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Rina Gambini - Il nostromo di Garibaldi
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Rina Gambini

IL NOSTROMO DI GARIBALDI

 

Luigi era di Deiva, piccolo paese della riviera a levante di Genova…”: troviamo Luigi Carniglia nelle memorie di Garibaldi. Costui era, infatti, il nostromo della nave Mazzini, più che una vera nave, una garopera, cioè un peschereccio di venti tonnellate che l’eroe dei due mondi aveva acquistato in Sudamerica ottenendo una “patente di corsa” dal governo ribelle del Rio Grande do Sul.

In realtà Garibaldi avrebbe voluto una ‘lettera di marca’ per fare la guerra di corsa da Mazzini e, insieme agli amici patrioti che aveva incontrato a Rio, come lui fuorusciti politici, ne aveva fatto richiesta al Maestro, il quale, probabilmente non avendo piacere che il suo nome fosse accostato ad azioni illecite, non aveva dato risposta.

Con la Mazzini Garibaldi scorrazzava per la baia di Rio beffeggiando con insulti e gesti poco urbani gli ufficiali delle navi austriache e della marina Sarda arrivate nel porto, tanto che il plenipotenziario sardo a Rio, il conte Palma di Borgofranco, scrisse in proposito a Carlo Alberto chiedendo il permesso, peraltro negato, di sparare sui contestatori. Garibaldi usò la nave anche per commerciare, in società con Luigi Rossetti, in granaglie, ma fu un’impresa fallimentare.

Infine la ‘lettera di marca’ arrivò dal governo autonomista della Repubblica Riograndese con una lettera che diceva: “Il governo della Repubblica Riograndese autorizza la sumaca Farropilha di 120 tonnellate a incrociare in tutti i mari e fiumi in cui trafficano navi da guerra o mercantili del governo del Brasile, potendo appropriarsene e prenderle con la forza delle armi, essendo ritenute buona preda, ordinata da autorità legittima e competente…”. Chi concedeva la ‘lettera di marca’ non era ‘autorità legittima e competente’, il nome della nave non era Farropilha bensì Mazzini e la stazza non era 120, ma soltanto 20 tonnellate: ciò nonostante Garibaldi non se lo fece ripetere due volte e prese il mare.

Una nave corsara, dunque, la Mazzini, con un equipaggio prevalentemente italiano, mosso da ideali libertari, sebbene, scrive Garibaldi, “Non tutti erano dei Rossetti, voglio dire degli uomini puri. Ed alcuni avevano fisionomie non troppo rassicuranti”. L’equipaggio era così costituito:

Giuseppe Garibaldi, comandante

Luigi Carniglia, di Deiva, nostromo

Luigi Calìa, di Malta, 2° nostromo

Pasquale Lodola, di Genova, pilotino

Joao Baptista, brasiliano, capitano d’armi

Antonio Illama, di Capraia, marinaio

Giovanni Fiorentino, sardo, timoniere

Giambattista Caruana, di Malta, marinaio

Maurizio Garibaldi, di Genova, marinaio (nessuna parentela con lui)

Luigi Rossetti, di Genova, in missione politica

Giovanni Lamberti, italiano di regione ignota, marinaio

José Marìa, portoghese, marinaio

Un veneziano, non meglio identificato

 

L’occasione per utilizzare la lettera di marca non si fece attendere: superate le acque territoriali di Rio incrociò una bella goletta, la Lucia, superiore alla Mazzini per stazza e agilità e, accostatala, se la fece consegnare dal comandante, decisamente spaventato. Garibaldi racconta che un passeggero atterrito gli offrì un cofanetto pieno di diamanti, ch’egli rifiutò. Prese invece il carico di caffè destinato alla Russia, imbarcò l’equipaggio su una scialuppa lasciandoli in mare (ma la costa era in vista) e si tenne cinque schiavi negri che liberò. Detto per inciso, gli schiavi liberati non erano certo dei coraggiosi, dato che alla prima battaglia si gettarono terrorizzati in mare per raggiungere la costa vicina e sparirono.

A questo punto, non era possibile far navigare due navi, pertanto decise con gran dispiacere di affondare la Mazzini trasferendo ogni cosa sulla Lucia e di ribattezzare quest’ultima Farropilha (da Farrapos, in portoghese ‘pezzenti’).

Costretti ad allontanarsi in fretta dal primo porto raggiunto, Maldonado in Uruguay, fu costretto ad ingaggiare una scaramuccia con i sodati uruguaiani che volevano confiscare la nave. Nello scontro una pallottola raggiunse alla testa il timoniere, che morì subito; allora Garibaldi si mise al timone, ma una pallottola gli si conficcò tra l’orecchio e la carotide facendolo cadere a terra svenuto. Sentiamo come Garibaldi stesso descrive la battaglia: “Siccome non agguerriti i miei, non era mancato di nascere confusione, ed il mio comando di bracciar la vela non si eseguiva, cioè vari di loro alla voce di comando eransi portati ai bracci della sinistra senza che nessuno si ricordasse do slegare quelli di destra, quindi inutilmente si affaticavano di tirare. Fiorentino vedendo ciò abbandona il timone e si slancia per effettuare la manovra incompiuta, quando una palla nella testa lo rovescia cadavere. Il timone rimase abbandonato. Io che mi trovavo a far fuoco vicino ad esso ne presi la barra: in quell’atto una palla nemica mi colpisce nel collo e stramazzo privo di sensi.

Fu a questo punto che Luigi Carniglia, seppure inesperto, prese il timone e si diresse verso il Rio de la Plata mentre i barconi uruguaiani tentavano l’abbordaggio: coloro che riuscivano ad aggrapparsi al parapetto della Farropilha avevano subito le dita mozzate da un colpo di spada.

Carniglia pilotò la nave sull’estuario del Rio de la Plata. Scrive ancora Garibaldi: “Senza i nautici insegnamenti che fanno il pilota, Luigi Carniglia condusse la Farropilha fino a Gualeguay, senza esservi mai stato, con la sagacia e la fortuna di un pratico”. Le testimonianze storiche ci dicono che in realtà la Farropilha fu rimorchiata da una goletta argentina, che faceva servizio passeggeri tra Gualeguay e Buenos Aires: passando vicino alla Farropilha il comandante si accorse che le vele erano tutte bucate e molti marinai feriti, per cui salì a bordo e, visto il comandante gravemente ferito, gli propose di rimorchiare la nave fino a Gualeguay per farlo curare. Pare non fosse estraneo al suo interesse per Garibaldi la comune appartenenza alla Massoneria.

Resta comunque il fatto che Garibaldi fu molto grato a Carniglia per il suo aiuto, e lo testimoniano le sue parole postume nelle Memorie: “Niuno era stato in quel fiume, tranne Maurizio una sola volta, nell’Uruguay. I marinai atterriti (bisogna che confessi ad onor di verità, non gl’Italiani) dalla situazione mia e dalla paura d’esser considerati ovunque pirati, avevano lo spavento sul volto ed alla prima occasione disertarono veramente. La salma dell’infelice Fiorentino, nel secondo giorno, fu sepolta nel fiume, con quella cerimonia da marinari e per motivo di non aver potuto approdare in veruna costa. Io assicuro che quella classe d’inumazione non mi piacque molto, poiché quantunque non avessi pensato ancora alla morte, quei funerali mi dispiacquero e ne feci motto al mio carissimo Luigi. E l’amico mio piangeva e mi prometteva di non seppellirmi nell’onda.

Chi avrebbe detto all’amorevole Luigi che fra un anno lo vedrei travolto nei frangenti dell’oceano e che inutilmente io cercherei il suo cadavere per seppellirlo sulla terra straniera e segnarlo al passegger con un sasso…

Povero Luigi! Cura di madre ei m’ebbe tutto il tempo che durò il nostro viaggio sino a Gualeguay e nei tremendi patimenti miei, che non furono pochi, io non avevo altro sollievo che nella vista e nelle attenzioni di quell’anima mandatami da Dio.

Io voglio parlare di Luigi, e perché non dovrei parlarne? perché non appartiene ad alta classe? Ma non era alta l’anima di Luigi Carniglia? Alta per sostenere ovunque il nome Italiano! Alto nello sfidare una tempesta, siccome i pericoli d’ogni genere. Alta! Infine nel proteggermi nel custodirmi come un suo bambino, quand’io incapace di muovermi, languente, nel punto d’essere abbandonato da tutti, delirando nel delirio della morte, mi si sedeva accanto Luigi, coll’assiduità, la pazienza di un angiolo! quindi mi lasciava un momento per piangere.

O Luigi! Le tue ossa sparse negli abissi dell’Oceano meritavano un monumento ove il proscritto riconoscente potesse un giorno contraccambiarti d’una lacrima….

Nel combattimento contro il lancione, a lui principalmente dovemmo non essere caduti in potere del nemico. Armato d’un trombone e posto nel loco di più pericolo, egli intimoriva gli assalitori. Alto nella statura e robustissimo, ei riuniva l’agilità a straordinaria forza corporea. Amenissimo nell’ordinario consorzio della vita, egli aveva il dono di farsi amare da ognuno che lo trattasse…”.

Arrivati a Gualeguay il 26 giugno 1837, Garibaldi fu curato e guarì, ma tutti subirono interrogatori e furono arrestati. Finalmente liberati, erano rimasti pochi amici fedeli, che continuarono a seguire il loro comandante, il quale, nominato a capo della flotta riograndese, riprese le armi e combatté in numerosi scontri finché il 14 luglio 1838 la nave Rio Pardo da lui pilotata, incappò in una tempesta in Oceano Atlantico: la fragile nave troppo carica affondò portando con sé sedici dei trenta marinai, tra cui Luigi Carniglia. Garibaldi fu l’unico italiano a salvarsi.

Nel 1862, ferito sull’Aspromonte, Garibaldi, durante la lunga convalescenza si dedicò alla scrittura di un poema autobiografico di 29 canti in endecasillabi sciolti, narrando le proprie gesta dagli anni giovanili in America Latina fino alle imprese europee. In appendice al poema pose un Carme alla Morte, in cui ricordò l’episodio del suo ferimento e dell’assistenza amorevole ricevuta da Carniglia per poi ricordare anche il naufragio che ne provocò la scomparsa.

Dato che Garibaldi poeta è piuttosto sconosciuto, concludo non con la lunga descrizione dell’evento scritta nelle Memorie, bensì con i versi dedicati alla scomparsa del grande amico Luigi: “Il tempestar dell’Ostro / il fragil legno capovolto immerso / avea su’ lido di Colombo. Un forte / nocchier stringea, colle robuste membra, / del legno il solo punto galleggiante. / Ed io lo vidi quel gigante ed era / il salvator della mia vita. Oh! bello / io fui in quel momento! e mi sembrai / dominator della tempesta! e un senso / di gratitudo m’invadea, di pièta / pel generoso e l’accostai…; gli tolsi / l’importuno pastrano a lui d’impaccio / per il nuoto, ed un ferro nella destra / squarciavo con febbril lena l’ingombro / che il mio fratello minacciava e fiero / dell’ottenuto intento, un sguardo all’alto / già rivolgea di grazie! / Avea la morte / scelto tra noi! Il mio robusto e prode / benefattor sparia nell’onde; un monte / di flutti l’avvolgeva e più nol vidi! / Cercai, passato il flutto, infra i nuotanti / le preziose sembianze e invan cercai!

Il personaggio di Luigi Carniglia appartiene, dunque, alle leggende garibaldina e marinara, e con esse alla cittadina rivierasca di Deiva Marina, ultima ad ovest della provincia della Spezia, dove era nato il 24 marzo 1804. Marinaio fin dalla prima giovinezza, era emigrato a Rio de Janeiro circa trentenne legandosi a Garibaldi non appena questi vi giunse per evitare la condanna a morte avendo partecipato ad un tentativo insurrezionale in Liguria.

Deiva Marina lo ricorda con un monumento marmoreo scolpito in unico blocco da Carlo Nicoli nel famoso studio di Carrara e inaugurato il 30 giugno 1968. La scultura lo rappresenta mentre sostiene Garibaldi ferito.