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Rina Gambini _ Le Cloache Romane
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Rina Gambini

Vita Romana - LE CLOACHE ROMANE

 

La Cloaca Massima è una prodigiosa costruzione etrusca del periodo regio: costruita tra il VII e il VI secolo a.C., è un gigantesco sotterraneo che attraversa i colli di Roma e incanala sette corsi d’acqua. In essa confluiscono i liquami di numerose diramazioni e servì anche per prosciugare la valle paludosa del Velabro e per risanare molte zone, tra cui quella del Circo Massimo. Tanto importante fu questa costruzione che, al suo imbocco nel Foro, fu edificato un tempietto a Venere Cloacina.

All’epoca di Tarquinio Prisco, quando iniziò la costruzione della Cloaca Massima, la manodopera servile era assai scarsa, per cui il re si servì della plebe, secondo un costume tipico delle edilizie tiranniche. Gli uomini liberi che venivano coartati per il pesante lavoro spesso non reggevano alla fatica e finivano per uccidersi: il re ordinò di crocifiggere i cadaveri a monito dei vivi, che temendo la vergognosa violenza da subire dopo la morte, riprendevano il lavoro con maggior lena. Ce lo racconta Plinio il Vecchio.

La Cloaca Massima, efficiente ancora ai giorni nostri dopo 27 secoli di funzionamento, sbocca nel Tevere presso il Ponte Palatino; la testata è formata da un triplice arco alto circa 5 metri in blocchi cuneati di pietra vulcanica, messi insieme senza cemento. Nel 387 a.C. i Galli distrussero la città, che fu ricostruita in fretta non tenendo conto dei precedenti tracciati, per cui molte fogne pubbliche rimasero interrate sotto gli edifici; inoltre, con l’estensione di Roma, furono create nuove fognature. Durante la loro censura, durata cinque anni, dal 184 al 189, Catone il Vecchio e Valerio Flacco fecero costruire cloache in varie parti del nucleo urbano col denaro stanziato per le opere pubbliche. Agrippa, poi, aggiunse alle cloache sotterranee il famoso Euripus, che smaltiva le acque dei bagni pubblici e di altri edifici.

Dovunque si sviluppò la civiltà romana, la maggior parte delle città fu dotata di sistemi fognari analoghi a quelli dell’Urbe. Lo storico greco Strabone scrisse in proposito: “I Romani hanno fatto ciò che i Greci avevano trascurato… cloache così larghe che in certi punti vi potrebbero passare carri di fieno… Gli acquedotti che traversano la città in tutti i sensi puliscono le fogne… Ciascuna casa è provvista di cisterne, condutture e fontane inesauribili”.

La pulizia delle cloache, sotto la giurisdizione degli Edili prima, poi dei Curatori, in epoca repubblicana era affidata ai condannati e ai criminali, in seguito a lavoratori, la cui paga era stabilita per editto.

Una istallazione semplice ma funzionale, per lo più situata, per comodità, presso la cucina, dove il focolare riscaldava l’acqua necessaria per l’igiene personale, era la “latrina”. I lessicografi fanno derivare il termine “latrina” o “laterina” dal verbo latere, che significa “luogo ove ci si nasconde”. L’acqua usata nelle latrine defluiva attraverso il condotto del servizio nella fogna o nel pozzo nero. Molte case, infatti, avevano un impianto privato, consono ai mezzi economici della famiglia, di cui sono state trovate molte testimonianze negli scavi cittadini. Il sistema adottato a Roma era igienico e pratico, quindi divenne d’uso generale: ogni casa a Pompei, Ercolano, Ostia, come ci dimostrano gli scavi, aveva il suo impianto igienico, piccolo o grande, modesto o sontuoso, con pareti nude o affrescate.

Un impianto privato lo possedeva anche la Domus Aurea di Nerone e la casa di Augusto sul Palatino. Tali impianti erano costruiti ad emiciclo con tre nicchie provviste di sedili a braccioli, in marmo; tre tubi collegati a uno più grosso consentivano all’acqua di scorrere nello scarico. Davanti ai tre sedili era scavato un bacino poco profondo, dove l’acqua scorreva in continuazione, che si pensa servisse per l’igiene intima.

Il sedile delle antiche toelette era in muratura o, se lussuose, in marmo. Larghe tubazioni in laterizi scendevano al piano inferiore al fianco del servizio. I pavimenti erano inclinati verso un foro di scarico per agevolare la pulizia e alcune case disponevano di un ampio deposito in muratura dal quale l’acqua in esubero scolava nel profondo invaso al disotto del servizio.

Da Seneca e da Marziale sappiamo che un accessorio indispensabile era una spugna fissata ad un manico; Trimalcione, il personaggio del Sattirycon di Petronio, dice che c’erano seggette e “minutalia”, di cui non specifica l’uso, che è comunque evidente, dato che la carta, inventata in Cina nel II sec. a.C. arrivò in Europa tramite gli Arabi intorno al 1200.

Era generalizzato l’impiego di acqua fredda, raccomandata dai medici, eccetto che per i bambini, gli ammalati e gli anziani. Per loro era consigliata una sedia forata. In ogni casa c’era il vaso da notte, la matella.

Giovenale ci dice che la latrina pubblica era chiamata forica: ve ne erano presso i luoghi più frequentati, i fori, i tribunali, i comizi; erano prese in appalto anche da personaggi in vista e la loro gestione era affidata ad un foricario. Marziale parla di Patrocliane, situate nei pressi del Campidoglio.

Per accedere a queste istallazioni romane, presenti in numero di 144 o 154 in città, si entrava attraverso un vestibolo le cui due porte, entrata e uscita, erano sfalsate perché da fuori non si vedesse all’interno. Nella sala interna, spesso rivestita di marmo e con pavimento in mosaico, su tre lati erano disposti i sedili, di circa 60 cm ognuno, col foro ovalizzato o rotondo, talvolta separati da lastre verticali arrotondate e ornate con delfini per appoggiarvi le braccia. Sulla parete opposta spesso si trovava il tempietto alla Salute, antica divinità della Sabina, celebrata ogni anno negli àuguri per la prosperità dello stato o contro le pestilenze. Nel canale di caduta del materiale organico, l’acqua scorreva continuamente rendendo il luogo pressoché inodoro. Al centro della sala c’era una fontana, più tardi dotata di rubinetto.

Le latrine pubbliche erano frequentate anche da eminenti personaggi e Marziale ci dice che, nell’atmosfera intima e distesa di questi luoghi, si combinavano pranzi, inviti e alleanze.

Come è ovvio, le pareti erano ricoperte di scritte d’ogni genere, da quelle oscene a quelle sarcastiche. In un graffito pompeiano si legge: “Come puoi tu, o muro, sopportare il peso di tante ciance scritte?”.