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Rina Gambini - "Le mie prigioni", una battaglia perduta
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Rina Gambini - “LE MIE PRIGIONI”: UNA BATTAGLIA PERDUTA

Quando Metternich disse all’Imperatore: “Maestà, questo libro è la più grande battaglia che abbiamo perduta”, non sapeva di rendere il più grande omaggio possibile ad un libro che metteva in luce le crudeltà delle prigioni asburgiche, appunto “Le mie prigioni”.

Che Metternich fosse convinto del danno prodotto dal libro lo dimostra il fatto che esercitò una pressante azione diplomatica affinché il volume fosse messo all’indice: si rivolse alla Nunziatura di Vienna che trasmise al Santo Uffizio l’incartamento relativo alla proceduta di condanna. I censori pontifici, però, non riscontrarono frase alcuna che fosse censurabile, quindi diedero parere negativo e Le mie prigioni non furono ritirate.

L’opera aveva visto la luce a Torino nel novembre 1832 e subito aveva destato scalpore per molti aspetti. In Austria fu un fiero colpo per il governo di Sua Maestà Cattolica e fece enorme impressione per la serena imparzialità e l’assenza di odio con cui venivano raccontate vicende drammatiche, indegne di uno Stato che si proclamava fervente cattolico.

In Italia si sprecarono le critiche più meschine: chi disse che era opera mal riuscita, perché scarsamente artistica, povera di fantasia e di immagini suggestive; chi diceva che era scritta male; chi la definì “bambinesca” perché improntata al sentimento del perdono; chi che era troppo benevola mettendo in risalto il lato umano affiorante a volte nell’animo dei carcerieri.

L’autore, Silvio Pellico, tacque non curandosi minimamente dei suoi detrattori, che ebbero la peggio, perché il libro riscosse un grande successo e divenne un autentico caso letterario. Addirittura il padre somasco Antonio Battistini nell’autunno 1839, chiese a Pellico il permesso di utilizzare l’opera come lettura nelle scuole e l’autore rispose con modestia e con sensibilità educativa: “Sarei d’avviso contrario. Oltre che il libro è di merito tenuissimo, forse taluni potrebbero giudicare sconveniente per un uditorio di adolescenti la lettura della storia di un prigioniero così duramente trattato”.

Per comprendere le vicende che lo portarono allo Spielberg, dobbiamo ripercorrere la vita di Silvio Pellico. Nato a Saluzzo il 21 giugno 1789 da Onorato Pellico (il cognome originario era Pellicò, ma lui aveva tolto l’accento), droghiere, e da Maria Fortunata Tournier, savoiarda di Chambery, era il secondogenito di cinque figli, tre maschi, di cui uno morto in fasce, l’altro fattosi gesuita, e due femmine, entrambe monache. Di costituzione gracile e malaticcia, fu amorevolmente curato dalla madre e ben presto dimostrò propensione letteraria, componendo una tragedia a soli dieci anni.

A causa dei rovesci finanziari del padre, si trasferì a Torino e a diciassette anni andò a Lione dal cugino Di Rubot, che lo ospitò per quattro anni. Durante il periodo lionese, ricevette in dono dal fratello Luigi il carme Dei Sepolcri di Ugo Foscolo, la cui lettura accese in lui ancor più la passione per la poesia.

A ventun anni, nel 1809, raggiunse la famiglia che si era stabilita a Milano ed iniziò ad insegnare il francese nel Collegio degli Orfani Militari. In questo periodo conobbe Vincenzo Monti e Ugo Foscolo, col quale si legò in stretta amicizia. Alla caduta di Napoleone, mentre la famiglia tornava a Torino, Silvio rimase a Milano come precettore privato presso la famiglia Briche, e poi presso il conte Lambertenghi. Fu nel salotto di quest’ultimo che ebbe modo di conoscere e frequentare gli uomini più rappresentativi dell’epoca, da Volta al Gonfalonieri, a Berchet, a Romagnosi, rafforzando e raffinando la sua passione letteraria.

In quest’ambiente nacquero la tragedia Laodomia, ricavata da una favola greca, subito apprezzata da Foscolo, e la Francesca da Rimini, che non ebbe dagli amici il medesimo riscontro dell’altra, tanto che Monti e Foscolo gli consigliarono di bruciarla. Anche se Pellico ne rimase avvilito, non diede ascolto e la fece rappresentare il 18 agosto 1815 al Teatro Re di Milano: fu un successo clamoroso, che rese subito famoso l’autore.

A questo proposito è curioso un aneddoto raccontato dallo stesso Pellico. Rientrato in Italia dalla prigionia austriaca, si trovò in una locanda di Brescia con sul tavolo l’avviso di una riduzione musicale dell’opera. Volle allora sentire la reazione del cameriere e gli chiese di cosa si trattasse; il cameriere rispose: “Si tratta sempre di quella Francesca da Rimini che tutti conoscono”. Silvio, incuriosito, proseguì: “Tutti? V’ingannate. Io che vengo dalla Germania, cosa ho da sapere delle vostre Francesche?” Il cameriere lo guardò in modo sprezzante: “Signore, non si tratta di Francesche; si tratta d’una Francesca da Rimini unica; voglio dire la tragedia del signor Silvio Pellico”. E lui: “Ah, Silvio Pellico. Mi par d’avere inteso a nominarlo. Non è quel cattivo mobile che fu condannato a morte e poi al carcere duro otto o nove anni or sono?” e mancò poco che il cameriere con lo colpisse. Prima di partire, però, volle fargli sapere chi fosse e dello scherzo che aveva condotto. Il cameriere ne restò smarrito e, dice Pellico: “Ei non sapeva più né interrogare né rispondere, né servire né camminare. Non sapeva più altro che pormi gli occhi addosso, fregarsi le mani, e dire a tutti, senza proposito: ‘Sior sì, Sior sì’, che pareva che starnutasse”.

Nel 1818, appena uscì il “foglio azzurro” de Il Conciliatore entrò a farne parte e all’inizio del 1819 il Segretario di Stato Villata gli proibì formalmente di scrivere articoli di politica sul giornale; intanto il Senato lombardo-veneto annotava sul suo libro nero ogni frase giudicata ostile degli studiosi collaboratori “indirizzati a predicare al popolo il bisogno della costituzione e dell’indipendenza dell’Italia”, come si legge nella relazione del giudice Mazzetti custodita nell’archivio del Ministero dell’Interno di Vienna.

Silvio Pellico si trovava ospite del conte Porro sul lago di Como e attendeva il diploma di nomina della Carboneria: il messo che glielo doveva consegnare fu fermato e arrestato e lui, sebbene avvertito del pericolo, ritornò a Milano. Il 13 ottobre 1820 fu preso prigioniero e rinchiuso nelle prigioni di Santa Margherita, a febbraio dell’anno successivo fu trasferito ai Piombi di Venezia, l’anno seguente nelle carceri di San Michele a Murano e infine, il 10 aprile 1822 nel carcere austriaco dello Spielberg.

Mentre lo trasferivano ammanettato allo Spielberg, lo ricorda lo stesso Pellico nel suo racconto, una carrozza seguiva costantemente la sua e ogni tanto vedeva sventolare un fazzoletto: sulla carrozza c’erano due care amiche, Carlotta e Gegia, che sfidavano il pericolo per dare il loro saluto all’infelice prigioniero.

La prima era un’attrice di fiorente bellezza, fulgida interprete della Francesca da Rimini, Carlotta Marchionni, di cui Silvio si era invaghito ma era stato rifiutato. L’altra, Gegia, anche lei attrice, si chiamava in realtà Teresa Bartolozzi, era cugina di Carlotta e la ammirava a tal punto da prendere il suo stesso cognome; aveva gli occhi azzurri, era gaia e amava improvvisare versi. Anche di Gegia il timido Silvio si era innamorato, all’inizio non corrisposto, ma poi accettato, tanto che i due erano arrivati sull’orlo del matrimonio quando fu arrestato. Il giorno successivo all’arresto, le scriveva: “Compiangimi, compiangimi, mia buona amica, io non sarò mai felice. Ogni speranza di bell’avvenire svanisce, e quanto più mi veggo nell’impossibile di superare i crudeli decreti che mi separano da te, tanto più sento che t’amo e che senza di te la vita non ha che amarezze”. Mentre Pellico era ai Piombi, la compagnia delle due cugine recitava a Venezia. Gegia si ammalò di tifo e nel delirio della febbre sentì gli strilloni che urlavano sulla via “Silvio Pellico, Oroboni, Maroncelli condannati a morte”: ne ebbe un dolore così intenso che per più giorni stette tra la vita e la morte. Guarita, andò con Carlotta a Udine e, come abbiamo visto, riuscì a salutare lo sfortunato amico portandogli un po’ di conforto.

Quando Silvio tornò a Torino era un uomo affranto nel corpo e nello spirito dai dieci anni di carcere duro. Si sentiva un uomo finito e fece comunicare a Gegia la sua decisione di mancare alla promessa di matrimonio. Lei, che era ancora bella e vivace, lo andò a trovare insieme alla cugina per dimostrargli il suo affetto senza rancore. Lui, felice di vederle, le disse: “Gegia, se si è dovuta spegnere la fiamma dell’amore che ho nutrito per te, quella della più santa amicizia si spegnerà con la mia morte. Addio sorelle, pregate per me”. Fu il loro ultimo incontro.

Per inciso, Gegia morì nel 1879 a 94 anni componendo ancora versi. Non si sposò mai e fu sempre soprannominata “la fidanzata di Silvio Pellico”.

 

Come già accennato, dopo la prigionia Pellico soffriva di molti acciacchi e trascinava la gamba sinistra, quella che era stata incatenata per otto anni.

Dalle carte rinvenute negli archivi della fortezza, emergono le pesanti condizioni di vita dei condannati al carcere duro, che spiegano bene la situazione del reduce Pellico. I condannati al carcere durissimo portavano ai fianchi un ferro collegato al muro con una catena, di lunghezza appena sufficiente per spostarsi intorno al tavolo. Quelli condannati al carcere duro, come Pellico e Maroncelli, portavano la catena ai piedi e, a differenza degli altri, dovevano lavorare. Il lavoro consisteva nello segare la legna e nel lavorare a maglia: dovevano finire almeno una calza a settimana, pena il salto del pranzo. Nelle celle stavano in due, come sappiamo Pellico era con Maroncelli, mentre Confalonieri stava con Alexandre-Philippe Andryane, ex ufficiale napoleonico affiliato alla carboneria. La sveglia era all’alba e i detenuti dovevano svuotare le padelle con i bisogni corporali e pulire la cella; seguiva la distribuzione della “brenn-zuppe”, una brodaglia rossiccia con poche fette di pane di segale. Racconta Maroncelli che il cuoco due volte l’anno faceva soffriggere la farina con il lardo, poi la riponeva in olle di terracotta da cui ogni mattina attingeva la farina e la diluiva con acqua. In mattinata era concessa la lettura, naturalmente di libri religiosi, e un’ora d’aria. Alle undici veniva servito il pranzo “una brodaglia di minestra condita con una salsa immangiabile”, a cui seguiva la lettura o il lavoro e per ultima, al tramonto, la cena, simile agli altri pasti. Severamente proibito era scrivere: i giovani carbonari inventarono sistemi ingegnosi, usando persino pezzi d’unghia come penna, la carta “igienica” spalmata di mollica di pane come foglio, polveri di medicinali o succo d’erbe come inchiostro. Ogni mese vi era un’ispezione che li privava del sacco su cui dormivano, che veniva riportato fradicio di pioggia o fango. Nel 1825 a Maroncelli e Pellico furono tolti gli occhiali e la forchetta; Maroncelli fece notare che “non siamo stati condannati alla cecità, ma al carcere duro… La negazione della forchetta è più ridicola che crudele…

Dallo Spielberg tornarono tutti malandati: Antonio Oroboni e Antonio Villa morirono di tubercolosi, Silvio Moretti e Cesare Albertini di denutrizione, a Maroncelli fu amputata la gamba sinistra, Costantino Munari fu colpito da ictus e rimase paralizzato dalla parte destra, Confalonieri soffrì di sincopi e sindrome reumatica e Pellico di emottisi (sangue nei polmoni).

Più del corpo, però, era colpita la sua anima. Le mie prigioni le scrisse su sollecitazione di Cesare Balbo, ma contro voglia, perché aveva una sorta di pudore delle sue sofferenze.

Non si placò, invece, il suo patriottismo: partecipò sempre agli avvenimenti politici e quando il 4 maggio 1848 Carlo Alberto annunciò dal balcone del Palazzo Reale illuminato dalle lampade ad olio la concessione dello Statuto, pianse mescolato alla folla. Rifiutò con fermezza la nomina a senatore propostagli da D’Azeglio ed accettò soltanto l’Ordine al Merito Civile dei Savoia.

Morì in silenzio, nella casa della marchesa Barolo Colbert, che con viva amicizia lo ospitò con l’incarico di bibliotecario per oltre vent’anni, all’età di 65 anni. Era il 31 gennaio 1854.