Tu sei qui:Editoriali recenti>>Francesco Viola - Cronache del Piemonte napoleonico

Francesco Viola - Cronache del Piemonte napoleonico
Dimensioni carattere:

CRONACHE DEL PIEMONTE NAPOLEONICO

E DELL’INSORGENZA ANTIFRANCESE NEL 1799


BRANDALUCIONI  E  GIACOBINI A  VOLPIANO  E  IN  CANAVESE

( di  Francesco Viola)

“Soldati, Voi siete ignudi, mal nutriti. Molto il governo vi deve e nulla può darvi… La vostra pazienza e il coraggio che dimostrate tra questi dirupi, sono ammirevoli… Vi condurrò nelle più fertili pianure del mondo... Ricche province, grandi città saranno in vostro potere...

Vi troverete onori, glorie e ricchezze… Soldati dell’Armata d’Italia, mancherete voi dunque di coraggio e di costanza?”

Con queste parole, il 28 marzo del 1796 il ventiseienne generale Napoleone Bonaparte, nominato dal Direttorio della Repubblica Francese al comando dell’Armata d’Italia, arringava la truppa e si apprestava all’attraversamento delle Alpi nella prima campagna d’Italia (1796-1797), durante la guerra combattuta dalla Francia rivoluzionaria contro le potenze monarchiche europee dell’Ancien Régime, rappresentate dalla Prima coalizione (1792-1797) tra il Sacro Romano Impero (l’Austria), il regno di Sardegna, lo Stato pontificio, la Spagna, il regno di Napoli, la Prussia, l’Inghilterra e altre monarchie minori.

Nel marzo 1796 l’Armata d’Italia dispone di poco meno di 50.000 uomini (di cui 5.000 cavalieri), demoralizzati, male armati e male equipaggiati, e di 50 pezzi di artiglieria. Un’armata “scalza”, con i reparti che combattono con le pezze ai piedi, per la sconcertante penuria di scarpe. Le sono contro 20.000 Piemontesi, più di 35.000 Austriaci e 1.500 cavalleggeri Napoletani, schierati tra Liguria e Piemonte.

Considerato che l’Imperatore del Sacro Romano Impero, Francesco II d’Asburgo-Lorena, poteva disporre di un esercito di 350.000 soldati, 58.000 dei quali inquadrati in quella che era considerata la migliore cavalleria del tempo, dislocati prevalentemente lungo la frontiera del fiume Reno, il giovane generale Bonaparte, in accordo con il Direttorio, aveva escogitato l’audace piano strategico di attaccare gli alleati in Piemonte, per colpire il punto debole dell’Austria ed impossessarsi della pianura lombarda, proseguendo quindi fino al fiume Adige e risalirne la valle per superare le Alpi, dopo aver toccato Trento, entrare nel Tirolo e dirigersi verso Vienna, non prima di aver annientato definitivamente l’esercito austriaco, con l’aiuto di ulteriori truppe francesi che sarebbero dovute provenire dal fronte del Reno, attraverso la Svizzera. La strategia si rivelò vincente.

Quello che, secondo le intenzioni del Direttorio e del suo presidente Lazare Carnot, ministro della guerra, avrebbe dovuto essere un fronte secondario, si rivelò ben presto essere il fronte principale delle azioni militari della Francia rivoluzionaria e repubblicana contro l’Austria e i suoi alleati.

Con grande tempestività e decisione, Napoleone, coadiuvato da abili luogotenenti come i generali Masséna, Berthier e Augereau, passate le Alpi alla Bocchetta di Altare, attacca le forze avversarie a Cairo Montenotte (11-12 aprile 1796), Dego e Millesimo (13 aprile), separando le forze piemontesi da quelle austriache. Poi, senza dar tregua all’avversario, vince l’esercito piemontese a Mondovì (21 aprile), a Cherasco (25 aprile) e ad Alba (26 aprile). I Piemontesi sono perciò costretti a capitolare e firmare l’armistizio di Cherasco il 28 aprile, trasformato poi nella pace di Parigi del 16 maggio. Il re Vittorio Amedeo III deve cedere la Savoia, Nizza, Breglio e Tenda.

Nelle campagne piemontesi, intanto, stava succedendo il finimondo. Contadini, che da sempre si erano schierati dalla parte della monarchia sabauda, protestando per le pessime condizioni delle campagne, soggette alle devastazioni della guerra, alle tasse sempre maggiori, alle angherie degli eserciti di passaggio ed alla carestia causata dalle cattive annate dei raccolti, davano vita a vere e proprie bande armate che saccheggiavano a più riprese il territorio piemontese, proclamando effimere repubbliche rivoluzionarie e giacobine (come quella di Alba) e venendo a loro volta repressi con inumana ferocia dai soldati inviati dal Re, ormai incapace di gestire una situazione del tutto sfuggita di mano. Come se non bastasse, poi, l’esercito francese, a cui erano state consegnate le fortezze di Cuneo, Ceva, Tortona, Alessandria e Valenza, trattava il Piemonte come terra di conquista, con rapine, stupri, saccheggi e uccisioni, ai danni soprattutto delle popolazioni inermi.

Persistendo tale situazione di disordine e di sbando generale, Napoleone può quindi volgere tutte le sue forze contro gli Austriaci, che ripiegano prima sull’Adda, dopo che il 10 maggio Napoleone li ha sconfitti a Lodi, aprendosi la strada per Milano, poi sul Mincio. Napoleone entra trionfalmente in Milano il 15 maggio. Il Duca di Parma chiede l’armistizio, il Duca di Modena fugge in Austria. L’esercito austriaco ripiega ancora una volta, violando la neutralità della Serenissima Repubblica di Venezia. Il 30 maggio Napoleone forza lo schieramento del Mincio. Il regno di Napoli chiede una tregua. Napoleone fa invadere la Romagna pontificia e il Granducato di Toscana, dove l’esercito francese si abbandona a devastazioni e saccheggi.

In luglio l’Austria, che nel frattempo è riuscita a respingere sul fronte del Reno-Mosella  e della Sambre-Mosa le Armate francesi comandate dal Moreau e dal Jourdan, invia notevoli rinforzi lungo la valle dell’Adige e del Chiese. Procedendo “per linee interne”, Napoleone sconfigge gli Austriaci, prima a Salò e a Lonato, poi a Castiglione delle Stiviere (3-5 agosto). A questo punto egli vorrebbe riunirsi alle Armate francesi che operano in Germania. Tuttavia, minacciato di accerchiamento nella valle del Brenta, vince ancora a Primolano e a Bassano (8 settembre), ma non può realizzare il suo disegno di riunirsi alle Armate francesi del Reno. Pertanto, consolidate la sue posizioni e valendosi  pure dell’apporto della Legione Cispadana e della Legione Lombarda, formate da volontari italiani, Napoleone contrasta validamente e blocca la controffensiva austriaca, con la quale, attraverso la valle dell’Adige e la pianura veneta, si mira a liberare le forze austriache assediate in Mantova, fin dal 15 settembre. Il 17 novembre Napoleone riporta una nuova splendida vittoria al Ponte di Arcole.

L’anno si chiude con la proclamazione della Repubblica Cispadana, nei congressi di Modena e di Reggio-Emilia del 30 dicembre 1796, la prima tra le “Repubbliche sorelle” dell’Italia del Nord.

Il 7 gennaio 1797 la Cispadana adotta come bandiera il tricolore rosso, bianco e verde, con bande orizzontali, i cui colori diventeranno successivamente il simbolo della nazione italiana.

Intanto il 16 ottobre 1796 era morto a Moncalieri il re Vittorio Amedeo III ed era salito al trono Carlo Emanuele IV (1796-1802), ancora più debole e bigotto del padre, malaticcio ed epilettico, incapace di prendere decisioni importanti e soggetto a crisi nervose, che inizialmente mantiene un atteggiamento ostile verso la Francia e poi ambiguo, in attesa di un improbabile soccorso austriaco.

All’inizio del 1797, Napoleone respinge un’altra controffensiva austriaca, riportando le vittorie di Rivoli Veronese (14 gennaio) e della Favorita, nei pressi di Mantova (16 gennaio), dove cattura addirittura il feldmaresciallo Giovanni Provera, comandante in capo delle armate austriache.

Dopo la resa di Mantova del 2 febbraio, gli eserciti austriaci sono estromessi dall’Italia del Nord. Inutile l’intervento delle truppe pontificie, alleate dell’Austria: Napoleone le sconfigge a Faenza. L’8 febbraio cade anche Ancona e il 19 dello stesso mese il papa Pio VI firma la pace di Tolentino,

cedendo alla Francia Avignone e le Legazioni di Romagna. E’ questo il primo colpo vibrato contro il millenario edificio del potere temporale della Chiesa.

Il presidente del Direttorio Lazare Carnot finalmente si decide a considerare l’importanza del fronte italiano. L’Armata d’Italia viene portata ad un organico di 7 divisioni (da 4 che erano in origine), distaccando dall’Armata di Sambre e Mosa le truppe al comando del generale Bernadotte. Inoltre Napoleone potrebbe anche contare sull’effimera alleanza stipulata con l’indeciso re Carlo Emanuele IV che, in cambio della Lombardia e di compensi territoriali in Liguria, promette 10.000 uomini e la cessione della Sardegna. Tuttavia tali accordi segreti non saranno mai perfezionati e saranno resi del tutto inutili in conseguenza all’armistizio di Leoben, che sarà firmato il 18 aprile 1797.

Napoleone riprende l’offensiva il 16 marzo 1797 e sconfigge sul Tagliamento un esercito austriaco comandato dal feldmaresciallo arciduca Carlo d’Asburgo-Lorena. Il 29 marzo, attraverso i passi di Dobbiaco e di Tarvisio, l’Armata d’Italia giunge a Klagenfurt (con il generale Masséna) e a Lubiana (con il generale Bernadotte). Il 7 aprile il generale Bonaparte entra vittorioso a Leoben, in Stiria.

La resistenza austriaca è frantumata, anche senza il previsto aiuto delle Armate francesi del Reno. L’Austria chiede l’armistizio e sottoscrive i preliminari di pace a Leoben il 18 aprile 1797.

Con la pace di Campoformio (17 ottobre 1797) l’Austria cede alla Francia la Lombardia, il Belgio, le isole Ionie e la riva sinistra del fiume Reno. Riconosce la nuova Repubblica Cisalpina, formata dall’unione dei territori della Repubblica Cispadana e della Lombardia fino all’Adige (comprese le province ex-veneziane di Bergamo, Brescia e Crema). In cambio sono ceduti all’Austria il restante territorio della Repubblica di Venezia (che in tal modo cessa di esistere), Trieste e l’Istria.

In Piemonte Napoleone e il Direttorio procedono all’occupazione sistematica del territorio e, per indebolire la posizione del re Carlo Emanuele IV, incoraggiano le insurrezioni e la formazione di repubbliche rivoluzionarie e giacobine. In molti paesi e città sulle piazze principali vengono piantati i simbolici alberi della libertà, mentre le popolazioni danzano al canto della carmagnola.

Nei mesi intercorsi tra l’armistizio e la pace, Napoleone, insediato nel castello Crivelli a Mombello, presso Milano, governa le sue conquiste italiane come un sovrano, protetto da una guardia personale e da trecento legionari polacchi. Da qui elabora la Costituzione della nuova Repubblica Cisalpina, incorporando in questa la Valtellina, Bologna, Modena e Massa. Ne risulta un nuovo Stato con circa  3.200.000 abitanti, al quale vengono inoltre associati alcuni territori liguri governati dai giacobini e quelli delle Legazioni di Romagna.

Con il trattato di pace di Campoformio si conclude, vittoriosamente per l’Armata francese, la prima campagna d’Italia di Napoleone e termina formalmente la guerra della Prima coalizione contro la Francia repubblicana. Tuttavia tale trattato non può essere considerato definitivo in quanto la Gran Bretagna, non avendolo sottoscritto, continua a considerarsi in guerra contro la Francia. Infatti entro pochi mesi, la Campagna d’Egitto condotta dal generale Bonaparte e la politica aggressiva praticata dal Direttorio in Europa, avrebbero provocato la formazione di una Seconda coalizione antifrancese.

Il 1797 è un anno di profonda crisi per le popolazioni del Piemonte. Affamati, esasperati, senza rappresentanti, né intese, i contadini insorgono e reclamano il ribasso dei prezzi e l’abolizione degli ultimi residui del feudalesimo. E’ passata la guerra, i campi sono devastati, i viveri scarseggiano, i prezzi sui mercati sono esorbitanti, la scarsa paga di un giornaliero ha il volto della disperazione. Il territorio è spaventosamente impoverito dalle contribuzioni ai francesi e dalle spese militari, dalla crisi agricola e industriale, dalle epidemie del bestiame e dalle sempre più gravose imposizioni fiscali operate dal Re nel vano tentativo di risanare la spaventosa situazione del debito pubblico. I vari privilegi feudali, odiatissimi, una volta riscattati dalle comunità locali o avocati a sé dal Re, diventano per i contadini ben più gravosi di quanto lo erano nelle mani dell’aristocrazia.

La crescita esponenziale della circolazione dei mezzi di pagamento (monete di rame, “assegnati” e biglietti cartacei) provoca la svalutazione della moneta con una inflazione ormai fuori controllo.

La rivolta per il pane si sviluppa nei centri attorno a Torino: da Giaveno a Moncalieri, da Ivrea alle Valli di Lanzo, a Germagnano e Mezzenile, al Canavese, a Settimo, Volpiano e San Benigno. Sulle piazze dei paesi vengono piantati gli alberi della libertà, con fronde e radici, e gli abitanti cantano la Marsigliese e danzano al ritmo della carmagnola (il nuovo ballo popolare rivoluzionario).

Numerosi sono i tentativi di sollevazione repubblicana fomentati dai francesi. Mentre altri tentativi di rivolta vengono organizzati a Torino (nel gennaio del 1797) e a Rivoli (il 1° giugno) per catturare e far prigioniero il re e la sua famiglia. In entrambi i casi i congiurati vengono traditi da un qualche delatore, arrestati dalle guardie regie e condannati alla pena di morte.

Ma intanto il vento della rivolta scuote tutto il paese, provocato più dalla fame che non dalle idee.

E’ la miseria,  infatti, a scatenare la massa di poveri e di operai scesa a tumultuare per le strade a Fossano, il 16 luglio, contro l’eccessivo prezzo del grano. Ed è sempre il prezzo del grano la causa del tumulti  nell’estate del 1797, a Mondovì, nel Pinerolese, nelle Valli di Lanzo, a Carignano, a Chieri, a Racconigi, nell’Astigiano, dove le popolazioni si impadroniscono delle armi e dei fucili delle guarnigioni locali ed affrontano cariche di cavalleria e veri e propri combattimenti. Tuttavia le rivolte vengono represse nel sangue dai soldati inviati dal re Carlo Emanuele IV, che saccheggiano e incendiano interi villaggi e uccidono molti contadini, come succede nell’Alessandrino, a Valenza, a Tortona e a Biella. Gli organizzatori delle rivolte vengono catturati, solitamente grazie a delazioni e tradimenti, e vengono fucilati. Gli autori delle repressioni sono i soldati dell’esercito regio, mentre i francesi non intervengono e si limitano a controllare gli avvenimenti, ampliando, poco alla volta, i territori da loro occupati.

Ad Asti il tumulto popolare per il prezzo del grano si salda il 21 luglio con l’insurrezione borghese, si innalza l’albero della libertà, si balla la carmagnola e i soldati si rifiutano di sparare sugli insorti. Si costituiscono dei comitati rivoluzionari e il 27 luglio viene proclamata la repubblica. E saranno proprio i borghesi giacobini, avvocati, medici, professionisti ed intellettuali, ad essere fucilati per primi dall’esercito regio, prontamente intervenuto per la repressione, aiutato da bande di contadini guidati da preti e frati indiavolati. Proprio così, perché, all’apparire delle guardie regie, il più delle volte contadini e religiosi fanatici si schierano dalla parte della monarchia sabauda a favore della repressione contro i borghesi e gli intellettuali filo-giacobini.

Il re Carlo Emanuele IV ha ancora l’esercito ai suoi ordini e lo mobilita. Il 24 luglio emette un editto con cui ordina a tutti i suoi sudditi fedeli di reprimere con le armi le rivolte e autorizza chiunque a uccidere impunemente come nemici della patria e della religione tutti coloro che fossero colti mentre sono intenti al saccheggio. Per tutti gli arrestati è prevista unicamente la pena di morte da comminare per opera di giunte speciali, costituite nei capoluoghi di provincia, che giudicano senza alcuna garanzia per gli imputati e senza richiamarsi a nessuna norma di legge.

In tal modo il bigotto ed indeciso monarca provoca lui stesso quella guerra civile contro i giacobini che i francesi avrebbero voluto, più di ogni altra cosa, evitare.

Una ventata di cieca e sanguinosa repressione si abbatte sulla popolazione del Piemonte. Da una parte sono i giacobini, con i loro ideali di libertà, democrazia, progresso sociale e culturale, a cui anelano le classi sociali più evolute della borghesia (costituite da commercianti, professionisti, avvocati, medici ed intellettuali) appoggiate dai francesi, mentre in opposizione sono i contadini e i religiosi fedeli alla monarchia che collaborano acriticamente e ottusamente alle cruente azioni di  repressione del regio esercito.

L’editto reale che chiama i sudditi fedeli alle armi contro i giacobini provoca una dura reazione da parte del Direttorio della Repubblica francese che decide di costringere il re Carlo Emanuele IV a rinunciare alla sovranità sul Piemonte. Tuttavia la situazione internazionale suggerisce che non è ancora il momento di intervenire.

Nove giorni dopo il trattato di Campoformio, verso la fine dell’ottobre 1797, il Direttorio decreta la formazione di un’armata che, affidata a Napoleone, avrebbe dovuto invadere l’Inghilterra.

Pertanto richiama il generale Bonaparte che si stabilisce nella base navale di Brest per organizzare l’invasione. Ma la marina francese non è adeguatamente preparata per la realizzazione di tale impresa. Perciò Napoleone, il 5 marzo 1798, concorda con il Direttorio una spedizione in Egitto, allo scopo di passare poi alla conquista dell’India, che rappresenta il cuore della potenza coloniale ed economica dell’Inghilterra. Con imbarco dal porto di Tolone il 19 maggio, il 2 luglio 1798 Napoleone sbarca ad Alessandria d’Egitto al comando dell’Armata d’Oriente, composta di 38.000 uomini, 60 cannoni campali, 40 cannoni d’assedio e con al seguito una nutrita schiera di archeologi e di studiosi (“les savants”). Ottiene subito una significativa vittoria nella battaglia delle Piramidi, il 21 luglio. Tuttavia la flotta inglese, al comando dell’ammiraglio Orazio Nelson, attacca e distrugge completamente la flotta francese nella baia di Abukir (la battaglia navale del Nilo), nella notte tra il 1° e il 2 agosto 1798. Per questo motivo, Napoleone sarà costretto a rimanere bloccato in Egitto e isolato dall’Europa, fino al 9 di ottobre dell’anno successivo, il 1799, quando sorprendentemente sbarcherà a Fréjus, dopo aver eluso audacemente la stretta sorveglianza della flotta inglese.

La situazione in Piemonte diventa sempre più caotica. Fin dalla primavera del 1798 si realizzano le prime vere iniziative di insurrezione armata da parte di alcune colonne di fuoriusciti organizzate immediatamente al di là dai confini con la Repubblica Cisalpina e con la Repubblica Ligure. Queste colonne di rivoluzionari repubblicani e giacobini, armate ed equipaggiate direttamente dai francesi, si scontrano in dure battaglie con le truppe dell’esercito regio che, per inseguirle, spesso sconfinano nei territori delle Repubbliche confinanti, venendo a conflitto con le guardie nazionali di Milano e di Genova. Nel giugno 1798, per rappresaglia, sia la Repubblica Cisalpina che la Repubblica Ligure dichiarano guerra al Piemonte, occupandone alcune piazzeforti ed inviando alcuni distaccamenti di guardie nazionali a rafforzare le formazioni ribelli.

Nelle città principali, come Alessandria e Tortona, si impiantano dei comitati rivoluzionari che affiancano le colonne degli insorti repubblicani. Tuttavia gli insorti, spesso traditi anche da membri dei comitati stessi o da preti reazionari di fede monarchica, vengono attaccati non solo dalle truppe regie, ma anche da bande di contadini armati, che non capiscono il significato della loro lotta.

A seguito dello scontento generale e del diffondersi della miseria, nel Canavese, come in altre zone, dilaga sempre più il brigantaggio. A Montanaro i boschi sono così pieni di briganti, che il governo regio invia un distaccamento di Cacciatori del Reggimento Marina per snidarli, ma senza successo. A Caluso c’è il brigante Ghé, vecchio cacciatore della Guardia Imperiale austriaca che, stanco della vita di soldato, ha gettato la divisa e, al comando di una banda di delinquenti, si è messo ad assalire i viandanti sulle strade del circondario. Nella zona è molto conosciuto e protetto, viene considerato una figura simpatica, un brigante che deruba solo i francesi. Per la sua cattura, da Torino e da Ivrea vengono inviati un reggimento di fanteria e alcune pattuglie di gendarmi.

Il 3 luglio 1798 il generale B. Joubert, attuale comandante dell’Armata d’Italia, fa occupare dalle truppe francesi la cittadella di Torino e chiede la consegna dell’Arsenale. La coesistenza in Torino tra il Comando francese e il re Carlo Emanuele è diventata impossibile, mentre nel resto dell’Italia si sono riaccesi i conflitti. Il Direttorio considera Carlo Emanuele complice della corte di Vienna e di Ferdinando IV di Napoli e lo costringe a rinunciare alla sovranità sul Piemonte. Gli impone di lasciare la capitale insieme con la corte, in cambio della possibilità di ritirarsi in Sardegna e così conservare il trono e la corona reale.

La sera del 9 dicembre 1798 un mesto convoglio di trenta carrozze, zeppo di bagagli, con tutti i membri della numerosa famiglia reale, esce dalla città alla luce fumigante delle fiaccole dei soldati francesi e piemontesi che lo scortano. Attraversa la Stura e la Dora Baltea e, con un viaggio faticoso e penosissimo, giunge la mattina dopo a Crescentino dove il re ha un serio malore. Tra mancamenti, ritardi e disagi, il convoglio si rifugia infine a Firenze, poi prosegue per Livorno, da dove i reali salpano per la Sardegna, protetti dalla flotta inglese.

I Savoia si lasciano alle spalle i tragici effetti di una politica avventata e miope: completamente dissestate le finanze, quasi distrutto l’esercito, mutilato il territorio, impoverito il paese, sovvertito l’ordine sociale e un’infinita serie di umane tragedie.

La monarchia è caduta. A Torino viene proclamata la Repubblica Piemontese ed il generale Joubert nomina un Governo provvisorio formato da 25 membri: taluni con passata esperienza governativa e amministrativa, altri di fede giacobina, o provenienti dalla nobiltà, altri ancora sono professionisti o sacerdoti. Vengono istituiti cinque ministeri: Interni, Giustizia, Finanze, Lavori Pubblici e Guerra.

Il territorio del Piemonte viene suddiviso in quattro Dipartimenti: Eridano a Torino, Stura a Cuneo, Sesia a Vercelli e Tanaro ad Alessandria. Vengono nazionalizzati tutti i beni della Chiesa, aboliti gli ordini religiosi monastici ed applicata, anche per il Piemonte, la Costituzione civile del clero.

A Torino si mutano alcuni nomi delle piazze: piazza Castello diventa piazza Nazionale e piazza Carlo Emanuele II (detta anche Carlina) prende il nome di piazza della Libertà.

Per amministrare Torino e gli altri comuni, vengono abrogati gli ordini dei Decurioni e sono istituite le Municipalità cittadine, i cui membri sono selezionati e nominati dal generale Barthèlemy Joubert.

In sostituzione delle vecchie milizie cittadine, in tutti i maggiori centri, viene istituita la Guardia nazionale. Anche il vecchio Esercito piemontese viene riorganizzato sotto il Comando francese. Il comandante delle truppe francesi in Torino è il generale Emmanuel Grouchy, cui spetta la nomina delle più alte cariche militari.

La decisione politica di maggiore rilievo che il Governo provvisorio della Repubblica Piemontese prende è l’approvazione unanime, nel febbraio del 1799, di una petizione popolare, orchestrata dal Direttorio, di richiesta di annessione alla Francia.

Su ogni piazza piemontese vengono piantati gli alberi della libertà, sui quali sventola il tricolore francese e intorno ai quali si balla la carmagnola e si canta la Marsigliese, simbolo del mutamento politico avvenuto. I francesi e i loro alleati giacobini festeggiano la repubblica e, al tempo stesso, la cacciata degli “aborriti tiranni”.

A Ivrea i patrioti armati perquisiscono le case dei nobili per fare incetta di pergamene e documenti da bruciare ai piedi dell’albero della libertà. Una statua in gesso di Carlo Emanuele IV viene appesa allo stesso albero, come simbolica impiccagione.

La totale e completa abolizione di quel che rimane dell’ordinamento feudale in Piemonte, provoca una generale soddisfazione, nelle popolazioni, che si manifesta in dimostrazioni che sembrerebbero essere, malgrado tutto, più chiassose e forzate, che sentite.

Infatti non passeranno molti mesi che queste manifestazioni saranno facilmente dimenticate e lo scoppio del furore popolare, sapientemente orchestrato, contro i francesi, nella primavera del 1799, rivelerà quanto certa esultanza fosse esagerata.

Intanto, nel gennaio 1799, viene costituita la seconda coalizione antifrancese (1799-1802), tra la Gran Bretagna, l’Austria, la Russia e il regno di Napoli, per strappare alla Francia rivoluzionaria e  repubblicana le sue conquiste sul continente europeo, abolire le riforme sociali della Rivoluzione e  restaurare l’Ancien Règime dell’assolutismo monarchico, approfittando del fatto che Napoleone, il più capace e valido generale della Repubblica Francese, è trattenuto in Egitto, contro la sua volontà ed impossibilitato a rientrare in Europa.

Gli alberi della libertà segnano la fine del feudalesimo in Piemonte e sono fortemente amati da tutti i repubblicani, mentre diventano un simbolo odioso per gli aristocratici e per la plebe contadina,  ignorante e conservatrice, che infatti, in alcune località di campagna o di provincia, non li accetta, li abbatte e li brucia, aggredendo con armi i francesi e i giacobini troppo precipitosi nelle loro riforme.

Sono i primi sintomi di quella che nel corso del 1799 sarà la cruenta insorgenza antigiacobina che si manifesterà in tutta Italia, con l’appoggio militare delle potenze aderenti alla seconda coalizione.

È interessante vedere qual’è il comportamento del clero in questo periodo. La partecipazione degli ecclesiastici alle feste repubblicane, talvolta in modo veramente grottesco, non è certo indifferente, particolarmente tra gli esponenti del basso clero. Alcuni casi di adesione al giacobinismo sono clamorosi. Il canonico di Aosta, Deffly, con il berretto frigio e la “carmagnola” indosso, si fa vedere  mentre balla intorno all’albero della libertà. Ad Ivrea un noto professore di teologia del Seminario si improvvisa maestro di danze. Gli entusiasmi per la repubblica tra il basso clero piemontese sono evidenti e clamorosi. Il loro comportamento tuttavia è molto spesso contraddittorio ed ambiguo, mentre altri ecclesiastici, delusi o fanaticamente reazionari, si allineano tra le file dell’opposizione e saranno tra i capi dell’insorgenza del 1799. Il curato di Primeglio (Asti), per esempio, con la croce sul petto ed il forcone in mano, alla testa di una banda di contadini armati di bastoni e falci, occupa un punto obbligato di passaggio sulla strada che da Chivasso porta a Torino e uccide o fa uccidere tutti i francesi che vi transitano.

Il 1799 è un anno terribile per le armate francesi in Italia, considerando anche l’assenza forzata del generale Bonaparte, bloccato suo malgrado in Egitto dalla flotta inglese. Il Direttorio della Repubblica Francese, per volontà del suo presidente l’ex-abate Emmanuel Joseph Sieyès, decide di prendere l’iniziativa contro le nazioni partecipanti alla seconda coalizione, occupando militarmente Roma (dove viene istituita la Repubblica Romana) e dichiarando guerra al Regno di Napoli.

Il generale Jean Étienne Championnet attacca e sbaraglia completamente l’esercito napoletano a Civita Castellana il 5 dicembre 1798. L’avanzata francese è caratterizzata da violenze e saccheggi. La reggia di Caserta viene devastata. Il re Ferdinando IV di Borbone abbandona ogni resistenza, si rifugia con la corte sulle navi britanniche e poi fugge in Sicilia. Il generale Championnet entra in Napoli il 23 gennaio 1799, dopo aver preso possesso del Castello di Sant’Elmo. La resistenza dei “lazzaroni” popolari a Napoli viene schiacciata duramente dalle truppe francesi.

Intanto il 21 gennaio, su iniziativa dei democratici filo-francesi locali, era stata creata la Repubblica Partenopea che viene subito riconosciuta, come le altre “Repubbliche sorelle”, dal Direttorio.

Sono questi gli unici successi delle armate francesi all’inizio del 1799. Infatti con la dichiarazione di guerra all’Austria del 12 marzo 1799, il Direttorio impone il dominio francese sul Granducato di Toscana (Ferdinando III di Lorena si rifugia a Vienna) e prende prigioniero il papa Pio VI, già esule e profugo nel Granducato, che morirà in cattività il 29 agosto 1799 a Valence-sur-Rhône.

Questi fatti accelerano la costituzione di una formidabile armata austro-russa, messa da Francesco II d’Asburgo-Lorena sotto il comando supremo del principe-conte ucraino feldmaresciallo Aleksandr Vasil’evic Suvorov, composta da 84.000 soldati austriaci (circa 69.000 fanti, 12.000 cavalleggeri e 3.000 artiglieri) e da 22.600 soldati russi (di fanteria, artiglieria e cosacchi), inviati appositamente dallo zar Paolo I Petrovic-Romanov, acquartierati nel Veneto asburgico, nelle fortezze di Vicenza e di Verona, pronti per invadere l’Italia del nord.

Il 19 aprile le truppe coalizzate, con marce forzate, varcano il Mincio a Valeggio e, dividendosi in tre colonne, si dirigono verso Brescia, Peschiera del Garda e Cremona.

A contrastare l’irresistibile avanzata dell’esercito austro-russo, i francesi oppongono un’Armata d’Italia oltre che priva del suo comandante naturale, Napoleone, alquanto disorganizzata, con scarsi vettovagliamenti, male equipaggiata e notevolmente ridotta nel numero degli effettivi.

Infatti il nuovo comandante dell’Armata d’Italia, il generale Barthélemy Schérer, ex ministro della Guerra, riesce a concentrare sull’Adige solo 45.000 soldati. In Svizzera la piccola Armata d’Elvezia del generale André Masséna avrebbe dovuto invadere i Grigioni ed avanzare verso il Tirolo. Lo schieramento francese comprende inoltre in Baviera l’Armata del Danubio comandata dal generale Jean-Baptiste Jourdan con 45.000 uomini. Le tre armate avrebbero dovuto attaccare contempora-neamente gli austro-russi, ma la disorganizzazione e una serie incredibile di operazioni scoordinate e lente, estese su tutti i fronti della guerra, favoriscono in modo incredibile la travolgente avanzata dell’armata del maresciallo Aleksandr V.Suvorov nella pianura padana.

Ben presto il generale Jean Victor Moreau sostituisce, al comando dell’Armata d’Italia, il generale Schérer (accusato di inettitudine per le sconfitte di Pastrengo, Verona e Magnano) e organizza una, purtroppo, inefficace difesa a cordone della linea dell’Adda, che viene attaccata in forze il 25 aprile dal maresciallo Suvorov con il suo esercito austro-russo di oltre 70.000 uomini, in netta superiorità numerica di fronte ai circa 27.000 francesi disponibili. Gli austro-russi passano all’offensiva lungo tutta la linea del fiume e attraversano l’Adda in più punti, a Lecco, a Trezzo e a Cassano. Dopo un tentativo di resistenza, il generale Moreau decide il 27 aprile di abbandonare la difesa dell’Adda e ripiegare verso ovest. La battaglia di Cassano d’Adda finisce con una netta vittoria dell’armata del feldmaresciallo Suvorov. I francesi evacuano il milanese e concentrano i resti delle loro forze ad Alessandria. Gli austro-russi invadono ed occupano la Repubblica Cisalpina, entrano in Milano il 29 aprile 1799, accolti dalla popolazione osannante e festante. Il 12 maggio i francesi del generale Moreau ripiegano ulteriormente verso le piazzeforti di Cuneo e di Torino.

Nel frattempo si sta avvicinando da sud, attraverso la dorsale appenninica, dopo una penosa, lenta ed estenuante marcia lungo tutta la penisola italiana, completamente insorta contro i francesi e i giacobini, l’Armata francese di Napoli, in ritirata e guidata dal generale Étienne MacDonald, allo scopo di riunirsi con i resti dell’Armata d’Italia e fare fronte comune contro l’esercito austro-russo del Suvorov. Queste truppe avevano evacuato la Repubblica Partenopea in quanto già minacciata dall’esercito controrivoluzionario-popolare dei Sanfedisti, la cosiddetta ”Armata Cristiana e Reale della Santa Fede in Nostro Signore Gesù Cristo”, organizzato in Calabria e nel regno di Napoli dal Cardinale Fabrizio Dionigi Ruffo dei duchi di Bagnara e Baranello. Si tratta di un vero e proprio reclutamento di contadini e di briganti (tra i quali Michele Pezza, più noto come fra’ Diavolo) per rimettere sul trono il re Ferdinando IV di Borbone.

Anche in Toscana, ed in particolare ad Arezzo, è in corso una sollevazione popolare legittimista e cattolica, antinapoleonica e antifrancese, denominata “Viva Maria!”, che si diffonde rapidamente pure nei territori limitrofi dello Stato Pontificio.

Nel giro di poche settimane, con la caduta della Repubblica Cisalpina e delle altre “Repubbliche sorelle”, da quasi tutta la penisola italiana vengono estromessi gli eserciti occupanti francesi ad opera sia delle armate austro-russe del feldmaresciallo Suvorov, che delle insorgenze legittimiste e cattolico-popolari dei Sanfedisti del Cardinale Ruffo e di quelle reazionarie, bigotte e antigiacobine dell’armata aretina dei “Viva Maria!”.

Solo il Piemonte, la Liguria e parte della Lombardia risultano essere ancora occupate dalle truppe francesi, arroccate in alcune piazzeforti, come Alessandria, Cuneo, Torino, Casale, Novi Ligure e Genova, mentre gli austro-russi si preparano a sferrare l’assalto definitivo.

Nelle prime ore del mattino del 28 aprile 1799, le avanguardie dell’armata imperiale austro-russa del feldmaresciallo Suvorov, costituite da sei reparti di cavalleggeri, circa venticinque Ussari del reggimento “Wurmser” e alcuni cosacchi, comandati dal cinquantanovenne maggiore Viora Branda de’ Lucioni, entra in Milano da Porta Orientale di gran carriera, al galoppo e con le pistole spianate, fino alla piazza del Duomo, mentre i reparti francesi in ritirata non sono ancora del tutto usciti dalla città. L’effetto spettacolare è notevole e suscita l’entusiasmo popolare, al punto che la cittadinanza abbatte immediatamente gli alberi della libertà e la statua di Giunio Bruto, a suo tempo innalzata di fronte al Duomo. Soltanto il giorno successivo, il 29 aprile, l’armata imperiale entrerà in Milano,

accolta da una folla plaudente ed osannante. Il maresciallo Aleksandr Suvorov prenderà alloggio a Palazzo Belgioioso, nei pressi della chiesa di San Fedele. Ma il suo soggiorno milanese sarà molto breve: il 1° maggio gli austro-russi lasceranno la città per dirigersi verso il Piemonte.

Il maggiore Branda de’ Lucioni, con il suo drappello di cavalleggeri, non si ferma in Milano, ma lo stesso giorno del 28 aprile si spinge immediatamente, a spron battuto, verso la sponda orientale del Ticino, sulle orme dei francesi in ritirata. Nei pressi di Turbigo esiste uno dei principali guadi del fiume e il parroco di Cuggiono don Paolo Gnocchi, di origini gallaratesi, registra nelle sue memorie il disordinato passaggio del fiume da parte dei reparti francesi in rotta e l’apparizione del Lucioni a Boffalora, sulla sponda sinistra del Ticino, in procinto di passare in Piemonte, verso le ore due del pomeriggio del 29 aprile, e sono già con lui alcuni contadini armati. L’ordine di slanciarsi verso il Ticino per intercettare il guado dei francesi era stato dato alla divisione di cavalleria (comprensiva di ussari, dragoni e corazzieri) dal tenente-generale Karl Ott. Si può quindi supporre che il Lucioni operasse di intesa con il comando di questo corpo e che il suo drappello di venticinque Ussari fosse una formazione semi-regolare ed autonoma di scorridori che operava, nello stesso modo dei reparti cosacchi, alla testa dell’esercito coalizzato, con l’incarico particolare di fare sollevare le campagne piemontesi, organizzando e dirigendo la guerriglia di popolo contro i francesi, facendo da apripista all’armata imperiale del maresciallo Suvorov.

Nei primi giorni dello stesso mese di aprile la Francia aveva annesso, a tutti gli effetti, il Piemonte, ponendo fine all’effimera Repubblica Piemontese e dichiarando decaduto il Governo provvisorio.

In sua sostituzione le autorità politiche francesi insediano un’Amministrazione Generale, con a capo Joseph  Mathurin Musset, un ex prete bretone, già membro della Convenzione che nel 1793 aveva votato la condanna a morte del re Luigi XVI, e attualmente direttore delle lotterie nazionali.

Tuttavia davanti all’emergenza dell’invasione austro-russa, il 30 aprile l’Amministrazione deve abbandonare Torino e spostarsi a Pinerolo, che viene eretta a capitale provvisoria del Piemonte. Il generale Moreau, di fronte all’emergenza, nomina alla testa dell’Amministrazione una Giunta con compiti sia politici che militari. A Torino, prima di partire, i francesi prendono in ostaggio i capi delle principali famiglie della nobiltà sabauda, fra cui il filo-francese principe Carlo Emanuele VI di Savoia-Carignano, con la moglie e il principino, il futuro re Carlo Alberto (1798-1849). Gli ostaggi vengono subito deportati in Francia, e a Torino rimane solo la guarnigione della Cittadella di 3.400 uomini con 384 cannoni, affidata al generale côrso Pascal Antoine Fiorella.

Nelle campagne e nelle città di provincia, soprattutto nelle Langhe, nel Monferrato, nel Canavese e nelle valli del Monregalese e del Cuneese, all’avvicinarsi degli imperiali del Suvorov, divampano  tumulti ed insorgenze popolari antifrancesi, si abbattono gli alberi della libertà e si dà la caccia ai veri e ai presunti filogiacobini, con cruenti scontri a fuoco e massacri. Le guarnigioni francesi sono seriamente impegnate nella repressione e nel tentativo di mantenere l’ordine, con altrettanti scontri senza quartiere, incendi, saccheggi, assassini e violenze. Incaricati della repressione sono i soldati del generale Jacques Louis Delabrosse, detto “Flavigny”, già conosciuto come uno dei massacratori della Vandea, ex-comandante delle famigerate “colonne infernali”, un vero e proprio criminale di guerra (in Vandea si perpetrò il primo genocidio della storia moderna). L’altro generale impegnato nella cruenta repressione dei moti insurrezionali è il generale Emmanuel Grouchy, comandante in capo del presidio militare del Piemonte: egli sarà l’ultimo maresciallo dell’Impero, nominato da Napoleone durante i Cento Giorni, alla vigilia della battaglia di Waterloo. Quella che si scatena in questa primavera del 1799, per tutto il Paese, è una vera e propria guerra civile tra le varie fazioni in lotta, caratterizzata da violenze, da massacri, da crudeltà, da rappresaglie e da barbarie inenarrabili.

Questa è la situazione del Piemonte il 29 aprile 1799, nel momento in cui il maggiore Viora Branda de’ Lucioni, con il suo distaccamento di circa venticinque Ussari del reggimento “Wurmser”, alle ore due del pomeriggio, si appresta ad attraversare il Ticino, confine di Stato, al guado di Boffalora.

Il maggiore dell’esercito imperiale austriaco Viora Branda de’ Lucioni è certamente una delle figure più controverse ed anomale nella storia militare e politica, sia remota che recente. Già sul luogo delle sue origini, gli storici non trovano un completo accordo. In alcuni documenti parrebbe essere di estrazione lombarda, nato nella Milano asburgica. Per altri, invece e più verosimilmente, sarebbe nato in Boemia, a Winterberg nel 1740, dove era di guarnigione il reparto dell’esercito austriaco nel quale il padre Giuseppe Lucioni, originario di Abbiate Guazzone, era in servizio con il grado di tenente e dove si era trasferito con la moglie Francesca Uslenghi, nativa di Castiglione Olona. Al piccolo venne imposto il nome, peraltro poco comune, di un vescovo-cardinale, cioè di Branda da  Castiglione Olona (1350-1443) che, a suo tempo, aveva notevolmente beneficiato con capolavori, opere architettoniche, cicli pittorici ed artistici, le chiese del piccolo borgo in cui era nato.

Di certo sappiamo, perché documentato, che il giovane Branda Lucioni entrò, come suo padre, nel Reggimento Ussari “Wurmser” dell’esercito imperiale austriaco all’età di soli diciassette anni e che compì una regolare carriera militare raggiungendo il grado di Ober-liutenant.

Nel 1773 sposò, a Gallarate, Maria Teresa Landriani, figlia del conte Pietro Paolo e nipote del noto chimico e fisico Marsilio Landriani, esponenti di una delle più eminenti famiglie patrizie milanesi.

Dopo il matrimonio, il Lucioni aggiungerà al cognome, per ragioni intuibili, la particella nobiliare.

Successivamente, seguendo gli spostamenti del reggimento “Wurmser”, fu impegnato in Belgio contro gli insorti antiasburgici e, allo scoppio della guerra contro la Francia rivoluzionaria, fu sul Reno e nei Paesi Bassi.

Nel 1793 venne congedato, almeno in forma ufficiale, dall’esercito imperiale austriaco con il grado di capitano. Resta indefinita, o comunque priva di riscontri ufficiali, l’attività svolta dal Lucioni da tale data fino al 1798, quando ricomparve sulla scena con il grado di maggiore del reggimento degli      Ussari “Wurmser”. È comunque plausibile, ed anche probabile, che la sua attività fosse svolta allo scopo di raccogliere informazioni oltre le linee nemiche, così come definiremmo attualmente, “sotto copertura” o di “spionaggio”, su incarico diretto degli alti comandi dell’esercito imperiale austriaco. La sua attività di “spionaggio” gli ha consentito un’approfondita conoscenza delle posizioni ideali e politiche della maggioranza delle popolazioni rurali del Piemonte nei confronti degli occupanti francesi. Il rapporto fra occupanti e occupati, infatti, era andato sempre più deteriorandosi: l’iniziale diffidenza spesso si trasformava da semplice opposizione ad un vero e proprio odio generalizzato.

Nel primo pomeriggio del 29 aprile 1799 il maggiore degli Ussari Viora Branda de’ Lucioni, con il suo seguito di militari e di popolani armati, attraversa il Ticino ed entra ufficialmente in Piemonte.

Immediatamente si dichiara inviato dall’imperatore Francesco II e dallo zar Paolo I per sollevare i contadini e rimettere sul trono il legittimo sovrano di casa Savoia. Asserisce di avere delle visioni: gli appare Gesù Cristo attorniato dai Santi e una voce misteriosa gli comanda di liberare l’Italia e la Francia dai suoi tiranni. I contadini gli credono. Compare inizialmente nel Novarese, nel Vercellese e in breve intorno a lui si raccolgono bande di contadini, preti fanatici e conservatori, disertori ed ex soldati sbandati e, come sempre nei casi di insorgenze popolari, anche delinquenti comuni, briganti e veri banditi. La loro politica è quella del terrore, nessuna pietà per i francesi e i loro alleati.

La caccia al giacobino è feroce e cruenta. Povero e scarso l’armamento dei contadini con forche, tridenti, bastoni, coltellacci e qualche arma da fuoco, eppure riescono ad avere ragione dei soldati.

È una piccola armata in continua crescita, che in poco tempo arriva a contare dai sei ai diecimila uomini e dilaga in gran parte del Piemonte, ingrossandosi sempre di più a mano a mano che avanza verso Torino. Viene battezzata dal suo comandante con il nome di “Ordinata Massa Cristiana” ed assume sempre più il carattere di armata cattolica e realista. Con tappe forzate marcia sulla capitale del Regno ed applica azioni di guerriglia (“ante litteram”) contro le guarnigioni francesi, sfruttando le stravaganze e l’indiscutibile ascendente del Branda de’ Lucioni sulle masse popolari.

Dal nome del loro comandante, gli aderenti alla Massa Cristiana vengono chiamati brandalucioni.

Il maggiore Branda si fa scortare, oltre che dai suoi venticinque Ussari, anche da due cappuccini armati di pistola e fucile, con funzione di segretari e consiglieri al tempo stesso. Come suo aiutante di campo si distingue un certo Oddone di San Salvatore, ostinato e fanatico antigiacobino.

Nella sua marcia verso Torino, entrato in un paese, il maggiore Branda fa suonare le campane a martello, raduna tutti gli abitanti sulla piazza principale o sul sagrato della chiesa e, tra gli spari e le grida dei suoi contadini, fa abbattere l’albero della libertà e fa innalzare una grande croce, davanti alla quale si inginocchia e si prostra in preghiera, mentre il parroco, o un frate, benedice la folla.

Dopo aver sollevato i contadini del Novarese e del Vercellese ed aver liberato dai francesi Novara, Vercelli, Santhià e il Biellese, la Ordinata Massa Cristiana raggiunge Ivrea e il Canavese da nord, Trino, Pontestura, Gassino e Settimo da sud, con una manovra a tenaglia. Il 5 maggio del 1799 il maggiore Branda de’ Lucioni  pone il suo quartier generale a Chivasso, imperversa nei paesi del circondario e verso metà maggio si spinge già fino alle porte di Torino.

Pur continuando con le sue azioni di guerriglia, il Lucioni si preoccupa anche dell’amministrazione pubblica ed ordina che le vecchie giunte comunali riprendano le loro funzioni e che sia abolito tutto quanto fu introdotto “nel tempo traditore denominato democrazia”. Impone nuove tasse e ne elimina altre. Dal suo quartiere di Chivasso invia circolari ed ordini a tutti i paesi della cintura di Torino, sostenendo di agire in nome e per conto del legittimo Re di Sardegna ed in difesa della religione, asserisce di essere inviato dalla Santa Vergine per liberare il popolo oppresso dai francesi, atei e senzadio. Ai paesi che rifiutano di riconoscere la sua autorità, il Branda fa schierare i suoi contadini armati e manda a dire che se la resa non sarà immediata, farà leggere il suo mandato imperiale al chiarore delle case incendiate. Ordina la leva di massa obbligatoria per tutti ed impone arbitrarie tasse, balzelli vari e inique contribuzioni a tutti i municipi compresi tra la Dora Baltea e la Stura.

Il 13 maggio 1799, alla testa di circa duecento brandalucioni entra in Montanaro. Come negli altri paesi canavesani da lui conquistati, il Maggiore fa abbattere l’albero della libertà ed al suo posto fa innalzare una grande croce, davanti alla quale si inginocchia a pregare, circondato da una folla di uomini armati, ma ammutoliti dall’ammirazione e dal rispetto. Quanto queste manifestazioni di fede siano veramente sentite dal Maggiore è messo in dubbio da molti, ma è certo l’effetto voluto. Infatti in occasione di una manifestazione simile avvenuta qualche giorno prima ad Ivrea, il vescovo locale mons. Giuseppe Pochettini gli andò incontro, salutandolo come un liberatore e benedicendo le sue bandiere. I “branda” si fermano a Montanaro solo quattro giorni, ma arrecano danni ingentissimi, obbligando il paese, già stremato dai francesi, alla consegna di 1.500 razioni di pane, carne, vino, foraggio ed attrezzi agricoli. Ad accrescere la miseria del paese, pochi giorni dopo, sopraggiungono ben 15.000 soldati austro-russi affamati e violenti che fra carne, vino e granturco costano al comune  17.773 lire, più il costo del trasporto dei viveri a Torino. Il costo totale per il comune di Montanaro tra Massa Cristiana e liberatori austro-russi, compresi i danni alla campagna, è di ben 50.829 lire!

Il feldmaresciallo Suvorov, che si sta avvicinando a Torino con la sua poderosa armata austro-russa,  invia al maggiore  de’ Lucioni, come rinforzo, un distaccamento di 40 Ussari, mentre altri individui armati (contadini, ex soldati della guardia nazionale e delle milizie provinciali, briganti di strada ed anche alcuni preti) continuano ad affluire dai paesi del Canavese per ingrossare le file della Massa Cristiana. Da Chivasso, dove ha posto la sua base operativa, il Branda continua con le sue azioni di disturbo su Torino, ponendo praticamente la città sotto assedio, circondandola con una manovra a tenaglia e controllando tutte le strade di accesso. Fa chiudere anche il transito sul Po e si spinge fino al di là della Stura con spedizioni di vera e propria guerriglia. Le sue bande di contadini armati e i suoi ussari raggiungono Superga, facendo gravissimi danni e depredando la basilica, rubando gli oggetti e gli arredi sacri che, nonostante le successive e ripetute richieste, non saranno mai restituiti.

Con la minaccia dell’assalto e del saccheggio, il de’ Lucioni fa cedere alcuni municipi del Canavese (Ciriè, San Maurizio, Caselle e Leinì) poco propensi ad unirsi all’Insorgenza, per aver dato rifugio a molti giacobini della zona, ed impone loro il pagamento di inique, illecite e gravose contribuzioni.

Si può dire che il maggiore Branda de’ Lucioni abbia dato vita, in questo periodo, ad una forma di guerra praticamente sconosciuta, la guerriglia o guerra per bande (che sarà ulteriormente sviluppata dai “partigiani” spagnoli, con il contributo dell’esercito inglese, durante l’occupazione napoleonica della Spagna) e contro la quale l’esercito francese, arroccato nella Cittadella di Torino e comandato dal generale Pascal Antoine Fiorella, si trova oltre che numericamente insufficiente anche, e senza ombra di dubbio, decisamente impreparato.

A Torino si vive nella paura. Anche Venaria e San Mauro vengono occupate dalla Massa Cristiana. La reggia di Venaria è depredata e ridotta a un cumulo di macerie.

A metà maggio i “branda” sono a Volpiano e terrorizzano la popolazione. Il Maggiore fa abbattere l’albero della libertà, sul piazzale della chiesa parrocchiale davanti alla porta maggiore, e fa erigere una grande croce lignea a cui si prostra in preghiera, secondo il rito che lui stesso ha codificato, per “simboleggiare il trionfo della Religione sull’empietà” (Memoriale Sandri/Arch. Parr.-Volpiano).

Questa grande croce lignea, nel successivo anno 1800, verrà trasportata ed innalzata presso il locale santuario della Madonna delle Grazie, accanto al quale verrà localizzato il nuovo cimitero, edificato fuori dal centro abitato (in ottemperanza al relativo decreto del governo francese sulla ubicazione delle sepolture e dei sepolcri), e vi rimarrà fino ai primi anni sessanta del XX secolo, quando verrà abbattuta nell’ambito dei lavori di riqualificazione edilizia del luogo.

All’arrivo dei brandalucioni a Volpiano, la municipalità preoccupata invia una richiesta di aiuto al generale Fiorella a Torino, ma questi risponde che non dispone di truppe sufficienti per far fronte all’impellente necessità. L’Arcivescovo di Torino Carlo Luigi Buronzo pubblica una pastorale con cui invita i contadini in armi a deporle e rientrare nell’ordine. I preti che circondano il de’ Lucioni hanno buon gioco nell’affermare che il presule non è libero delle proprie azioni e che la pastorale è stata imposta dai francesi.

Il 25 maggio 1799 le avanguardie austro-russe del maresciallo Aleksandr V. Suvorov compaiono sulla collina di Torino, da Superga all’Eremo, mentre un reparto imperiale occupa Rivoli. I russi piazzano alcune batterie di cannoni al Monte dei Cappuccini per colpire i francesi asserragliati nella Cittadella ed immediatamente iniziano a tirare alcune cannonate sulla città. In un attimo, i cittadini di Torino aprono la Porta di Po, consentendo l’ingresso in città ai primi reparti di cosacchi, cui si sono uniti alcuni brandalucioni, alla cui testa si pavoneggia il maggiore Branda in alta uniforme degli Ussari. Il generale Pascal Fiorella, sicuro delle difese della città, viene sorpreso mentre pranza, con alcuni ufficiali, al “Café ‘d Catlin-a”, vicino all’attuale piazza Solferino, e si salva a stento dai cavalleggeri cosacchi, rifugiandosi nella vicina Cittadella. Di qui dà ordine di cannoneggiare la città per punirla dal suo tradimento. Tuttavia, nel pomeriggio del giorno successivo, il 26 di maggio, il principe maresciallo Aleksandr Suvorov fa il suo ingresso trionfale in Torino, accolto da una vera festa di popolo. Suvorov manda subito a dire a Fiorella che il suo comportamento vìola ogni legge internazionale in materia bellica, e lo invita a sospendere l’inutile bombardamento, proponendogli l’immediata resa con l’onore delle armi. Ormai la città può considerarsi perduta. I torinese hanno pure aperto la Porta di Palazzo per facilitare l’ingresso alle truppe austro-russe, sempre spalleggiate dai brandalucioni. Il generale Fiorella tenta ancora una effimera, ma inutile difesa della Cittadella. Nei primi giorni di giugno (la data precisa è incerta: alcuni autori dicono il 9, mentre altri parlano del 18 giugno) il generale Fiorella e la guarnigione francese si arrendono ed ottengono di uscire da Torino con l’onore delle armi. Infatti, dopo la resa, i francesi lasciano la città per Cuneo, nella cui fortezza si erano già arroccati i reparti agli ordini del generale Jean Victor Moreau.

Il principe maresciallo Aleksandr Suvorov è autorizzato dal re Carlo Emanuele IV a nominare nella persona dell’anziano marchese nizzardo Carlo Thaon di Sant’Andrea  (1725-1807) il luogotenente generale del Regno di Sardegna, e a ripristinare lo “status quo ante bellum” per l’amministrazione.

La Massa Cristiana invade Torino, con i suoi contadini, ignoranti, cafoni e bifolchi, i briganti di strada, i militari sbandati, i banditi, i preti spretati e rancorosi, un’orda eterogenea di ubriaconi, di ladroni e di violenti, armati all’inverosimile. Essi sono guardati con sospetto e timore, terrorizzano la popolazione cittadina, di nobili, borghesi e ben pensanti, non abituati a trattare con i paesani.

Pertanto, tre giorni dopo la presa di Torino ed appena insediate le autorità militari imperiali austro-russe, il maresciallo Suvorov e il suo stato maggiore, avendo fretta di liberarsi di quell’incomodo e stravagante esercito, decidono di sciogliere immediatamente la Massa Cristiana, ordinando ai suoi  componenti di ritornare alle loro case, nei loro paesi e sotto la scorta coatta dei cosacchi.

Tuttavia molti dei così detti brandalucioni si sottraggono alle imposizioni delle autorità militari e danno vita a più o meno grandi bande di fuorilegge che continuano ad attuare violenze, assassini, furti e saccheggi nei confronti di coloro che, secondo il loro giudizio, ma senza prove attendibili, potrebbero essere giacobini.

Di conseguenza termina qui anche la carriera del maggiore Branda de’ Lucioni, ufficiale imperiale e capo-brigante. A questo punto le notizie sul suo conto si fanno confuse. Avrebbe militato ancora per qualche tempo, prima del congedo illimitato e della relativa pensione, con gli imperiali austriaci, nel  Primo corpo d’armata dell’arciduca Carlo d’Asburgo. Non si hanno ulteriori documenti, se non che l’Almanacco delle truppe imperiali, per l’anno 1804, riporta la notizia dell’avvenuto decesso del maggiore degli Ussari “a riposo” Branda de’ Lucioni, in Vicenza il 23 agosto del 1803.

Nel frattempo l’Armata francese di Napoli guidata dal generale Étienne MacDonald che, a tappe forzate, risaliva la penisola italiana sulla dorsale appenninica, stava per ricongiungersi, nella pianura padano-piacentina, con i resti dell’Armata d’Italia comandata dal generale Jean Victor Moreau, che dalla piazzaforte di Cuneo le si muoveva incontro, per fare fronte comune contro gli austro-russi. Il maresciallo Suvorov riesce nell’intento di intercettare il MacDonald e di attaccarlo, sbarrandogli il cammino, nella battaglia della Trebbia (17-18-19 giugno 1799) e costringendolo, dopo tre giorni di aspri, intensi e cruenti combattimenti, a ritirarsi lungo la costa per raggiungere Genova, dove ben presto vi confluiscono anche le forze del generale Moreau in ripiegamento, dopo aver appreso la notizia della sconfitta del MacDonald.

Tutte queste disfatte militari in Italia, provocano in Francia un vero terremoto politico, tra accuse di tradimento, insinuazioni di corruzione dei generali, recriminazioni sulla condotta militare tenuta, sospetti di scarso entusiasmo rivoluzionario, anche sulla persona del Moreau. L’opinione pubblica non si capacita di come alle costanti e numerose vittorie degli anni precedenti, sia potuta seguire una tale serie di cocenti sconfitte. Per contrastare i coalizzati che minacciano le frontiere stesse della Repubblica, il Direttorio sostituisce tre dei suoi cinque membri con personaggi di provata e salda fede repubblicana, legati al partito giacobino (gli altri due direttori, Paul Barras e l’ex-abate Sieyès, sono considerati inamovibili). Inoltre ricorre ad una nuova coscrizione obbligatoria e nomina il generale Jean-Baptiste Bernadotte ministro della guerra. Viene anche riorganizzato l’esercito con la costituzione della nuova Armata delle Alpi, di 50.000 uomini, al comando del generale Jean Étienne Championnet, e con il rinnovamento dell’Armata d’Italia, di 70.000 uomini, agli ordini del generale Barthélemy Joubert, con il generale Jean Victor Moreau come vice-comandante.

Joubert lascia Parigi il 15 luglio e arriva a Genova il 5 e il 6 agosto. Gli ordini del Direttorio sono perentori. Joubert deve liberare Tortona e piegare a ovest verso Cuneo, mentre Championnet deve passare le Alpi, occupare Torino e dirigersi verso sud. Le due armate si dovranno riunire in Cuneo per prendere congiuntamente l’iniziativa contro gli austro-russi del maresciallo Suvorov.

Tuttavia il numero degli effettivi non è quello promesso dal Direttorio, ma di molto inferiore, e il loro stato è, per molti versi, disastroso. L’esercito è carente di approvvigionamenti, cavalli, armi e munizioni. Inoltre gli uomini non sono pagati da mesi, le diserzioni sono all’ordine del giorno e indeboliscono sempre di più l’armata rivoluzionaria.

Ciò nonostante il generale Joubert, molto popolare tra le truppe e possibile candidato dell’ex-abate Sieyès a guidare un eventuale colpo di Stato autoritario, decide di prendere subito l’iniziativa per  attaccare le forze austro-russe del Suvorov, senza attendere l’arrivo del generale Championnet, che sta ancora organizzando la sua armata al di là delle Alpi.

Il 15 agosto 1799, nella battaglia di Novi Ligure, l’Armata francese d’Italia viene ancora sconfitta duramente e lo stesso generale Joubert rimane ucciso negli scontri. Il generale Moreau prende il comando e riconduce i resti dell’Armata d’Italia in ritirata a Genova, prima, e poi verso la Francia.

Il feldmaresciallo Suvorov rimane quindi padrone della situazione in Italia settentrionale, avendo estromesso tutte le armate francesi dal territorio, con la prospettiva di concludere definitivamente e vittoriosamente la guerra della Seconda coalizione contro la Francia rivoluzionaria e repubblicana.

Ma le divisioni e le rivalità tra le potenze coalizzate, Austria, Russia e Inghilterra, favoriranno ben presto la ripresa e la vittoria finale delle armate rivoluzionarie francesi. Infatti la Russia avrebbe intenzione di occupare stabilmente Genova e realizzare così l’antico desiderio degli zar, di avere cioè uno sbocco sul Mediterraneo. Ma l’Inghilterra ostacola nel modo più assoluto tale prospettiva. Il maresciallo Suvorov vorrebbe invadere la Francia passando dal Delfinato, ma l’Austria si oppone in quanto non riesce trovare un accordo con la Russia circa la spartizione dell’Italia settentrionale. La scarsa coesione tra le potenze, le rivalità politiche e gli intrighi orditi dalla cancelleria di Vienna impediscono alla coalizione di sfruttare la favorevole situazione.

Su istigazione dell’Austria, lo zar Paolo I ordina al feldmaresciallo Suvorov di interrompere le operazioni in Italia, lasciando quindi campo libero agli austriaci nella penisola, e portarsi con il suo esercito, attraverso il San Gottardo, in Svizzera per unirsi al corpo di spedizione russo proveniente dalla Galizia e agli ordini del  generale Aleksandr Rimskij-Korsakov.

L’impresa sarà decisamente catastrofica. Per superare il San Gottardo l’armata russa subirà gravi e  pesantissime perdite. I francesi che occupano la Svizzera, agli ordini del generale André Masséna, anche se numericamente inferiori, controllano tutti i valichi alpini, strategicamente in posizione più favorevole rispetto ai russi invasori. Pertanto l’avanzata delle truppe del Suvorov viene bloccata più volte, costringendo i russi a dirigersi in zone impervie e quasi impraticabili.

La situazione del feldmaresciallo Suvorov, isolato tra le montagne, con scarsi, o praticamente nulli, rifornimenti, contrastato su tutti i fronti dalle truppe francesi, diventa sempre più difficile.

L’armata russa subisce una pesantissima sconfitta nella seconda battaglia di Zurigo, dal 25 al 27 settembre 1799, ad opera del generale André Masséna (che nella prima battaglia di Zurigo, dal 4 al 7 giugno, aveva già sconfitto un esercito austriaco). Allo sconfitto Suvorov, ridotto senza provviste, munizioni e artiglieria, non rimane che tentare di ripiegare verso est, allo scopo di mettere in salvo i resti del suo esercito, ormai molto provato. La ritirata dei russi è molto difficoltosa e tragica, a causa delle strade impraticabili o inesistenti, tra precipizi e crepacci, montagne innevate, ghiacciai e gole profonde, con un tempo inclemente di piogge e bufere di neve, e costa nuove pesanti perdite umane, mentre tutta l’artiglieria va irrimediabilmente perduta. Infine, passando per il colle di Panix i russi, esausti, raggiungono il fiume Reno, il 7 ottobre, e proseguono per il Vorarlberg, dove, finalmente, possono ricongiungersi con i superstiti del generale Korsakov, già reduci da disastrose sconfitte.

Mentre i francesi del generale Masséna mantengono solidamente il controllo della Svizzera, il maresciallo Suvorov viene richiamato a San Pietroburgo, dove cade subito in disgrazia presso la corte imperiale zarista. Lo stesso zar Paolo I Romanov si rifiuta di riceverlo in udienza.

Il vecchio feldmaresciallo, ferito e malato a causa delle fatiche della ritirata, muore dopo poche settimane nella capitale stessa, il 18 maggio dell’anno 1800.

La vittoria del generale Masséna a Zurigo e il fallimento dell’invasione della Svizzera di Suvorov, consente ai francesi di mantenere il possesso della Svizzera, rafforza la posizione del Direttorio e scuote la fiducia dello zar Paolo I, molto irritato anche dalla scarsa collaborazione dell’Austria (che mira unicamente al dominio assoluto sull’Italia) e presto deciderà di ritirarsi dalla coalizione.

Lo stesso succederà per la Gran Bretagna che, dopo lo sbarco del corpo di spedizione anglo-russo, sotto il comando del duca di York, avvenuto nei Paesi Bassi il 27 agosto 1799, oltre che decimato dalle epidemie, subirà due pesanti sconfitte (il 19 settembre ed il 6 ottobre) ad opera dell’armata francese del generale Guillaume Brune, sarà costretta a ritirarsi anch’essa dalla Seconda coalizione.

Pertanto l’Austria rimarrà l’unica potenza sul continente ad affrontare le armate francesi.

Intanto, notizia non da poco, dopo aver lasciato in modo avventuroso l’Egitto, il 9 ottobre 1799 il generale Napoleone Bonaparte sbarca sorprendentemente a Fréjus, in Provenza, e si avvia verso Parigi, dove giunge il 14 ottobre accolto trionfalmente dalla popolazione festante, e si appresta ad  assumere decisioni di capitale importanza per la Francia, per  l’Italia e per l’Europa intera.

Innanzitutto Napoleone riesce mascherare il suo fallimento nella campagna d’Egitto con la necessità di assumere il controllo della situazione, ormai ingestibile, dei gravi disordini, sia in Francia che in Italia. Giunto a Parigi, egli riunisce i cospiratori decisi a rovesciare il Direttorio. Dalla sua parte si schierano subito i fratelli Giuseppe e Luciano, presidente del Consiglio dei Cinquecento, i direttori Roger Ducos e Emmanuel Sieyés, l’astutissimo ministro degli esteri Charles-Maurice Talleyrand e il ministro della polizia Joseph Fouché. Il membro più influente del Direttorio Paul Barras accetta di farsi da parte e ritirarsi a vita privata.

Il 18 brumaio anno VIII (9 novembre 1799) i congiurati effettuano il colpo di Stato, con l’appoggio delle truppe fedeli a Napoleone, in gran parte veterani delle sue passate campagne, al comando dei generali Charles Leclerc e Gioacchino Murat. Dichiarano sciolto il Parlamento (sia il Consiglio dei Cinquecento che il Consiglio degli Anziani), decaduto e revocato il Direttorio. Approvano il decreto che assegna i pieni poteri a tre consoli, Roger Ducos, Emmanuel Sieyés e Napoleone Bonaparte, e nominano quest’ultimo Primo console e comandante in capo di tutte le forze armate.

Successivamente i tre nuovi padroni della Francia redigono, insieme a due commissioni apposite, una nuova costituzione, la Costituzione dell’anno VIII che, ratificata con un plebiscito popolare, legittima il colpo di Stato del 18 brumaio.

La Francia viene ricostruita con una struttura amministrativa fortemente accentratrice, che rimane tale fino ad oggi. La Repubblica, “una e indivisibile”, viene frazionata in dipartimenti, distretti e comuni, amministrati rispettivamente da prefetti, sottoprefetti e sindaci. Le casse dello Stato sono  risanate con le ingenti conquiste di guerra e mediante la fondazione della Banca di Francia, nonché con l’introduzione del franco d’argento, che pone fine all’era degli “assegnati” e dell’inflazione.

Sistemati gli affari di politica interna in Francia, nel successivo anno 1800, Napoleone si rivolge alla situazione dell’Europa e, in particolare, dell’Italia dove gli austriaci ormai la fanno da padrone, dominando su tutta la penisola per attuare la restaurazione degli antichi regimi monarchici, sotto l’egida del Sacro Romano Impero.

Il Primo console riorganizza rapidamente l’esercito con la coscrizione obbligatoria e lo divide in due armate, affidando al generale Jean Victor Moreau quella che sembrerebbe essere la principale, l’Armata del Reno, con il compito di trattenere gli austriaci in Germania.

Lui al comando dell’Armata d’Italia (quella considerata di riserva) la conduce nella penisola contro le forze del generale Michael von Melas.

Atteso al passo del Moncenisio dagli austriaci, valica invece le Alpi al passo del Gran San Bernardo il 24 maggio 1800 e costringe alla resa il Forte di Bard con un attacco a sorpresa. Poi si dirige verso Milano e il 2 giugno entra in città senza combattere, accolto trionfalmente tra due ali di folla festosa ed osannante. Napoleone si ferma in Milano circa una settimana per ricostituire il governo e le istituzioni della Repubblica Cisalpina, bloccare completamente i passaggi sui fiumi lombardi per  assicurarsi che gli austriaci non possano ricevere rinforzi da est e riunirsi con le ulteriori truppe che nel frattempo giungono dal Sempione e dal San Gottardo. Poi avvia il grosso dell’esercito a sud, verso il Po, svuotando lungo la strada i magazzini austriaci che contengono grandi riserve, tra cui quattrocento cannoni. Aggirando con rapide ed astute manovre gli austriaci attestati in Piemonte, raggruppa le sue divisioni, ormai complete di rifornimenti e di artiglieria, su Stradella a sud del Po, per poi dirigersi verso Marengo, località vicino alla fortezza di Alessandria, dove prende alle spalle l’armata del generale Michael von Melas.

Il 14 giugno 1800 avviene la battaglia di Marengo, a est del fiume Bormida e nei pressi dell’attuale frazione di Spinetta. La battaglia inizia male per i francesi, e potrebbe trasformarsi in una disfatta per Napoleone, se nel pomeriggio non giungessero i rinforzi comandati dal generale Louis Desaix. La sua furiosa carica contro l’ala destra dello schieramento austriaco provoca la rotta dell’armata di Melas, anche se lo stesso Desaix rimane ucciso nelle fasi finali della battaglia.

Sebbene non decisiva ai fini del conflitto, la importante vittoria dei francesi a Marengo obbliga gli austriaci ad abbandonare per la seconda volta l’Italia, per ritirarsi nelle piazzeforti del Veneto.

Il 3 dicembre 1800, il generale Moreau ottiene finalmente una vittoria decisiva sugli austriaci nella battaglia di Hohenlinden. Ormai allo stremo, il 9 febbraio 1801 l’Austria (cioè il Sacro Romano Impero) si ritira dal conflitto con la firma del trattato di Lunéville, preludio del trattato di Amiens, che sarà firmato il 25 marzo 1802 e che sancirà la conclusione delle ostilità tra le nazioni della Seconda colazione e la Francia.

In forza di questi trattati vengono ripristinate tutte le clausole previste dalla pace di Campoformio del 1797 e, per quanto riguarda l’Italia, viene confermato il predominio francese su tutta la penisola, con il ripristino delle “Repubbliche sorelle” e delle istituzioni a suo tempo introdotte, mentre viene consolidato definitivamente il prestigio e il potere del Primo console Bonaparte in Francia.

Inoltre sono garantiti ben due anni di pace per l’Italia, la Francia e tutta l’Europa.

Il 20 giugno 1800, dalla grande strada di Francia, entrano in Torino i vincitori di Marengo accolti dalla cittadinanza come liberatori e con manifestazioni di gioia. Di nuovo uomini e donne ballano allegramente, e bruciano i soldi svalutati (i famosi “assegnati” cartacei), le pergamene e gli stemmi nobiliari, intorno all’albero della libertà innalzato in mezzo alla piazza Castello. Qui viene inoltre eretta anche una grande statua della libertà ed esposta l’urna con le ceneri del valoroso e sfortunato generale Desaix. Napoleone, acclamato come il liberatore del Piemonte, fa una breve sosta di poche ore nella Cittadella di Torino il 26 giugno, per ricevere una deputazione della municipalità e una dei patrioti filo-francesi. Poi si avvia subito verso Parigi, dopo aver affidato al generale André Masséna il comando dell’esercito, per il proseguimento della guerra.

La strepitosa vittoria di Marengo (14 giugno 1800) riporta il Piemonte nell’orbita francese. Viene ripristinata la Repubblica Piemontese con le sue istituzioni, che però subiscono alcune modifiche organizzative, per volontà dell’Autorità politica francese, a partire dalla denominazione che non sarà più “Piemontese”, ma “Subalpina”, in attesa di essere successivamente “riunita alla Grande Nazione Madre”, la Francia. Tale annessione avverrà nell’anno 1802.

L’inverno tra il 1799 e il 1800 è stato spaventoso, con un clima particolarmente rigido. Il pessimo raccolto, la devastazione delle campagne e le requisizioni dei generi alimentari hanno ridotto buona parte della popolazione alla fame “fisiologica” (quella che lascia tracce durature sull’organismo debilitato); a ciò si deve aggiungere il folle terrore provocato dagli stupri e dalle crudeli violenze praticate dai soldati occupanti, particolarmente dai russi, per costringere gli abitanti a consegnare il denaro e tutto ciò che di prezioso potevano ancora avere. In più, anche le contribuzioni finanziarie imposte dagli austriaci sono state pesantissime ed hanno superato i 30 milioni di lire. Ecco perché l’arrivo dei francesi è visto come una liberazione, come la rinascita di una speranza per un popolo in ginocchio e per un paese che non ha più nulla da perdere perché ha perso tutto e ha toccato il fondo.

Bande di fuorilegge ex-brandalucioni spadroneggiano per le campagne e i paesi attorno a Torino. Nell’estate del 1800 in Canavese troviamo le bande “Diciotto”, “Data” e “Truppa” che occupano prevalentemente la Valle di Locana, la Val Grande e la Val Soana. Nei boschi intorno a Giaveno è molto attiva la banda “Becurio”. I militari francesi e le guardie nazionali preferiscono evitare di avventurarsi nei paesi di montagna o nelle zone boschive per timore delle continue imboscate. Raccontano le cronache che la strada Cebrosa, da Volpiano a Torino, era alquanto insicura. Verso gli ultimi anni del Settecento e i primi anni dell’Ottocento, i viaggiatori in transito sulla Cebrosa, guardando dai finestrini delle carrozze, potevano vedere il macabro spettacolo delle membra di banditi giustiziati che pendevano dai rami degli alberi. Con un briciolo di ironia e di esagerazione, un cronista del tempo consigliava di fare testamento prima di intraprendere un viaggio su quella strada. Ancora cent’anni or sono si narravano storie raccapriccianti di rapine e di omicidi avvenuti lungo la strada Cebrosa. La situazione doveva apparire davvero allarmante se la Municipalità di Settimo si vide costretta a richiedere la presenza continuativa di un reparto di militari francesi a presidio del paese. Era il 7 germinale del VII anno repubblicano (6 aprile 1799). Tale richiesta è tuttora conservata presso gli “Archives Nationales” di Parigi (Fondi del Dipartimento dell’Eridano). Il generale Emmanuel Grouchy, comandante delle Armate francesi in Piemonte, si vide costretto a distaccare ben cento soldati. Tuttavia le popolazioni locali parteggiavano per i cosiddetti briganti e li proteggevano con l’omertà, la connivenza e in vari altri modi. Gli organi di polizia cercavano di reprimere il brigantaggio procedendo molto severamente, applicando condanne a morte esemplari, comminate anche solo su vaghi indizi, supposizioni o per sentito dire, senza sottoporre, il più delle volte, l’accusato di turno al regolare processo previsto dalle vigenti leggi repubblicane.

Spietata e senza quartiere è la caccia che viene data ai protagonisti dell’Insorgenza anti-giacobina del 1799, colpendoli con una durissima e cruenta repressione. Dalle cronache del tempo si evince che, nel corso del secondo semestre dell’anno 1800, ben 423 persone (capi-popolo, brandalucioni, nobili di fede monarchica, semplici cittadini, preti spretati, lealisti, sanfedisti, contadini e briganti) siano state ghigliottinate in piazza Carlina (detta anche piazza della Libertà) a Torino.

La repressione del brigantaggio prevede la cattura e l’arresto dei presunti delinquenti che, prima di essere sottoposti alla pena prevista per il reato commesso, devono sottostare a regolare processo da celebrarsi presso le Commissioni Militari appositamente istruite, con decreto del Generale in capo  dell’Armata d’Italia. È il caso del processo celebrato il 7 fruttidoro anno VIII (25 agosto 1800) dalla Commissione Militare di Torino contro presunti fuorilegge di Volpiano, accusati di rapina a mano armata sulle pubbliche strade, costituzione di banda armata e conflitto a fuoco contro i militari incaricati del loro arresto. Dopo il regolare dibattimento e la verifica dell’identità degli arrestati, la Commissione, presieduta dal generale di divisione Chabran, emette la sentenza. Sono dichiarati colpevoli e quindi condannati alla pena di morte: Giovanni Battista Landra, di anni 17, calzolaio di professione, dimorante a Volpiano; Pietro Landra, fratello del precedente, di anni 24, calzolaio di professione, abitante in Volpiano; Melchior Cerruti, di anni 17/18, nato in Leynì, coltivatore della terra, abitante a Volpiano. La stessa Commissione militare dichiara non colpevoli, e comanda che siano subito rimessi in libertà, i seguenti: Antonio Moruto, di anni 36, lavoratore della terra, nato e domiciliato a Volpiano; Antonio Cicorello, di anni 29/30, nato e domiciliato in Volpiano, lavoratore della terra; Giuseppe Chiaffreddo Bomone, di anni 23, nato e abitante a Volpiano, lavoratore della terra; Domenico Rollo, di anni 32, nato a Volpiano, coltivatore della terra. La sentenza dovrà avere piena esecuzione nel breve giro di 24 ore. Essa viene emessa in applicazione dei vigenti decreti e delle leggi militari francesi. La stessa sentenza, stampata nelle due lingue, italiano e francese, dovrà essere affissa all’albo pretorio di tutti i municipi del Piemonte.

Tra il dicembre del 1800 e il gennaio del 1801, abbiamo l’ultima sollevazione contadina-lealista di questo periodo che, partendo dalla Valle d’Aosta, si estende rapidamente a tutto il Canavese.

Si tratta della “rivolta degli Zoccoli”, in francese “les Socques”. In quasi tutte le località scoppiano delle sommosse. A Ivrea viene occupata la Castiglia da gruppi di paesani affamati e miserabili, come al tempo della rivolta medievale dei Tuchini. A Barbania i contadini inneggiano al ritorno del re, all’imperatore e ai russi e si riuniscono in bande armate. Molti, tra i più violenti ed esagitati, sono arrestati dalle milizie francesi, compreso un certo avvocato Vacca, lealista sabaudo, ed inviati a Torino per esservi processati. Quando vi giungono, il giornale “Diario Torinese” lamenta che tra di loro manchi il prete del paese, noto per le sue idee a favore della monarchia ed ispiratore della sommossa. A Volpiano intanto vengono arrestati un prete ed il maestro della scuola elementare. I prigionieri sono inviati a Torino su di un carro carico di fucili ed altre armi trovate in loro possesso.

Il medesimo giornale “Diario Torinese” riporta: “… sentiamo che nel castello di Masino, proprietà dell’ex-conte Masino, siasi scoperto un arsenale provvisto di competente copia d’armi. Si contarono  tre obici, due mortai, tre pezzi di cannone, sedici bombe, trentasette granate, cinquanta spingarde, munizioni di guerra d’ogni tipo, diciassette palle da cannone del calibro proporzionate ai tre pezzi, e molti fucili”. Quasi tutti i paesi del Canavese sono pervasi dallo spirito di insorgenza antigiacobina.

La repressione della “rivolta degli Zoccoli” viene affidata al generale côrso Jean-Antoine Ortigony, comandante delle famigerate colonne mobili, ed è immediata e cruenta.

Con i suoi reparti celeri a cavallo, l’Ortigony percorre in lungo e in largo il contado, dando una caccia spietata alle bande dei rivoltosi, arrestando o giustiziando sommariamente i ricercati, i loro fiancheggiatori e i loro famigliari, applicando la tecnica della terra bruciata, favorendo la delazione a pagamento e lasciandosi alle spalle una scia di case e di paesi incendiati, di raccolti distrutti, di violenze, di barbarie e di cadaveri. Con la resa di Chiaverano, l’ultimo centro di resistenza degli “Zoccoli” espugnato con inaudita violenza (si contano circa otto o novecento morti), il movimento dei contadini canavesani termina improvvisamente, così come era iniziato, il 16 gennaio 1801.

Sulla scia degli avvenimenti canavesani aumentano i casi di brigantaggio. Molti degli insorti non rientrano nelle proprie case, ma preferiscono la strada della montagna, o vivono ai margini della legalità, mentre altri diventano dei veri e propri fuorilegge. Si riuniscono in bande armate e vivono di furti, rapine, violenze e assassini. Alcune bande si spingono fin quasi alle porte di Torino.

Le popolazioni dei paesi e delle città sono terrorizzate dalla loro presenza. Dopo anni di guerre, di fame, di carestie e di miseria, vorrebbero tornare a vivere pacificamente di lavoro, di commerci e di attività produttive, protette e supportate dalle autorità statali e municipali. Non sopportano più la presenza e le minacce delle bande di briganti fanatici, rancorosi e violenti. Auspicano fortemente il ritorno alla normalizzazione. Desiderano ed invocano pertanto l’intervento delle autorità militari e statali per essere liberate dal flagello del brigantaggio. Anche in questa occasione il compito della repressione del brigantaggio viene affidato alle colonne mobili del generale Ortigony (su modello delle “colonne infernali” della Vandea) e, ancora una volta, sarà una repressione molto cruenta …

Il già citato Memoriale Sandri, a suo tempo presente nell’Archivio Parrocchiale di Volpiano e di cui attualmente si sono perse le tracce (ma riportato nel “Numero Unico Commemorativo Illustrato …” edito nel 1910), fu redatto dall’allora parroco di Volpiano, il sacerdote Giovanni Battista Sandri, e ci informa circa gli avvenimenti successi a Volpiano e in Canavese nel febbraio dell’anno 1801.

Prima di procedere oltre, però, vorrei registrare alcune notizie biografiche circa il suddetto parroco. Il sacerdote Giovanni Battista Sandri, da Drusacco, fu prevosto (cioè parroco) di Volpiano per ben 43 anni, e cioè dal 15 giugno 1794 alla sua morte, avvenuta il 2 febbraio 1837, all’età di 75 anni.

Durante la sua amministrazione, nel 1803, la parrocchia di Volpiano fu scorporata dalla diocesi di Ivrea ed aggregata all’arcidiocesi di Torino. Ebbe per primo, nel 1805, il titolo di vicario foraneo.

Negli anni 1819 e 1820 intraprese e concluse i lavori di restauro e di ampliamento della chiesa parrocchiale, dell’abside e della nuova sacrestia, occupando l’area dismessa del vecchio cimitero.

Nel 1822 acquistò gli armadioni della sacrestia, già appartenuti all’Eremo Camaldolese di Torino (risalenti al XVII secolo, pregevole opera artistica dello scultore padre Carlo Amedeo Botto) per l’importo di lire 1.617, soldi 14 e denari 2, facendoli adattare, con somma perizia, da un mastro “minusiere” volpianese. Nel 1824 vennero poi conclusi i lavori di ampliamento della chiesa, con il  prolungamento del presbiterio, la costruzione del nuovo coro e la decorazione artistica del transetto ad opera del pittore volpianese Matteo Ricco (1759-1826).

Il prevosto Giovanni Battista Sandri visse in tempi difficilissimi e fu testimone di importanti eventi storici, dalla rivoluzione francese, all’occupazione napoleonica del Piemonte, alle varie insorgenze antigiacobine, alla restaurazione sabauda e ai primi moti risorgimentali del 1821 e del 1831.

Nel febbraio del 1801, una banda di fuorilegge ed ex-brandalucioni si era insediata da tempo nelle campagne e noi boschi intorno a Volpiano, in particolare nella brughiera sull’altopiano della Vauda, scorrendone il territorio e compiendo, in misura sempre più crescente, furti, rapine, aggressioni ed omicidi ai danni della popolazione rurale e dei pacifici cittadini volpianesi.

Il generale francese Ortigony, originario della Corsica, avuto dall’autorità governativa l’incarico di reprimere e distruggere quella banda di brandalucioni e di briganti, il 13 febbraio 1801, a un mese dalla fine della “rivolta degli Zoccoli”, si porta a Volpiano al comando di una colonna mobile e, nel breve tempo di tre giorni, riesce a scovarne ed arrestarne la maggior parte.

Tra gli arrestati troviamo Varzino, detto “il Piccolo”, Rolle, detto “il Cittadino”, e i due Beaumont di Volpiano, un Roda (o Rosa) e un Giannasso di Settimo Torinese.

Dodici briganti sono catturati nelle campagne sopra Vistrorio e altri sette in quelle presso Chivasso.

La repressione è memorabile e deve servire di monito alla popolazione. Per tre giorni avvengono le fucilazioni sulla piazza principale di Volpiano, come ricorda il prevosto Giovanni Battista Sandri:

“… E per incutere terrore a tutto il popolo, facevali fucilare sulla pubblica piazza nei giorni 14, 15 e 16 febbraio 1801 …”. (Memoriale Sandri/Archivio Parrocchiale-Volpiano).

Al comando di una colonna mobile, Ortigony il 21 febbraio raggiunge Favria, dove riesce catturare il brigante Arietta, assassino di strada e uno dei capi della sollevazione dei “Socques”. Il bandito viene tradotto, sotto scorta, nelle carceri di Torino e il Generale propone di ricompensare il pittore Matteo Ricco di Volpiano (1759-1826), perché ha indicato il luogo in cui il brigante si era rifugiato. Dovrebbe ricevere un premio di 250 franchi, ma, nonostante i ripetuti solleciti, non li avrà mai!

Nella stessa Volpiano vengono arrestati altri briganti volpianesi, tra i quali troviamo Antonio Mol, detto “il Sicarel”, Giacomo Ferrero, detto “il Boraccio” (cioè “il Bassotto”), e altri sedici individui, tutti parenti e fiancheggiatori dei suddetti. Essi sono imprigionati ed inviati nelle carceri di Torino.

Sempre a Volpiano, un certo Moretto, detto “il Tropetto” (da “trapé”, ingannare), al momento della cattura si uccide nella chiesa in cui è andato a rifugiarsi.

Ormai sbandati, inseguiti ed il più delle volte catturati, i briganti trovano un estremo rifugio presso gli ultimi oppositori dei francesi. Certi preti, soprattutto del basso clero, sono i più attivi in questa opposizione. Ad Ivrea molti di loro si rifiutano di cantare, durante la messa, il “Domine Salvum”, l’inno composto in onore di Napoleone.

L’8 luglio 1801 il “Diario Torinese” segnalava la presenza di numerosi malfattori nelle campagne attorno a Torino. Poche settimane dopo, lo stesso periodico avvertiva che alcuni cadaveri di persone assassinate giacevano insepolti lungo la strada di Settimo. Inoltre asseriva che anche nei folti boschi attorno all’abitato di Volpiano imperversavano ancora assassini e tagliagole.

Il 6 settembre 1801 il parroco di Settimo registrò la sepoltura di due giovani del paese catturati nei    pressi della cascina “Banchera”. Entrambi erano stati uccisi sul posto dai gendarmi perché sorpresi mentre si spartivano il bottino, frutto di una qualche rapina.

Sempre a Settimo, pare che presso la “Rosa Rossa”, un’osteria ora scomparsa, nella strada centrale del paese (l’attuale via Italia), i malfattori trovassero compiacente ospitalità. Si raccontava, a quel tempo, che i proprietari del locale divenissero improvvisamente ricchi, essendosi impossessati del bottino che alcuni banditi avevano nascosto nel cortile, in fondo al pozzo.

Purtroppo le fonti d’archivio sono spesso avare di ulteriori ed esaurienti informazioni.

Sempre nel 1801, nei paesi del Canavese, vengono arrestati Corsette, Caffalo e Mattioli, i tre sono immediatamente condannati a morte, mentre si cerca un quarto compagno, certo Rossio, un forzato evaso. Con il 1808 i briganti diventano meno numerosi. Nel dipartimento della Dora sono arrestati i briganti Gasta, Cameche e la brigantessa Roubade. Tuttavia le strade continuano ad essere poco sicure per i viaggiatori e i mercanti. Le rapine e le violenze sono sempre all’ordine del giorno.

Ad Ivrea sono condannati a morte Giuseppe Cattaneo, Sebastiano Negro, Guido Antonio Negro, Carlo Mosca e Giacomo Lievore, tutti assassini di strada, rapinatori a mano armata e briganti delle terre comprese tra Chivasso, La Mandria e Caluso.

Con il 1810 invece il brigantaggio è in chiaro declino. Verso quell’epoca la polizia può vantare di aver fatto sparire tutti i più feroci delinquenti e di averne incarcerati, ghigliottinati, fucilati o inviati al bagno penale nelle colonie (la famigerata Cayenna nella Guyana francese) ben millequattrocento.

“Passata la bufera rivoluzionaria, ben presto trionfò il buon senso del laborioso popolo canavesano … e così tutto ritornò in pace … ”. (Memoriale Sandri/Archivio Parrocchiale-Volpiano).

Anche se le insorgenze antifrancesi e antinapoleoniche si succederanno ancora alquanto numerose, nel resto d’Italia, fino al 1815, si può dire invece che a Volpiano e in Canavese si sia realizzata una certa normalizzazione, tra le classi sociali e tra i piemontesi e i francesi, in grado di garantire alcuni anni di pacifica, operosa e produttiva convivenza tra le popolazioni.

A conclusione di questa mia ricerca vorrei accennare ad un paio di personaggi che, pur esulando dall’oggetto principale di questo studio, sono degni di essere menzionati.

Premesso che il periodo d’oro del brigantaggio piemontese è costituito dagli anni a cavallo fra il Settecento e l’Ottocento, durante i torbidi che seguirono alle due occupazioni napoleoniche e alla invasione austro-russa, dobbiamo tenere conto che il termine “brigante” era allora usato sia per indicare coloro che si ribellavano alle requisizioni e ai soprusi del militari francesi, sia a quanti, qualificandosi come controrivoluzionari, rubavano, taglieggiavano e uccidevano, approfittando della situazione.

Degli antichi briganti, ai nostri giorni, rimangono abbondanti tracce nella memoria collettiva. In alcuni di loro si rispecchia una certa anima popolare con le sue paure, le sue aspirazioni di giustizia sociale, i suoi sentimenti imperscrutabili.

È il caso del celebre Giuseppe Mayno, di Spinetta Marengo (provincia di Alessandria), detto Mayno della Spinetta, ucciso dai gendarmi francesi nel 1806, che la tradizione popolare presenta come il temerario che raddrizza i torti, il campione della povera gente che deruba soltanto i grassi borghesi e gli usurai, burlandosi dell’autorità costituita.

Altrettanto si può dire del canavesano Antonio Mottino, impiccato nel 1854. Le vicende di cui i due fuorilegge furono protagonisti appartengono sia alla storia sia all’aneddotica ingenua e inverosimile, ma intessuta di finalità moralizzatrici e didascaliche, non disgiunte da suggestioni romantiche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Volpiano, due febbraio duemilaventi (02/02/2020).

 

 

BIBLIOGRAFIA   ESSENZIALE

NUMERO UNICO COMMEMORATIVO ILLUSTRATO

nel quarantennio di Parrocchia di Mons. FRANCESCO VASCHETTI

(Vedasi il “Memoriale Sandri”) - VOLPIANO - 1910

 

MARCO ALBERA - OSCAR SANGUINETTI

IL MAGGIORE BRANDA DE’ LUCIONI E LA MASSA CRISTIANA

LIBRERIA PIEMONTESE EDITRICE - TORINO - 1999

 

MICHELE RUGGIERO

LA STORIA DEI BRIGANTI PIEMONTESI (1796-1814)

ED. PIEMONTE IN BANCARELLA - TORINO - NOV. 1983

 

FILIPPO AMBROSINI

PIEMONTE GIACOBINO E NAPOLEONICO

SAGGI BOMPIANI - MILANO - 2000

 

GIUSI FERRERO MERLINO

VOLPIANO, STORIE DI VECCHIE STORIE

EDIZIONI MACCONE - VOLPIANO - 2001

 

FILIPPO AMBROSINI

L’ALBERO DELLA LIBERTA’

LE REPUBBLICHE GIACOBINE IN ITALIA (1796-99)

EDIZIONI DEL CAPRICORNO - TORINO - 2013

 

MAURO MINOLA

NAPOLEONE IN PIEMONTE

EDITRICE IL PUNTO

PIEMONTE IN BANCARELLA - TORINO - 2014