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Robero Camerini - Storie di sommergibili
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Roberto Camerini

STORIE DI SOMMERGIBILI: IL VENIERO UNO (1)

 

Io da sommergibilista mi sono sempre chiesto cosa può succedere negli ultimi secondi di vita, cosa può attraversare la mente dei giovani marinai che vedono la loro esistenza rubata dall’irrompere del mare nelle viscere del proprio sommergibile? Non lo saprà nessuno.

Forse è meglio così. A chi resta , rimane, però, un compito: ricordare.

La recente tragica perdita del Sommergibile Argentino San Juan, con tutti i 44 uomini/donne dell’Equipaggio, avvenuta nell’Oceano Atlantico a largo della Patagonia a 800 metri di profondità, mi ha riportato alla mente un’altra triste storia, quella di un sommergibile italiano che, 94 anni fa, anch’esso durante un’esercitazione, scomparve con tutto il suo Equipaggio. Anche se sembrano tanti gli anni che ci separano da quell’evento, c’è da dire che solo nel 1992 fu individuata la reale posizione del sommergibile e questo grazie ad un grande personaggio della subacquea mondiale: Enzo Maiorca. Ma procediamo con ordine.

Il Regio Sommergibile Sebastiano Veniero(1), in quell’agosto del 1925 era nel porto della Maddalena e si stava approntando per fare il suo ultimo viaggio. Nessuno dei ragazzi dell’Equipaggio poteva saperlo, mentre imbarcavano gli ultimi viveri e riempivano a tappo le casse della nafta, ma il Destino del battello e dei suoi marinai si stava per compiere. In tempo di pace, come si era in quel momento, come anche per il San Juan, non è ragionevole credere di potere andare verso un ultimo viaggio. I membri dell’Equipaggio erano stati informati di una esercitazione di particolare importanza perché, per la prima volta, venivano chiamate a cooperare la Regia Marina e la Regia Areonautica.

Il Comandante del Veniero era un ufficiale molto esperto, il Capitano di Fregata Paolo Vandone, un sommergibilista che aveva accumulato molta esperienza durante il primo conflitto mondiale. Anche l’Equipaggio era costituito da uomini affiatati ed esperti ed il Direttore di Macchina, Tenente di Vascello Alberto Launaro, era imbarcato da diversi anni sull’unità e pertanto, come si dice in gergo, conosceva ogni singolo bullone del battello. L’esercitazione generava una certa aspettativa e si prevedeva la presenza del Re Vittorio Emanuele III, che, dal panfilo reale Savoia, avrebbe assistito alle manovre e che si sarebbe fermato nel porto di Augusta per la prevista ed immancabile parata finale.

Il programma dell’esercitazione prevedeva la difesa della costa della Sicilia da uno sbarco nemico. A tale scopo si definì un “partito rosso”, che rappresentava i potenziali invasori, ed un “partito azzurro” che si sarebbe contrapposto. Al Veniero, che faceva parte del “partito rosso”, e che doveva segnalare la presenza di unità navali del partito azzurro, fu assegnata un’area di mare nella parte Sud della Sicilia Orientale, compresa tra Capo Passero e Capo Murro di Porco. Nella notte, il mare già mosso divenne agitato; ciò tuttavia non impedì al Veniero di giungere nella zona assegnata all’alba del 26 agosto, come previsto. Nel frattempo, proveniente da Costantinopoli e diretta a Tilbury ,un paese vicino a Londra, stava per transitare nella stessa zona la Motocisterna Capena, appartenente alla Società di Navigazione Roma. Il mare forza 6 da sud-ovest consigliò al Comandante Longo d’accostare il più possibile verso Capo Passero per sfruttare il ridosso ed avere una navigazione meno travagliata. Alle 06.50 la nave subì uno scossone; chi tra l'Equipaggio, si trovava sottocoperta, percepì tre urti in rapida successione, ricavando l’impressione che qualcosa avesse strisciato da proravia lungo la carena. Al momento dell’urto il Comandante in 2^ Armando Santoro, andò a riferire al Comandante, Baldassarre Longo, che secondo lui si era verificata una collisione. Ma il Comandante, che, tra l’altro, non era al momento dell’urto sul ponte di comando, ritenne invece dovesse trattarsi solo di un colpo di mare in prora più violento degli altri. La motocisterna proseguì quindi il suo viaggio senza fermarsi per eventuali accertamenti e, soprattutto, senza comunicare niente dell’episodio. Era già terminata invece – e purtroppo per sempre - la navigazione del Veniero che, evidentemente immerso a quota periscopica, nella collisione con l’opera viva della Capena, aveva riportato danni e conseguenze tali da farlo inabissare irrimediabilmente.

Lo stesso 26 agosto, con un anticipo di due giorni, le manovre terminarono ed a tutte le unità navali fu ordinato di raggiungere il porto di Augusta: facevano eccezione i sommergibili ed i MAS che erano destinati, invece, al porto di Siracusa. Grande sorpresa suscitò, il giorno 27 agosto, l’assenza, in quel porto, del sommergibile Veniero. Era il battello più vicino ed avrebbe dovuto raggiungere la sua destinazione in poche ore mentre, all’ormeggio, c’erano già sommergibili provenienti da zone di operazione più distanti. Si ipotizzò che un guasto all’impianto radio non avesse permesso al Comandante Vandone di ricevere il segnale di “fine operazioni” e che lo stesso si stesse attenendo agli ordini ricevuti prima della partenza ovvero di abbandonare la zona di agguato assegnata il 28 agosto. Questa tesi fece si che non si diffondesse inizialmente un allarme. Ma le ore passavano e del Veniero e del suo Equipaggio non se ne aveva alcuna notizia: anche i più ottimisti cominciarono a pensare che potesse essere successo qualcosa di grave. L’ipotesi migliore, che vedeva un Veniero alla deriva in emersione a causa di un’avaria, scemava rapidamente perché nonostante fossero già passate diverse ore, non era giunta alcuna segnalazione in tal senso. Prendeva, pertanto, sempre più piede la seconda ipotesi quella che prospettava un’avaria in immersione che non avesse dato la possibilità al battello di riemergere. Quest’ultima ipotesi non lasciava scampo a nessuna ottimistica previsione. In primo luogo per l’impossibilità di localizzare, in tempo utile, lo scafo in avaria sotto la superficie. In secondo luogo perché le caratteristiche geomorfologiche del fondale della zona segnalavano la presenza di alti fondali incompatibili con i limiti strutturali del pur moderno Veniero. Bisogna ricordare che nel 1925 i sistemi di ricerca, localizzazione ed eventualmente di soccorso erano decisamente rudimentali. La sera del 28 agosto, quando l’ipotesi della radio in avaria venne meno, scattarono le ricerche del battello che si rivelarono infruttuose; in questo scenario tragico si inserì anche la scelta da operare riguardo la prevista parata militare del 29 agosto, che avrebbe dovuto aver luogo ad Augusta in presenza del Re Vittorio Emanuele III e dei più alti vertici della Regia Marina e della Regia Aeronautica. Alla fine fu deciso di fare la parata per “non angosciare anticipatamente”, così fu dichiarato in seguito, i congiunti dei componenti l’Equipaggio del Veniero. Intanto con il passare delle ore, il dubbio fece posto ad una tragica certezza: il Regio Sommergibile Sebastiano Veniero era perduto. Ad ulteriore conferma di quanto temuto, la mattina del 31 agosto, a circa 7,5 miglia a sud di Capo Passero fu segnalata una macchia di olio e nafta, ma i testimoni rivelarono che la macchia risultava di difficile identificazione e che si trovava sulla verticale di un fondale di cento metri, troppo elevato per la resistenza strutturale del sommergibile. La sera del 2 settembre le ricerche furono abbandonate: non vi era alcun dubbio sul fatto che l’esercitazione avesse avuto un tragico epilogo. Ma non si riusciva a dare una spiegazione e non si riusciva a localizzare il relitto.

È facile immaginare la frustrazione e lo sconforto nel quale si trovarono gli uomini della Marina Militare. Perdere un intero Equipaggio ed un battello in tempo di pace doveva suonare come una vera e propria beffa del destino, proprio per quegli uomini che avevano combattuto solo pochi anni prima durante il primo conflitto mondiale. Un guasto? Un errore umano? Cosa aveva determinato il destino del Veniero?

La mattina del 3 settembre fu data la notizia ufficiale della scomparsa del Veniero e del suo intero Equipaggio: “…la nave deve ritenersi perduta. Le cause sono imprecisabili e forse esulano dalle umane previsioni e possibilità”.

Ma i vertici della Marina Militare volevano vederci chiaro e fu aperta un’inchiesta che fu ultimata pochi giorni dopo, il 21 settembre, che portava a due semplici possibilità: un errore/incidente occorso durante la manovra di immersione, che avrebbe portato il sommergibile ad una profondità maggiore a quella di collaudo (54 metri) e che avrebbe portato ad un collasso strutturale del battello; oppure una collisione con una unità di superficie. Per quest’ultima ipotesi però mancava la segnalazione di collisione di una unità di superficie che si fosse trovata a passare nel tratto di mare dove si riteneva fosse scomparso il Veniero. La chiave di volta a tutta questa vicenda la diedero i mezzi d’informazione dell’epoca. La notizia della perdita di un mezzo militare, di un sommergibile, in tempo di pace si diffuse rapidamente nell’opinione pubblica del mondo, grazie alla stampa che si occupò in modo massiccio dell’episodio.

E infatti quando la Motocisterna Capena giunse alla sua destinazione, l’Equipaggio apprese della sfortunata scomparsa del Veniero. E allora, in quel momento, fu messo in relazione l’urto a cui era stata sottoposta la carena della Capena, avvenuto a Capo Passero, che il Comandante Longo aveva definito come un colpo di mare e che, alla luce di quanto era successo al Veniero poteva essere riletto come la tragica ed involontaria collisione tra la motocisterna ed il sommergibile. Dall’Italia arrivò l’ordine di immettere in bacino la Motocisterna e provvedere, in tempi rapidissimi, all’ispezione della sua carena. Questo avvenne il 30 settembre. Il cerchio intorno alle cause dell’affondamento del Veniero si stava stringendo sempre di più e ben presto sarebbe emersa la verità sui fatti che, quel tragico mattino del 26 agosto, determinarono il destino del Comandante Vandone e del suo Equipaggio.

Non appena il bacino si prosciugò, sotto gli occhi degli uomini della nuova commissione d’inchiesta nominata per l’occasione, si evidenziò la prova di quanto accaduto. Sulla parte sinistra della carena, a proravia vi era una superficie lunga 20 metri e larga 3 metri, che presentava inequivocabili segni di urto e strisciamento con un altro corpo metallico. Questo mise definitivamente la parola fine su cosa accadde realmente al Veniero, una collisione con la motocisterna Capena.

È lecito pensare che l’affondamento sia stato immediato. Pertanto si può supporre che l’errata interpretazione del Comandante Longo, che scambiò l’urto per un colpo di mare, ed il conseguente proseguimento del viaggio senza che alcun segnale d’allarme fosse lanciato ed alcun accertamento effettuato, non avrebbero cambiato la sorte dell’Equipaggio. Al processo intentato una volta appurata la responsabilità della Capena, il Comandante Longo fu assolto dal Tribunale di Genova ma dovette intervenire Costanzo Ciano perché non era pensabile che un Comandante italiano avesse omesso il soccorso.

Se è vero che ormai si era fatta chiarezza sulle cause, per molti anni si ritenne che il relitto del Veniero riposasse su un fondale roccioso di circa 90 metri e che il punto fosse localizzato a 7,4 miglia dal faro di Capo Passero, sul rilevamento 068° dal faro. Come sappiamo ora il Veniero non era là dove si credeva che fosse. Era ad una profondità ben minore ed i racconti dei pescatori e la passione di Enzo Maiorca fecero si che, molti anni dopo, il relitto venisse finalmente localizzato e identificato con certezza, dando quindi una vera e propria tomba subacquea agli uomini del suo equipaggio.

Enzo Maiorca si era appassionato alla storia del Veniero perché aveva avuto modo di conoscere il Comandante in 2^ della Capena, il Comandante Armando Santoro, messinese. “Il padre di Giulio, Armando, era un vecchio marinaio che aveva passato gran parte della sua vita nella Marina Mercantile. Per tutto il giorno era stato allegro parlando della sua vita passata sui mari di tutto il mondo. Ma appena venne fuori il discorso del Veniero si intristì. Era stato Ufficiale in 2^ del Capena”. “Ho portato con me sempre il ricordo di questo sommergibile e ho sempre cercato di capire, parlando con i pescatori, quale potesse essere il punto esatto in cui si trovava. Loro lo sapevano bene perché spesso ci lasciavano le reti. Ed a fronte di una mia richiesta di essere portato su quel punto tutti mi dicevano: ma che ci va a fare la sotto? È troppo fondo, siamo nel Canale di Sicilia “malu mari”, tra squali, corrente ed acqua torbida per gli strascichi. Ma nel 1992 riuscii a rompere questo muro di silenzio. Il 20 agosto, dopo che i pescatori ci diedero il punto in cui ritenevano ci fosse il sommergibile, ci buttammo in acqua. “Seguendo la cima dell’ancora lasciammo tripudi di luce alla volta di penombre sempre più dense di violetto, di turchino. A venti metri di quota avvistammo sotto di noi una forma geometrica ben nota: il battello. Era armato con due cannoni, ma era presente solo quello di poppa, ed aveva la torretta ad antica biga romana e la prua a becco d’anatra, tutti elementi che contraddistinguevano quella classe di unità”.

Il Comandante Vandone e i suoi Uomini, potevano ora riposare in pace. Carmelo Burgaretta, pescatore di Porto Palo, raccontava che ogni anno una donna veniva all’isola di Poro Palo e buttava in mare una corona di fiori. “L’ho vista per dieci anni poi non è più venuta”. Era la moglie del Comandante Vandone; e ogni anno per il giorno dei morti si ripeteva questo rito.

 

(1) Fu costruito alla fine degli anni ’30 un altro sommergibile Sebastiano Veniero, detto secondo, che fu affondato nel 1942.

(2) Sebastiano Venier, o Veniero (Venezia, 1496 circa – Venezia, 3 marzo 1578), fu l'87º doge della Repubblica di Venezia dall'11 giugno 1577 alla morte. Nel 1571 fu uno dei protagonisti della battaglia di Lepanto che vide le forze della Lega Santa infliggere un'importante sconfitta ai Turchi. Comandò le forze di Venezia dal ponte della Capitana, la quale stazionava al centro della flotta, subito alla sinistra della Real di don Giovanni d'Austria. Nonostante avesse allora già settantacinque anni, Venier prese parte in prima persona al combattimento, uccidendo numerosi turchi a colpi di balestra che un aiutante gli ricaricava, poiché le sue braccia non avevano più sufficiente forza. Egli calzava delle pantofole, invece di stivali, perché a suo parere facevano miglior presa sul ponte bagnato della nave, tuttavia sembra che la vera motivazione sia il fatto che soffrisse di calli o di gotta e gli stivali gli dolevano maggiormente delle pantofole.

BIBLIOGRAFIA - ENZO MAIORCA : L’ ultima emersione - Il ritrovamento del sommergibile Veniero.