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Cesare Giorio - Donne a bordo
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Cesare Giorio


Donne a bordo

 

Avere delle colleghe a bordo delle navi è via via diventato la normalità in molte Marine del mondo: si è in pratica verificato il crollo di un mito, la fine di un mondo navale esclusivamente maschile.

Malgrado il mitologico precedente della nascita di Venere, essenza della femminilità, dalla spuma delle onde, la vita sul mare nella realtà è sempre stata declinata al maschile.

Questo è stato un cliché persistente per secoli a cui le varie sfumature delle successive culture hanno apportato preconcetti ed implicazioni quali: il mare non è posto per le donne, non sono abbastanza forti e temprate sia fisicamente che emotivamente, gli uomini sarebbero distratti ed indotti al vizio ed alle liti o addirittura le sembianze di una donna, specie quelle con gli occhi verdi, potrebbero celare una strega capace di aizzare tempeste ed attirare la sfortuna sulla nave.

Fatto sta che, salvo che tra i passeggeri trasportati, le donne erano ufficialmente bandite da bordo. I regolamenti dei vari Ammiragliati, le disposizioni di generazioni di comandanti, erano chiare in proposito; persino nel mondo della filibusta il feroce Black Bart Roberts nel decalogo con cui governava i suoi pirati aveva stabilito che “non sono permessi donne e bambini a bordo. Se qualunque uomo porterà donne travestite a bordo, verrà punito con la morte.

L'unica presenza femminile accettata volentieri a bordo era la polena; in definitiva, la donna, portatrice di sventura in carne ed ossa, se era scolpita nel legno rappresentava lo spirito della nave e secondo una radicata superstizione la proteggeva dalle avversità, la guidava tra scogli e secche ed il suo seno scoperto avrebbe calmato le bufere. Questa valenza apotropaica viene citata già da Plinio il Vecchio che nella sua Storia naturale ci parla della credenza di molte popolazioni rivierasche nel potere della ostentata nudità femminile di calmare trombe marine e tempeste.

Solo in qualità di passeggere le donne non ponevano grandi problemi; persino da un'altra epoca e un'altra cultura, ci sono giunti trattati giuridici medievali nei quali diversi dottori della legge coranica dissertano sulla convenienza o meno che alle donne sia concesso di viaggiare su una nave; oltre ad imporre un rigido comportamento morale agli armatori, ai comandanti ed ai marinai, alle donne era rivolta una triplice raccomandazione: modestia nel vestire, comportamento riservato e, soprattutto, la scorta di un parente maschio.

Un'altra deroga alla presenza femminile a bordo era consueta, in particolare nella marineria da guerra velica, quando le navi dopo mesi sugli oceani tornavano in patria e giungevano in porto. Allora gran parte dei marinai erano reclutati con varie forme di leva forzata e, per evitare diserzioni, non potevano scendere a terra facilmente; dai diari e dalla corrispondenza di ufficiali della Royal Navy, ad esempio, sappiamo dell'intenso traffico di lance e barchini con stuoli di “donnine allegre” tra i bassifondi del porto ed i vascelli alla fonda. Per qualche giorno all'Ammiragliato chiudevano ambedue gli occhi.

Ma, a parte i casi appena accennati, dalle leggende, dalla storia o dalla zona incerta tra realtà e letteratura, emergono altre interessanti figure femminili: donne che hanno vissuto sulle navi, sugli oceani, combattendo o affrontando con coraggio ruoli generalmente maschili.

Incontreremo per prime due tipi di donne: la guerriera che affronta il combattimento ed il mare senza celare la sua femminilità e la donna che invece si nasconde sotto abiti maschili.

 

Erodoto ci racconta che il giorno prima dell'epico scontro di Salamina, l'imperatore persiano Serse era stato messo in guardia: “Risparmia le tue navi e non affrontare alcuna battaglia in mare! I marinai greci sono tanto più forti dei tuoi, quanto gli uomini sono più forti delle donne.”

Chi stava dando questo avvertimento era Artemisia di Caria, alleata di Serse, che avrebbe partecipato alla battaglia comandando una squadra di sue navi. L'indomani Artemisia avrebbe combattuto come una leonessa riuscendo a non fare la fine delle navi persiane; Serse, che non era imbarcato ma controllava la battaglia dall'alto di una collina, di fronte al disastro dei suoi equipaggi esclamò: “Gli uomini si sono battuti come donne e le donne come uomini!

Se Artemisia fu un ottimo comandante, non altrettanto si può dire di Cleopatra. Il giorno della battaglia di Azio, la regina egiziana, che comandava una squadra di 25 galee, uscì in mare sulla sua splendida nave dalle vele di porpora ma, mentre l'esito della battaglia era ancora incerto, abbandonò lo scontro, seguita da Antonio incurante della fine dei suoi equipaggi.

Dalle rune delle saghe nordiche si staglia la figura della principessa Alwilda, contrariata dal matrimonio che il padre le vorrebbe imporre col principe Alf che lei non conosce; la intraprendente ragazza, che essendo vichinga possiamo immaginare bionda e atletica, abbandona la casa paterna, arruola un equipaggio di virago sue pari e affronta i mari, un po' pirata e un po' esploratrice. Le avventure, come in tutte le saghe, sono molto complicate e cruente, ma alla fine Alwilda viene vinta in combattimento proprio dal principe Alf, sorpreso di trovarsi di fronte una donna tanto valente con ascia, spada e abilità marinaresca: la presentazione avvenuta in simili circostanze e il riconoscere che il padre, dopo tutto, aveva scelto un bel pretendente sono fatti più che sufficienti per convincere l'eroina a convolare felicemente a nozze!

Giungendo alla Guerra dei Cento Anni tra Francia ed Inghilterra, in tempi nei quali i particolari storici cominciano a farsi più dettagliati ed attendibili, troviamo una bellicosa signora: si tratta di Giovanna di Belleville, sposa di Oliviero di Clisson, una delle feudatarie più ricche della Bretagna che, dopo l'esecuzione a tradimento del marito ad opera del re di Francia Filippo di Valois, diviene la portabandiera di una Bretagna sempre più determinata a combattere i francesi.

I bretoni la adorano e seguono le sue imprese quando al comando di tre vascelli si dedica alla guerra di corsa contro le navi francesi nelle acque della Normandia e della Manica, attaccando talvolta anche navi da guerra i cui equipaggi vengono massacrati; diviene così la “lionne sanglante” poiché guida personalmente gli attacchi senza pietà.

Doveva avere veramente un carattere da leonessa perché i cronisti ci raccontano come una volta, scampata ad un naufragio, a bordo di una scialuppa con i figli, riuscì a sfuggire alle navi francesi che le davano la caccia; sopportò per sei giorni sulle onde i morsi della fame e della sete, costretta per di più ad abbandonare in mare il cadavere del figlio più piccolo, prima di riuscire a mettersi in salvo raggiungendo le coste della Bretagna.

 

Circa a metà del '600 nasce in Francia la piccola Marianna che sarà meglio conosciuta come Anne Dieu-le-veut. Assieme ad altre filles du roi viene mandata ad Haiti dove poco dopo si ritrova sposata con un certo Pierre, di professione bucaniere. Nel 1683 durante una rissa, Pierre viene ucciso dal famoso pirata Laurens de Graff; la giovane Anne per vendicare il marito sfida a duello il bucaniere che, forse divertito dalla situazione sottovaluta la sfidante, sfodera la sciabola ma si ritrova di fronte alla pistola spianata di Anne. Sono attimi di tensione, tra la vita e la morte, ma sono anche l'inizio di una avventurosa vita in comune come filibustieri.

Anne fu sempre vicina al suo uomo, al comando della nave e durante i combattimenti. Indossava sempre abiti femminili, suscitando attenzioni ed ammirazione e, stranamente per una donna a bordo, anziché portatrice di sventura era considerata dall'equipaggio una portafortuna.

Anni di arrembaggi ai danni dei vascelli spagnoli fecero della nostra eroina un personaggio conosciuto fino in Francia. Quando infine la sorte voltò le spalle, tutti i corsari catturati dagli spagnoli, compresa Anne, furono portati prima a Vera Cruz in Messico e poi a Cartagena in Colombia per essere giudicati; la fama di Anne era tanto diffusa che lo stesso Pontchartrain, Segretario della Marina di Luigi XIV si interessò perché il Re Sole intercedesse in suo favore con il Re di Spagna suo nipote.

Anne Dieu-le-veut fu così liberata con un accordo tra sovrani e di lei non si seppe più nulla, anche se alcuni storici pensano di averla rintracciata, sempre con Laurens, in Luisiana ai primi del '700.

Tra le donne che, come Anne Dieu-le-veut, avevano intrapreso la carriera piratesca e non si nascondevano possiamo ricordare di sfuggita le inglesi Anne Bonny e Mary Reade, con una breve e chiacchieratissima carriera filibustiera nei Caraibi, le francesi Judith-Armande Préjoly, corsara ugonotta, e Jacquotte Delahaye.

 

Mentre Anne imperversava nelle acque dei Caraibi, nel giugno del 1673, nelle acque della Manica, si verifica un combattimento tra “La Magdeleine” una fregata francese da 36 cannoni e alcune navi olandesi; La Magdeleine viene incendiata da un brulotto, ma il suo comandante, un certo Préville, trasbordato l'equipaggio su alcune lance, guida l'abbordaggio contro una nave nemica. Nell'azione il comandante viene gravemente ferito e portato a Dunkerque; i medici che tentano di salvargli la vita si rendono conto di curare una giovane donna che dopo pochi giorni muore.

Si tratta di Louise Marguerite de Bréville, una ricca orfana scomparsa misteriosamente dal suo castello bretone qualche anno prima. Non avendo alcuna voglia di sposarsi, era scappata da casa in abiti maschili arruolandosi nell'esercito sotto il nome di Préville; doveva essere un tipino determinato e svelto di mano perché poco dopo, ucciso in duello un ufficiale che probabilmente aveva scoperto il suo segreto, fugge dal suo reggimento e si rifugia nella Marine Royale. La giovane Louise, imbarcata sulla squadra dell'ammiraglio d'Estrées, impegnata in mediterraneo contro i barbareschi, impara velocemente come si comporta un ufficiale nella marina del Re Sole tant'é che dopo qualche tempo, iniziata la guerra contro gli olandesi, d'Estrées gli affida il comando de La Magdeleine.

La facilità con cui riesce, vestita da uomo, a trovare rifugio in marina e la rapidità della carriera, vanno valutati alla luce della possibilità, avanzata da alcuni studiosi, che l'ammiraglio d'Estrées fosse amico della sua famiglia e la conoscesse benissimo.

Gli eventi che conducono questa giovane donna a morire a 25 anni senza essere stata scoperta prima, ci sembrano ai limiti del verosimile a meno di cominciare a sospettare che, malgrado regolamenti e disposizioni generalizzate, la presenza di donne sulle navi non fosse poi un fatto tanto raro ed incredibile.

Oltre a Marguerite de Bréville, tra le donne che si celarono sotto abiti maschili si devono ricordare l'inglese Mary Lacy, che alla fine del '700, per oltre dieci anni, era stata mastro carpentiere nella Royal Navy guadagnandosi anche la pensione o la sua connazionale Hannah Snell che ci fornisce la storia più documentata.

 

Hannah Snell

A 24 anni, dopo la morte della figlia e l'abbandono da parte del marito, si arruolò nei Royal Marines con la cui divisa nel 1747 e in qualità di fuciliere di Marina partecipò alle campagne in India su varie navi; possiamo rintracciare il suo curriculum sui registri della Royal Navy seguendo James Gray, il nome sotto il quale si era celata. All'assedio di Pondicherry del 1748, fu ferita alla coscia e si estrasse da sola il proiettile per evitare che il chirurgo di bordo scoprisse la verità; partecipa ad altre battaglie tra cui quella di Devicotta nel Coromandel. Quando nel 1750 la nave torna in patria ha collezionato 12 ferite; a giugno svela di essere una donna ed inizia una battaglia amministrativa per ottenere una pensione mentre vende la sua storia che, pubblicata in tre edizioni, le dà tanta fama da potersi esibire ed essere ritratta in divisa. Dobbiamo riconoscere ed ammirare l'elasticità e la solerzia del sistema amministrativo britannico, perché in soli sei mesi, dopo una visita medica al Royal Hospital per verificare le cicatrici delle sue ferite, ottiene la pensione che le verrà anche aumentata nel 1785.

 

I personaggi che ho appena tratteggiato, che bruciarono la loro giovinezza in avventure tanto sorprendenti, colpirono l'opinione pubblica contemporanea; articoli sui giornali, pamphlet, ballate e canti marinari contribuirono a lanciare la figura di “donne controcorrente” in un mondo maschile e soprattutto in anni tra seicento e settecento nei quali figure del genere ispirarono facilmente personaggi letterari.

Una delle prime storie a passare dalla realtà al romanzo è, ad esempio, quella di Marie Elisabeth Girard du Tillet e del suo matrimonio con André Hennequin marchese de Fresne.

La sventurata non sospettava di che pasta fosse fatto il marito, che, per questioni di eredità, aveva già eliminato due fratelli, simulando incidenti di caccia; per impossessarsi anche della notevole dote della moglie, di nobile ed antica famiglia, il perfido marchese, durante un viaggio in Italia, pensò di farla sparire vendendola ad un commerciante turco la cui nave sostava a Genova. La moglie però intuito il pericolo fuggì e giunta a Parigi fece scoppiare uno scandalo che appassionò tutti; il marchese subì un processo e fu imprigionato il 17 marzo 1673. Più tardi, con la reputazione a pezzi, chiese ed ottenne dal Re Sole l'autorizzazione a cambiare il suo titolo da de Fresne a d'Ecquevilly.

Fino a questo punto siamo nella realtà storica; ma il fatto era troppo ghiotto per non stuzzicare la penna di Gatien Courtilz de Sandras che ne trasse il romanzo “Memoires de Madame la Marquise de Fresne”, pubblicato la prima volta nel 1701 nel quale l'eroina cade nelle mani del pirata Gendron col quale imperversa nelle acque del Mediterraneo inanellando una serie di mirabolanti avventure prima dell'edificante finale.

Con una breve parentesi è interessante ricordare che Courtilz de Sandras fu anche il primo a proiettare nella letteratura il personaggio storico di D'Artagnan, ripreso poi da Auguste Maquet collaboratore di Dumas padre.

I personaggi femminili visti finora, ma specialmente la marchesa de Fresne, furono i capostipiti reali di innumerevoli donne pirata di fantasia, dalla Jolanda salgariana alle più recenti pirate dello schermo.

Su base documentale è stato appurato che tra il 1650 ed il 1815 almeno 20 donne hanno servito nella Royal Navy travestite da uomini, prima di essere scoperte. A scoperta avvenuta, non fu mai applicata alcuna punizione, ma semplicemente lo sbarco alla prima occasione.

A proposito della scoperta di una donna camuffata da marinaio, mentre quello di Louise de Bréville, comandante del La Magdeleine, è il caso più étonnant, e quello di Hannah Snell il più documentato, probabilmente quello più facile ed immediato fu il caso della francese Jeanette Colin, ripescata seminuda in mare a Trafalgar dopo l'esplosione della Santa Barbara del vascello Achille su cui era imbarcata.  Quando arrivò sul vascello inglese Revenge come prigioniera, malgrado il combattimento non fosse ancora concluso, la sua apparizione sul ponte in deshabillée attirò inevitabilmente l'attenzione e causò un notevole trambusto per ridare decenza al suo aspetto, come dettagliatamente annotato sul brogliaccio di bordo. Ci fu chi portò una pezza di mussolina a fiori, bottino di una nave spagnola, chi portò ago e filo, altri arrivarono con lenzuoli di branda, il commissario fornì una camicia ed un gran fazzoletto di seta ed il cappellano procurò un paio di scarpe. Alla fine Jeanette, rivestita, raccontò che quando la squadra francese aveva lasciato Cadice, tutte le altre donne erano scese a terra ma lei era rimasta, travestita da marinaio per stare vicina al marito. Non sapendo ancora se il marito era morto o prigioniero, accettò volentieri un passaggio fino a Gibilterra.

Ma oltre le varie travestite finite scoperte chi sa quante altre hanno invece potuto continuare la loro carriera tra gli uomini.

I larghi pantaloni e gli sgraziati camisacci della tenuta di bordo, una corporatura muscolosa ed un po' androgina, erano probabilmente elementi sufficienti per mantenere il segreto. Alcuni studiosi ipotizzano che in certi casi in una società chiusa quale è un equipaggio in mare, una sorella poteva anche trovare la sua nicchia nella fratellanza dei marinai; se era a bordo da molto, facendo bene il suo lavoro, dimostrandosi un compagno affidabile, la scoperta della sua femminilità poteva essere schermata dall'omertà; una sorta di “tabù dell'incesto” avrebbe forse contribuito a proteggerla da sgradite attenzioni. Così le occasioni nelle quali fu scoperta una donna in vesti da marinaio, o meglio, le occasioni senza dubbio più numerose nelle quali ciò fu mantenuto segreto ci suggeriscono un certo livello di tolleranza e di deliberata cecità, come quella forse adottata dall'ammiraglio d'Estrées nei riguardi di Louise Marguerite de Bréville.

Il sospetto che talvolta si chiudesse un occhio ci viene rinforzato dal caso di madame Jeanne Barret, nata nel piccolo villaggio di La Comelle nella Saone et Loire e divenuta a 22 anni la governante del dottor Philibert Commerson, studioso di botanica, ma anche non indifferente alla giovane governante con la quale, dopo due anni, si deve recare a Parigi per consentirle di concludere una gravidanza lontano dagli sguardi dei vicini. Durante la sosta parigina, il piccolo muore ma il dottore viene nominato “médecin et botaniste du Roy” e scelto per accompagnare il celebre ammiraglio Bougainville nella sua spedizione in partenza nel 1767.

Un'Ordinanza reale fin dal 1689 vietava alle donne l'imbarco sulle navi della Marine Royale, ma Jeanne Barret diventa Jean, il valletto di camera del dottore e suo assistente di botanica, incarico che coprirà con estremo attaccamento al dovere e al dottore, giungendo fino al punto di dormire nella stessa cabina dello studioso per meglio aiutarlo nella catalogazione dei campioni raccolti.

In Atlantico, lungo le coste del Brasile, doppiato Capo Horn, dopo un anno di viaggio, l'assistente Jean ha acquisito il piede marino, segue con disinvoltura il dottor Commerson nelle sue esplorazioni portando provviste e strumenti scientifici, cataloga gli esemplari raccolti, prende appunti, vive tranquillamente la vita di bordo fino all'arrivo a Tahiti.

Qui, scesa a terra col dottore per raccogliere campioni, dopo un po' viene circondata da indigeni festanti; devono intervenire dei marinai per riportare tutti a bordo benché non si tratti di un'aggressione, ma semplicemente di un invito un po' troppo pressante a partecipare a qualche caloroso rito locale.

Bougainville si mostra molto comprensivo e, con l'assicurazione di non avere fastidi da parte di madame Barret, consente che il dottore ed il suo valletto, sempre in abiti maschili, rimangano a bordo fino alla prossima colonia francese. Il comportamento del dottore è molto meno signorile: arriva a dire di non aver mai sospettato nulla e di essere stato ingannato.

Ci risulta molto difficile credere che ciò che era apparso subito evidente ai focosi tahitiani fosse sfuggito per un anno all'equipaggio di Bougainville.

 

Jeanne Barret

Per concludere la storia, il dottor Commerson e Madame Barret furono sbarcati sull'isola Mauritius,  che allora si chiamava Île de France, dove qualche tempo dopo il dottore morì; così Jeanne Barret nel 1776 ritornò in Francia doppiando il Capo di Buona Speranza e divenendo in tal modo la prima donna al mondo ad aver fatto il giro del globo.

La storia delle sue avventure appassionò l'opinione pubblica; il Re le accordò una pensione nel 1785, ma lei dovette attendere il 1794 e la Repubblica per poterla ricevere.

Ci si potrebbe chiedere cosa spingesse una giovane donna ad indossare abiti maschili e ad affrontare il tremendo mondo della marineria velica.

Nel caso di madame Barret la risposta è semplice: voleva seguire il suo amante e probabilmente era attirata dall'avventura lontano dalla noia del piccolo villaggio natale. Ma in tanti degli altri casi la risposta è diversa ed evidente se pensiamo alle condizioni femminili nelle classi più disagiate di quei tempi. Un ruolo maschile a bordo lasciava intravvedere possibilità di indipendenza finanziaria e libertà. Per una vedova o per una moglie abbandonata spesso la scelta più facile poteva essere il marciapiede ed allora l'imbarco come mozzo, come fuciliere o carpentiere costituiva l'equivalente della Legione Straniera, l'ultimo rifugio di chi aveva il coraggio di opporsi alla malasorte.

 

La ricca e dettagliata massa di documenti relativi alla Royal Navy, dei secoli dal XVIII al XIX, ci svela anche la presenza a bordo di donne che non si nascondevano e non si travestivano; si tratta delle mogli del personale militare di carriera.

Si supponeva che i comandanti non portassero donne in mare senza il permesso dell'Ammiragliato o di un Ufficiale più anziano; nel regolamento era espressamente chiarito che “nessuna donna deve avere il permesso di stare a bordo ad eccezione di quelle che sono le mogli di militari imbarcati ed a condizione che la nave non abbia disturbo dalla loro presenza.

In pratica sono numerosi i casi attestati di mogli di comandanti, ufficiali o marines presenti a bordo; ad esempio per i marines imbarcati, o altre truppe trasportate, era permessa la presenza di alcune mogli, da tre a sei ogni cento militari. La scelta delle coppie fortunate avveniva con un'estrazione a sorte e queste mogli avevano diritto a due terzi della razione. Le eventuali altre, quelle non comprese in questa quota, erano tutte donne che per l'Amministrazione della marina non esistevano, nel senso che vivevano con la razione del marito e sfruttando la sua branda o qualche altro accomodamento che il marito poteva arrangiare.

Il Capitano di vascello Sir William Dillon nel 1800 imbarcò la moglie sulla sua nave “Leopard” in partenza per una campagna; nel suo diario egli ci confessa che, essendo sposo fresco, aveva scoperto troppo tardi di quanto la moglie fosse spendacciona e che aveva deciso di imbarcarla sicuro che lasciandola a terra gli avrebbe dissipato il patrimonio; oltre tutto avrebbe avuto anche la compagnia della moglie del suo secondo Ufficiale.

Nel tentativo fallito di conquistare Santa Cruz de Tenerife, Nelson, durante la battaglia a terra, fu gravemente ferito al braccio che gli verrà amputato. Alcune cronache dell'evento ci informano che anziché sulla Fregata più vicina, la Seahorse, ordinò di essere trasportato sul Theseus, per non impressionare con la sua ferita Betty Fremantle, la moglie del comandante del Seahorse che era a bordo. In verità fu scelto il Theseus perché aveva il chirurgo a bordo, comunque questa versione molto cavalleresca ci consente di apprendere che alcune signore seguivano i mariti anche in teatri bellici, come ci conferma la testimonianza tratta dal diario di un certo John Nico. Questi, durante la battaglia di Abukir nel 1798, era imbarcato su un vascello ed aveva il posto di combattimento nel deposito polvere da sparo; quindi sentiva il frastuono delle cannonate ma non sapeva cosa stesse succedendo; nel suo diario leggiamo che “ogni notizia ci veniva data dai mozzi e dalle donne che trasportavano la polvere. Le donne si comportavano bene come gli uomini; fui molto riconoscente alla moglie del capo Cannoniere che portò al marito e a me un bicchiere di vino ogni tanto.”

Trasportare polvere da sparo e assistere i feriti era probabilmente il compito consueto delle donne sui vascelli di Sua Maestà Britannica, ma qualcuna ebbe iniziative più audaci. L'Ammiraglio Sir Rodney, durante uno degli scontri della Guerra dei Sette Anni, si accorse di una donna tra i cannonieri di un pezzo d'artiglieria sul ponte della sua ammiraglia; quando le chiese bruscamente cosa ci facesse lì, lei rispose che suo marito era stato ferito e mandato in infermeria e lei aveva preso il suo posto e aggiunse: “Penserà mica, vostro onore, che io abbia paura dei francesi?” Si tramanda che l'ammiraglio decise di ignorare l'irregolarità e di premiare l'indomita moglie con dieci ghinee.

La presenza di donne a bordo, autorizzate o meno, doveva essere piuttosto diffusa tanto che nel 1796 l'Ammiraglio Jervis, Comandante della Flotta del Mediterraneo, diramò una circolare ai suoi comandanti: “Poiché ci sono ragioni per ritenere che su molte navi un certo numero di donne siano state clandestinamente portate dall'Inghilterra, l'Ammiraglio richiede ai rispettivi comandanti di ammonire queste signore circa il consumo di acqua ed altri inconvenienti da esse provocati e di far loro sapere che alla prima prova che l'acqua del barilotto giornaliero o di altre riserve venga usata per lavare i panni, ogni donna della flotta, imbarcata senza l'autorizzazione dell'Ammiraglio o del Comandante in Capo, sarà spedita in Inghilterra con il primo convoglio.”

Ma un anno dopo le signore evidentemente continuavano a farsi il bucatino ed il povero Ammiraglio Jervis di fronte al consumo di acqua minacciava: “Diverrà mio dovere indispensabile sbarcare tutte le donne della Squadra a Gibilterra a meno che questo allarmante inconveniente non venga immediatamente corretto.

L'Ammiraglio Collingwood era invece molto meno tollerante ed avendo saputo della presenza di alcune donne a bordo delle sue navi, ne ordinò lo sbarco immediato e ci lascia scritto “non ho mai saputo di una donna portata a bordo su una nave in mare senza che qualche guaio non avesse colpito quel vascello.

Altrettanto critico, anche se per un diverso motivo, il Comandante del Camilla che in una sua lettera disapprova decisamente il suo predecessore “che aveva imbarcato con sé un'amante, una compagnia che non faceva onore alla sua posizione.

La presenza femminile a bordo che emerge da diari, lettere, verbali di processi e circolari pur evidenziando il fenomeno, per l'insufficiente documentazione non ne consente tuttavia lo studio sistematico volto a definire il numero, i ruoli e i nomi di queste donne.

Le reprimende degli ammiragli, gli aggiustamenti nel registro delle razioni o le critiche dei benpensanti, non impensierivano certo i comandanti, abituati ad avere in mare l'autorità assoluta; perciò oggi gli storici, studiando i documenti ufficiali, scoprono improvvisamente una donna a bordo solo quando un evento anormale rende impossibile ignorarne la presenza.

È il caso, ad esempio della nascita di un bambino da una madre non registrata.

Il Comandante W.N. Glascock, ai primi dell'800, lascia annotato sul giornale di bordo: “Oggi il chirurgo mi ha informato che una donna a bordo ha le doglie da 12 ore e che se consentissi a sparare una bordata sottovento, la natura sarebbe incoraggiata dallo shock. Ho accolto la richiesta ed ella ha dato alla luce un bel maschietto.” Di cui però non conosciamo il nome, né del resto quello della madre o del padre.

Di un altro neonato conosciamo invece tutto perché la madre era evidentemente registrata.

Nel 1794, durante la battaglia che gli inglesi chiamano Glorioso Primo di Giugno ed i francesi Combat de Prairial, la signora McKenzie iniziò il travaglio prematuramente e mise al mondo suo figlio nella panetteria del vascello di Sua Maestà Tremendous; il bambino fu chiamato Daniel Tremendous McKenzie e, come tutti i partecipanti maschi alla battaglia, fu decorato con la medaglia di Servizio Navale: sull'apposito registro delle decorazioni, assieme a nocchieri, cannonieri e marines, troviamo tuttora, accanto al suo nome, la qualifica di “baby”.

L'Ammiragliato si oppose alla concessione della medaglia alle donne presenti a bordo perché “ciò avrebbe costituito un precedente vincolante per le innumerevoli richieste dello stesso genere.” E anche questo rifiuto ci lascia intendere quanto fossero numerose le donne a bordo.

 

Parlando di combattimenti, ci si deve aspettare che qualcuna delle donne imbarcate potesse rimanere vedova; se era una signora non registrata, ufficialmente non esistente, che poteva contare solo sul vitto ed alloggio del marito, sorge la domanda di quale sorte le fosse riservata da vedova.

Nel 1798, sul registro delle razioni del vascello di Sua Maestà Goliath, il Comandante Thomas Foley risolve il problema per le mogli di tre marinai e di un marine rimaste vedove. Dal 3 agosto al 30 novembre i nomi di Sarah Bates, Ann Taylor, Elizabeth Moore e Mary French appaiono improvvisamente nel registro delle razioni con l'annotazione: “vettovagliate a due terzi della razione, per ordine del comandante, in considerazione della loro assistenza ai feriti ed essendo vedove di uomini uccisi dal fuoco nemico il 1 agosto 1798.” Poi, dopo quattro mesi e l'annotazione “la loro ulteriore assistenza non è più richiesta.” i loro nomi scompaiono; con ciò si capisce che le razioni, pur a due terzi, non erano considerate carità ma corrispettivo di un servizio reso. Naturalmente le quattro signore non erano state buttate a mare e possiamo immaginare che siano state sbarcate o implicitamente autorizzate a dividere la mensa con i colleghi dei loro mariti, come avevano sempre fatto anche prima del luttuoso evento.

Molto probabilmente il caso più conosciuto e chiacchierato di una signora a bordo, siamo nella Francia della Restaurazione, fu quello di Rose de Freycinet, sposa ad appena 19 anni con l'Ufficiale di Marina Louis Claude de Saulces de Freycinet e ventitreenne quando il 17 novembre 1817 si imbarca senza alcuna autorizzazione sull'Uranie, la nave in partenza da Tolone al comando del marito che è stato incaricato di esplorare gli oceani australi.

Rose e Louis de Freycinet

Durante tutto il viaggio, durato tre anni e ricco di innumerevoli avventure, la giovane Rose scrive delle lettere alla sua amica Caroline de Nanteuil, che furono in seguito riunite e pubblicate come diario di viaggio; oggi possiamo ancora meravigliarci del suo spirito di osservazione e della freschezza delle sue descrizioni.

Rose de Freycinet è forse l'unica donna a cui il marito abbia dedicato addirittura un'isola; è in realtà un minuscolo atollo, ma sappiamo che ciò che conta è il pensiero! Il 21 ottobre 1819, durante la navigazione verso l'Australia, fu avvistata, a est di Samoa un'isola sconosciuta alla quale Freycinet diede il nome di  Île Rose: nel diario di bordo si legge “du nom d'une personne qui m'est extrêmement chère.”

Naturalmente la presenza a bordo di Madame de Freycinet, quasi subito risaputa, fa scorrere fiumi d'inchiostro; il Ministero esprime la sua disapprovazione, ma al rientro il fatto viene ignorato. Poiché il viaggio dell'Uranie era terminato con un naufragio alle isole Malvine, una volta in patria il comandante de Freycinet finì dinnanzi alla Corte Marziale, dalla quale tuttavia uscì assolto ed elogiato nel giro di solo un'ora e mezza senza che nessuno facesse il minimo cenno alla presenza della moglie a bordo.

In definitiva, pur tra innumerevoli problemi, violenze, ingiustizie, sotterfugi, le donne sono sempre state presenti a bordo delle navi. Sulle baleniere, tra le quali quelle con mogli a bordo venivano, nel Massachusetts, chiamate “hen frigates”, sui pescherecci dei Banchi di Terranova o sui vascelli irti di cannoni, la loro presenza è talvolta ammantata di folklore e condita di particolari avventurosi, che in queste pagine ho privilegiato per mantenere gradevole la lettura, ma, non possiamo dubitarne, è stata una presenza sempre difficile, amara e quasi invisibile.

Come abbiamo avuto modo di scoprire da fonti spesso non ufficiali e poco appariscenti, dalla seconda metà del diciottesimo secolo nella Royal Navy, ma probabilmente anche in altre marine, la presenza femminile comincia ad assumere livelli numericamente significativi.

Ad esempio durante la campagna d'Egitto del 1801, più di 60 vascelli inglesi trasportarono e scortarono un corpo di spedizione di 12.000 uomini nella baia di Abukir; una stima di 360 donne in questa squadra è ragionevole se si pensa che il 3 per cento dei militari potevano portarsi la moglie. Di queste donne è rimasta traccia nei giornali di bordo, come ad esempio: “30 donne e 20 bambini appartenenti al 30° Reggimento.” Dopo lo sbarco, molte navi furono utilizzate come navi ospedale e molte donne si offrirono volontariamente per assistere i malati ed i feriti.

L'Ammiraglio Lord Keith, Comandante navale della spedizione, autorizzò il loro vettovagliamento con le razioni di bordo.

Pur se spesso clandestine o penalizzate, l'utilità delle donne nell'assistenza agli ammalati ed ai feriti cominciò ad essere riconosciuta tra regolamenti, tradizioni e pregiudizi.

Queste infermiere antesignane non erano certo addestrate nei pur elementari rudimenti medici dell'epoca; inoltre frequenti accuse di alcolismo, prostituzione o aiuto alla diserzione dei loro pazienti non giovava alla loro reputazione.

Solo all'epoca della Guerra di Crimea del 1854-56, infermiere provenienti dalla middle class cominciarono ad essere addestrate appositamente per il servizio sulle navi ospedale.

Florence Nightingale venne nominata sovrintendente delle Infermiere negli Ospedali dell'Est ed arrivò con 38 infermiere alla vigilia della prima battaglia.

Eliza Mackenzie, per il teatro navale, guidò 6 infermiere su una nave ospedale dislocata vicino a Costantinopoli all'inizio della guerra.

Ormai la strada era tracciata. Da infermiere ad Ausiliarie, da Ausiliarie a Ufficiali, Sottufficiali e marinaie che ogni giorno, nella maggior parte delle marine, a bordo di navi e velivoli o a terra svolgono con professionalità il loro servizio forse senza pensare alle donne che le hanno precedute ed al loro coraggio.