaciuto della mia decisione, ho ascoltato nel merito Marzia Ratti, che, coriacea, ha dominato la fatica, non rinunciando a visitare scrupolosamente il museo, alimentando nuovo entusiasmo. Mi è rimasta impressa una sua affermazione: “Un museo saltato è un museo perso”. Aveva ragione!

Al sindaco Dieter Mronz il compito di dare inizio nel pomeriggio di giovedì 1 aprile alla cerimonia d’inaugurazione della mostra di Enzo Bartolozzi, allestita nella Grande Sala del Palazzo Comunale, costituita da una quarantina di opere scelte, tra cui Assemblaggi e Frantumazioni di grandi dimensioni, che hanno rivelato il bagaglio tecnico e la solidità sperimentale dell’artista. Dinanzi a numerosi convenuti, con l’aiuto dell’interprete Paola Hirsz, ho espresso alcune brevi considerazioni sull’avvincente ricerca di lungo corso di Bartolozzi, ulteriormente approfondita da Marzia. Ho definito il bravissimo artista uomo libero, sereno, riflessivo, intelligente, sempre disponibile: uno spezzino che conferma quanto diceva della Spezia il pittore futurista Gerardo Dottori (1884-1977) e cioè che “La Spezia non riesce a diventare severa e triste nemmeno nelle giornate nere”.

 

Bartolozzi è stato un privilegiato custode di emozioni, che appartengono alle elaborate composizioni, nelle quali vi ha riposto sia la complessità che la dolcezza della sua anima. I visitatori della mostra hanno apprezzato la sua spiccata originalità, ben testimoniata da lavori realizzati anche con carta e strisce di tela, accuratamente valorizzate da varianti cromatiche, che lanciano bagliori di luce. Analoga attenzione hanno raccolto le opere storiche degli anni ’70 ed un cospicuo nucleo di scelti pastelli che richiamano la duplice azione del comporre e dello scomporre. L’evento artistico, accolto con particolare interesse, è stato considerato “un punto di eccellenza tra le mostre realizzate durante l’anno nella città tedesca”.[6]

Pochi giorni mi sono stati sufficienti per camminare senza titubanza nella città bavarese, che, a motivo del gemellaggio, annovera una Spezia Platz di tutto riguardo. Così mi sono diventati familiari il Palazzo Vecchio con la torre ottagonale, il Palazzo Nuovo, gli storici palazzi nella Maximilianstrasse, la fontana dei Wittelsbach di fronte all’Opera dei Margravi, il Mühlkanal, attraversato quotidianamente, la Cattedrale luterana e quella cattolica, consapevole di aver lasciato ancora molto da ammirare, compreso il Museo dedicato al poeta e scrittore Jean Paul, molto amato e celebrato nella città di Bayreuth dove morì e che lo ricorda con una bella statua.

Come già nel 2003 ho lasciato Bayreuth felicissimo per l’accoglienza ricevuta e nel lungo e notturno tragitto fino alla Spezia mi scorrevano le nuove scoperte di questa simpatica città ed i volti degli amici tedeschi (Bernd Mayer, Bruno Hass, Kurt Seesars, ecc.), con i quali in entrambe le trasferte ho condiviso piacevoli momenti, apprezzando la loro simpatica compagnia anche in buoni ristoranti (Weihenstephan, Wolffenzacher, Annecy, Oskar).


  • · Questi appunti di viaggio risalgono al dicembre 2004.

[1] La delegazione era composta anche da Elda Belsito, Salvatore Calcagnini, Massimo Carosi, Nancy Rozzi, Raffaele Torracca, e dalla giovane interprete Valentina Vivaldi

[2] Nel 2012 il teatro è stato dichiarato Patrimonio culturale dell’UNESCO.

[3] La pagina del quotidiano Avvenire contenente l’articolo di Fabrizio Magani è, purtroppo, senza data.  Lo studioso scrive, inoltre, che “basterebbe registrare le città dove andarono a morire, una stagione dopo l’altra nel corso del XVIII secolo, per comprendere la portata del loro lavoro e l’irradiazione delle loro ricercatissime invenzioni: a parte Ferdinando e Francesco che finirono i loro giorni nella città natale, Alessandro morì a Mannheim, Giovanni a Napoli, Giuseppe a Berlino, Antonio a Milano, Giovanni Carlo a Lisbona, Carlo a Firenze e Ferdinando Antonio a Dresda”.

 

[4] Nato in Germania, ma cresciuto a Cracovia, lo scultore ha frequentato sin dal 1983 la città di Pietrasanta, dove risiedeva ed aveva lo studio. È morto a Parigi il 6 ottobre 2014.

[5] Il testo a cui mi riferisco è del 1977, Vallecchi editore, Firenze.

[6] Il pittore è mancato dopo breve malattia il 4 agosto 2005. Nel settembre 1999 la Palazzina delle Arti ha ospitato una magnifica personale promossa dall’Istituzione per i Servizi Culturali. Nell’occasione è stato pubblicato da Silvana Editoriale spa, Cinisello Balsamo (MI) un volume comprendente accurati testi ed un’ampia raccolta di opere dal 1975 al 1998..

 

Girovagando tra gli amori

di Valerio P. Cremolini

Inizio il mio girovagare con un’affermazione piuttosto comune: “L'amore è una cosa meravigliosa”. Ognuno è custode del proprio o dei propri amori, che aumentano a dismisura quando si affrontano le innumerevoli pagine della letteratura e della poesia, più precisamente dell’arte nel suo complesso, che lo celebrano magnificamente. Così, verso gli amori resi intramontabili da scrittori, poeti, pittori, musicisti, ecc. si registra un piacevole senso di appartenenza. Parlare d’amore non può che far bene, tenuto conto dell’indifferenza, dell’egoismo, dell’odio, che si agitano nel mondo intero, provocando situazioni di dolore senza fine.

La parola amore, ecco perché utilizzo il verbo girovagare, si associa a innumerevoli situazioni, che hanno per protagonisti le persone, ma non solo. Lo studioso Jacques Gomila, curatore di questa voce sull’Enciclopedia Einaudi, precisa che "il sostantivo amore rinvia al verbo amare: si ama il proprio Dio, i propri genitori, la propria moglie, la propria patria, le proprie amanti, la propria casa, una certa città, un vaso cinese, un quadro, l’opera, lo sport, il cinema ecc.; l'elenco è infinito". Ed allora si ama la terra, l'ambiente, il prossimo, il denaro. Nel linguaggio comune si richiamano varie espressioni: “si studia con amore", “si va d'amore e d'accordo"; “vivere d'aria e d'amore”; oppure, ci si complica l'esistenza, "per amore di" e si soffre di "mal d'amore"; quando insorge l'amore si ammette che "il primo amore non si scorda mai" e quando caratterizza l’intera vita coniugale i partners reciprocamente: si dichiarano: “Tu sei l'unico mio amore”.

La letteratura è un immenso contenitore di emozioni e di ansie sentimentali, di amori tormentati e impossibili, che conducono a morire d’amore. Penso alla passione che ha unito coppie famose: Abelardo ed Eloisa, Paolo e Francesca, immortali sono i versi danteschi dedicati alle due giovani anime dell’Inferno: “Amor, ch’al cor gentile ratto s’apprende” – “Amor, ch’a nullo amato, amar perdona”; Giulietta e Romeo, Pelléas e Melisande, Tristano e Isotta, Otello e Desdemona (“l’amavo troppo e l’ho uccisa!”). Così la mitologia è ricca di innamorati, chiaramente trasgressivi. Leggendaria è la storia eternata da Virgilio, che ha per protagonisti Enea e Didone; lo sono quelle della schiava Briseide amata da Achille; della bellissima Deianira, innamorata di Eracle, contesa da numerosi eroi per l’eccezionale bellezza; di Arianna, figlia di Minosse, re di Creta, che aiutò Teseo ad uscire dal labirinto, dove uccise il Minotauro; di Medea, follemente innamorata di Giasone;  di Paride, eroe troiano, figlio di Priamo e di Ecuba, che rapì Elena, moglie di Menelao, provocando la guerra di Troia; di Fedra, sorella di Arianna, che, innamorata del figliastro Ippolito, lo fa uccidere perché respinta e poi si toglie la vita.

A rileggere quelle pagine senza tempo si resta incantati. Stupiscono ugualmente le favole che danno visibilità all’amore, impedito per diversi motivi. Superato l’ostacolo, le vicende hanno di solito liete conclusioni, in quanto i protagonisti “vissero felici e contenti”.

Quanti amori e quante tipologie di amore sono censiti nella storia del mondo? Richiamo ancora una volta il saggio di Gomila, di cui si evince la sua competenza sul tema, sviluppato in interessanti contributi che descrivono l’amore antico, l’amore-passione, l’amore cristiano, l’amore cortese, l’amore cartesiano, l’amore romantico, l’amore mistico, inoltre, l’amore sovietico, l’amore surrealista e l’amore selvaggio.

C’è l’amore che si esprime nella totale donazione eroica di sé ed alcune persone sono monumenti viventi dell’amore estremo rivolto verso il prossimo. Penso al sacrificio di Massimiliano Kolbe e di Salvo d’Acquisto e alla dedizione verso gli ultimi che ha caratterizzato l’intera vita di Madre Teresa di Calcutta. Restando alla Spezia non ci sono parole per commentare la luminosa testimonianza di amore di padre Dionisio (Giovanni Mazzucco), che ha fatto della sua esistenza un dono per gli altri., consacrandola al servizio della povertà. L’amore per la fede, poi, ha portato al martirio ad Auschwitz le sorelle, entrambe monache carmelitane, Edith e Rosa Stein. La stessa tragica fine farà a Buchenwald il 9 aprile 1945 il teologo luterano tedesco Dietrich Banhoeffer, che in una lettera scrive di “amare in modo particolare il sole, perché spesso gli ricorda che l’uomo è stato creato dalla terra e non è fatto di aria e di pensieri”. Il sole di Banhoeffer richiama immediatamente l’irraggiungibile Cantico di frate sole” di san Francesco, dove ogni creatura del Signore, anche “sorella morte” è degna di essere lodata e amata.

Girovagare tra i sinonimi dell’amore è davvero intrigante. Tempo addietro, condividendo un’analoga iniziativa sull’amore promossa dall’indimenticabile poeta e musicista Eugenio Giovando, ebbi modo di approfondirlo con il necessario rigore, consultando tra i vari testi il Dizionario Palazzi, che affianca l'amore all'affetto, all'amicizia, all'ardore, al desiderio, alla fantasia, al fuoco, all'idillio, alla lussuria, alla passione, al sentimento e alla voglia, aggiungendo che l'amore può essere veemente, appassionato, onesto, puro, cieco, sviscerato. contrastato, corrisposto, frivolo, languido, intenso, eterno, platonico, paterno, materno, fraterno, filiale, coniugale, erotico, ecc. Cosa dire? Che ciascuno di noi è esperto del proprio amore, dove, molto probabilmente, si associano distinte sensibilità, quali quelle che il poeta Ovidio indicava nei verbi amare (amare semplicemente); adamare (amare appassionatamente); dirigere (voler bene); placere (piacere).

Emblematiche sono le figure di Werther, che giunge al suicidio; di Narciso, che amandosi tanto perviene alla distruzione di sé. Che dire dell’insaziabile Don Giovanni alla rincorsa di mille amori? “Dissoluto punito” cerca la donna “pel piacere di porle in lista” e “purché portin la gonnella”. Mai avrebbe dichiarato alla donna del momento: “tu sei l’unico amore della mia vita”. Il libertino mozartiano ha un precursore nel già citato Ovidio. Per il poeta “non c’è bellezza sola che accende in me l’amore: cento sono i motivi che mi fanno innamorare”.

Non di rado, più o meno consapevolmente, nel linguaggio comune trova spazio l’aforisma di Blaise Pascal, che legittima il dualismo “cuore-ragione”, per cui “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce". Quando il cuore pulsa a ritmo incalzante, insomma, è difficile obbedire alle pur legittime ragioni, che esortano ad altri comportamenti.

“Colui che ama - è un pensiero ripreso da L’Imitazione di Cristo, testo di ascesi cristiana del XV sec. - può fare ogni cosa, e molte cose compie e manda ad effetto; mentre colui che non ama viene meno e cade. L'amore vigila; anche nel sonno, non s'abbandona; affaticato, non è prostrato; legato, non si lascia costringere; atterrito, non si turba: erompe verso l'alto e procede sicuro, come fiamma viva, come fiaccola ardente” (Libro 3, cap. V n.2).

Francesco Alberoni, illustre sociologo, definisce l’amore “uno stato di felicità continua, di continua comprensione, di perfetto accordo, dove i piccoli screzi vengono composti con naturalezza”. Quando si è innamorati, si vive la sensazione di avere il mondo tra le mani, di godere di un senso di onnipotenza, di aver conquistato mete impagabili. Sempre Alberoni associa questo stato di ebbrezza con “l’aprirsi gioioso al mondo che appare bello e felice; un aprirsi agli altri e sentirsi come amici”. L’amicizia, altro sentimento, che talvolta travalica i rapporti di conoscenza per tramutarsi in un legame ben più che affettuoso, che approda all’amore di lunga durata. Cicerone aveva a proposito le idee chiare: “L’amicizia non è altro che una grande armonia di tutte le cose umane e divine, insieme con la benevolenza e l’affetto; davvero non so se, eccettuata la sapienza, sia mai stato dato all’uomo dagli dèi immortali niente di meglio di essa.” (dal Discorso di Lelio sull’amicizia)

Ho esordito dichiarando che “l’amore è una cosa meravigliosa”. Lo era sicuramente per Marcel Proust che attendeva il bacio della buona notte da sua mamma; lo è quello, commovente, celebrato nel film La vita è bella di Roberto Benigni; sorprende l’insolita storia d’amore narrata da Alessandro Baricco in Seta con la bella lettera conclusiva che inizia con un adagio d’insuperabile dolcezza: “Mio signore amato, non avere paura, non muoverti, resta in silenzio, nessuno ci vedrà. Rimani così, ti voglio guardare, io ti ho guardato tanto ma non eri per me, adesso sei per me, non avvicinarti, ti prego, resta come sei, abbiamo una notte per noi, e io voglio guardarti……”.

Non meno coinvolgente è la storia dell’amore impossibile fra Fiorentino Ariza e Fermina Daza che si realizza in età avanzata, esattamente dopo “cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni”, narrato nel romanzo L’amore al tempo del colera di Gabriel Garcìa Marques. L’intrigo e la complicità animano le vicende sentimentali del romanzo Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos, mentre un secolo e mezzo dopo l’amore tradito con altre situazioni problematiche costituiscono la storia descritta dal giovanissimo Raymond Radiguet nel famoso Il diavolo in corpo. Ambizione e seducente charme s’impongono in Georges Duroy, protagonista di Bel Ami di Guy de Maupassant.

Continuano a far discutere i supplichevoli versi di Emily Dikinson dedicati alla cognata Dollie. In essi traspare ben più che un semplice affetto tra parenti: “Non debbo più tremare? Sei sicura che/non verrà mai quella notte/ quando - spaventata - correrò da te/ per trovare le finestre sbarrate/ e non più Dollie? / Capisci? Non più Dollie?”. Percy Bysshe Shelley, che nel 1822 dimorò a San Terenzo, affianca all’amore la bellezza e la verità, forze che danno la vita. “Chi è nell’amore - scrive Giuseppe Sardelli - attinge alla bellezza e coglie la verità, l’armonia dell’Universo che si rivela nella luce della bellezza e sotto la spinta dell’amore”.

Inducono alla riflessione le quartine della poesia di Eugenio Montale Ripenso il tuo sorriso, compresa nella raccolta Ossi di seppia. Non è il sorriso di una donna amata, quello a cui si riferisce Montale, bensì è il sorriso del ballerino russo Boris Kniaseff, conosciuto nell’abitazione genovese dello scultore Francesco Messina. Lo sguardo dell’amico trasmette serenità al premio Nobel, tanto da suscitargli versi dall’eloquente intonazione sentimentale, seppure è in essi prevalente il tema della memoria: “Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un'acqua limpida / scorta per avventura tra le pietraie d'un greto, /... Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,/ se dal tuo volto si esprime libera un'anima ingenua,/... Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie/ sommerge i crucci estrosi in un'ondata di calma,/”.

Il poeta triestino Umberto Saba, invece, ama profondamente la moglie e nella lunga poesia a lei dedicata la pone amabilmente al confronto con le migliori qualità di una serie di animali (gallina, mucca, cagna, coniglia, rondine, formica, ape). Nutro gli stessi sentimenti d Saba verso la donna della mia vita. Anni e anni fa presi carta e penna e scrissi alcuni rapidi versi liberi. Perché non rivelarli? Eccoli: “Un giorno/il tempo si è fermato. /Nasceva l’amore, /giovane, limpido, fragrante. /Dopo anni,/il suo profumo/è immutato”.

Di solito si ama la propria città. Io amo La Spezia, che Ettore Alighieri in Città come te ha mirabilmente definito “città piena di niente, se non di silenzio, di spontanea volgarità, di tranquilla attesa, di naturale bestemmia, di fede contenuta nella felicità”. Analogamente, il cantore per eccellenza della spezzinità, Ubaldo Mazzini, che ha in Renzo Fregoso un altro impareggiabile interprete, così introduce A Spèza, splendida poesia in vernacolo: “'Nfra tüte e sità de l'üniverso/me a credo che paege né ghe 'n sia;/mia propio die che Cristo i agia perso, /dopo d'avela fabricà, a magìa!”. (“Tra tutte le città dell'universo/ io credo non ve ne siano di pari/ bisogna proprio dire che Cristo abbia perso, / dopo averla creata, la magia!).

Chissà se il mio girovagare avrà suscitato nuove riflessioni sull'amore. Lo spero tantissimo. Mi fermo, proponendo un dialogo conclusivo, che non poteva non essere intitolato Amore di Davide Maria Turoldo, poeta e frate dei Servi di Maria.

“Domandarono all'Amante a chi appartenesse. Rispose: all'amore. Di cosa sei? Di amore. Chi ti ha generato? L'amore. Dove sei nato? Nell'amore. Chi ti ha creato? L'amore. Come ti chiami? Amore. Da dove vieni? Dall'amore. Dove vai? All'amore. Dove abiti? Nell'amore”.

 

Riflessione sul Natale

di Valerio P. Cremolini

Non nascondo che anche nella mia famiglia piace vivere la ricorrenza natalizia non trascurando la preparazione del consueto albero di Natale e del presepe, quest’ultimo dalla storia ben più lontana e densa di significati dell’albero. Ho letto che Martin Lutero, sì, il promotore della Riforma protestante, rimase incantato dalla luce delle stelle che si abbatteva su un abete e volle che diventasse una tradizione. Tradizione che, dopo anni di silenzio, venne recuperata nel 1840 da una principessa tedesca, Elena di Mecklenburg, sposa del principe Ferdinando Filippo d’Orléans. Il suo ricco albero di Natale nel palazzo parigino delle Tuileries divenne un simbolo della festa, che nel tempo si è diffuso in ogni dove. Anche in Italia la tradizione dell’albero è ottocentesca.

Ma è sicuramente il presepe con la relazione d’intimità che si rinnova in ogni occasione che ci fa provare il gusto di condividere affettuosamente e realisticamente la nascita di Gesù, pur raccontata attraverso scenari artificiali, che ci riportano indietro di duemila anni. Il pensiero va a San Francesco e a quella notte di Greccio, in cui il Santo d’Assisi avvertì il desiderio di celebrare con indubbia originalità quella straordinaria nascita. “Scegli una grotta – disse a Giovanni Velita, signore di Greccio - dove farai costruire una mangiatoia ed ivi condurrai un bove ed un asinello, e cercherai di riprodurre, per quanto è possibile, la grotta di Betlemme! Questo è il mio desiderio, perché voglio vedere, almeno una volta, con i miei occhi, la nascita del Divino infante”. Era la notte di Natale del 1223 e quella notte fu magnificata da Giotto qualche decennio dopo negli affreschi della Basilica Superiore di Assisi, ma fu lo scultore Arnolfo di Cambio a interpretare per la prima volta nel 1291 il presepe custodito nella basilica romana di Santa Maria Maggiore. Da allora grandi opere di celebri artisti con il Bambino, Maria e Giuseppe, il bue e l’asino, rispettivamente simboli della bontà e dell’umiltà, i Magi adoranti, (anch’essi accreditati di varie interpretazioni) e i pastori si offrono alla nostra ammirazione. Non di rado, dinanzi a taluni dipinti, s’instaura una relazione di vera e propria contemplazione.

Che cosa rappresenta davvero il Natale? È una domanda che, ancora una volta, nell’avvicinarsi della festosa ricorrenza cristiana, ho voluto pormi, cercando di rispondere con sincerità. Il Natale ruota intorno alla figura di Gesù, il grande festeggiato, e alla considerazione che gli riconosce la storia e noi in particolare. Con l’avanzare degli anni è cresciuta in me l’attenzione verso questo evento, che ci parla della nascita di Gesù “in una mangiatoia perché non c’era per essi posto nell’albergo.” (Luca 2,7).

Alcuni simboli del Natale, ma sono ben più che simboli, continuano ad attirare il mio cuore e la mia mente. La stella, con la scia luminosa, che indica la strada che conduce al poco confortevole giaciglio dove è nato Gesù; lo spaccato d’umanità, che sospende ogni attività lavorativa e, come può, raggiunge la grotta di Betlemme; i Re Magi, nei loro abiti sontuosi, che ne accolgono la nascita con preziosi doni e poi, l’immane eccidio perpetrato da Erode che vuole la morte dell’inerme Bambino. E che dire di Maria di Nazaret, giovanissima donna eletta tra tutte le donne, chiamata a custodire il mistero più grande del Cristianesimo, che già nel meraviglioso cantico di lode del “Magnificat” aveva rivolto la sua riconoscenza a Dio (“Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”), riempiendo la sua preghiera di amore per i poveri e per gli ultimi.

Non serve, allora, riflettere a lungo per comprendere che Gesù è una luce che non inganna, una luce che avvolge di regalità la sua mite figura. Regalità di una persona di umili condizioni piena di fede, che si è posta in soccorso dell’umanità, subendo ostilità, tradimenti, umiliazioni e sofferenze, rivoluzionando la storia.

Dinanzi alla grotta di Betlemme penso che Gesù sia stato un bambino che ha dovuto crescere in fretta per assolvere gravose responsabilità. Ecco, allora, che il tempo rallegrato dal Gloria si consuma rapidamente, seguito presto dal tempo quaresimale, denso di mestizia e di accorati appelli all’amore e alla pace. Emblematico è lo stupefacente prologo di Giovanni, nel quale si afferma l’umanità di Gesù e si percepisce l’amarezza del discepolo-evangelista nel rilevare che Gesù “venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”. (Gv 1,11)

Allora, se non siamo storditi dall’indifferenza e dalla superficialità, il Natale è l’annuncio di una storia avvincente e non di un incantesimo di durata effimera. Sono sempre conquistato dalla chiarezza espositiva del cardinale Gianfranco Ravasi, che nei tratti fisici di Gesù, non diversi dai nostri, coglie “il segreto ultimo del Natale, ove il volto di Dio è quello dolce del bambino, ma è anche il senso profondo della Passione quando quel profilo si lacera, sanguina, spasima e urla”.

Forse ho soltanto abbozzato una risposta all’interrogativo su cosa rappresenta il Natale. Di certo siamo di fronte ad un Bambino speciale, che nella sua breve vita ha manifestato concretamente il significato dell’amore per gli altri, contrastando ogni forma di egoismo, dimostrando di essere “vero uomo e vero Dio”. Il Natale, pur con addobbi e ghirlande, illuminazioni più o meno fittizie, regali in abbondanza e cibo a iosa, ci esorta a dilatare lo sguardo e il cuore, compiendo gesti significativi che danno credibilità alla nostra fede adulta e fanno del Natale un’irripetibile festa dell’accoglienza, della solidarietà e della fraternità.

 

L’oro di Gentile

di Valerio P. Cremolini


È sfolgorante

l’oro di Gentile.

Illumina

la festa della vita, sbocciata

tra opulenza

povertà e speranza.

Da monti e valli

sono giunte

con esagerate vesti

genti d’oriente e occidente,

che attonite e incredule

non comprendono

il dono di Dio,

l’atteso

Salvatore del mondo.

Lo sfarzoso corteo

dei Magi

si piega devoto

davanti al Bambino.

L’incanto fiabesco

della santa notte

precede

tempi nuovi,

segnati dal bene,

violati dal male,

risanati dal perdono.

 
Mario Balbi

Note biografiche

 

Mario Balbi, nato allo scoppio della Seconda guerra mondiale in una famiglia di umanisti e laureato giovanissimo al Politecnico di Milano, è un ingegnere aperto alle tentazioni letterarie.

Presso il Gruppo Ansaldo di Genova passa una decina d’anni dirigendo attività nel campo delle grandi macchine e poi del nucleare. Dopo la decisione italiana di rinunciare all’atomo passa al gruppo motoristico della Finmeccanica, vincendo la sfida di inserire il motore Diesel presso i costruttori  automobilistici.

Presso questi gruppi multinazionali negozia e conclude contratti con aziende di grandi dimensioni, dagli enti di Stato per l’energia, ai costruttori di sistemi meccanizzati industriali e militari, ai giganti  dell’automobile come Fiat, Ford, Rover, Chrysler, Hyundai e ai nuovi pretendenti in Russia, Cina, India. In parallelo riveste incarichi presso associazioni di categoria dei comparti elettrico e meccanico.

L’attività in ambienti tra i maggiormente aperti all’evoluzione e alle opportunità comporta incontri con personaggi di rango sia in sede industriale che politica, uomini direttamente informati sui fatti e disposti ad esprimersi senza restrizioni con un collega curioso.

Anni dopo, decide di prendere  la penna e utilizzare quanto appreso in giro per dar vita a opere snelle e accurate, attente  all’originalità quanto alla libertà dei contenuti.

Nel suo primo libro Analisi logica della Sinistra (Albatros 2011) offre un’analisi originale dei movimenti di Sinistra negli ultimi 2 secoli, integrandola con informazioni raccolte di prima mano nei Paesi più implicati. Ciò gli ha valso un premio per la saggistica nel concorso letterario Lago Gerundo 2012 .

Nel romanzo breve  Il mondo di re Cetriolino (Noirmoon 2013) racconta l’incontro di sua madre nel 1944 con un minuscolo amico, che le rende meno drammatico il periodo della guerra civile  trasportandola in una realtà di fiaba.

Nel labirinto della materia pensante (Albatros 2014) propone l’avventura di vita toccata ad un medico appassionato indagatore della materia cerebrale e del pensiero, che si trova ad affrontare  tormenti legati tanto alla guerra quanto alla propria coscienza durante la campagna di Hitler contro Stalin. Questo argomento  viene ancora ripreso e ampliato nell’opera successiva Rosso (2017).

L’ultimo libro Storie Dannate (Caosfera 2017) parla di tre diversi argomenti, ancora  localizzati alla fine della guerra mondiale, che la società corrente preferirebbe dimenticare: l’imbarbarimento industriale della città di Spezia, la cacciata degli Italiani dalle terre venete, la droga nella Milano del  Miracolo con seguito nei ghetti  dell’Aids.

Terminata la carriera nel contesto delle grandi aziende, Balbi vive nel Golfo dei Poeti che lo ha anche visto venire al mondo.

Uno scrittore che ama la Storia e le storie, nella speranza di essere letto dai giovani di ogni età.

 

Opere e note critiche


Mario Balbi, Rosso, Albatros Editore

Prefazione

Le opere di Mario Balbi si avvicinano spesso agli eventi meno codificati dalla Storia attraverso testimonianze non comuni, ma questo libro propone un argomento inaspettato. Il sipario si apre sugli anni tra le  due Guerre Mondiali, intrisi tanto di ideologie estreme quanto di sicurezze nel trionfo della Scienza applicata. Il protagonista è un positivista curioso e pronto a innamorarsi di qualsiasi cosa, che si imbarca in una ricerca su come la materialità cerebrale intervenga nel nostro comportamento (Lombroso contro Freud?). Per disporre del materiale statistico necessario a una tale indagine non esita ad approfittare del campo della battaglia senza regole scatenata da Hitler contro il Bolscevismo, immergendosi così negli ambienti che rendono rosso il secolo: Nazismo, Comunismo, guerra, resistenza e massacro tecnologico. Tacendo il proprio nome, lui ci confessa le azioni compiute tra le quinte del dramma storico mentre la sua morale dorme anestetizzata e una sorta di rimorso aleggia soltanto nell’inconscio. Sopravvive all’avventura portandosi dietro la  dimostrazione del riscontro fisiologico nel cervello dei fanatici: un grande scoop scientifico, la gloria per cui ha tanto lottato, ma  una voce proveniente forse dall’anima  porta  il ricercatore a dover fare prima altri  conti.

La storia dell’incredibile  avventura è densa sia di riferimenti storici inediti che di considerazioni molto originali, ma io sono rimasto soprattutto colpito  dalla figura enigmatica del protagonista, più vicino a un  Cavaliere Templare che a  Paolo di Tarso. Ciò mi ha spinto a tentare di fermarne la personalità nella scultura di una testa, che muta di fisionomia a seconda dell’angolo da cui la si guardi.

Dopo il viaggio veloce e affascinante consentito da questa lettura, dovrete convenire con me che non se ne incontrano spesso di altrettanto divertenti. Un bottino più che sufficiente per lettori frettolosi, ma facendo attenzione potrete anche cogliere vari temi proposti in parallelo alla vicenda, come l’incertezza che affligge qualsiasi progetto relativo alla nostra vita.

Luciano Manfredi, scultore in Mantova, Gennaio 2017

 

Mario Balbi, Analisi logica della sinistra, Albatros Editore

Sinossi

Il saggio pone le origini storiche della Sinistra nella rivoluzione francese e da lì procede con l’intento di mettere ordine in un argomento tuttora confuso presso molti.

Gli spunti più originali sono così riassumibili.

-Testimonianze di alti funzionari sovietici e post sovietici sostengono tesi poco note. La grandezza di Stalin deve essere liberata dalle accuse d’insensibilità umana, che gravano  semmai sulla dottrina comunista, e la sua  strategia voleva attirare l’ Italia nell’orbita sovietica attraverso un sotto potere comunista infiltrato nelle caste fondamentali, definito proprio dal KGB “fascismo rosso”. Il crollo dell’URSS avvenne anche per interessi privati della sua dirigenza, ansiosa di godersi gli enormi capitali espatriati. Le democrazie occidentali sono largamente responsabili insieme al Terzo Reich e all’Unione Sovietica per le catastrofi del XX° secolo.

- L’analisi di un personaggio informato sui fatti chiarisce i teoremi applicabili alle due repubbliche dell’Italia post bellica. L’amministrazione della cosa privata e pubblica non può funzionare in condizioni di onestà e ciò conferisce a chi ne abbia interesse il destro per colpire al momento giusto qualsiasi suo dirigente. Lo smantellamento della   Prima Repubblica venne organizzato da forze intenzionate a formare un forte esecutivo con targa socialdemocratica appoggiata dal capitale.

L’inciampo nell’outsider Berlusconi condusse tale potere a combattere l’offensiva contro di lui con armi strategiche (le Procure) e tattiche (i media).

-Testimonianze di un Falangista su come rivedere la guerra di Spagna e personali dell’autore sull’ideologia e sugli uomini delle Brigate Rosse a Genova.

-Considerazioni sul futuro che ci aspetta. Una lista della spesa per la Sinistra, ove volesse guarire dal contagio comunista. Come l’idea cristiana avrebbe dovuto trovare rilancio dopo il crollo del Comunismo reale, formando una base unitaria per l’Europa. La necessità che lo spirito della Resistenza lasci la retorica e torni attivo, aiutando la democratizzazione delle dittature islamiche e spingendo l’Unione Europea ad abbandonare l’attuale qualunquismo che la paralizza in tal senso.

 

Mario Balbi, Nel labirinto della materia pensante, Albatros Editore

 

Mario Balbi, Il mondo di Re Cetriolino, Noirmoon Editore

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Con quest’opera l’autore ci vuole render partecipi di una testimonianza fiabesca che sua madre Fabia affidò sia a racconti che ad appunti trovati post mortem. Nel 1944 Fabia fugge dai bombardamenti della Liguria  tornando dai genitori sulle Prealpi Lombarde, dove sopravvive ma  in  situazione non certo tranquilla. Suo padre è un sorvegliato speciale nel cuore di una guerra civile, il marito è lontano ed esposto ai peggiori rischi, deve raggiungere quotidianamente in bicicletta la città per mantenere lo stipendio, nel tempo libero sta in giardino immersa nei suoi pensieri mentre il figlio corre nel prato. Qui viene avvicinata da un essere  antropomorfo alto quanto un dito, che si qualifica come re Cetriolino e farà nascere  conversazioni e  amicizia attraverso numerosi incontri. Il re racconta del suo mondo parallelo in cui si collocano avventure  di  esseri piccoli come un passero e in grado di parlare con gli  animali , dotati di sentimenti e abitudini per noi comprensibili  in quanto si divertono a imitare la nostra Società anche se ne capiscono e rifiutano le storture. Sono eventi  bizzarri  e i bambini si divertiranno ad ascoltar come fiabe, per bocca di chi gliele vorrà raccontare, la dozzina  d’ imprese compiute dal re. Nel rapporto della donna con il piccolo essere non mancano polemiche filosofiche su alcuni accadimenti nei due mondi paralleli, mentre ai racconti fanno da cornice sfumata  le vicende sanguinose che incombono sugli Italiani  in lotta per sopravvivere. Leggiamo di povere feste messe in piedi per distrarre i più piccoli, un Natale e un  Carnevale , situazioni che Fabia espone con l’animo sollevato dalla vicinanza dell’imprevedibile  personaggio. Re Cetriolino si accomiata quando la fine della guerra riporta i  sopravvissuti  alle loro abitudini, lasciando qualche spiegazione in più sulle piccole  etnie  che ci osservano senza essere osservate, ben attente a tenersi distanti da un mondo tanto  complesso rispetto al loro quanto  respingente. Fabia  piange nel separarsi da re Cetriolino e ci lascia il dubbio che  fosse  innamorata del piccolo visitatore,  o almeno di quanto lui rappresentava. Un libro breve ma passibile di molte letture e capace di evocare vari pensieri, come quello sulla potenza della fantasia nell’esorcizzare le avversità. L’opera è stata pubblicata  dell’editore lombardo Noirmoon  e presentata in Liguria da  Luciano Garibaldi, instancabile scrittore di Storia contemporanea.

 
Cinzia Della Ciana

Note biografiche

Cinzia Della Ciana

Nata a Montepulciano (Siena) nel 1964, consegue la laurea in giurisprudenza nel 1988 ed esercita la professione di avvocato in Arezzo dal 1991, dedicandosi prevalentemente alla materia del diritto di famiglia e del diritto del lavoro.

Da sempre appassionata di arte, dalla letteratura alla pittura alla musica, parallelamente all’Università ha studiato pianoforte col maestro Carlo Alberto Neri del Conservatorio Morlacchi di Perugia.

L’‘opera prima’ di narrativa è Quadri di donne di quadri (raccolta di racconti incentrati su figure femminili), edita settembre 2014 da Narrativaracne, con la prefazione di Andrea Matucci, docente di letteratura presso l’Università di Siena: il libro è stato premiato a Parigi con il “premio della giuria” al Concorso Internazionale di Letteratura Word Literary Prize 2015; nonché gli è stata conferita una "segnalazione di merito" al Premio Tagete 2015 presso la Sala dei Grandi  di  Arezzo il 26.11.15.

Con il racconto Lacrimosa è stata tra i vincitori di “Racconti nella Rete 2014” e premiata al Festival di Luccautori; il racconto è stato edito da Nottetempo nell’ottobre 2014, all’interno dell’omonima antologia, a cura di Demetrio Brandi.

Riceve menzione d'onore al Concorso Internazionale di narrativa “Le grazie - Portovenere”, proprio con il racconto inedito Luce, il 4.10.15.

Le è stato assegnato in data 3.4.2016 il “Premio della giuria” per la narrativa inedita per l'opera Grumi sciolti al Premio Internazionale Città di Pontremoli 2016; nonché in data 20.3.2016 la “menzione d'onore” al Premio Internazionale Città di Cattolica Pegasus 2016 con il racconto inedito Canne d'organo.

Si è classificata seconda, per la sezione poesia inedita, alla 41esima edizione del Concorso Internazionale del Premio Casentino 2016, Presidente di Giuria, Prof. S. Ramat, l'11.6.2016.

Nel maggio 2016 ha pubblicato il suo primo romanzo Acqua piena di acqua, Ed. Effigi, postfazione di Andrea Matucci. Il libro allo stato ha ricevuto i seguenti riconoscimenti:

1) premio speciale "Pianeta donna" al Premio Internazionale Montefiore 2016 (presidente di giuria Hafez Haidar) il 25.9.2016;XXX2) 2^ classificata al Concorso Internazionale Le Grazie - Portovenere 2016, Presidente onorario di giuria Alessandro Quasimodo il 2.10.2016.

 

Opere e note critiche

Cinzia Della Ciana

Quadri di donne di quadri

Aracne editrice

 

 

 

 

 

 

 

Cinzia Della Ciana

Acqua piena di acqua

Effigi 2016

Dopo una fortunata raccolta di racconti, “Quadri di donne di quadri” (Aracne 2014), Cinzia della Ciana ha pubblicato recentemente un romanzo, dal titolo “Acqua piena di acqua”, che è la libera traduzione dell’espressione russa per “fiume in piena”. Ed è in effetti una trama che scorre proprio come un fiume attraverso la vita di tre donne, madre figlia e nipote, fra memorie, dolori, ansie, speranze e voglia di vita. Un romanzo familiare, dunque, ma non nel senso tradizionale del termine, perché la scrittura più che descrivere e raccontare analizza, indaga il pensiero delle tre protagoniste, e ogni fatto narrato appartiene alla loro soggettiva ricostruzione e al loro ricordo, a una memoria spesso dolorosa che rischia, negli anni, di trasmettersi come ossessione; da questa è necessario liberarsi, e il romanzo costruisce una faticosa e orgogliosa ricerca della pienezza della vita, che infine si troverà: ogni fiume, qualsiasi sia il suo corso, arriva al mare. Questo focalizzarsi su una tematica intimamente femminile, e questo non uscire mai, o quasi mai, dall’ottica delle protagoniste fa sì che anche il tempo narrativo non sia quello tradizionale di un romanzo familiare, lineare e continuo, ma intermittente, che sembra all’inizio tornare indietro quanto la narrazione va avanti, per poi procedere velocissimamente verso l’epilogo; pur coprendo un’estensione temporale di tre generazioni, e quindi di alcuni decenni, la trama del romanzo prende vita infatti dall’evento centrale, a cui tutto poi si riferirà: una morte teatralmente drammatica e non facilmente spiegabile. Da questa sorta di “buco nero” che tutto concentra partono fili di memoria, indietro a scandagliarne le premesse, avanti a lottare disperatamente contro un’ossessione che sempre rinasce, come lottare contro un fiume che tende continuamente a impaludarsi e fermarsi in gorghi: il narratore annoda e tende sapientemente questi fili, mai abbandonando la metafora dell’acqua come vita che torna nei titoli di tutti i capitoli, nei continui riferimenti del pensiero ossessivo delle protagoniste e infine nell’ultima bellissima poesia in cui, come nel capolavoro di Elsa Morante, “Menzogna e sortilegio”, la voce narrante è finalmente libera e autoriflessiva. Né stona questo finale passaggio al verso, perché in ogni pagina lo stile di una scrittura che, affidando al pensiero soggettivo il ricordo dei fatti, non narra o indica ma evoca, e per questo sconfina spesso in un tono lirico, più adatto a dipingere le emozioni che gli eventi da cui tali emozioni nascono: uno stile dunque che spinge spesso il lettore a soffermarsi sulla costruzione della frase, sul ritmo, sulle immagini metaforiche, sull’assonanza stessa delle parole. Ed è proprio in questo contrasto fra l’ansia di arrivare alla soluzione di ataviche ansie, quasi si trattasse di un giallo in attesa del suo scioglimento, e la lentezza quasi meditativa che questa scrittura impone che sta il grande fascino di questo libro: un romanzo da leggere e rileggere.

 
Francesco Viola

Note biografiche

FRANCESCO VIOLA, nato a Torino il 25 maggio 1951 e residente a Volpiano (Torino), ha conseguito il diploma di Ragioniere nel 1970, proseguendo poi gli studi presso l’Università di Torino, Facoltà di Economia e Commercio e Facoltà di Storia.

Ha lavorato per venticinque anni, in qualità di impiegato, presso la Cassa di Risparmio di Torino. Attualmente è pensionato.

Si è sempre interessato all’arte e alla cultura nelle loro più svariate manifestazioni: letteratura (poesia e prosa), teatro, arti visive (pittura e scultura), cinematografia, musica (soprattutto classica, sinfonica e lirica). Il suo hobby principale può essere considerata la fotografia in tutti i suoi aspetti: storia, critica, bianco e nero, colore, tecnica di ripresa, laboratorio e camera oscura.

La sua principale passione però è la Storia. Fin dai tempi scolastici ed universitari ha studiato ed approfondito, con grande interesse e curiosità, ogni aspetto sociale, politico, economico e religioso della storia nel suo rapporto con il mondo contemporaneo. Ha sempre considerata la storia quale maestra di vita, consapevole però che trattasi di una cattiva maestra, in quanto non in grado di far capire agli uomini quali che siano i loro errori (e quindi a porvi rimedio), ma nei quali poi gli stessi inevitabilmente ricadono. Ecco quindi la missione degli storici (anche se solo dilettanti), quella di divulgare la conoscenza scientifica dei fatti accaduti, e quindi degli errori umani, affinchè dalla esperienza negativa se ne tragga utile profitto per non ricadervi.

L’interesse per la storia lo ha portato ad approfondire gli aspetti politici, economico e sociali di varie epoche, dall’età classico-romana, al medioevo, al rinascimento, al risorgimento italiano e all’epoca contemporanea. Ama approfondire anche temi di storia locale del suo paese d’origine, meno nota e di cui la documentazione è scarsa. Tuttavia non ha ancora pubblicato alcuno studio.

Recentemente però ha avuto modo di collaborare, con brevi saggi storici, ad alcune  riviste culturali e letterarie, quali “Il Porticciolo” della Spezia e “Nuovi Incontri” di Torino. Gli argomenti trattati riguardano la storia locale e meno conosciuta: Guglielmo da Volpiano (monaco, architetto e santo dell’anno mille), Macedonia, o fronte di Salonicco 1916-1918 (durante la prima guerra mondiale), Ariminum, la Rimini romana (per i duemila anni del ponte di Tiberio). Di prossima pubblicazione, sulle stesse riviste, sarà una ricerca storica sull’assedio di Volpiano dell’anno 1555.

 

Testi

CRONACHE DELL’ANNO MILLE

Basilica di San Giulio (Isola di San Giulio, Lago d’Orta), presunta immagine di Guglielmo da Volpiano su un ambone del XII secolo.

GUGLIELMO DA VOLPIANO (di Francesco Viola)

A settentrione di Torino, a circa 18 km., si incontra un vasto altipiano, o collina morenica, che staccandosi dalle Alpi tra la Stura di Lanzo e il Malone, si prolunga verso oriente come una barriera naturale di divisione tra la pianura torinese e la pianura canavesana. Questo altipiano costituisce la cosiddetta VAUDA, denominazione derivante dal tedesco Wald, che significa selva, mentre in documenti del X secolo si dà il nome di Wualda alla vastissima selva che ricopriva allora tutto l’altipiano e parte della pianura limitrofa. La stessa Vauda rappresentò lo spartiacque per le popolazioni della Gallia Cisalpina che abitarono questi territori: a nord, nel Canavese  i Salassi (di origine celtica),a sud, verso Torino (la romana Julia Augusta Taurinorum), i Taurini (di origine ligure).

Alle falde di questa collina morenica, nel punto in cui, restringendosi a cuneo, essa digrada verso la pianura, sorge VOLPIANO, in posizione strategica, fin dai tempi antichi, tra Torino ed Ivrea. Questo territorio a nord del fiume Po, compreso tra la Vauda e l’altra grande collina morenica, la Serra d’Ivrea (ambedue formatesi dopo l’ultima grande glaciazione), costituisce il cosiddetto CANAVESE. Volpiano pertanto viene considerato quale baluardo fortificato alle porte del Canavese, attraversato da una “strada romea” (di cui è rimasta traccia nella denominazione del Borgo Romero) che collegava Augusta Taurinorum ad Aeporedia (Ivrea) e ad Augusta Praetoria Salassorum (Aosta), sulla via delle Gallie. La stessa denominazione di Volpiano deriverebbe da VICUS ULPIANUS o VILLA ULPIA o ULPIANA (chiaro il riferimento alla gens romana Ulpia), confermando che il luogo fosse già conosciuto ed abitato in epoca romana (di recente sono stati ritrovati resti di mura e reperti di una probabile grande villa romana).

Nel V e VI secolo, a seguito della caduta dell’Impero Romano, anche in questi territori si registrano insediamenti di popolazioni germaniche del ceppo occidentale: i Longobardi. Si ritiene che proprio in questa epoca Volpiano abbia iniziato ad avere importanza strategica militare con una prima fortificazione del Castello (anno 560 circa), mentre sul fianco settentrionale della Vauda, poco distante, sorgeva Castrum Langobardorum (l’attuale Lombardore).

Con la discesa dei Franchi in Italia, nel 773, e la successiva incoronazione, la notte di Natale dell’anno 800, di Carlo Magno a imperatore del Sacro Romano Impero, si ha la riunificazione europea e la codificazione di un nuovo ordinamento politico basato sul sistema feudale. Vengono aboliti i ducati, di origine longobarda, e introdotti nuovi enti territoriali che, dal titolo del feudatario investito, “comes”, vengono detti comitati o contee. Le contee poi che stanno lungo le frontiere dello stato, per motivi di difesa, vengono riunite in gruppi, denominati marche, sotto la giurisdizione civile e militare di un marchese: egli è conte nella sua contea e, nello stesso tempo, esercita la sua autorità sulle contee che formano la sua marca.

Fu questa la condizione dei Marchesi di Ivrea nel IX secolo, i quali come Conti esercitavano l’autorità diretta nella Contea d’Ivrea e, come Marchesi dominavano indirettamente sui comitati di Vercelli, Santhià, Lomello, Vigevano, Novara, Pombia sul Ticino e Val d’Ossola. La Contea d’Ivrea comprendeva tutto l’attuale Canavese fino alla Vauda e al Po, secondo la linea di confine sopradescritta, includendovi anche il territorio di Volpiano.

Nel X secolo i Conti-Marchesi di Ivrea erano divenuti potentissimi, al punto che uno di loro, Berengario II, dopo la morte del re Lotario, nel 950 riuscì a farsi eleggere  re d’Italia insieme al figlio Adalberto. Dodici anni dopo però i grandi Vassalli d’Italia non riconobbero più la sua autorità ed offrirono la corona d’Italia al re di Germania Ottone I di Sassonia: questi scese in Italia con un forte esercito, sconfisse Berengario II, lo spodestò e venne incoronato imperatore dal papa Giovanni XII, nel 962, restaurando il Sacro Romano Impero.

Tra i vassalli che rimasero sempre fedeli a Berengario II vi era il Conte Roberto di Volpiano. Di origine germanica e nativo della Svevia, egli aveva dovuto abbandonare, con il padre Vibone, la sua terra, per una faida politica. Venuto in Italia si era stabilito nella Contea d’Ivrea. Non si sa se il feudo di Volpiano gli sia stato dato, quale compenso per i suoi servigi, da Berengario, oppure se sia a lui pervenuto per acquisizione: quello che è certo è che i suoi figli lo possedettero per diritto ereditario. La considerevole ricchezza e la sua reputazione morale lo posero in grado di poter sposare Perinzia, nobile di origine longobarda, parente della famiglia di re Berengario e, probabilmente, sorella maggiore di Arduino, futuro marchese d’Ivrea e, dal 1002, re d’Italia.

In questo quadro storico e geopolitico si inserisce la vicenda umana dell’abate GUGLIELMO DA VOLPIANO, un grande protagonista nell’Europa dell’anno 1000, monaco, riformatore e architetto. Le vicende della sua vita e delle sue opere ci vengono narrate  dal suo biografo e discepolo, il monaco-scrittore RODOLFO IL GLABRO,  cronista del secolo XI, nei manoscritti “VITA SANCTI GUILLELMI ABBATIS DIVIONENSIS” e “HISTORIARUM LIBRI QUINQUE”.

Nel 962, Ottone I, dopo essersi fatto incoronare re d’Italia in S. Ambrogio a Milano, cinse d’assedio l’isola di San Giulio nel lago d’Orta dove si era ritirata l’energica regina Willa moglie di Berengario (quest’ultimo si era rinchiuso nella fortezza di San Leo in Romagna). La difesa di San Giulio era affidata al conte Roberto di Volpiano, che aveva condotto con sé la moglie Perinzia e i figli Gottifredo e Nitardo.

Durante i due mesi dell’assedio nasce GUGLIELMO, terzo figlio di Roberto e Perinzia. Dopo varie trattative e a resa avvenuta, il 29 luglio del 962, l’imperatore Ottone I e sua moglie Adelaide, in segno di pacificazione e clemenza, vollero tenere a battesimo il neonato in qualità di padrini, decidendone il nome.  Il giovane Guglielmo trascorse gli anni dell’infanzia nel castello di famiglia a Volpiano. All’età di sette anni fu avviato alla vita monastica nel monastero benedettino di Lucedio (Vercelli) , dedicato a San Genuario e a Santa Maria, in qualità di “oblato”. In seguito perfezionò gli studi presso le scuole di Vercelli e di Pavia. Presto dimostrò le sue grandi capacità, ma anche il suo carattere determinato, che non gli consentiva di scendere a compromessi su questioni di principio relative alla sua visione rigorosa della vita monastica. Infatti, tornato a Lucedio, dovendo essere ordinato diacono, rifiutò di prestare giuramento di obbedienza e di fedeltà al vescovo Pietro di Vercelli, troppo legato al potere temporale, perché egli vedeva nel monachesimo, e non negli ecclesiastici, la strada per realizzare il volere di Dio.

L’atmosfera di ostilità che si era formata nel monastero di Lucedio nei suoi confronti, non permetteva una sua ulteriore permanenza in quel luogo e perciò, in accordo con il Vescovo, si ritirò nel monastero di San Michele delle Chiuse, sul monte Pirchiriano in valle di Susa, sulla “via Francisca” verso la Borgogna. Durante la permanenza del venticinquenne Guglielmo in questo monastero, vi giunse anche l’abate Maiolo che, accorgendosi delle sue molteplici qualità, decise di portarlo con sé a Cluny, dove ricevette il diaconato: era l’anno 987.

La Borgogna all’inizio del X secolo era all’attenzione di tutta l’Europa: la fondazione nel 910 del cenobio di Cluny era rapidamente assurta ad avvenimento eccezionale per la diffusione del consenso religioso e sociale che l’attività di quel monastero, e dei suoi abati, aveva conseguito. Il nuovo monaco vi fu accolto con affabilità e benevolenza e, sotto lo sguardo paterno dell’abate Maiolo, iniziò la sua partecipazione alla riforma cluniacense. Essa fu resa possibile grazie alla grande intuizione politica di Maiolo, che istituì legami strettissimi e duraturi con l’Impero. Lo stato dei monasteri benedettini, prima della riforma, era di decadenza spirituale, morale e materiale.

La riforma cluniacense si basò sull’indipendenza delle abbazie da ogni vincolo ecclesiastico o civile: l’abbazia madre era sottomessa soltanto al Papa ed i vari monasteri, legati ad essa, avevano un rapporto simile a quello feudale. Dal punto di vista spirituale erano centrali la preghiera e la liturgia, per dedicarsi alle quali il monaco venne di fatto sollevato dai lavori manuali, che erano eseguiti da manodopera laica.

Dopo un anno di permanenza a Cluny, l’abate Maiolo incaricò Guglielmo di ispezionare e dare ordine, con il titolo di priore, al cenobio di San Saturnino (oggi Pont St. Esprit) nella valle del Rodano, in Provenza: incarico che Guglielmo assolse con diligenza e fermezza, dando origine a quella fama di riformatore rigido ed inflessibile che gli valse il soprannome di “ultra regulam”. Restò poco a San Saturnino. Brunone, vescovo di Langres, sotto la cui giurisdizione era posto il borgo fortificato di Digione con il monastero di San Benigno, allora in condizioni religiose e morali deplorevoli, aveva deciso una energica azione di normalizzazione di quel cenobio e si era affidato all’abate Maiolo per tale riforma. La scelta per quel compito cadde su Guglielmo: con altri dodici monaci di Cluny il 24 novembre 989, a 27 anni, Guglielmo entrava in San Benigno di Digione e all’inizio dell’anno successivo, ricevuti gli ordini sacerdotali dal vescovo Brunone, veniva formalmente eletto abate.

A Digione la sua genialità di architetto rinnovatore ed il suo carisma di abate ebbero un successo clamoroso. Sicuramente Guglielmo fu un personaggio eclettico. Essere architetto nel medioevo significava possedere una personalità più complessa di quanto il tecnicismo dei nostri giorni avrebbe consentito di essere. L’architetto di allora ha una visione totale del suo tempo, della cultura e del cosmo: ha cognizioni di chimica, geologia, mineralogia; è un buon geografo e metereologo; sa di astronomia, matematica e geometria; ha studiato teologia e conosce il latino; è normalmente buon pittore e scultore. Inoltre Guglielmo si dedica anche alla musica, inserendo nel canto gregoriano e nelle novità canore polifoniche e strumentali, atte a rinnovare la liturgia monastica, una primitiva forma di notazione musicale, ben documentata dal manoscritto a lui attribuito e conservato a Montpellier, redatto per la scuola musicale di San Benigno di Digione. La conoscenza della pedagogia lo spinge poi alla istituzione di scuole, per monaci e laici, nei monasteri da lui controllati.

Fu rigoroso nella vita cenobica e autorevole come i veri maestri che insegnano con il loro esempio di vita. Rappresentò l’ideale dell’abate: saper dimostrare la severità del maestro e l’indulgente affetto del padre.

A Digione Guglielmo da Volpiano fu progettista e direttore dei lavori di restauro e di ampliamento dell’abbaziale di San Benigno, durante i quali venne scoperta la tomba del “prezioso martire Benigno”, evangelizzatore in epoca romana della Borgogna: tomba la cui posizione era ignorata ed il cui ritrovamento fu considerato miracoloso. Tale ritrovamento clamoroso portò un immenso prestigio all’abate Guglielmo e al vescovo Brunone di Langres, e per secoli farà dell’abbaziale di Digione una meta notevole di pellegrinaggi. Pertanto l’autorità vescovile staccherà dalla casa madre di Cluny il cenobio di Digione dando ad esso totale autonomia liturgica e catechetica.

Per il restauro e l’ampliamento dell’abbaziale di San Benigno, Guglielmo ebbe l’idea di andare oltre il rafforzamento dell’esistente struttura di epoca carolingia, realizzando ad oriente di questa, appoggiata alla sua abside, una costruzione nuova senza precedenti, una torre cilindrica a tre piani, di cui due fuori terra, con un diametro di circa 19 metri. Costruzione di una grandiosità allora senza pari di cui ci restano disegni redatti nel 1739, prima che la rivoluzione francese provocasse la sua distruzione. Possiamo oggi almeno ammirare il piano inferiore sotterraneo, ristrutturato a cripta: è una concezione costruttiva che anticipa il romanico e fa dell’abate Guglielmo un punto di riferimento nella storia dell’arte e dell’architettura.

Guglielmo è uomo del suo tempo, non ama i re e gli imperatori, non ha stima dei papi, riafferma senza esitazioni ed incertezze l’autonomia spirituale e politica di se stesso, in quanto abate, “alter Christus”, e proclama ad ogni occasione “Ego Wilelmus abbas sum”. Per tutta la sua vita manterrà sempre il titolo e la funzione di Abate di San Benigno di Digione. Ecco perché ancora attualmente, e soprattutto in Francia, è conosciuto come Guglielmo di Digione. Il suo ricordo è ancora vivo in Normandia, in Borgogna e nell’Italia nord-occidentale: forse si riferisce a lui la figura, severa ed originale, che si staglia sul fronte principale del pulpito, capolavoro scultoreo romanico, nella basilica di San Giulio sull’omonima isola del lago d’Orta, datato all’inizio del XII secolo, cento anni dopo la sua morte.

Le sue qualità lo portarono ad avere un’attività intensa di costruttore di chiese e di comunità, sia materialmente che spiritualmente. Il suo biografo Rodolfo il Glabro annovera sotto la sua influenza circa quaranta monasteri: oltre Digione possiamo citare Fécamp, Mont-Saint-Michel, Bernay e  Jumièges in Normandia, Metz in Lorena, Auxerre in Borgogna, Saint-Germain-des-Près a Parigi, Fruttuaria di San Benigno nel Canavese. Operò e viaggiò non solo in Francia, ma anche in Italia: si recò a Roma, Pavia, Vercelli, Ravenna, Benevento. Riformò l’abbazia di Farfa nel Lazio. Andò due volte in pellegrinaggio sul Gargano, a Monte Sant’Angelo, come ogni buon longobardo devoto all’Arcangelo Michele.

Guglielmo è un punto di riferimento spirituale e materiale per la società dell’anno mille che sulle basi del vecchio mondo si apre al nuovo: fenomeno che con entusiasmo poetico il suo discepolo e biografo Rodolfo il Glabro ci rivela nei suoi Cinque Libri delle Storie, quando proclama che dopo il Mille: “… Pareva che la terra stessa, come scrollandosi e liberandosi della vecchiaia, si rivestisse tutta di un candido manto di cattedrali …”.

L’opera di Guglielmo da Volpiano che maggiormente ci interessa è la fondazione dell’ABBAZIA DI FRUTTUARIA, nell’attuale Comune di San Benigno Canavese, a circa due km. da Volpiano.Questa nuova istituzione monastica avrà nuove ed originali regole proprie , quelle “Consuetudines Fructuarienses”, che porteranno la fama di Fruttuaria anche oltre i confini d’Italia.

Nell’anno 1002 muore il giovane imperatore Ottone III di Sassonia, nipote di Ottone I detto il Grande, rifondatore del Sacro Romano Impero. La sua salma viene tumulata ad Acquisgrana. Dall’aprile del 999 è papa Gerberto d’Aurillac con il nome di Silvestro II. Con la scomparsa dell’imperatore l’Italia piomba nell’anarchia e nella guerra civile.

Il 15 febbraio, a Pavia, Arduino marchese d’Ivrea si fa incoronare re d’Italia dai grandi feudatari. Pochi mesi dopo, il 7 giugno, a Magonza, viene consacrato re di Germania Enrico II duca di Baviera. Nel mese di dicembre Enrico II manda Ottone, duca di Carinzia, contro i ribelli italiani. Ma l’esercito di Arduino gli infligge una dura sconfitta. E’ l’inizio di una guerra che, tra alterne vicende, proseguirà fino al 1014 con la definitiva sconfitta di re Arduino.

In questo contesto storico, Guglielmo maturò l’idea della fondazione di un monastero in un luogo vicino al torrente Malone, occupato allora dall’antica selva Gerulfia, in un fondo del patrimonio libero del feudo di famiglia, la contea di Volpiano. L’ABBAZIA DI FRUTTUARIA beneficiò inizialmente delle donazioni dei fratelli di Guglielmo e, successivamente, anche di quelle di grandi feudatari, imperatori e privati. Essa fu sciolta da ogni ordinaria autorità civile ed ecclesiastica, dipendente solo dal papa e dall’imperatore, formò uno stato libero o, meglio, un grande feudo monastico che, sotto la signoria degli Abati, attraverso svariate vicende storiche, durò fino agli inizi del XVIII secolo. L’abbazia di Fruttuaria si sostituì al feudo di Volpiano, assorbendone presto il territorio, anche in virtù del fatto che i fratelli di Guglielmo, Gottifredo e Nitardo, entrarono in convento abbracciando la regola monastica, mentre il fratello minore, Roberto Juniore, lasciò presumibilmente il castello e il borgo di Volpiano in eredità al monastero. Il periodo di massimo splendore per Fruttuaria si colloca nei secoli XII e XIII, quando gli Abati governavano quelle che comunemente vengono dette “le quattro Terre Abbaziali”, ossia gli attuali comuni di San Benigno Canavese, Lombardore, Feletto e Montanaro, oltre all’attuale comune di Volpiano. E le Terre di Fruttuaria battevano anche moneta.

Il 28 gennaio 1003, a Vercelli, re Arduino concede per il nascente monastero di Fruttuaria un diploma accordante libertà, protezione ed aiuto economico. Il 23 febbraio dello stesso anno Guglielmo è a Fruttuaria per la posa della prima pietra dell’abbazia, che verrà dedicata a San Benigno. Sono presenti il vescovo d’Ivrea Ottobiano e re Arduino con la sua famiglia e la corte. Il 2 dicembre dell’anno 1006 Guglielmo chiede al papa Giovanni XVIII di confermare con una sua bolla le libertà e i privilegi di Fruttuaria. Questa bolla è seguita da un “breve” in cui si dà incarico ai vescovi Leone di Vercelli, Gezone di Torino, Costantino di Alba e Sigifredo di Parma e Piacenza di andare a consacrare l’abbazia. Nei primi mesi dell’anno 1007 avviene la consacrazione dell’abbazia di Fruttuaria.

Intanto il 14 maggio dell’anno 1004 Enrico II, sceso con un forte esercito a Pavia, era stato incoronato re d’Italia dai grandi feudatari. La guerra contro Arduino proseguirà fino al 1014, anno in cui Enrico II viene incoronato imperatore dal papa Benedetto VIII in San Pietro, il giorno 14 febbraio. Arduino in un primo tempo riprende forza e organizza la resistenza. Lascia con il suo esercito la roccaforte di Sparone, sotto il monte Gran Paradiso, dove si era trincerato fin dal 1013: conquista Vercelli e Novara mettendo in fuga i rispettivi vescovi di parte imperiale, Leone e Pietro. Dopo pochi mesi, però, Vercelli è di nuovo in mano al suo vescovo Leone. Arduino, deluso dal tradimento dei grandi vassalli d’Italia e ormai fiaccato fisicamente e moralmente, rinuncia definitivamente alla lotta e si ritira a Fruttuaria. Qui morirà il 14 dicembre del successivo anno 1015.

Il 14 maggio 1014, a Pavia, Guglielmo incontra l’imperatore Enrico II in viaggio verso la Germania per chiedere conferma delle proprietà e delle prerogative riconosciute all’abbazia di Fruttuaria. Con diploma imperiale dello stesso anno 1014, l’imperatore Enrico II riconosce e conferma tutte le garanzie, le prerogative e i privilegi in essere per Fruttuaria, nonché le proprietà acquisite e da acquisire, stabilendo quali sono i confini del territorio sottoposto alla signoria dell’Abbazia stessa, prendendola sotto la propria augusta protezione. Questo diploma imperiale è la prima documentazione storica del castello, e del borgo di Volpiano: “… infra istos fines est Vulpianum cum castello et capella, … et Vauda de Vulpiano usque ad finem superius dictum …” (“… tra questi confini vi è Volpiano con il castello e la cappella … e Vauda di Volpiano sino al confine sopraddetto …”). La cappella a cui il diploma fa riferimento è verosimilmente l’attuale chiesa parrocchiale che, pur avendo subito nei secoli svariati restauri, ristrutturazioni ed ampliamenti, conserva, molto ben visibili, nella sua struttura originaria, le linee di quello stile semigotico od ogivale che Guglielmo da Volpiano seppe così ben concepire e concretare nelle sue costruzioni.

Guglielmo intanto prosegue nella sua intensa attività di costruttore di abbazie e di riformatore di comunità monastiche. Nel 1015 ritorna in Normandia dove collabora alla gestione materiale e spirituale dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Alla morte dell’abate di Jumièges gli viene offerta la direzione dell’abbazia. Viene inoltre nominato abate di St.-Arnould di Metz. Nello stesso anno 1015 a Roma, in Laterano, il papa Benedetto VIII conferma per Fruttuaria libertà e privilegi già riconosciuti precedentemente. Nel 1016 lo stesso papa Benedetto VIII conferma la protezione papale per Fécamp, il cenobio della Santa Trinità di cui Guglielmo è abate fin dall’anno 1001. Oltre a Fécamp Guglielmo finì per controllare anche il cenobio di Mont-Saint-Michel e i monasteri di St. Ouen e Bernay. Il 2 settembre 1023 l’imperatore Enrico II riconferma per Fruttuaria i privilegi già concessi in antecedenza ed equipara la sua libertà a quella di Cluny.

Nell’anno 1026 Guglielmo è a Parigi su invito del re di Francia Roberto il Pio, che lo nomina abate di Saint-Germain-des-Près. Il 17 ottobre del 1028 Guglielmo, insieme a Rodolfo il Glabro, è a Susa per la consacrazione della chiesa dell’abbazia di San Giusto, fatta costruire dal marchese di Torino Olderico Manfredi.

Anno 1030: ultimo viaggio di Guglielmo in Francia. Già ammalato e sfinito di forze, giunge  nel mese di dicembre a Fècamp nella sua abbazia della Santa Trinità. Qui si aggrava ulteriormente e muore il 1° gennaio 1031. Viene sepolto nella stessa abbazia della Santa Trinità dove una lapide ne ricorda la sepoltura. Nel vecchio necrologio del cenobio di Fécamp si legge per l’anno 1031: “Calende di gennaio, deposizione di Dom Guglielmo di beata memoria, abate di questo luogo e padre di molti monasteri”. Pure il necrologio di St.-Germain-des-Près a Parigi lo ricorda nel giorno delle Calende di gennaio, definendolo “ansioso di troppa religiosità”.

Poco tempo dopo l’abate Guglielmo da Volpiano che aveva fatto della sua vita un sacrificio continuo, restando incomparabile nell’osservanza scrupolosa delle regole e nell’esercizio di ogni virtù, veniva da tutti chiamato Santo.

E la Chiesa Cattolica lo venera come Santo, facendone memoria il 1° gennaio.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

 

Rodolfo il Glabro

“Vita Sancti Guillelmi abbatis Divionensis”

“La vita di San Guglielmo abate di Digione”

Rodolfo il Glabro

“Historiarum Libri Quinque” “Cinque Libri delle Storie”

A.A. V.V.

“Numero Unico Commemorativo Illustrato nel quarantennio di Parrocchia di Mons. Francesco Vaschetti”, Volpiano 1910

Pier Giorgio Debernardi

“Un monaco per l’Europa: Guglielmo da Volpiano” e Stefano Benedetto Ferraro Editrice, Ivrea 1990

Gian Maria Capuani

“Vita di Guglielmo: Protagonista dell’anno Mille”, Pro-Loco Orta S. Giulio 1997


 

MACEDONIA

CRONACHE D’UNA GUERRA DIMENTICATA

MACEDONIA 1916 – 1918

FRONTE di SALONICCO

(di  FRANCESCO VIOLA )

“Soldato Viola Antonio-Giacomo, fu Giuseppe e fu Brunetta Margherita, chiamato alle armi per mobilitazione il 24 Maggio 1915, Treno Ausiliario Militare, 3a Compagnia, 5° Rgt. Artiglieria da   Campagna, portante il numero di Matricola 23801 (41) 1886. Presto servizio nel 2° Rifornimento Mandria fino al 1° Dicembre, quando passo al 1° Rifornimento Quadrupedi, presso la Caserma “Principe Amedeo” di Venaria Reale (Torino). Il 24 Ottobre 1916, con parte del 5° Rgt. Artiglieria, vengo aggregato alla Sezione Treno A.M., Panificio Forni Weiss, Squadra 101 B., 35ma Divisione, ed inviato in zona di guerra. Imbarcato il giorno 27 Ottobre 1916 da Napoli sul piroscafo “Brasile”, vengo sbarcato a Salonicco, in Macedonia, il giorno 1° Novembre. Rimango in servizio sul fronte macedone con la 35a Divisione fino al 25 Gennaio 1919, quando vengo inviato in esonero agricolo. Da Monastir vengo trasferito al Campo sosta di Salonicco fino al 20 Febbraio, poi imbarcato sulla nave “Indiana” verso l’Italia: giungo a casa, a Volpiano il 14 Marzo 1919. Il 26 dello stesso mese mi reco al Distretto militare per prendere la licenza di congedo illimitato. In Macedonia  ho contratto una gravissima dissenteria, causata dall’ameba, come pure nel periodo trascorso alla Venaria Reale: pertanto vengo sottoposto a due rassegne (visite mediche con esami clinici) presso l’Ospedale Militare Principale di Torino e, riconosciuto inabile per causa di servizio, vengo posto in convalescenza.”

Questo biglietto, scritto di suo pugno dal mio nonno materno, è stato da me ritrovato riordinando antichi documenti di famiglia. In calce al biglietto è aggiunta una frase vergata con grafia diversa da quella del nonno. Essa dice: “Sottoposto a visita collegiale il 2 Aprile, muore il 12 Luglio 1922”. Aveva 36 anni il nonno quand’è morto, e il suo decesso è stato riconosciuto per causa di servizio: infatti mia nonna ha beneficiato della pensione di guerra quale vedova di caduto della prima guerra mondiale. Il nonno Viola Antonio-Giacomo era nato l’8 Giugno 1886 a Volpiano (Torino), di professione contadino, ha contratto matrimonio il 29 Marzo 1913, presso il Comune di Volpiano, con mia nonna, Bertetto Giuseppa nata a Volpiano l’8 Febbraio 1894, anche lei di professione contadina. Chiamato alle armi per mobilitazione il 24 Maggio 1915 (“il Maggio radioso” di certa retorica letteratura interventista) fu mandato a morire con tanti altri poveri ragazzi per una “inutile strage” su di un fronte in un paese sconosciuto (la Macedonia) e per altrettante sconosciute motivazioni.

Quando parliamo di prima guerra mondiale solitamente ricordiamo il fronte alpino, dove hanno perso la vita centinaia di migliaia di ragazzi che si sono sacrificati nelle undici battaglie dell’Isonzo, sul Monte Nero, sull’altopiano di Asiago, sul Pasubio, sul Sabotino, sull’altopiano della Bainsizza, sulle aspre doline del Carso, a Caporetto, nella battaglia difensiva combattuta sul Monte Grappa, sul Montello e sul Piave (la battaglia del Solstizio, di dannunziana memoria), fino alla vittoria finale di Vittorio Veneto. Ci si scorda però che un notevole corpo di spedizione italiano è stato inviato nel 1916 a Salonicco, su quello che allora venne chiamato il fronte macedone, o fronte meridionale, a combattere, a fianco degli alleati anglo-francesi-russi, una guerra che, attualmente, è pressoché dimenticata, in Italia, nelle celebrazioni ufficiali, ma che costò, su 52.700 uomini, 8.324 tra morti, feriti e dispersi e circa 10.000 uomini vittime in inverno del gelo e in estate dell’ameba.

Il fronte macedone (o fronte di Salonicco, o fronte meridionale) fu il risultato del tentativo delle potenze dell’Intesa di venire in soccorso della Serbia, nell’autunno del 1915, contro l’attacco combinato di Germania, Austria-Ungheria e Bulgaria. La spedizione arrivò tardi e  con forze insufficienti per evitare la caduta della Serbia, e fu complicata dalla crisi politica interna in Grecia (il cosiddetto “scisma nazionale”). Nello stesso periodo, dal febbraio del 1915 al gennaio 1916, si verificarono i disastrosi quanto inutili tentativi di sbarco anglo-francese a Gallipoli, nei Dardanelli, contro l’Impero Ottomano, che costarono agli Alleati circa 250.000 tra morti e feriti (soprattutto di nazionalità australiana e neozelandese), nonché notevoli perdite di diverse unità navali di grosso tonnellaggio. Alla fine si formò un fronte stabile, che andava dalla costa adriatica albanese fino al fiume Strimone, tra Grecia e Bulgaria, il cui centro logistico  principale era localizzato a Salonicco, contrapponendo una forza armata multinazionale,  l’ “Armée d’Orient” al comando del generale francese Maurice Serrail, contro gli Imperi centrali.

Il fronte macedone rimase abbastanza stabile, nonostante alcune azioni locali, bloccato in una logorante guerra di posizione, fino alla grande offensiva dell’Intesa nel settembre del 1918, con le battaglie di Dobro Pole e di Dojran, cui seguì la capitolazione della Bulgaria, la riconquista della Serbia e, attraversato il Danubio, l’invasione dell’Ungheria. Questo è lo scenario, nei primi mesi del 1916, dello scacchiere balcanico, quando gli Alleati della Triplice Intesa (Francia, Impero Britannico e Impero Russo) chiesero all’Italia, entrata in guerra al loro fianco il 24 maggio 1915, di intervenire militarmente con cinque divisioni per un’offensiva contro la Bulgaria, alleata degli Imperi centrali e della Turchia. Il ministro Sidney Sonnino ed il capo di Stato Maggiore dell’Esercito gen. Luigi Cadorna decisero di inviare, nel luglio del  1916, in Macedonia un Corpo di spedizione sotto il comando del generale Carlo Petitti di Roreto. Tale Corpo di spedizione comprendeva la 35a Divisione, formata dalle Brigate di fanteria “Sicilia” (61° e  62° Reggimento) e “Cagliari” (63° e 64° Reggimento), dal 1° Squadrone “Cavalleggeri di Lucca”, dal 2° Reggimento Artiglieria da montagna (su 8 batterie con 40 cannoni), da 6 compagnie di Bersaglieri mitraglieri, da 3 compagnie di zappatori del Genio, una di pontieri, una di telegrafisti, una di minatori e servizi. La Divisione fu dotata di larghi mezzi di sussistenza e di ricco materiale bellico. A Salonicco fu costituita una base di rifornimento e sgombero: quattro ospedali da campo di 100 letti l’uno, con grande quantità di mezzi sanitari, derrate, viveri di riserva, vino, olio, tabacco e generi di conforto; un panificio da campo, dotato di moderni forni mobili Weiss; notevoli scorte di vestiario e di materiale d’equipaggiamento, materiali d’artiglieria, mortai, munizioni, macchine, ecc.

Al Corpo di spedizione fu aggregato un nucleo di ufficiali per il servizio di tappa, un autoparco con 5 sezioni di autocarri leggeri, reparti di Carabinieri. Inoltre fu predisposto il trasferimento di 438 tra ufficiali, piloti e specialisti dell’Aviazione con diverse squadriglie di biplani da ricognizione armata modelli Farman e S.A.M.L., S1 e S2. Successivamente il Corpo Aereo Italiano in Macedonia verrà rinforzato con reparti equipaggiati di caccia Nieuport. Per trasportare il Corpo di spedizione italiano in Macedonia furono impiegati 34 piroscafi italiani e 3 francesi (ciascuno dei quali compì almeno tre viaggi), che trasportarono complessivamente 44.000 uomini, 10.000 quadrupedi, 1.000 carri ippotrainati, 40 cannoni, 15.000 tonnellate di rifornimenti e materiale vario. Il primo scaglione partì da Taranto l’8 agosto 1916 e sbarcò a Salonicco la sera del 10, festeggiato dalle rappresentanze alleate e dalla numerosa colonia italiana.

Il corrispondente di guerra del giornale inglese WARD PRICE, presente allo sbarco, scrisse in merito queste parole: “Quelle truppe, così superbe e superiori ad ogni elogio, attraversarono Salonicco fatte segno all’ammirazione ed alla curiosità dei presenti. Solo, avanti a tutti, sopravanzandoli con la sua imponente statura, marciava il generale Petitti di Roreto , un vero Amek, alto 6 piedi e 4 pollici, grande, slanciato, solido …”. Era presente allo sbarco, con il suo Stato Maggiore, il Comandante Generale dell’”Armée d’Orient” il generale francese Maurice Serrail. Il Comando dell’Intesa affidò subito alle forze italiane l’incarico di difendere il settore di Kruscia-Balcan, ad est del lago Dojran: una linea di circa 50 chilometri, particolarmente esposta agli attacchi dei bulgari. Dal 19 ottobre 1916 a tutto il mese di novembre, giunsero a Salonicco, assegnati alla 35a Divisione, ulteriori contingenti di truppe, inquadrati nella Brigata di fanteria “Ivrea”, composta dal 161° e dal 162° Reggimento. In tal modo e a seguito altri trasporti truppe via mare, gli italiani presenti sul fronte macedone dal 1916 al 1918 raggiunsero il ragguardevole numero di 52.700 uomini.

Tra la grande quantità di mezzi di sussistenza di cui fu dotato il Corpo di spedizione italiano in Macedonia annoveriamo i forni mobili Weiss. Si trattava di un vero e proprio panificio da campo, di brevetto austriaco, dotato di forni che sembravano delle piccole locomotive, i cui panettieri erano in grado di sfornare, per ogni forno, circa 2.000 pani nel giro di 24 ore, che venivano poi biscottati. Ecco dunque le famose “gallette”. C’erano anche le cucine vere e proprie, cioè delle baracche dove si costruivano dei forni in mattoni o pietre per ricevere i pentoloni in cui venivano preparati i menù del giorno, secondo le istruzioni. Ad ogni combattente spettavano, per regolamento: pane grammi 600, formaggio grammi 40, riso grammi 120, carne grammi 200, legumi grammi 50, caffè con 10 grammi di zucchero. Erano assicurate, in via teorica, circa 2.452 calorie a persona. Decisamente poche  per uomini di vent’anni che spesso vivevano in trincea a più di 2.000 metri d’altitudine, con la neve, il fango e con temperature di diversi gradi sotto lo zero. Senza considerare il fatto che, il più delle volte, il rancio in prima linea non arrivava affatto, e anche per diversi giorni consecutivi. Con l’arrivo nel 1916 del Corpo di spedizione italiano in Macedonia, l’ “Armée d’Orient” del generale Serrail era stata rinforzata al punto di disporre di 23 divisioni: 6 francesi, 6 serbe, 7 inglesi, 1 italiana (la 35ma), 1 greca “di difesa nazionale” e 2 russe. Le forze italiane sotto l’attacco dei bulgari, rinforzati da diversi reparti tedeschi, si videro costrette a condurre una logorante guerra di trincea, intervallata solo da sterili e sanguinosi tentativi di assalto, che si infrangevano inutilmente su quelli che vennero considerati i simboli tragici della guerra di posizione: il filo spinato e le mitragliatrici. Attacchi frontali che producevano unicamente tremendi massacri cruenti ed insensati, mentre il fronte della prima linea non si spostava in avanti se non di qualche chilometro, quando andava bene.

Nel mese di ottobre, per appoggiare gli attacchi dei reparti anglo-francesi dell’Intesa contro il centro strategico di Monastir, difeso da artiglierie e da fanterie bulgare ben trincerate intorno alla città, il Comando italiano fece trasferire verso ovest l’intera brigata Cagliari, rinforzata da uno squadrone di cavalleria e da alcune batterie di pezzi da montagna. Risalite le cime dei monti Baba, gli italiani sferrarono un attacco contro i centri di Gradesnitza e di Kicevo. Il 14 novembre, ad una quota di circa 2.000 metri, con 10 gradi sotto zero e con la neve alle ginocchia, i primi reparti italiani mossero molto lentamente e tra mille difficoltà verso il passo di Ostretz, ottenendo, tra il 19 e il 21 novembre due importanti successi. Gli uomini del generale Petitti di Roreto riuscirono, al prezzo di pesanti perdite, a scalare e a conquistare il monte Velusina (2.209 metri), espugnato dal 63° Reggimento, e subito dopo la località di Bratindol. Negli stessi giorni la cavalleria francese riusciva finalmente a travolgere le difese bulgare e occupare Monastir. Poche ore dopo, fecero il loro ingresso a Monastir anche alcuni reparti italiani. Intanto sopraggiunse l’inverno del 1916, con temperature di parecchi gradi sotto lo zero, continue piogge battenti e tormente di neve: tutte le quote furono ben presto innevate. Alla fine dell’anno, il comandante dell’ ”Armée d’Orient” , il generale Serrail, concordò con il Comando italiano che la 35ma Divisione fosse tolta dalla primitiva destinazione, piana paludosa e malarica, e fosse schierata nella zona di Monastir. Agli inglesi sarebbe invece spettato il compito di schierarsi  nella zona orientale del fronte sul Kruscia-Balcan, al posto degli italiani. Petitti di Roreto acconsentì e dispose subito il trasferimento della 35ma. Questa manovra risultò molto difficile a causa della pessima stagione, della carenza di strade (in gran parte allagate o ridotte a profondi pantani), maltempo (pioggia, neve, ghiaccio, venti gelidi e temperature di molti gradi sotto lo zero), ostacoli naturali (valli profonde, montagne e fiumi impetuosi). Ciononostante, il 18 dicembre del 1916, l’intero contingente italiano riuscì a raggiungere la località di Negociani, ubicata a circa 15 chilometri ad est di Monastir, occupando la linea compresa tra le località di Cerna e Novak, presso il fiume Cerna, in sostituzione dei reparti francesi. Era ormai la vigilia di Natale quando quegli uomini, distrutti dalla fatica, poterono concedersi la prima giornata di riposo completo, dopo più di una settimana di marce estenuanti. Dalla fine del dicembre 1916 al settembre del 1918, le truppe italiane stanziate in Macedonia condussero una logorante guerra di trincea, caratterizzata da brevi e violenti scontri e da numerose azioni di pattugliamento notturno.

Dai rapporti che il generale Petitti di Roreto inviava regolarmente al Comando Supremo in Italia, si evince come la situazione sanitaria del fronte macedone fosse alquanto critica per le enormi perdite subite, sia dagli italiani, che dai francesi e dagli inglesi, durante l’estate, per malaria, per tifo e per dissenteria. Negli stessi rapporti si lamentava anche il mancato ricevimento, da parte degli Alleati, di un numero sufficientemente congruo di complementi, in sostituzione delle perdite subite. La 35ma Divisione italiana aveva perduto, in meno di due mesi, quasi 5.000 uomini, pochi dei quali avrebbero potuto riprendere prossimamente servizio. La maggior parte erano stati rimpatriati, o lo sarebbero stati man mano che si fossero rese disponibili le navi-ospedale, perché affetti da forme così gravi di malaria da esigere molte cure e una lunga convalescenza. Nonostante tutto, la 35ma Divisione sembrerebbe essere la sola che riceveva prontamente e regolarmente tutti i complementi che le occorrevano.

Il 12 febbraio 1917, con una mossa a sorpresa, alcune unità di schutzen tedeschi equipaggiati con lanciafiamme e bombe incendiarie attaccarono le posizioni del 162° fanteria Ivrea, riuscendo a conquistare alcune trincee a Quota 1.050. Infruttuosi si rivelarono i successivi tentativi condotti dagli italiani per sloggiare il nemico dalle linee acquisite. Il 9 maggio 1917, in concomitanza di un attacco franco-russo sul Cerna, operazione alla quale parteciparono anche diversi reparti della 35ma Divisione, le forze bulgaro-tedesche respinsero le truppe dell’Intesa che persero moltissimi uomini. Al termine della durissima battaglia, ben 2.800 tra ufficiali e soldati italiani vennero feriti o uccisi. Fu una vera carneficina. Nei mesi successivi, tuttavia, le forze alleate riuscirono, grazie anche all’arrivo di rinforzi serbi e greci, a ribaltare la situazione a loro vantaggio, iniziando a consolidare nuovamente il fronte e a guadagnare pian piano nuove posizioni, assaltando con successo le trincee avversarie, strenuamente difese dai bulgari con filo spinato e mitragliatrici. Dal 16 giugno 1917 la 35ma Divisione passò sotto il comando del generale Ernesto Mombelli, dopo un breve esercizio di intermezzo del generale Giuseppe Pennella, in quanto il generale Carlo Petitti di Roreto fu richiamato in Italia per assumere il comando del XXIII Corpo d’Armata.Nel novembre del 1917 il nuovo primo ministro francese Georges Clemenceau richiamò il generale Maurice Serrail per sostituirlo, in un primo tempo, con il generale Adolphe Guillaumat, che verrà successivamente rimpiazzato dal generale Franchet d’Esperey al comando dell’ “Armée d’Orient”.

Nel corso del 1918 si andò delineando la prospettiva di una imminente vittoria a favore degli Alleati dell’Intesa a tutto svantaggio degli ormai traballanti Imperi Centrali. Il governo austro-ungarico versava nel caos più totale, il potente esercito tedesco era stato sconfitto sul fronte occidentale e l’impero ottomano era praticamente al collasso. I bulgari non avevano più intenzione di combattere per una causa persa. Tuttavia, tra il 14 e il 21 settembre del 1918, il Comando Supremo bulgaro con un impeto di orgoglio decise di giocare il tutto per tutto e di tentare un ultimo, disperato attacco alle linee dell’Intesa, proprio lungo il tratto tenuto dagli italiani. Dopo aver respinto una serie di furiosi assalti, molti dei quali all’arma bianca, gli uomini della 35ma Divisione riuscirono però a riprendere l’iniziativa, passando infine ad un contrattacco generale combinato con le altre forze alleate. Erano iniziate le battaglie finali di Dobro Pole e di Dojran. Nel pomeriggio del 21 settembre un battaglione italiano riuscì a strappare ai bulgari l’imprendibile Quota 1.050, l’ultimo bastione della difesa nemica. Superato l’ostacolo, il giorno seguente gli italiani penetrarono per oltre dieci chilometri all’interno delle linee bulgare puntando su Kruscevo. Il giorno 24, con il nemico in piena rotta, i cavalleggeri e le fanterie italiane della Brigata Sicilia giunsero alle porte di Novo Selani, mentre la Brigata Cagliari piombava sul ponte di Bucin, sul fiume Cerna, nei pressi della località di Vodjani. Da quel momento in poi per le forze dell’Intesa l’avanzata si trasformò in una marcia trionfale. Il 25 settembre, nella zona orientale del fronte, gli inglesi sfondavano anch’essi gli ultimi catenacci bulgari, mentre i francesi conquistavano Skopje, ormai abbandonata dall’avversario in fuga. Il 26, preceduti dai reparti di cavalleria, i battaglioni italiani superarono di slancio le cime di Baba, Planina e Draghisetz, tagliando la ritirata dei bulgari che stavano cercando di ripiegare sempre più a nord verso il passo di Kicevo-Kakkandelen. Il 27 settembre, dopo alcuni brevissimi combattimenti, reparti avanzati della 35ma occuparono una vasta porzione del massiccio del Cesma e la località di Karaul Kruska, mentre l’ala sinistra dell’armata , dopo aver investito Pribitzi, proseguiva velocemente in direzione di Sop. Qui, per tutta la giornata seguente le valorose truppe bulgare resistettero agli assalti della Brigata Sicilia, cedendo infine all’irruenza degli italiani. Il 30 settembre 1918, mentre la 35ma Divisione si stava preparando per sferrare l’ultima e definitiva offensiva su Sop, a nord-est di Ohrida, il generale Mombelli, ricevette la notizia della resa della Bulgaria. Il giorno 3 ottobre, infine, il Comando dell’armata bulgara e austro-tedesca di Macedonia decise, anche se dopo molte incertezze, di cedere le armi al comandante della Brigata Cagliari, generale Fresi, e ai rappresentanti delle altre forze dell’Intesa. Lo stesso giorno i soldati della Cagliari presero prigionieri 7.727 soldati nemici (di cui 224 ufficiali), catturarono 10 tra cannoni e bombarde, 70 mitragliatrici e circa 8.000 fucili, più un cospicuo quantitativo di viveri, munizioni e carriaggi. Con quest’ultima, brillante operazione terminava la lunga e sanguinosa epopea del Corpo di Spedizione Italiano nei Balcani, un mese prima della resa degli austro-ungarici sul fronte alpino. Dopo 36 mesi si concludeva così la durissima avventura del Corpo Italiano in Macedonia: uno sforzo militare  che costò alle nostre truppe, come ho già scritto, 8.324 tra morti, feriti e dispersi e non meno di 10.000 uomini vittime in inverno del gelo e in estate della terribile ameba-ameba.

Attualmente a Salonicco, in località Zeitenlik, esiste il Cimitero Militare degli Alleati nel cui settore italiano riposano circa 3.000 soldati nostri connazionali caduti sul fronte macedone. La cura del sito è affidata al nostro console onorario locale che fa tutto il possibile per mantenere il sacrario in modo dignitoso, con gli scarsi mezzi a disposizione. Niente a che vedere comunque con il settore inglese dove è stato addirittura scavato un pozzo per innaffiare il prato e dove ogni due anni vengono rinnovate le lapidi, mentre le croci dei nostri sono abbastanza deteriorate e le targhette con i nomi quasi illeggibili. Tuttavia, ogni anno il gruppo delle donne italiane di Salonicco, in occasione delle ricorrenze religiose, vi fa celebrare una funzione. Accanto al sacrario c’è una piccola cappella e un monumento al fante italiano.

Questa mia breve e, certamente, non esaustiva ricerca storica è stata motivata dal desiderio di conoscere e far conoscere un aspetto quasi dimenticato della grande guerra, in conseguenza al ritrovamento fortuito del biglietto scritto dal mio nonno materno e ricordando una certa tradizione orale che si tramandava in famiglia, circa la sua partecipazione al primo conflitto mondiale. Quanto indicato nel biglietto ha avuto riscontro positivo nei risultati della mia ricerca: essa mi ha consentito di inquadrare esattamente la tragica vicenda umana del nonno nel contesto storico di quella “inutile strage” che, generata da due colpi di pistola (a Sarajevo), ha prodotto dieci milioni di morti. Durante questa mia ricerca ho potuto appurare che nel corso della prima guerra mondiale, le forze italiane appartenenti all’esercito, alla marina e all’aviazione ebbero occasione di intervenire, a fianco degli alleati inglesi, francesi, serbi, greci e russi, su diversi fronti anche molto distanti dai confini della madrepatria. Nel periodo compreso tra il 24 maggio 1915 e i primi giorni di novembre del 1918, oltre 70.000 soldati italiani combatterono infatti contro gli eserciti tedeschi, austriaci, bulgari, turchi e senussi (libici) sul fronte francese, in Albania (fin dal 1914 il Governo italiano aveva fatto occupare il porto di Valona), in Macedonia, nel Sinai, in Libia e persino nella Russia settentrionale, a Murmansk. Senza contare che, già a partire dall’autunno del 1914, un piccolo ma agguerrito corpo di spedizione volontario (guidato dai fratelli Menotti, Ricciotti e Sante Garibaldi e in seguito inquadrato nel Regio Esercito) andò a prestare il suo aiuto alla Francia, distinguendosi sul fronte dei Vosgi. Nell’ambito di uno sforzo militare così vasto, lo scacchiere nel quale l’Italia fornì il suo più consistente appoggio fu probabilmente quello balcanico e, in modo particolare, quello macedone (il fronte di Salonicco), dove le operazioni condotte dagli Alleati dell’Intesa rivestirono un’importanza strategica e politica piuttosto rilevante.

A conclusione di questa mia ricerca vorrei spendere due parole sulle figure dei due generali che si sono succeduti al comando della 35ma Divisione in Macedonia. Carlo Petitti di Roreto, conte, nato a Torino nel 1862, figlio di una nobile famiglia piemontese, dopo aver intrapreso la carriera militare sul finire dell’Ottocento, partecipò agli scontri della prima guerra mondiale sul fronte alpino, ove nel 1915 ottenne il comando della 1ma Brigata. Nel 1916 fu promosso al comando della 35ma Divisione, proprio in occasione dell’avvio dell’offensiva austriaca sugli altipiani. Successivamente fu inviato, nel luglio del 1916, in Macedonia, sempre al comando della 35ma, dove rimase fino al 1917. Promosso generale di corpo d’armata, nel 1918 ottenne il comando del XXIII Corpo d’armata, che durante la Battaglia del Solstizio operò sulla riva destra del Piave, da Croce di Piave al mare. Al termine della guerra fu nominato governatore militare della città di Trieste. In seguito ottenne la nomina regia a senatore del Regno e, nel 1919, a comandante generale dell’arma dei Carabinieri, rimanendo in carica fino al 1921. Morì nella natìa Torino nel 1933. Ernesto Mombelli, nato nel 1867, iniziò ad operare giovanissimo nei reparti di fanteria. Dopo una brillante carriera da sottufficiale e da ufficiale, divenne colonnello e fu nominato Addetto Militare a Costantinopoli dal 1913, rimanendovi fino all’inizio della guerra mondiale. Tra il 1916 e il 1917 prese parte alla campagna di guerra in Grecia, comandando la 36ma Divisione di fanteria “Brescia” con il grado di maggiore generale. Dal 1917 al 1918 fu al comando del Corpo di spedizione italiano in Macedonia, 35ma Divisione, in sostituzione del generale Carlo Petitti di Roreto. Al termine del conflitto, nel 1920, venne insignito del grado di commendatore dell’Ordine militare di Savoia. Dal 1922 al 1925 fu aiutante di campo di Vittorio Emanuele III. Destinato al governatorato della Cirenaica, rimase in Libia dal 1924 al 1926, ottenendo una serie significativa di successi nella riconquista del paese, caduto nelle mani della tribù dei senussi. Dopo questa esperienza si ritirò a vita privata e morì nel 1932.

Il nonno rientrò in Italia nel marzo del 1919, dopo 30 mesi di permanenza continua in zona di guerra, con il fisico provato dalla malattia, dalle fatiche e dalle privazioni. La sua salute non si risollevò più e la malattia degenerò verosimilmente, come si raccontava, in una qualche forma tumorale all’intestino. Dopo la sua morte, fu riconosciuta alla nonna, la pensione di guerra per causa di servizio. Con quei pochi soldi e alcuni terreni agricoli di proprietà, la nonna riuscì ad allevare da sola tre figli giovanissimi. La più piccola di essi, mia mamma, rimpianse per tutta la vita di non aver mai conosciuto suo padre: al momento della sua morte, ella aveva solamente nove mesi.

 

 

CRONACHE DALL’ANTICHITÀ

ARIMINUM, LA RIMINI ROMANA

I DUEMILA ANNI DEL PONTE DI TIBERIO

 

(di FRANCESCO VIOLA )

RIMINI, la città delle vacanze, del mare, del sole, delle discoteche e della “gioia di vivere”, la capitale del turismo che tutti conoscono, è una città antica che risale al III secolo a.C.: fondata come Colonia Romana nell’anno 268 a.C. con il nome di ARIMINUM, nel territorio dei Galli Senoni, sorge alla foce del fiume Marecchia, poco più a sud del Rubicone. Il nome è tratto da quello del fiume Marecchia (Ariminus), così che il toponimo significa, alla lettera, “la città sul Marecchia”.

La concezione delle “fortezze del mare”, le Colonie Romane dell’Adriatico, fra le quali Ariminum fu la prima e la più consistente (tra le altre ricordiamo anche Sena Gallica, l’attuale Senigallia), fu una grande idea strategica e politica della Roma Repubblicana del III sec. a.C., e lo fu soprattutto del partito dei Populares (che oggi potremmo definire all’americana “democratici”, sostenitori delle istanze del popolo, in contrapposizione ai “conservatori senatoriali”, gli Optimates, che miravano alla salvaguardia dei privilegi del patriziato). La fondazione di Ariminum fu politicamente molto dibattuta perché era considerata un azzardo e una scommessa, in quanto situata in terra aliena (dei Galli Senoni) e in zona dove non poteva essere nemmeno difesa militarmente, in quanto non esistevano né strutture, né fortificazioni, né, soprattutto, strade: la località era spopolata, selvaggia, paludosa con grandi dune sabbiose per la vicinanza del mare.

L’orientamento della città è una spia eloquente dei progetti del governo di Roma: il “cardine” o “cardo maximo”, da monte a mare (dalla Porta Montanara al mare), ribadisce l’importanza della vecchia via commerciale villanoviana del preesistente presunto insediamento più o meno ampio ed organizzato, mentre il “decumano”, dall’Arco di Augusto al Ponte di Tiberio (da sud a nord), svela inequivocabili mire espansionistiche in direzione della Valle Padana, la cosiddetta Gallia Cisalpina. All’incrocio fra i due assi principali si apre il foro (l’attuale piazza Tre Martiri), cuore politico, religioso ed economico di Ariminum. Vie minori parallele o perpendicolari agli assi delimitano gli isolati, razionalmente disposti a scacchiera. La città, cinta di mura in opus quadratum, può ospitare dai dieci ai ventimila abitanti; altrettanti popolano l’agro, centuriato secondo la regola astronomica e fittamente appoderato. I seimila coloni laziali e campani che, secondo gli storici antichi, si stabiliscono in territorio riminese, sono infatti capifamiglia (patres familias) con moglie, figli e servi.

La fondazione di Ariminum è un fatto storicamente significativo, poiché segna la definitiva vittoria dei sostenitori di uno Stato romano esteso a tutta la penisola contro i fautori di uno Stato circoscritto al Lazio, cioè, in sostanza, dei populares contro il patriziato. La costruzione delle grandi strade consolari riconferma sia questa scelta politica, ormai irreversibile, che il ruolo di caposaldo di Ariminum.  Nel 220 a.C. il console Caio Flaminio inaugura la via Flaminia, arteria commerciale e militare di 212 miglia integralmente selciate che congiunge Roma con l’ager gallicus, Ariminum. Nel 187 a.C. il console Emilio Lepido apre la via Emilia che, da Rimini a Piacenza, attraversa e collega l’intera Valle Padana. Nel 132 a.C., infine, il console Publio Popilio Lenate traccia la via Popilia, la strada costiera che, partendo da Rimini, arriva ad Adria e forse ad Aquileia.

Importante centro fortificato, sicuro sbocco portuale e primario caput viarum, Ariminum è ormai tra il II e il I secolo a.C., una città attiva e florida che pratica l’artigianato e il commercio, e dove si affermano famiglie potenti come gli Ovii e i Maecii. Nel 90 a.C., al termine di un processo di ascesa politica ed economica di quasi due secoli, Rimini (Ariminum) cessa di essere una colonia di diritto latino e diventa municipio romano; i suoi abitanti, parificati ai cittadini di Roma, vengono iscritti alla tribù Aniense. Nella guerra civile tra Mario e Silla, ovvero tra i populares e il partito patrizio, Ariminum si schiera coi primi. Presa a tradimento la città, Silla la mette a ferro e fuoco (82 a.C.). I partigiani di Mario sono banditi. La fonte del sacco di Silla è Cicerone: la testimonianza è autorevole, ma non ha ancora trovato conferma in ritrovamenti archeologici.

L’età augustea costituisce per Ariminum un periodo di vasti interventi pubblici e, di conseguenza, di rinnovamento, di crescita e di generale benessere. Nel 27 a.C., al termine del radicale restauro della via Flaminia, viene eretto l’arco d’Augusto, alla confluenza della stessa via consolare nel “decumanus maximus”. Il monumento, tutto in pietra d’Istria, ha la doppia funzione di porta principale della città e di arco trionfale (sull’attico è collocata una statua in bronzo dell’imperatore), ed è il primo e il più importante fra quelli costruiti nella Gallia Cisalpina. Il suo scopo è quello di onorare la figura e la politica di Ottaviano, ad iniziare dall’iscrizione che lo celebra per il restauro della via Flaminia. All’incrocio tra il “cardo maximus” e il “decumanus”, in corrispondenza dell’attuale piazza Tre Martiri, si apre il Foro di Cesare, cuore della vita pubblica, politica, religiosa ed economica della città. Lo stesso imperatore Ottaviano Augusto volle che fosse la piazza monumentale e celebrativa dedicata alla glorificazione del suo illustre predecessore, nel luogo che lo aveva visto come grande protagonista della storia. In effetti solo in Ariminum, oltre che naturalmente in Roma, fu edificato un foro celebrativo dedicato a Cesare. I ritrovamenti archeologici ricordano che, in età augustea, la lastricatura in pietra calcarea si estendeva su tutta la piazza, racchiusa a nord dal teatro in laterizio e a sud dall’Arco che ne segnava l’ingresso. La costruzione della Porta Montanara, detta attualmente anche di Sant’Andrea, risale al I secolo a.C. L’arco a tutto sesto, in blocchi di arenaria, costituiva una delle due aperture della porta che consentiva l’accesso alla città per chi proveniva dalla via Aretina. Il doppio fornice agevolava la viabilità, incanalando in passaggi paralleli, il percorso in uscita da Ariminum, e quello in entrata, attraverso il “cardine massimo”. Iniziato nel 14 d.C., ultimo anno di vita di Augusto, il ponte a cinque arcate sul Marecchia sarà terminato nel 21 d.C. dal suo successore Tiberio, a cui oggi è intitolato. In pietra d’Istria, si sviluppa per una lunghezza di oltre 70 metri, su cinque arcate che poggiano su massicci piloni. Il ponte, che rappresenta il punto di partenza della via Emilia e della via Popilia, si impone per progetto ingegneristico e per il disegno architettonico che coniugano funzione utilitaria, armonia delle forme ed esaltazione degli Imperatori: le iscrizioni sul ponte si richiamano entrambe proprio a Cesare e a Ottaviano Augusto.

Nella nuova Italia unificata fino al confine settentrionale delle Alpi, che Augusto concepì con il progetto realizzato delle “Regiones” (che corrispondono a quelle attualmente in essere), e con una evoluzione della gestione di tutto il territorio, che non aveva più confini interni (nemmeno più il Rubico Ariminensis), dopo un secolo di guerre civili, Ariminum rappresenta l’apertura alla libera circolazione di uomini e merci in una nuova nazione pacificata. La stessa Ariminum, ricostruita e quasi glorificata, fu il messaggio di pace e prosperità (Augustea) per l’Italia e per l’Europa: la cosiddetta Pax Romana. Successivi imperatori completano gli impianti pubblici di Ariminum. Al tempo di Domiziano (81-96 d.C.) risalgono l’acquedotto e la rete fognaria. Il grande anfiteatro, di dimensioni non inferiori a quelle del Colosseo, è eretto nel II secolo d.C., all’epoca di Adriano. (119-138 d.C.), ed interpreta bene la strategia del “panem et circenses”, nella ricerca del più ampio consenso politico e dell’allentamento delle tensioni sociali con la concessione di momenti di evasione collettiva. Le vestigia del grandioso edificio, che ospitava i ludi gladiatorii, sono le più significative di tutta la Regione. La struttura, di cui oggi rimane il settore nord-orientale, aveva l’arena in terra battuta di una ampiezza di poco inferiore a quella del Colosseo. Ad Antonino Pio (138-161 d.C.) spetterebbe la costruzione della fontana pubblica. Fra l’età degli Antonini e quella dei Severi si assiste a un consistente sviluppo dell’edilizia privata, promossa da possidenti (latifondisti), mercanti e funzionari. La struttura economica di Ariminum consente ancora l’accumulo di grandi patrimoni, ma la maggioranza dei cittadini deve far fronte a un processo di progressivo impoverimento. I tempi stanno cambiando. Nuove popolazioni, i barbari, stanno spingendo contro il “limes” orientale dell’Impero, a loro volta sospinti da masse enormi di popoli nomadi asiatici, in movimento da centinaia di anni. Il mondo romano crollerà sotto l’impeto degli invasori: nulla sarà più come prima. Nasceranno nuovi regni romano-barbarici e le stesse città saranno stravolte nel loro tessuto urbano, come tutta la civiltà romana cadrà e si modificherà condizionata dalle culture dei nuovi popoli. Anche la nostra Ariminum, con i suoi abitanti, subirà la stessa sorte delle altre città d’Italia e d’Europa e nel 476 d.C., alla deposizione dell’ultimo imperatore Romolo Augustolo, entrerà ufficialmente nel Medioevo, senza che nessuno degli allora contemporanei se ne accorgesse.

 
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