Tu sei qui:Narrativa e saggistica>>Narrativa e Saggistica

Narrativa e Saggistica
Ettore Pietrabissa

Note biografiche

Ettore Pietrabissa, nato a La Spezia nel 1949, si è laureato in Scienze Economiche (Quantitative) presso l’Università Cattolica a Milano nel 1971 e ha conseguito successivamente la specializzazione in Finanza Internazionale presso la Manchester Business School e il diploma dell’International Banking School di Amsterdam.

Per diversi anni, nei decenni ‘70 e ‘80, ha operato presso primari gruppi finanziari negli Stati Uniti e in Europa, soprattutto con riferimento all’applicazione delle metodologie quantitative alla gestione della finanza.

Successivamente, nel 1989, ha assunto il ruolo di Vice Direttore Centrale dell’Area Finanza del Gruppo I.R.I., ricoprendo anche vari incarichi in aziende del Gruppo, sia come consigliere di amministrazione, sia come componente di collegi sindacali.

A partire dal 1993 Pietrabissa è stato Vice Direttore Generale dell’Associazione Bancaria Italiana.

Negli stessi anni è stato Vice Presidente della CIPA e, in ambito UE, componente - in rappresentanza dell’Italia - di alcuni Comitati Europei, tra i quali l’EMU Committee per la migrazione dei sistemi bancari europei verso l’Euro.

Alla fine degli anni ’90 e per i primi anni del successivo decennio Pietrabissa è stato prima Presidente esecutivo della filiazione italiana di un primario gruppo di consulenza strategica internazionale, e in seguito co-fondatore e Presidente delegato di una società internazionale di consulenza dedicata alla creazione di nuovi business.

Nel maggio del 2004 Pietrabissa è stato nominato Direttore Generale di Arcus S.p.A., società a capitale pubblico la cui missione è costituita dal sostegno e dal finanziamento di progetti riguardanti i beni culturali. Ha cessato alla fine del quarto mandato, nel 2016.

Oggi Pietrabissa è Presidente della International Chamber of Commerce Italia e dell’Organismo di Vigilanza di una S.p.A.  Siede inoltre nei C.d.A. di alcune aziende e fondazioni. Pietrabissa è autore di circa 100 pubblicazioni e articoli, ha partecipato come relatore a oltre 250 convegni in Italia e all’estero, e ha insegnato materie finanziarie presso l’Università Luiss di Roma.

È inoltre autore di tre romanzi e co-autore di un saggio sotto forma di epistolario.

 

Opere

Il Doppio Leone


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il doppio leone: IV di copertina

 

 

L'arrembaggio


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'arrembaggio: IV di copertina

 

 

L'ospite d'onore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'ospite d'onore: IV di copertina

 

 

 

 

Quella luce nella notte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quella luce nella notte:IV di copertina

 

 

 

 
Riccardo Zinelli

Note biografiche

Riccardo Zinelli è nato il 16 luglio 2000 a Montecchio Emilia, vive con la sua famiglia in provincia di Parma e sta per diplomarsi al Liceo delle Scienze Umane. Pensa al suo futuro come scrittore di professione, e ha già ricevuto alcuni importanti riconoscimenti letterari.

Riconoscimenti

Finalista al Premio Letterario Racconti Inediti Mondadori “I Sapori del Giallo” di Langhirano con il racconto IL BIRRAIO DELL’ALPE - settembre 2018

Premio speciale A.L.A. al concorso Il Fascino del Racconto di Livorno con #DIVINACOMMEDIA - settembre 2018

Vincitore del Premio Nazionale Letteratura Italiana Contemporanea, indetto da Laura Capone Editore, con il romanzo Testimone oculare - maggio 2018

Finalista per il premio speciale inediTO Young al concorso inediTO Colline di Torino - salone del libro di Torino, con il romanzo GENERAZIONE X - marzo 2018

Vincitore della sezione narrativa al concorso SAN GIORGIO E IL DRAGO IL LIBRO E LA ROSA di Sezze Romano (LATINA) con il racconto lungo #DIVINA COMMEDIA - marzo 2018

Vincitore sezione narrativa al concorso MEMORIAL MIRIAM SERMONETA di Roma con il racconto GRANO - marzo 2018

Premio unico al merito narrativo del concorso STREET ART - CAFFÈ DELLE ARTI di Roma con il racconto A COME ARTE - marzo 2018

Menzione d’onore al PREMIO INTERNAZIONALE PEGASUS CATTOLICA con il romanzo GENERAZIONE X - marzo 2018

Contratto editoriale al concorso FLOC, L’AMICO DEI BAMBINI E DEI RAGAZZI” indetto dalla GIOVANELLI EDIZIONI di Bologna: pubblicazione del romanzo breve GIALLO A MONTALLORO - dicembre 2017

Quarto posto sezione narrativa al CONCORSO NAZIONALE GIOVANILE “ROBERTO E STEFANO BERTELLI” di Pontedera con il racconto “L’ANGELO PERDUTO” - novembre 2017

Pubblicazioni:

Giallo a Montalloro, Giovanelli Edizioni (febbraio 2018)

Testimone oculare, Laura Capone Editore (giugno 2018)

Racconti vari pubblicati nelle seguenti antologie:

Petalo dopo petalo dove sorride il cuore, Edizioni Stravagario

Street-art, Edizioni per Caffè delle arti

Il fascino del racconto,  A.L.A. edizioni

In viaggio… sui sentieri della nostalgia, Le edizioni del Porticciolo

Questo non è un libro natalizio, A.L.A. edizioni

Attività culturali

Collaboratore della rivista IL PORTICCIOLO da settembre 2018

Curatore dei seguenti progetti in collaborazione con le scuole:

SCUOLA IN GIALLO con Scuola Primaria Jacopo Sanvitale Parma

A TU PER TU CON L’AUTORE (stimoli per leggere, riflettere,

scrivere…) con Scuola Secondaria di primo grado Convitto Nazionale Maria Luigia Parma

COME AUTORI… (i trucchi del mestiere, dal leggere allo scrivere) con Scuola Secondaria di primo grado Istituto Comprensivo Neviano Arduini e

Lesignano Bagni (Parma)

 

Pubblicazioni recenti

Testimone oculare

Laura Capone Editore

Sinossi

“Roberto Polidori aveva la brutta sensazione di essere un estraneo. Lui, padrone di casa, estraneo nella sua villa durante il suo ricevimento. Assurdo.”

Roberto Polidori, raffinato uomo d’affari e collezionista di opere d’arte, viene freddato da un colpo di pistola in casa sua la notte successiva ad un ricevimento in cui ha presentato il suo nuovo pezzo. L’assassino fugge, ma, sfortunatamente per lui, viene visto dal giovane Falco Malaguti alla luce di un lampione. In preda al panico, l’omicida esplode un altro colpo, stavolta verso il testimone oculare. Falco cade in coma, e si risveglierà solo dopo alcuni mesi, senza ricordarsi il volto di chi gli ha sparato. Ma la commissaria Federica Boschi ha bisogno delle sue parole per andare avanti nelle indagini.

Inizia così un'inchiesta personale del ragazzo, dal letto d’ospedale, che lo costringe a fare i conti con il suo passato doloroso: l’ingombrante memoria del padre - poliziotto-eroe caduto in servizio - i dissapori con la madre che rappresenta i suoi rimpianti, i coetanei con cui ha tagliato i ponti, nonché il mondo della polizia, dal quale è stato respinto per un problema metabolico.

Teatro della vicenda il paese di Sillareno, nella cintura della città metropolitana di Bologna, dove le vite di alcuni abitanti raccontano il Polidori, uomo controverso e sfuggente. La moglie Daniela, la figlia Rebecca e la sorella Sabrina, l’amante Serena Fabbri, l’imprenditore Mirco Colombo e un altro collezionista d’arte, Lorenzo Mengoli, formano il coro di situazioni alla base del romanzo.

Mentre i fatti affollano caotici i ragionamenti di Falco, emergono a poco a poco le ombre che accompagnano sia lui sia la vittima; la complessità dei rapporti fra le diverse generazioni, la precarietà dei legami personali e la voluttà del successo, della bella vita, ai giorni nostri. In queste situazioni si dovrà cercare la soluzione al crimine che ha travolto Sillareno.

 

Recensioni

TESTIMONE OCULARE DI Riccardo Zinelli

Recensione di Luigi D. Gandolfo

Ho conosciuto Riccardo alla fiera fiorentina Libro Aperto di quest’anno e ne ho comprato il libro per la curiosità di scoprire quale reale valore avesse un romanzo giallo scritto da un ragazzo selezionato tra i vincitori dell’annuale concorso della LCE. Mi domandavo, in particolare, non tanto di come il giovane Autore avesse gestito la trama (che certamente in un giallo ha la sua importanza, ma che non fa di un libro un buon libro), quanto se la prosa ne risultasse all’altezza, e di conseguenza quali fossero davvero le doti di questo scrittore in erba. Di libri ne ho letti abbastanza da sapere che un romanzo assurge a “opera d’arte” soprattutto in forza della ricchezza del linguaggio, della prosa accattivante, della capacità di emozionare il lettore. Una buona storia può diventare una grande opera letteraria solo se chi scrive ha la capacità di renderla tale.

Il preambolo non serve a preparare chi legge alla celebrazione di un Autore compiuto, che ha raggiunto l’apice della sua capacità creativa letteraria: sarebbe solo dannoso per un giovane che ha evidentemente appena iniziato il proprio cammino di scrittore, e si rischierebbe (anzi, lo si otterrebbe certamente) di togliere credibilità e valore a questa recensione. E invece il piacere con cui ho letto Testimone Oculare e la mia ammirazione per uno studente di liceo in grado di portare a termine in modo coerente e senza sbavature un genere letterario come il romanzo (e per nulla breve) sono veri e genuini.

L’Autore ha gestito il nugolo di personaggi che si muovono nella narrazione con maestria, introducendoli man mano, e caratterizzandoli quanto basta per dar loro una precisa collocazione psicologica, oltre che temporale, nella storia. Anche i personaggi meno importanti non risultano mai anonimi e ciò consente di non dimenticarli, e riconoscerli quando, magari dopo molte pagine, si ripresentano al lettore. La prosa è quella che deve essere, sia per il genere trattato che, mi si consenta dirlo, per l’età, l’esperienza e in ultima analisi, le forze dello scrittore! La scrittura semplice, a volte didascalica e diretta, e l’assenza di un periodare troppo ricco che rischi di risultare artificioso mettono al riparo uno scrittore dell’età di Riccardo Zinelli dall’apparire inadeguato all’opera che intende costruire. Invece si ha la precisa impressione che le forze “letterarie” in suo possesso siano state messe in campo con lucidità e conoscenza precisa dei propri mezzi. Queste affermazioni non vogliono assolutamente significare che il libro appaia interessante financo bello solo quando lo si rapporti alla giovane età dello scrittore, poiché la prosa s’addice perfettamente – come già detto – al racconto e non la si vorrebbe diversa; d’altra parte, l’abilità con cui è stata gestita l’intera opera porta a credere che l’Autore potrà certamente crescere in qualità e complessità lessicale e narrativa. Sarebbe infatti ingiusto non augurarsi o non credere possibile che uno scrittore non ancora maggiorenne non debba o non possa ulteriormente migliorarsi, e che un’opera giovanile come questa finisca per diventare un punto d’arrivo anziché di partenza. Mai, forse, come in questo caso è giusto augurare a Riccardo “ad meliora et majora”, poiché osserviamo chiaramente in quest’opera non solo le qualità che lo caratterizzano, ma anche scorgiamo, evidenti e vividi, quali possano essere i margini della sua futura crescita.

 

Presentazioni e programmazione

Maggio 2018: vincitore premio nazionale “Letteratura Italiana Contemporanea” indetto da Laura Capone Editore, da cui la pubblicazione

16 giugno 2018: presentazione presso il circolo culturale-ricreativo “Punto blu” di Monticelli Terme (PR) con successiva recensione sul mensile locale IL PUNTO

15 luglio 2018: incontro con l’autore durante l’apertura annuale del castello di Pellegrino Parmense (PR)

20 luglio 2018: presentazione presso la biblioteca comunale “Matilde di Canossa” di Neviano Arduini (PR)

1 settembre 2018: presentazione inserita nella rassegna I SAPORI DEL GIALLO Langhirano (PR)

28 - 29 - 30 settembre 2018: partecipazione autore e presentazione opera presso fiera LIBRO APERTO di Firenze

5 ottobre 2018: intervista all’autore della giornalista Susanna Ferrari in onda su Telereggio (rubrica Segnalibro in Buongiorno Reggio)

27 ottobre 2018: incontro con l’autore e presentazione opera presso Castello di Contignaco, Salsomaggiore (PR)

28 ottobre 2018: presentazione inserita nella rassegna INCHIOSTRO D’AUTORE presso la libreria PICCOLI LABIRINTI (PR)

11 novembre 2018: presentazione presso biblioteca comunale di Traversetolo (PR)

EVENTI PROGRAMMATI

gennaio 2019: presentazione presso LIBRERIA FELTRINELLI - LATINA

gennaio 2019: presentazione organizzata da Club del giallo- Sesto Fiorentino (FI)

7 febbraio 2019: presentazione presso LIBRERIA FELTRINELLI PARMA con intervista all’autore del giornalista di Repubblica e scrittore Valerio Varesi

febbraio 2019: presentazione presso sala civica di Taneto di Praticello di Gattatico (RE)

Incontro con l’Autore presso CENTRO SOCIALE GIOVANI SAN LEONARDO (PR)

Progetti e percorsi di lettura e scrittura guidati dell’autore presso le scuole secondarie di primo grado di Neviano Arduini (PR) e Lesignano Bagni (PR), Convitto Nazionale Maria Luigia, Istituto Comprensivo Sanvitale Parma

Inserimento nella biblioteca de IL CLUB DEL GIALLO di Sesto Fiorentino (FI) e presentazione in programmazione

Ulteriori informazioni circa l’opera e l’autore all’indirizzo:

riccardozinelli.wordpress.com

 

 

 
Valerio Cremolini

Note biografiche

VALERIO P. CREMOLINI

 

Nato a Sesta Godano (Sp) il 16/11/44 -  risiede alla Spezia;

Ex-Dirigente della Cassa di Risparmio della Spezia;

Consigliere al Comune della Spezia dal 1972 al 1993;

Componente del Comitato Direttivo dell'Azienda dei Mezzi Meccanici del Porto della Spezia (oggi Autorità Portuale);

Eletto nei vari livelli negli Organi Collegiali della scuola: Presidente del Distretto Scolastico n. 20 dal 1985 al 1988.

Presidente del Comitato Provinciale F.I.D.A.L.della Spezia dal 1989 al 1993;

Per l'attività sportiva svolta come atleta e dirigente è stato insignito dal CONI, nel dicembre 1994, della Stella di Bronzo al merito sportivo. Sui temi sportivi ha svolto numerose ricerche e specifiche conferenze.

Dal 2003 è commendatore della Repubblica. Il 1/05/2002 è insignito della Stella di Maestro del Lavoro;

Componente del Comitato di Redazione della Rassegna Municipale "La Spezia" dal 1977 al 1993;

Componente della Commissione Arti Visive del Comune della Spezia dal 1979 al 1993;

Componente del Comitato Cultura (Sindaco dr.Lucio Rosaia) dal 1995 al 1997:

Componente del "Laboratorio"culturale insediato dal Sindaco dr. Giorgio Pagano dal 1998 al 2002;

Componente della Commissione Prov.le per i Contributi alla cultura dal 2001 al 2003;

Componente dal 3/09/2002 della Commissione Prov.le per la redazione della Raccolta degli Usi e Consuetudini;

Componente dal 1/01/1989 del Comitato di Redazione della rivista della C.C.I.A.A. "La Spezia Oggi";

È stato membro della giuria della Ia Edizione della Biennale Europea delle Arti Visive-Premio del Golfo, 2000;

Dal 1/10/1991 sino al 31/12/2011 è stato membro della Commissione Diocesana d' Arte Sacra della Diocesi della Spezia;

Dal 2/10/2003 sino al 31/12/2012 è stato membro del C.d.A. dell'Istituzione per i Servizi Culturali del Comune della Spezia;

Dal 2006 collabora alla gestione e all’attività espositiva del Museo Diocesano della Spezia. In detto spazio ha concorso alla realizzazione delle mostre di Guglielmo Carro (1913-2001), Antonio Discovolo (1874-1956), Enrico Imberciadori (1937), Giacomo Linari (1912-1993), Rino Mordacci (1912-2007), Renzo Ricciardi (1936) e Fabrizio Mismas (1948).

Nel giugno 2012 è stato nominato Socio Accademico dell’Accademia Lunigianese di Scienze “.G.Capellini”.

Iscritto all' Ordine Nazionale dei Giornalisti - elenco Pubblicisti dal 13/03/90;

Collaboratore dei quotidiani "Il Secolo XIX" (1988), "Avvenire", del periodico “Il Contenitore”, delle riviste “Le Voci”, “Arte e Fede”, “Il Porticciolo”, “Notiziario del Geometra e di testate on line. Ha collaborato dalla nascita sino al 2006 al settimanale “La Gazzetta della Spezia”.

Curatore della Donazione Cozzani-Goretti è membro del direttivo della stessa.

È tra gli autori di Limpide evocazioni, evento promosso nel 2005 dal Museo Lia, con un ampio testo sul dipinto “Compianto su Cristo morto” di Giovanni Busi detto Cariani, pubblicato nei “Percorsi tematici n.5”del Museo.

Socio fondatore della sezione spezzina dell’Unione Cattolica Artisti Italiani, ha curato numerose mostre dell’associazione, tra cui di rilievo quelle a tema sacro.

È stato curatore della mostra antologica, dedicata al pittore Francesco Vaccarone (Camec, dicembre 2011) e della retrospettiva, articolata in tre mostre, dedicata nel 2012-2013 allo scultore Rino Mordacci ed ospitata nel Museo Diocesano della Spezia.

Nel 2012 è stato nominato "Socio accademico" dell'Accademia Lunigianese di Scienze "G.Capellini". La Società "Dante Alighieri" della Spezia gli ha asse­gnato nel 2014 il Premio Lunigiana-Cinque Terre per la Critica. Dal 1994 è componente della giuria del Premio Internazionale di Narrativa Il Prione.

Nel 2015 gli è stato assegnato il Premio speciale alla Cultura “Frate Ilaro del Corvo”. È coautore del   volume monografico, edito nel 2014, sullo scultore Italo Bernar­dini (1905-1991). Un suo saggio sulla raccolta Trittico romano di Giovanni Paolo II è stato premiato e più volte proposto sotto forma di monologo.

Rivolge continuativa dedizione alla valorizzazione della pittura spezzina del passato e del presente con saggi, confe­renze e interventi pubblici.

Parallelamente all’arte rivolge interesse alla poesia con saggi, conferenze ed anche con una personale ricerca poetica. È autore delle sillogi Via Crucis, Via della Vita (2006) (premiata) e Sulla soglia del Paradiso (2014). Nel 2016 ha pubblicato la raccolta di saggi brevi Pagina 7 ed. è coautore del libro Mordacci a Sant’Anna (2017), entrambi per le Edizioni Il Porticciolo.

Curatore sin dal 1973 di innumerevoli mostre di arte contemporanea in sedi pubbliche e private. Rivolge particolare dedizione alla valorizzazione della pittura spezzina del passato e del presente con saggi, conferenze e interventi pubblici.

 

Interventi a convegni e conferenze svolte dal 2004

 

Trittico Romano di Giovanni Paolo II (2004 e seg.)

Gio Batta Valle, un protagonista della pittura spezzina (2004)

Lo sport nell’arte (2004-2007)

Pittura, ieri e oggi: parliamone (2005)

Antonio Discovolo, poeta del colore e della luce (2006)

Francesco Vaccarone, cinquant’anni con la pittura (2006)

Temi del Futurismo (2007)

Leonardo Lustig- scultore (2007)

La Natività nell’arte (2007)

Anni 50-60 – La ricerca artistica alla Spezia (2007)

Movimenti e tendenze dell’Arte contemporanea (2007)

Il Futurismo e il mito della velocità (2008)

Salvator Rosa, pittore maledetto (2008)

I materiali nell’Arte contemporanea (2008-2009)

Gli anni del Sindacato Artisti alla Spezia (2008)

Renato Righetti, protagonista del futurismo alla Spezia (2008)

La tradizione artistica spezzina (2009)

Lo sport nel cinema (2009)

La splendida stagione dell’Eroica (2009)

La svolta degli anni Sessanta-la Pop Art (2010)

Il Gruppo dei Sette (2010)

Rino Mordacci, un grande scultore amico dello sport (2010)

Volti femminili dell’arte dal XV al XVIII secolo (2011)

Volti femminili dell’arte dal XIX sec. alla contemporaneità (2012-2013-2014)

Lo sport diventa leggenda (2011)

Artisti spezzini nella Grande Guerra (2011)

Il tempo delle avanguardie (2011-2012)

I falsi Modì (2012)

Londra azzurra – Le Olimpiadi del 1908, del 1948 e del 2012 (2012)

La Chiesa e gli artisti (2012-2013)

Italo Bernardini, scultore (2013)

Mennea nella storia (2013)

San Giuseppe nell’arte (2014)

Il Palazzo delle Poste della Spezia e i mosaici ceramici di Prampolini e Fillia (2014)

Cinqueterre, Land art povera e/o spontanea?  (2014)

Santa Caterina d’Alessandria nella pittura (2014)

Stefano Mei: una lunga volata dalla Spezia al mondo (2014)

Biciclette nell’arte e nella letteratura (2015)

Giuseppe Bodrato-Biografia di un artista (2015)

Maria nella Divina Commedia (2015)

Guglielmo Carro e il portale in bronzo di S.Maria Assunta (2016)

Mille definizioni di arte (2016)

Charles Baudelaire, critico d’arte (2017)

Fiori nella pittura (2017)

Antonio Canova a Parigi (2017)

 

Pubblicazioni

Pagina 7

Edizioni del Porticciolo

Collana La Bussola

PREFAZIONE di Rina Gambini

 

Questa raccolta di articoli, che Valerio Cremolini ha pubblicato nell’arco di alcuni anni in un giornale locale, nasce dal duplice bisogno di offrirli in lettura ad un pubblico più vasto rispetto a quello riservato al “Contenitore” ed al contempo di preservarli dall’inevitabile dispersione. È uso comune, infatti, non conservare giornali e riviste, anche quando sono testimonianze di un tempo e di un luogo. L’autore, però, ha voluto che i suoi scritti, qui raccolti in successione cronologica, e non secondo gli argomenti trattati, siano salvati e custoditi, in quanto rappresentazione narrativa di un preciso momento della vita civile e sociale cittadina, e talvolta nazionale. I singoli articoli, che affrontano temi tra i più svariati, ma pur sempre legati all’attualità, partono da un evento, o un personaggio, contingente e sviluppano una sorta di storia più ampia, abbracciando vicende lontane, oppure rivisitando rapporti personali, quando si tratta di ricordare una personalità che ha lasciato il segno nella città. Avviene così che dalle pagine della bella raccolta di Cremolini, emergano le lunghe e travagliate storie di monumenti, chiese, musei, luoghi storici della Spezia, talvolta risolte felicemente, altre ancora faticosamente in divenire.

L’importanza di questa parte, come già detto non a sé, bensì frammista ad altri argomenti, è da considerarsi storicamente fondata e facente parte di un quadro di tutela di un patrimonio artistico e spirituale non certo indifferente, e orientata a far conoscere al lettore lo sviluppo di tale patrimonio, che spesso gli abitanti della Spezia ignorano o trascurano. Non dimentichiamo, del resto, che Valerio Cremolini è, prima di tutto, un appassionato cultore dell’arte e conoscitore attento di quella della nostra città, ed ha portato a termine da lunghi anni incarichi di critico d’arte commissionatigli da enti pubblici e privati artisti.

Da autentico esperto di storia dell’arte, dunque, l’autore porta avanti un segreto, non dichiarato anche se palese, progetto di avvicinare il grande pubblico alle opere artistiche di maggiore o minore importanza, agli scrigni che le conservano, alle curiosità ad esse legate. Sempre affinché la memoria si conservi, perché lo spirito di una città, il suo “genius loci”, risiede nel bello che la contraddistingue e che spesso la fretta del mondo moderno rende invisibile.

Soffermarsi e osservare: questo l’invito che l’autore rivolge tacitamente ai suoi lettori informandoli, incuriosendoli, rendendoli partecipi di una realtà che è di tutti e che tutti dovremmo amare.

Ci sono, poi, le pagine dedicate ai personaggi che hanno accompagnato la vita di molti di noi. Pagine di altra natura, più intime e personali, perché Cremolini, che li ha conosciuti a fondo e stimati con rispetto e fiducia nel loro operato, dichiara espressamente il suo affetto, la sua riconoscenza verso di essi. Sono quasi sempre i protagonisti della Spezia di ieri, gli uomini che hanno aiutato gli altri e che hanno amato la loro città. A costoro l’autore vuole rivolgere un doveroso omaggio rinnovandone e radicandone la memoria. Quando si tratti di persone ancora tra noi, l’atteggiamento affettuosamente riconoscente non muta, e l’intento è quello di farli conoscere meglio nel loro carattere e nel loro vero essere.

Che cosa troverà il lettore in questo libro?

La Spezia nella sua realtà più intima, che è poi quella dei suoi abitanti e di coloro che si impegnano per renderla degna di essere considerata bella, perché, tra colline e mare, bella la è senza ombra di dubbio, ricca di stimoli culturali, che le vengono dal suo glorioso passato e da un presente che cerca di superare gli ‘empasse’ dei cambiamenti epocali, in cerca di una identità moderna tra porto, turismo e salvaguardia della natura.

La Spezia è la vera protagonista di ogni pagina, anche quando, raramente a onor del vero, Cremolini si lascia sedurre dai fatti esterni: li commenta con la pacatezza e la lucidità di giudizio che gli è propria senza mai perdere di vista il ‘mondo piccolo’, per dirla con Guareschi, che si affaccia sul Golfo. E la sua scrittura, sempre precisa, circostanziata, attenta ai particolari, limpida e scorrevole, copre l’arco della recente storia spezzina con note di autentico amore per la sua città.

Donare agli spezzini questo libro è un atto di generosità letteraria, perché anche negli anni a venire resti vivo il ricordo di piccoli eventi (la grande storia è fatta proprio di piccoli eventi!) che costituiscono il vissuto autentico della città, che un tempo si perpetuavano nelle narrazioni familiari, ormai sempre più sporadiche perché soppiantate dai mezzi informatici e dalla mancanza di comunicazione e di ascolto. Eppure, è importante soprattutto per le giovani generazioni, conoscere il passato per comprendere il presente. Per questo motivo, la raccolta di Valerio Cremolini, dovrebbe costituire un testo utile anche a livello scolastico.

Con l’augurio che sia ampiamente compresa la sua importanza.

Rina Gambini

 

Mordacci a Sant'Anna

Acerbi, Borzone, Cremolini: Mordacci a Sant'Anna

Collana La Bussola – Le Edizioni del Porticciolo

PP. 152 – misura cm. 21,5 x 30,5

ISBN 978 88 96357 33 0

MAESTRIA E SENSIBILITÀ RELIGIOSA

di Valerio P. Cremolini

Già in altre occasioni mi sono occupato dell’esperienza artistica di Rino Mordacci (1912-2007), attualmente al centro della pubblicazione di un libro, dedicato esclusivamente alle sue sculture realizzate per la chiesa di Sant’Anna al Felettino, consacrata il 28 giugno 1986. “In questa chiesa - scrivevo - la mano e il cuore di Mordacci hanno plasmato una sequenza di opere che rivelano un ricco messaggio di spiritualità e di visibile bellezza, simboli della verità della fede e della contemporaneità del messaggio cristiano”. Le poche opere degli inizi della vita della chiesa, che incantavano per bellezza e qualità compositiva, valorizzando l’altare e la cappella del Santissimo, sono diventate negli anni decine e decine. Tutto ciò per la stima che il parroco don Italo Sommi ha sempre rivolto allo scultore, che, non teme di dichiarare, “è stata una vera fortuna incontrarlo”.

Il sacerdote rileva nella sua testimonianza che “l'isolamento di Mordacci, oltre che per cause esterne, fu causato soprattutto dal carattere dell’artista, quanto mai rigoroso nel concretizzare nella vita di tutti i giorni i profondi valori morali in cui confidava. Evitava di dar lezioni e di voltar le spalle alla sua epoca. Talvolta, seccato e risentito, non si perdeva in inutili polemiche. Seguiva sempre la sua strada, spesso indifferente a quel che succedeva intorno a lui”.

Mi sono impegnato con Pier Luigi Acerbi, conoscitore senza uguali della vastissima esperienza plastica di Mordacci, e Mara Borzone, storica dell’arte, accreditata di una visione a tutto tondo della ricerca artistica dal passato alla contemporaneità, a portare a buon fine il volume intitolato Mordacci a Sant’Anna. Il sommario del libro, documentato da numerose riproduzioni di opere e di fotografie dell’artista, ripreso a scolpire o in compagnia di colleghi, propone un saggio introduttivo della Borzone, autrice anche della biografia dello scultore; la disamina, curata da chi scrive, di una cinquantina di opere custodite nella chiesa; una  utilissima selezione di testi e di apparati sia bibliografici sia relativi alla collocazione di opere di Mordacci in sedi pubbliche, nonché le mostre personali e collettive attinenti la sua longeva testimonianza in compagnia dell’arte, dettagliatamente ricostruita.

“La narrazione - scrive la Borzone - è il carattere principale delle opere in Sant'Anna, che appartengono alla seconda fase della carriera artistica di Mordacci. Queste coprono un periodo di quasi quarant'anni (dal 1963 al 2001, se si esclude la Pietà, progettata nel '35 e fusa nel '95); ad eccezione di alcuni lavori slegati dal contesto, la maggior parte dei lavori è in forma di sequenza narrativa. Fra le più importanti, i rilievi dell'altar maggiore (1986), il Trittico (S. Venerio, la Madonna Regina Pacis e S. Bernardo, 1987), l'ambone (1988), gli scanni (1989), la Via Crucis (1990), l'armadio della Sacrestia (1990), il Fonte battesimale (1991), il Presepe (1992), le panche (1993), le sedie della Cappella del Santissimo (1995) e il Portale (2000-2001). Fra queste, nella Via Crucis la narrazione raggiunge un livello alto: i volti deformati dal dolore ricordano Giotto nella Deposizione degli Scrovegni a Padova, o Pietro Lorenzetti ad Assisi; i bassorilievi in bronzo sono costretti in una sagoma irregolare e complessa, ed eseguiti con tecnica sicura”.

Le pertinenti annotazione della studiosa valorizzano il profilo dell’autore, che ha immesso maestria e sensibilità religiosa in ciascuno dei numerosi lavori della chiesa di Sant’Anna. Sfogliando le pagine di questa apprezzabile pubblicazione - scrive il vescovo diocesano monsignor Luigi Ernesto Palletti - si coglie il legame di Mordacci con la Chiesa di Sant'Anna, dove Egli continua a vivere attraverso le innumerevoli opere realizzate sin dai primissimi momenti della sua edificazione. Credo si possa affermare - prosegue il presule - che in questa Chiesa Mordacci abbia gradualmente concretizzato un progetto unitario dal quale traspare l'autenticità dell'uomo, che ha saputo fondere con esiti eccellenti i contenuti dell'arte, della fede e della bellezza divina. Inoltre ha attualizzato l'importanza dei fecondi rapporti intercorsi tra la Chiesa e gli artisti, nel solco di quella consolidata amicizia resa più volte manifesta dalle benevoli parole del Beato Papa Paolo VI”.

Scorrere la letteratura critica dedicata a Mordacci è impresa quanto mai impegnativa, tanto essa è estesa e di rilevante qualità. Un giudizio diffusamente positivo emerge negli spunti critici espressi in tempi diversi, richiamati a mo’ di esempio.

Nel 1938 Gian Carlo Fusco afferma che “Mordacci ha i numeri per la più seria ed estimabile arte e crediamo di non sbagliare se ci attendiamo da lui magnifiche prove”; Furio Bonessio di Terzet si esprime nel 1953 sulla validità dell’opera scultore in legno, osservando che è “una materia che facilmente tradisce, che deve essere usata con estrema prudenza e che non ammette pentimenti; anni dopo, nel 1995, Germano Beringheli coglie “nell'importante corpus realizzato da Mordacci, la delineazione magistrale della composizione e l'intimo accordo fra immagine e struttura”.

Alcuni lavori dello scultore meritano particolare attenzione. Penso al grande Crocifisso scolpito in legno d’olivo, che per vigore espressivo è tra le opere più ammirevoli della chiesa; non diversamente, tra le opere dedicate a Sant’Anna, non sfugge il bassorilievo ligneo, che la celebra come patrona della maternità. Di grande interesse è l’elegante Croce astile, finemente plasmata e fusa in argento che rivela chiari riferimenti a Crocifissioni di secoli lontani, anche per il perizoma liscio, senza panneggio e molto coprente, accoglie Cristo con le braccia distese e il volto non reclinato. Trionfante sulla morte, raffigurata nel braccio inferiore della Croce con l’immagine del teschio, imago mortis, gode della protezione divina rappresentata dalla colomba, simbolo piuttosto diffuso nell’iconografia cristiana, che irradia la luce dello Spirito Santo. Le rose, segno di amore, scolpite sul braccio orizzontale evocano la corona di spine posta sul capo di Gesù.

Nella facciata del corridoio che conduce al salone parrocchiale non elude la vista di chi vi transita la magnifica Pietà giovanile, più sopra citata dalla Borzone, realizzata in gesso da Mordacci, rinvenuto anni dopo ed attualmente custodito nella sacrestia della parrocchiale di san Giovani Battista, sempre a Migliarina. Lo scultore aveva allora ventitrè anni. La Vergine Maria, che comunica un dolore intimo, in apparenza misurato, sostiene con avvertibile tenerezza il corpo di Gesù, esteriormente senza peso, appoggiato sulla sua spalla destra.  Più adulto rispetto a quello della Madre, il volto di Gesù è inclinato verso il basso. La commovente Pietà, densa di profonda spiritualità si caratterizza per la modellazione morbida ed essenziale e per lo sviluppo per linee verticali. Favorisce la complessiva leggerezza della scultura, la grazia della mano sinistra di Maria che accarezza l’analogo braccio di Gesù, mettendo in rilievo il suo forte amore.

Si entra all’istante in comunione con il tema interpretato da Mordacci, che, al pari di altri illustri colleghi, conferma come l’arte possa diventare una straordinaria forma di preghiera. Non è da escludere che, per quanto molto giovane, conoscesse la Pietà di Giovanni Bellini, capolavoro su tavola, oggi alla Pinacoteca di Brera a Milano, nel quale il celebre pittore veneziano, adotta il formato, cosidetto “a mezza figura”, ripreso anche dal giovane Mordacci nella sua Pietà, che, come in quella di Bellini, richiama l’affettuoso gesto della mano di Maria su quella del Cristo.

Mordacci a Sant’Anna è un libro che onora lo scultore e la dedizione di don Italo Sommi per la sua chiesa.

 

 

Saggi e altri testi

 

La Collezione “Cozzani”, teatro di infinite emozioni

di Valerio P. Cremolini

Dedico questo contributo al ricordo del professor Giorgio Cozzani, straordinario collezionista che ha donato con la moglie Ilda Goretti la sua smisurata raccolta comprendente ben 1156 opere tra dipinti, sculture e grafiche al Comune della Spezia, città nella quale ha visto la luce il 7 ottobre 1910. Il padre, ingegnere era un affermato imprenditore edile. Frequenta la scuola elementare, curiosa coincidenza, nello stesso edificio in seguito convertito nel CAMeC. Ha come compagno di classe Berto Lardera, poi diventato uno scultore di livello internazionale. “sperimentatore di appaganti soluzioni plastiche”.[1]

Studente di medicina nel 1928 all’Università di Bologna, si laurea nel 1934 a pieni voti, con dignità di pubblicazione della tesi. Dopo aver esercitato un periodo di assistente volontario ad Anatomia patologica viene chiamato dal preside di facoltà Leonardo Martinotti, ad assumere l’incarico di assistente di ruolo a Dermatologia, specializzazione che segnerà il suo futuro professionale di grande successo. Nel 1940, ufficiale di artiglieria, è inviato in Albania e in Grecia nell’isola di Cefalonia. Nel febbraio del 1944 è prigioniero nel campo di concentramento di Kaisersteinbruck, poco distante da Vienna, ed è operosissimo nell’assistere e curare i militari italiani.

Raccontava al riguardo: “Quando i tedeschi scoprirono che ero docente in Medicina mi trasferirono al lazzaretto. Con due medici e un cappellano curavamo tutti i feriti, senza fare differenza tra prigionieri e tedeschi, Quando arrivarono i russi, io e un infermiere rimanemmo con i 126 malati più gravi. Siamo riusciti a riportarne in Italia da Budapest, dove i russi ci avevano trasferiti, ben cento”.[2] Dal novembre del 1945 fino al 1975 è primario del reparto di Dermatologia dell’Ospedale Sant’Andrea della Spezia, dove in anni successivi crea un centro specialistico per ustionati. Muore il 13 ottobre 2002.

È merito di questo mecenate, appassionato di bridge, se la nostra città può oggi vantare un autorevole centro espositivo, quale è il CAMeC di piazza C. Battisti, destinatario dell’anzidetta collezione. Con le spettacolari mostre dello scultore svizzero Jean Tinguely (1925-1991) e dell’artista milanese Bruno Munari (1907-1998), sotto la direzione del critico Bruno Corà, il CAMeC è stato inaugurato il 22 maggio 2004.

Il sindaco Giorgio Pagano definì “la scelta di Tingely e Munari assai appropriata in considerazione del carattere delle opere dei due maestri, fautori di un macchinismo dell’arte che già il Futurismo aveva predicato”[3], mentre il curatore dell’evento affermò che “la loro opera non smette di esercitare la propria influenza sulle generazioni attuali”.[4]

Faccio un passo indietro. Ho seguito giorno dopo giorno, su cordiale e insistente richiesta del professor Cozzani, con l’amico, pittore Francesco Vaccarone, i vari passaggi che hanno condotto alla stipula dell’atto notarile della donazione “senza oneri”. Mi sono sentito particolarmente gratificato il 29 giugno 2004 nel presentare dinanzi ad un pubblico numeroso, insieme a Bruno Corà, Marco Ferrari, Marzia Ratti, il sindaco Giorgio Pagano e Carlo Caselli, presidente della Fondazione Compagnia di S.Paolo, il catalogo della collezione.[5] Ha fatto seguito il 4 maggio 2005 un ulteriore mio intervento in occasione della proiezione al CAMeC del video e dvd La Collezione Cozzani-Novecento Privato, curati dal regista Maurizio Sciarra e promossi dall’Istituzione per i Servizi Culturali in collaborazione con la Fondazione Compagnia di San Paolo, già sponsor del catalogo della collezione.

In entrambe le circostanze ho tracciato il profilo del donatore, definendolo persona intelligente, determinata, mai approssimativa. Una persona che ha amato l’arte in modo viscerale, subendone la folgorazione. E da quel momento l’arte ha trovato in Cozzani un insostituibile e fedelissimo alleato, che non mancava di visitare le più importanti rassegne, viaggiando in Italia e all’estero, mantenendo contatti non episodici con le gallerie più specializzate nei linguaggi della contemporaneità. “Se spedissimo su Marte la collezione del prof. Cozzani - sostenne Vaccarone con un’arguta ed efficace sintesi - i marziani avrebbero certamente una rappresentazione del gusto estetico di questo secolo sul pianeta Terra”.[6]

La stampa locale si occupò ripetutamente della donazione, che giungeva dopo quella di ingente valore dell’ingegnere Amedeo Lia, accolta nel museo di via Prione a lui intitolato.

Poche le voci di dissenso. Taluni, però, si spinsero ad esortare il donante a riprendersi i suoi quadri e a utilizzare i finanziamenti già disposti non per realizzare la Galleria d’arte moderna, che doveva sorgere in tempi certi nell’edificio dell’ex Tribunale, bensì un parcheggio o un asilo nido. Posizioni, comunque, soccombenti dinanzi ad altre più numerose di segno opposto, tra cui quella dell’ex sindaco Lucio Rosaia, che contestava la visione ideologica di chi “negava la funzione primaria della cultura - e in particolare di quella espressione cruciale dello spirito umano che è l’arte - nella vita collettiva”. “Dovremo dunque rinunciare - proseguiva Rosaia - alla Galleria d’arte moderna e rifiutare la donazione Cozzani? Ma questa sì che sarebbe un’autentica follia, poiché la collezione Cozzani è una grande collezione, che farebbe gola a qualsiasi città pensosa della propria dignità culturale e del proprio avvenire, civile ed economico”.[7]

Molti si unirono alle considerazioni dell’ex sindaco ed anch’io intervenni sulla stampa stigmatizzando che “sarebbe veramente imperdonabile, questo sì, rinunciare ad offrire alla città ed in essa alle giovani generazioni, le testimonianze artistiche del recente passato e del presente nella consapevolezza che l’arte conduce il cittadino ad ammirare con occhi non disattenti i luoghi in cui vive, a rivolgere maggiore cura al proprio quartiere, a godere dei propri beni architettonici (pochi o tanti) indagandone la rilevanza storica, artistica e umana”.[8]

Durante le celebrazioni organizzate a Genova dalla Soprintendenza per i Beni artistici e storici della Liguria e dal Fai (Fondo per l’ambiente italiano), per i 40 anni della donazione di Palazzo Spinola di Pellicceria allo Stato, si parlò delle forme di mecenatismo e vennero invitati al convegno per lodare i loro munifici gesti Giorgio Cozzani, Amedeo Lia ed Euro Capellini, la cui collezione di sigilli è esposta nell’apposito Civico Museo del Sigillo, inaugurato il 14 ottobre 2000.[9]

Il 9 luglio 1999 fui invitato dal sindaco Giorgio Pagano a commentare in Sala Dante, dinanzi ad un folto pubblico e al Consiglio comunale convocato in seduta straordinaria, le diapositive di una ventina di opere di famosi artisti presenti nella collezione, tra cui Felice Del Santo (Doge Boccanegra), Telemaco Signorini (Paesaggio con case), Alberto Magnelli (Composizione astratta), Ossip Zadkine (Nudo di donna), Filippo De Pisis (Natura morta), Jean Fautrier (Abstrait), Jean Dubuffet (Figure au basement bleu), Asger Jorn (Volti), George Baselitz (Figure capovolte), Anselm Kiefer (Foto con sovrapposizione pittorica), ecc., preceduto dall’intervento della storica dell’arte Rossana Bossaglia, che profuse significative considerazioni sul valore artistico della donazione. In quella circostanza venne illustrato dall’ingegner Claudio Canneti e dall’architetto Chiara Bramante il progetto del nuovo presidio espositivo e il sindaco Pagano consegnò ai coniugi Cozzani l’attestato di “cittadini benemeriti”.

 

Con l’ausilio della memoria mi piace trasferire ai lettori le sensazioni che ho avvertito nello scoprire il “tesoro” di Giorgio e Ilda Cozzani, che soltanto in piccola parte i visitatori del CAMeC hanno potuto ammirare, tanto esso è vasto, negli eventi espositivi di volta in volta proposti.

L’appartamento che ospitava l’intera raccolta, che ho definito “città dell’arte”,[10] emanava un’aura davvero indimenticabile che si insinuava in ogni dove, arricchendo di fascino e di mistero il percorso avvolgente, che si snodava nel salone e nelle stanze, fatto di arte e di emozioni, costruito negli anni dalla sapiente iniziativa di un uomo guidato dalla più schietta e insaziabile curiosità artistica. “Per Cozzani - scrive Mara Borzone - l’arte astratta non aveva segreti: quasi tutti i movimenti sono rappresentati nella sua collezione, anche i minori, o i meno duraturi, quindi sono la completezza della raccolta e la competenza del collezionista da segnalare più che il singolo pezzo”.[11]

Lo spalancarsi della porta d’ingresso dell’appartamento di via Tolone, irripetibile nella sua preziosa e grandiosa unicità, apriva agli occhi di chi ha avuto la fortuna di essere ospite in questo tempio spezzino dell’arte contemporanea uno scenario shoccante per il tripudio di sensazioni cromatiche e varietà di forme, offerto dalla vasta collezione, che affollava i vani della casa, che per me hanno rappresentato il riferimento automatico per individuare le opere in essi allineate.

Si aveva la percezione di trovarsi immersi tra qualcosa di inimmaginabile e di rabbrividente. Mi spiego con le stesse parole con cui Alvar Gonzàles-Palacios descrive la condizione di chi si pone dinnanzi ad un capolavoro, il quale “desta una sorta di imbarazzo, paragonabile a quello che si prova con una persona famosa, troppo bella o troppo intelligente”[12].

Il susseguirsi di immagini, di luci e di tonalità, e di ininterrotte sequenze di dipinti regalavano un inconsueto senso di ineffabile stupore, dinanzi alla meraviglia di un microcosmo in cui l’arte si è limitata ad entrare gradualmente, ma che negli anni è stato progressivamente pervaso ed impregnato delle suggestioni che pittura e scultura, nella loro eterogenee e sempre più spesso eccentriche espressività, sanno fornire a chi è in grado di catturarle e di farne tesoro.

È sconcertante come in casa Cozzani non esistesse un solo angolo in cui questo o quell’artista non abbia lasciato indelebile traccia del suo percorso creativo. Chi per la prima volta si addentrava in questa speciale galleria dell’arte restava a bocca aperta, non solo per la straordinaria qualità delle opere che tappezzavano le pareti, ma soprattutto per l’incommensurabile amore e dedizione che trasparivano da quello sconfinato patrimonio, che rappresentava la totale disponibilità di Cozzani, insaziabile cittadino della “città dell’arte”, a non rinunciare a comprendere i nuovi segni e le nuove immagini della ricerca artistica contemporanea.

Quello di Cozzani, è il condivisibile pensiero di Eleonora Acerbi, era “un interesse amplissimo, scevro da preconcetti o cogenti predilezioni, animato, piuttosto, dal desiderio di appropriarsi di ogni manifestazione ed esito ultimo delle arti germinati in ambito nazionale ed internazionale, conformemente  ad un’esigenza di puntualità documentaria davvero singolarissima”.[13] Egli, infatti, non si sentiva appagato delle prestigiose acquisizioni portate a buon fine, ma con instancabile zelo e mosso da una passione quasi totalizzante ha costantemente proseguito la sua interminabile ricerca, concretizzata in una collezione di altissimo spessore culturale e di straordinario valore documentario. Nei giorni in cui Cozzani decideva senza indugio di donare la sua raccolta, l’irrefrenabile entusiasmo lo portava ad acquistare due nuovi dipinti, che non hanno goduto il tempo e privilegio di essere collocati al fianco di altre tele. Ciò è quanto mai paradossale.

Accompagnato nella sua fervente vocazione dall’insostituibile moglie, custode di una memoria storica tanto viva quanto precisa egli ha costruito un’inestimabile dimora dell’arte, una casa dialogante, in cui curiosità ed eccentricità trovavano la migliore convivenza.

Simile ad un sipario teatrale la porta di via Tolone, nei giorni della notizia della donazione, si è spesso dischiusa sull’articolata scenografia, animata da innumerevoli protagonisti, per concedersi allo sguardo smarrito di amici e appassionati d’arte. Gli occhi del fortunato spettatore restavano folgorati dallo straordinario insieme e, solo in un secondo momento, l’attenzione si rivolgeva sui singoli protagonisti, nel tentativo di ricondurre le opere ai singoli autori e soprattutto di catturare l’essenza delle differenti prospettive artistiche, di cui Cozzani era padrone.

Non di rado, il silenzio prevaleva su qualunque commento. Silenzi di ammirazione, saturi di voglia di conoscere, giustificati dal desiderio di non disturbare la pacata, ma intensa vita di quella “città dell’arte” di cui era da privilegiati esserne parte. Una città la cui chiave di successo era insita nell’esaltazione delle individualità e delle differenze, che non prevaricavano l’una sull’altra, ma si arricchivano e si esaltavano vicendevolmente.

Il senso di libertà e di autonomia, il gioioso eclettismo che pervadevano l’intera collezione, evocavano la libertà che qualifica l’operatività ponderata, ma anche estrosa e, talvolta, fortemente dissacrante, degli artisti. Nella ordinata caoticità di casa Cozzani si toccava con mano lo sterminato pianeta dell’arte contemporanea, rappresentato da dipinti e sculture a ciascuna delle quali era assegnato uno specifico protagonismo. Ogni acquisizione vantava una storia unica e talune, per la narrazione che ne faceva con soddisfazione il collezionista, erano considerate alla guisa di vere e proprie conquiste.

Quanto a gusti, Cozzani non era un moderato ed il suo esaltante vagabondare tra stili e tendenze emergeva nella ricca raccolta, il cui cuore pulsava delle novità partorite dai linguaggi sperimentali, ormai da tempo consacrati nella storia dell’arte del secolo scorso, quali l’Informale, la Pop Art, il Minimalismo, l’Arte povera, la Body art, il Concettuale, la Transavanguardia e così via.

Dal 15 giugno 1998, per varie settimane, predisponemmo con Vaccarone, non senza fatica fisica e mentale, l’inventario della collezione, quale allegato indispensabile per l’atto di donazione, rogitato dal notaio Francesco Ceroni il 14 dicembre dello stesso anno. Di comune intesa, per procedere a tale incombenza del tutto volontaria, avevamo individuato nella fantasiosa “città dell’arte” di casa Cozzani, compresa la non trascurabile appendice di salita Quintino Sella (già studio medico del professore), una dozzina di spazi dei quali, nonostante il tempo trascorso, non mi è difficile ricordare con un necessario sforzo della memoria le opere più significative che vi erano collocate. Ne ripercorrerò alcuni.

Centonove opere, di cui ben ventitré sculture, all’ingresso dell’appartamento riservavano agli ospiti di casa Cozzani un’accoglienza stupefacente. Indimenticabile era lo sguardo d’insieme, che poi sostava lungamente sull’una o sull’altra opera (dipinto, scultura, grafica). Ad un benvenuto tanto caloroso, immersi tra una frenetica ed inattesa creatività dispiegata tra scelte sempre di qualità, non era assolutamente possibile non corrispondere ogni volta parole di sincera sorpresa e di entusiastico apprezzamento.

Qualche decennio fa soltanto le riviste e i testi specialistici citavano i nomi degli artisti, di cui, quasi miracolosamente, potevo ammiravo, così da vicino, le loro opere. È impossibile elencarli, ma tutti mi arrecavano un senso di inattesa felicità e di conquistata confidenza per essere entrato nel loro vissuto. Così è stato, ad esempio, per Robert Morris, Jean Dubuffet, Lyn Chadwick, Kennet Armitage, Franz Wotruba, Gordon Matta Clark, Marina Abramovic, Giulio Paolini, Dan Flavin. Ma ogni ambiente custodiva presenze di spessore internazionale. È riduttivo citare solo pochi nomi e, scusandomi per l’esemplificazione, scorgo tra le pareti del corridoio Georg Baselitz, Jörg Immendorff, Max Bill, Kengiro Azuma, Ossip Zadkine, Agostino Boetti, Piero Manzoni, Mimmo Rotella e nell’adiacente, spazioso salone, occupato da oltre centotrenta opere, autorevoli figure del Novecento italiano (Aligi Sassu, Ottone Rosai, Mario Sironi, Arturo Tosi, Mino Maccari, Filippo Depisis, Mario Tozzi, Virgilio Guidi, Fiorenzo Tomea, Renato Guttuso, Remo Brindisi, Giuseppe Zigaina, Ugo Attardi, Pericle Fazzini, Mirko Basaldella). Poi, ancora un angolo di prelibato ‘800, con Telemaco Signorini, Silvestro Lega e Agostino Fossati; gli espressionisti tedeschi della Brücke e quelli esuberanti del gruppo Spur (Lothar Fischer, Heimrad Prem, Helmut Sturm, Hans Peter Zimmer), acquistati nel 1963 a Venezia dopo aver visitato a Palazzo Grassi la mostra veneziana Visione-colore. Cozzani rivelando una buona dose di stravaganza aveva steso sui soffitti le tele di grande formato e zeppe di colore.

Nel vano Farmacia, così denominato per l’imponente e importante mobile antico, adibito in altra sede a tale attività, si faceva notare il curioso Televisore dell’artista americano, di origini coreana, Nam June Paik, indiscusso protagonista della Video Art, frequentatore di Fluxus e pertanto interessato a travolgere i convenzionali confini dell’opera d’arte. L’artista coreano condivideva la stanza con Enrico Baj, Wilfredo Lam, Thomas Schutte, Piero Dorazio, Ennio Morlotti, Enrico Scanavino, Gastone Novelli, Achille Perilli e con Franco Francese, autore di un indimenticabile dipinto, intitolato Notte d’amore rossa, acquistato nel 1960 alla XXX Biennale Internazionale d’Arte di Venezia.

Nello studio di Cozzani, anch’esso gremito, non sfuggivano allo sguardo le testimonianze degli animatori del Gruppo Cobra, Karel Appel, Guillaume Corneille, Pierre Alechinsky, Jasper Jorn, e quelle, ne cito solo alcune, di Fortunato Depero, Alberto Magnelli, Max Ernst, Hans Richter, Victor Brauner, Sebastian Matta, Wilfred Lam, Graham Sutherland, Antoni Tapies, Mario Radice e Man Ray. Dell’esponente del Surrealismo attraeva non poco la magnifica La prière, singolare fotografia del 1930 che riprende l’armonico fondo schiena di una modella in posizione raccolta. Per altri motivi invogliava il Book in legno dello scultore minimalista Richard Artschwager, che Cozzani pare stia sfogliando nella fotografia riportata nella copertina del video in precedenza citato.

Il mio itinerario prosegue nello spazio antistante la camera da letto e successivamente nella camera stessa. Si distinguono, tra gli altri, i segni della creatività di Gilbert &Gorge, Gina Pane, Gilberto Zorio, Marcus Lupertz, Emilio Vedova, di Lucio Fontana, Jean Fautrier, Louise Nevelson, Hans Hartung, di Sandro Chia, Mimmo Paladino, Luigi Ontani, Aldo Mondino e Mark Kostabi. Altrettanto indelebile è il colpo d’occhio sulla stanza da bagno con oltre trenta opere, che disorientavano i modesti frequentatori delle cose d’arte, ma incantava chi, al contrario, era buon conoscitore dell’arte contemporanea. Ed allora eccoci di fronte a eloquenti pagine della Pop Art con Robert Indiana, Andy Warhol, James Rosenquist, Tom Wesselman, Claes Oldemburg, Joe Jones, Jim Dine; allo Scimpanzé di Michelangelo Pistoletto e alla Tavola imbandita di Daniel Spoerri; alla Frutta di Concetto Pozzati e ad una litografia di Christho, artista bulgaro che impacchetta monumenti ed altro.

Per completare questo tragitto dovrei soffermandomi anche sugli altri vani di casa Cozzani, altrettanto affollati di presenze molto autorevoli. Eccone alcune: Agostino Bonalumi, Giuseppe Santomaso, ancora Lucio Fontana, Claudio Verna, Mino Maccari, Antonietta Raphael Mafai, Alberto Sughi, Victor Brauner, Karl Hubbuch, Cesar, ma l’elenco è davvero lungo.

Non mi è possibile sostare sul voluminoso e pregevole contenitore con oltre duecento lavori riferibili a varie tecniche grafiche. Tra di esse non mancano le xilografie originali e gli ex libris del nostro Emilio Mantelli. In quella pesante cartella s’incrociavano differenti linguaggi, entrati non da comprimari nella vita di Cozzani, il quale, amando l’arte contemporanea, aveva intuito quanto dell’arte non dovesse andare disperso.

Anche nello studio professionale di scalinata Fossati erano collocate opere scelte. Tra di esse incantavano due oli di Vincenzo Frunzo (Lavandaie e Donna) e uno strepitoso dipinto del 1933 di Giuseppe Caselli, intitolato Casa di tolleranza.

Con Caselli, Frunzo e i già citati Agostino Fossati, Felice Del Santo ed Emilio Mantelli, sono rappresentati nella vasta collezione, mi scuso per eventuali involontarie omissioni, i seguenti pittori e scultori spezzini: Eugenio Brandolisio, Augusto Magli, Ercole S. Aprigliano, Berto Lardera, Gino Bellani, con più opere, Rino Mordacci, Giacomo Porzano, Enzo Bartolozzi, Pietro Rosa, Giancarlo Calcagno, Gino Patroni, con sette ironici pennarelli su carta, Angelo Destri, Mauro Manfredi, Fernando Andolcetti, Claudio Ambrogetti, Mauro Fabiani, Cosimo Cimino, Francesco Musante e Francesco Vaccarone

Soltanto la motivazione culturale ed il piacere estetico hanno spinto Cozzani a costituire una raccolta di tale imponenza, senza mai inseguire prestigio o mire speculative. Comprendeva che l’arte, pur in anni difficili, pur sottoposta a inevitabili mutamenti, non era assolutamente estranea alla società, che ne ha trovato non poco giovamento sul piano della crescita culturale. Sono dell’opinione che gli anni trascorsi da Cozzani, visitando centri espositivi in Italia e all’estero, incontrando artisti e galleristi, acquistando ed inseguendo opere, siano stati anni molto felici e tale senso di benessere ha contagiato noi tutti, che alleniamo la nostra sensibilità per meglio apprezzare la bellezza, la creatività, l’ingegnosità, talvolta anche estrema, di artisti del passato e del presente.

Moltissimo si deve al professor Giorgio Cozzani se oggi abbiamo il Centro d’Arte Moderna e Contemporanea, prestigioso presidio che custodisce con la sua collezione l’infinito amore per l’arte e per La Spezia. Gli venne chiesto: “Perché ha deciso di donare la collezione?”. La sua risposta, senza alcuna titubanza, fu la seguente: “Perché mi piaceva farlo. Ma non mi aspetto gratitudine dalla città”.[14]

 

Da Rivista IL PORTICCIOLO – n° 27 dicembre 2016

 

 


[1] Valerio P. Cremolini, Berto Lardera, un protagonista della scultura del Novecento, Arte e Fede–Informazioni U.C.A.I.,  Roma, n.16, 2003, p.17. L’articolo richiama la mostra Lardera tra due mondi, allestita nelle sedi del Museo Diocesano e della Palazzina delle Arti della Spezia, inaugurata il 22/09/2002.

[2] Andrea Luparia, Un medico il nuovo mecenate, La Nazione, Cronaca della Spezia, 1/05/1998, p.I.

[3] Giorgio Pagano, Catalogo della mostra Tinguely e Munari-Opere in azione, Edizioni Gabriele Mazzotta, Milano, 2004, p.6.

[4] Massimiliano Tonelli, Corà nel Golfo dei Poeti, Exibart, 14/06/2004, p.24.

[5] AA.VV, La collezione Cozzani, Arti grafiche Amilcare Pizzi spa, Cinisello Balsamo  (MI), 2004.

[6] Renzo Raffaelli, La Spezia dei tesori, Il Secolo XIX, Genova, 01/05/1998, p.25.

[7] Lucio Rosaia, Collezione Cozzani gran regalo alla città, Il Secolo XIX, Cronaca della Spezia,  07/05/1998.

[8] Valerio P.Cremolini, Con i musei non crescono le ciminiere, Il Secolo XIX, Cronaca della Spezia, 24/05/1998, p.30.

[9] Giuliana Manganelli, Professione altruisti d’arte, Il Secolo XIX, Genova, 31/05/1998.

[10] Valerio P.Cremolini, La città dell’arte, Le Voci - Quaderni di AIDEA La Spezia, n.4/2005, p.17.

[11] Mara Borzone, Camec, i maestri in vetrina, Il Secolo XIX, La Spezia, 31/01/2005, p.16.

[12]Alvar Gonzàles-Palacios, Il cavaliere nero al Poldo Pezzoli, in  Il Sole 24 Ore, Milano, 10/10/2004.

[13] Eleonora Acerbi, Amare l’arte contemporanea, in POLIS, Milano, n.17, 1999, p.114.

[14] Renzo Raffaelli, Parla il mecenate che ha donato un tesoro alla città, Il Secolo XIX, Cronaca della Spezia, 01/05/1998, p.17.

 

Di ritorno da Bayreuth

di Valerio P. Cremolini

Della città di Bayreuth conoscevo pochissimo. Sapevo che da alcuni anni era gemellata con La Spezia e che nella stagione estiva ospita un importante Festival wagneriano. Ma, nulla di più. Poi, le inattese trasferte, nel novembre 2003[1], in rappresentanza dell’Istituzione dei Servizi Culturali, ed ancora nell’aprile del 2004 con Marzia Ratti per allestire la mostra del bravissimo artista spezzino Enzo Bartolozzi, mi hanno consentito di introdurmi nel cuore di questa bella e ordinata città, ieri dell’Alta Franconia, oggi della Baviera.

Non nascondo che quando visito luoghi più o meno lontani, riesco quasi sempre a entusiasmarmi e mai pecco di partigianeria nel ritenere la mia città più graziosa e più interessante. Così è stato per Bayreuth. Ne ho immediatamente apprezzato gli eleganti palazzi, la diffusa pulizia di strade, di marciapiedi e il traffico non caotico. Un assetto urbano tanto diverso da molte strade spezzine, intasate di automobili e autobus, dai marciapiedi dissestati, cosparsi di cartacce e, spesso, di sgradevoli testimonianze del passaggio di cani e dei loro incivili proprietari. Anche gli amministratori comunali, ripetutamente incontrati in quei giorni di lavoro e di piacevole svago, mi hanno dimostrato spontanea cordialità.

In entrambe le occasioni, il buon ricordo del gradito soggiorno, ospite dell’Hotel Goldener Hirsch, ha notevolmente ridimensionato l’innegabile disagio dovuto alla notevole distanza (oltre novecento chilometri) che separa La Spezia dalla città tedesca. Bayreuth mi è piaciuta e non esagero ad affermare che quanto ho ammirato è entrato in me al punto di appartenermi. Temendo, tuttavia, che possa cadere nell’oblio, amo rivivere ogni tappa in questo diario di viaggio, certamente lacunoso.

Un depliant pubblicitario propone Bayreuth come città nella quale convivono severità e intimità, semplicità e monumentalità, case sobrie e palazzi signorili; città di artisti che non ha smarrito lo spirito immortale del poeta Jean Paul (1753-1856) e dei grandi Richard Wagner (1813-1883) e Franz Liszt (1811-1886), padre di Cosima (1837-1930), seconda moglie di Wagner. La città vanta una buona Università frequentata da oltre ottomila studenti e un’invidiabile rete costituita da ben diciotto musei che promuovono la storia e la cultura del suo passato, nonché l’attenzione sul presente.

Bayreuth è una città bavarese di circa 75mila abitanti, situata storicamente nella regione della Franconia. La sua storia inizia nel 1194 ed è contrassegnata dal potere esercitato per mezzo millennio dagli Hohenzollern. Margravio era l’appellativo di chi governava il territorio e questo titolo, con cui ho fatto confidenza, risuonava molto spesso negli interventi delle competenti guide che mi hanno accompagnato tra il passato di Bayreuth, città tormentata da sanguinose guerre, compresa quella dei “trent’anni”, e dalle pesantissime perdite causate dalla terribile pestilenza del 1602.

Sarà il margravio Christian (1581-1655) a guidare nel 1603 la trasformazione di Bayreuth, dove viene trasferita la sede del Margraviato dalla vicina Kulmbach, di cui ho visitato il possente castello di Plassenburg.

Le gentili accompagnatrici hanno dedicato particolare riguardo alla figura del margravio Friedrich (1711-1763) e della moglie Wilhelmine (1709-1758), sorella di Federico il Grande di Prussia (1712-1786), donna sensibile alle arti ed alla letteratura, amica di Voltaire (1694-1778). I sovrani assumono il potere nel 1735 e per Bayreuth seguono anni di grande splendore, abbellita da lussuose residenze e da edifici dediti alla cultura, quale l’Opera dei Margravi[2], tuttora annoverato come il più bello tra i teatri barocchi d’Europa, inaugurato nel 1748 in occasione del matrimonio della figlia di Wilhelmine, Friederike Sophie (1732-1780) con il duca Carlo II Eugenio di Wurttemberg (1728-1793). È un teatro di eccezionale bellezza, frutto dell’ingegno dell’architetto Joseph Saint Pierre (1709-1754) e della sensibilità della margravia Wilhelmine, raffinata amante del bello. Se la facciata dell’Opera è apprezzabile, l’interno è stupefacente. Sono rimasto per lungo tempo senza parole. Il solo aggettivo che affollava la mia mente: era meraviglioso. Mi ritengo fortunato nell’aver ammirato qualcosa di veramente irreale.

Nella sontuosa eleganza del teatro non poteva mancare il prestigio dell’arte italiana: Giuseppe Galli da Bibiena (1696-1756) e il figlio Carlo (1725-1780) sono, infatti, gli artefici di tale gioiello. Questa straordinaria famiglia bolognese annovera Ferdinando (1657-1743), Francesco (1659-1739), Giuseppe, Antonio (1700-1774) e Carlo (1700-1760), incontrastati dominatori in Italia e all’estero nel campo dell’architettura teatrale. Tornato alla Spezia ho sfogliato più libri con il rammarico di non averlo fatto a suo tempo. Avrei certamente interagito con le informazioni della guida, ma, forse, non avrei goduto il sorprendente spaesamento procurato da quella inedita sensazione, che mi ha completamente catturato nel primo pomeriggio del 14 novembre 2003.

Giovanni Maria Galli (1625-1665) è il capostipite dei Bibiena. I figli Ferdinando e Francesco lavorano per il duca di Parma e Piacenza, per Carlo VI alla corte viennese e poi in Francia e in Inghilterra. Ferdinando innova la prospettiva, non più fondata sugli assi centrali, ma sulla disposizione obliqua degli stessi, nota come “prospettiva per angolo”. Francesco, dopo gli operosi ed acclamati soggiorni in terra straniera, al suo rientro viene nominato direttore dell’Accademia Clementina di Bologna. Tre dei quattro figli di Ferdinando, Alessandro (1687-1769), Antonio il già citato Giuseppe proseguono con successo l’attività paterna. Si deve ad Alessandro Galli la costruzione del castello di Mannheim, mentre Giuseppe con il padre e poi con il figlio Carlo raccoglie successi nelle città dell’impero austriaco. Anche Antonio Galli, non meno dei fratelli, vanta una significativa carriera come pittore ed architetto in Italia (Teatro La Pergola di Firenze, Teatro Comunale di Bologna), Austria e Ungheria. Il figlio di Francesco, Giovanni Carlo (1717-1760) lavora in Portogallo alla corte del re, progettando il Teatro Reale di Lisbona.

La talentuosa famiglia di scenografi, architetti e decoratori teatrali, molto ben remunerata, ha seminato meraviglie ovunque. Giuseppe e Carlo, padre e figlio, hanno lasciato a Bayreuth un segno incomparabile della loro creatività e soltanto la fama acquisita sul campo li ha condotti ad eseguire importanti commesse presso il re di Prussia, in Francia e in Russia, alla corte di Pietroburgo. Nel dicembre 2000 la Pinacoteca nazionale di Bologna ha ospitato la mostra I Bibiena, una famiglia europea. Ne ho trovato traccia in un articolo che avevo conservato di Fabrizio Magani, intitolato Un genio da zingari. L’esperto storico dell’arte scrive che “i Bibiena hanno rappresentato una vera e propria dynasty dell’architettura progressiva tardo barocca (e dei suoi ornamenti), capaci di avventurarsi da Bologna nelle principali capitali europee”[3].

La visita del Teatro dell’Opera di Bayreuth è quanto di più suggestivo si possa incontrare. Il buio della sala è trafitto di tanto in tanto da morbidi raggi di luce diretti sugli ori degli stucchi del ricco soffitto, dei palchi e della scena, raggiunta da una sequenza di immagini, tra cui quelle del margravio e della moglie. Una voce racconta la storia del teatro e delle vicende della casa reale. Lo stupore partorito dal geniale virtuosismo dei Bibiena e dall’intelligente utilizzo della moderna tecnologia raggiunge vertici altissimi. Quando mi si chiede se Bayreuth ha palazzi importanti il pensiero corre subito al teatro di Guglielmina e vorrei riuscire davvero a trasferire l’intensa emozione che esso mi ha suscitato.

Nella mia seconda visita a Bayreuth l’incanto non è per nulla scemato. Le opere d’arte, infatti, hanno una dignità che il tempo non cancella e il grandioso estro di Giuseppe e Carlo Bibiena continuerà a suscitare interesse di generazione in generazione.  Non esitarono, a proposito, nel 1994 i produttori del film Farinelli, sulla vita Carlo Broschi (1705-1782), celebre soprano napoletano del ‘700, ad utilizzare il teatro per girarvi alcune scene.

Prima di scoprire questo preziosissimo scrigno dell’ingegno artistico italiano, ho avuto, per la verità con pochissimo preavviso, l’onere e l’onore di introdurre nel salone della Sparkasse (Cassa di Risparmio) di Bayreuth una collettiva di diciassette artisti locali e spezzini, precedentemente proposta alla Spezia nel Foyer del Centro “S.Allende”. L’esposizione Neue Vorspiele zu Wagners Rhiengold (Nuovi preludi wagneriani) ricordava il breve soggiorno spezzino del grande compositore tedesco, ospitato centocinquantanni prima presso la locanda L’Universo di via Prione, proveniente da Genova dopo un faticosissimo viaggio via mare. È accertato che durante la notte del 5 settembre 1853 Wagner ebbe l’ispirazione del motivo introduttivo dell’Oro del Reno. Anche Richard Wagner, come altri pittori e scrittori stranieri, che rimasero sbalorditi dalla bellezza del nostro golfo, vanta un tocco di spezzinità, di cui mi sento orgoglioso.

I viaggi si compongono spesso di più tappe ed ognuna di esse ha quasi sempre buone ragioni per essere apprezzata. Ne ho segnalate due, ma il Museo Storico, il Museo d’Arte Moderna, il Parco Fantaisie, il castello di Plassenburg nella cittadina di Kulmbach (a Hans Castorp, protagonista del romanzo La montagna incantata di Thomas Mann (1875-1955) sviene servita birra prodotta in questa cittadina), il Museo della Ceramica di Thurnau e il Museo“R.Wagner”. Non sono passati inosservati ai miei occhi la visita della città di Bamberg e soprattutto del suo Duomo.

Il Museo Storico, adiacente alla cattedrale gotica, è piuttosto recente. Risale al 1996 e propone nelle numerose sale importanti documenti sullo sviluppo culturale, economico e sociale della città. C’è materiale in abbondanza per gli studiosi, ma mi ha incuriosito l’esposizione di biciclette d’epoca in legno e ferro, ottimamente conservate, per il cui utilizzo occorreva tanta abilità. Nel giorno della mia visita il museo proponeva la mostra della fotografa tedesca Sieglinde Sammet (1898-1940), donna dalla scarsa femminilità (questa è la mia impressione), particolarmente appassionata di motociclette e politicamente vicina al regime, stante le numerose fotografie dedicate a Hitler.

Reputo un graditissimo regalo del mio soggiorno a Bayreuth la retrospettiva allestita nel Museo d’Arte Moderna (già sede del municipio) del grande scultore Ernst Barlach (1870-1938). Con Elsa Belsito non ho indugiato ad approfittare di tale opportunità, mostrando tanta attenzione alle precise spiegazioni della direttrice Marina von Assel. Innumerevoli disegni ed altrettante sculture in bronzo inducevano ad approfondire la conoscenza del percorso di questo illustre artista tedesco, nel cui rabbioso realismo espressionista ha fissato i drammi di un’umanità emarginata e senza speranza. La sua “opera”, testimonianza di un convinto dissenso politico, fu condannata dal regime e compresa tra la nota “arte degenerata” bandita dai nazisti. Dinanzi ai bronzi di Barlach sfilavano nella mia mente i protagonisti di quella esemplare stagione. Ed ecco George Grosz (1893-1959), Otto Dix (1891-1969), Rudolf Schlichter (1890-1955), Karl Hubbuch (1891-1979), artisti che si sono conquistati tanto spazio nella storia dell’arte del XX secolo. Avevo letto pregevoli pagine su Barlach. Lo studioso Kurt Martin (1899-1975) non indugia a sottolineare che in Barlach c’è “l’afflizione e la morte, la passione, la vendetta, la disperazione e la fuga, la solitudine, la profonda meditazione, la devozione e l’attesa”. La mostra di Barlach vorrei che un giorno potesse essere trasferita alla Spezia. Raccoglierebbe molto successo. La direttrice, nel riferire che il museo dispone di un ampio e importante fondo di opere di artisti espressionisti - in gran numero quelle di Max Beckmann (1884-1950), anch’egli stimatissimo esponente di una pittura accentuatamente cruda - ha manifestato immediata disponibilità a collaborare con l’Istituzione per i Servizi Culturali per condividere una futura iniziativa.

Alla sera, rientrando al Goldener Hirsch, ho ripensato lungamente alle scoperte della giornata, meritevoli di essere considerate e non freddamente archiviate. Così è stato e senza fretta le ho ripassate ad una ad una, non tralasciando la lapide collocata all’ingresso della moderna Rathaus alla memoria degli oltre mille cittadini caduti sotto i bombardamenti delle forze alleate, che nel 1945, poco prima della fine del conflitto, distrussero gran parte della città, sino ad allora rimasta indenne. Avevo ragione a pregustare le sorprese che mi attendevano il giorno successivo.

La mattinata, piuttosto rigida, prevedeva la visita del Palazzo Fantaisie. Il maestoso edificio, abitato un tempo dalla margravia Wilhelmine, era chiuso ma ciò non ha impedito l’accesso ai pittoreschi giardini, che si distendono tra numerose varianti su una vastissima area. Altri parchi vanta Bayreuth, che assegna grande importanza al verde pubblico, curato con amore e gestito con invidiabile professionalità. L’esperta guida, un’autorità in materia, ne ha elencati alcuni (Hofgarten, Eremitage, Festspielpark, ecc.) mentre, silenziosamente, avvertivo una sensazione di invidia.

Un agevole tragitto stradale ci ha condotti a Kulmbach per ammirare il castello di Plassenburg. Una guida dalla voce squillante metallica ci illustra la storia della fortezza ed il contenuto (moltissime le armi) delle vetrine. Ritengo sorprendente la collezione considerata la più grande del mondo, comprendente oltre trecentomila soldatini di stagno e piombo negli abiti del tempo, disposti negli assetti di famose battaglie. È consuetudine lasciare il castello portando con sé come souvenir figurine piatte in stagno, antesignane di quelle più spesse di epoca successiva.

A Thurnau siamo accolti dai titolari del laboratorio di ceramica Renner che proseguono con successo la tradizione della famiglia, accreditata di una propria manifattura. Interessato, seguo la modellazione dell’argilla che il signor Renner effettua con destrezza e, simpaticamente, c’è chi accoglie l’invito ad emularlo. Ovviamente, con scarso successo. La città vanta un Museo della Ceramica, che documenta un’ampia varietà di manufatti realizzati dagli artisti delle più affermate fabbriche ed il magnifico castello è sede dell’Istituto di Musica Teatrale dell’Università di Bayreuth.

Sono circa le nove di sera di domenica 16 novembre quando scendo dal pullman in piazzale Kennedy. Sono ancora in tempo per festeggiare il mio compleanno.

Lunedì 29 marzo 2004 torno a Bayreuth, questa volta con Marzia Ratti, direttrice dell’Istituzione per i Servizi Culturali, per allestire e partecipare all’inaugurazione della mostra personale dedicata al pittore spezzino Enzo Bartolozzi.

Non manca il tempo per scoprire altre preziose gemme di Bayreuth, ma anche per ammirare ancora una volta il superlativo Teatro dell’Opera, facendomi nuovamente rapire dal suggestivo e armonioso gioco di luci e di ombre, sapientemente proiettate all’interno.

C’è ancora la possibilità nel pomeriggio di ritornare al Museo d’Arte Moderna, che ospita la mostra Durch Adstraktion zum Symbolhaften (Dall’astrazione al simbolismo), dedicata ai pittori Caspar Walter Rauth (1912-1983) e Hubert Berke (1908-1979), rappresentati da un nutrito numero di opere, caratterizzate da un linguaggio tendenzialmente non figurativo. Entrambi gli artisti esprimono un approccio molto personale al surrealismo, accentuando liberamente nello spazio linee e colori che suggeriscono percorsi che investono il sogno e la realtà, il visibile e l’invisibile.

In più occasioni Richard Wagner (1813-1883) è stato puntualmente testimone della mia permanenza a Bayreuth, eletta a "città di Wagner", meta obbligata negli itinerari dei più raffinati appassionati di musica, che non mancano di raggiungerla, almeno una volta nella vita, per essere presenti all'annuale Festival, rigorosamente dedicato alle musiche del geniale compositore, che si svolge tra luglio e agosto nella Festspielhaus. Fu lo stesso Wagner a promuovere nel 1876 questo grande evento per diffondere la conoscenza delle sue opere, imponendo prezzi popolari e la gratuità per i meno abbienti. Oggi è sempre più difficile prenotare un posto, il cui costo è tutt’altro che economico.

 

Avvolto dal fascino wagneriano, memore delle poche ore in cui nel 1853 respirò l’aria della mia città, ho visitato la residenza di Villa Wahnfried, sede del Richard Wagner Museum, nel cui giardino egli riposa con la moglie Cosima. Tra i numerosi cimeli (biblioteca, pianoforte, spartiti, documenti epistolari, ecc.) mi hanno sorpreso per la loro dimensione gli abiti del musicista, di statura molto bassa, surclassato in altezza dalla moglie.

Alla partenza per Bayreuth non prevedevo di visitare Bamberg, città “patrimonio dell’umanità”. L’escursione, opportunamente suggerita da Marzia Ratti, mi ha consentito di apprezzare in una bella mattina di sole la splendida città bavarese, situata sul fiume Regnitz, che la divide tra la città alta e quella bassa, dove un angolo particolarmente pittoresco costituito da case di pescatori ne legittima la denominazione di piccola Venezia. Dopo pochi passi nella città bavarese mi sono trovato dinanzi ad una testa colossale di Igor Mitoraj (Oederan, 1944)[4], scultore che nelle sue opere richiama la bellezza delle linee pure del mondo classico. Avevo già ammirato gli affascinanti volti volutamente incompleti di Mitoraj e, pertanto, ho avvertito la sensazione di trovarmi in un luogo conosciuto. Così non era, anche se quando sono entrato nell’imponente duomo dalle quattro torri, costruito nel 1215, di fronte alla purissima immagine medievale del Cavaliere sporgente da una colonna della maestosa e antichissima chiesa, non mi è appartenuto alcun senso di estraneità.

 

Conoscevo il Cavaliere, per averlo ammirato su alcune pubblicazioni e lo stupore diffuso da questo capolavoro visto da vicino ha toccato vette altissime. Credo che analogo incanto deve aver subito l’insigne scultore Marino Marini (1901-1980), che pur con altre finalità espressive ha tenuto ben presente nella sua ricerca plastica il ritratto equestre dell’eroico custode del Santo Sepolcro. La grandiosità della chiesa mi ha mosso una riflessione sul significato della devozione, diffusamente testimoniata dall’espressività dell’architettura gotica, che censisce inarrivabili opere dell’ingegno umano, tra cui l’abbazia di Saint-Denis e la cattedrale di Notre-Dame a Parigi, le cattedrali di Chartres, Reims, Cantebury, Burgos, Notre-Dame a Strasburgo ed in Italia la basilica di San Francesco ad Assisi, Santa Maria del Fiore a Firenze, San Petronio a Bologna, le cattedrali di Siena, di Orvieto, ecc. Tra di esse non sfigura davvero il duomo di Bamberg. Si sono succedute emozioni su emozioni dinanzi ai bellissimi portali, all’altare, alle tombe marmoree di sant’Enrico II il Santo (973/978-1024), della moglie Cunegonda (975-1039), anch’essa santa, di papa Clemente II (1005-1047), già vescovo della città di Bamberga, unico pontefice sepolto in Germania. Uscito dalla cattedrale, visitando la Neue Residenz, costruita nel ‘600 dal principe-vescovo Lothar Franz (1655-1729), ho ammirato gli ampi saloni e la galleria dalle pareti interamente coperte di pregevoli dipinti.

Ignaro della vita di Enrico II e di Cunegonda per saperne di più mi sono affidato al libro Mille Santi del giorno[5] di Piero Bargellini (1897-1980), brillante studioso e sindaco nel 1966 della città di Firenze, anno della devastante alluvione, che non trascura i profili dell’imperatrice Cunegonda e dell’amatissimo Enrico, re di Germania e d’Italia e successore del cugino Ottone III (980-1002) alla guida nel 1014 del Sacro Romano Impero. Entrambi caratterizzarono la loro esistenza nel segno della fede, della carità, dell’umiltà e dell’amore reciproco. Non fu titubante Cunegonda, alla morte di Enrico, uomo di rara saggezza politica e di spiccati sentimenti umani, a spogliarsi degli abiti regali, deporre la corona imperiale e scegliere il silenzio del monastero benedettino di Kaffungen. Enrico in giovane età avvertì la vocazione monastica, ma vi rinunciò per assolvere ai compiti di sovrano, a cui fu chiamato per l’unanime accordo dei grandi elettori tedeschi.

La stanchezza mi ha impedito di continuare il magnifico percorso nella storia, nella bellezza dei tesori custoditi nell’adiacente Museo Diocesano. Dispiaciuto della mia decisione, ho ascoltato nel merito Marzia Ratti, che, coriacea, ha dominato la fatica, non rinunciando a visitare scrupolosamente il museo, alimentando nuovo entusiasmo. Mi è rimasta impressa una sua affermazione: “Un museo saltato è un museo perso”. Aveva ragione!

Al sindaco Dieter Mronz il compito di dare inizio nel pomeriggio di giovedì 1 aprile alla cerimonia d’inaugurazione della mostra di Enzo Bartolozzi, allestita nella Grande Sala del Palazzo Comunale, costituita da una quarantina di opere scelte, tra cui Assemblaggi e Frantumazioni di grandi dimensioni, che hanno rivelato il bagaglio tecnico e la solidità sperimentale dell’artista. Dinanzi a numerosi convenuti, con l’aiuto dell’interprete Paola Hirsz, ho espresso alcune brevi considerazioni sull’avvincente ricerca di lungo corso di Bartolozzi, ulteriormente approfondita da Marzia. Ho definito il bravissimo artista uomo libero, sereno, riflessivo, intelligente, sempre disponibile: uno spezzino che conferma quanto diceva della Spezia il pittore futurista Gerardo Dottori (1884-1977) e cioè che “La Spezia non riesce a diventare severa e triste nemmeno nelle giornate nere”.

 

Bartolozzi è stato un privilegiato custode di emozioni, che appartengono alle elaborate composizioni, nelle quali vi ha riposto sia la complessità che la dolcezza della sua anima. I visitatori della mostra hanno apprezzato la sua spiccata originalità, ben testimoniata da lavori realizzati anche con carta e strisce di tela, accuratamente valorizzate da varianti cromatiche, che lanciano bagliori di luce. Analoga attenzione hanno raccolto le opere storiche degli anni ’70 ed un cospicuo nucleo di scelti pastelli che richiamano la duplice azione del comporre e dello scomporre. L’evento artistico, accolto con particolare interesse, è stato considerato “un punto di eccellenza tra le mostre realizzate durante l’anno nella città tedesca”.[6]

Pochi giorni mi sono stati sufficienti per camminare senza titubanza nella città bavarese, che, a motivo del gemellaggio, annovera una Spezia Platz di tutto riguardo. Così mi sono diventati familiari il Palazzo Vecchio con la torre ottagonale, il Palazzo Nuovo, gli storici palazzi nella Maximilianstrasse, la fontana dei Wittelsbach di fronte all’Opera dei Margravi, il Mühlkanal, attraversato quotidianamente, la Cattedrale luterana e quella cattolica, consapevole di aver lasciato ancora molto da ammirare, compreso il Museo dedicato al poeta e scrittore Jean Paul, molto amato e celebrato nella città di Bayreuth dove morì e che lo ricorda con una bella statua.

Come già nel 2003 ho lasciato Bayreuth felicissimo per l’accoglienza ricevuta e nel lungo e notturno tragitto fino alla Spezia mi scorrevano le nuove scoperte di questa simpatica città ed i volti degli amici tedeschi (Bernd Mayer, Bruno Hass, Kurt Seesars, ecc.), con i quali in entrambe le trasferte ho condiviso piacevoli momenti, apprezzando la loro simpatica compagnia anche in buoni ristoranti (Weihenstephan, Wolffenzacher, Annecy, Oskar).


  • · Questi appunti di viaggio risalgono al dicembre 2004.

[1] La delegazione era composta anche da Elda Belsito, Salvatore Calcagnini, Massimo Carosi, Nancy Rozzi, Raffaele Torracca, e dalla giovane interprete Valentina Vivaldi

[2] Nel 2012 il teatro è stato dichiarato Patrimonio culturale dell’UNESCO.

[3] La pagina del quotidiano Avvenire contenente l’articolo di Fabrizio Magani è, purtroppo, senza data.  Lo studioso scrive, inoltre, che “basterebbe registrare le città dove andarono a morire, una stagione dopo l’altra nel corso del XVIII secolo, per comprendere la portata del loro lavoro e l’irradiazione delle loro ricercatissime invenzioni: a parte Ferdinando e Francesco che finirono i loro giorni nella città natale, Alessandro morì a Mannheim, Giovanni a Napoli, Giuseppe a Berlino, Antonio a Milano, Giovanni Carlo a Lisbona, Carlo a Firenze e Ferdinando Antonio a Dresda”.

 

[4] Nato in Germania, ma cresciuto a Cracovia, lo scultore ha frequentato sin dal 1983 la città di Pietrasanta, dove risiedeva ed aveva lo studio. È morto a Parigi il 6 ottobre 2014.

[5] Il testo a cui mi riferisco è del 1977, Vallecchi editore, Firenze.

[6] Il pittore è mancato dopo breve malattia il 4 agosto 2005. Nel settembre 1999 la Palazzina delle Arti ha ospitato una magnifica personale promossa dall’Istituzione per i Servizi Culturali. Nell’occasione è stato pubblicato da Silvana Editoriale spa, Cinisello Balsamo (MI) un volume comprendente accurati testi ed un’ampia raccolta di opere dal 1975 al 1998..

 

Girovagando tra gli amori

di Valerio P. Cremolini

Inizio il mio girovagare con un’affermazione piuttosto comune: “L'amore è una cosa meravigliosa”. Ognuno è custode del proprio o dei propri amori, che aumentano a dismisura quando si affrontano le innumerevoli pagine della letteratura e della poesia, più precisamente dell’arte nel suo complesso, che lo celebrano magnificamente. Così, verso gli amori resi intramontabili da scrittori, poeti, pittori, musicisti, ecc. si registra un piacevole senso di appartenenza. Parlare d’amore non può che far bene, tenuto conto dell’indifferenza, dell’egoismo, dell’odio, che si agitano nel mondo intero, provocando situazioni di dolore senza fine.

La parola amore, ecco perché utilizzo il verbo girovagare, si associa a innumerevoli situazioni, che hanno per protagonisti le persone, ma non solo. Lo studioso Jacques Gomila, curatore di questa voce sull’Enciclopedia Einaudi, precisa che "il sostantivo amore rinvia al verbo amare: si ama il proprio Dio, i propri genitori, la propria moglie, la propria patria, le proprie amanti, la propria casa, una certa città, un vaso cinese, un quadro, l’opera, lo sport, il cinema ecc.; l'elenco è infinito". Ed allora si ama la terra, l'ambiente, il prossimo, il denaro. Nel linguaggio comune si richiamano varie espressioni: “si studia con amore", “si va d'amore e d'accordo"; “vivere d'aria e d'amore”; oppure, ci si complica l'esistenza, "per amore di" e si soffre di "mal d'amore"; quando insorge l'amore si ammette che "il primo amore non si scorda mai" e quando caratterizza l’intera vita coniugale i partners reciprocamente: si dichiarano: “Tu sei l'unico mio amore”.

La letteratura è un immenso contenitore di emozioni e di ansie sentimentali, di amori tormentati e impossibili, che conducono a morire d’amore. Penso alla passione che ha unito coppie famose: Abelardo ed Eloisa, Paolo e Francesca, immortali sono i versi danteschi dedicati alle due giovani anime dell’Inferno: “Amor, ch’al cor gentile ratto s’apprende” – “Amor, ch’a nullo amato, amar perdona”; Giulietta e Romeo, Pelléas e Melisande, Tristano e Isotta, Otello e Desdemona (“l’amavo troppo e l’ho uccisa!”). Così la mitologia è ricca di innamorati, chiaramente trasgressivi. Leggendaria è la storia eternata da Virgilio, che ha per protagonisti Enea e Didone; lo sono quelle della schiava Briseide amata da Achille; della bellissima Deianira, innamorata di Eracle, contesa da numerosi eroi per l’eccezionale bellezza; di Arianna, figlia di Minosse, re di Creta, che aiutò Teseo ad uscire dal labirinto, dove uccise il Minotauro; di Medea, follemente innamorata di Giasone;  di Paride, eroe troiano, figlio di Priamo e di Ecuba, che rapì Elena, moglie di Menelao, provocando la guerra di Troia; di Fedra, sorella di Arianna, che, innamorata del figliastro Ippolito, lo fa uccidere perché respinta e poi si toglie la vita.

A rileggere quelle pagine senza tempo si resta incantati. Stupiscono ugualmente le favole che danno visibilità all’amore, impedito per diversi motivi. Superato l’ostacolo, le vicende hanno di solito liete conclusioni, in quanto i protagonisti “vissero felici e contenti”.

Quanti amori e quante tipologie di amore sono censiti nella storia del mondo? Richiamo ancora una volta il saggio di Gomila, di cui si evince la sua competenza sul tema, sviluppato in interessanti contributi che descrivono l’amore antico, l’amore-passione, l’amore cristiano, l’amore cortese, l’amore cartesiano, l’amore romantico, l’amore mistico, inoltre, l’amore sovietico, l’amore surrealista e l’amore selvaggio.

C’è l’amore che si esprime nella totale donazione eroica di sé ed alcune persone sono monumenti viventi dell’amore estremo rivolto verso il prossimo. Penso al sacrificio di Massimiliano Kolbe e di Salvo d’Acquisto e alla dedizione verso gli ultimi che ha caratterizzato l’intera vita di Madre Teresa di Calcutta. Restando alla Spezia non ci sono parole per commentare la luminosa testimonianza di amore di padre Dionisio (Giovanni Mazzucco), che ha fatto della sua esistenza un dono per gli altri., consacrandola al servizio della povertà. L’amore per la fede, poi, ha portato al martirio ad Auschwitz le sorelle, entrambe monache carmelitane, Edith e Rosa Stein. La stessa tragica fine farà a Buchenwald il 9 aprile 1945 il teologo luterano tedesco Dietrich Banhoeffer, che in una lettera scrive di “amare in modo particolare il sole, perché spesso gli ricorda che l’uomo è stato creato dalla terra e non è fatto di aria e di pensieri”. Il sole di Banhoeffer richiama immediatamente l’irraggiungibile Cantico di frate sole” di san Francesco, dove ogni creatura del Signore, anche “sorella morte” è degna di essere lodata e amata.

Girovagare tra i sinonimi dell’amore è davvero intrigante. Tempo addietro, condividendo un’analoga iniziativa sull’amore promossa dall’indimenticabile poeta e musicista Eugenio Giovando, ebbi modo di approfondirlo con il necessario rigore, consultando tra i vari testi il Dizionario Palazzi, che affianca l'amore all'affetto, all'amicizia, all'ardore, al desiderio, alla fantasia, al fuoco, all'idillio, alla lussuria, alla passione, al sentimento e alla voglia, aggiungendo che l'amore può essere veemente, appassionato, onesto, puro, cieco, sviscerato. contrastato, corrisposto, frivolo, languido, intenso, eterno, platonico, paterno, materno, fraterno, filiale, coniugale, erotico, ecc. Cosa dire? Che ciascuno di noi è esperto del proprio amore, dove, molto probabilmente, si associano distinte sensibilità, quali quelle che il poeta Ovidio indicava nei verbi amare (amare semplicemente); adamare (amare appassionatamente); dirigere (voler bene); placere (piacere).

Emblematiche sono le figure di Werther, che giunge al suicidio; di Narciso, che amandosi tanto perviene alla distruzione di sé. Che dire dell’insaziabile Don Giovanni alla rincorsa di mille amori? “Dissoluto punito” cerca la donna “pel piacere di porle in lista” e “purché portin la gonnella”. Mai avrebbe dichiarato alla donna del momento: “tu sei l’unico amore della mia vita”. Il libertino mozartiano ha un precursore nel già citato Ovidio. Per il poeta “non c’è bellezza sola che accende in me l’amore: cento sono i motivi che mi fanno innamorare”.

Non di rado, più o meno consapevolmente, nel linguaggio comune trova spazio l’aforisma di Blaise Pascal, che legittima il dualismo “cuore-ragione”, per cui “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce". Quando il cuore pulsa a ritmo incalzante, insomma, è difficile obbedire alle pur legittime ragioni, che esortano ad altri comportamenti.

“Colui che ama - è un pensiero ripreso da L’Imitazione di Cristo, testo di ascesi cristiana del XV sec. - può fare ogni cosa, e molte cose compie e manda ad effetto; mentre colui che non ama viene meno e cade. L'amore vigila; anche nel sonno, non s'abbandona; affaticato, non è prostrato; legato, non si lascia costringere; atterrito, non si turba: erompe verso l'alto e procede sicuro, come fiamma viva, come fiaccola ardente” (Libro 3, cap. V n.2).

Francesco Alberoni, illustre sociologo, definisce l’amore “uno stato di felicità continua, di continua comprensione, di perfetto accordo, dove i piccoli screzi vengono composti con naturalezza”. Quando si è innamorati, si vive la sensazione di avere il mondo tra le mani, di godere di un senso di onnipotenza, di aver conquistato mete impagabili. Sempre Alberoni associa questo stato di ebbrezza con “l’aprirsi gioioso al mondo che appare bello e felice; un aprirsi agli altri e sentirsi come amici”. L’amicizia, altro sentimento, che talvolta travalica i rapporti di conoscenza per tramutarsi in un legame ben più che affettuoso, che approda all’amore di lunga durata. Cicerone aveva a proposito le idee chiare: “L’amicizia non è altro che una grande armonia di tutte le cose umane e divine, insieme con la benevolenza e l’affetto; davvero non so se, eccettuata la sapienza, sia mai stato dato all’uomo dagli dèi immortali niente di meglio di essa.” (dal Discorso di Lelio sull’amicizia)

Ho esordito dichiarando che “l’amore è una cosa meravigliosa”. Lo era sicuramente per Marcel Proust che attendeva il bacio della buona notte da sua mamma; lo è quello, commovente, celebrato nel film La vita è bella di Roberto Benigni; sorprende l’insolita storia d’amore narrata da Alessandro Baricco in Seta con la bella lettera conclusiva che inizia con un adagio d’insuperabile dolcezza: “Mio signore amato, non avere paura, non muoverti, resta in silenzio, nessuno ci vedrà. Rimani così, ti voglio guardare, io ti ho guardato tanto ma non eri per me, adesso sei per me, non avvicinarti, ti prego, resta come sei, abbiamo una notte per noi, e io voglio guardarti……”.

Non meno coinvolgente è la storia dell’amore impossibile fra Fiorentino Ariza e Fermina Daza che si realizza in età avanzata, esattamente dopo “cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni”, narrato nel romanzo L’amore al tempo del colera di Gabriel Garcìa Marques. L’intrigo e la complicità animano le vicende sentimentali del romanzo Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos, mentre un secolo e mezzo dopo l’amore tradito con altre situazioni problematiche costituiscono la storia descritta dal giovanissimo Raymond Radiguet nel famoso Il diavolo in corpo. Ambizione e seducente charme s’impongono in Georges Duroy, protagonista di Bel Ami di Guy de Maupassant.

Continuano a far discutere i supplichevoli versi di Emily Dikinson dedicati alla cognata Dollie. In essi traspare ben più che un semplice affetto tra parenti: “Non debbo più tremare? Sei sicura che/non verrà mai quella notte/ quando - spaventata - correrò da te/ per trovare le finestre sbarrate/ e non più Dollie? / Capisci? Non più Dollie?”. Percy Bysshe Shelley, che nel 1822 dimorò a San Terenzo, affianca all’amore la bellezza e la verità, forze che danno la vita. “Chi è nell’amore - scrive Giuseppe Sardelli - attinge alla bellezza e coglie la verità, l’armonia dell’Universo che si rivela nella luce della bellezza e sotto la spinta dell’amore”.

Inducono alla riflessione le quartine della poesia di Eugenio Montale Ripenso il tuo sorriso, compresa nella raccolta Ossi di seppia. Non è il sorriso di una donna amata, quello a cui si riferisce Montale, bensì è il sorriso del ballerino russo Boris Kniaseff, conosciuto nell’abitazione genovese dello scultore Francesco Messina. Lo sguardo dell’amico trasmette serenità al premio Nobel, tanto da suscitargli versi dall’eloquente intonazione sentimentale, seppure è in essi prevalente il tema della memoria: “Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un'acqua limpida / scorta per avventura tra le pietraie d'un greto, /... Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,/ se dal tuo volto si esprime libera un'anima ingenua,/... Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie/ sommerge i crucci estrosi in un'ondata di calma,/”.

Il poeta triestino Umberto Saba, invece, ama profondamente la moglie e nella lunga poesia a lei dedicata la pone amabilmente al confronto con le migliori qualità di una serie di animali (gallina, mucca, cagna, coniglia, rondine, formica, ape). Nutro gli stessi sentimenti d Saba verso la donna della mia vita. Anni e anni fa presi carta e penna e scrissi alcuni rapidi versi liberi. Perché non rivelarli? Eccoli: “Un giorno/il tempo si è fermato. /Nasceva l’amore, /giovane, limpido, fragrante. /Dopo anni,/il suo profumo/è immutato”.

Di solito si ama la propria città. Io amo La Spezia, che Ettore Alighieri in Città come te ha mirabilmente definito “città piena di niente, se non di silenzio, di spontanea volgarità, di tranquilla attesa, di naturale bestemmia, di fede contenuta nella felicità”. Analogamente, il cantore per eccellenza della spezzinità, Ubaldo Mazzini, che ha in Renzo Fregoso un altro impareggiabile interprete, così introduce A Spèza, splendida poesia in vernacolo: “'Nfra tüte e sità de l'üniverso/me a credo che paege né ghe 'n sia;/mia propio die che Cristo i agia perso, /dopo d'avela fabricà, a magìa!”. (“Tra tutte le città dell'universo/ io credo non ve ne siano di pari/ bisogna proprio dire che Cristo abbia perso, / dopo averla creata, la magia!).

Chissà se il mio girovagare avrà suscitato nuove riflessioni sull'amore. Lo spero tantissimo. Mi fermo, proponendo un dialogo conclusivo, che non poteva non essere intitolato Amore di Davide Maria Turoldo, poeta e frate dei Servi di Maria.

“Domandarono all'Amante a chi appartenesse. Rispose: all'amore. Di cosa sei? Di amore. Chi ti ha generato? L'amore. Dove sei nato? Nell'amore. Chi ti ha creato? L'amore. Come ti chiami? Amore. Da dove vieni? Dall'amore. Dove vai? All'amore. Dove abiti? Nell'amore”.

 

Riflessione sul Natale

di Valerio P. Cremolini

Non nascondo che anche nella mia famiglia piace vivere la ricorrenza natalizia non trascurando la preparazione del consueto albero di Natale e del presepe, quest’ultimo dalla storia ben più lontana e densa di significati dell’albero. Ho letto che Martin Lutero, sì, il promotore della Riforma protestante, rimase incantato dalla luce delle stelle che si abbatteva su un abete e volle che diventasse una tradizione. Tradizione che, dopo anni di silenzio, venne recuperata nel 1840 da una principessa tedesca, Elena di Mecklenburg, sposa del principe Ferdinando Filippo d’Orléans. Il suo ricco albero di Natale nel palazzo parigino delle Tuileries divenne un simbolo della festa, che nel tempo si è diffuso in ogni dove. Anche in Italia la tradizione dell’albero è ottocentesca.

Ma è sicuramente il presepe con la relazione d’intimità che si rinnova in ogni occasione che ci fa provare il gusto di condividere affettuosamente e realisticamente la nascita di Gesù, pur raccontata attraverso scenari artificiali, che ci riportano indietro di duemila anni. Il pensiero va a San Francesco e a quella notte di Greccio, in cui il Santo d’Assisi avvertì il desiderio di celebrare con indubbia originalità quella straordinaria nascita. “Scegli una grotta – disse a Giovanni Velita, signore di Greccio - dove farai costruire una mangiatoia ed ivi condurrai un bove ed un asinello, e cercherai di riprodurre, per quanto è possibile, la grotta di Betlemme! Questo è il mio desiderio, perché voglio vedere, almeno una volta, con i miei occhi, la nascita del Divino infante”. Era la notte di Natale del 1223 e quella notte fu magnificata da Giotto qualche decennio dopo negli affreschi della Basilica Superiore di Assisi, ma fu lo scultore Arnolfo di Cambio a interpretare per la prima volta nel 1291 il presepe custodito nella basilica romana di Santa Maria Maggiore. Da allora grandi opere di celebri artisti con il Bambino, Maria e Giuseppe, il bue e l’asino, rispettivamente simboli della bontà e dell’umiltà, i Magi adoranti, (anch’essi accreditati di varie interpretazioni) e i pastori si offrono alla nostra ammirazione. Non di rado, dinanzi a taluni dipinti, s’instaura una relazione di vera e propria contemplazione.

Che cosa rappresenta davvero il Natale? È una domanda che, ancora una volta, nell’avvicinarsi della festosa ricorrenza cristiana, ho voluto pormi, cercando di rispondere con sincerità. Il Natale ruota intorno alla figura di Gesù, il grande festeggiato, e alla considerazione che gli riconosce la storia e noi in particolare. Con l’avanzare degli anni è cresciuta in me l’attenzione verso questo evento, che ci parla della nascita di Gesù “in una mangiatoia perché non c’era per essi posto nell’albergo.” (Luca 2,7).

Alcuni simboli del Natale, ma sono ben più che simboli, continuano ad attirare il mio cuore e la mia mente. La stella, con la scia luminosa, che indica la strada che conduce al poco confortevole giaciglio dove è nato Gesù; lo spaccato d’umanità, che sospende ogni attività lavorativa e, come può, raggiunge la grotta di Betlemme; i Re Magi, nei loro abiti sontuosi, che ne accolgono la nascita con preziosi doni e poi, l’immane eccidio perpetrato da Erode che vuole la morte dell’inerme Bambino. E che dire di Maria di Nazaret, giovanissima donna eletta tra tutte le donne, chiamata a custodire il mistero più grande del Cristianesimo, che già nel meraviglioso cantico di lode del “Magnificat” aveva rivolto la sua riconoscenza a Dio (“Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”), riempiendo la sua preghiera di amore per i poveri e per gli ultimi.

Non serve, allora, riflettere a lungo per comprendere che Gesù è una luce che non inganna, una luce che avvolge di regalità la sua mite figura. Regalità di una persona di umili condizioni piena di fede, che si è posta in soccorso dell’umanità, subendo ostilità, tradimenti, umiliazioni e sofferenze, rivoluzionando la storia.

Dinanzi alla grotta di Betlemme penso che Gesù sia stato un bambino che ha dovuto crescere in fretta per assolvere gravose responsabilità. Ecco, allora, che il tempo rallegrato dal Gloria si consuma rapidamente, seguito presto dal tempo quaresimale, denso di mestizia e di accorati appelli all’amore e alla pace. Emblematico è lo stupefacente prologo di Giovanni, nel quale si afferma l’umanità di Gesù e si percepisce l’amarezza del discepolo-evangelista nel rilevare che Gesù “venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”. (Gv 1,11)

Allora, se non siamo storditi dall’indifferenza e dalla superficialità, il Natale è l’annuncio di una storia avvincente e non di un incantesimo di durata effimera. Sono sempre conquistato dalla chiarezza espositiva del cardinale Gianfranco Ravasi, che nei tratti fisici di Gesù, non diversi dai nostri, coglie “il segreto ultimo del Natale, ove il volto di Dio è quello dolce del bambino, ma è anche il senso profondo della Passione quando quel profilo si lacera, sanguina, spasima e urla”.

Forse ho soltanto abbozzato una risposta all’interrogativo su cosa rappresenta il Natale. Di certo siamo di fronte ad un Bambino speciale, che nella sua breve vita ha manifestato concretamente il significato dell’amore per gli altri, contrastando ogni forma di egoismo, dimostrando di essere “vero uomo e vero Dio”. Il Natale, pur con addobbi e ghirlande, illuminazioni più o meno fittizie, regali in abbondanza e cibo a iosa, ci esorta a dilatare lo sguardo e il cuore, compiendo gesti significativi che danno credibilità alla nostra fede adulta e fanno del Natale un’irripetibile festa dell’accoglienza, della solidarietà e della fraternità.

 

L’oro di Gentile

di Valerio P. Cremolini


È sfolgorante

l’oro di Gentile.

Illumina

la festa della vita, sbocciata

tra opulenza

povertà e speranza.

Da monti e valli

sono giunte

con esagerate vesti

genti d’oriente e occidente,

che attonite e incredule

non comprendono

il dono di Dio,

l’atteso

Salvatore del mondo.

Lo sfarzoso corteo

dei Magi

si piega devoto

davanti al Bambino.

L’incanto fiabesco

della santa notte

precede

tempi nuovi,

segnati dal bene,

violati dal male,

risanati dal perdono.

 
Mario Balbi

Note biografiche

 

Mario Balbi, nato allo scoppio della Seconda guerra mondiale in una famiglia di umanisti e laureato giovanissimo al Politecnico di Milano, è un ingegnere aperto alle tentazioni letterarie.

Presso il Gruppo Ansaldo di Genova passa una decina d’anni dirigendo attività nel campo delle grandi macchine e poi del nucleare. Dopo la decisione italiana di rinunciare all’atomo passa al gruppo motoristico della Finmeccanica, vincendo la sfida di inserire il motore Diesel presso i costruttori  automobilistici.

Presso questi gruppi multinazionali negozia e conclude contratti con aziende di grandi dimensioni, dagli enti di Stato per l’energia, ai costruttori di sistemi meccanizzati industriali e militari, ai giganti  dell’automobile come Fiat, Ford, Rover, Chrysler, Hyundai e ai nuovi pretendenti in Russia, Cina, India. In parallelo riveste incarichi presso associazioni di categoria dei comparti elettrico e meccanico.

L’attività in ambienti tra i maggiormente aperti all’evoluzione e alle opportunità comporta incontri con personaggi di rango sia in sede industriale che politica, uomini direttamente informati sui fatti e disposti ad esprimersi senza restrizioni con un collega curioso.

Anni dopo, decide di prendere  la penna e utilizzare quanto appreso in giro per dar vita a opere snelle e accurate, attente  all’originalità quanto alla libertà dei contenuti.

Nel suo primo libro Analisi logica della Sinistra (Albatros 2011) offre un’analisi originale dei movimenti di Sinistra negli ultimi 2 secoli, integrandola con informazioni raccolte di prima mano nei Paesi più implicati. Ciò gli ha valso un premio per la saggistica nel concorso letterario Lago Gerundo 2012 .

Nel romanzo breve  Il mondo di re Cetriolino (Noirmoon 2013) racconta l’incontro di sua madre nel 1944 con un minuscolo amico, che le rende meno drammatico il periodo della guerra civile  trasportandola in una realtà di fiaba.

Nel labirinto della materia pensante (Albatros 2014) propone l’avventura di vita toccata ad un medico appassionato indagatore della materia cerebrale e del pensiero, che si trova ad affrontare  tormenti legati tanto alla guerra quanto alla propria coscienza durante la campagna di Hitler contro Stalin. Questo argomento  viene ancora ripreso e ampliato nell’opera successiva Rosso (2017).

L’ultimo libro Storie Dannate (Caosfera 2017) parla di tre diversi argomenti, ancora  localizzati alla fine della guerra mondiale, che la società corrente preferirebbe dimenticare: l’imbarbarimento industriale della città di Spezia, la cacciata degli Italiani dalle terre venete, la droga nella Milano del  Miracolo con seguito nei ghetti  dell’Aids.

Terminata la carriera nel contesto delle grandi aziende, Balbi vive nel Golfo dei Poeti che lo ha anche visto venire al mondo.

Uno scrittore che ama la Storia e le storie, nella speranza di essere letto dai giovani di ogni età.

 

Opere e note critiche


Mario Balbi, Rosso, Albatros Editore

Prefazione

Le opere di Mario Balbi si avvicinano spesso agli eventi meno codificati dalla Storia attraverso testimonianze non comuni, ma questo libro propone un argomento inaspettato. Il sipario si apre sugli anni tra le  due Guerre Mondiali, intrisi tanto di ideologie estreme quanto di sicurezze nel trionfo della Scienza applicata. Il protagonista è un positivista curioso e pronto a innamorarsi di qualsiasi cosa, che si imbarca in una ricerca su come la materialità cerebrale intervenga nel nostro comportamento (Lombroso contro Freud?). Per disporre del materiale statistico necessario a una tale indagine non esita ad approfittare del campo della battaglia senza regole scatenata da Hitler contro il Bolscevismo, immergendosi così negli ambienti che rendono rosso il secolo: Nazismo, Comunismo, guerra, resistenza e massacro tecnologico. Tacendo il proprio nome, lui ci confessa le azioni compiute tra le quinte del dramma storico mentre la sua morale dorme anestetizzata e una sorta di rimorso aleggia soltanto nell’inconscio. Sopravvive all’avventura portandosi dietro la  dimostrazione del riscontro fisiologico nel cervello dei fanatici: un grande scoop scientifico, la gloria per cui ha tanto lottato, ma  una voce proveniente forse dall’anima  porta  il ricercatore a dover fare prima altri  conti.

La storia dell’incredibile  avventura è densa sia di riferimenti storici inediti che di considerazioni molto originali, ma io sono rimasto soprattutto colpito  dalla figura enigmatica del protagonista, più vicino a un  Cavaliere Templare che a  Paolo di Tarso. Ciò mi ha spinto a tentare di fermarne la personalità nella scultura di una testa, che muta di fisionomia a seconda dell’angolo da cui la si guardi.

Dopo il viaggio veloce e affascinante consentito da questa lettura, dovrete convenire con me che non se ne incontrano spesso di altrettanto divertenti. Un bottino più che sufficiente per lettori frettolosi, ma facendo attenzione potrete anche cogliere vari temi proposti in parallelo alla vicenda, come l’incertezza che affligge qualsiasi progetto relativo alla nostra vita.

Luciano Manfredi, scultore in Mantova, Gennaio 2017

 

Mario Balbi, Analisi logica della sinistra, Albatros Editore

Sinossi

Il saggio pone le origini storiche della Sinistra nella rivoluzione francese e da lì procede con l’intento di mettere ordine in un argomento tuttora confuso presso molti.

Gli spunti più originali sono così riassumibili.

-Testimonianze di alti funzionari sovietici e post sovietici sostengono tesi poco note. La grandezza di Stalin deve essere liberata dalle accuse d’insensibilità umana, che gravano  semmai sulla dottrina comunista, e la sua  strategia voleva attirare l’ Italia nell’orbita sovietica attraverso un sotto potere comunista infiltrato nelle caste fondamentali, definito proprio dal KGB “fascismo rosso”. Il crollo dell’URSS avvenne anche per interessi privati della sua dirigenza, ansiosa di godersi gli enormi capitali espatriati. Le democrazie occidentali sono largamente responsabili insieme al Terzo Reich e all’Unione Sovietica per le catastrofi del XX° secolo.

- L’analisi di un personaggio informato sui fatti chiarisce i teoremi applicabili alle due repubbliche dell’Italia post bellica. L’amministrazione della cosa privata e pubblica non può funzionare in condizioni di onestà e ciò conferisce a chi ne abbia interesse il destro per colpire al momento giusto qualsiasi suo dirigente. Lo smantellamento della   Prima Repubblica venne organizzato da forze intenzionate a formare un forte esecutivo con targa socialdemocratica appoggiata dal capitale.

L’inciampo nell’outsider Berlusconi condusse tale potere a combattere l’offensiva contro di lui con armi strategiche (le Procure) e tattiche (i media).

-Testimonianze di un Falangista su come rivedere la guerra di Spagna e personali dell’autore sull’ideologia e sugli uomini delle Brigate Rosse a Genova.

-Considerazioni sul futuro che ci aspetta. Una lista della spesa per la Sinistra, ove volesse guarire dal contagio comunista. Come l’idea cristiana avrebbe dovuto trovare rilancio dopo il crollo del Comunismo reale, formando una base unitaria per l’Europa. La necessità che lo spirito della Resistenza lasci la retorica e torni attivo, aiutando la democratizzazione delle dittature islamiche e spingendo l’Unione Europea ad abbandonare l’attuale qualunquismo che la paralizza in tal senso.

 

Mario Balbi, Nel labirinto della materia pensante, Albatros Editore

 

Mario Balbi, Il mondo di Re Cetriolino, Noirmoon Editore

,

Con quest’opera l’autore ci vuole render partecipi di una testimonianza fiabesca che sua madre Fabia affidò sia a racconti che ad appunti trovati post mortem. Nel 1944 Fabia fugge dai bombardamenti della Liguria  tornando dai genitori sulle Prealpi Lombarde, dove sopravvive ma  in  situazione non certo tranquilla. Suo padre è un sorvegliato speciale nel cuore di una guerra civile, il marito è lontano ed esposto ai peggiori rischi, deve raggiungere quotidianamente in bicicletta la città per mantenere lo stipendio, nel tempo libero sta in giardino immersa nei suoi pensieri mentre il figlio corre nel prato. Qui viene avvicinata da un essere  antropomorfo alto quanto un dito, che si qualifica come re Cetriolino e farà nascere  conversazioni e  amicizia attraverso numerosi incontri. Il re racconta del suo mondo parallelo in cui si collocano avventure  di  esseri piccoli come un passero e in grado di parlare con gli  animali , dotati di sentimenti e abitudini per noi comprensibili  in quanto si divertono a imitare la nostra Società anche se ne capiscono e rifiutano le storture. Sono eventi  bizzarri  e i bambini si divertiranno ad ascoltar come fiabe, per bocca di chi gliele vorrà raccontare, la dozzina  d’ imprese compiute dal re. Nel rapporto della donna con il piccolo essere non mancano polemiche filosofiche su alcuni accadimenti nei due mondi paralleli, mentre ai racconti fanno da cornice sfumata  le vicende sanguinose che incombono sugli Italiani  in lotta per sopravvivere. Leggiamo di povere feste messe in piedi per distrarre i più piccoli, un Natale e un  Carnevale , situazioni che Fabia espone con l’animo sollevato dalla vicinanza dell’imprevedibile  personaggio. Re Cetriolino si accomiata quando la fine della guerra riporta i  sopravvissuti  alle loro abitudini, lasciando qualche spiegazione in più sulle piccole  etnie  che ci osservano senza essere osservate, ben attente a tenersi distanti da un mondo tanto  complesso rispetto al loro quanto  respingente. Fabia  piange nel separarsi da re Cetriolino e ci lascia il dubbio che  fosse  innamorata del piccolo visitatore,  o almeno di quanto lui rappresentava. Un libro breve ma passibile di molte letture e capace di evocare vari pensieri, come quello sulla potenza della fantasia nell’esorcizzare le avversità. L’opera è stata pubblicata  dell’editore lombardo Noirmoon  e presentata in Liguria da  Luciano Garibaldi, instancabile scrittore di Storia contemporanea.

 
Francesco Viola

Note biografiche

FRANCESCO VIOLA, nato a Torino il 25 maggio 1951 e residente a Volpiano (Torino), ha conseguito il diploma di Ragioniere nel 1970, proseguendo poi gli studi presso l’Università di Torino, Facoltà di Economia e Commercio e Facoltà di Storia.

Ha lavorato per venticinque anni, in qualità di impiegato, presso la Cassa di Risparmio di Torino. Attualmente è pensionato.

Si è sempre interessato all’arte e alla cultura nelle loro più svariate manifestazioni: letteratura (poesia e prosa), teatro, arti visive (pittura e scultura), cinematografia, musica (soprattutto classica, sinfonica e lirica). Il suo hobby principale può essere considerata la fotografia in tutti i suoi aspetti: storia, critica, bianco e nero, colore, tecnica di ripresa, laboratorio e camera oscura.

La sua principale passione però è la Storia. Fin dai tempi scolastici ed universitari ha studiato ed approfondito, con grande interesse e curiosità, ogni aspetto sociale, politico, economico e religioso della storia nel suo rapporto con il mondo contemporaneo. Ha sempre considerata la storia quale maestra di vita, consapevole però che trattasi di una cattiva maestra, in quanto non in grado di far capire agli uomini quali che siano i loro errori (e quindi a porvi rimedio), ma nei quali poi gli stessi inevitabilmente ricadono. Ecco quindi la missione degli storici (anche se solo dilettanti), quella di divulgare la conoscenza scientifica dei fatti accaduti, e quindi degli errori umani, affinchè dalla esperienza negativa se ne tragga utile profitto per non ricadervi.

L’interesse per la storia lo ha portato ad approfondire gli aspetti politici, economico e sociali di varie epoche, dall’età classico-romana, al medioevo, al rinascimento, al risorgimento italiano e all’epoca contemporanea. Ama approfondire anche temi di storia locale del suo paese d’origine, meno nota e di cui la documentazione è scarsa. Tuttavia non ha ancora pubblicato alcuno studio.

Recentemente però ha avuto modo di collaborare, con brevi saggi storici, ad alcune  riviste culturali e letterarie, quali “Il Porticciolo” della Spezia e “Nuovi Incontri” di Torino. Gli argomenti trattati riguardano la storia locale e meno conosciuta: Guglielmo da Volpiano (monaco, architetto e santo dell’anno mille), Macedonia, o fronte di Salonicco 1916-1918 (durante la prima guerra mondiale), Ariminum, la Rimini romana (per i duemila anni del ponte di Tiberio). Di prossima pubblicazione, sulle stesse riviste, sarà una ricerca storica sull’assedio di Volpiano dell’anno 1555.

 

Testi

CRONACHE DELL’ANNO MILLE

Basilica di San Giulio (Isola di San Giulio, Lago d’Orta), presunta immagine di Guglielmo da Volpiano su un ambone del XII secolo.

GUGLIELMO DA VOLPIANO (di Francesco Viola)

A settentrione di Torino, a circa 18 km., si incontra un vasto altipiano, o collina morenica, che staccandosi dalle Alpi tra la Stura di Lanzo e il Malone, si prolunga verso oriente come una barriera naturale di divisione tra la pianura torinese e la pianura canavesana. Questo altipiano costituisce la cosiddetta VAUDA, denominazione derivante dal tedesco Wald, che significa selva, mentre in documenti del X secolo si dà il nome di Wualda alla vastissima selva che ricopriva allora tutto l’altipiano e parte della pianura limitrofa. La stessa Vauda rappresentò lo spartiacque per le popolazioni della Gallia Cisalpina che abitarono questi territori: a nord, nel Canavese  i Salassi (di origine celtica),a sud, verso Torino (la romana Julia Augusta Taurinorum), i Taurini (di origine ligure).

Alle falde di questa collina morenica, nel punto in cui, restringendosi a cuneo, essa digrada verso la pianura, sorge VOLPIANO, in posizione strategica, fin dai tempi antichi, tra Torino ed Ivrea. Questo territorio a nord del fiume Po, compreso tra la Vauda e l’altra grande collina morenica, la Serra d’Ivrea (ambedue formatesi dopo l’ultima grande glaciazione), costituisce il cosiddetto CANAVESE. Volpiano pertanto viene considerato quale baluardo fortificato alle porte del Canavese, attraversato da una “strada romea” (di cui è rimasta traccia nella denominazione del Borgo Romero) che collegava Augusta Taurinorum ad Aeporedia (Ivrea) e ad Augusta Praetoria Salassorum (Aosta), sulla via delle Gallie. La stessa denominazione di Volpiano deriverebbe da VICUS ULPIANUS o VILLA ULPIA o ULPIANA (chiaro il riferimento alla gens romana Ulpia), confermando che il luogo fosse già conosciuto ed abitato in epoca romana (di recente sono stati ritrovati resti di mura e reperti di una probabile grande villa romana).

Nel V e VI secolo, a seguito della caduta dell’Impero Romano, anche in questi territori si registrano insediamenti di popolazioni germaniche del ceppo occidentale: i Longobardi. Si ritiene che proprio in questa epoca Volpiano abbia iniziato ad avere importanza strategica militare con una prima fortificazione del Castello (anno 560 circa), mentre sul fianco settentrionale della Vauda, poco distante, sorgeva Castrum Langobardorum (l’attuale Lombardore).

Con la discesa dei Franchi in Italia, nel 773, e la successiva incoronazione, la notte di Natale dell’anno 800, di Carlo Magno a imperatore del Sacro Romano Impero, si ha la riunificazione europea e la codificazione di un nuovo ordinamento politico basato sul sistema feudale. Vengono aboliti i ducati, di origine longobarda, e introdotti nuovi enti territoriali che, dal titolo del feudatario investito, “comes”, vengono detti comitati o contee. Le contee poi che stanno lungo le frontiere dello stato, per motivi di difesa, vengono riunite in gruppi, denominati marche, sotto la giurisdizione civile e militare di un marchese: egli è conte nella sua contea e, nello stesso tempo, esercita la sua autorità sulle contee che formano la sua marca.

Fu questa la condizione dei Marchesi di Ivrea nel IX secolo, i quali come Conti esercitavano l’autorità diretta nella Contea d’Ivrea e, come Marchesi dominavano indirettamente sui comitati di Vercelli, Santhià, Lomello, Vigevano, Novara, Pombia sul Ticino e Val d’Ossola. La Contea d’Ivrea comprendeva tutto l’attuale Canavese fino alla Vauda e al Po, secondo la linea di confine sopradescritta, includendovi anche il territorio di Volpiano.

Nel X secolo i Conti-Marchesi di Ivrea erano divenuti potentissimi, al punto che uno di loro, Berengario II, dopo la morte del re Lotario, nel 950 riuscì a farsi eleggere  re d’Italia insieme al figlio Adalberto. Dodici anni dopo però i grandi Vassalli d’Italia non riconobbero più la sua autorità ed offrirono la corona d’Italia al re di Germania Ottone I di Sassonia: questi scese in Italia con un forte esercito, sconfisse Berengario II, lo spodestò e venne incoronato imperatore dal papa Giovanni XII, nel 962, restaurando il Sacro Romano Impero.

Tra i vassalli che rimasero sempre fedeli a Berengario II vi era il Conte Roberto di Volpiano. Di origine germanica e nativo della Svevia, egli aveva dovuto abbandonare, con il padre Vibone, la sua terra, per una faida politica. Venuto in Italia si era stabilito nella Contea d’Ivrea. Non si sa se il feudo di Volpiano gli sia stato dato, quale compenso per i suoi servigi, da Berengario, oppure se sia a lui pervenuto per acquisizione: quello che è certo è che i suoi figli lo possedettero per diritto ereditario. La considerevole ricchezza e la sua reputazione morale lo posero in grado di poter sposare Perinzia, nobile di origine longobarda, parente della famiglia di re Berengario e, probabilmente, sorella maggiore di Arduino, futuro marchese d’Ivrea e, dal 1002, re d’Italia.

In questo quadro storico e geopolitico si inserisce la vicenda umana dell’abate GUGLIELMO DA VOLPIANO, un grande protagonista nell’Europa dell’anno 1000, monaco, riformatore e architetto. Le vicende della sua vita e delle sue opere ci vengono narrate  dal suo biografo e discepolo, il monaco-scrittore RODOLFO IL GLABRO,  cronista del secolo XI, nei manoscritti “VITA SANCTI GUILLELMI ABBATIS DIVIONENSIS” e “HISTORIARUM LIBRI QUINQUE”.

Nel 962, Ottone I, dopo essersi fatto incoronare re d’Italia in S. Ambrogio a Milano, cinse d’assedio l’isola di San Giulio nel lago d’Orta dove si era ritirata l’energica regina Willa moglie di Berengario (quest’ultimo si era rinchiuso nella fortezza di San Leo in Romagna). La difesa di San Giulio era affidata al conte Roberto di Volpiano, che aveva condotto con sé la moglie Perinzia e i figli Gottifredo e Nitardo.

Durante i due mesi dell’assedio nasce GUGLIELMO, terzo figlio di Roberto e Perinzia. Dopo varie trattative e a resa avvenuta, il 29 luglio del 962, l’imperatore Ottone I e sua moglie Adelaide, in segno di pacificazione e clemenza, vollero tenere a battesimo il neonato in qualità di padrini, decidendone il nome.  Il giovane Guglielmo trascorse gli anni dell’infanzia nel castello di famiglia a Volpiano. All’età di sette anni fu avviato alla vita monastica nel monastero benedettino di Lucedio (Vercelli) , dedicato a San Genuario e a Santa Maria, in qualità di “oblato”. In seguito perfezionò gli studi presso le scuole di Vercelli e di Pavia. Presto dimostrò le sue grandi capacità, ma anche il suo carattere determinato, che non gli consentiva di scendere a compromessi su questioni di principio relative alla sua visione rigorosa della vita monastica. Infatti, tornato a Lucedio, dovendo essere ordinato diacono, rifiutò di prestare giuramento di obbedienza e di fedeltà al vescovo Pietro di Vercelli, troppo legato al potere temporale, perché egli vedeva nel monachesimo, e non negli ecclesiastici, la strada per realizzare il volere di Dio.

L’atmosfera di ostilità che si era formata nel monastero di Lucedio nei suoi confronti, non permetteva una sua ulteriore permanenza in quel luogo e perciò, in accordo con il Vescovo, si ritirò nel monastero di San Michele delle Chiuse, sul monte Pirchiriano in valle di Susa, sulla “via Francisca” verso la Borgogna. Durante la permanenza del venticinquenne Guglielmo in questo monastero, vi giunse anche l’abate Maiolo che, accorgendosi delle sue molteplici qualità, decise di portarlo con sé a Cluny, dove ricevette il diaconato: era l’anno 987.

La Borgogna all’inizio del X secolo era all’attenzione di tutta l’Europa: la fondazione nel 910 del cenobio di Cluny era rapidamente assurta ad avvenimento eccezionale per la diffusione del consenso religioso e sociale che l’attività di quel monastero, e dei suoi abati, aveva conseguito. Il nuovo monaco vi fu accolto con affabilità e benevolenza e, sotto lo sguardo paterno dell’abate Maiolo, iniziò la sua partecipazione alla riforma cluniacense. Essa fu resa possibile grazie alla grande intuizione politica di Maiolo, che istituì legami strettissimi e duraturi con l’Impero. Lo stato dei monasteri benedettini, prima della riforma, era di decadenza spirituale, morale e materiale.

La riforma cluniacense si basò sull’indipendenza delle abbazie da ogni vincolo ecclesiastico o civile: l’abbazia madre era sottomessa soltanto al Papa ed i vari monasteri, legati ad essa, avevano un rapporto simile a quello feudale. Dal punto di vista spirituale erano centrali la preghiera e la liturgia, per dedicarsi alle quali il monaco venne di fatto sollevato dai lavori manuali, che erano eseguiti da manodopera laica.

Dopo un anno di permanenza a Cluny, l’abate Maiolo incaricò Guglielmo di ispezionare e dare ordine, con il titolo di priore, al cenobio di San Saturnino (oggi Pont St. Esprit) nella valle del Rodano, in Provenza: incarico che Guglielmo assolse con diligenza e fermezza, dando origine a quella fama di riformatore rigido ed inflessibile che gli valse il soprannome di “ultra regulam”. Restò poco a San Saturnino. Brunone, vescovo di Langres, sotto la cui giurisdizione era posto il borgo fortificato di Digione con il monastero di San Benigno, allora in condizioni religiose e morali deplorevoli, aveva deciso una energica azione di normalizzazione di quel cenobio e si era affidato all’abate Maiolo per tale riforma. La scelta per quel compito cadde su Guglielmo: con altri dodici monaci di Cluny il 24 novembre 989, a 27 anni, Guglielmo entrava in San Benigno di Digione e all’inizio dell’anno successivo, ricevuti gli ordini sacerdotali dal vescovo Brunone, veniva formalmente eletto abate.

A Digione la sua genialità di architetto rinnovatore ed il suo carisma di abate ebbero un successo clamoroso. Sicuramente Guglielmo fu un personaggio eclettico. Essere architetto nel medioevo significava possedere una personalità più complessa di quanto il tecnicismo dei nostri giorni avrebbe consentito di essere. L’architetto di allora ha una visione totale del suo tempo, della cultura e del cosmo: ha cognizioni di chimica, geologia, mineralogia; è un buon geografo e metereologo; sa di astronomia, matematica e geometria; ha studiato teologia e conosce il latino; è normalmente buon pittore e scultore. Inoltre Guglielmo si dedica anche alla musica, inserendo nel canto gregoriano e nelle novità canore polifoniche e strumentali, atte a rinnovare la liturgia monastica, una primitiva forma di notazione musicale, ben documentata dal manoscritto a lui attribuito e conservato a Montpellier, redatto per la scuola musicale di San Benigno di Digione. La conoscenza della pedagogia lo spinge poi alla istituzione di scuole, per monaci e laici, nei monasteri da lui controllati.

Fu rigoroso nella vita cenobica e autorevole come i veri maestri che insegnano con il loro esempio di vita. Rappresentò l’ideale dell’abate: saper dimostrare la severità del maestro e l’indulgente affetto del padre.

A Digione Guglielmo da Volpiano fu progettista e direttore dei lavori di restauro e di ampliamento dell’abbaziale di San Benigno, durante i quali venne scoperta la tomba del “prezioso martire Benigno”, evangelizzatore in epoca romana della Borgogna: tomba la cui posizione era ignorata ed il cui ritrovamento fu considerato miracoloso. Tale ritrovamento clamoroso portò un immenso prestigio all’abate Guglielmo e al vescovo Brunone di Langres, e per secoli farà dell’abbaziale di Digione una meta notevole di pellegrinaggi. Pertanto l’autorità vescovile staccherà dalla casa madre di Cluny il cenobio di Digione dando ad esso totale autonomia liturgica e catechetica.

Per il restauro e l’ampliamento dell’abbaziale di San Benigno, Guglielmo ebbe l’idea di andare oltre il rafforzamento dell’esistente struttura di epoca carolingia, realizzando ad oriente di questa, appoggiata alla sua abside, una costruzione nuova senza precedenti, una torre cilindrica a tre piani, di cui due fuori terra, con un diametro di circa 19 metri. Costruzione di una grandiosità allora senza pari di cui ci restano disegni redatti nel 1739, prima che la rivoluzione francese provocasse la sua distruzione. Possiamo oggi almeno ammirare il piano inferiore sotterraneo, ristrutturato a cripta: è una concezione costruttiva che anticipa il romanico e fa dell’abate Guglielmo un punto di riferimento nella storia dell’arte e dell’architettura.

Guglielmo è uomo del suo tempo, non ama i re e gli imperatori, non ha stima dei papi, riafferma senza esitazioni ed incertezze l’autonomia spirituale e politica di se stesso, in quanto abate, “alter Christus”, e proclama ad ogni occasione “Ego Wilelmus abbas sum”. Per tutta la sua vita manterrà sempre il titolo e la funzione di Abate di San Benigno di Digione. Ecco perché ancora attualmente, e soprattutto in Francia, è conosciuto come Guglielmo di Digione. Il suo ricordo è ancora vivo in Normandia, in Borgogna e nell’Italia nord-occidentale: forse si riferisce a lui la figura, severa ed originale, che si staglia sul fronte principale del pulpito, capolavoro scultoreo romanico, nella basilica di San Giulio sull’omonima isola del lago d’Orta, datato all’inizio del XII secolo, cento anni dopo la sua morte.

Le sue qualità lo portarono ad avere un’attività intensa di costruttore di chiese e di comunità, sia materialmente che spiritualmente. Il suo biografo Rodolfo il Glabro annovera sotto la sua influenza circa quaranta monasteri: oltre Digione possiamo citare Fécamp, Mont-Saint-Michel, Bernay e  Jumièges in Normandia, Metz in Lorena, Auxerre in Borgogna, Saint-Germain-des-Près a Parigi, Fruttuaria di San Benigno nel Canavese. Operò e viaggiò non solo in Francia, ma anche in Italia: si recò a Roma, Pavia, Vercelli, Ravenna, Benevento. Riformò l’abbazia di Farfa nel Lazio. Andò due volte in pellegrinaggio sul Gargano, a Monte Sant’Angelo, come ogni buon longobardo devoto all’Arcangelo Michele.

Guglielmo è un punto di riferimento spirituale e materiale per la società dell’anno mille che sulle basi del vecchio mondo si apre al nuovo: fenomeno che con entusiasmo poetico il suo discepolo e biografo Rodolfo il Glabro ci rivela nei suoi Cinque Libri delle Storie, quando proclama che dopo il Mille: “… Pareva che la terra stessa, come scrollandosi e liberandosi della vecchiaia, si rivestisse tutta di un candido manto di cattedrali …”.

L’opera di Guglielmo da Volpiano che maggiormente ci interessa è la fondazione dell’ABBAZIA DI FRUTTUARIA, nell’attuale Comune di San Benigno Canavese, a circa due km. da Volpiano.Questa nuova istituzione monastica avrà nuove ed originali regole proprie , quelle “Consuetudines Fructuarienses”, che porteranno la fama di Fruttuaria anche oltre i confini d’Italia.

Nell’anno 1002 muore il giovane imperatore Ottone III di Sassonia, nipote di Ottone I detto il Grande, rifondatore del Sacro Romano Impero. La sua salma viene tumulata ad Acquisgrana. Dall’aprile del 999 è papa Gerberto d’Aurillac con il nome di Silvestro II. Con la scomparsa dell’imperatore l’Italia piomba nell’anarchia e nella guerra civile.

Il 15 febbraio, a Pavia, Arduino marchese d’Ivrea si fa incoronare re d’Italia dai grandi feudatari. Pochi mesi dopo, il 7 giugno, a Magonza, viene consacrato re di Germania Enrico II duca di Baviera. Nel mese di dicembre Enrico II manda Ottone, duca di Carinzia, contro i ribelli italiani. Ma l’esercito di Arduino gli infligge una dura sconfitta. E’ l’inizio di una guerra che, tra alterne vicende, proseguirà fino al 1014 con la definitiva sconfitta di re Arduino.

In questo contesto storico, Guglielmo maturò l’idea della fondazione di un monastero in un luogo vicino al torrente Malone, occupato allora dall’antica selva Gerulfia, in un fondo del patrimonio libero del feudo di famiglia, la contea di Volpiano. L’ABBAZIA DI FRUTTUARIA beneficiò inizialmente delle donazioni dei fratelli di Guglielmo e, successivamente, anche di quelle di grandi feudatari, imperatori e privati. Essa fu sciolta da ogni ordinaria autorità civile ed ecclesiastica, dipendente solo dal papa e dall’imperatore, formò uno stato libero o, meglio, un grande feudo monastico che, sotto la signoria degli Abati, attraverso svariate vicende storiche, durò fino agli inizi del XVIII secolo. L’abbazia di Fruttuaria si sostituì al feudo di Volpiano, assorbendone presto il territorio, anche in virtù del fatto che i fratelli di Guglielmo, Gottifredo e Nitardo, entrarono in convento abbracciando la regola monastica, mentre il fratello minore, Roberto Juniore, lasciò presumibilmente il castello e il borgo di Volpiano in eredità al monastero. Il periodo di massimo splendore per Fruttuaria si colloca nei secoli XII e XIII, quando gli Abati governavano quelle che comunemente vengono dette “le quattro Terre Abbaziali”, ossia gli attuali comuni di San Benigno Canavese, Lombardore, Feletto e Montanaro, oltre all’attuale comune di Volpiano. E le Terre di Fruttuaria battevano anche moneta.

Il 28 gennaio 1003, a Vercelli, re Arduino concede per il nascente monastero di Fruttuaria un diploma accordante libertà, protezione ed aiuto economico. Il 23 febbraio dello stesso anno Guglielmo è a Fruttuaria per la posa della prima pietra dell’abbazia, che verrà dedicata a San Benigno. Sono presenti il vescovo d’Ivrea Ottobiano e re Arduino con la sua famiglia e la corte. Il 2 dicembre dell’anno 1006 Guglielmo chiede al papa Giovanni XVIII di confermare con una sua bolla le libertà e i privilegi di Fruttuaria. Questa bolla è seguita da un “breve” in cui si dà incarico ai vescovi Leone di Vercelli, Gezone di Torino, Costantino di Alba e Sigifredo di Parma e Piacenza di andare a consacrare l’abbazia. Nei primi mesi dell’anno 1007 avviene la consacrazione dell’abbazia di Fruttuaria.

Intanto il 14 maggio dell’anno 1004 Enrico II, sceso con un forte esercito a Pavia, era stato incoronato re d’Italia dai grandi feudatari. La guerra contro Arduino proseguirà fino al 1014, anno in cui Enrico II viene incoronato imperatore dal papa Benedetto VIII in San Pietro, il giorno 14 febbraio. Arduino in un primo tempo riprende forza e organizza la resistenza. Lascia con il suo esercito la roccaforte di Sparone, sotto il monte Gran Paradiso, dove si era trincerato fin dal 1013: conquista Vercelli e Novara mettendo in fuga i rispettivi vescovi di parte imperiale, Leone e Pietro. Dopo pochi mesi, però, Vercelli è di nuovo in mano al suo vescovo Leone. Arduino, deluso dal tradimento dei grandi vassalli d’Italia e ormai fiaccato fisicamente e moralmente, rinuncia definitivamente alla lotta e si ritira a Fruttuaria. Qui morirà il 14 dicembre del successivo anno 1015.

Il 14 maggio 1014, a Pavia, Guglielmo incontra l’imperatore Enrico II in viaggio verso la Germania per chiedere conferma delle proprietà e delle prerogative riconosciute all’abbazia di Fruttuaria. Con diploma imperiale dello stesso anno 1014, l’imperatore Enrico II riconosce e conferma tutte le garanzie, le prerogative e i privilegi in essere per Fruttuaria, nonché le proprietà acquisite e da acquisire, stabilendo quali sono i confini del territorio sottoposto alla signoria dell’Abbazia stessa, prendendola sotto la propria augusta protezione. Questo diploma imperiale è la prima documentazione storica del castello, e del borgo di Volpiano: “… infra istos fines est Vulpianum cum castello et capella, … et Vauda de Vulpiano usque ad finem superius dictum …” (“… tra questi confini vi è Volpiano con il castello e la cappella … e Vauda di Volpiano sino al confine sopraddetto …”). La cappella a cui il diploma fa riferimento è verosimilmente l’attuale chiesa parrocchiale che, pur avendo subito nei secoli svariati restauri, ristrutturazioni ed ampliamenti, conserva, molto ben visibili, nella sua struttura originaria, le linee di quello stile semigotico od ogivale che Guglielmo da Volpiano seppe così ben concepire e concretare nelle sue costruzioni.

Guglielmo intanto prosegue nella sua intensa attività di costruttore di abbazie e di riformatore di comunità monastiche. Nel 1015 ritorna in Normandia dove collabora alla gestione materiale e spirituale dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Alla morte dell’abate di Jumièges gli viene offerta la direzione dell’abbazia. Viene inoltre nominato abate di St.-Arnould di Metz. Nello stesso anno 1015 a Roma, in Laterano, il papa Benedetto VIII conferma per Fruttuaria libertà e privilegi già riconosciuti precedentemente. Nel 1016 lo stesso papa Benedetto VIII conferma la protezione papale per Fécamp, il cenobio della Santa Trinità di cui Guglielmo è abate fin dall’anno 1001. Oltre a Fécamp Guglielmo finì per controllare anche il cenobio di Mont-Saint-Michel e i monasteri di St. Ouen e Bernay. Il 2 settembre 1023 l’imperatore Enrico II riconferma per Fruttuaria i privilegi già concessi in antecedenza ed equipara la sua libertà a quella di Cluny.

Nell’anno 1026 Guglielmo è a Parigi su invito del re di Francia Roberto il Pio, che lo nomina abate di Saint-Germain-des-Près. Il 17 ottobre del 1028 Guglielmo, insieme a Rodolfo il Glabro, è a Susa per la consacrazione della chiesa dell’abbazia di San Giusto, fatta costruire dal marchese di Torino Olderico Manfredi.

Anno 1030: ultimo viaggio di Guglielmo in Francia. Già ammalato e sfinito di forze, giunge  nel mese di dicembre a Fècamp nella sua abbazia della Santa Trinità. Qui si aggrava ulteriormente e muore il 1° gennaio 1031. Viene sepolto nella stessa abbazia della Santa Trinità dove una lapide ne ricorda la sepoltura. Nel vecchio necrologio del cenobio di Fécamp si legge per l’anno 1031: “Calende di gennaio, deposizione di Dom Guglielmo di beata memoria, abate di questo luogo e padre di molti monasteri”. Pure il necrologio di St.-Germain-des-Près a Parigi lo ricorda nel giorno delle Calende di gennaio, definendolo “ansioso di troppa religiosità”.

Poco tempo dopo l’abate Guglielmo da Volpiano che aveva fatto della sua vita un sacrificio continuo, restando incomparabile nell’osservanza scrupolosa delle regole e nell’esercizio di ogni virtù, veniva da tutti chiamato Santo.

E la Chiesa Cattolica lo venera come Santo, facendone memoria il 1° gennaio.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

 

Rodolfo il Glabro

“Vita Sancti Guillelmi abbatis Divionensis”

“La vita di San Guglielmo abate di Digione”

Rodolfo il Glabro

“Historiarum Libri Quinque” “Cinque Libri delle Storie”

A.A. V.V.

“Numero Unico Commemorativo Illustrato nel quarantennio di Parrocchia di Mons. Francesco Vaschetti”, Volpiano 1910

Pier Giorgio Debernardi

“Un monaco per l’Europa: Guglielmo da Volpiano” e Stefano Benedetto Ferraro Editrice, Ivrea 1990

Gian Maria Capuani

“Vita di Guglielmo: Protagonista dell’anno Mille”, Pro-Loco Orta S. Giulio 1997


 

MACEDONIA

CRONACHE D’UNA GUERRA DIMENTICATA

MACEDONIA 1916 – 1918

FRONTE di SALONICCO

(di  FRANCESCO VIOLA )

“Soldato Viola Antonio-Giacomo, fu Giuseppe e fu Brunetta Margherita, chiamato alle armi per mobilitazione il 24 Maggio 1915, Treno Ausiliario Militare, 3a Compagnia, 5° Rgt. Artiglieria da   Campagna, portante il numero di Matricola 23801 (41) 1886. Presto servizio nel 2° Rifornimento Mandria fino al 1° Dicembre, quando passo al 1° Rifornimento Quadrupedi, presso la Caserma “Principe Amedeo” di Venaria Reale (Torino). Il 24 Ottobre 1916, con parte del 5° Rgt. Artiglieria, vengo aggregato alla Sezione Treno A.M., Panificio Forni Weiss, Squadra 101 B., 35ma Divisione, ed inviato in zona di guerra. Imbarcato il giorno 27 Ottobre 1916 da Napoli sul piroscafo “Brasile”, vengo sbarcato a Salonicco, in Macedonia, il giorno 1° Novembre. Rimango in servizio sul fronte macedone con la 35a Divisione fino al 25 Gennaio 1919, quando vengo inviato in esonero agricolo. Da Monastir vengo trasferito al Campo sosta di Salonicco fino al 20 Febbraio, poi imbarcato sulla nave “Indiana” verso l’Italia: giungo a casa, a Volpiano il 14 Marzo 1919. Il 26 dello stesso mese mi reco al Distretto militare per prendere la licenza di congedo illimitato. In Macedonia  ho contratto una gravissima dissenteria, causata dall’ameba, come pure nel periodo trascorso alla Venaria Reale: pertanto vengo sottoposto a due rassegne (visite mediche con esami clinici) presso l’Ospedale Militare Principale di Torino e, riconosciuto inabile per causa di servizio, vengo posto in convalescenza.”

Questo biglietto, scritto di suo pugno dal mio nonno materno, è stato da me ritrovato riordinando antichi documenti di famiglia. In calce al biglietto è aggiunta una frase vergata con grafia diversa da quella del nonno. Essa dice: “Sottoposto a visita collegiale il 2 Aprile, muore il 12 Luglio 1922”. Aveva 36 anni il nonno quand’è morto, e il suo decesso è stato riconosciuto per causa di servizio: infatti mia nonna ha beneficiato della pensione di guerra quale vedova di caduto della prima guerra mondiale. Il nonno Viola Antonio-Giacomo era nato l’8 Giugno 1886 a Volpiano (Torino), di professione contadino, ha contratto matrimonio il 29 Marzo 1913, presso il Comune di Volpiano, con mia nonna, Bertetto Giuseppa nata a Volpiano l’8 Febbraio 1894, anche lei di professione contadina. Chiamato alle armi per mobilitazione il 24 Maggio 1915 (“il Maggio radioso” di certa retorica letteratura interventista) fu mandato a morire con tanti altri poveri ragazzi per una “inutile strage” su di un fronte in un paese sconosciuto (la Macedonia) e per altrettante sconosciute motivazioni.

Quando parliamo di prima guerra mondiale solitamente ricordiamo il fronte alpino, dove hanno perso la vita centinaia di migliaia di ragazzi che si sono sacrificati nelle undici battaglie dell’Isonzo, sul Monte Nero, sull’altopiano di Asiago, sul Pasubio, sul Sabotino, sull’altopiano della Bainsizza, sulle aspre doline del Carso, a Caporetto, nella battaglia difensiva combattuta sul Monte Grappa, sul Montello e sul Piave (la battaglia del Solstizio, di dannunziana memoria), fino alla vittoria finale di Vittorio Veneto. Ci si scorda però che un notevole corpo di spedizione italiano è stato inviato nel 1916 a Salonicco, su quello che allora venne chiamato il fronte macedone, o fronte meridionale, a combattere, a fianco degli alleati anglo-francesi-russi, una guerra che, attualmente, è pressoché dimenticata, in Italia, nelle celebrazioni ufficiali, ma che costò, su 52.700 uomini, 8.324 tra morti, feriti e dispersi e circa 10.000 uomini vittime in inverno del gelo e in estate dell’ameba.

Il fronte macedone (o fronte di Salonicco, o fronte meridionale) fu il risultato del tentativo delle potenze dell’Intesa di venire in soccorso della Serbia, nell’autunno del 1915, contro l’attacco combinato di Germania, Austria-Ungheria e Bulgaria. La spedizione arrivò tardi e  con forze insufficienti per evitare la caduta della Serbia, e fu complicata dalla crisi politica interna in Grecia (il cosiddetto “scisma nazionale”). Nello stesso periodo, dal febbraio del 1915 al gennaio 1916, si verificarono i disastrosi quanto inutili tentativi di sbarco anglo-francese a Gallipoli, nei Dardanelli, contro l’Impero Ottomano, che costarono agli Alleati circa 250.000 tra morti e feriti (soprattutto di nazionalità australiana e neozelandese), nonché notevoli perdite di diverse unità navali di grosso tonnellaggio. Alla fine si formò un fronte stabile, che andava dalla costa adriatica albanese fino al fiume Strimone, tra Grecia e Bulgaria, il cui centro logistico  principale era localizzato a Salonicco, contrapponendo una forza armata multinazionale,  l’ “Armée d’Orient” al comando del generale francese Maurice Serrail, contro gli Imperi centrali.

Il fronte macedone rimase abbastanza stabile, nonostante alcune azioni locali, bloccato in una logorante guerra di posizione, fino alla grande offensiva dell’Intesa nel settembre del 1918, con le battaglie di Dobro Pole e di Dojran, cui seguì la capitolazione della Bulgaria, la riconquista della Serbia e, attraversato il Danubio, l’invasione dell’Ungheria. Questo è lo scenario, nei primi mesi del 1916, dello scacchiere balcanico, quando gli Alleati della Triplice Intesa (Francia, Impero Britannico e Impero Russo) chiesero all’Italia, entrata in guerra al loro fianco il 24 maggio 1915, di intervenire militarmente con cinque divisioni per un’offensiva contro la Bulgaria, alleata degli Imperi centrali e della Turchia. Il ministro Sidney Sonnino ed il capo di Stato Maggiore dell’Esercito gen. Luigi Cadorna decisero di inviare, nel luglio del  1916, in Macedonia un Corpo di spedizione sotto il comando del generale Carlo Petitti di Roreto. Tale Corpo di spedizione comprendeva la 35a Divisione, formata dalle Brigate di fanteria “Sicilia” (61° e  62° Reggimento) e “Cagliari” (63° e 64° Reggimento), dal 1° Squadrone “Cavalleggeri di Lucca”, dal 2° Reggimento Artiglieria da montagna (su 8 batterie con 40 cannoni), da 6 compagnie di Bersaglieri mitraglieri, da 3 compagnie di zappatori del Genio, una di pontieri, una di telegrafisti, una di minatori e servizi. La Divisione fu dotata di larghi mezzi di sussistenza e di ricco materiale bellico. A Salonicco fu costituita una base di rifornimento e sgombero: quattro ospedali da campo di 100 letti l’uno, con grande quantità di mezzi sanitari, derrate, viveri di riserva, vino, olio, tabacco e generi di conforto; un panificio da campo, dotato di moderni forni mobili Weiss; notevoli scorte di vestiario e di materiale d’equipaggiamento, materiali d’artiglieria, mortai, munizioni, macchine, ecc.

Al Corpo di spedizione fu aggregato un nucleo di ufficiali per il servizio di tappa, un autoparco con 5 sezioni di autocarri leggeri, reparti di Carabinieri. Inoltre fu predisposto il trasferimento di 438 tra ufficiali, piloti e specialisti dell’Aviazione con diverse squadriglie di biplani da ricognizione armata modelli Farman e S.A.M.L., S1 e S2. Successivamente il Corpo Aereo Italiano in Macedonia verrà rinforzato con reparti equipaggiati di caccia Nieuport. Per trasportare il Corpo di spedizione italiano in Macedonia furono impiegati 34 piroscafi italiani e 3 francesi (ciascuno dei quali compì almeno tre viaggi), che trasportarono complessivamente 44.000 uomini, 10.000 quadrupedi, 1.000 carri ippotrainati, 40 cannoni, 15.000 tonnellate di rifornimenti e materiale vario. Il primo scaglione partì da Taranto l’8 agosto 1916 e sbarcò a Salonicco la sera del 10, festeggiato dalle rappresentanze alleate e dalla numerosa colonia italiana.

Il corrispondente di guerra del giornale inglese WARD PRICE, presente allo sbarco, scrisse in merito queste parole: “Quelle truppe, così superbe e superiori ad ogni elogio, attraversarono Salonicco fatte segno all’ammirazione ed alla curiosità dei presenti. Solo, avanti a tutti, sopravanzandoli con la sua imponente statura, marciava il generale Petitti di Roreto , un vero Amek, alto 6 piedi e 4 pollici, grande, slanciato, solido …”. Era presente allo sbarco, con il suo Stato Maggiore, il Comandante Generale dell’”Armée d’Orient” il generale francese Maurice Serrail. Il Comando dell’Intesa affidò subito alle forze italiane l’incarico di difendere il settore di Kruscia-Balcan, ad est del lago Dojran: una linea di circa 50 chilometri, particolarmente esposta agli attacchi dei bulgari. Dal 19 ottobre 1916 a tutto il mese di novembre, giunsero a Salonicco, assegnati alla 35a Divisione, ulteriori contingenti di truppe, inquadrati nella Brigata di fanteria “Ivrea”, composta dal 161° e dal 162° Reggimento. In tal modo e a seguito altri trasporti truppe via mare, gli italiani presenti sul fronte macedone dal 1916 al 1918 raggiunsero il ragguardevole numero di 52.700 uomini.

Tra la grande quantità di mezzi di sussistenza di cui fu dotato il Corpo di spedizione italiano in Macedonia annoveriamo i forni mobili Weiss. Si trattava di un vero e proprio panificio da campo, di brevetto austriaco, dotato di forni che sembravano delle piccole locomotive, i cui panettieri erano in grado di sfornare, per ogni forno, circa 2.000 pani nel giro di 24 ore, che venivano poi biscottati. Ecco dunque le famose “gallette”. C’erano anche le cucine vere e proprie, cioè delle baracche dove si costruivano dei forni in mattoni o pietre per ricevere i pentoloni in cui venivano preparati i menù del giorno, secondo le istruzioni. Ad ogni combattente spettavano, per regolamento: pane grammi 600, formaggio grammi 40, riso grammi 120, carne grammi 200, legumi grammi 50, caffè con 10 grammi di zucchero. Erano assicurate, in via teorica, circa 2.452 calorie a persona. Decisamente poche  per uomini di vent’anni che spesso vivevano in trincea a più di 2.000 metri d’altitudine, con la neve, il fango e con temperature di diversi gradi sotto lo zero. Senza considerare il fatto che, il più delle volte, il rancio in prima linea non arrivava affatto, e anche per diversi giorni consecutivi. Con l’arrivo nel 1916 del Corpo di spedizione italiano in Macedonia, l’ “Armée d’Orient” del generale Serrail era stata rinforzata al punto di disporre di 23 divisioni: 6 francesi, 6 serbe, 7 inglesi, 1 italiana (la 35ma), 1 greca “di difesa nazionale” e 2 russe. Le forze italiane sotto l’attacco dei bulgari, rinforzati da diversi reparti tedeschi, si videro costrette a condurre una logorante guerra di trincea, intervallata solo da sterili e sanguinosi tentativi di assalto, che si infrangevano inutilmente su quelli che vennero considerati i simboli tragici della guerra di posizione: il filo spinato e le mitragliatrici. Attacchi frontali che producevano unicamente tremendi massacri cruenti ed insensati, mentre il fronte della prima linea non si spostava in avanti se non di qualche chilometro, quando andava bene.

Nel mese di ottobre, per appoggiare gli attacchi dei reparti anglo-francesi dell’Intesa contro il centro strategico di Monastir, difeso da artiglierie e da fanterie bulgare ben trincerate intorno alla città, il Comando italiano fece trasferire verso ovest l’intera brigata Cagliari, rinforzata da uno squadrone di cavalleria e da alcune batterie di pezzi da montagna. Risalite le cime dei monti Baba, gli italiani sferrarono un attacco contro i centri di Gradesnitza e di Kicevo. Il 14 novembre, ad una quota di circa 2.000 metri, con 10 gradi sotto zero e con la neve alle ginocchia, i primi reparti italiani mossero molto lentamente e tra mille difficoltà verso il passo di Ostretz, ottenendo, tra il 19 e il 21 novembre due importanti successi. Gli uomini del generale Petitti di Roreto riuscirono, al prezzo di pesanti perdite, a scalare e a conquistare il monte Velusina (2.209 metri), espugnato dal 63° Reggimento, e subito dopo la località di Bratindol. Negli stessi giorni la cavalleria francese riusciva finalmente a travolgere le difese bulgare e occupare Monastir. Poche ore dopo, fecero il loro ingresso a Monastir anche alcuni reparti italiani. Intanto sopraggiunse l’inverno del 1916, con temperature di parecchi gradi sotto lo zero, continue piogge battenti e tormente di neve: tutte le quote furono ben presto innevate. Alla fine dell’anno, il comandante dell’ ”Armée d’Orient” , il generale Serrail, concordò con il Comando italiano che la 35ma Divisione fosse tolta dalla primitiva destinazione, piana paludosa e malarica, e fosse schierata nella zona di Monastir. Agli inglesi sarebbe invece spettato il compito di schierarsi  nella zona orientale del fronte sul Kruscia-Balcan, al posto degli italiani. Petitti di Roreto acconsentì e dispose subito il trasferimento della 35ma. Questa manovra risultò molto difficile a causa della pessima stagione, della carenza di strade (in gran parte allagate o ridotte a profondi pantani), maltempo (pioggia, neve, ghiaccio, venti gelidi e temperature di molti gradi sotto lo zero), ostacoli naturali (valli profonde, montagne e fiumi impetuosi). Ciononostante, il 18 dicembre del 1916, l’intero contingente italiano riuscì a raggiungere la località di Negociani, ubicata a circa 15 chilometri ad est di Monastir, occupando la linea compresa tra le località di Cerna e Novak, presso il fiume Cerna, in sostituzione dei reparti francesi. Era ormai la vigilia di Natale quando quegli uomini, distrutti dalla fatica, poterono concedersi la prima giornata di riposo completo, dopo più di una settimana di marce estenuanti. Dalla fine del dicembre 1916 al settembre del 1918, le truppe italiane stanziate in Macedonia condussero una logorante guerra di trincea, caratterizzata da brevi e violenti scontri e da numerose azioni di pattugliamento notturno.

Dai rapporti che il generale Petitti di Roreto inviava regolarmente al Comando Supremo in Italia, si evince come la situazione sanitaria del fronte macedone fosse alquanto critica per le enormi perdite subite, sia dagli italiani, che dai francesi e dagli inglesi, durante l’estate, per malaria, per tifo e per dissenteria. Negli stessi rapporti si lamentava anche il mancato ricevimento, da parte degli Alleati, di un numero sufficientemente congruo di complementi, in sostituzione delle perdite subite. La 35ma Divisione italiana aveva perduto, in meno di due mesi, quasi 5.000 uomini, pochi dei quali avrebbero potuto riprendere prossimamente servizio. La maggior parte erano stati rimpatriati, o lo sarebbero stati man mano che si fossero rese disponibili le navi-ospedale, perché affetti da forme così gravi di malaria da esigere molte cure e una lunga convalescenza. Nonostante tutto, la 35ma Divisione sembrerebbe essere la sola che riceveva prontamente e regolarmente tutti i complementi che le occorrevano.

Il 12 febbraio 1917, con una mossa a sorpresa, alcune unità di schutzen tedeschi equipaggiati con lanciafiamme e bombe incendiarie attaccarono le posizioni del 162° fanteria Ivrea, riuscendo a conquistare alcune trincee a Quota 1.050. Infruttuosi si rivelarono i successivi tentativi condotti dagli italiani per sloggiare il nemico dalle linee acquisite. Il 9 maggio 1917, in concomitanza di un attacco franco-russo sul Cerna, operazione alla quale parteciparono anche diversi reparti della 35ma Divisione, le forze bulgaro-tedesche respinsero le truppe dell’Intesa che persero moltissimi uomini. Al termine della durissima battaglia, ben 2.800 tra ufficiali e soldati italiani vennero feriti o uccisi. Fu una vera carneficina. Nei mesi successivi, tuttavia, le forze alleate riuscirono, grazie anche all’arrivo di rinforzi serbi e greci, a ribaltare la situazione a loro vantaggio, iniziando a consolidare nuovamente il fronte e a guadagnare pian piano nuove posizioni, assaltando con successo le trincee avversarie, strenuamente difese dai bulgari con filo spinato e mitragliatrici. Dal 16 giugno 1917 la 35ma Divisione passò sotto il comando del generale Ernesto Mombelli, dopo un breve esercizio di intermezzo del generale Giuseppe Pennella, in quanto il generale Carlo Petitti di Roreto fu richiamato in Italia per assumere il comando del XXIII Corpo d’Armata.Nel novembre del 1917 il nuovo primo ministro francese Georges Clemenceau richiamò il generale Maurice Serrail per sostituirlo, in un primo tempo, con il generale Adolphe Guillaumat, che verrà successivamente rimpiazzato dal generale Franchet d’Esperey al comando dell’ “Armée d’Orient”.

Nel corso del 1918 si andò delineando la prospettiva di una imminente vittoria a favore degli Alleati dell’Intesa a tutto svantaggio degli ormai traballanti Imperi Centrali. Il governo austro-ungarico versava nel caos più totale, il potente esercito tedesco era stato sconfitto sul fronte occidentale e l’impero ottomano era praticamente al collasso. I bulgari non avevano più intenzione di combattere per una causa persa. Tuttavia, tra il 14 e il 21 settembre del 1918, il Comando Supremo bulgaro con un impeto di orgoglio decise di giocare il tutto per tutto e di tentare un ultimo, disperato attacco alle linee dell’Intesa, proprio lungo il tratto tenuto dagli italiani. Dopo aver respinto una serie di furiosi assalti, molti dei quali all’arma bianca, gli uomini della 35ma Divisione riuscirono però a riprendere l’iniziativa, passando infine ad un contrattacco generale combinato con le altre forze alleate. Erano iniziate le battaglie finali di Dobro Pole e di Dojran. Nel pomeriggio del 21 settembre un battaglione italiano riuscì a strappare ai bulgari l’imprendibile Quota 1.050, l’ultimo bastione della difesa nemica. Superato l’ostacolo, il giorno seguente gli italiani penetrarono per oltre dieci chilometri all’interno delle linee bulgare puntando su Kruscevo. Il giorno 24, con il nemico in piena rotta, i cavalleggeri e le fanterie italiane della Brigata Sicilia giunsero alle porte di Novo Selani, mentre la Brigata Cagliari piombava sul ponte di Bucin, sul fiume Cerna, nei pressi della località di Vodjani. Da quel momento in poi per le forze dell’Intesa l’avanzata si trasformò in una marcia trionfale. Il 25 settembre, nella zona orientale del fronte, gli inglesi sfondavano anch’essi gli ultimi catenacci bulgari, mentre i francesi conquistavano Skopje, ormai abbandonata dall’avversario in fuga. Il 26, preceduti dai reparti di cavalleria, i battaglioni italiani superarono di slancio le cime di Baba, Planina e Draghisetz, tagliando la ritirata dei bulgari che stavano cercando di ripiegare sempre più a nord verso il passo di Kicevo-Kakkandelen. Il 27 settembre, dopo alcuni brevissimi combattimenti, reparti avanzati della 35ma occuparono una vasta porzione del massiccio del Cesma e la località di Karaul Kruska, mentre l’ala sinistra dell’armata , dopo aver investito Pribitzi, proseguiva velocemente in direzione di Sop. Qui, per tutta la giornata seguente le valorose truppe bulgare resistettero agli assalti della Brigata Sicilia, cedendo infine all’irruenza degli italiani. Il 30 settembre 1918, mentre la 35ma Divisione si stava preparando per sferrare l’ultima e definitiva offensiva su Sop, a nord-est di Ohrida, il generale Mombelli, ricevette la notizia della resa della Bulgaria. Il giorno 3 ottobre, infine, il Comando dell’armata bulgara e austro-tedesca di Macedonia decise, anche se dopo molte incertezze, di cedere le armi al comandante della Brigata Cagliari, generale Fresi, e ai rappresentanti delle altre forze dell’Intesa. Lo stesso giorno i soldati della Cagliari presero prigionieri 7.727 soldati nemici (di cui 224 ufficiali), catturarono 10 tra cannoni e bombarde, 70 mitragliatrici e circa 8.000 fucili, più un cospicuo quantitativo di viveri, munizioni e carriaggi. Con quest’ultima, brillante operazione terminava la lunga e sanguinosa epopea del Corpo di Spedizione Italiano nei Balcani, un mese prima della resa degli austro-ungarici sul fronte alpino. Dopo 36 mesi si concludeva così la durissima avventura del Corpo Italiano in Macedonia: uno sforzo militare  che costò alle nostre truppe, come ho già scritto, 8.324 tra morti, feriti e dispersi e non meno di 10.000 uomini vittime in inverno del gelo e in estate della terribile ameba-ameba.

Attualmente a Salonicco, in località Zeitenlik, esiste il Cimitero Militare degli Alleati nel cui settore italiano riposano circa 3.000 soldati nostri connazionali caduti sul fronte macedone. La cura del sito è affidata al nostro console onorario locale che fa tutto il possibile per mantenere il sacrario in modo dignitoso, con gli scarsi mezzi a disposizione. Niente a che vedere comunque con il settore inglese dove è stato addirittura scavato un pozzo per innaffiare il prato e dove ogni due anni vengono rinnovate le lapidi, mentre le croci dei nostri sono abbastanza deteriorate e le targhette con i nomi quasi illeggibili. Tuttavia, ogni anno il gruppo delle donne italiane di Salonicco, in occasione delle ricorrenze religiose, vi fa celebrare una funzione. Accanto al sacrario c’è una piccola cappella e un monumento al fante italiano.

Questa mia breve e, certamente, non esaustiva ricerca storica è stata motivata dal desiderio di conoscere e far conoscere un aspetto quasi dimenticato della grande guerra, in conseguenza al ritrovamento fortuito del biglietto scritto dal mio nonno materno e ricordando una certa tradizione orale che si tramandava in famiglia, circa la sua partecipazione al primo conflitto mondiale. Quanto indicato nel biglietto ha avuto riscontro positivo nei risultati della mia ricerca: essa mi ha consentito di inquadrare esattamente la tragica vicenda umana del nonno nel contesto storico di quella “inutile strage” che, generata da due colpi di pistola (a Sarajevo), ha prodotto dieci milioni di morti. Durante questa mia ricerca ho potuto appurare che nel corso della prima guerra mondiale, le forze italiane appartenenti all’esercito, alla marina e all’aviazione ebbero occasione di intervenire, a fianco degli alleati inglesi, francesi, serbi, greci e russi, su diversi fronti anche molto distanti dai confini della madrepatria. Nel periodo compreso tra il 24 maggio 1915 e i primi giorni di novembre del 1918, oltre 70.000 soldati italiani combatterono infatti contro gli eserciti tedeschi, austriaci, bulgari, turchi e senussi (libici) sul fronte francese, in Albania (fin dal 1914 il Governo italiano aveva fatto occupare il porto di Valona), in Macedonia, nel Sinai, in Libia e persino nella Russia settentrionale, a Murmansk. Senza contare che, già a partire dall’autunno del 1914, un piccolo ma agguerrito corpo di spedizione volontario (guidato dai fratelli Menotti, Ricciotti e Sante Garibaldi e in seguito inquadrato nel Regio Esercito) andò a prestare il suo aiuto alla Francia, distinguendosi sul fronte dei Vosgi. Nell’ambito di uno sforzo militare così vasto, lo scacchiere nel quale l’Italia fornì il suo più consistente appoggio fu probabilmente quello balcanico e, in modo particolare, quello macedone (il fronte di Salonicco), dove le operazioni condotte dagli Alleati dell’Intesa rivestirono un’importanza strategica e politica piuttosto rilevante.

A conclusione di questa mia ricerca vorrei spendere due parole sulle figure dei due generali che si sono succeduti al comando della 35ma Divisione in Macedonia. Carlo Petitti di Roreto, conte, nato a Torino nel 1862, figlio di una nobile famiglia piemontese, dopo aver intrapreso la carriera militare sul finire dell’Ottocento, partecipò agli scontri della prima guerra mondiale sul fronte alpino, ove nel 1915 ottenne il comando della 1ma Brigata. Nel 1916 fu promosso al comando della 35ma Divisione, proprio in occasione dell’avvio dell’offensiva austriaca sugli altipiani. Successivamente fu inviato, nel luglio del 1916, in Macedonia, sempre al comando della 35ma, dove rimase fino al 1917. Promosso generale di corpo d’armata, nel 1918 ottenne il comando del XXIII Corpo d’armata, che durante la Battaglia del Solstizio operò sulla riva destra del Piave, da Croce di Piave al mare. Al termine della guerra fu nominato governatore militare della città di Trieste. In seguito ottenne la nomina regia a senatore del Regno e, nel 1919, a comandante generale dell’arma dei Carabinieri, rimanendo in carica fino al 1921. Morì nella natìa Torino nel 1933. Ernesto Mombelli, nato nel 1867, iniziò ad operare giovanissimo nei reparti di fanteria. Dopo una brillante carriera da sottufficiale e da ufficiale, divenne colonnello e fu nominato Addetto Militare a Costantinopoli dal 1913, rimanendovi fino all’inizio della guerra mondiale. Tra il 1916 e il 1917 prese parte alla campagna di guerra in Grecia, comandando la 36ma Divisione di fanteria “Brescia” con il grado di maggiore generale. Dal 1917 al 1918 fu al comando del Corpo di spedizione italiano in Macedonia, 35ma Divisione, in sostituzione del generale Carlo Petitti di Roreto. Al termine del conflitto, nel 1920, venne insignito del grado di commendatore dell’Ordine militare di Savoia. Dal 1922 al 1925 fu aiutante di campo di Vittorio Emanuele III. Destinato al governatorato della Cirenaica, rimase in Libia dal 1924 al 1926, ottenendo una serie significativa di successi nella riconquista del paese, caduto nelle mani della tribù dei senussi. Dopo questa esperienza si ritirò a vita privata e morì nel 1932.

Il nonno rientrò in Italia nel marzo del 1919, dopo 30 mesi di permanenza continua in zona di guerra, con il fisico provato dalla malattia, dalle fatiche e dalle privazioni. La sua salute non si risollevò più e la malattia degenerò verosimilmente, come si raccontava, in una qualche forma tumorale all’intestino. Dopo la sua morte, fu riconosciuta alla nonna, la pensione di guerra per causa di servizio. Con quei pochi soldi e alcuni terreni agricoli di proprietà, la nonna riuscì ad allevare da sola tre figli giovanissimi. La più piccola di essi, mia mamma, rimpianse per tutta la vita di non aver mai conosciuto suo padre: al momento della sua morte, ella aveva solamente nove mesi.

 

 

CRONACHE DALL’ANTICHITÀ

ARIMINUM, LA RIMINI ROMANA

I DUEMILA ANNI DEL PONTE DI TIBERIO

 

(di FRANCESCO VIOLA )

RIMINI, la città delle vacanze, del mare, del sole, delle discoteche e della “gioia di vivere”, la capitale del turismo che tutti conoscono, è una città antica che risale al III secolo a.C.: fondata come Colonia Romana nell’anno 268 a.C. con il nome di ARIMINUM, nel territorio dei Galli Senoni, sorge alla foce del fiume Marecchia, poco più a sud del Rubicone. Il nome è tratto da quello del fiume Marecchia (Ariminus), così che il toponimo significa, alla lettera, “la città sul Marecchia”.

La concezione delle “fortezze del mare”, le Colonie Romane dell’Adriatico, fra le quali Ariminum fu la prima e la più consistente (tra le altre ricordiamo anche Sena Gallica, l’attuale Senigallia), fu una grande idea strategica e politica della Roma Repubblicana del III sec. a.C., e lo fu soprattutto del partito dei Populares (che oggi potremmo definire all’americana “democratici”, sostenitori delle istanze del popolo, in contrapposizione ai “conservatori senatoriali”, gli Optimates, che miravano alla salvaguardia dei privilegi del patriziato). La fondazione di Ariminum fu politicamente molto dibattuta perché era considerata un azzardo e una scommessa, in quanto situata in terra aliena (dei Galli Senoni) e in zona dove non poteva essere nemmeno difesa militarmente, in quanto non esistevano né strutture, né fortificazioni, né, soprattutto, strade: la località era spopolata, selvaggia, paludosa con grandi dune sabbiose per la vicinanza del mare.

L’orientamento della città è una spia eloquente dei progetti del governo di Roma: il “cardine” o “cardo maximo”, da monte a mare (dalla Porta Montanara al mare), ribadisce l’importanza della vecchia via commerciale villanoviana del preesistente presunto insediamento più o meno ampio ed organizzato, mentre il “decumano”, dall’Arco di Augusto al Ponte di Tiberio (da sud a nord), svela inequivocabili mire espansionistiche in direzione della Valle Padana, la cosiddetta Gallia Cisalpina. All’incrocio fra i due assi principali si apre il foro (l’attuale piazza Tre Martiri), cuore politico, religioso ed economico di Ariminum. Vie minori parallele o perpendicolari agli assi delimitano gli isolati, razionalmente disposti a scacchiera. La città, cinta di mura in opus quadratum, può ospitare dai dieci ai ventimila abitanti; altrettanti popolano l’agro, centuriato secondo la regola astronomica e fittamente appoderato. I seimila coloni laziali e campani che, secondo gli storici antichi, si stabiliscono in territorio riminese, sono infatti capifamiglia (patres familias) con moglie, figli e servi.

La fondazione di Ariminum è un fatto storicamente significativo, poiché segna la definitiva vittoria dei sostenitori di uno Stato romano esteso a tutta la penisola contro i fautori di uno Stato circoscritto al Lazio, cioè, in sostanza, dei populares contro il patriziato. La costruzione delle grandi strade consolari riconferma sia questa scelta politica, ormai irreversibile, che il ruolo di caposaldo di Ariminum.  Nel 220 a.C. il console Caio Flaminio inaugura la via Flaminia, arteria commerciale e militare di 212 miglia integralmente selciate che congiunge Roma con l’ager gallicus, Ariminum. Nel 187 a.C. il console Emilio Lepido apre la via Emilia che, da Rimini a Piacenza, attraversa e collega l’intera Valle Padana. Nel 132 a.C., infine, il console Publio Popilio Lenate traccia la via Popilia, la strada costiera che, partendo da Rimini, arriva ad Adria e forse ad Aquileia.

Importante centro fortificato, sicuro sbocco portuale e primario caput viarum, Ariminum è ormai tra il II e il I secolo a.C., una città attiva e florida che pratica l’artigianato e il commercio, e dove si affermano famiglie potenti come gli Ovii e i Maecii. Nel 90 a.C., al termine di un processo di ascesa politica ed economica di quasi due secoli, Rimini (Ariminum) cessa di essere una colonia di diritto latino e diventa municipio romano; i suoi abitanti, parificati ai cittadini di Roma, vengono iscritti alla tribù Aniense. Nella guerra civile tra Mario e Silla, ovvero tra i populares e il partito patrizio, Ariminum si schiera coi primi. Presa a tradimento la città, Silla la mette a ferro e fuoco (82 a.C.). I partigiani di Mario sono banditi. La fonte del sacco di Silla è Cicerone: la testimonianza è autorevole, ma non ha ancora trovato conferma in ritrovamenti archeologici.

L’età augustea costituisce per Ariminum un periodo di vasti interventi pubblici e, di conseguenza, di rinnovamento, di crescita e di generale benessere. Nel 27 a.C., al termine del radicale restauro della via Flaminia, viene eretto l’arco d’Augusto, alla confluenza della stessa via consolare nel “decumanus maximus”. Il monumento, tutto in pietra d’Istria, ha la doppia funzione di porta principale della città e di arco trionfale (sull’attico è collocata una statua in bronzo dell’imperatore), ed è il primo e il più importante fra quelli costruiti nella Gallia Cisalpina. Il suo scopo è quello di onorare la figura e la politica di Ottaviano, ad iniziare dall’iscrizione che lo celebra per il restauro della via Flaminia. All’incrocio tra il “cardo maximus” e il “decumanus”, in corrispondenza dell’attuale piazza Tre Martiri, si apre il Foro di Cesare, cuore della vita pubblica, politica, religiosa ed economica della città. Lo stesso imperatore Ottaviano Augusto volle che fosse la piazza monumentale e celebrativa dedicata alla glorificazione del suo illustre predecessore, nel luogo che lo aveva visto come grande protagonista della storia. In effetti solo in Ariminum, oltre che naturalmente in Roma, fu edificato un foro celebrativo dedicato a Cesare. I ritrovamenti archeologici ricordano che, in età augustea, la lastricatura in pietra calcarea si estendeva su tutta la piazza, racchiusa a nord dal teatro in laterizio e a sud dall’Arco che ne segnava l’ingresso. La costruzione della Porta Montanara, detta attualmente anche di Sant’Andrea, risale al I secolo a.C. L’arco a tutto sesto, in blocchi di arenaria, costituiva una delle due aperture della porta che consentiva l’accesso alla città per chi proveniva dalla via Aretina. Il doppio fornice agevolava la viabilità, incanalando in passaggi paralleli, il percorso in uscita da Ariminum, e quello in entrata, attraverso il “cardine massimo”. Iniziato nel 14 d.C., ultimo anno di vita di Augusto, il ponte a cinque arcate sul Marecchia sarà terminato nel 21 d.C. dal suo successore Tiberio, a cui oggi è intitolato. In pietra d’Istria, si sviluppa per una lunghezza di oltre 70 metri, su cinque arcate che poggiano su massicci piloni. Il ponte, che rappresenta il punto di partenza della via Emilia e della via Popilia, si impone per progetto ingegneristico e per il disegno architettonico che coniugano funzione utilitaria, armonia delle forme ed esaltazione degli Imperatori: le iscrizioni sul ponte si richiamano entrambe proprio a Cesare e a Ottaviano Augusto.

Nella nuova Italia unificata fino al confine settentrionale delle Alpi, che Augusto concepì con il progetto realizzato delle “Regiones” (che corrispondono a quelle attualmente in essere), e con una evoluzione della gestione di tutto il territorio, che non aveva più confini interni (nemmeno più il Rubico Ariminensis), dopo un secolo di guerre civili, Ariminum rappresenta l’apertura alla libera circolazione di uomini e merci in una nuova nazione pacificata. La stessa Ariminum, ricostruita e quasi glorificata, fu il messaggio di pace e prosperità (Augustea) per l’Italia e per l’Europa: la cosiddetta Pax Romana. Successivi imperatori completano gli impianti pubblici di Ariminum. Al tempo di Domiziano (81-96 d.C.) risalgono l’acquedotto e la rete fognaria. Il grande anfiteatro, di dimensioni non inferiori a quelle del Colosseo, è eretto nel II secolo d.C., all’epoca di Adriano. (119-138 d.C.), ed interpreta bene la strategia del “panem et circenses”, nella ricerca del più ampio consenso politico e dell’allentamento delle tensioni sociali con la concessione di momenti di evasione collettiva. Le vestigia del grandioso edificio, che ospitava i ludi gladiatorii, sono le più significative di tutta la Regione. La struttura, di cui oggi rimane il settore nord-orientale, aveva l’arena in terra battuta di una ampiezza di poco inferiore a quella del Colosseo. Ad Antonino Pio (138-161 d.C.) spetterebbe la costruzione della fontana pubblica. Fra l’età degli Antonini e quella dei Severi si assiste a un consistente sviluppo dell’edilizia privata, promossa da possidenti (latifondisti), mercanti e funzionari. La struttura economica di Ariminum consente ancora l’accumulo di grandi patrimoni, ma la maggioranza dei cittadini deve far fronte a un processo di progressivo impoverimento. I tempi stanno cambiando. Nuove popolazioni, i barbari, stanno spingendo contro il “limes” orientale dell’Impero, a loro volta sospinti da masse enormi di popoli nomadi asiatici, in movimento da centinaia di anni. Il mondo romano crollerà sotto l’impeto degli invasori: nulla sarà più come prima. Nasceranno nuovi regni romano-barbarici e le stesse città saranno stravolte nel loro tessuto urbano, come tutta la civiltà romana cadrà e si modificherà condizionata dalle culture dei nuovi popoli. Anche la nostra Ariminum, con i suoi abitanti, subirà la stessa sorte delle altre città d’Italia e d’Europa e nel 476 d.C., alla deposizione dell’ultimo imperatore Romolo Augustolo, entrerà ufficialmente nel Medioevo, senza che nessuno degli allora contemporanei se ne accorgesse.

 
Emilio Aurilia

Note biografiche

Sono nato nelle primissime ore del 20 marzo 1955 sotto il segno dei Pesci. Ho iniziato intorno ai dodici anni a scrivere versi grazie all’ “assistenza spirituale” di una persona davvero speciale: una mia prozia di cui apprezzavo le poesie che le leggevo con convinzione ogniqualvolta se ne fosse presentata l’occasione e che lei ascoltava con assorto compiacimento. Sento in questa opportuna sede l’imperativo categorico di doverla nominare in segno di grande riconoscenza: Adelina Criscuoli Bartolomei, artista totale (pittura, letteratura e musica). Non mi ha fatto mai mancare il suo appoggio, incoraggiandomi a scrivere qualunque cosa avessi sentito nel mio intimo e quel poco che letterariamente rappresento lo devo a lei.

Sono cresciuto nell’epoca in cui i nostri politici avevano l’aspetto di tanti prèsidi e chi commentava il loro operato rispondeva al nome di Indro Montanelli, Enrico Mattei, Domenico Bartoli, Gianni Granzotto, Ettore Della Giovanna, e la comicità, densa di sense of humour, veniva rappresentata da Totò, Erminio Macario, Carlo Dapporto, Gino Bramieri, Walter Chiari, Raffele Pisu, Sandra e Raimondo, a recitare su testi di Marcello Marchesi, Ennio Flaiano, Vittorio Metz e Achille Campanile.

Ero poco più che un bambino, ma mi ritengo fortunato di aver respirato, proprio durante il periodo formativo, quella buon’aria rendendomene figlio legittimo. Ho intrapreso studi classici e intorno al 1975 mi sono cimentato nella stesura di un romanzo intitolato “La luna ricamata”, mai pubblicato forse per eccesso di disistima (però non è mai troppo tardi!). Nel novembre 1976 ho iniziato una interessante esperienza presso una emittente privata (K55) dove, da semplice dj, sono poi entrato a far parte della redazione  di musica specializzata e mi è stata offerta la possibilità di ideare e condurre un programma musicale molto apprezzato, nel corso del quale ho avuto la fortuna di farvi partecipare due volte il compianto maestro Puccio Roelens, un musicista compositore e direttore d’orchestra che tanta importanza ha rivestito nel far conoscere, insieme a personaggi di eguale spessore (Gorni Kramer in testa), il jazz in Italia e con cui ho stretto un legame di amicizia, grazie alla sua grandissima umile signorilità che mi ha molto onorato. Di quel variegato e brillante periodo conservo un breve racconto, cominciato al termine dell'esperienza radiofonica, nel 1980, anno in cui ho conseguito la laurea in Giurisprudenza appassionandomi agli aspetti storico-filologici del diritto italiano potendo contare sulla guida di un insuperato maestro come il Prof. Bruno Paradisi.

Durante tutti quegli anni formativi non ho mai abbandonato la letteratura (o lei non ha abbandonato me) e  ho fatto altri due incontri importanti: il leggendario Renzo Tolozzi, per anni segretario del Premio Bancarella, da cui ho ricevuto consigli illuminati che mi hanno aperto la mente verso il confronto con il mondo letterario e, in séguito, il Prof. Giuseppe Benelli conquistato dalla sua grande conoscenza e sensibilità culturale.

In anni più recenti mi sono iscritto all’“Associazione Calligrafica Italiana” dove mi sono perfezionato in quella peculiare disciplina, ricevendo anche alcune richieste di realizzazione di prodotti in tal senso. Ho in séguito collaborato con “Il Corriere Apuano” nonché  con “Appunti per l’Europa”, rivista creata da una persona davvero istituzionale per la città di Pontremoli ossia il dott. Enrico Ferri, e “Il Lunigianese” occupandomi di recensioni di opere letterarie e storia dei mestieri, argomenti che ho trattato anche su altre riviste minori.

Nel 2001 mi sono iscritto all’associazione “Manfredo Giuliani” e ho conosciuto la soddisfazione della pubblicazione presso l'Editore Guardamagna di: "Oramala: trovatori fra poesia e musica" un saggio sulla filologia romanza imperniato sull'attività dei trovatori provenzali presso le corti italiche, antesignana di quello che sarebbe stato “Il dolce Stil Novo”.

Nel 2005 ho iniziato il mio ciclo annuale di lezioni di Filologia Romanza e giuridica presso l'UTE Lyons di Milano, dove vivo e che tuttora porto avanti con piacere e determinazione.

Nel 2009, presso la Pilgrimedizioni di Aulla, ho pubblicato invece: "The Beatles: l'infinita storia di 'Bill' McCartney" incentrato sul mistero legato alla presunta morte di Paul McCartney che sarebbe avvenuta nel novembre 1966 e da allora circolerebbe un suo sosia altrettanto misterioso.

Seguo con particolare attenzione anche i fenomeni letterari e musicali contemporanei mutuati dalle antiche avanguardie e presto collaborazione all’organizzazione di eventi culturali presso il caffè letterario “Gogol’ Ostello”, il più recente dei quali è stato “Poesia? No, grazie”, quattro serate durante le quali sono stati illustrati i vari aspetti della lirica, da quella sonora e visiva, intrise entrambe di estremo sperimentalismo, a quella cantata, a quella d’interazione con il writing, passando per quella tradizionale, realizzate nell’anno in corso con la presenza di ospiti interessanti uno fra tutti l’artista visivo Alberto Mari.

Nel mese di maggio di quest’anno infine, sono stato gratificato dal premio della giuria per il concorso internazionale di letteratura “Città di Pontremoli” per la lirica inedita “Fotofasofania” ed eccomi qui, contento e grato di essere entrato a far parte della grande famiglia del “Porticciolo”.

Per chi intenda seguirmi segnalo anche l’indirizzo de mio sito:

http://antiquaavanguardia.wordpress.com

 

Pubblicazioni

ORAMALA

trovatori fra posia e musica

di Emilio AURILIA

2001 - Guardamagna Editori – Varzi (PV)

Estratti dalla presentazione di LUIGI e SERGIO PANIGAZZI

L’autore di questo pregevole saggio, frutto di indagini e ricerche accurate, ha sicuramente contribuito alla conoscenza ed al recupero di valori, di personaggi, di aspetti della vita castellana che hanno fatto del castello di Oramala, in quell’epoca, una famosa corte d’amore, di cavalleria e di poesia.

Già il Carducci nella sua opera “Cavalleria ed umanesimo”, scrivendo sulla poesia provenzale, citò il famoso ed apprezzato trovatore – Guglielmo de la Tor – che cantò la tregua di due graziose sorelle, Selvaggia e Beatrice d’Auramala.

Anche il Guagnini nella sua pregevole opera “Storia dei Malaspina”, non trascurò di sottolineare l’importanza storica di questa epoca che riuscì a trasformare il castello di Oramala da aereo nido di falchi in corte d’amore e di poesia.

All’autore di questo lavoro, che ci onoriamo di presentare, così ricco di approfondimenti e di riferimenti storici legati ai più importanti e prestigiosi trovatori venuti dalla Provenza al castello di Oramala, vanno i nostri più vivi apprezzamenti e quelli di tanti appassionati ammiratori di questa stupenda roccaforte che domina superba la Valle Staffora e che è stata nei secoli miraggio e meta affascinante di storici, di scrittori e di tanti famosi cultori della poesia.

 

 

“The Beatles: l’infinita storia di ‘Bill’ McCartney”

di Emilio Aurilia

2009 - Pilgrimedizioni – Aulla (MS)

PRESENTAZIONE DELL’EDITORE

(…) A Emilio Aurilia il gravoso compito di tenere a battesimo i Taccuini Pilgrim – e noi lo supporteremo con tutta la stima e il riconoscimento che il suo coraggioso e curioso saggio merita.

Aurilia sostiene con la sua produzione letteraria vasta e accurata, l’assoluta importanza per un autore di sentirsi libero di scrivere ciò che la sua spinta interna gli suggerisce, ricercando ove attratto a farlo, spaziando negli ambienti più impensabili, seguendo il proprio intuito, la propria natura e la personale sensibilità .

Giacché tutto ciò ha animato la Pilgrim dal suo nascere incurante – sempre per citare Aurilia – di ciò che il mercato richiede; giacché sin da principio lo scopo era quello di educare il lettore a ritrovare i propri gusti, disintossicandolo da opportune e malefiche inclinazioni programmate dal marketing, non possiamo che essere piacevolmente e meramente fieri di ospitare nel primo numero dei Taccuini un saggio che, per sua natura, gronda musica, ricerca, mistero e buon gusto, il tutto espresso con doverosa e altrettanto puntuale, attenta capacità di sintesi.

Maura Tesconi

 

Recensione de: “La Meridiana”

L’argomento trattato in questo breve saggio è accattivante e incuriosisce anche i meno appassionati. Le molte citazioni di canzoni famose portano il lettore a perdersi (ed è un dolce perdersi) tra le note dei motivi dei Beatles. Il contenuto annunciato dal titolo lascia spazio a digressioni, osservazioni tecniche e commenti di un narratore che prima di tutto è un autentico appassionato, entusiasta fino alle ultime righe.

Nonostante la precisione nei riferimenti e nel linguaggio tecnico, il saggio non vuole essere specialistico o per pochi conoscitori. La scrittura è buona. Non si cade nel pericolo di ripetizioni di vocaboli o strutture. Apprezzabile è la cura nella scelta linguistica, sempre nuova e varia. La prosa è distesa e l’autore ha un modo tutto suo di parlare al lettore, quasi in un colloquio, con chiarezza espositiva e precisione. Non mancano punte di ironia che vivacizzano la lettura senza nulla togliere al rigore saggistico e alla correttezza di forma e stile.

Il testo è articolato in 6 capitoli ognuno dei quali a sua volta diviso in sottosezioni.


Testi

Il sogno del gobbo

I

Prelevò dalla tasca destra dei pantaloni un fazzolettino di carta per farlo scivolare verticalmente lungo la superficie di vetro perché i suoi occhi non potevano raggiungere lo scenario che si parava al di là delle pareti dove stava dirigendo il suo sguardo miope: gli apparve il noto slargo popolato dalle molte auto in movimento i cui fari accesi, mischiati all'insistente foschia dell'avanzato imbrunire, lasciavano nell'aria le loro magiche scie di un perdurante mistero.

S'incantò al cospetto di quel rutilante gioco cromatico e appesa poi la cornetta all'apposito gancio, si portò fuori dalla cabina telefonica sollevando il bavero del cappotto, riaccomodandosi con precisione consueta la berretta patchwork ormai floscia. Inghiottito dal confuso alternarsi di luci e rumori si diresse verso il parcheggio dei taxi e il suo incedere comodo e cadenzato, faceva  dondolare metronomicamente la sua panciuta borsa di cuoio lucido di ridotte dimensioni che pareva far debordare il contenuto.

Seduto sul sedile posteriore della vettura piacevolmente avvolto nel tepore dell'abitacolo, sorrideva dentro di sé per il colpo di fortuna capitatogli di aver reperito il taxi molto tempo prima di quanto avesse sperato, compiacendosi del bizzarro destino cui gli esseri umani sono assai  spesso sottoposti: quanto più ci si preoccupi della noia delle attese, tanto più queste si presenteranno lunghe e sfibranti; quando invece si è psicologicamente rassegnati a dover aspettare a lungo, di solito l'attesa risulterà brevissima.

Il conducente del veicolo era polemicamente ciarliero: “Ecco” - indicò una piccola piazza secondaria - “qui stamattina c'è stata la manifestazione dei dipendenti comunali che ci ha costretto a dover modificare tutti i percorsi. Ma che vadano a lavorare come facciamo noi (gli impose per la verità un ruvido 'vàdino' a cui lui era però psicologicamente pronto)! Cosa vogliono? Hanno ferie pagate, mutua, assegni per questo e per quest'altro; se si svegliano una mattina col torcicollo, telefonano per avvertire che stanno a casa e nessuno ha niente da dire! Di cosa si lamentano? Noi dovremmo protestare, noi dovremmo scioperare! Non esistono fine settimana, estate, malattie...Ma lo sa lei che due anni fa alla vigilia di Pasqua ho dovuto scarrozzare la gente con 38 di febbre? Poi quella volta che giustamente e ripeto giustamente protestiamo per i nostri diritti, apriti cielo! Finiamo su tutti i giornali, ma non per essere compresi, per essere insultati!”

Ma il passeggero era stanco e non intendeva in quel momento essere risucchiato in una schermaglia dialettica che non aveva intenzione d'intraprendere: si limitò pertanto ad annuire al suo improvvisto oratore dove concordava.

L'auto sostò a pochi metri dalla Chiesa di Santa Francesca Romana ed egli, sceso dopo aver onorato quanto dovuto, imboccò la consueta strada laterale dove, a poco dalla meta, si palpò come d'uso il fondo della tasca sinistra del pesante cappotto per assicurarsi della presenza delle chiavi e introdotta la mano cercò fra di esse, tastandone con cura la forma, quella del portoncino in legno laccato verde che fece scivolare all'interno della nota mascatura prima di farla girare sulla destra di quel tanto per udire il “tac” dell'apertura. S'infilò quindi nell'androne scomparendo dietro il portone appena richiuso.

°°°°°

Più in là, nella zona della vecchia Fiera Campionaria, la mattina dopo il portinaio dello stabile stazionava immobile e attonito nella sua bella divisa gallonata dinanzi ad un uomo che conosceva, steso ai suoi piedi, coperto da un giaccone blu tipo montgomery ed un completo egualmente blu senza cravatta. Accanto a lui una borsa nera di pelle. Insieme al portiere altre persone accorrevano per prestare soccorso ormai tardivamente. Fu quando il custode rilevò che la camicia del malcapitato presentava una estesa macchia circolare rossastra più o meno all'altezza del cuore, che ebbe l'assoluta certezza che ciò che aveva udito e sulle prime non ci aveva prestato molta attenzione era stato sicuramente il rumore sinistro di uno sparo soffocato. Il personale prontamente sceso dall'ambulanza non potè che constatare il decesso dell'uomo e i poliziotti, effettuati i primi rilievi, rivolsero alcune domande al portinaio, il primo ad essersi accorto dell'accaduto.

Sante Gambino, pugliese di quarantaquattro anni, custode dello stabile da cinque, dichiarò all'Agente Ammaturo che, incuriosito da uno strano rumore proveniente da fuori seguìto da un piccolo tonfo, si era immediatamente affacciato sull'ampio ingresso per constatare purtroppo soltanto la morte di quella persona. Dichiarò altresì, ma non con incrollabile sicurezza, di aver in séguito udito un'auto allontanarsi nel silenzio mattutino di quella strada interna.

Ma anche i pochi presenti, appena richiamati dal trambusto, non poterono fornire ulteriori indicazioni, se non rafforzare le affermazioni del Gambino.

Il defunto recava con sé i documenti: Christian Giorcelli, nato a Los Angeles il 30 gennaio 1972, alto m. 1,86, capelli e occhi marroni, benché domiciliato a Pavia in Via Marvetti 22 presso l'abitazione della sorella, occupava da almeno sette anni una stanza al secondo piano del residence Neptune da quando cioè aveva lasciato la città per continuare al meglio il suo impegno di installatore e programmatore di computers.

Buona parte degli avventori del residence apparteneva alla medesima fauna del nostro: individui operanti in vari settori, lontani da casa, alcuni con famiglia, ma che comunque l'esistenza febbrile e talora caotica, non consentiva loro d'intrattenersi troppo in conversazioni amene, bensì soltanto fugaci saluti, qualche inevitabile breve chiacchierata su argomenti scontati e banali, sulle condizioni atmosferiche, sulla situazione del traffico cittadino, sulla frequenza del passaggio dei mezzi pubblici, le attese e gl'immancabili deprimenti “finalmente oggi è venerdì”, da cui non si poteva certo stagliare un profilo interessante e approfondito sul temperamento della vittima. Concordi tutti nel descriverlo un giovane dinamico, sempre in movimento e certamente poco incline a stazionare all'interno della hall per assecondare una conversazione, come del resto gli altri avventori, gente di affari e di lavoro in genere i cui sentimenti più intimi venivano lasciati fuori della porta del locale.

Ma un colpo di pistola così a freddo, esploso ad una distanza di pochissimi metri cosa è se non una esecuzione mirata?

Fu in verità repertato sul marciapiede un altro proiettile che aveva scalfito il muro dell'edificio alla distanza di alcuni metri dall'ingresso (per chi guardi la strada con le spalle alla porta) lasciando perplessi gl'investigatori circa la dinamica dell'evento perché anzitutto il Gambino aveva dichiarato di aver udito un unico rumore da associare a quello di uno sparo; poteva ipotizzarsi che il Giorcelli, appena uscito, si fosse diretto lungo il marciapiede alla propria destra e, compiuti alcuni passi, fosse stato presumibilmente mancato da una prima esplosione e quindi, spaventato, avesse tentato di riguadagnare l'ingresso senza poter schivare il secondo dei due proiettili.

Una spiegazione poco convincente perché le testimonianze (e Gambino su tutti) affermavano che egli, nel recarsi al lavoro, era solito procedere in senso diretto davanti a sé, oppure attendere un taxi dinanzi alla porta del residence, per cui l'essersi mosso con decisione verso la sua destra, non lasciava aperte particolari supposizioni. Che fosse stato attirato in quella direzione dall'assassino che conosceva, finendo per essere mancato dal primo colpo esploso? Oppure che fosse stato attratto da qualcosa di molto strano o interessante che stava accadendo  alla sua destra?

Una volta tanto le Forze dell'Ordine avevano avuto la mano felice nell'affidare il coordinamento delle indagini all'esperto Commissario Marco Di Berardino, nato a Pescara il 28 luglio 1953, vagamente somigliante all'attore Denny De Vito con qualche chilo in meno e qualche centimetro in più, si era distinto durante operazioni di grande rilievo. Aveva vissuto a Roma per più di dieci anni dove aveva coperto ruoli d'importanza presso la Questura Centrale, talora in azioni di scorta a personaggi politici alquanto in vista.

Non poteva dimenticare quando un giorno dei tanti venne convocato di mattina presto in gran segreto dal personaggio cui egli prestava servizio presso la sede del Ministero dell'Interno, da cui si partirono, sempre con gran circospezione, verso la destinazione pattuita: alla guida dell'auto, una normale berlina color bianco apparentemente nemmeno ben tenuta proprio per non destare sospetto alcuno, un agente in borghese e al suo fianco il Di Berardino, mentre il nostro personaggio godeva dell'intero sedile posteriore. Fu ordinato di portarsi in una via laterale di Corso Europa e posizionarsi dinanzi ad una delle tante palazzine civili tutte uguali, architettura anni sessanta, al civico 16.

Il politico, dopo non aver proferito parola per l'intero percorso, scese dall'automobille ordinando al suo poliziotto di fare altrettanto e all'agente di parcheggiare, rimanendo però all'interno del veicolo.

Accanto al gabbiotto del portinaio che sedeva impassibile dietro il suo tavolo, due individui di cui uno, il più giovane, quasi un ragazzo, in divisa da Carabiniere. L'altro, anziano grassoccio e brevilineo si staccò all'apparire dei due uomini e si avvicinò al politico mormorandogli qualcosa all'orecchio. Si strinsero poi la mano e sortirono di fuori mentre Di Berardino e il suo uomo salirono in ascensore.

Giunsero al quinto piano: due le porte sul pianerottolo. Fu indicata, sempre con molta circospezione, quella di destra opportunamente priva di targhetta identificativa e, dopo che il poliziotto ebbe premuto il tasto del campanello d'avviso, l'uscio si aprì per mano di un individuo di mezza età pallido e scarno dall'aspetto di un misto di malinconico grave e misterioso. Furono fatti accomodare all'interno di una sorta di studio completo di scrivania in legno assai imponente, un pesante lampadario in cristallo in posizione centrale, importanti stampe alle pareti, libreria fornita; poltrone in pelle marrone e morbidi tappeti completavano l'arredamento.

Dopo la breve pantomima del fugace scambio di saluti avvenne qualcosa a cui il Di Berardino non era preparato: il politico, sempre attraverso gesti lenti e misurati, lo fissò per un attimo e gli fece cenno di accomodarsi fuori della stanza che si premurò egli stesso di serrare immediatamente, contravvenendo così all'ordine del Questore di garantire la presenza della polizia al colloquio.

Per  camuffare a sé quella che considerava una umiliazione, si finse attratto dalle opere d'arte che illuminavano le pareti del corridoio buio, avesse dovuto quasi dimostrarlo ad altri e non a se stesso. Sentiva provenire dalla stanza l'odore di fumo fumato e appena dopo il suo uomo alzare la voce per cui si fece più presso nell'atto di voler cogliere l'essenza del discorso purtroppo senza successo perché la conversazione che poteva a quel punto già definirsi alterco, era svolta in un idioma se non certamente tedesco che lui ignorava, in una lingua comunque assai affine e durante il deciso crescendo di toni sempre più concitati, ebbe la certezza di udire un rumore secco molto compatibile con quello di una energica manata a palmo aperto, assestata su di una superficie lignea. Intuìto che i contendenti stavano per avvicinarsi alla porta, se ne allontanò continuando a fingere il suo esagerato interesse per i quadri. Sortirono entrambi scuri in volto e si salutarono con un moto del viso senza nemmeno stringersi la mano, gesto che invece il padrone di casa destinò in fretta e a mano morta a Di Berardino.

Il nostro non rivolse la parola a nessuno dei due compagni del viaggio di ritorno.

Trascorsero due giorni da quel maldestro incontro che giunse inattesa la notizia dell'assassinio del misterioso ospitante; anche per lui una esecuzione mirata: un colpo di pistola al cuore mentre era seduto dietro alla scrivania e l'intero arredamento lasciato completamente intatto. Di Berardino, inviato per le indagini, non poté che rievocare quanto aveva  assistito precedentemente: le urla all'interno della stanza durante il colloquio, la brusca interruzione della telefonata il mattino successivo da parte del politico che egli aveva naturalmente ipotizzato rivolta al misterioso individuo perché condotta nel medesimo idioma teutonico, e la non irrilevante considerazione della sua assenza dall'ufficio e del cellulare spento durante il presunto orario del delitto (di cui nessuno, compreso il Questore, sembrava sapesse nulla), benché la sua lunga esperienza gli suggerisse che personaggi di alta caratura, nell'intenzione di eliminare qualcuno, non rischierebbero mai in prima persona, ma si servirebbero strategicamente di una fitta rete di fidati sicari. Ma non gli riusciva tuttavia di togliersi dalla mente gli ovvi sospetti sempre più affollati verso il suo uomo.

Trascorse pertanto giorni e settimane molto difficili nell'analisi, formulando varie ipotesi senza riuscire a reperire un solo elemento ragionevole atto a scagionare il suo principale sospettato.

Il Questore intanto ordinò di portare avanti le indagini senza sosta e senza lui dar segni di covare i medesimi sospetti del Di Berardino e, un paio di mesi dopo che l'indagine fu chiusa senza un colpevole, il poliziotto si trovò con sorpresa faccia a faccia con il politico all'interno di uno stanzone buio e freddo di un sotterraneo che fungeva da archivio, mentre reggeva un pesante faldone relativo a quell'omicidio che l'altro prontamente sbirciò:

“Le abbiamo già detto, il Questore ed io,” - principiò a brutto muso dopo un lungo silente momento di tensione e perplessità - “di non mettere più le mani su quella faccenda. Intesi?

“Non mi piacciono i casi irrisolti.” - Ribatté asciutto il poliziotto previo un mezzo sorriso amaro.

“Non è a lei che abbiamo affidato le indagini?”

Di Berardino si scosse all'uso della prima persona plurale adoperata, quasi che l'interlocutore, contravvenendo alle norme del Codice di Procedura Penale, avesse promosso l'azione arbitrariamente sostituendosi al Pubblico Ministero e che avesse sottilmente inteso, nel contempo, di accusarlo di negligenza.

“Certo; ma non vorrà intendere che io non sia stato all'altezza?”

“Non intendevo quello.”

“E allora, se posso chiederlo, cosa voleva dire?”

“Volevo intendere proprio l'esatto contrario: che lei è stato più che mai dentro l'indagine, come e più degli altri e se questa, da lei condotta con indiscussa professionalità, non ha fatto emergere elementi importanti...”

“Secondo lei non ne sono emersi?”

“No.”

“Quindi nemmeno lei si è fatto un'idea della responsabilità di quel delitto?”

L'altro s'incupì ulteriormente:

“E lei pensa davvero che se fossero emersi elementi importanti, o io avessi avuto chiaro nella mia mente dove indirizzare eventuali altre indagini, me ne sarei stato zitto?”

“No, però sa bene che...”

“So bene che cosa?” - Replicò con durezza.

“Che mi è stato impedito formalmente di percorrere quella strada che lei conosce.”

“Le ho già detto che il caso è e resta chiuso!” - Ora la sua durezza era sempre più palpabile e significò un punto fermo. Ma l'incertezza stampata sul volto di chi aveva di fronte lo condusse a pigiare di più il piede sull'acceleratore:

“E aggiungo questo perché mi pare che non abbia ancòra chiare le cose: se la scoprirò girare intorno a questo caso, farò di tutto per farla rimuovere!”

“Lei non può impedirmi di covare le mie perplessità.”

“Può covare tutto quello che vuole, ma dentro di sé, altrimenti le ribadisco che dovrò prendere dei provvedimenti. E non mi metta alla prova!”

Ma i provvedimenti li prese proprio lui chiedendo al Questore in persona di essere rimosso o trasferito dovunque fosse piaciuto e, resosi conto che quello non aveva trovato nulla in contrario alla sua richiesta, né mosso un solo muscolo per trattenerlo, confermò sempre più i suoi sospetti pregressi.

°°°°°

Quasi tre anni erano trascorsi dal suo trasferimento che il Di Berardino venne convocato ad interessarsi personalmente del caso Giorcelli: amava il suo lavoro e ambiva pertanto ad onorarlo al meglio e la convinta partecipazione alle indagini riusciva a garantire apprezzabili risultati. Ma ogniqualvolta una inchiesta sfiorava personaggi o situaziioni scomode non poteva non tornargli insistentemente presente la ingombrante figura del suo scortato e il misterioso omicidio dell'altrettanto misterioso tipo di lingua tedesca.

Nei consueti modi asciutti e sbrigativi accompagnati dal suo accento strascicato, rivolse alcune domande al Gambino che coerentemente confermò ciò che sapeva con precisione. Relativamente agli spostamenti serali della vittima il poliziotto ritenne opportuno convocare il portiere di notte Flavio Gomirato, trent’anni, che dichiarò che il Giorcelli usciva quasi tutte le sere per far rientro non prima  della mezzanotte e ben oltre. Era anzi capitato a volte che non si fosse addirittura ritirato. Concorde al suo collega riferì quanto non fosse una persona di temperamento cordiale e affabile; non che fosse maleducato, bensì pragmatico al pari del suo impegno lavorativo. Apparteneva a quella categoria d'individui secondo cui le parole pronunciate al di fuori di argomenti urgenti o comunque importanti non abbiano alcuna ragione di essere pronunciate.

“C'è posta?”, “Mi chiami un taxi per favore”, “E' passato qualcuno a cercarmi?”, era stato testimoniato fosse il massimo della facondia del nostro programmatore.

Distante, sul marciapiede di fronte, ad osservare il febbrile andirivieni di mezzi e gente davanti all'ingresso del residence, stazionava impassibile il signore dalla berretta patchwork.

II

A séguito dell'ispezione dell'interno della borsa di pelle del Giorcelli furono rinvenuti nell'ordine:

l'agenda di lavoro zeppa di numeri telefonici e appuntamenti;

cinque floppy disks;

varie stampe di demos;

una calcolatrice completa di euroconvertitore;

il ritaglio di un articolo tecnico del “Sole 24 ore” di tre giorni prima;

-    due pennarelli di scorta.

Dall'esame primario risultò anzitutto che i demos non sembravano far scaturire nulla di particolarmente interessante, così come l'agenda in cui erano confluiti i numeri di telefono di presunti clienti e i relativi appuntamenti: un'agenda pragmatica  come il suo possessore. A destare un certo interesse l'apposizione di numeri, accenni composti da lettere maiuscole seguite da un punto senza un apparente filo conduttore: una sorta di frecce semiotiche di non facile decrittazione. Pareva assente qualunque accenno alla sua vita privata, nessun nome proprio di donna né di uomo senza cognome, ulteriore spia di un temperamento che elevava a dignità di prassi consolidata la scissione fra vita privata e vita lavorativa.

Ma era anzitutto possibile che non possedesse un pc? Eppoi esisteva almeno un taccuino o qualcosa di simile ove segnare incontri riservati per riuscire a penetrare di più nella sfera intima del personaggio? Determinare il tipo di movente di quella esecuzione mirata non risultava agevole. Un cliente insoddisfatto del servigio o che avesse considerato esosa la sua parcella e gliela aveva fatta pagare in quel modo? Assurdo!

Dai primi rilievi operati nella stanza occupata nel residence, peraltro scarna e non ingombra di futilità, furono rinvenute alcune riviste economiche e informatiche, un paio di recenti numeri dei quotidiani “Repubblica” e “Corriere della Sera”, un fermacarte in silver a forma di cavallo, un contenitore di documenti cartacei (bollette e simili che non parevano generare mistero alcuno), un poggiamano in similpelle dotazione dell'albergo sotto il quale non v'era alcunché, uno stiloforo con l'immancabile penna “diplomatica” regolarmente scarica, anch'essa di dotazione.

Sormontava il tavolo scrivania una mensola dove il ns. aveva allineato una serie di libri del medesimo argomento economico-informatico, più alcuni best sellers di letteratura anglosassone (Ken Follett, Wilbur Smith ecc.). Due risvegliarono l'attenzione del Commissario e non per l'argomento trattato (informatica ovviamente). Il primo s'intitolava “L'interazione normativo-informatica nel top management” e il secondo ”Progetto Cruiser 2000: quale futuro per il basic?” L'autore, o meglio, l'autrice era una certa Sara Vegliante di cui, sull'aletta di terza, si evinceva che aveva quarant’anni e svolgeva l'attività di ricercatrice alla Bocconi dopo aver frequentato diversi stage negli Stati Uniti.

L'attenzione fu destata dal particolare che ambedue (di circa 200 pagine l'uno) risultavano dedicati e autografati. Nel primo lui era “Il simpatico Christian”, nel successivo “l'essenziale amico”. Un anno e mezzo distavano fra loro le pubblicazioni.

Dal vestiario rinvenuto nell'apposito armadio nulla: tasche di giacche e pantaloni regolarmente vuote rafforzavano il profilo di una persona attenta che, presumibilmente, usava normalmente ripulirle in tutta fretta convogliandole nel cestino di plastica posto sotto il tavolo quotidianamente svuotato dal personale di servizio. Che un tale comportamento facesse parte del suo temperamento ovvero di una paurosa frenesia di far sparire una qualunque traccia anche insignificante, presto per stabilirlo.

°°°°°

Gigliola Giorcelli coniugata Antonioli, nata a Donoratico nel 1975,  fu convocata con molto tatto dal Di Berardino che dispose un'automobile per prelevarla a Pavia.

Un pianto molto dignitoso la colse appena conosciuto il motivo di quella improvvisa chiamata che non attendeva, tanto che il Commissario le comunicò opportunamente che, lo avesse desiderato, avrebbe potuto ritenersi dispensata da un immediato interrogatorio da rinviare di qualche giorno. La signora si mostrò invece forte e determinata per le domande degli inquirenti, ma quando le fu chiesto di avvertire i genitori e gli eventuali congiunti abbassò lievemente lo sguardo affermando che il padre era deceduto da sette anni e la madre da tre e che suo fratello non aveva legàmi perché separato senza figli.

“I miei genitori – proseguì - “erano originari di Livorno e mio padre lavorava presso l'Amministrazione del porto ma è sempre stato un inquieto, un giramondo, appassionato di tutto ciò che riguardava l'elettricità e mentre era nientemeno che in America, a Los Angeles dove si era trasferito per seguire le proprie intuizioni a livello lavorativo che descrivere sarebbe ora  lungo e inutile, dove poi, fra parentesi, nel 1972 è nato mio fratello, un giorno, quasi per caso, un cugino gli fece sapere della possibilità di rilevare una piccola fabbrica di lampadari a Pavia, una opportunità che colse al volo. Tre anni avanti sono nata io. Christian ha studiato ragioneria e io ho frequentato il liceo classico; poi lui si è appassionato ai computers iniziando a lavorare a Pavia per conto di varie società, trovando sùbito buone opportunità prima di trasferirsi a Milano. E' stato molto fortunato a livello professionale, meno da quello sentimentale.”

“Perché?”

“Perché si è sposato ma il suo matrimonio è naufragato dopo poco più di un anno.”

“Suppongo ne conosca le ragioni.”

Scrollò lievemente le spalle e fu còlta da un attimo di esitazione:

“All'inizio della sua attività Christian girava parecchio e non solo in Italia...forse i ripetuti distacchi. In questi casi le ragioni non si conoscono mai alla perfezione; sono cose talmente private!...”

“Ma suo fratello aveva confidenza con lei?”

“Non direi troppa; direi fino ad un certo punto; non è stato mai un gran parlatore e mi riferiva molto vagamente d'incomprensioni, incompatibilità...”

“Nasconde qualcosa?” - Insinuò il Commissario.

“Come sarebbe?!” - Reagì quasi piccata.

“Intendo: è tutto quello che sa?”

“Da parte sua sì, poi io mi son fatta le mie convinzioni.”

“Quali?”

“Non aveva un bel carattere; testone, voleva far sempre come voleva...”

“Sì; ma che convinzioni s'è fatta, signora?” - Rilanciò.

“Riguardo alla separazione?”

“Sì, e anche un po' a tutto il resto.”

“Mah...l'ho appena detto, secondo me è dipeso più dal suo carattere che non dal fatto che fosse spesso in giro perché anche sua moglie, anzi la sua ex moglie, non è la persona che viveva in funzione del marito, è una donna dinamica con i suoi spazi, i suoi interessi e non penso avesse provato eccessiva sofferenza per le assenze di mio fratello.”

“Vuol dire che non hanno mai avuto un buon rapporto?”

“Se si son separati è evidente che tanto buono non è mai stato, anche se non mi risulta vi siano state minacce, grosse liti e oggetti rotti contro il muro.”

Seguì una breve pausa.

“Però devo dire a loro merito” – continuò - “che hanno sempre coltivato rapporti civili dopo la separazione, almeno così mi è parso. Lo ripeto: Christian non era un gran parlatore e non si lasciava andare a troppe confidenze.”

“Nemmeno la ex moglie le ha mai parlato della separazione?”

“Me l'ha comunicato appena successo con una telefonata. Mi disse che non voleva che lo venissi a sapere da altre persone e a me è parso un gesto di correttezza.”

“Sa se suo fratello aveva attualmente legàmi sentimentali?”

“Ogni tanto aveva colloqui telefonici che a me parevano intimi con una di Portogruaro: se non sbaglio dovrebbe chiamarsi Magda, ma anche qui Christian non è stato mai preciso.”

“E lei non gli ha chiesto di più?”

“A chi a lui?”

“E a chi allora?”

“No.”

“E perché?”

“Non amava che ci si intrufolasse nella sua vita privata.”

“Nemmeno sua sorella?”

“Nemmeno sua sorella.”

“Dove vive ora la ex moglie?”

“Qui a Milano.”

“Signora, scusi se approfitto ancora della sua disponibilità e mi dica: conosce una certa Sara Vegliante?”

“Non personalmente, ma penso fosse una conoscente o un'amica di mio fratello perché un giorno...”

“Un giorno?”

“Un fine settimana che Christian è venuto da me, questa signora ha telefonato; si vede che lui le aveva dato il mio numero e ho risposto io.”

“Ricorda se si è presentata come Signora Vegliante, come Sara, oppure...”

“Col nome e cognome e un modo di fare molto secco e asciutto sul tipo sono Sara Vegliante, posso parlare con Christian?...Più o meno così.”

“E quale fu la reazione di suo fratello alla telefonata?”

“Direi normale, senza imbarazzo o meraviglia: prese la cornetta e rispose in modo tranquillo. Pochissime parole come era nel suo stile e poi giù.”

“E...ne ha più sentito parlare?”

“Di questa Vegliante?”

“Sì.”

“No.”

“Non gli ha mai chiesto chi fosse?”

“Non mi sarei permessa se non me ne avesse parlato lui.”

“In che rapporti era con gli atri componenti della sua famiglia?”

“Con mio marito direi corretti, formali, ma non certamente cordiali, almeno secondo il significato che si attribuisce di solito a questo aggettivo. Non che fosse scortese; ma sempre un po' distaccato. Con i miei figli...direi buoni, ma senza esagerare eppoi...”

“Eppoi?”

“Sono infondo due bambini: due battutine, due risate e basta.”

“Quindi poca confidenza anche con suo marito.”

“Sì; meno che con me che già non ne aveva moltissima.”

“Lei ha due figli se non sbaglio.”

“Sì: Michele e Silvia.”

Tornò fra loro una pausa come per riordinare le idee all'interno del freddo stanzone del Commissariato poi Di Berardino, trascorso qualche attimo di meditazione, come per sottolineare una cosa ovvia si rivolse nuovamente alla Sig.ra Gigliola:

“Immagino che non sappia spiegarsi in alcun modo l'accaduto...”

“Infatti.”

“Suo fratello non le avrà mai parlato diffusamente di problemi relativi al suo lavoro o agli eventuali pericoli ad esso connessi, o no?”

“No, mai. Gliel'ho detto e glielo ripeto fino alla monotonia: non era un gran parlatore e non gli piaceva che la gente curiosasse su di lui e se si fosse accorto che lo stessi facendo io sarebbe stato capace di chiudersi ancora di più e forse...”

“Forse?”

“A non rivolgermi più la parola.”

“E cosa ci ha guadagnato?”

“Non capisco...”

“Voglio dire: cosa ci ha guadagnato ad essere così chiuso? Se le avesse  comunicato una sua preoccupazione, che so io...qualcuno che ce l'aveva con lui, che lo minacciava, che lo ricattava, con cui aveva litigato di brutto; sto facendo degli esempi ovviamente...lei avrebbe potuto aiutarlo e probabilmente risparmiarlo da quell'epilogo tragico.”

Ma si accorse che gli occhi di lei si stavano nuovamente riempiendo di lacrime al che decise fosse opportuno troncare lì quell'interrogatorio.

“Grazie signora, è stata molto utile; adesso la facciamo accompagnare a casa.”

°°°°°

Era stato indicato proprio dalla Signora Gigliola l'indirizzo dell'abitazione di Maura Attòlico ex moglie del fratello Christian situata in zona Città Studi. Aveva sei anni di meno e insegnava educazione fisica in una scuola privata, risultando convivente di un concessionario di automobili anch'egli separato.

La Attòlico non accolse con molta cordialità l'Ispettore Dogani recatosi per l'interrogatorio, quasi avesse premura di congedarlo, a dimostrazione di non aver molto da dichiarare circa la sua breve relazione col defunto Sig. Giorcelli della cui comunicazione del decesso non era poi parsa molto turbata, al limite dell'indifferenza, come se fosse rimasta vittima di chissà quale angheria da parte sua che non era riuscita a perdonargli.

Stefano Dogani, trentatre anni di Belluno, era uno dei più svegli e attenti collaboratori di Di Berardino da cui riceveva attestati di fiducia. Di presenza piacevole grazie anche alla sua altezza che superava di un bel po' il metro e ottanta, capelli biondi che portava alquanto lunghi, sprizzava una notevole comunicativa che gli facilitava l'acquisizione di informazioni.

“Intendiamoci” - disse ad un certo punto dell'interrogatorio la Signora al fine di chiarire bene il suo punto di vista e anticipare il poliziotto - “io non sono la moglie che esige il marito in casa sempre alla solita ora, che tanti passi fa lei, tanti ne fa lui, che gli telefona trenta volte al giorno divorata dalla gelosia. No: non sono proprio quel tipo di donna. Ho un'attività anche io, ho amicizie che coltivo molto volentieri e non sempre col mio attuale compagno; ma lui Christian era lontano anche quando era vicino, sempre preso dal lavoro, sempre sfuggente, spesso musone e...le confesso, neanche troppo passionale ma questo, mi permetta, sono fatti intimi che non ho il dovere di comunicare a nessuno, nemmeno alla Polizia.”

E pose un punto fermo come se sarebbe stata un'imperdonabile insolenza volerne sapere di più. Serrò pertanto le labbra in segno di deciso congedo da doversi considerare importunata se intrattenuta oltre su di un argomento per lei morto e sepolto al pari dell'ex marito e quando, sollevato da terra e messo in grembo il grazioso barboncino bianco aveva fatto strada al Dogani, questi comprese che non ne avrebbe cavato di più e che ogni ulteriore tentativo sarebbe risultato vano.

Era una giovane avvenente dai vaporosi capelli rosso tiziano, alta, magra, di aspetto sportivo, il tono della voce che teneva basso era però chiaro e perentorio e dai grandi occhi neri emanava uno sguardo penetrante e determinato. L'aspetto totale, oltre al suo idioletto, confermavano un temperamento tutt'altro che mite e remissivo che lei, fra l'altro, non aveva fatto nulla per nascondere al poliziotto.

°°°°°

Lo spettro del politico che aveva scortato e del suo comportamento sfuggente e arrogante pareva non concedere tregua al Commissario, quando l'amico Mammi (Mammi e non Mammì come erroneamente una volta era stato scritto in un remoto documento di consulenza), docente di semiologia che aveva anche egli collaborato per la Questura di Roma lo informò al termine della loro breve cordiale conversazione, dell'improvviso decesso per apparenti cause naturali andando così a completare e chiudere il cerchio di quella strana vicenda cui ancora non riusciva psicologicamente a staccarsi.

Non espresse particolari commenti, né l'amico si diffuse oltre, non perfettamente al corrente di quella peculiare storia, ma provò comunque una sensazione liberatoria sentendosi libero, quando e se avesse voluto, di approfondire le sue private convinzioni maturate durante il periodo benché  in un primo momento avesse giurato a se stesso di disinteressarsene del tutto anche e soprattutto perché esplicitamente invitato a farlo. Ma adesso, con la morte quasi contemporanea della vittima e del presunto assassino, era sciolto da qualsivoglia restrizione a scartabellare ogni documento avesse ritenuto necessario. Ricordava a Mammi la dinamica di quella morte misteriosa che aveva creato nella sua mente non poche perplessità quando ne era venuto a conoscenza proprio dall'amico Marco che avrebbe voluto a tutti i costi penetrare in quel recondito, riuscire a sapere o arrivarci da solo al perché il suo scortato avesse tenuto quel colloquio e in special modo cosa gli avesse fatto perdere le staffe.

Ma chi era stato poi il misterioso interlocutore? E soprattutto perché non gliene avevano fatto parola quando, in analoghe situazioni, non gli era stato nascosto il più piccolo particolare relativo ad ogni vicenda in cui fosse stato convocato a interessarsi? Nella ricostruzione di quel curioso avvenimento che quotidianamente e spontaneamente la sua testa analitica incessantemente rincorreva, non si lasciava sfuggire nulla, anche le minuzie apparentemente insignificanti e arrivò persino a pentirsi della richiesta di trasferimento visto poi come i fatti si sarebbero evoluti o involuti.

Qualche giorno dopo l'omicidio dell'interlocutore egli aveva ritentato un approccio con il portinaio, con gli inquilini e persino con l'amministratore dell'intero condominio ma parevano tutti concordi nell'ignorarne totalmente l'identità, quasi fosse piombato sulla terra lasciando così la situazione all'interno del mistero pù totale e sopravvivere la prima naturale versione che l'appartamento non fosse di sua proprietà bensì affittato per concedergli la possibilità d'incontri segreti o comunque d'ineffabile delicatezza. Seppe soltanto che si faceva chiamare Kurt Suckert, ma era chiaro trattarsi di un nome di comodo perché, tramite ricerche effettuate da lui personalmente e ad insaputa di tutti presso gli archivi della Dresden Polizei, appunto della città di Dresda di dove si diceva originario, non risultava la sua presenza e gli omonimi, oltre ad essere tranquillamente ancora in vita, non pareva avessero legàmi con lui e con l'accaduto. E poi...adottare proprio il nome reale di Curzio Malaparte, come Mammi gli aveva opportunamente fatto notare, che ineffabile curiosità letteraria!

Una lieve nebbia avvolgeva le prime ore mattutine mentre si recava al Commissariato con le mani infilate nelle tasche del soprabito indossato completamente sbottonato e con disinvoltura ad onta della bassa temperatura che sembrava non temere. Era solo e tranquillo fra sé meditando che, in compagnia di chi incontrava per la prima volta, non sarebbe stato risparmiato dall'ormai per lui consueto tormentone se soffrisse di pressione alta cui era oramai straabituato non facendovi neanche più caso, fornendo l'altrettanto consueta risposta di non ricordare. Aveva chiesto al Dogani di fare in modo di rintracciare Sara Vegliante per cercare di stabilire i rapporti fra lei e la vittima soprattutto sul suo ruolo all'interno della esistenza del Giorcelli.

Lo salutò al solito Mino il giornalaio dell'edicola poco distante dalla sua sede operativa, con l'usata eccessiva deferenza e acquistò la solita copia del Corriere che questi aveva già pronta e preparata come lo scorgeva in lontananza. Mino aveva sessant’anni e qualcosina in più ed era pescarese come lui, precisando di Torre de' Passeri, facendosene un curioso vanto per ragioni oscure, ma ogniqualvolta che il suo conterraneo interlocutore, anch'egli esule, gli nominava gente e posti di Pescara (gustosissimi pranzi a base di pesce da Guerrino compresi) una lieve smorfia del viso torceva i suoi corti baffetti ed un contemporaneo velo acquoso invadeva i suoi piccoli occhi azzurri porcellanati e sinceri, vigili del suo scarno volto. L'incontro che sempre si chiudeva con un caldo espresso consumato all'interno del piccolo bar dell'angolo, piegava anche l'altro cui il rigoroso abito professionale indossato, obbligava ad un contegno svelto, pragmatico, deciso, talora iconoclasta.

Mino non chiedeva; non si proiettava nell'abusato tormentone: era a conoscenza dell'insensibilità del Commissario alle basse temperature.

A metà del lungo corridoio Di Berardino si accorse di essere stato dardeggiato dal largo sorriso di un giovane dal volto glabro e dai capelli cortissimi dall'aspetto da militare in licenza e che non riconobbe immediatamente nonostante la sua mente allenata alla fisiognomica. Fu comunque sufficiente che l'altro si fosse presentato col nome e cognome: “Sono Flavio Gomirato” che realizzò sùbito trattarsi del portiere di notte del residence dove aveva soggiornato la nostra vittima.

“Avrei bisogno di parlarle; i suoi colleghi son stati gentili perché quando hanno sentito che intendevo parlare proprio con lei mi hanno accontentato.” - Esordì rispettosamente con una certa circospezione non sfuggita all'esperto poliziotto.

“Sono qua; parli pure ma cerchiamo di fare presto presto perché, come vede ci sono molte cose da fare...” ribatté pronto in quel suo comportamento che pencolava sempre fra sbrigativo e professionale facendo prendere il sopravvento ora all'una ora all'altra di entrambe le caratteristiche e concludendo con un cenno che invitava chi aveva di fronte ad accomodarsi.

“Dunque Commissario, non so se quanto sto per dire possa essere utile all'indagine...”

“Dica tutto senza problemi; valuterò io l'importanza delle sue affermazioni.”

L'altro si schiarì la voce:

“Non so se lei ci ha fatto caso, ma accanto alla mia postazione c'è un piccolo vano dove c'è una porta per accedere ad un magazzino e di fronte c'è il distributore delle bevande. Rientrando al mio posto dopo essermi recato alla macchinetta per prendere una piccola minerale, ho sentito un vociare, così mi sono affacciato senza essere visto e ho notato il povero Sig. Giorcelli che parlava molto animatamente con un signore che conosco di vista.”

“Scusi” - interruppe Di Berardino lievemente disorientato - “mi faccia capire: quando è successo il fatto che mi sta raccontando?”

“La notte prima dell'omicidio.”

“Ho capito: allora continui, ha visto questi due signori che stavano litigando...”

“Non direi proprio che litigavano; mi sembravano un po' nervosi e cercavano di tenere basso il tono della conversazione ma si capiva che non era proprio una conversazione amichevole.”

“Ha potuto cogliere qualche parola?”

“Il Giorcelli teneva in mano un dischetto da computer e lo agitava ripetendo frasi tipo ma adesso con questo non ci posso fare più niente!”

“E l'altro signore chi era? Ha detto che lo conosce.”

“È un tizio che lavora in un negozio di noleggio e vendita di materiale per computer in una strada laterale non lontana da qui.”

“Sa descriverlo?”

“Sì: sui quaranta, robusto, molto alto, più alto del Giorcelli già alto di suo. Capelli e baffi scuri.”

“E a che ora è accaduto tutto questo?”

“A mezzanotte e ventidue.” - Replicò pronto con una sicurezza che portò il Commissario a sorridere.

“E come fa a dirlo con questa certezza?”

“Perché quando sono rientrato dopo aver preso la bottiglia ho guardato attentamente l'ora sull'orologio a parete che abbiamo proprio sopra la bacheca delle chiavi delle stanze. Ho proprio quell'immagine stampata dinanzi agli occhi.”

“Sa quanto tempo è durato questo...alterco?”

“Mah...una ventina di minuti.”

“Come mai adesso non è più così sicuro circa l'ora?”

“Perché dopo essermi seduto ho iniziato a controllare alcune carte d'ufficio che mi hanno distratto e quando il Giorcelli è rientrato per chiedermi la sua chiave non era più tardi dell'una.”

“Era agitato quando le ha chiesto la chiave?”

“Non particolarmente; almeno così mi è sembrato.”

“Si ricorda se per caso li ha visti parlare insieme qualche altra volta?”

“No.”

Seguì una breve pausa.

“Signor Gomirato, se non ha altro da dichiarare la ringrazio e può andare.”

“Spero sia stato utile per le vostre indagini.”

“Certamente: valuterò con attenzione tutte le sue affermazioni.”

L'altro si alzò e uscì.

III

 

Si chiamavano Joshua Feigenbaum, Giorgio Stanghetti e Romeo Rubini i principali contatti professionali di Christian Giorcelli rilevati dai floppies: il primo dirigeva dall'Italia una importante stazione informatica statunitense, il secondo copriva il ruolo di Direttore Amministrativo di “Fratellanza Luminosa”,  un'associazione di stampo religioso e l'ultimo era un abile commercialista che, si diceva, curasse o avesse curato interessi di gente molto in vista in città e a quanti si era notato abbozzare un polemico ghigno appena nominato in certi ambienti falso chic, quasi che.

E dubbiosi restavano i volti degli esegeti di fronte a quei nomi: se approfondire, se lasciar perdere secondo l'opinione personale di qualcuno per cui, se implicati in losche attività nessuno mai compaia col nome e cognome. Il Vice Questore Dosi e il Sostituto Procuratore Dott.ssa Mascolo concordi a inviare qualcuno per una salutare capatina verso i suddetti solleticandoli, con opportune domande a scopo di mero accertamento, per poter escludere qualunque implicazione che avesse a che fare sia pur lontanamente con l'omicidio del Giorcelli. Figuravano loro. E quelli che non figuravano? Forse meno sospettabili soltanto per tale ragione? Per non essere stati indicati all'interno dell'archivio informatico del nostro?

Il Sig. Boldorini, il negoziante citato dal Gomirato, pareva intanto irreperibile: al “Desktop Sound” il luogo dove prestava la sua opera, non si era presentato da quasi due giorni senza aver lasciato alcuna giustificazione: spento il suo cellulare e lui come dileguato. Dogani venne a sapere che lavorava lì da sei mesi e mezzo e dimorava in Via Pratolungo al 4 in un piccolo appartamento fittatogli proprio dalla sorella del gestore del negozio con cui, si vociferava, avesse un mezzo traffico amoroso. Contava trentadue anni e, oltre a quello presunto, non risultavano ulteriori legàmi sentimentali. Nessuno lo aveva notato troppo in città, ma chi mostrava di saperne di più, aveva dichiarato che, da alcune indiscrezioni fatte cadere quasi per caso proprio dal Boldorini in persona, pare che svolgesse la propria vita privata in provincia, non ben identificato dove, e fosse lì soltanto per onorare il suo impegno lavorativo. Un puro episodio privo di significato quindi il diverbio col Giorcelli la notte prima che questi venisse freddato?

Da chi recarsi allora prima? Dallo Stanghetti, dal Rubini o dal Feigenbaum? Meglio da tutti e tre contemporaneamente: Di Berardino dal tycoon ebreo, Dogani dallo Stanghetti e uno da scegliere fra gli Ispettori Fattorusso, Lambiase o La Mantia da destinare al commercialista dei vip.

Poteva avere circa settant’anni (settantadue ne avrebbe rilevati il Dogani dai suoi documenti che fornivano ovviamente anche il suo nominativo Ennio Domizzi), non più alto di un metro e sessanta, minuto, scavato in volto, recava un paletot blue sull'avambraccio sinistro e indossava un giubbotto di stoffa azzurro chiaro chiuso da una zip su di una camicia celestino sbiadito e un paio di pantaloni tipo jeans molto alti in vita; nella destra teneva ben ferma e piegata la copia di un quotidiano come se ne temesse la sfuggita di mano. Entrò con passo legato e il continuo roteare dei suoi occhi marroni impauriti palesavano troppo che versasse in uno stato di profonda preoccupazione. Al diniego dei poliziotti alla sua richiesta di avere un colloquio privatissimo col Commissario, accompagnato però dall'offerta di un addetto alternativo, non lo aveva né convinto, né fatto desistere dal proposito manifestato.

Lo avevano fatto accomodare su di una sedia nel freddo corridoio invece che nella sala d'attesa davvero piccola di dimensioni e già occupata. Questionava molto col personale al fine di poter ottenere quanto richiesto e nessuno pareva farlo desistere: si mostrava deciso e agitato al tempo stesso. Per rabbonirlo gli servirono anche un caffè caldo dal distributore che non rifiutò ma che lo placò giusto per il breve tempo della sua assunzione, poi come un ostinato tormentone continuò a ripetere che voleva assolutamente essere ricevuto dal Di Berardino. Il contenuto delle sue dichiarazioni pareva di vitale importanza, una confessione che nascondeva chissà cosa di esplosivo. Sedeva impaziente osservandosi con attenzione il dorso delle mani come per valutarne la regolarità, ma facevano parte del bagaglio di gesti nervosi utili per dominarsi e attendere pazientemente il suo turno.

Piegato sopra le gambe il paletot e, sopra di esso al pari piegato, il quotidiano. Ogni tanto sbirciava l'ora dall'orologio al polso sinistro incurante di quello circolare molto hi-tech profilato di bianco sulla parete di fronte a dove sedeva.

°°°°°

L'ingegner Joshua Feigenbaum aveva il suo studio in zona centrale non lontano da via Larga e si scusò per la lunga attesa propinata al Commissario senza però sentire il dovere di specificarne le ragioni. Sessantatré anni, alto di statura, calvo, assai pingue di ventre, faticava ad incastrarsi fra i braccioli della poltrona di pelle dietro la scrivania. Esordì domandando, previo uno sguardo fra ironico e  diffidente, di quali servigi avesse bisogno un Funzionario di Pubblica Sicurezza. L'interrogato ribatté a sua volta in quale lingua si trovasse più a proprio agio per rispondere alle domande. Feigenbaum dichiarò con semplicità che per lui il nostro idioma non costituiva alcun problema, così causando un interno sospiro di sollievo da parte del poliziotto che non era e né amava definirsi un poliglotta, poté iniziare:

“Grazie anzitutto per aver accettato di esprimersi in italiano. Le chiedo come esordio se ha mai lavorato per lei il Sig. Christian Giorcelli.”

“Commissario...per la verità non ho sempre in mente i nomi dei miei collaboratori.”

A Di Berardino tali parole suonarono come una reticenza, per cui ammonì se stesso di esercitare l'arte della pazienza che non troppo il suo temperamento amava:

“Temo che siamo partiti male Ingegnere: in primo luogo penso che la sua stazione informatica non sia aperta  a tutti e frequentata da chiunque; in secondo luogo il Giorcelli svolgeva anche compiti piuttosto delicati per cui ritengo che chiunque l'abbia assunto, ne debba per forza serbare il ricordo; in terzo e ultimo luogo abbiamo per certo che la sua risposta non possa che essere positiva.”

“Giorcelli?” - Finse di ricordare in quel momento - “Sì, sì, Giorcelli, un programmatore. Già.”

“Conferma allora la sua collaborazione?”

“Sì, direi di sì”

“Quanto tempo fa e per quanto tempo?”

“Se lo sa meglio di me, la prego di dirlo e di non farmi perdere tempo inutilmente.”

“Mi piacerebbe sentirlo da lei.”

“D'accordo; ha lavorato per sei mesi, ma ormai è più di un anno che è andato via e che non ci sentiamo.”

“È andato via spontaneamente?”

“Aveva terminato il suo ciclo.”

“E un giudizio sul suo operato?”

“Positivo; era bravo, preciso, competente; non l'avrei assunto se non fosse stato così”

“Durante il periodo in cui ha lavorato per lei avete mai avuto screzi?”

Il voluminoso volto  dell'ingegnere si colorò di dubbio e si contrasse in una significativa smorfia:

“Mi scusi; l'ho informata di conoscere la vostra lingua, però devo ammettere di conoscerla bene, ma non proprio perfettamente. Cosa sono screzi?”

“Discussioni, liti...”

“No, con me mai.”

“E con gli altri collaboratori?”

“Non credo, o perlomeno non importanti altrimenti sarei venuto a saperlo. Anche se...”

“Anche se?”

“Era uno che lavorava bene ma voleva sempre aver ragione. Come dite voi in Italia? Testa dura!...” - Abbozzò qualcosa simile ad un ghigno.

“Il suo giudizio quindi è positivo.”

“Certamente.”

“Posso pensare che se lei ne avesse bisogno non avrebbe difficoltà a chiamarlo.”

“In teoria sì.”

“Perché non in pratica?”

“Perché non ho mai richiamato nessuno dei miei collaboratori.”

“Davvero?”

“Sì.”

“Per caso o per scelta?”

“Per scelta..” - Replicò asciutto e senza esitazioni.

“Posso chiederle perché?”

“Perché quello che affidiamo ai nostri programmatori, oltre ad essere un impegno diciamo tecnico, è anche molto delicato, per cui diventare troppo...come dite voi?...Ah sì, intimi, può essere molto rischioso.”

“Sia più preciso per favore...”

Feigenbaum sollevò a fatica la sua stazza e incrociò le braccia dietro la schiena. Sospirò e:

“Vede Commissario cercherò di spiegarmi con un esempio pratico per farle capire cosa intendo: ammettiamo che io ad un certo punto della mia attività, abbia bisogno di tre programmi A, B e C. Non affiderei l'installazione dei tre programmi ad una persona sola, ma anche se mi costasse di più, a tre esperti: il programma A lo affiderei al programmatore 1; il programma B al programmatore 2 e il programma C al programmatore 3. Poi il programmatore 4 s'impegnerà a sua volta ad unificare i tre programmi. Da quel momento nessuno dei quattro verrà più richiamato da me. Non è bello che i collaboratori s'inseriscano troppo all'interno dei programmi. Noi cerchiamo di studiarli proprio in modo di mantenere interdipendenza fra loro.”

“Lei sa meglio di me che non sempre tutto ciò è possibile.”

Il Poliziotto non aveva particolari motivi per sospettare di lui, si rendeva conto tuttavia che, nel caso si fosse presentata la necessità, incastrarlo sarebbe risultato tutt'altro che agevole.

L' ingegnere sospirò:

“Lo so; ma io cerco sempre di renderlo possibile e per questo sono capace di non dormire la notte.”

“Non ne dubito.”

“Per spiegarmi meglio le posso fare un esempio più semplice e molto italiano?”

“Certo.”

“A lei piace la pizza?”

“Sì; e a lei?”

“Anche a me, ma come vede non posso abusarne.” - E rivolse su di sé uno sguardo molto ironico.

“Ma voi ebrei non dovete mangiare kosher, kasher...come si dice?”

“Commissario, mi compiaccio che lei sia informato di faccende giudaiche, ma la pregherei, per favore, di non farmi divagare sulle particolari implicazioni gastronomico-religiose che per ora non sembra interessino il nostro incontro...”

“Dica, allora.”

“Come tutti sanno, per preparare la pizza ci vogliono la pasta innanzi tutto, poi il pomodoro e infine quella specie di cheese soffice...come lo chiamate?”

“Mozzarella?”

“Ah sì: mozzarella. Ecco, è come se io mi facessi portare da ognuno un ingrediente diverso, ma chi, per esempio, mi ha portato la pasta non sa che è mia intenzione preparare la pizza, né che due altre persone hanno portato ciascuno un ingrediente differente. Soltanto un quarto assemblerà tutto e soltanto allora si renderà conto che verrà fuori la pizza.”

“Ingegnoso!”

“Sono stato chiaro?”

“Chiarissimo.”

“Meno male.”

“È più di un anno dunque che non vede il Giorcelli.”

“Sì.”

“Ho notato che parlando di lui lei ha usato sempre il passato. Sa quindi che è stato ucciso.”

L'ingegnere dette in una risata questa volta piena:

“Commissario! Come lei sa bene io dirigo una stazione informatica per conto degli Stati Uniti d'America che si occupa anche di comunicazione; poi leggo i giornali come tutti e molto attentamente come pochi e vuole che mi sia sfuggita questa notizia?”

“Penso sia inutile che le chieda se si è fatto una idea di moventi e altro per l'omicidio...”

“I motivi di un omicidio possono essere centinaia, ma le premetto che se lei li ricercasse nel periodo in cui ha lavorato per me, starebbe perdendo tempo. Come le ho appena detto l'impegno chiesto ai programmatori è esclusivamente di tipo tecnico e molto molto asettico. È così che si dice?”

“E con questo?”

“Voglio dire che ciò che il Sig. Giorcelli avrebbe potuto captare dall'attività svolta qui da me, non sarebbe sufficiente a spiegare nulla a nessuno.”

“Però, mettiamo, qualcuno potrebbe aver cercato di saperne di più; lui ha dichiarato di non sapere, non è stato creduto ed è stato fatto fuori. Non è così?”

Feigenbaum allargò le braccia:

“Tutto può essere, ma...”

“Ma?”

“La dinamica dell'omicidio sembra una esecuzione.”

“E allora?”

“Devo spiegarlo a lei Commissario?”

“Cosa vuole dire?”

“Dico che secondo me l'esecuzione si addice molto di più nei confronti di qualcuno legato, per esempio, alla criminalità organizzata che abbia sbagliato in tutti i sensi trasgredendo magari un codice d'onore. Almeno io la vedo così. Ed ora, se vuole scusarmi, non posso più intrattenermi. Se mi vuole risentire fissiamo un appuntamento da concordare anche con i miei impegni, se non le dispiace.” - E fece l'atto di alzarsi.

“Si sieda Ingegnere la prego; un'ultima domanda.”

“Ma che sia davvero l'ultima...” - E nuovamente un semighigno gl'inondò il faccione sudato dai riflessi della sua lampada da tavolo.

“Quando abbiamo iniziato a parlare del Giorcelli e del suo lavoro lei ha dimostrato una lucidità in tutto: dall'individuazione della persona a quella di fatti e circostanze. Perché allora quando le ho chiesto se lo ricordava, ha finto una confusione mentale poi smentita nel prosieguo di tutte le successive descrizioni?”

“Ognuno ha la propria strategia!” – Nuovo ghigno sardonico.

“Non ha pensato invece che la sua reticenza avrebbe potuto attirare i nostri sospetti su di lei?”

“Alt Commissario; mantenga la promessa. Ha detto che sarebbe stata l'ultima domanda.” - E qui sorrise davvero senza reticenze.

E a Di Berardino toccò di tacere in atto rassegnato e conseguentemente alzarsi dalla sedia.

Dogani invece non fu fortunato perché lo Stanghetti era fuori sede per un impegno professionale e nel rientrare fu immediatamente investito dall'agente che per tutto quel tempo si era sobbarcato l'arduo compito di placare l'eccitatissimo avventore che per l'intera mattinata aveva parossisticamente chiesto del Commissario.

“Sono l'Ispettore Dogani” - si presentò - “eccomi a sua disposizione. Se vuole parlare con me va bene, se poi vuole proprio il Commissario dovrà aspettare fino a domani. Di più non posso dirle.”

Il tizio, dopo un lieve tentennamento, si fece precedere nella stanza dal poliziotto e appena seduto gli sottopose, poggiandolo bene sul ripiano della scrivania e stendendolo con la destra come per stirarlo, il quotidiano gelosamente custodito durante quelle ore di trepidazione.

“Legga!” - Quasi intimò indicando il trafiletto corredato di foto al Dogani che, sbigottito, iniziò mormorando lo scorrimento delle righe:

“ '...giovane maghrebino trovato impiccato all'interno di un capannone dismesso nei pressi della stazione di Lambrate'. “

L'Ispettore sollevò lo sguardo:

“Mi dispiace per lui...e allora?”

“Io so chi è!” - Affermò asciutto e deciso quasi con una solennità mista a costernazione e mistero.

“Lo conosce?”

“No.”

“Ma se ha appena detto di sapere chi è...”

“Volevo dire che non lo conosco personalmente.”

“Si spieghi allora, per favore, e mi dica perché la cosa dovrebbe interessarci.”

Si guardò intorno per assicurarsi che non vi fosse nessuno nei paraggi ad ascoltare; portò quindi il busto lievemente in avanti e abbassando il tono della voce con circospezione:

“È quello che ha ucciso quell'uomo che lavorava ai computer!”

“Vuol dire il Sig. Giorcelli?”

“Proprio lui!” - Replicò con fermezza e senza esitazioni.

“E lei come fa a saperlo?” - Domandò con lieve incredulità.

“L'ho visto.”

“Dove l'ha visto?”

“Ero lì, perbacco!” - Parve alterarsi.

“Ma lì dove?!”

“Lì sul luogo del delitto come dite voi! Non l'ha ancora capito?”

Dogani si dispose con pazienza:

“Allora, per favore, cominci da capo e non si agiti.”

Il Sig. Domizzi lo guardò con gli occhi sbarrati come se avesse affermato l'assurdo:

“Non mi àgito? Ho rischiato la pelle!”

“Si calmi e me lo racconti allora.”

“Passavo di là quella mattina e ho visto quel tizio scendere dall'auto e, come si è trovato di fronte il Sig. Giorcelli, ha sparato. Io ero lì a pochissima distanza: ci siamo quasi fissati negli occhi e lui, preso dalla paura, ha sparato verso di me che non so come non mi ha colpito poi, forse distratto da rumori o altro, è sùbito ripiombato nella macchina che non guidava lui ed è ripartito. Io, più morto che vivo, me la sono data a gambe che tremavo tutto! Poi, come ho visto ieri la foto sul giornale, non ho avuto dubbi.”

E il nettarsi il sudore col suo fazzoletto di stoffa prelevato dalla tasca posteriore era la chiara dimostrazione di quanto quella deposizione gli fosse costata.

“Ne è sicuro?” - Chiese Dogani.

“E lo mette in dubbio? Crede che sia venuto fin qui per raccontarle una fandonia?” - Ribatté piccato.

“Ma Signor...come ha detto che si chiama?...Mi son dimenticato di prendere le sue generalità.”

“Ennio Domizzi.”

“Mi favorisca i suoi documenti Sig. Domizzi.”

L'altro eseguì.

“Ha settantadue anni? Complimenti se li porta bene.”

“Grazie.”

“Dunque Signor Domizzi: perché non è venuto sùbito ad aiutare la Polizia con un identikit?”

“Ho avuto paura.”

Dogani emise un mezzo mugugno a bocca chiusa e riprese:

“Lo so: paura. Ma ci pensa se questo signore avesse ucciso ancòra? Lei col suo silenzio avrebbe potuto diventare involontario complice.”

“Lo so...”

“E allora? Cosa mi risponde?”

“L'essermi trovato ad incrociare lo sguardo con uno che aveva appena ucciso una persona a sangue freddo, le par poco?”

“D'accordo però,”

“A voialtri forse” - interruppe - “non fa né caldo e né freddo rischiare una pallottola ogni giorno, ma se permettete a me, contabile a riposo di una piccola impresa di costruzioni, qualche effetto me lo fa ancòra!”

Scese una pausa e poi Dogani a capo basso verso il ripiano della scrivania, gli si rivolse in modo più formale:

“E quell'uomo è la prima volta che lo vedeva?”

“Sì.”

“Conosceva il Giorcelli?”

“Mai visto prima nemmeno lui!”

“Si è deciso a parlare appena ha visto la foto?”

“Sì.”

“Ma soprattutto perché è morto.”

“Sì; soprattutto perché è morto.”

“Ha altro da aggiungere?”

“No; e non mi sembra poco!”

“Allora può andare ma si tenga a disposizione.”

“E non mi ringrazia nemmeno?” - Chiese permaloso.

“L'avrei fatto se avesse parlato sùbito.” - Replicò il poliziotto dopo una lieve esitazione.

“Se sapevo non parlavo nemmeno ora...” - Mugugnò sottovoce prima di alzarsi.

“Cosa ha detto?” - Gli chiese Dogani che in realtà aveva inteso benissimo.

“Niente...cose mie.” - E levando il braccio sinistro in segno di saluto lasciò la stanza sempre più borbottando e sempre più sottovoce, favorendo il prepotente ingresso di una signora obesa sui sessanta appoggiata ad un bastone non si sa se per coadiuvare l'obesità o una malformazione articolare. Dopo essersi qualificata come Annunziata Ravello, chiese in marcatissimo accento partenopeo di conferire con qualcuno, contestualmente dichiarando di aver riconosciuto anche lei nel Rashid l'assassino del Giorcelli con percentuale pari al 100% e di essersi per la paura nascosta dietro un cantone.

E poi una terza persona, Paolo Montorsi, giovane tecnico delle linee telefoniche, affermò di aver assistito alla terribile scena dietro i vetri della finestra della cucina di casa sua, dove stava sorseggiando il caffè prima di recarsi al lavoro e di essere rimasto pietrificato da ciò cui aveva assistito. Aggiunse di essersi astenuto dalla testimonianza perché totalmente ignaro della fisionomia dell'omicida, ma che però la foto apparsa sul quotidiano l'aveva prontamente illuminato.

Nessuno di loro aveva dunque proferito parola per la paura di essere identificato dal nord africano e diventare vittima di un'ineffabile crociata elimina-testimoni.

“Tre persone in simultanea allora” - principiò Di Berardino appresa dal collega la sconcertante notizia - “A meno che non siano tutti e tre ubriachi o messi d'accordo (e in questo momento non saprei francamente perché), possiamo ipotizzare seriamente che l'omicida sia questo Rashid. Non le pare Dogani?”

“Sì; direi di sì.”

“Però...sto pensando: perché un imbianchino senza fissa dimora dovrebbe avercela avuta tanto col Giorcelli?”

“Non credo possa entrarci molto la sua attività ai computer...”

“E perché no, Dogani? Metta che so...che lui navigando navigando aveva scoperto che questo Rashid era, tanto per fare un esempio, un pedofilo e aveva preso a ricattarlo?”

“Certo, può essere una possibilità.”

“E se l'attività d'imbianchino fosse stata una copertura?”

“Anche questo  potrebbe essere.”

Il Commissario restò assorto per qualche attimo:

“Allora vediamo: Giorcelli, sappiamo finora, che non bazzicava nell'ambiente della droga, né di quello della prostituzione e né del gioco d'azzardo.”

“Quasi un santo...”

“Come dice, Dogani?”

“Quasi un santo.”

“Non dica sciocchezze per favore!” - Intimò fra l'impaziente e lo scherzoso.

“Era un battuta.” - Si scusò.

“Si tenga le sue battute e si concentri sul mio ragionamento: che stavo dicendo?”

“Adesso sfugge anche a me...”

“Lo vede? Per stare ad ascoltare le sue battute spiritose ho perso il filo!”

L'immobilità del suo collaboratore, fece imbufalire ancòra di più il Commissario:

“Doga'; e si sforzi anche lei a ricordare; è lei che mi ha fatto perdere il filo!”

“Sono mortificato...”

“Non si mortifichi e pensi per favore!”

Poco dopo si riprese:

“Ah sì mi sono ricordato: se aspettavo lei avevo voglia!...Dunque stavo dicendo che se il nostro programmatore non giocava su terreni pericolosi, occorre fare altre ipotesi.”

“Non so, Commissario...magari c'entrano i soldi.”

“In che senso i soldi?”

“Un prestito. Ha chiesto un prestito e Giorcelli non gliel'ha voluto dare e allora gliel'ha fatta pagare. Oppure glielo aveva concesso, Rashid  non l'ha restituito nei tempi e nei modi pattuiti, lui ha minacciato di denunciarlo, hanno litigato e...”

“Certo è già un’ipotesi percorribile; non possiamo escluderla.”

“E per esempio la pista passionale non la convince Commissario?”

“Abbiamo pochissimi elementi per poterla sostenere...”

“Lei sa bene che i musulmani per certe cose sono intransigenti!!”

“Cosa vuole intendere Dogani?”

“Mah...mettiamo che il Giorcelli si era invaghito della sorella o della compagna del Rashid che magari era, mi scusi il termine, un figone come si dice dalle mie parti; quelle arabe meravigliose, mozzafiato, capelli neri, profumatissime, tutte curve, sa quelle che fanno la danza del ventre!...”

“Abbiamo capito benissimo Dogani, non c'è bisogno di esaltarsi e fare tante mosse con le mani come sta facendo e torniamo a parlare del caso.”

“E io del caso stavo parlando: lui si è invaghito di quella ragazza, l'altro l'ha saputo, non ha gradito ed è passato a vie di fatto. Sa come sono rigidi i musulmani per queste cose!...”

“Sì Dogani; l'ha appena detto.”

“E secondo lei non può essere?”

Di Berardino si fece più pensoso di prima:

“Non lo so...”

“E se tutto fosse legato all'attività del Rashid?”

“Nel senso?”

“Lui è imbianchino? Bè, magari ha svolto male il suo lavoro, hanno discusso, dalla discussione son passati al litigio e c'è scappato il morto.”

“A questo livello?”

“Lei sa meglio di me, Signor Commissario, che se è per questo siamo ad un livello ancora più basso!”

“Sì, ma un omicidio per una parete venuta male?!”

“No; semmai quel motivo è l'origine. Lui non ha voluto pagare, discussione e poi...”

“Sì, sì, tutto potrebbe essere “ - concesse il funzionario - “però ha ragione Feigenbaum: quella lì è stata una vera esecuzione e la dinamica di una esecuzione come quella fa pensare ad altro! Mafia? Terrorismo? Intrighi internazionali?”

“Quindi Rashid un sicario vuole dire?”

“Vede Dogani come capisce quando ragiona? Già; ma per chi e per che cosa?”

“Indagheremo anche su quello.”

“Certamente.”

“Però vede: mafia e terrorismo di solito tendono a rivendicare il reato e noi finora non abbiamo ricevuto alcuna comunicazione.”

“Invece che questo, escluderebbe uno sbaglio di persona?”

“Non si può escludere nulla e lei lo sa meglio di me; per ora non abbiamo elementi per pensarlo...”

“Io per primo non me ne meraviglierei; è successo purtroppo molte volte!”

“Questo sì....”

“Posso fare una riflessione Commissario?”

“E c'è bisogno di chiedermi il permesso?”

“Volevo dire che è curioso come l'aver scoperto l'autore di un delitto che è quasi sempre la soluzione di tutto, non esaurisca il caso per cui si sta indagando...”

“Infatti: qui per ora non si riesce a capire il movente. Lei che farebbe come prima cosa?”

“Attenderei quello che ci faranno sapere i colleghi che stanno seguendo il caso di questo suicidio e cercare così di sapere qualcosa in più su questo Rashid.”

“Sì.”

Seguì un lungo momento di assorto silenzio da parte dei poliziotti, rotto da Di Berardino:

“Ma perché un suicidio?”

“Un pentimento, forse...”

“Bè, non possiamo escludere neanche questo.”

“Anche qui non sarebbe la prima volta che accade.”

“Troppo comodo...”

“Come dice Commissario?”

“Dico troppo comodo commettere un omicidio brutale, a freddo e poi pentirsi.“

“Ma ha pagato con la sua vita però...”

La prego non mi faccia adesso De Amicis, per favore”

“È un suo amico?”

“Chi?!”

“Questo De Amicis che ha detto.”

“Ma allora oggi le va di fare lo spiritoso? Vada a farlo da Fattorusso che è spiritoso come lei.”

“Ma non stavo facendo lo spiritoso; chi è De Amicis?”

Di Berardino si alzò in piedi sùbito imitato da Dogani:

“Vabbè ne parliamo un'altra volta! Adesso aspettiamo quello che ci diranno i poliziotti di Lambrate che stanno indagando.”

“Speriamo in tempi brevi.”

Di Berardino si fece ancora più serio e assorto:

“Mi raccomando a lei Dogani: che il riconoscimento da parte di quei tre testimoni non esca di qui. Se va in pasto alla stampa siamo fritti e lei ha capìto perfettamente perché, ma se oggi le va di fare lo spiritoso e finge di non averlo capìto, glielo spiego io: se Rashid è veramente un sicario, il mandante dell'omicidio si regolerà di conseguenza e si metterà sulle difensive rendendoci tutto più difficile! Sono stato chiaro?”

“Perfettamente, Sig. Commissario.”

“Allora adesso possiamo anche andare.”

E uscirono dallo stanzone.

 

IV

 

Il Sig. Stanghetti intanto, raggiunto e interrogato dall'Ispettore La Mantia, confermò senza esitazioni i numerosi contatti professionali che l'associazione “Fratellanza Luminosa” per cui copriva il ruolo di Direttore Amministrativo, aveva in passato intrattenuto con il defunto Christian Giorcelli, come anche aveva fatto Suor Tea l'economa, una delle sue più strette collaboratrici. Di più: aveva mostrato, entusiasta e con abbondanza di particolari, le modifiche sostanziali da questi effettuate su tutta la rete di computer dei vari uffici, dichiarandosi pienamente soddisfatto del suo operato.

Quando poi gli fu chiesto un parere sull'omicidio rispose che non riusciva a spiegarselo, precisando nel contempo, di aver intrattenuto con lui rapporti esclusivamente professionali e assolutamente superficiali e che ignorava del tutto i fatti della sua vita privata, affermando inoltre  che non erano sorti in quel frangente elementi tali da far intendere il contrario; tuttavia si rese totalmente disponibile per le Forze dell'Ordine in qualunque momento si fosse ritenuto necessario.

Fu il dott. Rubini a gettare invece una prima ombra di quella che sembrava l'attività specchiata del Giorcelli: affermò difatti che anche lui, essendosi servito della sua competenza per l'installazione della sua rete informatica traendone grande beneficio, ebbe però una discussione quando lo scoprì a duplicare un floppy reattivo a numeri telefonici privati di personaggi politici e non, molto in vista nella città.

La risposta dell'interpellato di essersene servito a scopo dimostrativo come campione per i suoi futuri esercizi, non riuscì a convincere del tutto il commercialista che anzi, da quel momento, dichiarò di aver covato notevole diffidenza per lui e per il suo operato, più qualche riserva per il pregresso e stupì non poco che in tale frangente finì per serpeggiare insistente anche il nome dell'ineffabile Feygenbaum!

Di Berardino e Dogani, in compagnia di due agenti, stavano rovistando una scaffalatura in casa Antonioli, appositamente invitati dalla Sig.ra Gigliola, dopo che essa stessa aveva dichiarato di averla concessa in uso al fratello come libreria, dato il limitato spazio di questi all'interno del residence. L'Ispettore e gli agenti chiesero al Commissario le direttive da seguire per la perquisizione: se cioè fosse opportuno dedicarsi ad ogni libro in modo capillare ovvero procedere più velocemente a campione. Il Funzionario optò per la prima soluzione anche in considerazione del non elevatissimo numero degli stessi. Dispose di procedere nel modo seguente: prelevare il volume, scrollarlo per verificare la presenza di segnalibri, fogli, foto o quant'altro; ispezionare quindi attentamente i fogli di guardia per reperire eventuali dediche o altre frasi interessanti.

Gli argomenti dei volumi presenti non contraddicevano quelli repertati sulle mensole della stanza che il Giorcelli occupava al Neptune: testi di contenuto informatico, alternati a romanzi di letteratura anglosassone, ovvero inutili libriciattoli redatti dai numerosi ghost writers a sostegno dei vari pseudocomici televisivi nel tentativo di elevare a dignità letteraria i loro sciatti, scontati e talora volgari monologhi da piccolo schermo o da teatri riempiti da pubblico compiacente; ulteriore spia di un carattere pragmatico e diretto per cui la letteratura rappresentava un momento di superficiale relax contrapposto alla monotona operatività del quotidiano e non già attimo di ricerca interiore ed esteriore, curiosità di scoprire nuovi mondi o interesse per l'esplorazione di linguaggi innovativi, o estendere le proprie conoscenze in àmbiti, ad esempio, di erudizione filologica.

No: soltanto il disimpegno su pagine collaudate zeppe di temi alquanto scontati e prevedibili, atti a confermare quanto al nostro non fosse riservata una sorta di spirituale vita parallela densa di ineffabili peculiarità quando non di mistero e al Di Berardino, che pure non era un letterato, tutto ciò non era sfuggito.

La Sig.ra, pervasa da un profondissimo senso di nostalgia e di mestizia, mostrava al Commissario alcune foto di famiglia che la ritraevano insieme al fratello in uno dei momenti definiti rari e che raddoppiava l'insopportabile sensazione di tristezza in cui le compariva accanto, di cui era mancato  di un fratello maggiore, non necessariamente l'appoggio, bensì una certa periodica confidenza per potersi confrontare sui problemi del quotidiano.

 

“Guardi qui “ - mostrò una foto a colori benché sbiadita dai rovinosi tarli del tempo - “sulla spiaggia di Spotorno, giovanissimi entrambi...Infatti” - confermò appena girata l'immagine - “agosto 1993.”

E fu poi la volta di una immagine del suo matrimonio al termine del ricevimento in cui lui scherzosamente l'aveva sollevata da terra e successivamente tenuta in braccio, sganasciando dalla contentezza.

“Uno dei pochi momenti in cui l'ho visto completamente sereno di spirito.”- Commentò amaramente.

“Perché? Non lo era?”

“Forse lo era ma non lo manifestava; sempre serio, sorrideva poco.”

“Direbbe preoccupato?”

“No, preoccupato no. Serio, a volte scorbutico, silenzioso, gliel'ho già detto. Non mi sentivo appoggiata, protetta...”

“Pensava di averne bisogno?”

“Ognuno ha bisogno di un appoggio, di sentirsi vicino qualcuno con cui comunicare; specie se di famiglia. Fortunato chi sente di poterne fare a meno...” - Ora il suo pareva davvero un risentimento polemico e proseguì: - Eppoi non credo nei falsi sicuri di se stessi, quelli che dicono di non aver mai preso una fregatura, di avere sempre la soluzione per ogni problema e dopo che gli si racconta una propria disavventura affermano che a loro non sarebbe mai capitata! La sanno sempre più lunga! Prova però a aver bisogno di loro per un problemuccio; non sanno da che parte girarsi!...Che si vergognino!”

“Si riferisce a qualcuno in particolare?”

“Perché lei non ne conosce persone così? Ne è pieno il mondo!”

Di Berardino distribuiva intanto imparzialmente il suo attento sguardo ai lavoranti che incessantemente esaminavano libro per libro; si voltò poi di nuovo verso  la padrona di casa per riprendere il discorso:

“Sì, le caratteristiche di suo fratello non ce le ha mai nascoste e si sente quanto l'abbiano fatta soffrire. Non è così?”

“Sì.”

“È stata sua l'idea di riservargli la scaffalatura?”

“Sì; stavamo parlando un giorno di spazi dove riporre la roba così in generale e, parlando parlando, si è arrivati all'argomento e così è nata la mia proposta, di fronte alla sua evidente difficoltà di dove collocare i suoi libri. A parte il fatto che lì” - e indicò gli scaffali - “già c'erano i miei e i suoi delle superiori.”

“Ha accettato la sistemazione, oppure non vedeva l'ora di sgombrare?”

“Sembrava averla accettata. Se poi covasse in segreto la volontà di liberare lo spazio e portarli da qualche altra parte non lo so.”

“Commissario guardi per favore...” - gli si fece presso Dogani mostrandogli un segnalibro reperito all'interno di un volume, uno di quelli di forma verticale che su di un lato riproducono un'opera d'arte mentre il lato opposto è monocolore. Di Berardino scorse mentalmente alzando le sopracciglia, passandolo poi senza esitazioni a chi aveva vicino:

“Signora può leggere ad alta voce ciò che è scritto?”

“...'Mi auguro che questo progetto vada in porto per me, ma soprattutto per la mia adorata figlia Silvia'...”

“Non ha nulla da dirmi?” - Il poliziotto si fece perentorio.

“No...son allibita anche io...” - Rispose quasi balbettando.”

“Allora?” - Non abbandonò il tono perentorio.

“Le ripeto che sono stupita...”

“Parliamo parliamo del carattere di suo fratello, dei suoi modi asciutti, dei suoi mancati sorrisi, io che l'ascolto attentamente  cercare d'interpretare i suoi pensieri, le sue sensazioni e adesso vuol farmi credere di non sapere che aveva una figlia?” - Il suo tono si fece quasi sgarbato.

“Deve credermi: non lo sapevo!”

“E poi che si chiama Silvia come la sua se non sbaglio...” - Continuava risentito.

“Sembrerebbe di sì”

“Come sembrerebbe di sì? Silvia era per caso il nome di vostra madre?”

“No, è un nome che piaceva a me e a mio marito e basta, ma evidentemente piaceva anche a Christian...”

“Lei dunque continua a dichiarare di non saperne nulla...”

“Sì, certo.”

“E di conseguenza non saprà neanche quanti anni abbia, se sia ancora al mondo, chi possa essere sua madre...”

“Ovvio.”

“Non riesce a farsi una idea?”

“Commissario; a dieci secondi dalla lettura di una cosa così inusuale e sconvolgente, come può chiedermi se mi sono già fatta un'idea?!”

Di Berardino non rispose.

“Lei che è del mestiere se ne fatta una?”

“Non invertiamo le parti se non le dispiace, Signora” - Replicò ancora ruvidamente - “le domande siamo noi a farle!”

“E me le faccia allora...”

“Sembra che non abbia più nulla da dirmi sulla faccenda, lo sta dicendo da principio; non è così?”

“È così...a meno che...”

“A meno che?”

“Mio fratello, nonostante il suo brutto carattere, era molto legato a me e alla mia famiglia e voleva un gran bene a Silvia. Forse aveva progettato d'intestarle qualcosa.”

“Ma non le pare strano che usi il termine figlia? Non dico che avrebbe dovuto pedantemente scrivere nipote; sarebbe bastato scrivere soltanto 'la mia adorata Silvia', non le pare?”

“Questo è vero; non so cosa dirle Commissario.”

Di Berardino si congedò assieme al suo solerte séguito dando l'appuntamento alla Signora ad un paio di giorni più tardi allo scopo di portare a termine l'iniziata ispezione dei volumi già foriera del primo elemento di sorpresa inculcando nell'esperto poliziotto un indicibile dubbio se trattarsi del primo di una considerevole serie ovvero il primo e l'ultimo e magari totalmente slegato al clue dell'indagine che si presentava tortuosa.

Fu disposto per Dogani una salutare passeggiata verso Città Studi per farne parola alla Sig.ra Attòlico semmai fosse stata al corrente di quella misteriosa paternità, impegno ingrato dato l'imbarazzante glaciale comportamento della ex moglie del Giorcelli inadatta ad incoraggiare qualsiasi tipo di conversazione.

L'uomo dalla floscia berretta patchwork, intanto, li osservò mentre s'infilavano all'interno dell'auto di servizio, spinto dal proposito di avvicinarsi, ma finì per desistere.

°°°°°

Il Commissariato di Lambrate dichiarò anzitutto che a carico di Ahmed Rashid non risultava nulla; nulla all'infuori di una multa per schiamazzi notturni comminata a Roma alcuni anni prima, e, successivamente, che la sottoposizione della fotografia di Christian Giorcelli a tutto l'entourage, non aveva fatto sortire nulla di positivo: amici e semplici conoscenze avevano affermato infatti di non aver mai visto quell'uomo da solo o in compagnia del maghrebino, non contraddicendo la situazione diciamo generale poiché Lambrate non figurava dalle testimonianze, una delle mete più frequentate dal nostro installatore e Di Berardino, consultatosi con il Vicequestore Dosi, intese mettere di più l'accento sulle faccende private sue e del suo carnefice che, oltre ogni ragionevole dubbio, pareva essere stato Ahmed Rashid.

Da dove cominciare? Dai trascorsi amorosi del Giorcelli prima dell'incontro con Maura Attòlico, fidando ancora sulla brillante memoria della Sig.ra Gigliola? O tutto questo era troppo lontano per poterlo associare a quel terribile fatto recente? E se avesse avuto ragione il Dogani sul movente passionale? Christian Giorcelli aveva bassamente sedotto, con conseguente prova della colpa, una congiunta del Rashid (o comunque una persona a lui molto vicina) e lui gliela aveva fatta pagare!

Ma accanto a questo, un'altra inattesa notizia parve mutare ancora il quadro generale: Joshua Feigenbaum aveva subìto, una decina d'anni addietro, una denuncia per spionaggio industriale il cui epilogo risultava alquanto nebuloso: pare che si fosse concluso con un nulla di fatto grazie, secondo i maligni che non mancano mai durante valutazioni di questo tipo, ad un massiccio intervento della Comunità Ebraica, ma ciò che rinforzava le dichiarazioni rilasciate dal Dott. Rubini, il Giorcelli non sembrava assolutamente estraneo alla faccenda ma anzi, grazie ai suoi competenti interventi informatici, aveva consentito la penetrazione all'interno dei reconditi di ciò che si stava cercando di scoprire.

Poche e confuse notizie dunque in mano agli inquirenti: la iniziale coppia minima del tipo /cane/ /pane/ era andata pian piano neutralizzandosi trasformata da un improbabile rotacismo generativo del vocabolo /rane/.

Nel medesimo istante in cui Dogani stava per mettersi in contatto col direttore della stazione informatica statunitense, Di Berardino ricevette, inattesa, una telefonata dall'amico Mammi che lo informava, finalmente, su ciò che lui agognava da tempo: la certificazione, oltre ogni legittimo dubbio, della responsabilità dolosa del politico da lui scortato, relativa alla morte del presunto Kurt Suckert benché ancora nebuloso il movente, notizia che lo riempì di una ineffabile soddisfazione morale per la certezza di non essersi sbagliato fin da principio, infondendogli una sensazione di un nuovo respiro vitale, di una serenità sospesa da anni, unita però al rammarico di non essere riuscito a fargli pagare il dovuto debito con la giustizia. Percepiva nettamente da quel momento di essersi riappropriato di una rinnovata concentrazione che triplicò la sua intenzione di profondere un mai vacillante impegno nel caso presente.

Chiese pertanto all'amico, se ne avesse avuta la possibilità, di procurargli una soddisfazione personale come un passaggio attraverso i canali di comunicazione (radio, televisione, carta stampata) in cui egli avrebbe potuto comunicare pubblicamente i suoi sospetti da sempre covati verso il suo uomo e del conseguente ostacolo che proprio questi pose all'andamento dell'indagini, dal solerte Commissario giudicata come una indiscutibile manifestazione di colpevolezza.

Ma Dogani non era riuscito a parlare con Feigenbaum, bensì con una specie di segretaria così abbottonata, puntigliosa e severa che ad un certo stadio di quello strano pseudo colloquio pareva che le parti si fossero fastidiosamente invertite: lei il poliziotto pignolo e determinato a ottenere risposte precise e circostanziate, lui la segretaria a replicarle diligentemente. S'informò infatti del perché lo cercasse, del perché proprio in quel momento, se fosse la prima volta che si fosse interessato a lui, se davvero lo cercasse o si trattava di un errore di persona, se qualcun altro avesse potuto supplire alla sua temporanea assenza, se intendeva fissare un appuntamento e via di séguito con questo sfibrante copione, quasi che non si trattasse di un interrogatorio da parte delle Forze dell'Ordine, bensì della richiesta di un incontro formale soltanto per discorrere della sua ordinaria attività quotidiana; uno scambio di battute breve ma esasperante che avrebbe potuto avere il suo epilogo in un salutare invio a quel tal paese sconosciuto, se il ns. Ispettore non fosse esercitato alla pazienza e ad una professionale diplomazia.

 

V

 

Gli agenti fissi agli scaffali della libreria di casa Antonioli procedevano nei loro controlli degli interni dei libri appartenuti a Christian Giorcelli nel corso del secondo sopralluogo pattuito, lasciando il commissario ad intrattenersi ancòra con la paziente Sig.ra Gigliola sulle peculiarità del carattere del fratello nell'ovvio fine di cogliere particolari fondamentali al prosieguo dell'indagine.

“Signora” - le si rivolse per tentare una opportuna focalizzazione di tipo familiare - “quale è l'età dei suoi figli?”

“Michele ha dieci anni e Silvia quasi sei.”

Di Berardino fece un cenno d'intendimento e continuando a star seduto sul divano chinò il capo senza parlare come attratto da qualcosa che doveva trovarsi sul pavimento e, dopo una pausa alquanto lunga, proruppe nel suo abituale modo pragmatico e diretto, nuovamente rivolgendo lo sguardo a chi aveva di fronte:

“Mi dispiace di farle ricordare ora un fatto che lei invece vorrebbe forse dimenticare del tutto: a noi risulta che un anno e mezzo dopo la nascita di Michele, mese più mese meno, lei è stata sottoposta ad un delicato intervento chirurgico che l'ha resa sterile. Non è così?”

“Siete informati su tutto!...” - Ribatté con un amaro sorriso arrossendo lievemente.

“È il nostro mestiere, Signora.” - Replicò a sua volta asciutto il poliziotto.

“Già...”

“Allora: me lo conferma?”

“Lei già lo sa.”

“Voglio sentirlo da lei.”

“Sì, purtroppo.”

“Può allora spiegarmi la nascita di Silvia?”

“L'abbiamo adottata; ho sempre cercato una figlia femmina.”

“Ovvio adottata! Ma certo: adottata! Come non ci ho pensato? Smemorizzi allora la domanda banale. Piuttosto perché ce lo ha nascosto?”

“Io non ve l'ho nascosto.”

“Ma non lo ha detto.”

“Pensavo non fosse importante per le vostre indagini...”

Il commissario emise un profondo sospiro:

“Lo so; voialtri avete un modo di ragionare diverso da quello di noi poliziotti e forse è giusto che sia così perché sta a noi ragionare in modo a volte addirittura opposto! Ciò che a voi in buonafede può sembrare irrilevante o peggio inutile per una indagine, per noi può essere di fondamentale importanza. Anche nel caso presente saranno in molti ad escludere la sua colpevolezza per la parentela che la lega al defunto. Nessuno penserebbe mai che una sorella possa uccidere il fratello, soprattutto poi senza una apparente ragione. Noi invece non possiamo commettere questo che sarebbe un errore imperdonabile!”

“Sono fra i sospettati allora?” - Domandò la Signora con un delicato sorriso.

“Non sto dicendo questo! Voglio farle capire che alla Polizia non è consentito impostare il lavoro su preconcetti o considerazioni aprioristiche. Se pensassi che bastasse la sua condizione di congiunta del defunto per escludere la sua colpevolezza, depisterei da solo le indagini! Io devo escludere la sua colpevolezza dall'esame di fatti e circostanze concrete. Eppoi la letteratura e le leggende sono piene di fratricidi: Caino e Abele, Romolo e Remo...”

“Spero” - intervenne - “che queste prove di cui parla e che mi scagionerebbero, le abbia acquisite...”

Il Poliziotto abbozzò un vago sorriso, rivolgendosi presto ai suoi agenti intenti all'esame dei volumi allineati in libreria.

Rispondeva alla categoria “villette”  l'abitazione della Sig.ra Gigliola: il celeste sbiadito della facciata esterna invocava l'opportunità di una urgente imbiancatura, al contrario degli scuri verdi che mostravano invece una buona tenuta nel tempo. Veniva alla luce verso la fine della Via Marvetti, un viale non lunghissimo posto appena fuori del centro abitato vero e proprio; si direbbe in periferia sempreché abbia un senso tale denominazione riferendosi ad una città di ridotte dimensioni. Il viale, delimitato da alcuni filari di pioppi, era geometricamente ordinato contando un egual numero di costruzioni pressoché analoghe per ciascun lato della strada: abitazioni di altezza non superiore ai due piani tutto sommato ben tenute e fornite di box per ricovero auto e cancelletto d'ingresso ad interrompere le lunghe inferriate. Sofisticati sistemi di sicurezza installati da inquilini iperprevidenti, si alternavano ad intervalli irregolari a romantiche e variopinte targhe in ceramiche lucidissime a indicare la costante quanto improbabile presenza di minacciosi cerberi di varie specie.

In tale contesto Gigliola Giorcelli conduceva la sua tranquilla esistenza con il Sig. Antonioli, geometra presso un comune attiguo, e i due figli.

Il commissario si bloccò sull'uscio prima di congedarsi al termine della seconda fase dei controlli dei libri sugli scaffali, come preso da una idea apparentemente balenata lì sul momento:

“Signora, quale è il nome dell'istituto presso cui ha prelevato sua figlia Silvia per adottarla? Mi scusi il verbo forse improprio, ma non me ne viene adesso uno migliore.”

L'interrogata, spiazzata e un po' confusa rispose:

“...Non ricordo ora; è trascorso tanto tempo...”

“D'accordo; ma avrà comunque un documento da cui rilevarlo, no? La conservazione dei certificati d'adozione è fondamentale! Perdere uno di quelli non è come smarrire la garanzia di un ferro da stiro o di una macchinetta del caffè...”

“Ha ragione Commissario: l'ho conservato, ma ora non ricordo di preciso dove; se mi dà tempo glielo cerco e glielo faccio vedere.”

E si mosse per recarsi verso la stanza da letto, ma il poliziotto la fermò:

“No; non si preoccupi per ora. Quando e se avrò bisogno glielo farò sapere in tempo.”

E uscì trascinandosi i suoi collaboratori ormai provati dall'assolvimento del loro capillare còmpito.

°°°°°

L'indomani il signore dalla berretta patchwork si posizionò dinanzi al residence Neptune intorno alle 12.00 nel momento in cui il commissario, l'Ispettore Dogani e la Sig.ra Gigliola sortivano fuori dopo il sopralluogo nella stanza occupata da Christian Giorcelli per reperire ulteriori eventuali elementi rilevanti.

Fu Di Berardino il primo ad accorgersi della sua presenza:

“Mammi” - esclamò con meraviglia - “che ci fai a Milano?”

“Ci abito!” - rispose sorridente verso l'amico prima di scambiarsi un cordialissimo abbraccio.

“Non lo sapevo,”- ribatté il poliziotto - “dal castello di Lusuolo, a Londra, poi a Roma e ora a Milano, a dispetto della tua risaputa condotta stanziale!...”

“Le volte che ci siamo sentiti per telefono non è mai capitato il discorso.”

“Potevi dirmelo dal momento che mi sapevi benissimo qui a seguire questo caso!” - Affermò con aria di scherzoso rimprovero.

“Come vedi sono venuto a trovarti presentandomi davanti a te.”

“Approposito di presentazioni: qui con me ci sono il mio collaboratore, Ispettore Dogani, e la Sig.ra Gigliola Giorcelli, sorella del defunto Christian, vittima dell'omicidio a cui stiamo indagando. E il signore qui” - disse rivolgendosi a chi aveva accanto - “È il Prof. Mammi, carissimo amico, oltre che valido consulente.”

Seguì l'ovvio scambio di strette di mano e quando furono licenziati i presenti e rimase da solo con il suo fidato amico, Di Berardino poté ragguagliarlo al meglio sulle ultime evoluzioni (o involuzioni) del caso. Lo fece con capillare attenzione  senza occultargli alcun particolare, persino quelli apparentemente inconsistenti. Riuscì anche a sottoporgli la dichiarazione redatta dal Giorcelli sul retro del segnalibro per potergli far cogliere fra le pieghe dell'esposizione linguistica possibili elementi semantici utili a poter aprire una minuscola breccia in quel muro che pareva impenetrabile e poterne uscire indenni, dribblando il tragico epilogo occorso a Garou Garou.

Mammi dichiarò che concordava con  l'intuizione del Feygenbaum: la dinamica dell'omicidio faceva decisamente propendere per una esecuzione in piena regola; tuttavia anche a lui sfuggiva la relazione intercorrente fra il programmatore e l'imbianchino maghrebino e ammettere come causa di un omicidio così freddamente brutale una lite per un lavoro edile malriuscito, aveva davvero del grottesco, sempreché il mestiere esercitato dal Rashid non fosse invece una copertura ad un'attività illecita che avrebbe avuto a che fare forse con la droga, benché fino ad allora nulla fosse stato addebitato al Giorcelli in quella materia.

S'intrattennero ancòra sulla vecchia vicenda del politico scortato e l'omicidio del misterioso tedesco senza potersi soddisfare l'amarezza del commissario essendosi estinto il reato col decesso del suo sospettato, impedendogli di riaprire il caso e quanto volentieri egli lo avrebbe fatto  se soltanto avesse potuto intravvedere delle possibili connivenze con alcuni viventi gravitati nell'orbita del politico.

L'interessante e intensa conversazione si protrasse anche durante la cena che consumarono insieme presso un piccolo ristorante dalle parti di Corso Sempione.

Dogani riferì al suo superiore della Magda Minincleri che aveva appena incontrato a Portogruaro dove svolgeva l'attività di architetto. Alla domanda diretta se davvero potesse definirsi la compagna del Giorcelli, ella restò sul vago senza però negare un forte legame e  per quella consequenziale relativa ad una opinione personale sulle ragioni del delitto, dichiarò l'assoluta incomprensibilità di quel gesto.

L'ispettore relazionò altresì di alcuni rilievi bancari effettuati da cui risultavano svariati assegni di importo variabile fra i mille e i millecinquecento euro incassati da lei con una certa regolarità, emessi dalla Sig.ra Lucilla Montanari da un conto tenuto presso l'agenzia di una banca di Padova. Accanto ad essi ne figurava uno che destò l'attenzione del poliziotto perché firmato da Giorgio Stanghetti, il direttore amministrativo dell'associazione “Fratellanza luminosa”.

“Molto opportuno!” - Esclamò ironico Di Berardino - “occorrerà fare un salto dallo Stanghetti perché ho qui una copia di un assegno da lui emesso, intestato indovini un po' a chi?”

“A chi Commissario?”

“Ad Ahmed Rashid.”

“Il presunto omicida?”

“Proprio lui.”

“Che combinazione; suona quasi come una confessione!”

“Piano Dogani, non corriamo. Può darsi, come credo, che non significhi asolutamente nulla. Piuttosto: mi accompagna da lui?”

“Adesso?”

“E quando allora? Domani? Si svegli Ispettore bello....”

Giunsero presso la sede dell'associazione situata non lontana da Piazza Napoli, riuscendo ad incontrare lo Stanghetti dopo un'anticamera di una trentina di minuti. Si presentò avvolto in un gessato nero che pareva stirato al momento. Aggrottò le sopracciglia come per scrutare in un angolo buio alla vista dei poliziotti, facendo assumere al suo sguardo un aspetto di indiscussa diffidenza.

Dopo averli squadrati come se li vedesse per la prima volta, si accomodò sulla poltrona della sua stanza dietro la scrivania dinanzi alla quale erano già seduti Dogani e Di Berardino che iniziò venendo immediatamente al punto, rivolgendoglisi con una certa velocità, quasi precipitando le parole:

“Signor Stanghetti, quali sono i rapporti fra lei e il Signor Ahmed Rashid?”

“Può ripetere per favore?”

Il commissario si dispose con pazienza:

“Quali sono i rapporti fra lei e il Signor Ahmed Rashid?”

“Fra me e chi?”

“Fra lei e Ahmed Rashid.”

“Nessuno.” - Rispose asciutto l'interrogato.

“Nessuno?!”

“Certo.”

“Ne è sicuro?”

“Sì; non lo conosco, non so chi sia...”

“Ah no?”

“No.”

“Sig. Stanghetti, non credo che perché la sua associazione sia di stampo religioso riconosca del denaro a degli sconosciuti! Mi scusi la banale battuta, ma mi ci ha costretto...”

“Non è mia l'associazione.” - Precisò.

“Non stiamo a sottilizzare; ho detto sua nel senso che ci lavora e lei ha capito benissimo. Risponda alla domanda, se non le dispiace.”

“Ovvio che non riconosca denaro a sconosciuti.!”

“E allora se è così che sa dirmi di questo?” - Gli passò un foglio che aveva in mano.

“Che cosa è?”

“È la copia di un assegno di 10.000 € da lei emesso proprio in favore di Ahmed Rashid. Non è la sua firma quella?”

“Sì...”

“E allora? Insiste ancora a dire di non conoscerlo?”

“Non capisco...”- Mugugnò senza staccare gli occhi dalla fotocopia.

“E se non capisce lei si figuri noi!...”

“E chi sarebbe questo Rashid? Cosa farebbe?”

“È un imbianchino. Regolare senza fissa dimora.”

“Ah, adesso è tutto chiaro! Ora capisco!” - Reagì trionfante picchiando sul foglio con due dita.

“Faccia capire pure a noi.”

“Meno di un mese fa abbiamo avuto in questa sede i lavori di ristrutturazione e credo quindi che si tratti del pagamento del suo operato. Benedetti voialtri, con i vostri sospetti, le vostre insinuazioni...mi avete spaventato!”

“Perché dice 'credo' che si tratti? Usa firmare assegni senza sapere a chi sono intestati?”

“Tutt'altro!! Voglio dire che durante giornate così intense, col viavai degli operai e dei miei collaboratori che con frequenza mi sottoponevano assegni da firmare, dicendomi appunto che si trattava delle spese di ristrutturazione, possa essermi sfuggito qualcosa...”

“Capisco...”

“Mi dia una giornata di tempo in modo che io possa fare una ricognizione attenta anche con i collaboratori e con Suor Tea l'economa e potrò esserle più preciso.”

“Non si preoccupi, non c'è bisogno. Piuttosto: dal momento che lei ha appena dichiarato di non conoscere quell'uomo, immagino che non sappia che è deceduto.”

“Infatti.”

“È morto impiccato...”

“E io che ci posso fare?!”

“Glielo dicevo così per cronaca. Non l'ha letto sui giornali?”

“E si sa chi l'ha fatto fuori?”

“Pare si tratti di suicidio...”

“Mi dispiace.”

I poliziotti si alzarono per congedarsi e Di Berardino, come a ricordarsi di qualcosa venuta lì sul momento come suo costume:

“Mi scusi un'altra domanda Sig. Stanghetti: conosce la Sig.ra Magda Minincleri?”

L'interrogato incrociò le braccia a riflettere per qualche istante:

“Sì...deve essere una professionista, un architetto...sì, sì, proprio un architetto, ora ricordo. Ho avuto bisogno di lei e devo averle pagato una prestazione.”

“Proprio così” - E previa un'occhiata d'intesa dette l'ordine a Dogani di sventolargli in faccia la copia dell'assegno con cui l'interlocutore aveva dichiarato di aver pagato.

“Sì, sì, è proprio questo...”

“Grazie; mi permetta l'ultima domanda: conosce per caso anche la Sig.ra Lucilla Montanari?”

“No.” - Ribatté con sicurezza.

 

VI

 

Non pioveva benché il cielo avrebbe forse necessitato in quel frangente che un pesante volume d'acqua, rovesciandosi copioso sull'asfalto, avesse alleggerito quella incombente cappa di piombo fitta e sospesa che pareva toccare terra! La Signora Gigliola aveva perso il treno che la riconduceva presso la sua abitazione; provava freddo ma non fretta, per cui assecondò la sua determinazione di entrare in un caffè sulla Via Moscova dove transitava in quel momento, sognando l'attimo in cui, protetta da un morbido tepore, avrebbe beneficiato della possibilità di poggiare finalmente entrambe le mani attorno alla superficie di una bollente tazza di tè per scaldarsele, regalandosi così due servigi in uno. Nello scorgere, inatteso, il Prof. Mammi seduto dietro uno dei tavolini in un angolo remoto del locale, si bloccò repentinamente compiendo d'istinto un passo indietro pervasa dall'istantaneo dubbio se avvicinarsi ovvero mutare l'indirizzo del suo pellegrinaggio pomeridiano orientandosi verso un altro locale della zona, ma il sereno viso di lui assorto nella lettura di un libro di ridotte dimensioni qui e là rattoppato da impietose striscioline di un antico scotch, la incoraggiò a dirigere opportunamente il suo passo, notando spuntare da entrambe le orecchie del suo futuro probabile interlocutore, i sottili fili di un lettore mp3.

“Buonasera professore” - esordì parandogli innanzi e l'apostrofato, dopo alcuni attimi di lieve esitazione, serrò quasi di colpo il suo libriccino, si alzò in piedi porgendo la destra; si liberò con un deciso gesto di entrambi gli auricolari e invitò la signora ad accomodarsi.

“Mi scusi se non l'ho riconosciuta immediatamente, ma quando leggo e ascolto musica mi proietto letteralmente in un'altra dimensione. Non parliamo poi di quando il brano musicale è 'I'm gonna sit right down and write myself a letter' di Nat King Cole!...”

“Mi piace quello che ha detto e lo condivido” - ribatté lei appena preso posto - “coltivare passioni riconcilia con il mondo intero...”

L'altro sorrise: “Non lo dica a me; certo genere di passioni va difeso strenuamente perché parte di quei valori su cui nessuno ha il diritto di sindacare e nessuno può permettersi di privarcene. Sono valori nostri, valori che ci appartengono. È d'accordo?”

“E come non esserlo?”

“Non mi dica che è entrata qui per non consumare nulla; Le DEVO offrire qualche cosa!”

“Un tè grazie lo prendo volentieri: ho bisogno di scaldarmi.”

“Bene” - fece un cenno al cameriere di avvicinarsi - “Mi rincresce che non possa farle compagnia in questo senso” - e le indicò la tazzina di caffè vuota posta in esilio alla sua destra, per farle intendere la sua affermazione.

“E come mai si trova qui, è una abitueé di questo posto?” - Le domandò appena il cameriere si fu allontanato.

“Ho perso il treno per una commissione che si è prolungata più del previsto, ma non ho fretta e allora, siccome fuori fa più che freddo, voglio concedermi un po' di tepore e intimità davanti ad una tazza di tè, in un locale accogliente dal sapore antico, in insperata compagnia poi di una persona piacevole...” - E fece seguire un soave sorriso.

“Benché io sia più anziano di lei, sono stato appena messo in imbarazzo! Ma Kierkegaard lo diceva che si è diventati vecchi davvero quando non si riesce ad imparare più nulla da una giovine! Mi rinfranca quindi di non essere diventato vecchio. Intanto sono più giovine dell'amico Di Berardino!” - E dette in una convinta risata - “Ha fatto comunque bene a meritarsi questa sosta.”

“Sì; posso partire con più comodo, tanto la metro che mi porta alla stazione a qui a due passi e poi di treni per Pavia ne passano frequentemente.”

“Il discorso che abbiamo appena fatto: non si faccia mai fagocitare dallo stress e dalla ipervelocità e non si privi mai di questi piccoli piaceri, ma vedo che per fortuna già lo fa.”

Lei sorridendo abbassò leggermente lo sguardo.

“Glielo ripeto: non rinunci mai a concedersi queste soste salutari.”

“Mi fa piacere; sono affermazioni che aiutano ad andare avanti con convinzione.”

“È troppo saggia, signora...”

Gigliola dette in un profondo sospiro eloquente, mentre all'interno dei suoi occhi principiavano a girare alcune goccioline inequivocabili.

“Signora; sto notando, attimo dopo attimo la sua inquietudine. Vuol  dirmi qualcosa che la sta facendo soffrire?”

“L'ha capìto vero? Mi si legge in faccia ogni cosa. Professore, non è perché mi trovo qui con lei adesso; non sono un'opportunista, ma devo dirle che l'unica volta che ci siamo visti dinanzi al residence dove viveva il povero Christian, ho avuto immediatamente la certezza che lei fosse davvero una bravissima persona.”

“Lei mi sta lusingando e commuovendo ancòra e io non posso esserle che grato” - replicò previo un sincero sorriso. Il dipendente aveva intanto servito quanto ordinato e Mammi gli fece un piccolo cenno di trattenimento e si rivolse a chi aveva accanto:

“Gradisce anche qualche biscottino?”

“Grazie, sì.”

“Mi fa piacere che abbia accettato; ammiro la schiettezza. I troppi complimenti a volte complicano le cose...”

Lei sorrise e continuò da dove aveva terminato:

“Lei è una brava persona e so che posso fidarmi per cui le voglio parlare ora di un grosso peso che mi sto portando appresso da tanto tempo e che la morte di mio fratello ha ingigantito davvero a dismisura.”

“Non posso che restare lusingato dalle sue parole, glielo ripeto; dica pure liberamente e se posso aiutarla lo faccio più che volentieri.”

Gigliola si schiarì la voce più per assecondare un vezzo nervoso che per reale necessità.”

“Sono certa che il commissario le avrà illustrato il caso nei molti particolari. Non è così?”

L'altro fece un cenno affermativo.

“Le ha anche parlato, quindi, di un segnalibro dove mio fratello pareva intendere molto chiaramente dell'esistenza di una ipotetica figlia. Bene: gli ho mentito dicendo di non saperne nulla, mentre è tutto vero e questa storia mi sta coinvolgendo più di quanto non si possa immaginare! Christian ha davvero una figlia di nome Silvia e fin qui non c'è  nulla di strano; me lo confessò in preda all'agitazione un giorno di sei anni fa, dicendomi che assolutamente non intendeva rinunciare a lei, ma che non poteva tenerla per un problema grossissimo che doveva tenere  assolutamente segreto! Non volle dirmi chi fosse la madre; mi assicurò che l'avrebbe fatto in un secondo momento. Mi chiese di aiutarlo, di studiare un modo di occuparmi di sua figlia personalmente. Parlammo moltissimo, come lei può immaginare, finché non mi propose una soluzione che mi lasciò di sasso perché mi avrebbe posto in grande difficoltà: trovare il modo di farla figurare come mia figlia! Al tempo ero già sposata e avevo un bambino di quattro anni. Mi presi così un paio di giorni per riflettere, ma lui mi raccomandò di fare presto giurandomi che se avessi accettato si sarebbe occupato lui di ogni altra cosa per bene.”

Si fermò per concedersi una salutare sorsata di tè.

“Quando ritornò da me, come pattuito, gli tesi un piccolo tranello.”

“Che tranello?”

“Gli dissi a muso duro che avevo per certo che lui si era trovato la creatura fra le mani perché aveva ucciso la madre e occultato il cadavere, per cui non intendevo assolutamente rendermi complice di questo orribile misfatto. Gli dissi che non l'avrei denunciato ma non avrei tenuto sua figlia.”

“E quale fu la sua reazione?”

“Tragica e disperata! Mi giurò su ciò che di più caro aveva che non era vero, che lui non aveva fatto male a nessuno e che un giorno mi avrebbe spiegato tutto! Era mio fratello, era così accorato che, tanto io quanto mio marito, gli abbiamo creduto ed eccoci qui alle prese con questo enorme peso che adesso, con la sua improvvisa morte, è decuplicato perché tutto sta crollando addosso a me dopo quel gesto incosciente quanto vuole, ma generoso, di cuore!...”

La sua voce era per esser rotta dal pianto; Mammi le strinse la sinistra  appoggiata sul tavolino, mentre lei prelevò con la destra un fazzolettino dalla borsetta per soffiarsi il naso e proseguì:

“Il suo amico commissario sospetta e arriverà certamente alla verità perché è riuscito a scoprire che un anno e mezzo dopo la nascita di mio figlio ho subìto un intervento che mi ha resa sterile e così mi ha chiesto come mai di questa nuova maternità. Cosa potevo rispondergli? La cosa più ovvia; che l'avevo adottata e lui ha finto di credermi.”

“Finto?!”

“Sì; perché sùbito dopo ha preteso che gli mostrassi il certificato di adozione reale che io non sarò mai in grado di procurargli!”

“Già...” - Sospirò Mammi.

“Lei ne è al corrente?”

“Non ancora, ma certamente me ne parlerà.”

“Ovvio: lo riterrà fondamentale per l'indagine!”

“Mi dica signora, la piccola Silvia sa che lei non è la sua mamma?”

“Ho cercato di farglielo capire fin da quando ha l'uso di ragione, però le ho detto che se qualcuno mi vede con lei deve dire che lo sono. Gli ho anche detto che quando crescerà le spiegherò tutto.”

“E non sa della morte di suo padre?”

“No.”

“E cosa sa?”

“Che viaggia, che è all'estero...insomma le solite balle che i grandi s'inventano in casi pietosi come questo. Anche se poi è vero che Christian ha sempre viaggiato per lavoro.”

La pausa fra di loro fu piuttosto lunga: il professore, toccato dalla vicenda azzardò con pacatezza:

“Lei naturalmente vorrebbe che questa sua confessione non uscisse fuori di qui...”

“Al contrario professore. Vorrei invece pregarla di riferire al commissario perché prima o poi ci arriverà. È un bravissimo professionista e non gli sarà difficile. Io non me la sento di dirglielo spontaneamente; è una persona che mi mette parecchio in soggezione, come uomo e come poliziotto.”

Mammi sorrise:

“No; Marco è ruvido sì e deve mostrarsi fermo e a tratti addirittura burbero, più burbero di quello che non è; la sua professione non può tollerare l'infrazione della legge, ma è sensibile e di animo buono, mi creda.”

Gigliola non poté trattenere una smorfia dubbiosa che causò all'interlocutore una gustosa risata:

“È cosi” - ribadì - “si fidi. Sono comunque disposto a rivelare quello che mi ha detto, ma in séguito, come lei sa, dovrà confermarla come deposizione utile per l'indagine, con tanto di firma.”

“Lo so...cosa accadrà ora?” - Il suo volto appena rilassato aveva ripreso una maschera di cupezza e di smarrimento.

“Non pensi a questo, per ora. Le prometto che mi occuperò personalmente per aiutarla in questa, diciamo, adozione particolare...perché in fondo di adozione si tratta. E chi meglio della sorella di suo padre potrebbe trattare la bambina? Ma adesso il problema più urgente è scoprire chi ha commesso quell'ignobile omicidio e perché.”

“Ha ragione. Assassini. Devono pagarla!”

“Pensa che dietro il delitto possa esserci la faccenda che mi ha appena riferito? Non so, la madre rivoleva Sivia, lui ha dichiarato che non poteva farlo, hanno litigato e lei l'ha ucciso o fatto uccidere?”

Gigliola allargò significativamente le braccia.

“E chi lo sa...potrebbe anche essere.”

“A che ora ha detto che deve partire?”

“Non ho un orario preciso: avevo pensato di poter stare a casa per l'ora di cena. Ora sono le diciotto...partirò col primo treno utile.”

“Mi scusi un momento, per favore.”

Affondò la destra nella tasca del pesante cappotto semipiegato sulla sedia alla sua destra e prelevò il cellulare. Formulò un numero e attese la comunicazione:

“Ciao; sì, sono lo zio. Tutto bene?...Puoi passare di qui per favore?...Sì, al solito caffè in Moscova, c'è qui un'amica che deve andare a Pavia, puoi accompagnarla? Quando?...Fra venti minuti?...Grazie, allora ti aspetto. A dopo. Ciao.”

“Ma che cosa ha fatto?”

“Era mia nipote che, per combinazione non solo si trova a Milano, ma stasera deve trovarsi a Pavia. Quale migliore occasione?” - Sorrise.

“Lei è gentile, ma...sua nipote?”

“Che problema c'è? Mica deve portarla sulle spalle! Eppoi viaggiare in compagnia specie quando imbrunisce è piacevole, no?”

“Grazie, professore!” - Osservò una pausa - “Vede, gran parte di noi donne ha una grande qualità: l'istinto. Certe cose le avvertiamo, come dire? Dentro; diciamo 'a pelle', sùbito. E di lei, come le ho detto, ho avuto immediatamente l'impressione che fosse una persona di cui ci si poteva fidare e me lo sta dimostrando attimo dopo attimo, non posso che ringraziarla!”

“Non mi ringrazi; se non si sfruttano a che servono le combinazioni?”

°°°°°

Ma la notizia sensazionale che prima o poi sarebbe stato lecito attendersi durante le febbrili giornate di quella difficile indagine, non tardò a presentarsi. L'Architetto Magda Minincleri si recò spontaneamente presso le Forze dell'Ordine per consegnare il portatile che il suo compagno aveva lasciato presso la sua abitazione di Portogruaro dove aveva soggiornato appena due giorni prima di venire assassinato, ma non per occultarlo; si era trattato più verosimilmente di una semplice dimenticanza da lui portata a conoscenza tramite un sms inviatole in cui affermava che sarebbe passato quanto prima a riprenderselo.

Non ci volle un esame particolarmente lungo durante l'ispezione del pc per reperire qualcosa di veramente scottante nel serbatoio “outlook”.

In una lunga email un tizio, che pareva dal tono essere molto in confidenza con il suo interlocutore, lo pregava di adoperarsi per trasferire e in fretta alcuni suoi dati riservati presso una memoria protetta in modo che nessuno potesse mai accedervi.

A séguito di questo preambolo di natura esclusivamente tecnica, mutava registro affermando di sentirsi in pericolo per essersi rifiutato di assecondare le pressioni a lui rivolte per utilizzare i fondi “Kunratt & Dietermann” di cui era promotore, per ripulire soldi servìti per azioni a dir poco illecite. Disse inoltre che colui da cui tale proposta aveva ricevuto, lo teneva in pugno perché da lui era stato salvato anni prima da qualcosa che la lettera non specificava. Incerto pertanto se si trattasse di un salvataggio di natura professionale ovvero di salute o altro, ma assolutamente egli si era mostrato fermo nell'intenzione di non “sporcare” quei fondi.

Ma dove verteva la sensazionalità della notizia? Sul fatto che fosse redatta in lingua tedesca (fu convocato allo scopo un qualificato traduttore) e che l'estensore fosse nientedimeno che il Sig. Kurt Suckert il quale, per non nominare apertamente il pretendente del riciclo dei soldi, ne segnalò le iniziali che corrispondevano inequivocabilmente al politico scortato dal Commissario Di Berardino!

E benché la email non chiarisse l'intero sviluppo della storia, faceva emergere la non secondaria possibilità d'individuare alcune connessioni fra l'attività del povero Giorcelli e quella sporca vicenda che tanto aveva intrattenuto il poliziotto cui parve incredibile che l'indagine a cui era stato chiamato, lo avesse potuto collegare ai suoi trascorsi al punto da non poter escludere che la mano che aveva eliminato il tedesco fosse la medesima dell'omicidio del nostro istallatore!

Ora diveniva totalmente possibile immaginare che, dietro l'innocuo mestiere del Rashid, se ne potesse nascondere invece uno esercitato da un pericoloso killer professionista al soldo del miglior offerente.

Ma una delle maggiori difficoltà risiedeva nel fatto che a Lambrate i vicini e i presunti conoscenti del maghrebino non sembravano aver stretto rapporti particolarmente intimi con lui, nessuno mostrava di sapere molto della sua vita; interrogati dalla polizia locale ostentavano volti indifferenti o semiespressivi, “palleggiandoselo” l'un l'altro quasi sentissero parlare di un intruso, un individuo con cui scambiare un semplice saluto e nulla più: non uno di loro, insomma, come accade fra conterranei viventi in territorio straniero che tendono ad una intensa e ferrea aggregazione, bensì una persona da cui prendere opportunamente le distanze alimentando il sospetto che conoscessero assai bene la sua seconda attività da tenere nascosta e che omertosamente  a loro volta parevano ignorare.

Di Berardino, alla luce di questi nuovi interessanti sviluppi, ordinò immediatamente di convocare il Dott. Rubini per domandargli se conoscesse o no il Suckert inaspettatamente assurto a personaggio chiave di quello che si stava rivelando un intrichio sempre più imbrogliato. Ma il suo fidato Dogani fece ancora di più: rammentò al suo superiore che i colleghi di Lambrate avevano dichiarato che al Rashid alcuni anni prima era stata comminata una contravvenzione per schiamazzi notturni mentre si trovava a Roma.

“E allora?” - Fece Di Berardino evidentemente soprappensiero.

“E allora Commissario, se il Rashid si trovava a Roma nei giorni in cui il tedesco è stato ucciso, il gioco è fatto! Il responsabile dell'omicidio Giorcelli è lo stesso: saputo che Giorcelli avrebbe  aiutato il Suckert, ha ordinato di far fuori prima l'uno e poi l'altro, servendosi di Rashid come sicario. Non importa se sono passati alcuni anni fra i due omicidi...”

“Dogani ma lei è un genio!”

“Se voglio farle le scarpe dovrò pur darmi da fare!”

Ne sorrisero insieme e poi fu deciso di mettersi in contatto con il Commissariato di Lambrate per poter verificare l'eventuale concomitanza di date:

“Però se le date non coincidono” - concluse con lieve amarezza - “siamo punto e daccapo!”

Il primo effetto della garantita e incondizionata collaborazione da Lambrate non fu positivo perché dagli scambi d'informazioni con Roma non risultava il documento sulla sanzione a nome del Rashid complicando ulteriormente la faccenda e in special modo alimentava la compromissione delle ferree convinzioni del Di Berardino sul nesso, per lui fin troppo evidente, dell'imbianchino con i due omicidi confermandosi sempre più nella sua identità di killer professionista, non riuscendo a escludere nemmeno il muro di omertà degli altri suoi conterranei più o meno residenti nella zona di Lambrate a coprire eventuali ulteriori misfatti di cui si sarebbe macchiato il nostro, fino all'ipotesi di una possibile totale complicità, avallata dal loro comportamento sfuggente.

Ad interrompere le sue elucubrazioni sempre più incrollabilmente convinte fu l'energica bussata alla porta da parte del Sig. Romeo Rubini appositamente convocato.

Alto, scuro di abito e di capelli ricci che portava molto corti, mascella sul quadrato e sguardo vivace, si avvicinò alla scrivania con una disinvoltura che avallava il suo portamento dinamico che lo conduceva a volgere frequentemente il suo sguardo verso l'orologio al polso sinistro proprio come coloro che ostentino molta fretta ed ogni minima sosta sulla tabella di marcia causi una incontenibile impazienza.

Mostràti i documenti al Commissario, questi gli indicò la sedia di fronte a lui:

“Lei è Romeo Rubini nato a Parma il 16 luglio 1968, abitante a Milano in via Cinque Torri al 34?”

“Se non ho preso i documenti di un altro...”

Di Berardino gli rivolse uno sguardo severo.

“Lei esercita l'attività di commercialista, vero?”

L'interrogato fece con la testa un cenno affermativo.

“A dire di molti lei cura gli interessi di personaggi molto in vista a Milano e non solo.”

“Vedo che le notizie vòlano veloci come il Concorde...”- Ribatté nel tono ironico precedentemente usato che indispettì ancòra di più il commissario:

“È già la seconda volta che fa lo spiritoso, le ricordo che qui non siamo al cabaret; la invito a rispondere alle domande in modo asciutto, serio e senza commenti se non le dispiace. Le rifaccio la domanda: cura gli interessi di personaggi molto in vista a Milano e non solo?”

“Sì; qualcuno sì, ma non moltissimi come si esagera in giro.”

“Vive mai situazioni spiacevoli con i suoi clienti?”

“Nel senso?”

“Scelga lei.”

“I miei rapporti professionali sono come tutti i rapporti professionali; possono avere momenti in cui tutto fila liscio ed altri in cui ci possono essere delle incomprensioni, fa parte del gioco, si dice. Se poi vuol sapere se sono stato minacciato da qualche cliente dopo avergli mostrato la parcella, le rispondo sùbito di no.”

“Come corre, Sig. Rubini! Le ho parlato di minacce forse?”

“No, ma meglio mettere le mani avanti; con voialtri non si sa mai...”

“Ha avuto in passato qualche problemino con la giustizia per caso?”

“No, perché?”

“Perché da come parla...voialtri, mettere le mani avanti, parrebbe di sì.”

“No; è perché avete sempre quell'atteggiamento serpeggiante, insidioso, che riuscireste a mettere in difficoltà anche Madre Teresa di Calcutta!”

Di Berardino preferì sorvolare su quel lazzo:

“Sappiamo che lei ha conosciuto il defunto Sig. Giorcelli. Lo conferma?”

“Sì, ho avuto con lui normali rapporti professionali ma non l'ho ucciso se è questo che volete sapere.”

“Non c'è che dire, continua a correre eh? La sto accusando di omicidio per caso?”

“No.”

“E allora procediamo per gradi. Le ha installato il pc?”

“Sì, quello del mio studio.”

“È filato tutto liscio?”

“Direi di sì; anzi ricordo che durante la mattinata ho dovuto assentarmi per una buona mezzora, lasciandolo da solo alle prese con il mio apparato elettronico.”

“Nessun altro sorvegliava?”

“Nella mia stanza?”

“Sì.”

“Nella mia stanza non c'era nessuno, ma in quella accanto i miei due collaboratori.”

“Cui lei ha raccomandato di dare un'occhiata al Giorcelli...”

“No; ho semplicemente avvertito che mi assentavo e che se lui avesse avuto necessità di qualcosa, ho chiesto di rendersi disponibili.”

“Quanti giorni ci sono voluti per l'installazione?”

“Per l'installazione qualche ora; poi, per il recupero e il carico dei dati, ha dovuto prolungare l'impegno.”

“Il giorno dopo?”

“No; dopo un paio di giorni perché era impegnato altrove.”

“Quanto tempo ha richiesto l'altra manovra?”

Rubini si fermò un attimo a riflettere; prese poi il labbro inferiore con due dita:

“Una giornata.”

“Ha appena dichiarato che fra voi due è filato tutto liscio, ma a noi risulta invece il contrario.”

“Mente chi l'ha detto!” - Ribatté con ostentata sicurezza.

“E allora ha mentito lei.”

“Come sarebbe?!”

“Lei ha affermato di essersi turbato per averlo scoperto a duplicare dei floppy su cui erano segnati gli indirizzi di alcuni personaggi in vista a Milano, presumibilmente suoi clienti.”

“Sì è vero” - cercò di sminuire - “ma è acqua passata...”

“Ed ha anche affermato che in questa sorta di...piccolo spionaggio, diciamo così, era implicato l'Ingegner Joshua Feygenbaum.”

“Sì, ma non so di preciso quale sia stato il suo ruolo; so soltanto che è stata la Comunità Ebraica ad evitargli un brutto quarto d'ora. E approposito di ore” - s'impennò il commercialista - “la pregherei di far presto perché non ho tanto tempo a disposizione; sono un libero professionista e per me il tempo conta, ogni minuto che perdo può influire sulla mia condizione economica. Non sono un parassita come molti dipendenti pubblici che hanno il rubinetto aperto comunque: lavòrino o non lavòrino!”

“Signor Rubini,” - intervenne severo il poliziotto - “lei sta diventando insolente e se non la smette la faccio arrestare per oltraggio! Io l'ho convocata per uno scopo preciso: di far luce su di un omicidio e per la giustizia far luce su di un omicidio è di fondamentale importanza e le testimonianze di ognuno possono risultare determinanti. Non mi posso quindi preoccupare se il suo tassametro non segna! Se non le dispiace continui a rispondere alle mie domande. La faccio riflettere sul fatto che una persona di sua conoscenza è stata assassinata a sangue freddo con un colpo di pistola mentre si recava al lavoro e a quanto mi risulta era proprio da lei che si stava recando!”

“Devo allora considerarmi fra i sospettati? Se è così esigo di telefonare al mio avvocato.”

“Non si tratta di essere sospettato. Io ho il dovere morale e professionale di fare chiarezza sugli eventi delittuosi e non posso tollerare né la falsa testimonianza e né la reticenza! Devo interrogare tutti quelli che, per una ragione o per l'altra, hanno avuto a che fare con la vittima e queste non sono certo delle novità sensazionali.”

Rubini tacque in atto rassegnato permettendo al Commissario di proseguire:

“Si armi di pazienza e risponda, per favore. Dunque: dove eravamo rimasti? Ah sì, la storia della duplica del floppy. Le stavo dicendo che lei ha mentito perché da ciò che abbiamo trovato scritto dal Giorcelli sul suo pc, è lei che si è appropriato di quegli indirizzi e quei numeri e non viceversa!”

“È falso!”

“Senta, non mi faccia perdere tempo che è meglio per me e per il suo tassametro. Perché ha accusato il Giorcelli?”

Rubini non se la sentì più di negare:

“Così...per sviare. Quei numeri potevano servirmi.”

“Sicuro! Il Giorcelli è venuto a saperlo, voleva indietro il floppy copiato, lei non glielo ha voluto restituire, avete litigato e lei l'ha fatto fuori.”

“Non dica enormità, la prego.”

“Allora se le cose non stanno così, lei invece ha pensato bene di far credere che quei numeri trovati sul floppy li avrebbe copiati dal suo computer e lei l'ha accusato perché lui non avrebbe avuto più la possibilità di controbattere. Non è così?”

“Sì, è così...”

“Veniamo ad altro.” - Riprese Di Berardino dopo una lunga pausa - ”Conosce per caso un certo Sig. Kurt Suckert?”

“No.” - Rispose dopo una non breve riflessione - “O meglio: per lavoro incontro un mucchio di persone e se in mezzo a queste ci sia stato anche questo Suckert non lo so. Quello che è certo è che nessuno me l'ha presentato, il suo nome non mi dice nulla. Chi sarebbe? Qualcuno che afferma di conoscermi?”

“Cosa importa se ha detto di non conoscerlo?”

“Già.”

“Conosce allora un certo Sig. Ahmed Rashid?”

“No.”

“Ne è sicuro?”

“Sicurissimo: neanche il suo nome mi dice nulla.”

 

VII

 

Quasi furibondo Di Berardino convocò a rapporto i suoi più diretti collaboratori Dogani, Fattorusso e La Mantia che si scambiarono immediatamente occhiate d'intesa, intuìta la gravità del momento. Lo trovarono difatti seduto dietro la sua scrivania con una sigaretta spenta fra le labbra, certamente deprecando fra sé quanto avversasse quella inflessibile norma che non consentiva più di fumare nei locali chiusi. Si era fatto convincere da un amico fumatore pentito di provare l'ultimo ritrovato a livello tecnologico: quella sigaretta elettronica di cui invece egli ricavò un'esperienza rabbiosa e negativa da confinarla con ostentazione sul fondo del suo cestino di dotazione, perché sentiva morbosamente che nulla poteva sostituire l'impareggiabile piacere che l'insulso cilindretto confezionato con carta e tabacco gli regalava specie nei momenti di nervosismo. Si può dire in quel momento lui non stesse fumando, ma le sue narici e tutto il resto sì!

I suoi si stavano perfettamente rendendo conto di quanto dovessero supplire e sopportare perché alleviassero, con ineffabili slanci d'indiscussa professionalità, la temporanea carenza della sigaretta del capo.

Si era trattato di aver subìto una lavata di testa da parte del Vicequestore assai indispettito perché andava domandando, prima a se stesso e poi a chi aveva avuto a taglio in quel frangente, perché mai, avendo ben tre testimoni riconosciuto nel Rashid l'omicida del Giorcelli, i poliziotti andassero invece dedicando la loro attenzione ad altri personaggi, anziché convogliare opportunamente il loro orientamento su gente e circostanze assai più vicine all'imbianchino africano. Tuonò che fosse una imperdonabile leggerezza evitare di dirigere la lente d'ingrandimento nella sfera prossima del Rashid e che anche un commissario alle prime armi ci sarebbe arrivato! Non solo: era la principale cosa a cui si fosse dedicato e quando Di Berardino provò a dichiarare che interessare il Commissariato di Lambrate era stato infondo il primo passo di cui si era incaricato appena dopo le testimonianze accusatorie, controbatté che se non avevano sortito gli effetti naturalmente auspicabili, non erano state fatte a dovere, che ci sarebbero volute maggiori incisività e determinazione, e che era da dilettanti basarsi soltanto sui flebili “lo conosciamo poco” degli interrogati. Occorreva imporsi con ben più decisa convinzione di quella usata, a suo giudizio, dalla squadra del pescarese.

Giunse però una breve telefonata a interrompere la sfuriata “a cascata” del commissario.

“Visto?” - Si rivolse ai suoi al termine del colloquio riponendo con malagrazia la cornetta - “Neanche a farlo apposta era proprio il Commissariato di Lambrate: pare che ci siano alcune novità circa il Rashid. Fattorusso e La Mantia andateci voi, mentre io e Dogani dobbiamo recarci da Suor Tea l'economa dell' associazione 'Fratellanza Luminosa' per completare l'interrogatorio.”

La novità di Lambrate verteva sulla confermata presenza dell'imbianchino a Roma di cui era sembrato non esservi più traccia. L'errore invece era stato causato dalla lettura di una sorta di refuso dovuto all'abrasione del documento di contravvenzione scritto a mano, secondo cui il puntino sulla /i/ era completamente sparito e la stessa lettera presentava una trascrizione che evidenziava un rigonfiamento apicale da portarla a confondersi con la “bolla” della /e/, conducendo alla più facile interpretazione in “Rashed” (mentre alcuni ci avevano addirittura letto “Rasted”). Mancava ora il confronto sulle date in cui il Di Berardino sperava moltissimo: gli sarebbe piaciuto non solo poter dimostrare la sempre sospettata colpevolezza del suo politico, ma anche scoprire l'identità dell'esecutore materiale dell'omicidio di Kurt Suckert.

A metà del lungo corridoio d'ingresso dei locali dell'associazione i due poliziotti s'imbatterono in Giorgio Stanghetti che questa volta li salutò in modo alquanto disteso:

“Non vogliamo parlare con lei, Sig. Stanghetti, stia tranquillo” - esordì il commissario - “ma con Suor Tea l'economa.”

“Meno male!...” - Esclamò sorridendo scherzoso - “avete l'appuntamento?”

“No.”

“Infatti. Mi dispiace per voi, siete stati sfortunati perché, combinazione, Suor Tea mancherà per tutta la giornata.”

“Peccato perché dovevamo completare un discorso iniziato. Ma forse anche lei ci può essere utile perché sappiamo che fra voi due esiste una grande confidenza.”

“Va bene; però vi avverto che non ho molto tempo a disposizione” - osservò attentamente, quasi come un riflesso condizionato, il quadrante del suo orologio al polso sinistro - “fra un'ora circa ho un appuntamento di lavoro.”

“Vedremo di stare nei tempi.”

“Prego, venite nel mio ufficio; chiedetemi pure quello che volete, cercherò di aiutarvi; ma non chiedetemi di quell'imbianchino...come si chiama? Rashis, Rashid....mi avevate così spaventato l'altra volta! Scherzo, ovviamente. Sono a vostra disposizione.”

I poliziotti si accomodarono dinanzi alla scrivania come durante il precedente colloquio:

“Lei ha appena confermato l'ottimo rapporto che la lega a Suor Tea.”- Iniziò il commissario.

“Sì, lo confermo e poi è professionalmente molto valida: precisa, attenta, rigorosa, proprio quello che ci vuole in còmpiti del genere.”

“Mi perdoni la domanda se le sembra un po' invadente e forse anche poco delicata trattandosi di una religiosa: potete definirvi amici?”

“Nessuna invadenza: possiamo definirci amici certamente, che male c'è?”

“Siete molto in confidenza?”

“Me l'ha già chiesto e io le rispondo affermativamente.”

“Crede di conoscere alcuni fatti delicati che la riguardano?” - Stanghetti fece di sì col capo - “Sto andando molto cauto e sto per parlarne con molto riserbo perché siamo al corrente di un fatto privatissimo e molto molto penoso che l'ha segnata nella vita e nella sua missione di religiosa e non vorremmo, lei ci capisce?, andare oltre il consentito.”

“Allude alla sua maternità?” - Azzardò con una lieve reticenza come a costargli molta fatica.

“Grazie, proprio così. Sono sollevato che mi abbia tolto dall'imbarazzo. Lei cosa sa?”

Stanghetti emise un profondo sospiro assai gravoso:

“Non ne avrei parlato nemmeno in punto di morte, ma dal momento che ne siete al corrente vi dico che so che è andata a partorire all'estero, ma ignoro di preciso dove. Non mi ha specificato se si è trattato di un figlio maschio o di una figlia femmina...e successivamente mi ha assicurato di averlo dato in adozione probabilmente all'estero. È tutto quello che so e non è poco”

“E del padre cosa sa?”

“Mi ha riferito di un personaggio facoltoso e molto in vista qui a Milano e più anziano di lei; in più sposato con figli...capite, la solita storia. Di più non ha detto, né io ho voluto insistere per sapere più particolari.”

La segretezza dell'argomento condusse lo Stanghetti ad esprimersi quasi sottovoce benché nessuno potesse ascoltarlo all'infuori dei due poliziotti.

“Un identikit piuttosto vago...” - Intervenne Dogani.

“Sì, tanto è vero che avevo consigliato di svergognarlo e metterlo, come si dice, sulla pubblica gogna. Individui come quelli che approfittano della loro rispettabilità lo meritano.”

“E lei?” - Proseguì Di Berardino.

“Lei...io?” - Ribatté disorientato.

“Ma no, Suor Tea ovviamente!”

“Non ha voluto assolutamente perché si sente legatissima all'abito che indossa e una confessione del genere sarebbe equivalso a rinunciarvi definitivamente e poi ha affermato di non aver subìto alcuna violenza, ma di aver consumato la passione in pieno consenso, per cui accusarlo le sarebbe parsa una enorme cattiveria!”

“Un bel gesto, dopo tutto.”

“Certamente e non da tutti. Non poche sono le donne che vivono una storia d'amore segreta concedendosi volontariamente e poi, alla prima difficoltà, sono in prima linea a voler provare che sono state vittime di violenza.”

“È vero!” - Subentrò Dogani - “Ad un mio cugino è capitato che...”

“Per favore, non divaghiamo e restiamo sul caso, “ - Interruppe il commissario - “Sig. Stanghetti, torniamo a Suor Tea: se ora le dicessi che il suo seduttore è stato invece il Sig. Giorcelli lei che mi risponderebbe?”

“Che non è vero.”

“E come fa a saperlo?”

“Infatti non lo so; mi rifaccio alle dichiarazioni di Suor Tea: come sapete il Giorcelli l'ho conosciuto personalmente e non era più vecchio di lei, era separato senza figli come me, tanto che ci siamo intrattenuti un po' su quell'argomento che ci accomunava eppoi...”

“E poi?”

“Era un bravo installatore e programmatore, avrà pure prestato servizio per personaggi importanti; dire però di lui come uno molto in vista a Milano mi pare eccessivo!...Inoltre, e non da ultimo, non ho motivo di dubitare delle parole della suora.”

“Certo.”

Dopo una breve pausa il commissario riprese:

“Lei ha detto proprio a noi di conoscere Magda Minincleri.”

“E cosa c'entra con la vicenda?”

“Mi risponda, per favore.”

“Conoscere?...Piano, un momento: è un architetto a cui ho pagato una prestazione una volta, ma dire che la conosco è un po' impegnativo.”

“Sa perché gliene parlo?”

“È appunto quello che vorrei sapere...”

“Perché il suo assegno, a pagamento della prestazione della Minincleri, si pone accanto ad una serie di altri assegni che la signora riceve a intervalli da almeno due anni.”

“E che ci trova di strano? Sarà una professionista molto impegnata e molto valida.”

“Certo, ma la particolarità sta nel fatto che li ha ricevuti sempre dalla Sig.ra Lucilla Montanari che lei ha dichiarato di non conoscere.”

“Infatti non la conosco; sarà una sua cliente privilegiata ed è fortunata questa Minincleri ad averne una così...”

“Dunque” - sospirò Di Berardino rivolto al suo collaboratore - “Dogani vuol lèggere per favore quello che è scritto in quel foglietto che ha in tasca?”

L'Ispettore eseguì:

“Lucilla Montanari, figlia di Pietro Montanari e Camilla Stanghetti.”

“Non è sua sorella Camilla Stanghetti?” - Chiese il commissario.

“Era, mia sorella; ora non c'è più.” - Ribatté incupito l'interrogato.

“Quindi, se non mi sono rimbambito del tutto, dovrei dire che Lucilla Montanari è sua nipote.”

“Già!...”

“Però lei sa altrettanto bene che Lucilla Montanari, oltre ad essere sua nipote, altri non è che il nome completo al secolo di Suor Tea l'economa. Perché ha continuato a mentire dicendo di non conoscerla?”

Stanghetti esitò:

“Perché...non volevo farlo sapere. Sul posto di lavoro le parentele non vengono viste mai di buon occhio.”

“E nonostante la parentela e la confidenza, sua nipote non le ha mai detto che emetteva periodicamente quelle somme e perché?”

“Non vedo perché avrebbe dovuto...”

“E invece so che lei sa!”

L'interlocutore tacque.

“Lei non risponde?” - Incalzò Di Berardino - “Allora glielo dico io perché: la Sig.ra Minincleri, anzi l'Architetto Minincleri, che come lei sa era la compagna del Sig. Giorcelli, era inoltre il collettore dei soldi che Suor Tea pagava per comprare il silenzio di lui! Non è così?”

Stanghetti continuò a tacere come affranto e i poliziotti lo sollecitarono.

“È vero; non posso più tacere!” - Riprese l'interrogato parlando lentamente in tono sommesso - “poco dopo la nascita della bambina al Giorcelli venne in mente di realizzare un progetto molto costoso proprio perché sua figlia ne potesse beneficiare un domani da adulta, ma non ne conosco i particolari e aveva chiesto a mia nipote se tramite l'associazione avesse potuto ricevere un forte prestito e quando lei l'ha negato, ha pensato bene a poco a poco di ricattarla minacciando che, come lei avesse interrotto i pagamenti, lui avrebbe rivelato tutta la vicenda costringendola in quel modo a doversi spogliare dell'abito cui, come ho già detto, teneva moltissimo e, posso assicurare, che da quando Tea porta quell'abito ha sempre condotto una vita esemplare.” - Poi cambiò repentinamente tono divenendo aggressivo - “Quell'uomo le aveva reso la vita impossibile, mia nipote non ne poteva più. Le volte che l'ho vista piangere e ho dovuto consolarla! Non ha nessuno: i genitori morti, il fratello dall'altra parte dell'Oceano...Giorcelli era un essere davvero spregevole!” - Si fermò per riprendere poi nel medesimo tono  - “Sono contento; sì, sono contento che l'abbiano ucciso! Posso dirlo?”

“Ah su questo non facciamo fatica a crederlo,” - ribatté mezzo sogghignando Di Berardino - “perché ad ucciderlo è stato proprio lei!”

“Ma non diciamo idiozie!”

“Lo nega?”

“Certo che lo nego! Il giorno dell'omicidio, se proprio volete saperlo, non ero nemmeno qui ma a Brescia, la mia città e più di una persona può confermarlo! Chiedete ai guardiani del cimitero per esempio; non chiedetegli se conoscono il Sig. Stanghetti, ma mostrategli la mia foto e mi riconosceranno. Quel giorno era il trentesimo anniversario della morte di mio padre e io ero lì a rendergli omaggio!”

“È inutile che si sbraccia tanto!” - Intervenne il poliziotto - “So io meglio di lei che non ha ucciso personalmente il Giorcelli, ma l'ha fatto uccidere.”

“Sì? E da chi?”

“Da Ahmed Rashid.”

“Ve l'ho già detto di aver contattato quell'uomo soltanto per l'imbiancatura e se non me lo dicevate voi il nome, neanche me lo ricordavo. Eppoi chi l'ha detto che è lui l'omicida?”

“È stato riconosciuto da ben tre testimoni.”

Scese un pesante silenzio nel locale. Di Berardino riprese con pazienza:

“Mi ascolti Sig. Stanghetti: abbiamo parlato con alcuni suoi collaboratori e in particolare con la Sig.ra Zanazzo e tutti, e voglio sottolineare tutti, hanno dichiarato di quanto lei fosse attento ad ogni centesimo che usciva dalla cassa e mai avrebbe firmato un assegno senza conoscere con precisione capillare la destinazione dei soldi.”

“Ve l'ho detto più di una volta: ha lavorato per la recente ristrutturazione dei locali!”

“Già, ma ancòra i suoi collaboratori mi hanno pure spiegato che gli assegni per le spese di ristrutturazione venivano tutti intestati ai titolari delle imprese e risulta che il Rashid aveva lavorato per una impresa senza esserne titolare, per cui quei diecimila euro sull'assegno da lei firmato gli sono stati riconosciuti a titolo personale.”

“Sono sciocchezze: è tutto da provare.”

“Lei possiede qualche arma?”

“E cosa c'entra adesso?”

“Risponda, per favore.”

“Sì; una pistola regolarmente denunciata!”

“E dove la tiene abitualmente?”

“In casa come chiunque non abbia il permesso per portarla fuori.”

“Le dispiace se ora rimanda il suo appuntamento di lavoro, ci accompagna a casa sua e ce la mostra?”

Stanghetti esitò:

“Non posso mostrarvela.”

“E perché?” - Questa volta fu Dogani ad intervenire.

“Perché me l'hanno rubata.”

“Da quando?” - Riprese il commissario.

“Da meno di un mese, forse...”

“Avrà la denuncia allora; ci mostri quella. Se non l'ha qui, non la costringiamo a presentarsi domani al commissariato; la porti qui al lavoro e un mio collaboratore verrà e lei gliela mostrerà. Dogani che dice? È d'accordo?”

“Comandi Sig. Commissario.”

“Non mi è possibile nemmeno questo,” - Replicò Stanghetti - “perché non ho denunciato il furto.”

“No?!” - Chiese il commissario sbarrando gli occhi.

“No.”

“Uno come lei?”

“Cosa vuole dire?”

“Uno così preciso e attento a tutto? Con tutti i rischi del caso? Non prenda in giro lei e noi, per favore! Piuttosto come spiega che una pistola intestata a lei e perfettamente compatibile con l'arma del delitto è stata trovata in uno scantinato abitualmente frequentato dal Rashid?”

L'interrogato ruppe la lunga pausa che si era creata, con la voce divenuta sempre più cupa:

“Che stupido; glielo avevo raccomandato di farla sparire!...”

“Non l'ha fatta sparire perché lei non gliene ha dato il tempo. L'ha ucciso prima che potesse farlo.”

“No!” - Protestò vivacemente - “Questo no. Con quest'altra storia non c'entro per niente! Eppoi non avete parlato di suicidio?”

“Così sembra...”

VIII

 

“Stavolta lo prendiamo un caffè insieme, finalmente! L'altra volta non abbiamo potuto giovarci della sincronia che oggi invece per fortuna ci assiste.” - Mammi e la Sig.ra Gigliola sedevano insieme ad un tavolino del locale in Via Moscova dove casualmente si erano precedentemente incontrati - “È stata una bella vittoria: l'omicidio di suo fratello non è rimasto impunito. Se l'aspettava tutto quell'intrichio, quella vicenda così particolare?”

“Temevo che la faccenda di sua figlia non potesse filare liscia all'infinito per nessuno e talvolta ho anche pensato che qualche relazione col delitto ce la potesse avere. Si ricorda che me lo ha chiesto proprio qui in questo caffè? Ma non conosco nessuno, né Suor Tea, né lo Stanghetti, né altri. Nel mio immaginario non escludevo che potesse avere a che fare con l'attività professionale di Christian; non so, magari era venuto a conoscenza di un qualche segreto e nel timore che parlasse, l'avevano fatto fuori. Oddio non sono cose che dovrebbero capitare in una società che si dice civile, ma lei sa meglio di me a che punto di degrado siamo arrivati.”

“Chi può darle torto?”

“Mi dispiace dirlo, però mio fratello un po' se l'è meritato.”

“In che senso?”

“Per colpa del suo caratteraccio chiuso e musone! Semmai avesse messo a nudo quel progetto che ancora oggi ignoro di cosa si tratti, qualcosina avrei potuto fare, aiutarlo. Non voglio sopravvalutarmi, ma sono certa che avrei potuto almeno provarci!”

“Ormai purtroppo tutto è passato e non si può tornare indietro; consoliamoci con la risoluzione del caso.”

“Di quello sono soddisfatta e dovrò fare i miei complimenti al suo amico Di Berardino. Sono invece molto dispiaciuta di come mio fratello ne sia  uscito: l'immagine sporca di un ricattatore meschino e profittatore! E tutto questo, devo ripetermi, per non parlare col cuore in mano a chi gli voleva bene e che si è cacciata in mezzo ai guai per aiutarlo! Vede come sono messa professore? Un fratello ucciso che invece di essere pianto corre il rischio di essere vilipeso proprio per il motivo che ha causato l'omicidio e troveranno mille attenuanti reali e psicologiche per il mandante e io qui sull'orlo della galera per la falsa adozione! Per questo continuo a dire  che se lui avesse parlato, una soluzione al suo progetto si trovava e lui non si sarebbe sognato di fare quello che ha fatto.”

“Non sia così brutale con se stessa se posso permettermi; sarà deformazione professionale ma io pongo una grande attenzione sulle parole perché sono i più importanti strumenti di comunicazione che abbiamo. Non si flagelli con l'espressione 'falsa adozione'; parliamo più propriamente di adozione 'irregolare'...Quanto al comportamento di suo fratello, mi scusi, azzardo: forse non le ha parlato per non sovraccaricarla di responsabilità dopo quel grossissimo favore che lei gli ha reso.”

“Forse sì, forse ha ragione. Adesso devo solo sperare questa storia di Silvia non vada in pasto al pubblico!”

“È molto legata a lei?”

“Certo! E non è retorica se dico che la considero proprio come fosse mia figlia!”

“E fa bene...”

Mammi attese qualche attimo prima di continuare; si schiarì la voce:

“Posso farle una domanda non proprio indiscreta, ma comunque personale?”

“Sì, dica pure professore.”

“Lei si esprime in un italiano molto corretto in forma e sostanza e le faccio i miei complimenti. Ha per caso frequentato il liceo classico?”

“Sì.”

“Ci avrei giurato! Vede, noi 'classicisti' ci riconosciamo sempre. Come si dice? 'Similia similibus facillime congregantur' che non oso tradurre perché la offenderei se lo facessi!”

Ne risero entrambi con levità.

“A ognuno il suo!” - Proseguì il professore - “So di latino, ma se qualunque esercente sbagliasse a darmi il resto in mio sfavore, novanta su cento non me ne accorgerei. L'errore dovrebbe essere proprio macroscopico!”

La signora rise divertita; quindi seguì una breve pausa, poi Mammi cambiò registro:

“Gigliola, l'ho invitata a consumare un caffè, oltre che per procurarmi l'indubbio piacere d'incontrarla di nuovo, anche per cercare di tranquillizzarla il più possibile su questa storia che sta facendo crescere in lei un'enorme preoccupazione! È vero o non è vero che c'è una notizia su tutte che la renderebbe felice oltre misura?”

“Sì; e lei sa benissimo cosa...”

“E io m'impegnerò con tutto me stesso affinché ne possa uscire nel modo più indolore possibile. È una promessa che le faccio, mi creda.”

“Lo so...e non posso che ringraziarla.”

“Non mi ringrazi perché non ho ancora fatto nulla. Purtroppo non posso dirle molto perché non conosco tutti i particolari. Marco mi ha appena appena accennato tutti i suoi dubbi sul timore che l'adozione non sia regolare, tenendosi molto sul vago; anzi, siccome penso la convocherà per comunicarle ufficialmente la risoluzione della vicenda, sia molto abbottonata e lo faccia parlare e non dica nulla sull'argomento se non lo tocca lui.”

“È il minimo che possa fare!”

“Ma lei non ne sapeva molto al tempo di quello che si muoveva intorno sull'argomento?”

“C'è stato, da quando ho accettato la proposta, un vorticoso giro di documenti, di carte che andavano e venivano, di firme e controfirme e io ero talmente stranita che non ci ho mai capìto molto e mi sono affidata a mio fratello che forse aveva bisogno soltanto della mia adesione...”

“Glielo ripeto: farò il possibile per sistemare tutto e nella più completa legalità. Lei ha già sofferto abbastanza e non merita di soffrire oltre!”

“Professore, lei è una persona speciale.”

“Ma lo sa che non mi sono ancòra abituato ai suoi complimenti?” - Le sorrise - “Dovrò abituarmi; altrimenti quando vorrà venire a trovarmi qui nel nostro caffè...Oh, mi scusi...”

“Di cosa?!” - Rispose lei lievemente disorientata.

“Di quello che ho appena detto.”

“E cosa ha detto?”

“Meglio se non ricorda.”

“Mi dispiace per lei, ma io ricordo ogni cosa e se vuole son capace di ripetere tutte le sue parole.” - Affermò in tono scherzoso.

“E se ricorda tutte le mie parole ha capìto perfettamente di cosa voglio scusarmi.”

“Sarò tonta ma non l'ho capìto; me lo dica lei, la prego!”

“Ho detto: 'Il nostro caffè'. “

“E che male c'è?”

“Che l'ho accomunata a me disinvoltamente, quasi che potessimo incontrarci in futuro; mi sono permesso di manifestare una confidenza che non c'è.”

“Ha fatto benissimo invece! Ha detto una cosa che scalda il cuore.”

“Sta dicendomi quindi che posso illudermi che un giorno potrei persino invitarla a consumare qualcosa insieme?!”

“Ne sarei lusingata; ho bisogno di parlare con persone sensibili e attente come lei e che non si fanno condizionare dalle apparenze.”

“Lusingano me le cose che sta dicendo e dirle che la ringrazio è molto banale.”

“È la verità; vede, io sono una persona di pochi complimenti e mi si legge in faccia quando non gradisco qualcuno. Le ho già detto che come l'ho vista è scattato qualcosa, ho avvertito immediatamente la diversità fra lei e la maggioranza della gente.”

“Anche lei per me è una persona speciale: generosa, sincera, aperta, tutte doti che chi le sta accanto saprà apprezzare.” - La mimica facciale della Sig.ra Gigliola fu più eloquente di qualsiasi parola - “Comprendo che mi sto addentrando forse su di un terreno troppo personale...”

“Non si preoccupi...”

“Sì, ne sono convinto: lei dà molto più di quanto non riceva. Se lo lasci dire.”

“Lei è molto buono, ma non sta a me giudicare.”

“Posso permettermi allora di dire 'Il nostro caffè'?”

“Certo che può, anzi deve dirlo e se vuole lo dico anche io: 'Il nostro caffè'. È un onore per me.”

“Anche per me.”

“E non me lo offre il caffè a questo punto?” - Mutò registro rendendolo più lieve.

“Ci mancherebbe! Potrei perdonarmi di uscire da qui senza averle offerto alcunché?”

“Ma sì professore; voglio voltare pagina e pensare sempre positivo: non accetto di perdere la mia Silvia! Immagini soltanto se oltre a perdere suo padre possa perdere anche le persone che si sono prese cura di lei con amore! Ora sono certa che riuscirò a superare le altre difficoltà che non mancheranno. Anche con il suo aiuto.” - E gl'indirizzò uno dei suoi più soavi sorrisi.

“Ma lo sa che quando sorride così penso siano in pochi a resisterle? Le s'illumina il viso! Certo che quando le starò accanto come ora non sarà un impegno, ma un dolce grande piacere che ignoro cosa abbia fatto io per meritarmi!”

°°°°°

Transitare dal delicato porgere di Gigliola Giorcelli al rustico dell'amico Marco Di Berardino, provocava al professore un senso di smottamento, come l'aggiunta di un aggettivo improprio o non propriamente eufonico che, inserito nell'intento di conferire ulteriori lustro e pregio, finiva per snaturare tautologicamente la struttura di una proposizione già formalmente compiuta ed elegante.

Il poliziotto si diffuse con l'amico commentando con evidente soddisfazione la positiva risoluzione del caso Giorcelli.

“Ti confesso” - esordì - “che stavo convincendomi che il movente dell'omicidio potesse essere legato all'affare Suckert.”

“Diciamo che lo speravi...”- Precisò Mammi.

“Sì, è vero.”

“È sempre rimasto un tuo cruccio, anzi: il tuo cruccio.”

“Sì e ho persino creduto sinceramente ad un certo punto che il destino mi avesse affidato il caso Giorcelli per permettermi di arrivare alla soluzione di quell'altro mistero.”

“Sei stato sempre convinto che il tuo politico c'entrasse qualcosa.”

“Perché tu no?”

“Effettivamente...”

“Ma ci riuscirò. Tu sai che se mi metto in mente una cosa non mollo finché non riesco a risolverla. Tu non faresti lo stesso?”

“Probabilmente sì. Ma  oramai il Suckert è morto, il tuo politico anche...diciamo pure che se era colpevole il Signore gliel'ha già fatta pagare.”

“Sì, ma si tratta di un mia soddisfazione professionale; che finalmente mi si riconosca che avevo visto giusto fin dall'inizio e le mie non erano valutazioni aprioristiche.”

“Io penso invece che molti di quelli che ti sono stati intorno abbiano covato gli stessi sospetti, ma per una ragione o per l'altra, non l'hanno manifestato.”

Di Berardino sospirò:

“Passiamo all'ultima vicenda. Devo dirti che durante l'indagine ho sospettato anche della Sig.ra Gigliola, ma non mi riusciva di individuare il movente; si è sempre dimostrata collaborativa è vero però ho pensato che potesse essere una tattica. Sai anche tu che la Polizia non deve mai farsi ingannare da preconcetti.”

“Sì, ma senza esagerare.” - Sorrise.

“I congiunti giocano sempre su questo.”

“Cioè?”

“Sì; che come tali pensano che nessuno possa ritenerli sospettabili.”

“A dirti la verità la Sig.ra Gigliola mi è parsa sempre sincera.”

“Anche a me, però...”

“Però, però, però cosa?”

“Ho temuto che mi avesse nascosto qualcosa. Per esempio sull'adozione di Silvia mi è parsa molto tentennante.”

“Sempre con i tuoi fantasmi.....”

“Chiamali fantasmi?”

“Ma oramai cosa importa dell'adozione vero?” - Domandò con una malcelata punta di apprensione.

“Ma sì...”

“Difatti non la credo capace d'ingannare...”

“Nessuno può dirlo...”

“E invece si può dire!” - Quasi protestò - “La Sig.ra Giorcelli è stata molto utile per la risoluzione di tutto.”

“Dici?”

“Certo. Ha descritto e ridescritto le peculiarità comunicative del fratello che sono state, secondo me, parecchio utili per farti addentrare meglio in tutta la situazione.”

“Probabile.”

“Secondo me la sua condotta è stata coerente ed esemplare.”

Di Berardino aggrottò le sopracciglia:

“Ma ti sei innamorato di lei?!”

“Perché mi dici questo?”

“Da che abbiamo accennato a lei non fai che difenderla!”

“Se la credo innocente perché non dovrei?”

“Sì ma lo stai facendo in un modo...lasciamo stare.”

“Ecco il poliziotto!...” - Esclamò Mammi divertito.

“Devo piuttosto ringraziarti per l'intuizione che hai avuto e che è stata sicuramente una delle chiavi per la risoluzione del caso.”

“Quale intuizione?”

“Quella d''informarci presso i collaboratori dello Stanghetti per focalizzare meglio il suo rapporto con i soldi che uscivano dall'associazione.”

“Prima o poi ci saresti arrivato...”

“Non fare il modesto.”

“E allora ti ringrazio di cuore.” - E simulò un ironico inchino.

“Dai muoviamoci, andiamo a cena.”

Si alzarono per dirigersi al ristorante, quando Di Berardino si fermò di colpo:

“Approposito Mammi, prima che mi dimentico: ti ricordi il segnalibro del Giorcelli in cui parlava della sua paternità?”

“Sì.”

“Che cavolo di opera d'arte era riprodotta?”

“Ma non era scritto sul retro?”

“Può darsi ma non me lo ricordo.”

“Era un disegno a inchiostro colorato di Roland Topor un artista un po' bizzarro come tutte le sue rappresentazioni...sai pseudoavanguardie eccetera. Poveretto, è morto prematuramente. Era francese però amico degli italiani; ha fondato l'associazione italo-francese 'Romaliason Paris'.”

“Ti ringrazio delle tue lezioni sempre interessanti,” - interruppe ironico l'amico - “ma quello che m'interesserebbe di sapere, sempreché non ti crei qualche problema o ti disturbi, se questo maledetto disegno ha un nome, un titolo...”

“Certo che ce l'ha.”

“Ti costa tanto dirmelo?”

Entrambi sbottarono in una gustosa risata.

“Lo vuoi in italiano o in francese?” - Chiese il professore, al che l'amico, in tono di scherzosa impazienza:

“Ma in italiano, naturalmente!...”

“D'accordo. Si chiama: 'Il sogno del gobbo'.”

 

6 maggio 2016

 

Emilio Aurilia

Un fioco lampo d'inverno

 

Rimossa la maschera dopo l'ultima stoccata, la folta capigliatura castano scura si espanse in tutto il suo vapore e gli occhi vivi e fermi di Susanna s'illuminarono di appagamento mentre si recava a stringere cavallerescamente la mano all'avversaria.  Un'inondazione di applausi e ovazioni si sprigionò al suo indirizzo fino al sincero pianto di gioia da parte di Marinella abbracciata al suo Andrea mentre gli altri, Roberto e Maurizio, si erano prenotati per far festa alla brillante atleta.

Rapìto invece come di consueto dalla sua naturale predisposizione a correre al capezzale di chi soffre, Aurelio, contrariamente al suo temperamento comunque restìo, sùbito si precipitò in direzione della ragazza sconfitta che si  stava incamminando verso lo spogliatoio sola e in preda ad un mesto risentimento disegnato su quel volto da smortina un po' scarno e trasognato sotto una liscia zazzeretta castana chiara che lo aveva conquistato nella sua casta semplicità, e il non essere attorniata dal capannello di amici e conoscenti che a ventaglio si erano invece dipanati felici attorno alla sfidante, contribuì ad invogliarlo ancora di più.

Scartato immediatamente un “tu” che come codice di comunicazione gli era parso azzardato, ma altrettanto dubbioso se rivolgerle un diplomatico e certo inopportuno “lei”, risolse salomonicamente con un ancòra più diplomatico e forse scostante “impersonale”:

“Complimenti” - esordì in ansia - “anche se si è sconfitti lo si può essere con grande merito. Posso dirlo perché  ho seguìto tutta la gara!”. Stava spudoratamente mentendo: non era vero, era arrivato in ritardo soltanto per le ultimissime battute, tuttavia reputò quella grossa balla come il modo migliore per sperare di allacciare la conversazione.

“Ti ringrazio (lei usava il 'tu' per sua fortuna!), ma sei soltanto tu che mi hai visto giocare bene. Chi mi conosce sa che oggi ho disputato una delle peggiori gare della mia attività!” - Replicò in inevitabile stato di amarezza.

Azzardò: “A me non è sembrato, anzi!”

“Non parliamo poi dell'allenatore; mancava poco che m'infilzasse con lo stesso mio fioretto!” - E sorrise con amarezza.

“Ma lui è un tecnico e sa bene dove puoi aver sbagliato. Lui parla appunto da tecnico...io invece...da incompetente.”

“Scusami” - fece lei arrossendo leggermente - “non volevo intendere questo! Te la sei presa?”

Lui non se l'era presa, apprezzò molto invece la sua premura, meravigliandosene un poco.

“No, stai tranquilla; confermavo soltanto la mia visione non tecnica. Da quel nulla che me ne intendo non mi è sembrata una gara oscena!”

“Invece a me dispiace perché so di poter fare meglio.”

“Non discuto.”

Lei sorrise e poi i suoi occhi tennero lungamente un attento sguardo circolare  verso le tribune.

“Scusami ora; vado a fare la doccia e a vestirmi.” E nel congedarsi reiterò lo sguardo di poco prima.

A lui quelle scuse che non le aveva chiesto erano rimaste impresse. Era anche arrossita. O erano soltanto il suo sudore e il calore dell'ambiente? No no...era arrossita.

Percepì sempre più invadente il desiderio di confortarla:

“Dài non prendertela; sei una sportiva e sai benissimo che gli incontri si possono vincere o perdere, ma l'importante è...”

“Partecipare?”

“No, non intendevo essere così banale. Volevo dire: mettercela tutta.”

“E io tutta non ce l'ho messa e questo, da sportiva, non l'accetto perché ho un grande senso dell'autodisciplina che è fondamentale per chiunque pratichi sport e non solo.”

“Non mostrarti troppo severa con te stessa; vedrai che anche l'allenatore, appena sbollita la rabbia, ti guarderà con un altro occhio.”

“Non credo...non sono mica tutti come te.”

Colse al volo benché quella frase non fosse una provocazione: “In che senso come me? Incompetenti, buoni, o addirittura...ipocriti?”

“Ipocriti?? Ma come ti viene in mente? Direi galanti...Ora però ti saluto; vado a fare la doccia e a vestirmi, ciao, io sono Guia”, tese la mano facendo seguire un ennesimo ulteriore sguardo circolare seguìto a sua volta da una lieve smorfia di disappunto.

“Ed io Aurelio...”

 

Susanna non era ancora pronta, gli amici vagavano qua e là per contattare gli altri per la cena organizzata dall'associazione sportiva tentando di convincere i riluttanti ed Aurelio rimase lì sperando che la giovane sfidante l'avesse preceduta e lui avrebbe fatto in tempo per scambiare il possibile commiato.  Non sarà della brigata a cena altrimenti non gli avrebbe rivolto quel saluto che pareva possedere tutti i requisiti  della definitività. Sì, che gli altri lo precedano pure! Magari, congetturava, se deve tornare a casa le si può offrire un passaggio. Già, ma con cosa offrire il passaggio se anche lui era appiedato e aveva approfittato dell'auto di Andrea? Anche con i mezzi perché no? Dopotutto era stato definito da lei galante e la premura di non farle affrontare il viaggio sulla metro da sola col buio incipiente può essere apprezzato! Ma sì...infondo...era stato invadente? No; anzi era stato virtualmente insignito di uno speciale titolo di merito come “unico” ad avvicinarlesi.

E se invece lei fosse munita di mezzi propri?

Ma mentre in costante trepidazione continuava a riporre le speranze sulla lungaggine di Susy, sembrò accendersi la luce: la sconfitta era un alibi, soltanto un semplice, normale, insulso, inconsistente alibi. Chissà quante altre volte sarà uscita sconfitta senza rammarico e improbabili sensi di colpa accompagnati da imprecisati timori verso il suo allenatore. È ben altro ciò che le sta pesando: l'assenza del suo ragazzo, fidanzato, compagno, moroso o in qualunque altro modo chiamarlo! Le ha promesso la presenza sugli spalti e l'ha improvvisamente disattesa (un'avventuretta tanto imprevista quanto gradita?). Sì, sarà proprio così. Oppure lui da principio ha negato la propria presenza sulle gradinate da farle affrontare l'incontro nelle peggiori condizioni di spirito e, quando dalla sua conclusiva panoramica circolare ne ha avuta la conferma, il malumore si è decuplicato! Se le cose stavano realmente così, argomentava angusto, cosa ci faceva lui lì in mezzo? Nulla: una sorta di aggettivo pleonastico più che sovrabbondante da cassare prontamente dalla minuta con un deciso segmento di penna prima di redigere la copia in bella!

Si figurava masochisticamente la scena: mentre sta accompagnandola fuori della palestra preceduto da lei sembiante di gradire la sua calda presenza, ecco apparire il “temuto” vestito da centauro in tuta ignifuga e casco iper tecnologico, a cavallo non del destriero ma di una minimo 400,  smonta dal suo bolide come farebbe un John Wayne dal suo fidato, rimuove il casco ostentando abbronzatura e folta chioma e il viso di lei che finalmente le si illumina; gli corre incontro, si baciano lungamente a ventosa, si abbracciano e lui la tiene stretta da macho iperprotettivo!

E Aurelio lì come un inopportuno caudatario cicisbeo, un anacronistico paraninfo investito solamente del còmpito di farsi da parte: lei, magicamente avvinghiata a lui, si allontanerà cominciando a parlottargli nell'orecchio, gattina amorosa, senza neanche voltarsi indietro a rivolgergli un cenno di saluto con la mano!

Fin troppo ovvio che in quel frangente, se anche fosse stata fra i commensali, a lui non sarebbe stato riservato altro che lo spettacolo dei loro continui strofinamenti e scambi di attenzioni per tutta la durata del simposio. “Vuoi assaggiare queste alici marinate? Sono squisite!” - fa lei brandendo in aria la forchetta dirigendola verso le labbra del ragazzo che risponde sinuoso: “ma certo amore!” e le distende come una scimmia che ghermisca, famelica ed impertinente, la nocciolina somministrata da un entusiasta bimbetto allo zoo, per poi ricambiarle il favore con la profferta di un altro fantasioso manicaretto.

E poi così con il primo, così con le bevande, così col tiramisù, così con i cantuccini e il vin santo a chiudere la per loro amorosa cena!

Senza l'ipotetico guastafeste le cose invece si svolgerebbero diversamente e come lui sperava; cenare seduto accanto sarebbe bellissimo, come vincere al Superenalotto la prima volta che casualmente  se ne acquisti un biglietto.

E difatti attorno all'enorme tavolata Aurelio sfruttò con astuzia volpina la sua presenza senza fidanzati, compagni e morosi, riuscendo a sederle vicino, alla sua destra. Lei vestiva in un sobrio modo classico: gonna e maglioncino blu tipo leggero cardigan e camicia avion con il colletto abbottonato.

“Ti è passata un po'?” - Le domandò versandole della profumatissima Ribolla gialla: era al settimo cielo.

“Piano con il vino, ti prego” - sorride - “giusto due dita per bagnarmi le labbra...” e poi: “ma sì, in fondo è un momento; anzi mi rendo conto di essere stata un po' troppo orgogliosa.”

“Perché dici questo?”

Sì, orgogliosa perché da sportiva devo accettare il verdetto del campo: se ho perso è perché chi ha vinto ha meritato più di me! Orgogliosa e anche presuntuosa!”

“Dài, non esagerare...”

“Va bene, via, voltiamo pagina; alla fine cosa importa? Per fortuna nella nostra vita esistono ben altre cose più importanti.” - Osservò una pausa e gli si rivolse poi piena di garbo fissandolo da dietro le lenti dalla montatura bianca trasparente a conferirle un grazioso visino fra ingenua prima della classe e timida lieta fanciulla: “Dimmi ora che sono retorica...”

A lui piacque molto questa sua soave levità che sperava ma non attendeva. Ripiegò, qual premuroso e saggio stratega, sulla sempre prudente diplomazia:

“Ma no; hai ragione...la vita è fatta di priorità e una partita persa potrebbe essere fondamentale per un professionista dello sport e non tanto per chi lo pratica per passione.”

Si pentì immediatamente di tale frase che avvertiva pesargli come e più di un macigno perché pareva, in sostanza, sminuire il suo impegno; ma notando l'assenza della temuta reazione negativa, proseguì con convinzione sfruttando quell'attimo favorevole dopo aver tirato dentro di sé un salutare sospiro di liberazione.

“E quali potrebbero essere secondo te le altre cose importanti?” - La sfidò dunque sul terreno di questo ingenuo scherzare. Lei tirò un lungo sospiro a sua volta:

“Mah...la fede per esempio per chi ce l'ha. Aiuta moltissimo a superare tutto.” - Sorrise spegnendo però l'abbrivio in un momento - “Forse ho volato troppo alto e non mi pare la sede adeguata; voglio ritornare sulla terra. Oppure allora...l'amore, l'amicizia. Ho perso una gara con un'avversaria bella e leale, qui siamo in tanti e tutti allegri, ci divertiamo, mangiamo bene. Vogliamo di più?”

Aurelio poté intanto raggruppare meglio se stesso partendo dalla palesata assenza di quel certo tizio, il suo compagno, ragazzo, fidanzato o come altro modo fosse definibile e stava compiendo un forte training  intenzionato a non chieder mai. Perché infatti rovinarsi quella serata che procedeva così bene?

“Hai altre passioni oltre lo sport?“

“Sì, la musica.”

“Come me!” - Replicò trionfante, considerando entusiasta a quanto quella stesse per configurarsi come la 'sua' serata.

“Sì? E quale strumento suoni?” - Proseguì diretta.

“Purtroppo nessuno!” - divenne serio - “ma mi sarebbe piaciuto tanto il pianoforte.”

“Perché ne parli al passato?”

“Perché ci ho provato diverse volte e mi ci applicavo con molta pazienza, ma al primo errore dopo un paio di lezioni, mi veniva lo sconforto perché se già da allora cominciavo a sbagliare, mi chiedevo se sarei mai riuscito a farne che so...altre dieci.”

“Bisogna essere costanti, quello sì.”

“Ma mi fa una rabbia perché, per quanto ami la musica, per tanto sono negato all'atto pratico!”

Lei sorrise:

“Prima mi hai detto che sono troppo severa con me stessa; ora lo sei tu con te stesso....”

“Sì, forse hai ragione.”

“Sai che io lo so suonare il pianoforte?”

“Benissimo! Appena suoni in pubblico me lo fai sapere così il primo applauso deve essere il mio!”

“Come corri!...Non c'è niente da fare: sei davvero galante!...”

Sorrisero entrambi accomunati da eguale piacere.

“E magari non suoni soltanto il pianoforte...”

“No infatti; alla scuola media ho imparato il flauto dolce, ma poi ho smesso. Ho studiato composizione e ora sto tentando l'oboe.”

“Ma mi hai surclassato! Se sapevo non ti accennavo alla mia passione per la musica...” - Dichiarò mezzo scherzoso e mezzo no.

“Dài, che male c'è? Non essere orgoglioso tu adesso!”

“Bè, permetterai che ascoltando da te queste cose mi senta un po'...come dire...”

“InferIore?”

“Oddìo, inferiore...

“Ma non pensarlo nemmeno! Chissà in quante altre cose tu sei migliore di me! Sei venuto, per esempio, a  consolarmi per la sconfitta, unico per giunta, cosa che mi è piaciuta moltissimo e che io in casi del genere non ho mai sentito la determinazione di fare. Scommettiamo che se stiamo a dirci tutte le nss. attitudini vinci tu?”

Trovò dolcissimo il sorriso indirizzatogli.

“Sei troppo buona. Allora vorrà dire che ti prenoto come mia insegnante di pianoforte o di composizione o di oboe; a me va benissimo uno dei tre!” - Il suo tono era entusiasta e giocoso.

“Io sarò troppo buona, ma tu sei troppo simpatico!”

Dominò l'irrefrenabile impulso di abbracciarla e stringerla a sé, principiando a proiettarsi nell'immediato futuro: non domani, non dopodomani ma il terzo giorno, ipotizzò, l'avrebbe chiamata al telefono per proporle..che cosa? Ah sì, di accompagnarlo a scegliere un libro di teoria della composizione: ci tiene al suo competente parere. E se rifiuta? Occorrerà allora valutare il peso del rifiuto: si capirà se si tratta di una scusa banale oppure di un reale impedimento che procrastinerà il loro incontro, ovvero ancora un rifiuto definitivo senza remissione! Si proiettava con la mente nei giorni seguenti immaginandosi con il telefono in mano nella ineffabile attesa che dita e mente concordassero finalmente d'iniziare a comporre le cifre del suo numero. Breve pausa e poi la sua voce: contenta? Meravigliata? Indifferente? Partecipe? Prenderla alla larga e pian piano stringere fino alla fatidica richiesta. Capirà che era tutto programmato? O cascherà a credere di essere arrivati a programmare l'uscita insieme quasi per caso? S'indispettirà per questo e rifiuterà perché avrebbe preferito la schiettezza di una richiesta diretta? No; magari accetterà, così semplicemente. Che poi non è mica detto che se non rifiuterà significhi la realizzazione di tutto! Gli era capitato almeno un'altra volta che non gli era stato opposto alcun rifiuto e poi tutto si era fermato lì, al primo incontro, senza più séguito!

Lui intanto la nota raccattare con il coltello, con grazia e diligenza alcune briciole di pane sparse sul tavolo davanti al suo posto e a quello di lui Aurelio, quasi a raccattare i pensieri dei due e formarne poi un precario  mucchietto da sistemare con delicatezza all'interno del suo piatto piano, oramai semivuoto, a far compagnìa alle restanti briciole dell'appetitosa torta alla frutta.

“Mi fa piacere quello che dici e ancora di più il pensare alle cose che abbiamo da condividere!”

“A volte però “ - riprese lei al suo indirizzo e con una punta di aperta amarezza - “non è sufficiente una piacevole serata con gli amici per sciogliere i nodi.”

“Hai nodi?” - Le domandò in tono sicuro come se lui non ne avesse, quasi con il medesimo tono di quel medico che si disponga ad ascoltare la descrizione della sintomatologia da parte di un trepidante paziente.

“Certo. Chi non ne ha? Chi afferma il contrario mi fa ridere. Sembrano spavaldi e poi, come riesci a cogliere il loro punto debole, pungi e si sgonfiano come palloni.”

“È vero...”

“Quante persone, se le senti parlare di Internet, tanto per fare un  esempio molto attuale, sembrano dei maghi del computer che hanno riparato quello, hanno sistemato quel mouse, quell'altro video...sempre così. Prova invece tu a sottoporgli un problema del tuo pc magari banalissimo, e non sanno dove mettere la testa, prima che le mani!”

“Questo è vero. È capitato e càpita spesso anche a me d'imbattermi in individui del genere.”

“Lo vedi?” - Fece, con una compiaciuta smorfia del volto assai graziosa.

“Torniamo ai nodi che è un argomento interessante. Ne hai molti? Voglio dire nodi esistenziali.”

“Sì, tanti. Sento per esempio, ma questo è soltanto uno dei tanti, una certa difficoltà a manifestare la mia personalità; vorrei spaziare con la mente, aprirmi con lo spirito e invece ad un certo punto c'è sempre qualcosa che mi blocca e m'impedisce di andare avanti in modo lineare. Per questo non mi pento di quelle poche scelte che ho fatto. Non so se sono riuscita a spiegarmi benissimo.”

“Ti ho capìto perché vivo anche io eguali sensazioni pur se in modo forse diverso.”

“Eppure esiste quel filo che accomuna un po' tutti noi, la fanciullezza, la famiglia...Durante gli anni della scuola mi sono sentita come ovattata, protetta dai miei genitori senza accorgermene e questo mi dava una forte sicurezza in me stessa, non arrivando a comprendere quanto non fosse esclusivo merito mio, bensì di chi mi stava intorno e mi proteggeva e ho dovuto accorgermene quando ho dovuto cominciare a fare i conti con me stessa e accollarmi le responsabilità delle mie scelte o non scelte come giusto che facessi ed è lì che si è manifestata tutta la mia insicurezza, che mi ha condotto anche verso scelte sbagliate. E ora, molto spesso, mi tocca tanta fatica ammettere la vacuità della mia millantata sicurezza.”

“Ti comprendo a meraviglia: sembra sentir parlare me stesso!”

“Ma non voglio rimpiangere nulla: dove la vita ci porta a séguito delle nostre scelte, è esattamente lì che dobbiamo andare! È così che cresciamo e diventiamo responsabili!

“Quanto sei saggia!...Lo dico sul serio e con ammirazione!”

Lei accennò una smorfia come chi abbia appena ascoltato un'esagerazione.

Lui, intanto, forse più meccanicamente che consapevolmente, le prese la mano stringendola in un lampo perché quel gesto fosse breve ma non conclusivo, eloquente ma non logorroico, affettuoso ma non amicale. Pareva stordito come un pugile prossimo al tappeto, tanto era inebriato!

Giunse a rompere l'incantesimo il Presidente della società amatoriale, bicchiere in mano, a proporre tavolo per tavolo fugaci brindisi augurali.

Seguirono poi quei particolari momenti densi di atmosfera erratica del dopo pasto tutta residui tintinnii di posate, stanchi brusii misti a improvvisi scoppi d'ilarità da parte di qualche remoto gruppetto isolato. Sguardi fissi e lucidi su volti attoniti e poi forse il silenzio.

Mentre oramai più della metà dei commensali era impiedi per sciogliersi dal simposio Aurelio stava per organizzarsi un bel finalino, tramando di attirarla da sola in un angolino appartato dove poterla salutare con le dovute maniere, con quanta più inequivocabile affettuosità fosse possibile, riuscendo finalmente a dichiarare apertamente la simpatia provata per lei durante l'arco dell'intera serata, cogliendo così un'eventualità che  solamente qualche ora prima sarebbe stato assurdo il solo ipotizzarla.

Ma in quell'ineffabile momento di confusione, ella sembrò come dileguarsi lasciandolo da solo a rimuginare sulla serata, sulle intenzioni, su quella rosa non còlta. Non erano riusciti a scambiarsi i saluti. Perché? Cosa era capitato? Un imprevisto? Poco probabile; possibile invece esser caduti innocenti vittime del momento di disordine creato dalla diaspora post simposiale; in molti a scambiarsi le ultime impressioni sulla serata, le ultime battute di spirito, gli ultimi accordi per le giornate successive, le disposizioni sulle varie partenze dal ristorante, comprese le aggregazioni verso un generoso e casuale accompagnatore cui, pur di approfittarne, si perdonerebbe qualche maldestra frenata di troppo ovvero qualche curva abbordata in modo non proprio indolore prodotti dell'ineffabile Bacco assisosi assai spesso sulle gambe di colui!

Escludere la specifica volontà di mancare il saluto. E perché mai? Non gli era parsa indifferente o seccata della sua presenza in nessuno stadio della loro confidente conversazione, da trovar consequenziale il sottrarsi all'ovvio commiato. Perché rifiutare il congedo proprio nell'attimo in cui entrambi, cominciavano ad aprire il loro cuore a reciprocità assai intime!...Paura? Ma di cosa? Dell'incapacità di reggere il loro dialogo più oltre? Pudore forse di essersi aperta troppo, oltre i propri intendimenti?

O forse, più semplicemente, un passaggio da un o una commensale automunito/a, gradito quanto inatteso, da cogliere immediatamente, pena la temuta sosta dinanzi al ritrovo per chissà quanto tempo?

“Vincere mi è un po' dispiaciuto perché è un persona molto garbata e anche molto dolce.” - Chiosa intanto Susanna attardatasi con i suoi amici ancora attorno al tavolo.

“Sarà, “ - ribatte Andrea - “ma secondo me stai covando una specie di senso di colpa...”

“Sono d'accordo anche io, Susy, forse ho capìto cosa intende Andrea.” - Concorda Maurizio.

“Allora vi sarei molto grata se fate capire anche me” - protesta lei.

“Ti è dispiaciuto soprattutto perché è una suora.”- precisa Andrea.

“Ma no!...”

“E invece sì; non negarlo...”

“Non è vero anzi; non tutte le suore sono dolci, garbate, educate. Ne ho conosciute alcune così rigide e odiose da rasentare la pura cattiveria! Il che da una suora è secondo me inconcepibile.”

“E tu che ne pensi?” - Domanda lo stesso Andrea ad Aurelio appena aggregatosi al tavolo non ancora snebbiato dagli angosciosi dubbi sul mancato scambio di saluti.

“Io?” - Chiede disorientato ancora in trance per il comunque positivo andamento dell'incontro - “Non so di cosa state parlando; sono arrivato adesso come avete visto...”

“Sì, va bene...sei sempre con la testa fra le nuvole!”

“E dài, scendi un po' fra noi...” - diede manforte il restante coro.

“Ok; però se volete un mio parere occorre che mi spieghiate...”

“Susanna è contenta di aver vinto la gara, però dice di avere un pochino di rammarico perché ha vinto su di una persona molto gentile e carina, cosa che non avrebbe provato se avesse avuto la meglio su di una avversaria presuntuosa e arrogante.”

“Questo tipo di sensibilità ti fa solo che onore Susy!” - replica convinto Aurelio.

“Sì, ma io, e non solo io ma un po' tutti noi” - interviene pedantemente Andrea compiendo un eloquente gesto circolare - “siamo convinti che le è dispiaciuto soprattutto perché la sua avversaria di oggi, oltre che essere gentile ed educata, è una suora. Tu che dici? È questo ciò che ci preme di sapere, finalmente!”

“Ma di quale vittoria stai parlando?”

“Di quella di Susanna nell'incontro di oggi pomeriggio!...Ma sei ubriaco?” - Ribatte un po' seccato in tono da intendere l'ovvio.

“E cosa c'entra la suora?!”

“La suora, l'avversaria di oggi!...”

“Quella ragazza della finale?”

“Sì; proprio lei...”

“...Ah, ho capito!...” - Aurelio sbotta in una piacevole risata - “Sì, certo; è una persona riservata, a modo, forse pudica...io non la conosco a fondo, però definirla addirittura suora mi sembra un po' esagerato...siete terribili con le vostre stroncature!”

“No; nessuna esagerazione; è proprio una suora; quella che era al tavolo vicino a te.”

“Ma chi? Guia?”

”Sì, Guia Osmani. Non lo sapevi?”

“No.”

“Ma come?!” - interviene Maurizio - “Avete parlottato insieme tutta la sera e non lo sai?”

“Non me l'ha detto...”

“E tu non l'hai capìto?”

”E da cosa avrei dovuto capirlo? Vestiva, diciamo in borghese, non le ho visto alcun Crocefisso, non si è mica appartata a recitare il Rosario!...Ma siete sicuri?”

“Certo!” - Questa volta Susanna - “non mi intendo tantissimo dei percorsi per raggiungere l'abito, non so se abbia concluso il noviziato, ma so che ha preso i voti."

Lo sconcertato Aurelio principiò allora a gonfiare di senso alcune sue proposizioni: 'è importante la fede per chi ce l'ha', 'ho volato troppo alto e non mi sembra la sede adeguata', 'è così che diventiamo responsabili', ma anche altri suoi comportamenti: il forte senso dell'autodisciplina, forse la regolarità nell'assunzione di obblighi e la rigidità con se stessa nella valutazione dei fatti, la ferma determinazione allo studio delle discipline musicali e in fondo, non ultimo, anche quel castigato abbigliamento molto sobrio quasi monacale appunto...

“Ah mandrillo!” - spuntò fuori Roberto sghignazzando - “ti piaceva eh? Ci volevi provare? Le volevi far vedere la tua candela? E invece in sacrestia l'avrebbe data lei a te la candela! Ah ah ah...” - E continuò a scompisciarsi inverecondamente con gli altri amici, lasciando Aurelio annichilito, prigioniero di quell'ineffabile sogno sùbito infranto!...

 

 

 

 

 

 


 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 Succ. > Fine >>

Pagina 1 di 4