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Rina Gambini, Giovanni Segantini
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Rina Gambini

IL VERO E L’IDEALE - Giovanni Segantini

 

Certe mattine, contemplando questi monti prima di prendere il pennello, mi sento spinto a inginocchiarmi innanzi a loro come innanzi a tanti altari sotto il cielo… Io mi chino a questa terra benedetta dalla bellezza e bacio i fili d’erba e i fiori, e sotto questo arco azzurro del cielo, mentre gli uccelli cantano e intrecciano voli e le api succhiano il miele dal calice aperto dei fiori, io bevo a queste fonti purissime, dove la bellezza si rinnova eternamente, dove si rinnova l’amore che dà vita alle cose…”.

In queste parole estremamente significative si sintetizza il sentimento di Giovanni Segantini nel periodo trascorso a Savognino, dal 1886 al 1894, nella pace austera delle grandi montagne tra pastori ed armenti. Qui, a contatto con le umili esistenze dei montanari, Segantini ha prodotto i suoi capolavori, dove le forme si stagliano nella luce abbagliante delle alte montagne, dove la natura si rinnova di un sempre mutevole incanto.

Montanaro robusto e barbuto, dallo sguardo vivace, era sempre scontento di sé, sempre alla ricerca di nuove ispirazioni e nuove esperienze con indomabile energia. Del resto, nella sua vita aveva dovuto dare prova più volte di coraggio e tenacia.

Nato ad Arco l’11 gennaio 1858, aveva perduto la mamma a soli cinque anni ed era stato mandato a Milano presso una sorellastra che viveva in una malsana soffitta, in cui chiudeva ogni giorno il bambino andando al lavoro. Da qui il ragazzo fuggì e, sotto una pioggia battente, vagò per la campagna finché, sfinito, fu soccorso da un contadino che lo prese con sé e lo utilizzò come guardiano di maiali. Appena poté, tornò ad Arco, poi, a piedi di nuovo a Milano, dove visse arrangiandosi e trovando, infine, un lavoro come garzone di un fotografo. Fu allora che si iscrisse al corso elementare di Figura all’Accademia di Brera, ma presto mostrò insofferenza per le pedanterie dell’insegnamento accademico, che giudicava dannose, e smise di frequentare.

Aveva soltanto 19 anni quando dipinse il suo primo quadro: Il coro della chiesa di S. Antonio. Si sposò giovane e a 23 anni lasciò di nuovo Milano per stabilirsi in Brianza e poi a Savognino; la sua ultima dimora fu Maloja, dove morì prematuramente nel 1899.

Nonostante la predilezione per l’isolamento, si interessò sempre dei problemi sociali, che a quel tempo si andavano manifestando con forza. La moglie era solita leggergli libri e giornali mentre lui dipingeva all’aperto, e, quando incontrava i pochi amici nelle lunghe serate insieme, questi erano gli argomenti che lo interessavano di più.

Nel periodo milanese aveva dipinto quadri di scarsa importanza, utili per impadronirsi della tecnica, ma fu col primo, vigoroso, quadro monumentale, Alla stanga, che iniziò quella produzione che rappresentava la dura vita dei campi e della montagna in cui fu insuperabile maestro. Le due madri, Ora mesta, Vacche aggiogate, Ragazza che fa la calza, Sera d’inverno, Petalo di rosa, Aratura sono capolavori dipinti durante il soggiorno a Savognino e rappresentanti il faticoso mondo montano.

“Alla stanga” – 1886

Venne poi il periodo in cui si spense la visione panteistica della natura per sostituirla con una visione allegorica, per la quale non gli furono risparmiate critiche. Coincise con il successo internazionale, ma alcuni critici sostenevano che la sua ispirazione si era guastata, altri che aveva scarsa cultura, altri che era preso da una sorta di mania di redenzione, insomma, non tutti apprezzarono questo passaggio al simbolismo. Il suo amico Grubicy giudicava il nuovo stile come un ibrido connubio tra realtà e immaginazione e osservando il dipinto Le Lussuriose si metteva una mano davanti a un occhio per non vedere le figure nude e concentrare lo sguardo soltanto sullo splendido paesaggio nevoso in ombra con le vette lambite dalla luce. Alle sue rimostranze Segantini rispondeva: “Un vero senza ideale non vale più di un ideale senza verità; ma l’uno è il campo, l’altro la semente. Seminiamo dunque, e se il seme è buono, lasciamo che venga primavera, e questa lo farà fiorire”.

Indubbiamente, nonostante gli inevitabili eccessi retorici dei primi tempi, Segantini fu un sommo artista, in cui il racconto simbolistico si compenetra col linguaggio pittorico e la poesia del colore diviene un tutt’uno col colore della poesia.

Giovanni Segantini morì sullo Schafberg, sopra Pontresina, a 2733 metri di fronte ai ghiacciai del Bernina. Per mesi e mesi aveva lavorato lassù, in un semplice rifugio, in intimità con le affascinanti e solitarie bellezze delle Alpi. Quando doveva allontanarsene per qualche necessaria apparizione in città, per lui era un’autentica sofferenza.

Quella delle montagne che tanto amava fu l’ultima cosa che vide, fu il quadro che non poté mai dipingere.

“Le due madri” - 1889