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Cesare Giorio - L'eredità bizantina della Russia
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CESARE GIORIO

L'eredità bizantina della Russia


Recentemente, tra altre curiosità turistiche, pare che a Mosca faccia molto discutere la ventilata sostituzione delle stelle rosse, che ornano le guglie del Cremlino, con l'effige della tradizionale aquila bicipite di memoria zarista. La notizia, che non è propriamente una primizia, in quanto l'aquila a due teste compare già da anni sugli emblemi della Federazione Russa, mi ha fatto ricordare la massima di Orazio “Naturam expelles furca, tamen usque recurret”  (scaccerai la natura col forcone, tuttavia ritornerà sempre) con la quale lo storico inglese Arnold Toynbee introduce, nel suo “Civiltà al paragone”, un capitolo  interamente dedicato all'eredità bizantina della Russia.

Quando negli odierni telegiornali si parla delle mosse del Cremlino generalmente la prospettiva nella quale inquadriamo l'orso russo comprende storicamente l'Unione sovietica, l'Impero zarista e talvolta sullo sfondo arriva a comparire persino l'ombra fosca di Ivan il Terribile. Raramente si giunge a considerare quella che indubbiamente è la matrice prima della Russia, ovvero l'Impero Romano d'Oriente.

Per iniziare una sintetica carrellata storica occorre ricordare che gli abitanti di quelle sterminate contrade, che oggi costituiscono la Russia, entrano nella storia quando nel VIII secolo l'onda vichinga, oltre che sulle coste francesi, inglesi ed europee in genere, si infiltra in profondità nel mar Baltico, si insedia a Novgorod, capolinea di quel fascio di vie fluviali che consentivano di commerciare con Costantinopoli, e fonda successivamente Kiev, una delle capitali dei variaghi, come erano chiamati localmente gli scandinavi.

I primi esponenti della dinastia, che da questo inizio farà ingrandire e governerà la Russia fino al 1547, hanno nomi norreni che si slavizzano dopo poche generazioni: Ingvar diventa Igor, Sveinald viene trasformato in Svjatoslav, Valdmar in Vladimir ed infine Helga in Olga.

Proprio questa aristocratica variaga, donna che lottò ferocemente per difendere la dinastia con massacri che fanno impallidire le truci saghe nibelunghe, fu tuttavia la prima cristiana ed è venerata come santa da ortodossi e cattolici. Olga fu soprattutto la prima a comprendere l'importanza del cristianesimo e della Chiesa per garantire il consenso dei sudditi e la sacralità del sovrano. Il modello che la convinse fu l'Impero Romano d'Oriente, che all'epoca era il riferimento di tutte le popolazioni slave, orbitanti attorno a Costantinopoli e costituenti una sorta di commonwealth bizantino unito con il collante dei commerci e del fascino di una eclatante superiorità politica e culturale.

Lo stato bizantino pervadeva in modo capillare ogni attività dell'Impero, dal commercio alla cultura, dall'industria all'agricoltura; era uno stato assoluto, il monopolista di qualsiasi attività che veniva controllata da uno stuolo di funzionari e da una raffinata burocrazia, talvolta corrotta ma indispensabile per entrate fiscali consistenti e continue. Al vertice, l'imperatore, vicario di Cristo sulla terra, sovrastava chiunque; persino la Chiesa di Costantinopoli, malgrado qualche tensione, era sottoposta alla sua autorità tanto che il metropolita veniva eletto dall'imperatore. Diversamente dall'Occidente, dove la dicotomia tra Impero e Chiesa avrebbe causato fratture e lotte tumultuose, l'Impero d'Oriente appariva un monolitico sistema totalitario sottoposto solo alla volontà del suo imperatore e permeato da una identità culturale basata sulle eredità della Grecia antica, di Roma e del Cristianesimo.

Un modello che, assieme al cristianesimo ortodosso, alle soglie dell'anno 1000, fu accolto in piena coscienza nella nascente Russia e rinsaldato da alleanze e matrimoni come quello tra Vladimir, il nipote di Olga, e Anna Porfirogenita sorella dell'imperatore Basilio II.

Anche il matrimonio tra fede ortodossa e patriottismo slavo ebbe uno sviluppo felice; fu proprio questo connubio a tenere saldi i russi di fronte alle minacce sia islamiche e mongole da oriente, sia polacche o germaniche cattoliche da occidente. La religione ortodossa divenne un fondamentale fattore discriminante soprattutto nei confronti dei popoli dell'occidente cattolico, correligionari cristiani ma visti con l'ottica bizantina, che nei loro confronti non era benevola a causa dell'autonoma incoronazione imperiale di Carlo Magno, del Grande Scisma del 1054 e più tardi del sacco di Costantinopoli da parte dei Latini durante la IV crociata del 1204. Col passare dei secoli l'eredità bizantina, rafforzata dal patriottismo slavo, si manifestò con evidenza sia nel campo religioso che in quello politico. Gli ortodossi russi, pur rimasti a lungo sotto la giurisdizione del Patriarca ecumenico di Costantinopoli, avevano sviluppato aspirazioni all'autonomia religiosa che si manifestarono dopo che l'ormai moribondo impero bizantino, nel tentativo di assicurarsi un ultimo disperato aiuto, aveva accettato l'unione della chiesa ortodossa con quella cattolica romana concordata con Papa Eugenio IV nel laborioso Concilio di Firenze concluso nel 1439; unione che sarà sconfessata al ritorno della delegazione bizantina a Costantinopoli.

Così nel 1448 anche il metropolita di Mosca si rifiutò di accettare l'Unione di Firenze e sottraendo la Chiesa russa all'autorità del Patriarcato di Costantinopoli si proclamò “autocefalo” con una presa di posizione che poco dopo nel 1453 fu rafforzata dalla caduta di Costantinopoli in mano turca: da questo momento i russi cominciarono a ritenersi depositari di quel cristianesimo ortodosso un tempo prerogativa dello scomparso impero d'Oriente. L'autonomia della Chiesa russa fu ufficializzata nel 1589 quando il Patriarca di Costantinopoli, pur malvolentieri, elevò il Metropolita di Mosca a Patriarca di Mosca e di tutta la Russia; la Chiesa ortodossa russa era diventata la più importante, tra quelle ortodosse, per numero di fedeli e soprattutto per l'appoggio di un potente sovrano.

Questa eredità religiosa fu accompagnata da una eredità “dinastica” ottenuta nel 1472 attraverso il matrimonio del Gran Principe di Mosca Ivan III con Sofia Paleologhina nipote di Costantino XI, l'ultimo imperatore bizantino caduto combattendo durante la conquista turca di Costantinopoli. Questo matrimonio rappresentò per i russi l'acquisizione dell'archetipo imperiale bizantino tanto che nel 1561, meno di un secolo dopo, Ivan IV il Terribile, con l'approvazione del Patriarca di Costantinopoli, si autoproclamò Zar di tutte le Russie, facendo suo il titolo di Caesar attribuito tradizionalmente all'Imperatore Romano d'Oriente. Per i russi Mosca era diventata la “Terza Roma” con una nuova translatio imperii sotto il segno della fede ortodossa.

La manifesta istituzione di uno Stato totalitario derivante dal modello bizantino sarà la base della potenza e della continuità storica della Russia in quanto funzionale ad assicurare sia il consenso e l'unità interna, sia lo status di unica potenza regionale ortodossa in grado di influenzare gli altri popoli slavi e di competere alla pari con le maggiori corone europee. Come l'Impero bizantino, la Russia, posta tra Asia ed Europa è sempre stata aperta alle prospettive ed alle minacce provenienti da oriente o da occidente con la conseguenza di politiche geostrategiche talvolta altalenanti. Proprio da occidente, dall'Europa dove stavano germogliando i primi accenni di illuminismo, Pietro il Grande prese ispirazione per una ventata di riforme volte ad ammodernare la Russia ed a metterla al passo con le altre potenze europee. La sua politica riformatrice filo-occidentale fu continuata con determinazione da Caterina la Grande sincera ammiratrice delle idee illuministe. Naturalmente, come ogni volta accade con le idee nuove, queste riforme imposte da volitivi autocrati (uno dei quali, Caterina, era oltretutto di sangue tedesco) ad una società basata sulla Chiesa ortodossa e sulle virtù di un popolo tradizionalmente contadino, suscitarono discussioni, polemiche e prese di posizione tra gli intellettuali russi.

Gli slavofili sostenevano che la tradizione russa, ricca di spiritualità, fosse superiore al materialismo illuminista della civiltà occidentale e alcuni di loro asserivano che proprio l'eredità bizantina avesse consentito la nascita di una fisionomia culturale e politica propria della Russia (da queste premesse, sorse poi nell’800 il panslavismo, funzionale all’espansionismo russo e assertore della comune identità tra tutti i popoli slavi dell’Europa orientale). D'altro canto l'intellighenzia non solo era favorevole alla europeizzazione, in modo da rendere la Russia una potenza competitiva, ma imputava la sua arretratezza proprio al secolare attaccamento al superato modello di stato bizantino. Dall'incomprensione delle riforme e dalle polemiche prese vigore una diffusa avversione nei confronti di tutto ciò che era europeo. Avversione che si combinò a quella religiosa, ereditata dai bizantini, nei confronti dei cattolici considerati eretici e scismatici. Queste due facce del sentire russo emergono nell'aspetto di due città che ne sono i rispettivi simboli; Mosca rappresenta la Terza Roma e la sacralità, elemento fondamentale dello spirito russo; San Pietroburgo con la sua impronta occidentale esprime la razionalità illuminista.

Il filosofo tedesco Oswald Spengler, argomentando nel secolo scorso su questo duplice sentire, notava come ancora nella letteratura dell'800 in Tolstoj traspaia lo spirito cosmopolita dell'uomo fortemente legato alla modernità dell'occidente mentre Dostoevskij ci affascini rispecchiando l'animo contadino della Russia più tradizionale. Sempre da occidente giunse l'altra impetuosa ondata riformatrice: la svolta sovietica di Lenin che impose una sorta di religione laicizzata e caratterizzata da un forte internazionalismo. Fu una sovrastruttura ideologica sovrapposta all'essenza dell'anima russa caratterizzata, come abbiamo visto, da forte spiritualità e strutturata su religione ortodossa e amore per la propria terra. Al riguardo è illuminante ricordare che nell'autunno del 1941, in piena offensiva tedesca durante la II Guerra mondiale che i russi chiamano Grande Guerra Patriottica, su Leningrado assediata e per ordine di Stalin, fu fatta volare con un aereo l'immagine della Madre di Dio di Vladimir, un'icona bizantina del XII secolo, considerata protettrice della Russia e già miracolosamente efficace nel 1612 contro i polacchi, nel 1709 contro gli svedesi e persino contro la Grande Armée napoleonica. Non importa tanto soffermarsi sulla dubbia devozione di Stalin quanto sul fatto che l'evento fosse valutato emotivamente incoraggiante sulle truppe dell'Armata Rossa.

È ragionevole supporre che la Russia nella sua evoluzione sia sempre rimasta essenzialmente uno Stato-Impero totalitario animato da spiritualità e amor patrio, continuatore dell'eredità simbolica e politico-religiosa dell'Impero Romano d'Oriente, portato cioè all'unificazione di un mosaico di etnie in una entità politica sovranazionale e ad una visione geopolitica dei grandi spazi. Nel corso dei secoli, la Russia si è attribuita, quale erede di Bisanzio, quella primogenitura e supremazia culturale che invece gli europei occidentali considerano loro in quanto eredi della civiltà greco-romana. Sfogliando le pagine della storia possiamo notare che la divergenza di vedute tra Russia e Occidente è ricorrente; la Russia, come anima e indole del suo popolo, sarà sempre la “Santa Russia” e Mosca sarà sempre la “Terza Roma”. Nello stesso tempo i russi sentono di appartenere in modo significativo alla koiné europea, ma proprio questo fascino per l'Europa implica un confine ben preciso.

Infatti, se con l'Europa occidentale vi sono pur sempre elementi di comunanza culturale derivanti da tradizioni, se non condivise almeno ben conosciute nei secoli, come la romana, la cattolica e la germanica, con l'altro Occidente, cioè gli Stati Uniti d'America, non c'è lo stesso feeling; gli USA sono considerati un “melting pot” di impronta protestante calvinista, un modello culturale diverso in termini di visione del mondo e del modo di vivere. Secondo Toynbee, che espresse queste sue convinzioni (criticate da diversi storici) nella seconda metà del secolo scorso, la Russia ha spesso il dilemma se integrarsi con l'Europa in un blocco che sia distinto e alternativo rispetto a quello “occidentale” di impronta statunitense oppure delineare un suo modello alternativo totalmente anti occidentale. Da quando Toynbee scrisse queste considerazioni molte cose sono cambiate in Russia. Ma forse solo apparentemente. L'alternare lo sguardo verso oriente e verso occidente, secondo l’uso bizantino, è un atteggiamento ricorrente, come quello di considerare la Madre Russia titolata sia a formulare vedute geostrategiche proprie sia ad un ruolo internazionale autonomo, oppure come la manifesta volontà di affermare l'originalità culturale russa, contrapposta a quella occidentale americanizzata, che traspare nettamente in maîtres à penser contemporanei qual è, per esempio, Aleksandr Dugin.

In conclusione, mentre per noi Bisanzio ha contorni annebbiati dai secoli e confusi dallo scarso interesse, in Russia è un tema attuale che viene dibattuto con passione ed ha tuttora presa sull'opinione pubblica come dimostra ad esempio il successo nel 2008 del documentario televisivo “La caduta di un impero. La lezione di Bisanzio” opera dell'archimandrita Tichon Ševkunov, superiore del monastero della Presentazione dell’icona della Madre di Dio di Vladimir, che mette in guardia la Russia indicandole gli errori fatali commessi da Bisanzio: abiurare la vera fede, farsi affascinare dalle mode occidentali e minare l'unità dello Stato.