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Francesco Viola - L'assedio di Volpiano 1555
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CRONACHE DEL XVI SECOLO

VOLPIANO TRA MEDIOEVO ED ETA’ MODERNA

L’ASSEDIO DEL CASTELLO NELL’ANNO 1555

(di FRANCESCO VIOLA)

Il 1492 è un anno determinante per la storia politica, economica e sociale dell’Italia e dell’intera Europa. È l’anno in cui gli storici pongono la fine del medioevo e l’inizio dell’età moderna.

In quello stesso anno avvengono almeno tre episodi di così grande rilevanza da essere in grado di determinarne conseguentemente altri, che condizioneranno, sia in modo positivo che negativo, a partire dal XVI, tutti i secoli successivi.

Il 9 aprile 1492 muore a Firenze Lorenzo de’Medici, detto il Magnifico, considerato da Machiavelli l’ago della bilancia dell’equilibrio politico italiano. La sua morte determinò un immediato naufragio dell’intesa tra Milano, Firenze e Napoli e una grave decadenza dell’Italia, che finirà sotto il dominio straniero.

Intanto, il 2 gennaio del 1492, Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, “Los Reyes Catòlicos” avevano espulso dalla Penisola iberica l’ultimo dei sovrani musulmani di Granada, realizzando la così detta “Reconquista” (durata ben 750 anni) e unificando sotto il loro dominio gran parte della Spagna. Per consolidare ed espandere il potere recentemente acquisito, i Cattolicissimi Sovrani decidono di finanziare l’impresa di Cristoforo Colombo che, volendo raggiungere via mare le Indie e l’Oriente, intendeva “buscar el Levante por el Poniente”. La spedizione delle tre caravelle, partite da Palos il 3 agosto, raggiunge il Nuovo e sconosciuto Continente il 12 ottobre dell’anno 1492.

In conseguenza di questi avvenimenti, possiamo rilevare il decadimento progressivo ed inesorabile delle potenze politiche, economiche, commerciali e finanziarie delle Repubbliche Marinare italiane, in particolare Genova e Venezia, che si vedono surclassate nei commerci con l’Oriente, grazie alle nuove rotte marittime verso occidente, dalle nascenti potenze rivierasche dell’Atlantico, e cioè Spagna, Portogallo, Francia, Olanda e Inghilterra.

La Spagna diventerà nel giro di pochi anni la prima potenza mondiale, dominatrice politicamente ed economicamente di un “Impero su cui non tramonterà mai il sole”.

Gli Stati italiani perderanno ben presto la loro autonomia e tutta l’Italia sarà soggetta alle principali potenze straniere che si spartiranno ed occuperanno la nostra penisola, trasformandola in una vera e semplice “espressione geografica”, a partire dal XVI secolo e fino al 1861.

La discesa in Italia del re di Francia Carlo VIII nel 1494, alleato di Ludovico il Moro signore e duca di Milano, per prendere possesso del Regno di Napoli, palesa in maniera definitiva la crisi politica e militare raggiunta dagli Stati italiani e rappresenta la fine di quella politica dell’equilibrio, a lungo patrocinata da Lorenzo il Magnifico, che aveva avuto inizio con la pace di Lodi del 1454.

Per opporsi a Carlo VIII gli italiani formarono una lega tra la Repubblica di Venezia, lo stesso duca di Milano ed il Papa, supportati da Inghilterra, Spagna ed Impero. Il 6 luglio 1495 affrontarono in battaglia l’esercito francese a Fornovo in Val di Taro, presso Parma. Gli italiani avrebbero potuto cogliere una vittoria spettacolare che avrebbe scoraggiato le future mire espansionistiche straniere. Invece concessero la tregua richiesta da Carlo VIII e gli consentirono di ritirarsi indenne oltralpe, accontentandosi di fare man bassa del grande e ricco bottino abbandonato nel campo francese.

Siamo in pieno Rinascimento. Leonardo ha 42 anni, Michelangelo 20, Raffaello 12. L’Italia è il paese più ricco, colto, raffinato e splendido d’Europa e continuerà ad esserlo ancora per molto tempo. Ed è anche considerato il più esperto nell’arte della guerra. I condottieri italiani non hanno  rivali e, costando molto cari, soltanto i governi italiani possono permettersi di assoldarli.

L’unico motivo di preoccupazione è semmai la qualità della classe politica, incapace, avida e corrotta. Lorenzo il Magnifico è morto da tre anni, e suo figlio Piero si è fatto cacciare da Firenze. A Milano Ludovico il Moro regna da pochi mesi, fra dubbi e sospetti circa la morte misteriosa del duca suo nipote. Sul trono di Pietro siede Alessandro VI Borgia, non esattamente il più rispettato ed integerrimo dei Papi. A Napoli, Alfonso II d’Aragona è così impopolare che il suo trono può cadere da un momento all’altro. Inoltre, il Regno di Napoli è rivendicato, per questioni di eredità dinastiche controverse, dal re di Francia Carlo VIII.

Dopo lo scontro di Fornovo (1495) l’Europa intera comprese che l’Italia, con tutte le sue splendide ricchezze, non era in grado di difendersi, a causa della sua imbelle classe politica e che davanti ad un esercito nemico bene armato ed organizzato gli italiani si sarebbero arresi e, quindi, ritirati vergognosamente e senza onore. Cominciava così l’epoca in cui il Paese più ricco e stupefacente d’Europa sarebbe diventato terra di conquista e campo di battaglia delle potenze straniere.

Dal 1494 al 1559 si ha un sessantennio di guerre ininterrotte per il dominio sull’Italia e l’egemonia in Europa. Si tratta di ben otto conflitti, combattuti prevalentemente sul suolo italiano, che si succedono l’uno dopo l’altro, inizialmente scatenati da alcuni sovrani francesi, Carlo VIII e Luigi XII, che vantavano diritti ereditari sul Regno di Napoli e sul Ducato di Milano. Da locali le guerre divennero in breve tempo di scala europea, coinvolgendo oltre alla Francia, soprattutto la Spagna e il Sacro Romano Impero. A questi conflitti partecipano pure gli Stati italiani, alleati ora all’una, ora all’altra potenza predominante, con l’intento di ingrandire e potenziare i propri confini e i propri interessi economici, ma con il risultato finale di vedere ridotta, se non completamente annullata, la propria autonomia politica. E’ valido, per quest’epoca, il detto che veniva spesso ribadito con ironia tra le popolazioni della penisola: “O Franza, o Spagna, purchè se magna!”. Ed è in quest’ottica che dobbiamo considerare un avvenimento, di per sé insignificante, ma con una grande valenza storica, politica e sociale quale la disfida di Barletta avvenuta il 13 febbraio 1503: duello medioevale tra tredici cavalieri italiani e altrettanti cavalieri francesi (con vittoria degli italiani, patrocinati dagli spagnoli), durante il conflitto per la spartizione del Regno di Napoli tra Francia e Spagna, quale  conseguenza del Trattato di Granada, sottoscritto l’11 novembre 1500 da Luigi XII di Francia e Ferdinando II d’Aragona.

La penisola italiana viene percorsa da eserciti appartenenti all’una o all’altra potenza belligerante.

Si tratta di eserciti mercenari composti soprattutto da francesi, spagnoli, svizzeri, inglesi, tedeschi e italiani. Famosi per la loro efficienza militare e crudeltà nei confronti dei popoli combattuti, nonché la violenza che mostrano contro il nemico, sono i Lanzichenecchi, soldati mercenari di fanteria, arruolati da regioni tedesche del Sacro Romano Impero e, solitamente, di fede luterana. Alla base dell’arruolamento c’è una “lettera d’impegno” in cui vengono definiti paga, termini e durata del servizio: oltre al miraggio del soldo (o del doppio soldo) essi hanno diritto al bottino, al saccheggio e alla rapina. Dove passano lasciano morte e distruzione tra le popolazioni inermi, uccisioni e pestilenze. Notevole e, ancor’oggi, mai dimenticato, per la sua crudeltà e la sua violenza, è il sacco di Roma avvenuto nell’anno 1527.

Non meno terribili e feroci, con in più la fama di invincibili, sono i mercenari svizzeri: truppe di fanteria elvetiche di ventura che dietro compenso (il soldo) militano a favore di signori e potentati stranieri. La loro origine risale al medioevo e nei secoli XV e XVI fanno registrare il loro maggiore impegno nelle guerre europee tra Francia e Spagna. Nel 1494-1498 partecipano, al soldo del Re di Francia Carlo VIII, alla prima guerra d’Italia, nel tentativo di impadronirsi del Regno di Napoli.

Nel 1499-1504 conquistarono il Ducato di Milano per conto e al servizio di Luigi XII di Francia. Ma sarà Francesco I che porrà fine alla leggenda della loro imbattibilità nel 1515 imponendo loro una durissima sconfitta nella battaglia di Marignano (l’attuale Melegnano in Lombardia), in quella che viene ricordata come la Battaglia dei Giganti.

I passaggi di queste e altre truppe mercenarie, oltre a distruzioni, saccheggi, uccisioni, carestie, fame, miseria, violenze, villaggi incendiati, campi e raccolti devastati, che impongono alle indifese popolazioni locali, solitamente favoriscono lo sviluppo e la diffusione di pandemie mortali quali la peste e altre tremende malattie contagiose. Tra queste c’è la sifilide, malattia venerea che compare per la prima volta nel 1494 con la calata in Italia di Carlo VIII e miete vittime in modo devastante.  I francesi la chiameranno “le mal italien”, “le mal napolitaine”, “le mal de Naples”. Dagli italiani invece sarà chiamato “il mal franzese”, o “morbus gallicus”, e sarà considerato il male del secolo.

Le popolazioni delle principali città della penisola, ormai abituate alle raffinatezze e agli splendori rinascimentali, mal si adattavano alla presenza di eserciti mercenari stranieri che giudicavano appartenenti a popoli di straccioni vanagloriosi. Soprattutto romani e fiorentini non mancavano di far notare che “se il vento spirava bene, si sentiva l’avanzare di una compagnia di mercenari ad un miglio di distanza”, ironizzando così pesantemente sulla loro presunta scarsa confidenza con il sapone. Gli svizzeri e i “Lanzi” a loro volta non nascondevano il loro disprezzo per gli italiani, considerati un popolo di rammolliti e di codardi, se non addirittura di effeminati.

Al termine di queste guerre (le Grandi Guerre d’Italia del XVI secolo), nel 1559 con la pace di Cateau-Cambrésis, la Spagna si affermò come la principale potenza continentale e mondiale, ponendo gran parte della penisola italiana sotto la sua preponderante dominazione diretta (Ducato di Milano, Regno di Napoli, Regno di Sicilia, Regno di Sardegna, Stato dei Presidii) o indiretta. Gli unici stati italiani che seppero mantenere una certa autonomia furono il Ducato di Savoia e la Repubblica di Venezia, mentre il Papato, pur autonomo, risultava perlopiù legato alla Spagna a causa della comune politica svolta per far prevalere in tutta Europa la Controriforma cattolica.

I due grandi sovrani assoluti dominatori e protagonisti, nel bene e nel male, di queste guerre d’Italia del XVI secolo furono Carlo V d’Asburgo, Re di Spagna e Imperatore del Sacro Romano Impero, e Francesco I di Valois-Angoulème, Re di Francia.

Carlo d’Asburgo (nato a Gand il 24 febbraio 1500 e morto a Cuacos de Yuste il 21 settembre 1558) fu Re di Spagna e delle Indie (come Carlo I), Imperatore del Sacro Romano Impero (come Carlo V), Re di Napoli (come Carlo IV) e Duca di Borgogna (come Carlo II). Fu pure Re d’Italia e Duca di Milano, in virtù delle immense eredità dinastiche di cui beneficiò.

Carlo, infatti, era figlio di Filippo d’Asburgo, detto “il Bello”, figlio a sua volta del Sacro Romano Imperatore Massimiliano I d’Austria e di Maria Bianca di Borgogna, erede dei vasti possedimenti dei Duchi di Borgogna. La madre era invece Giovanna di Castiglia e d’Aragona, detta “la Pazza” (“Juana la Loca”), figlia dei re cattolici Ferdinando II d’Aragona e della sua consorte Isabella di Castiglia. In virtù di questi avi d’eccezione, Carlo poté ereditare un vastissimo impero, oltretutto in continua espansione, ed esteso su tre continenti (Europa, Africa e America), tanto che gli venne tradizionalmente attribuita l’affermazione secondo cui sul suo regno non tramontava mai il sole.

Il 16 gennaio 1556 abdica a favore del figlio Filippo II (a cui vanno le corone di Spagna, Napoli, Sicilia e delle Nuove Indie, i ducati di Milano e di Borgogna, le Fiandre e la Franca Contea) e del fratello Ferdinando I (che assumerà il titolo di Imperatore del Sacro Romano Impero), dando origine alle due Casate degli Asburgo di Spagna e degli Asburgo d’Austria.

Dopo la sua abdicazione si ritira nel monastero di San Jerònimo de Yuste in Estremadura. In questa occasione gli venne attribuita la frase: “La mia vita è stata soltanto un lungo viaggio”.

Francesco I di Valois (nato a Cognac il 12 settembre 1494 e morto a Rambouillet il 31 marzo 1547) fu Re di Francia dal 1515 alla sua morte. Figlio di Carlo di Valois-Angoulème e di Luisa di Savoia, sposò, nel 1514, Claudia di Francia, figlia del re Luigi XII, della Casa di Orléans. Salì al trono nel 1515 succedendo allo stesso Luigi XII in virtù della “lex salica”, in quanto non esistevano eredi maschi nella discendenza regale. Fu il primo della dinastia regale dei Valois-Angoulème, che si estinguerà con la morte di Enrico III, avvenuta nel 1589.

Sovrano dotato di bell’aspetto, di intelligenza pronta e versatile, fu un grande mecenate cultore delle belle lettere e dell’arte. Favorì lo sviluppo di un clima culturale assai vivace e innovativo, volendosi circondare di alti esponenti del Rinascimento italiano che promuovessero l’avvento di un nuovo “Rinascimento Francese”, invitando a corte personalità del calibro di Leonardo da Vinci, Leucadio Solombrini, Girolamo della Robbia, Rosso Fiorentino, Benvenuto Cellini, e altri.

Vantando diritti di eredità familiare sul Ducato di Milano e considerando il fatto che egli vedesse l’autonomia della Francia in grave pericolo, accerchiata com’era dai possedimenti concentratisi nelle mani di un unico sovrano, lo portarono più volte allo scontro con l’Imperatore Carlo V: fu l’inizio di una lunga guerra (combattuta per lo più in Italia) che, alternata a tregue precarie, durò per tutta la sua vita. Dal 1515 al 1544 combatté contro l’Impero ben quattro conflitti, i cui scontri, molto spesso, ebbero come teatro il Ducato di Savoia, Torino e il Piemonte. Infatti, nel 1536, per rispondere all’occupazione asburgica del Ducato di Milano, invia truppe in Italia che conquistano Torino e buona parte del Piemonte Sabaudo, costringendo il Duca di Savoia Carlo II, e suo figlio Emanuele Filiberto, a rifugiarsi in Vercelli. La successiva ed effimera Tregua di Nizza (1538) mette termine alle ostilità, lasciando in mano francese tutti i territori piemontesi occupati, mentre al Duca Carlo II di Savoia restano solamente le città di Aosta, Nizza e Vercelli.

Nel 1542 Francesco I ruppe la tregua riprendendo le ostilità contro l’Impero, senza riuscire tuttavia ad invadere la Lombardia. Carlo V rispose a queste azioni di guerra invadendo la Francia dal nord e spostando il conflitto nei Paese Bassi e nelle provincie orientali della Francia stessa.

Nel 1544 con la pace di Crépy, pur assegnando definitivamente il Ducato di Milano agli Asburgo e i territori dei Savoia alla Francia, si lasciarono ancora una volta irrisolte le principali questioni, con la possibilità di generare nuove conflittualità.

Alla sua morte, avvenuta per setticemia nel castello di Rambouillet il 31 marzo 1547, gli succedette sul trono di Francia il figlio Enrico II di Valois (nato a Saint-Germain-en-Laye il 31 marzo 1519  e deceduto a  Parigi il 10 luglio 1559) che fu Re dal 1547 al 1559.

Nel 1551 il nuovo sovrano francese Enrico II, proseguendo nella politica antimperiale di suo padre, il re Francesco I, riprese le ostilità contro la Casa d’Austria e di Spagna, dando origine a quella che sarà definita dagli storici come l’Ottava Guerra d’Italia del XVI secolo, che si concluderà solamente nel 1559 con la pace di Cateau-Cambrésis (conseguentemente alla definitiva vittoria degli Spagnoli, al comando di Emanuele Filiberto di Savoia, sui Francesi nella battaglia di San Quintino, avvenuta nell’anno 1557), dopo più di un sessantennio di conflitti ininterrotti per il predominio sull’Italia e l’egemonia in Europa.

E’ questa la guerra che a noi interessa, in funzione di quanto stiamo per esaminare e descrivere: l’assedio e la distruzione del castello e del borgo fortificato di Volpiano, avvenuti nell’anno 1555.

Dobbiamo però ancora fare un salto indietro nel tempo, per esaminare alcune questioni utili a comprendere meglio la situazione storica, politica, sociale ed economica degli avvenimenti che interessano il nostro studio.

Nella mia precedente ricerca storica su Guglielmo da Volpiano, avevamo visto come nell’anno 1014 il diploma imperiale promulgato dall’imperatore del Sacro Romano Impero, Enrico II di Baviera, detto il Santo, poneva il borgo fortificato di Volpiano e il suo castello sotto la giurisdizione dell’Abbazia di Fruttuaria (“…infra istos fines est Vulpianum cum castello et capella…”).

La signoria degli Abati di Fruttuaria su Volpiano durerà ininterrottamente per circa 300 anni.

In questo periodo si ha un primo rafforzamento delle fortificazioni del castello (peraltro già esistente, si presume, fin dall’anno 560, epoca dell’insediamento dei Longobardi nel Canavese), ubicato sulla collina morenica chiamata Vauda, alla cui base sorge e si sviluppa, con pianta concentrica, un “ricetto” cinto da mura di difesa, abitato soprattutto da agricoltori, operai, piccoli artigiani e servi della gleba, attratti dal pluriennale governo pacifico degli Abati. L’agricoltura viene sviluppata sotto la guida illuminata dei Monaci di Fruttuaria che incentivano la coltivazione dei terreni ricavati dal disboscamento delle selve e delle foreste della zona, fanno applicare i concetti della rotazione agraria sulle terre coltivate e scavano tutta una serie di canali per l’irrigazione (ancora oggi esistenti e denominati, in piemontese, come “rusa”, roggia, o “bialera”, canale) tra i fiumi Orco e Malone, rendendo fertile il territorio disboscato delle Selve Vauda e Gerulfia.

Un’altra grande innovazione introdotta dai Monaci in agricoltura fu l’utilizzo del giogo a collare e del basto, per animali da tiro, cavalli, buoi, muli e asini (bardatura di nuova concezione): in tal modo veniva notevolmente migliorato il trasporto delle merci su carro e introdotto un più razionale utilizzo della forza lavoro animale nella coltivazione dei campi (in particolare nell’aratura).

L’importanza strategico-militare del castello di Volpiano appare evidente nel XIV secolo, quando il borgo fortificato viene a trovarsi in posizione di confine tra il Marchesato del Monferrato (in fase di continua espansione), la Marca Segusina (che si espande fino a Torino) e l’Eporediese, dove i discendenti del re Arduino d’Ivrea hanno dato origine, fin dal XII secolo, al ceppo comune dei “Comites de Canavisio” (“Conti del Canavese”) che, a sua volta suddividendosi in rami collaterali e secondari, dà origine alle famiglie feudali dei Conti di Valperga, dei Conti di San Martino, dei Conti di Masino, dei Conti Biandrate di San Giorgio, dei Conti di Mazzè che espandono i loro domini a scapito dei Comuni di Ivrea e di Vercelli, originando a loro volta nuove Contee impegnate in una continua competizione per la supremazia. Questa conflittualità sfocia in una guerra causata dalla discordia tra i due ceppi arduinici apparentati dei Valperga e dei San Martino, Ghibellini gli uni e Guelfi gli altri.

Le prime azioni di guerra si svolgono nel 1339 e nel conflitto intervengono, fin dall’inizio, il Marchese del Monferrato Giovanni II Paleologo, alleato del Conte di Valperga, e il Principe Giacomo di Savoia-Acaja, alleato del Conte di San Martino. Ben presto però entrano nel conflitto anche le altre famiglie comitali del Canavese (i Biandrate di San Giorgio, i Masino e i Mazzè) spalleggiate dai loro potenti alleati: i Conti di Savoia, nella persona di Amedeo VI, il Conte Verde. La guerra si protrasse fino al 1362 con esiti favorevoli ora all’una, ora all’altra fazione in lotta.

Quel contesto fu caratterizzato dall’allargamento dell’area del conflitto e dal mutamento del quadro politico delle alleanze, dall’assoldamento di feroci compagnie di ventura e di mercenari tedeschi ed inglesi, dalla distruzione dei territori e dei raccolti, da gravi carestie, da depredamenti, incendi, razzie, assassinii e morti tra le popolazioni inermi, da una grave epidemia di peste che, tra il 1361 e il 1362, provocò una mortalità pari al 70% della popolazione, determinando alla fine del conflitto il consolidamento del ruolo e del dominio del Marchese del Monferrato, del Conte di Savoia e del Principe di Savoia-Acaja su tutto il territorio del Canavese. I conti canavesani (che avevano causato il conflitto) divennero semplici vassalli dei loro potenti protettori: i Conti di San Martino, i Conti di Valperga e i Conti di Masino si consegnarono ad Amedeo VI di Savoia, il Conte Verde, mentre i Conti Biandrate di San Giorgio e i signori di Mazzè diventarono a loro volta vassalli di Giovanni II Paleologo, Marchese del Monferrato.

Chi ci dà notizie particolareggiate di questa guerra nel Canavese del XIV secolo è il notaio novarese Pietro Azario (nato a Novara nel 1312 e morto dopo il 1367) che tra i suoi numerosi scritti ha prodotto il “De bello canepiciano”, (“La guerra canavesana”), un’opera originale ed importante per il nostro territorio, perché narra le vicende riguardanti le guerre feudali svoltesi nel periodo mediano del secolo Milletrecento.

Nella stessa sua opera (il “De bello canepiciano”) il nostro cronista Pietro Azario dice che Volpiano era posto “in principio Canapicii” ed era considerato in ottima posizione strategica per muovere guerra “in Pedemontibus et Canapicio, in quorum confinibus extiterat situatum”.

Fu durante questa guerra, nell’anno 1339, che Volpiano dalla signoria degli Abati di Fruttuaria passò sotto il dominio del Marchesato del Monferrato. Mentre Giovanni II Paleologo assediava il castello di Caluso difeso dai San Martino, un suo vassallo, Pietro da Settimo, violando la neutralità dell’Abbazia di Fruttuaria, poneva sotto assedio il castello di Volpiano e, con un bieco stratagemma (corrompendo con molto denaro il capo delle sentinelle), lo occupava proditoriamente, uccidendo il monaco-governatore e massacrando i difensori e la popolazione inerme. Tale occupazione non fu mai riconosciuta né dal Papato né dall’Impero (le superpotenze del tempo) e fu sempre considerata fraudolenta, abusiva ed illegale. Tuttavia, il castello e il borgo di Volpiano non rientrarono mai più nelle disponibilità dell’Abbazia di Fruttuaria. Lo stesso castello fu notevolmente fortificato e divenne una delle residenze militari preferite (a causa della sua posizione strategica) dal Marchese Giovanni II Paleologo, che lo considerava utilissimo avamposto per il prosieguo della guerra nel Canavese.

La cronaca dell’Azario ci rivela come si presentasse all’inizio del secolo XIV il “castrum Vulpiani”.

Posto sulla cima di un colle dominante i confini del Canavese, appariva circondato da un muro altissimo, merlato tutto intorno e sovrastato da un’alta torre nella quale risiedeva in permanenza un castellano con una scorta di armigeri. Ci troviamo di fronte ad una precisa configurazione della struttura di un castello di Età Ottoniana (X secolo), tipicamente altomedioevale. I marchesi del Monferrato, che ormai consideravano Volpiano un loro dominio consolidato, misero mano al castello e lo fortificarono ulteriormente, secondo le concezioni del tempo, circondandolo con una nuova cerchia di mura e ricavando una superficie che poteva ospitare una guarnigione di “quingenti homines ad bellandum”, (“cinquecento uomini armati”). Verosimilmente si tratta del passaggio da un insediamento circoscritto da mura e difeso da una torre, ad un più vasto e munito complesso difensivo, con un nuovo allestimento e ampliamento di quello che viene chiamato il “receptum” (“ricetto”), formato da un tessuto urbano omogeneo che si sviluppa attorno alla chiesa parrocchiale e al palazzo del comune, prospicienti la piazza principale, su un ordito concentrico di strade e abitazioni (edificate con ciottoli di fiume disposti a lisca di pesce), circondato da mura difensive, collegate a quelle del castello, con porte di accesso sorvegliate. Questo è il “castrum” del XIV secolo che, con il suo “receptum” di case medioevali e di strade acciottolate concentriche, caratterizza ancora oggi (XXI secolo) il tessuto urbano del centro storico di Volpiano.

Nel 1372 il Marchese Giovanni II Paleologo, ormai gravemente infermo, si stabilì nel castello di Volpiano (vi morirà il 19 marzo dello stesso anno), dove dispose in forma solenne e alla presenza della corte marchionale le sue ultime volontà, redigendo un minuzioso e lunghissimo testamento, con cui lasciava erede del Marchesato il figlio primogenito Ottone III, detto Secondotto, dodicenne, sotto la tutela di Ottone IV duca di Brunswich-Grubenhagen, suo cugino (cui concesse in feudo Volpiano e numerose altre località) e di Amedeo VI di Savoia, il Conte Verde.

Per il Marchesato iniziavano però tempi molto difficili. Nel XIV secolo, mentre, soprattutto nell’Italia settentrionale, si andavano formando i nuovi stati regionali, il Marchesato del Monferrato veniva nuovamente a trovarsi stretto fra vicini troppo potenti: i Savoia-Acaja a ovest e i Visconti a est. I conti di Savoia da una parte e i signori di Milano dall’altra perseguivano un sistematico e preciso programma espansionistico e, proprio in questo secolo, cominciarono a porlo in atto senza risparmio di mezzi. La politica seguita dai Paleologi, destreggiandosi tra l’uno e l’altro potentato, riuscì anche ad espandere, per un certo tempo, la propria egemonia territoriale. In questo periodo il feudo di Volpiano venne ad essere un’enclave marchionale circondata da terre occupate dai Savoia.

Il castello di Volpiano continuava a essere oggetto delle cure dei marchesi: tra la seconda metà del XIV e la prima metà del XV secolo furono ulteriormente elevate le mura già esistenti, in funzione del rafforzamento delle difese, nel contesto dei conflitti tra il Marchesato, i Savoia e i Visconti.

Nel 1435 Volpiano passò definitivamente, di fatto e di diritto, sotto la piena egemonia sabauda (con Amedeo VIII), a seguito della formale conferma, da parte del Marchese Gian Giacomo Paleologo, della cessione, con altre terre (Chivasso, Settimo, Brandizzo, Ozegna, Azeglio, Trino e Livorno), che Secondotto, a suo tempo, fece in favore di Amedeo VI, il Conte Verde, a titolo di rimborso spese e risarcimento per i soccorsi e gli aiuti militari prestati dalla Casa di Savoia al Marchesato, nel corso delle guerre contro i Visconti. Tuttavia, lo stesso patto del 1435 tra Gian Giacomo Paleologo e Amedeo VIII di Savoia poneva la condizione “sine qua non” per cui Volpiano e altre terre fossero a sua volta reinfeudate a Giovanni, figlio dello stesso Marchese, che diventava in tal modo vassallo dei Duchi di Savoia.

Il passaggio “tout court” di Volpiano nel 1435 sotto il dominio del Ducato di Savoia (nel 1416 il Conte Amedeo VIII di Savoia aveva ottenuta dall’Imperatore Sigismondo di Lussemburgo l’investitura della Contea di Savoia in Ducato e nel 1418 aveva ereditato per successione tutti i territori del Piemonte appartenenti ai Principi di Savoia-Acaja, per estinzione della stessa Dinastia) segnò l’inizio di una grande e radicale trasformazione del luogo, specialmente sotto l’aspetto militare. L’uso delle artiglierie, che si andava rapidamente diffondendo, richiedeva nuovi sistemi di difesa. Per questo i Duchi di Savoia, che comprendevano molto bene l’importanza strategica di Volpiano per il sicuro possesso del Canavese, realizzarono opere di fortificazione atte a rendere il castello e il borgo murato in grado da poter resistere a qualsiasi eventuale assedio nemico.

Il “castrum” fu rinforzato da gagliardi e fortissimi baluardi, su cui dominava la torre di vedetta. Il borgo ( o “ricetto”) fu cinto e chiuso da nuove mura poderose che si univano ai muraglioni del castello formando un’unica sola inespugnabile fortezza. Ai piedi delle mura correva tutt’intorno un fossato pieno di acqua e fango. All’esterno del fossato si aggiunsero in seguito altre opere difensive di sbarramento, per impedire agli eventuali assedianti la possibilità di avvicinarsi.

Fin dai primordi dell’impiego delle armi da fuoco il castello di Volpiano risulta essere già munito di artiglierie, così come altri insediamenti sabaudi fortificati. Lo proverebbe il ritrovamento, avvenuto nel 1866 durante i primi interventi edificatori sul sito delle rovine del castello, ad opera del senatore avvocato Bertetti, di un cannone di bombarda in ferro battuto del XIV secolo, rinforzato da quattro gruppi di anelli, della lunghezza di mm. 500 e del peso di kg. 54, e attualmente conservato al Museo Storico Nazionale d’Artiglieria di Torino.

Lo scopo di questa mia lunga digressione storica è stato quello di illustrare e descrivere in modo organico la successione temporale della edificazione delle opere murarie di difesa e di fortificazione del castello e del borgo (o “ricetto”) di Volpiano, avvenute nel corso dei secoli, fino ad essere quella poderosa fortezza che, nel corso delle tremende e cruente guerre d’Italia del XVI secolo, subirà una quasi ventennale occupazione da parte delle truppe spagnole e imperiali ed un assedio, ad opera dei francesi, al comando del maresciallo di Francia Charles de Cossé, conte di Brissac, durante il quale sarà strenuamente e valorosamente difesa per circa cinque mesi, fino alla sua capitolazione e alla sua distruzione pressoché totale, ad opera degli assedianti, nell’anno di grazia 1555.

Nell’ottobre del 1535, alla morte di Francesco Maria Sforza senza eredi, le truppe dell’imperatore Carlo V d’Asburgo occuparono il Ducato di Milano e indussero la Francia a riprendere le armi, trasformando il Piemonte non solo in un avamposto di guerra, ma in un vero e proprio campo di battaglia tra gli eserciti francesi e quelli spagnoli.

Gli eserciti di Francesco I re di Francia, nel 1536, occuparono Torino, Chivasso, Verrua  e gran parte del Piemonte Sabaudo, costringendo il Duca Carlo II di Savoia, suo figlio Emanuele Filiberto, e tutta la corte, a fuggire a Vercelli, ultimo baluardo dello Stato, dove stipulò, per causa di forza maggiore, una alleanza con il Sacro Romano Impero di Carlo V d’Asburgo. Di conseguenza e con l’obiettivo di recuperare le terre sabaude occupate dalla Francia, il principe Emanuele Filiberto, iniziato giovanissimo alla vita politica e militare, entrò al servizio dell’Imperatore Carlo V, suo zio e cugino acquisito per parte di madre, Beatrice del Portogallo. La carriera militare nelle file degli eserciti spagnoli ed imperiali sarà brillantissima. Nel 1553 raggiunse l’apice con la nomina a luogotenente generale e comandante supremo dell’esercito spagnolo nelle Fiandre e nel 1556 ebbe da Filippo II la carica di governatore generale dei Paese Bassi asburgici. Nel 1557, alla ripresa delle ostilità, dopo l’effimera tregua di Vaucelles, al comando dell’esercito spagnolo inflisse alle truppe francesi la decisiva sconfitta di San Quintino (10 agosto). La successiva pace di Cateau-Cambrésis (1559) premiò Emanuele Filiberto (ora Duca di Savoia, dalla morte del padre Carlo II, avvenuta nel 1553) con la restituzione dei suoi Stati e dei territori appartenuti alla sua famiglia.

Tornando, dopo quest’ultima ulteriore digressione, all’argomento principale della nostra ricerca storica, possiamo confermare che negli anni 1535 e 1536, mentre gli eserciti francesi occupavano gran parte della Savoia e del Piemonte sabaudo, alcune strategiche e ben munite piazzeforti militari, tra le quali Volpiano con il suo poderoso castello, vennero occupate dagli Spagnoli, alleati del Duca di Savoia Carlo II e di suo figlio il principe Emanuele Filiberto.

La difesa di Volpiano venne affidata ad un militare di professione, un Capitano di ventura tra i più accreditati e meglio considerati tra i comandanti militari degli eserciti di tutta Europa: il colonnello Cesare Maggi di Napoli. Egli fu nominato alla carica di Governatore della piazzaforte nel 1536, da Alfonso d’Avalos, Marchese del Vasto, e conservò tale carica, con grande onore, per un ventennio, fino al tragico e distruttivo assedio del 1555, al quale non partecipò, ma in cui perse la vita il figlio. Naturalmente mentre comandava la nostra fortezza si muoveva al comando delle armate imperiali sui campi di Lombardia, Emilia, Toscana e Germania, prendendo parte alle più svariate campagne al seguito e contro i più famosi condottieri del tempo. Da un documento dell’epoca (1554) risulta che avesse la qualifica ufficiale di “mastro di campo” delle milizie imperiali italiane, nominato a tale incarico dallo stesso luogotenente generale imperiale Alfonso d’Avalos, Marchese del Vasto.

Cesare Maggi (De Mayo, Maggio, Di Maio, De Majo), più noto come Cesare da Napoli, nacque a Napoli alla fine del XV secolo, probabilmente nel 1488. Non si conoscono i nomi dei genitori e incerte sono le notizie sull’origine familiare: non ebbe pertanto nobili origini.

Erroneamente alcuni biografi, seguendo la prima biografia del Maggi, scritta dal contemporaneo Luca Contile (1505-1574), letterato, poeta, storico e diplomatico, e cioè “La Historia de’ fatti di Cesare Maggi da Napoli”, stampata a Pavia nel 1564, lo dicono discendente da antica e nobile famiglia campana, o lo confondono con il patrizio napoletano Cesare di Majo.

Ipotesi smentita peraltro dallo stesso Contile, in un secondo profilo biografico del Maggi, scritto alcuni anni dopo la morte di questo. Il Contile aveva conosciuto il Maggi verso il 1542 quando passò alla corte del Marchese del Vasto in qualità di segretario e di diplomatico.

Luca Contile, in quasi cinquant’anni di servitù di corte, può essere considerato un vero e proprio segretario di Principi: fu al servizio dell’aspro cardinale Agostino Trivulzio, poi alla splendida corte di Alfonso d’Avalos marchese del Vasto, quindi a quella severa di Don Ferrante Gonzaga.

Ebbe modo di conoscere a fondo il Maggi e di beneficiare della sua magnanima amicizia, al punto di sollecitare in una lettera del novembre 1561 indirizzata a Torquato Tasso l’inserimento di Cesare nella sua opera “La Gerusalemme liberata”. Lo descrive con parole di elogio e di ammirazione: “Uomo di onesti costumi, amato dai principi e dai soldati, poco stimolatore delle cose soverchie, di poche parole, in tutte le sue azioni esemplare”.

Si hanno solo poche notizie sull’adolescenza e la giovinezza del Maggi. Intorno ai diciassette anni lasciò Napoli alla volta di Roma, dove rimase alcuni anni al servizio di un gentiluomo.

Le prime notizie certe risalgono agli anni 1514-1515, quando Cesare Maggi lasciò Roma per intraprendere il mestiere delle armi, muovendo i primi passi sotto il comando di Renzo da Ceri (Lorenzo Orsini) che, al servizio dei Veneziani, difendeva Crema e Bergamo dalle truppe imperiali e sforzesche. Partecipò alla decisiva battaglia di Ombriano e conquistò in breve tempo la stima di Renzo da Ceri, tanto da essere nominato presto capitano. Al suo seguito lasciò gli stipendi dei Veneziani per passare al servizio di papa Leone X e del nipote Lorenzo de’ Medici, capitano generale delle truppe pontificie, impegnate nel 1517 contro Francesco Maria della Rovere nel tentativo di riconquista del Ducato di Urbino, di cui il pontefice aveva investito lo stesso Lorenzo.

Cesare Maggi restò al servizio del Medici anche quando Renzo da Ceri, in dissidio con il pontefice, se ne allontanò.

Tra il 1522 e il 1524 fu nuovamente al servizio dei Veneziani, alleati dei Francesi, come ufficiale di fanteria. La sua presenza è segnalata all’assedio di Parma, a Brescia e in diversi luoghi del territorio lombardo, teatro degli scontri franco-spagnoli.

In seguito a difficoltà nel ricevere le spettanze, il Maggi lasciò il campo e sembra che abbia trascorso qualche mese a Genova, in attesa di decidere la nuova bandiera sotto cui militare. La scelta che compì di lì a poco di passare agli stipendi degli imperiali rappresentò di fatto una chiave di svolta nella vita del Maggi, che rimase fedele all’insegna imperiale per più di quarant’anni, salvo poche brevissime interruzioni.

Unendosi agli ufficiali e condottieri italiani che servivano gli eserciti imperiali (tedeschi e spagnoli), Cesare Maggi poté sviluppare le sue doti di soldato e le sue capacità strategiche, mostrando di saper rispondere adeguatamente alle nuove modalità di combattimento proposte dalle innovative milizie spagnole. Destinato a seguire un percorso di ascesa nella scala del prestigio militare e sociale, divenne fin dai primi tempi capitano di fanteria, alla testa di unità di media portata, composte quasi sempre da italiani, e seppe sfruttare abilmente le prospettive di vittoria offerte dall’artiglieria. Combinò con successo l’abilità nel guidare le truppe allo scontro aperto con la strategia della rapida e continua incursione, dell’attacco a sorpresa e della difesa del territorio.

Non rinunciò, al tempo stesso, ad agire con l’astuzia e con l’inganno, né a compiere scorrerie e incursioni, saccheggi e violenze.

Fin dal 1525 il Maggi fu impiegato in significativi episodi di scontro con l’esercito francese. Controversa è la sua partecipazione alla battaglia di Pavia, il 24 febbraio 1525, ma è certo che in quell’anno era agli ordini, in qualità di capitano di fanteria, del Marchese di Pescara, Ferdinando (detto Ferrante) Francesco d’Avalos, comandante generale della fanteria spagnola.

I contrasti che ebbe all’inizio del 1526 con Fabrizio Maramaldo e il sospetto di tradimento (forse successivamente rivelatosi infondato) in cui incorse da parte del Marchese del Vasto, Alfonso d’Avalos (cugino di Ferdinando Francesco), crearono non pochi problemi al Maggi, compresa una minaccia di condanna a morte. Invece fu licenziato insieme al capitano Alfonso Galante, a causa soprattutto dei furti e delle estorsioni di cui si erano resi colpevoli. Ciò non impedì a Cesare Maggi di poter reclutare un buon numero di fanti e di rientrare a servire l’esercito imperiale nel Milanese, ancora una volta sotto Maramaldo. Ebbe con questo nuovi dissidi, mostrandosi in disaccordo sulla conduzione delle operazioni militari e sull’organizzazione difensiva dei bastioni di piazzeforti sottoposte ad assedio nemico, come durante l’assedio di Lodi (da parte dei francesi e dei veneziani), alla cui caduta (1526) fu imprigionato dai Veneziani e condotto a Crema, dove fu presto liberato.

La rivalità con il Maramaldo non si attenuò, specialmente quando quest’ultimo fu nominato “maestro generale di campo”. In questa occasione il Maggi meditò seriamente l’abbandono delle insegne imperiali. Tuttavia rimase al servizio di Carlo V, e negli anni successivi il Maggi fu impegnato con le sue compagnie di fanti italiani in diverse azioni minori, con lo scopo di portare all’obbedienza alcune aree del territorio piemontese (Novara, Domodossola) e soprattutto lombardo (Lomellina, in particolare Mortara e Pavia, Trezzo sull’Adda e il Bergamasco).

Sono ricordati in particolare gli scontri con Gian Giacomo Medici (detto il Medeghino) nel Comasco e la conquista di Sant’Angelo Lodigiano, nonché il tentato assoggettamento (poi fallito ad opera della resistenza delle popolazioni locali) nel 1529 delle Comunità della riviera di San Giulio sul lago d’Orta, presso Novara, una zona considerata molto importante per il controllo di Milano.

A questo punto apro una breve parentesi per ricordare che Fabrizio Maramaldo (1494-1552) è stato un condottiero italiano, soldato di ventura al soldo della Spagna, originario del Regno di Napoli, reso famigerato dall’episodio dell’uccisione del capitano fiorentino Francesco Ferrucci il 3 agosto 1530, nella battaglia di Gavinana, prigioniero, ferito e inerme. Prima di morire il Ferrucci avrebbe rivolto al Maramaldo, con disprezzo, le celebri parole: “Vile, tu uccidi un uomo morto!”.

Nel 1530, a seguito del trattato di Barcellona (maggio 1529) tra il papa Clemente VII e Carlo V, mirante al ripristino della signoria medicea in Firenze contro la Repubblica fiorentina, il terreno di azione del Maggi si spostò in Romagna e in Toscana. Scelto espressamente da Clemente VII per guidare le truppe, Cesare Maggi ebbe ai suoi ordini artiglieri e contingenti di cavalleria leggera e confermò le sue ottime doti di comando, nonostante le ingenti perdite subite in alcune occasioni.

Nel 1531, tuttavia, il Maggi abbandonò per breve tempo gli stipendi degli Imperiali per servire, proprio contro di essi, Gian Giacomo Medici. Si trattò di una breve parentesi e, dopo la resa del Medeghino nel febbraio 1532, tornò sotto l’antica bandiera, affiancando Antonio Leyva in Austria, in allerta per la minaccia turca.

Nel 1536 Francesco I, come abbiamo visto, occupò la Savoia e il Piemonte, dando inizio alla sua terza guerra franco-spagnola sul territorio italiano.

Fu proprio in Piemonte che il Maggi servì in quei due decenni, gli interessi imperiali, spostando dalla Lombardia il baricentro della propria attività di condottiero, insediandosi nella regione e fondando, qui, il nucleo delle proprie fortune.

Base delle operazioni furono i castelli di Volpiano (cui fu preposto, come abbiamo visto, nel 1536 in qualità di Governatore) e di Moncrivello, nel Canavese, dove si insediò intorno al 1538 e che elesse a propria dimora, traendone una rendita piuttosto elevata. In questi anni fu alle dipendenze dirette di Alfonso d’Avalos, marchese del Vasto, nei principali attacchi contro i Francesi, comandati da Charles de Brissac, e svolse con continuità un’azione di disturbo del nemico, presidiando il territorio, in particolare i valichi alpini (Susa al Moncenisio e Pinerolo al Monginevro), attaccando le guarnigioni, provocando scaramucce, tenendo in scacco da Volpiano la strada principale per gli approvvigionamenti di Torino (occupata dai Francesi) e tentando più volte, con l’astuzia, di introdursi nella città. Tra il 1543 e il 1544 fronteggiò Blaise de Montluc nei pressi di Carmagnola.

Il 16 luglio 1544 fu investito dal Duca di Savoia Carlo II del titolo marchionale di Moncrivello (che egli aveva già acquistato nel febbraio del 1538, ma di cui prenderà definitivo ed effettivo possesso soltanto nel dicembre del 1565, a seguito conferma della vendita da parte di Emanuele Filiberto).

Nel 1546 Carlo V volle Cesare Maggi in Germania, per contrastare la marcia dei principi protestanti riuniti nella Lega di Smalcalda. Fu a Ratisbona, ad Augusta, a Ulm. Tra il 1551 e il 1553, di nuovo in Italia, servì il governatore di Milano Don Ferrante Gonzaga nelle azioni militari intorno a Parma, a Pavia e in Piemonte. Attaccò a San Martino e a Ponte il campo francese che assediava Volpiano, mentre il Gonzaga dirigeva su Casale. Alla fine del 1553 guidò con abilità la cacciata dei francesi da Vercelli. Acquisito grande credito per la sua abilità militare, fu nominato “mastro di campo” da Alfonso d’Avalos, Marchese del Vasto e assunse, da allora in avanti, compiti di comando generale sulla fanteria, sull’artiglieria e sulla cavalleria leggera. Nel corso del 1555, i Francesi, esausti per i continui attacchi che giungevano da Volpiano su Torino, assediarono ed espugnarono la fortezza, distruggendo con mine e cannonate ogni opera difensiva.

In seguito, il Maggi prese parte alla difesa di Nizza durante la ritirata delle truppe francesi nel 1558.

Malgrado l’età, continuò a guidare le milizie spagnole, servendo il re Filippo II, dopo la rinuncia al governo dei domini italiani da parte di Carlo V in favore del figlio.

Servì negli anni seguenti il Duca di Savoia Emanuele Filiberto, che lo inviò in missione, nell’estate del 1562, a Ginevra per verificare i mezzi difensivi della città, in previsione del mai realizzato piano di riconquista. A questo periodo risale l’attribuzione a favore di Cesare Maggi della contea di Annone, del cui feudo venne investito dal Duca Emanuele Filiberto, il quale confermò pure (nello stesso 1562) l’investitura marchionale di Moncrivello.

Conclusa la vita militare, il Maggi dedicò gli ultimi suoi anni alla cura e all’amministrazione dei suoi feudi, senza tralasciare numerose opere di beneficienza in favore della Chiesa.

Nel comune di Moncrivello (attualmente in provincia di Vercelli e di cui il Maggi vanta il titolo di Marchese) in data 26 giugno 1562 la Beata Vergine Maria apparve sopra un “trompone” o “trumpa” (tronco d’albero) alla contadinella Domenica Millianotto, epilettica, guarendola dalle sue infermità. Grazie ai suoi buoni trascorsi nelle campagne militari al servizio dello Stato Pontificio, nello stesso anno 1562, il Maggi si rivolse al Papa Pio IV per ottenere l’autorizzazione alla costruzione di una chiesa commemorativa. Ottenutala, insieme alla consorte e con l’aiuto di altri benefattori del luogo, fece costruire una prima cappella e poi una superba “Rotonda” rinascimentale, i cui lavori, iniziati nel 1562, si conclusero nel 1568.

Successivamente, nel corso dei secoli, prima per volontà di Carlo Emanuele I, e poi della famiglia Del Carretto, dell’Ordine dei Frati Minori Francescani, dei Cistercensi e della Curia di Vercelli, attorno alla cinquecentesca costruzione originaria voluta dal Maggi, si è sviluppato il notevole e maestoso complesso monumentale del Santuario del Trompone, così come appare attualmente.

Indice del prestigio acquisito dal Maggi fu l’invito, nel 1564, ad entrare nella Accademia degli Affidati di Pavia, sorta nel 1562: un sodalizio letterario fortemente legato alla vita politica della Lombardia spagnola, che ricercò protezioni ascrivendo nei propri ruoli figure di notevole rilievo quali, tra le altre, il marchese di Pescara e lo stesso re Filippo II.

Cesare Maggi morì il 15 marzo 1568 a Milano (piuttosto che ad Asti, come sostengono alcuni).

Fu sepolto in una cappella sepolcrale che lui stesso aveva fatto erigere sulla via che sale al santuario del Sacro Monte di Varallo Sesia, di cui fu generoso benefattore.

Non avendo avuto altri figli dalla moglie, Gabriela Valperga dei conti di Masino, lasciò in eredità i propri beni, il feudo di Moncrivello e il titolo di marchese, al nipote Giustino Pompeo Lignana, capitano dell’esercito imperiale, figlio di sua sorella Edvige e di Bernardino Lignana, governatore di Cuneo e di nobile discendenza.

Dopo questa breve, e certamente non esaustiva, biografia di Cesare Maggi da Napoli, passiamo ad esaminare lo stato delle fortificazioni del castello di Volpiano che, al momento della occupazione spagnola, non erano certo in buone condizioni, dopo anni in cui non erano stati fatti i necessari ammodernamenti atti a rendere la fortezza al passo con i tempi.

Nel marzo del 1547, durante il suo viaggio attraverso il Piemonte, giunse a Volpiano per ispezionare la fortificazione e proporre i necessari apprestamenti difensivi in vista di prevedibili assedi Giovanni Maria Olgiati (1494-1557), ingegnere militare del Ducato di Milano al servizio di Carlo V. Tra le sue opere più celebri si possono elencare le mura spagnole di Milano, le mura cinquecentesche di Genova, la fortezza del Priamar (a Savona) e il castello di Montoggio. Sono attestate inoltre collaborazioni dell’Olgiati per Andrea Doria a Genova (nuova cinta muraria) e per la Repubblica di Venezia, nelle fortificazioni di Famagosta e Corfù.

In occasione della sua ispezione, l’Olgiati redasse, come per altre piazzeforti imperiali piemontesi, un documento unico ed eccezionale per la conoscenza di una piazzaforte oggetto di una radicale trasformazione che l’avrebbe fatta diventare una munita fortezza. Si tratta di uno schizzo, abbastanza sommario, contenuto in un quadernetto di appunti con alcune essenziali indicazioni scritte in calce al disegno. Esse evidenziano la natura di quello che è ancora nelle sue linee essenziali un apprestamento difensivo di tipo tardo medioevale. In sostanza ci troviamo di fronte alla rappresentazione del “castrum” marchionale. La descrizione poi contiene un interessante dettaglio circa la consistenza delle artiglierie della fortezza. Apprendiamo così che vi erano tre cannoni di bombarda con 525 palle, 25 colubrine, 6 moschetti, 10 archibugi e centinaia di barili di polvere da sparo. Nel complesso si tratta di un “vasto manufatto quadrilatero posto a cavaliere delle mura del borgo, dotato di quattro torri angolari e di maniche residenziali sui lati nord, est e sud”, mentre ad ovest “il perimetro risulta invece chiuso da una semplice cortina muraria che delimita una corte, in cui è indicata una cisterna”.

Dalle indicazioni fornite nella sua relazione dall’Olgiati si ha l’impressione che egli ritenesse tutto sommato soddisfacente la situazione difensiva della piazza, valutando necessarie soltanto alcune modifiche al fine di resistere ad un eventuale assedio. Da ulteriori e successivi documenti risulta pertanto che le operazioni suggerite dall’Olgiati, sia pure con una certa difficoltà, siano state eseguite. In particolare, tra le opere difensive, la costruzione di un “nuovo rivellino che appare come un piccolo bastione a fianchi ritirati e dotato di enormi orecchioni tondi che addirittura debordano oltre la linea di fronte delle due facce esterne del bastione stesso”: tale rivellino viene realizzato nel punto indicato dall’Olgiati e si differenzia dalle altre opere difensive collocate nel fossato e collegate alla cinta muraria.

Tuttavia, dai rilievi cinquecenteschi possiamo rilevare solo in modo approssimativo quale fosse lo stato effettivo della fortificazione alla vigilia dell’assedio. Solamente dall’esame di documenti cartografici redatti nei secoli successivi all’assedio, e rappresentanti lo stato dei ruderi in essere, si evince una serie di informazioni utili a documentare la struttura della fortificazione nel Cinquecento. Nella fattispecie concreta si tratta di un catasto del 1692 (relativo ai beni della chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo), di una carta risalente al XVIII secolo (“Figura dimostrativa dell’abitato di Volpiano”) e dall’ottocentesco “Catasto Rabbini”. In particolare, da quest’ultimo emerge la struttura della fortificazione che nel 1555 si trovarono di fronte gli assedianti francesi: di forma trapezoidale allungata, inglobante nelle cortine meridionale e occidentale, il preesistente “castrum” che divideva il corpo del forte e si protendeva a oriente verso il borgo circondato da mura (l’antico “receptum”).

I due fronti principali della fortezza in muratura erano di conseguenza quelli occidentale e orientale. Del primo, coincidente con il muro di chiusura della corte del “castrum”, il “Catasto Rabbini” ancora riporta i resti dei bastioni semicircolari e di un avancorpo pseudo pentagonale, frutto di un intervento collocabile tra il 1547 e il 1554. Del secondo, invece, di sviluppo più contenuto, si evidenzia l’esistenza di un’opera triangolare stretta tra due bastioni pentagonali, anch’essi aggiunti dopo la visita dell’Olgiati, in sostituzione di due torricelle circolari preesistenti. Completavano il forte le due cortine settentrionale e meridionale, prive di qualunque aggetto, e caratterizzate dalla loro linearità. Tra le cortine e il castello fu costruita una tenaglia per sottoporre gli assalitori a tiri convergenti. A protezione della cinta muraria del “receptum” fu costruito un terrapieno rivestito di muratura (scarpa) e scavata una trincea munita di parapetto per riparare le truppe spagnole dal fuoco avversario. Tutt’intorno al perimetro della fortezza correva un profondo fossato riempito di acqua e di fango.

Occorre pertanto evidenziare come l’elemento che caratterizzava il complesso fortificato fosse ancora il “castrum” tardo medioevale, con una sua struttura articolata e complessa, in cui una concezione difensiva antica coesisteva con i più recenti apprestamenti “alla moderna”, secondo i nuovi canoni delle tecniche di fortificazione (conseguenti all’evoluzione dell’arte della guerra, determinata dalla massiccia introduzione dell’artiglieria), quasi a comporre un palinsesto di epoche diverse, in cui gli interventi imperiali non riuscirono a superare la vetustà intrinseca e complessiva della fortificazione stessa.

All’interno del fronte bastionato, nell’antico “receptum”, esistevano vari corpi di fabbrica con annessi rustici (stalle, cantine, recinti, giardini, orti, fienili, tettoie) di chiara fattura medioevale che, in considerazione dell’eterogeneità dei manufatti e delle attività svolte dalla popolazione residente, prevalentemente dedite alla coltivazione dei campi e all’allevamento del bestiame, evocavano più che una fortificazione di carattere militare, un castello tipicamente “agricolo”. Effettivamente la popolazione volpianese ha sempre praticato l’agricoltura, cercando di ottenere da essa il necessario per il sostentamento, anche se, in certi periodi di tempo, purtroppo numerosi, la produzione si è ridotta al semplice livello (o addirittura molto sotto il livello) di sussistenza, a causa delle continue guerre (con conseguenti razzie, incendi, distruzioni di raccolti, devastazioni, carestie, pestilenze) in cui il borgo veniva coinvolto per la presenza delle fortificazioni del castello, ubicato in una posizione da sempre considerata, dai potentati belligeranti di turno, militarmente molto strategica.

Dopo aver parlato del governatore Cesare Maggi e delle opere militari di ammodernamento cui furono sottoposti il castello e il borgo di Volpiano alla vigilia dell’assedio, non possiamo tralasciare di descrivere, anche se solo parzialmente, la formazione e le caratteristiche della guarnigione posta dagli imperiali a difesa della fortezza.

Uno, e forse il più famoso, dei reparti posti a difesa di Volpiano fu il “Tercio Viejo de Lombardia” che, insieme ai “Tercios” di Napoli e di Sicilia, è stato uno dei primi istituiti (ecco spiegata la denominazione di “Viejo”) dall’imperatore Carlo V tra il 1534 e il 1536. Il suo compito principale era di difendere il Ducato di Milano (o Regno di Lombardia, come spesso veniva chiamato dagli Spagnoli) e venne impiegato, dalla sua fondazione, in tutte le guerre italiane del XVI secolo.

In un primo momento fu denominato “Tercio Ordinario del Estado de Milan”, per poi assumere definitivamente la denominazione suddetta. Il suo attuale erede nella fanteria spagnola è il “64° Regimiento de Cazadores de Montaña Galicia” con sede del presidio nella città pirenaica di Jaca, Comunità autonoma dell’Aragona, provincia di Huesca.

Il “Tercio de Lombardia” è considerato “el padre de todos los Tercios”. Infatti, fu istituito per primo, nel 1534 con decreto imperiale di Carlo V. Il suo primo comandante (“Maestre de campo”) è stato Sancho de Londoño. Aveva in organico una forza di circa 2.200 uomini, suddivisi in 4 compagnie di “arcabuceros” (moschettieri) e 6 compagnie di “piqueros” (picchieri).

Ha partecipato, dal 1534 in poi, a quasi tutte le grandi battaglie delle guerre d’Italia del XVI secolo, sia in Italia che in Europa. Nel 1555-1556 ha preso parte ai combattimenti per la difesa del castello di Volpiano e a quelli di Pontestura, in Piemonte.

I “Tercios” sono unità militari tipicamente spagnole, istituite dalla monarchia asburgica nel XVI secolo. Essi erano famosi per la loro resistenza sui campi di battaglia e costituivano formazioni di fanteria d’élite, formate, non più da mercenari o da soldati di leva, ma da volontari professionisti.

Si tratta del grande rinnovamento che le armate spagnole applicano nella nuova concezione della guerra, basata sulla rinascita della fanteria sul campo di battaglia, ispirata dalle legioni romane o dalla falange di opliti macedoni. Le armate spagnole sono state il primo esercito moderno europeo che, con l’utilizzo dei volontari professionisti, legati al territorio di provenienza, con una ferma permanente, e la cura riposta nel mantenere un elevato numero di “vecchi soldati” (i veterani), nonché l’introduzione della formazione professionale, ha fidelizzato a sé personalità orgogliose per la loro appartenenza all’esercito imperiale. Per circa un secolo e mezzo queste fanterie sono state le migliori del mondo, anche in grado di utilizzare in modo efficiente le picche e le armi da fuoco, senza dimenticare la massiccia introduzione dell’uso delle artiglierie, la vera novità che ha rivoluzionato l’arte della guerra. Come abbiamo detto, “los Tercios” traevano ispirazione dalla legione romana e, secondo alcuni storici, l’appellativo “Tercio” avrebbe origine considerando proprio la Terza Legione (“la Tercia Legiòn”) che operava in Hispania all’epoca dell’Imperatore Cesare Augusto.

Abbiamo visto come gli uomini d’arme (“hombres de armas”) del “Tercio Viejo de Lombardia” fossero suddivisi in compagnie di “arcabuceros” e di “piqueros”.

Questi ultimi spianavano le loro armi, le lunghissime “picas” (da 3 a 6 metri), per fermare gli assalti della cavalleria nemica. Le prime linee (“picas armadas”) avevano molta più protezione, con pesanti armature e morioni, o caschi, per reggere all’impatto violento delle picche nemiche o degli attacchi di cavalleria. Il resto delle linee (“picas secas”) era meno protetto, con armature più leggere, spade e “picas largas”. I “piqueros” formarono il nucleo centrale della maggior parte degli eserciti europei fino alla fine del XVII secolo, quando venne introdotto l’uso massiccio delle armi da fuoco portatili nella fanteria (“espingarderos” ed “escopeteros”).

Gli “arcabuceros” erano protetti con corazza, morione, o casco, e armati di moschetto (“arcabuz”), spada e pugnale: erano una delle unità più temibili ed efficaci dei “Tercios” spagnoli, nel corso dei secoli XVI e XVII. Plotoni di moschettieri (“arcabuceros”) agili, terribili per loro coraggio e la loro abilità nel tiro, furono determinanti per la vittoria in quasi tutte le battaglie cui presero parte.

Tra gli uomini d’arme dobbiamo segnalare inoltre i “rodeleros”, valorosi soldati, abituati a combattere corpo a corpo con il nemico, molto abili nell’uso della spada, che veniva gestita in modo ottimale, in quanto utilizzavano degli scudi circolari di piccole dimensioni. Ben presto però furono sostituiti dagli spadaccini (“espadachines”), armati anche di spingarde e pistole (“espingarderos”).

Segnaliamo poi la presenza degli “alabarderos”. Ampiamente usata nel medioevo contro le armature dei cavalieri, l’alabarda dalla metà del XVI secolo cadde in disuso nei combattimenti, ma continuò ad essere usata come distintivo di grado, o come arma caratteristica della Guardia Reale.

Infine possiamo annotare l’esistenza dei “ballesteros”, balestrieri, la cui arma, la balestra, era in grado di perforare un’armatura su brevi distanze, e i “doblesueldo”, dal nome per la loro missione difficile e pericolosa: con una lunga e pesante spada da combattimento dovevano aggredire i “piqueros” nemici cercando di ucciderne il maggior numero possibile. Per questa pericolosità la loro paga era il doppio di quella degli altri armati (“doppio soldo”). Verso la metà del XVI secolo queste armi però caddero in disuso, soppiantate dalle armi da fuoco.

Al Governatore di Volpiano Cesare Maggi non difettava certo il coraggio, se fin dall’arrivo dei Francesi in Piemonte fu protagonista di alcune memorabili imprese. Infatti, il suo governatorato, malgrado la scarsità dei mezzi e degli uomini a sua disposizione, non fu di semplice difesa, ma rivestì sempre un carattere aggressivo di contrasto verso gli avversari.

Nel settembre del 1536 dopo che da pochi mesi era caduto in mano francese l’ultimo ridotto sabaudo di Vercelli, il Marchese del Vasto muoveva all’attacco di Carmagnola, con al suo fianco Cesare Maggi che comandava alcune compagnie di fanteria.

Risale all’anno successivo il tentativo di riconquistare Torino, occupata dai Francesi, che il comandante napoletano mise in atto, avendo come base la fortezza imperiale di Volpiano. Si può dire che da quel momento in poi le incursioni armate contro i Francesi che occupavano Torino furono numerose. Il 26 luglio 1537, Cesare Maggi partì da Volpiano con un corpo scelto di soldati e, nottetempo, riuscì ad occupare il bastione di San Giorgio. Tuttavia, la reazione dei Francesi fu notevole e gli imperiali dovettero abbandonare l’impresa e ritirarsi.

Nel settembre dello stesso anno 1537, a rinforzare le truppe a disposizione del Maggi, giunse a Volpiano il Marchese del Vasto Alfonso d’Avalos con quindicimila combattenti. Circondarono la città di Torino ponendola sotto stretto assedio. In soccorso dei Francesi assediati giunse un forte contingente di armati al comando del Delfino di Francia Enrico di Valois, che ruppe l’assedio e costrinse gli Spagnoli a ritirarsi.

Ma l’impresa più audace fu concepita ed attuata dal Maggi il 12 febbraio del 1543. Profittando del temporaneo rientro in Francia del Governatore di Torino Martin du Bellay, Cesare da Napoli fece predisporre cinque o sei carri rurali carichi di fieno, che mascheravano al loro interno delle gabbie con sei soldati armati di spade e pugnali, per ogni carro. I carri furono avviati nottetempo verso Torino per entrarvi dalla Porta Palatina. Intanto il Maggi li seguiva da lontano con 800 cavalli e 5000 fanti che aveva radunato in Leinì. I carri arrivarono al mattino a Torino e fu loro abbassato il ponte levatoio. Appena furono dentro i finti contadini impugnarono le armi nascoste e i soldati celati sbucarono fuori dal fieno e tutti uniti si gettarono contro le guardie. Credevano che la truppa che li seguiva sarebbe arrivata rapidamente, ma questa per impreviste difficoltà era rimasta attardata dalle parti di Madonna di Campagna. I difensori della Porta Palatina riuscirono a far scendere la saracinesca e a chiudere nella loro stessa trappola gli assalitori, che furono ben presto sopraffatti dal corpo di guardia.

La faccenda dello stratagemma fallito dei carri di fieno di Torino fu conosciuta in tutta Europa e il Maggi fu poi ricordato con ammirazione per la sua strategia militare. I carri furono conservati per lungo tempo dai Francesi come trofei di guerra e furono oggetto di curiosità per i viaggiatori che transitavano in Torino passando dalla Porta Palatina.

Questi ed altri audacissimi tentativi fecero comprendere ai Francesi (e al luogotenente generale Giovanni Caracciolo, principe di Melfi) che non avrebbero mai potuto stare tranquilli da quella parte finché non l’avessero fatta finita con Volpiano e il suo Governatore. Stabilirono quindi di occupare e distruggere quella fortezza, malgrado fosse reputata impresa alquanto difficile.

Quelli tra il 1539 e il 1550 furono anni di relativa stabilità nella dominazione francese in Piemonte, non compromessi neppure dall’intermezzo bellico tra il 1542 e il 1544 conclusosi con la pace di Crépy. Nel 1547, dopo la morte di Francesco I, salì al trono il nuovo sovrano di Francia, Enrico II. Gli equilibri della politica europea stavano rapidamente modificando gli scenari della situazione sempre in bilico tra Francia e Spagna. L’Impero di Carlo V aveva raggiunto l’apice della potenza, e le vittorie delle truppe imperiali in Germania stavano rischiando di chiudere la Francia in una morsa inquietante. Nel 1551 riprese la guerra tra Francia e Spagna che si sarebbe conclusa con la tregua di Vaucelles, per poi riprendere nel 1557 e continuare sino alla pace di Cateau-Cambrésis del 1559.

La posta in gioco era, come sempre, il Ducato di Milano (anche chiamato dagli Spagnoli, “el Reino de Lombardia”, il Regno di Lombardia) che gli Spagnoli stessi miravano a conservare e i Francesi a conquistare: in definitiva si combatteva per il controllo delle vie d’accesso alla Lombardia.

Per il Piemonte furono anni particolarmente turbolenti, caratterizzati dall’accanimento con cui i contendenti si fronteggiavano, coinvolgendo nella loro lotta i sudditi piemontesi che si vennero a trovare divisi tra filo francesi e filo spagnoli, in una sorta di cruenta guerra civile.

Il 9 luglio 1550, alla morte del principe di Melfi Giovanni Caracciolo, il re di Francia Enrico II   nominò Governatore del Piemonte e luogotenente generale, il maresciallo di Francia (e noto uomo d’armi) Charles Ier de Cossé, conte di Brissac (originario dell’Angiò, nato circa nel 1505 e morto a Parigi il 31 dicembre 1563), che il 20 agosto dello stesso anno entrò in Torino solennemente accolto  con un “Te Deum” in Duomo, ed elevò la città al rango di capitale dei possedimenti francesi in Piemonte, secondo le disposizioni del re Enrico II. La fama del Brissac, che guerreggiò pure nelle Fiandre contro gli eserciti di Carlo V, è dovuta principalmente alle guerre in Piemonte contro gli Spagnoli. Infatti fino al 1556 ottenne una serie di brillanti successi, conquistando, fra l’altro, Chieri, San Damiano d’Asti, Valperga, Serravalle, Ivrea, Santhià, Casale, Cherasco e Bra. Nel 1552 riuscì ad espugnare la fortezza sabauda di Verrua Savoia. Gli riuscì anche felicemente un colpo di mano su Vercelli, nel novembre del 1553, e complessivamente, sostenne sempre vittoriosamente l’urto con l’esercito spagnolo. Né minori furono le sue qualità di amministratore, se riuscì ad accattivare ai Francesi le simpatie di parte notevole della popolazione torinese e piemontese.

Rinnovò e potenziò notevolmente le armate francesi in Piemonte, arrivando a costituire, nel 1554, un esercito di 17.000 fanti, 1.200 cavalieri, 12 cannoni e 4 colubrine.

Di fronte all’aggressività militare del Maresciallo di Francia, il governatore di Milano e comandante delle truppe imperiali Don Ferrante Gonzaga rimase inizialmente inerte. In tal modo il conte di Brissac si impadronì della situazione, occupando diversi paesi e piazzeforti, obbligando le varie comunità a prestare giuramento di fedeltà alla Francia.

Nell’agosto del 1553, nella piazzaforte ispano-imperiale di Vercelli, era morto il duca Carlo II di Savoia, lasciando in eredità al figlio Emanuele Filiberto, che si trovava nelle Fiandre al servizio di Carlo V, uno Stato totalmente in sfacelo e in via di completo dissolvimento.

Negli otto anni e mezzo di guerra (dal 1551 al 1559) il numero delle forze francesi in Piemonte era andato progressivamente aumentando e dai circa 8.000 armati all’inizio delle ostilità, si era arrivati ai 17-18.000 uomini in armi nel 1555. Ma anche le forze spagnole subirono ampie variazioni nel corso del conflitto. Nell’estate del 1555 quando il Duca d’Alba armò una spedizione per rifornire Volpiano, l’esercito imperiale poteva contare su 25.000 fanti (tra i quali i “Tercios”), 4.000 cavalieri leggeri, 40 cannoni pesanti e molti altri pezzi d’artiglieria, più 4.000 pionieri e guastatori. A questa massa di manovra si devono aggiungere le truppe spagnole dislocate nelle varie guarnigioni delle piazzeforti piemontesi e lombarde, stimate in circa 8.000 uomini. Alla fine del 1555 le forze in campo erano composte da circa 24.000 francesi contro circa 40.000 imperiali. La netta superiorità di questi ultimi, tuttavia, è solo apparente. In caso di necessità i Francesi potevano contare sui sicuri aiuti che sarebbero arrivati rapidamente e con facilità da Oltralpe. Gli ispano-imperiali invece dovevano sperare nell’eventuale soccorso dei “Tercios” provenienti da Napoli, o nell’arrivo dalla Germania o dall’Austria di reggimenti di lanzichenecchi, costosi e facili all’insubordinazione.

In sostanza nessuno dei due contendenti era in grado di controllare permanentemente tutto il territorio piemontese.

Il primo attacco del Brissac contro Volpiano ebbe luogo nel 1552, anteriormente alla presa di Lanzo, di Ceva e di Alba. L’obiettivo era isolare la fortezza per poi espugnarla, ragion per cui era necessario attaccare e neutralizzare la guarnigione imperiale di stanza a San Benigno, composta da quattro compagnie di fanteria e tre reparti di cavalleria. François Gouffier de Bonnivet alla testa di numerosa truppa attraversò il Po a Gassino, si ricongiunse con altri armati provenienti da Chivasso e si diresse poi contro San Benigno. La cavalleria fu mandata direttamente a presidiare il territorio intorno a Volpiano, affinchè dalla fortezza non potessero giungere soccorsi agli imperiali assediati.

I francesi assalirono con molto impeto le difese di San Benigno e riuscirono a penetrare nel ridotto, sebbene fosse difeso gagliardamente dai circa novecento armati della guarnigione. Gli ultimi resistenti si rifugiarono nella torre civica (risalente all’anno mille ed attualmente ancora in essere quale torre campanaria dell’antica abbazia di Fruttuaria), ma furono ugualmente sopraffatti. Presa San Benigno i francesi posero l’assedio a Volpiano, impedendo qualsiasi approvvigionamento di viveri e di armi. Ma con una decisione improvvisa Don Ferrante Gonzaga, dalla piazzaforte imperiale di Ivrea, decise di assalire l’avamposto francese di San Martino, nel Canavese. I difensori (circa duecento fanti), che si riparavano dietro rudimentali trinceramenti, non ressero all’urto e dovettero arrendersi. A questo punto la cavalleria francese fu costretta ad abbandonare Volpiano, consentendo agli assediati una veloce sortita. Così facendo gli imperiali guidati da Cesare Maggi ruppero l’assedio e strapparono Ponte (l’attuale Pont Canavese) ai francesi, mettendoli in rotta.

Il 1555 fu per l’evoluzione della politica europea un anno fatidico a cui seguirà, il 16 gennaio del 1556, l’abdicazione di Carlo V. La grande intraprendenza strategico-militare del Conte di Brissac fece del 1555  l’ ”annus mirabilis” per le sorti politiche e militari dei Francesi in Piemonte.

Il primo obiettivo era costituito dalla fortezza di Casale, di grande importanza sia strategica che politica, in quanto capitale del Monferrato gonzaghesco, feudo imperiale (nel 1533, all’estinzione della legittima linea ereditaria maschile dei Paleologhi, il Marchesato fu infeudato da Carlo V alla famiglia Gonzaga, nella persona del Duca di Mantova Federico II), presidiato dagli spagnoli.

A fine gennaio i francesi si impossessarono dell’avamposto di Santhià e lo fortificarono, per poi muovere contro Casale, che venne attaccata di sorpresa tra il 2 e il 3 marzo 1555, ultima notte di carnevale. L’azione fu condotta con astuzia ed audacia da due comandanti francesi, Raimondo de Salvayson e François Gouffier de Bonnivet, che riuscirono a penetrare con le loro truppe dentro le mura di Casale, anche grazie all’aiuto di alcuni traditori. Gli imperiali, colti di sorpresa, dovettero asserragliarsi nella cittadella insieme allo stesso comandante Don Gomez Suarez de Figueroa, che a stento riuscì a mettersi in salvo. Il 4 marzo il Brissac, forte dell’artiglieria nel frattempo giunta da Santhià, iniziò il bombardamento della cittadella che l’8 marzo capitolava, permettendo ai Francesi di impadronirsi della importante fortezza.

Alcuni giorni prima il Marchese di Pescara, Francesco Ferdinando d’Avalos (figlio di Alfonso d’Avalos, Marchese del Vasto), chiamato dal Figueroa, era partito da Mantova alla volta di Casale con 2000 archibugieri e 700 cavalleggeri, ma non essendo a conoscenza della effettiva consistenza del nemico, non arrischiò il combattimento e decise di ripiegare su Valenza per acquartierarsi.

Intanto le truppe spagnole, impiegate vittoriosamente nell’assedio e nella capitolazione di Siena in Toscana, si muovevano verso Milano, pronte per essere impegnate in Piemonte, insieme a qualche migliaio di archibugieri, fatti venire espressamente da Napoli (metà marzo 1555).

Il Maresciallo di Francia Conte di Brissac, che era all’apogeo della gloria, indirizzò nuovamente le sue attenzioni verso Volpiano, ma questa volta con l’intento di chiudere una volta per sempre la partita con la fortezza e il suo governatore Cesare Maggi. Si rivolse pertanto al Consiglio comunale di Torino chiedendo di finanziare e costituire un contingente di uomini armati da inviare all’assedio di Volpiano, che nel frattempo, dalla fine di marzo del 1555, era già stato posto in atto.

Si tratta della prima fase dell’assedio alla guarnigione spagnola, che avrebbe resistito ben cinque mesi agli assalti francesi. Su questo episodio esiste un’importante cronaca, “Le gran scaramuzze fatte nel Piemonte, alli giorni passati, con una breve narratione dello assedio di Vulpiano, etc.”, pubblicata probabilmente fra il 1598 e il 1603, da un autore che firma il suo resoconto con lo pseudonimo “Camillo T.”, ma racconta le vicende con grande obiettività e senza enfasi retorica.

Verosimilmente l’anonimo cronista faceva parte del seguito del Conte di Brissac che, il 27 marzo 1555, insieme ai fratelli Ludovico e Carlo Birago (capitani di ventura al soldo della Francia), riuniva presso Ivrea diverse compagnie di fanteria e circa 2.000 cavalieri, per poi dirigersi verso la piazzaforte di Volpiano. Giunti nei pressi del fiume Malone i francesi furono costretti a fermarsi nell’attesa di rinforzi, ma da Volpiano comparvero alcune avanguardie imperiali che li impegnarono in un primo scontro a fuoco. La cavalleria francese respinse l’attacco e obbligò gli spagnoli a ritirarsi entro le mura della fortezza.

Da Torino giunse intanto Francesco Bernardino Vimercate, capitano di cavalleria, commissario e sovrintendente alle fortificazioni, stretto collaboratore del Brissac, con 5.000 fanti e numerosi pezzi di artiglieria da campagna. I francesi iniziarono subito a trincerarsi e a fortificarsi di fronte alla porta verso mezzogiorno (la così detta “Porta di Rueglio”), piazzando sei o sette pezzi di artiglieria e iniziando il cannoneggiamento. Contemporaneamente scavarono altre trincee di fronte all’altra porta, presumibilmente quella rivolta a levante (la “Porta di Corbellera”), piazzando dieci pezzi di artiglieria pesante. Intanto reparti di cavalleggeri e di fanti correvano il contado compiendo razzie, incendi di raccolti e distruzioni. L’assedio era iniziato a tutti gli effetti.

Alla vista di tale dispiegamento di forze, il Figueroa e Cesare Maggi decisero di uscire da Volpiano con un drappello di soldati per cercare rinforzi, lasciando a presidio della piazzaforte il grosso della guarnigione. Esistevano ancora due porte nelle mura, una a nord-est, la “Porta di Creusa” e l’altra a settentrione, la “Piccola Porta di Creusa” (detta anche “Porta del Lupo”, come indicato dal “Catasto Rabbini”): verosimilmente essi passarono da una di queste due.

A fine aprile il Maggi e il Figueroa erano di ritorno con truppe di rinforzo, e si acquartierarono fuori dalle mura della fortezza, sotto la collina del castello, a ponente. Qui cominciarono a scavare trincee e a piazzare i loro cannoni, sparando colpi di artiglieria contro le linee francesi di fronte alla “Porta di Rueglio”, evitando, con tali azioni di disturbo, che le mura venissero seriamente danneggiate.

A maggio lo stallo delle rispettive posizioni sembrò subire una svolta, ma non fu così. Ci fu prima un vigoroso assalto delle fanterie francesi (al grido di: “Franza! Franza!”) alle trincee scavate dagli spagnoli fuori dalle mura, che tuttavia si risolse in un nulla di fatto. Successivamente, giunsero a Volpiano, in rinforzo dei francesi, dei reparti di cavalleria pesante che vennero subito impiegati in sanguinosi assalti e che provocarono l’arretramento e il ritiro degli spagnoli all’interno delle mura fortificate, lasciando tuttavia abbandonati sul campo pezzi di artiglieria e munizioni, ma riuscendo a frenare con forza l’impeto degli assalitori.

Cesare Maggi era rimasto a presidiare Volpiano dirigendo la resistenza, mentre Don Gomez Suarez de Figueroa era andato a Milano dal Governatore Gonzaga per richiedere urgenti rinforzi.

Il Brissac diede l’ordine di riprendere a cannoneggiare molto vigorosamente le difese, senza tuttavia ottenere alcun risultato pratico. L’assedio quindi si protraeva troppo a lungo e molto stancamente, senza novità o svolte decisive.

Finalmente Carlo V, dalla sua residenza a Bruxelles, decise di rimuovere il governatore del Ducato di Milano Don Ferrante Gonzaga, sostituendolo con il Duca d’Alba, Don Fernando Alvarez de Toledo y Pimentel (nato a Piedrahìta, 29 ottobre 1507 e deceduto a Lisbona, 11 dicembre 1582). Scelto per la sua fama di valoroso generale e uomo politico, fu contemporaneamente nominato anche Viceré del Regno di Napoli, unificando così per la prima volta in una sola persona il potere imperiale in Italia. Il 12 giugno 1555, reduce dalle Fiandre, fece il suo ingresso a Milano e si occupò subito della situazione del Piemonte.

A Volpiano, intanto, la situazione per gli imperiali era sempre più critica. Verso la fine di maggio il Brissac vi aveva inviato il Bonnivet con un forte contingente di truppe per cercare di risolvere la questione dell’assedio, prima che arrivasse la eventuale spedizione di soccorso che il Duca d’Alba avrebbe senz’altro inviato con urgenza. In quei giorni la piazzaforte era difesa da una guarnigione di circa 1.000 veterani, ammaestrati alla ferrea scuola di Cesare Maggi, che resistevano con grande valore e abnegazione, pur essendo quasi allo stremo delle loro forze.

Avuta notizia che il Brissac aveva inasprito l’assedio su Volpiano, e che i difensori ormai disperati avrebbero potuto arrendersi, il governatore di Fossano Giorgio Costa conte della Trinità si offrì al Duca d’Alba di portare egli stesso viveri e truppe di rinforzo, se fosse stato provvisto di 600 fanti e 500 cavalli. Il Duca non accolse la proposta, ma decise di guidare personalmente una spedizione, il cui scopo principale era il rifornimento e la rivitalizzazione della fortezza di Volpiano, considerata indispensabile avamposto imperiale in terra piemontese, che continuava a resistere ai francesi.

Giunto in Piemonte, nel giugno del 1555, il Duca d’Alba concentrò le sue forze a Valenza, scelta come base, con un poderoso contingente di truppe composto da 25.000 fanti, 4.000 cavalieri, 40 cannoni di grosso calibro e molti pezzi di artiglieria da campagna. Il Duca voleva occupare le terre presidiate dai francesi e accostarsi a Volpiano, appoggiato sul fianco sinistro dello schieramento dal Conte della Trinità che, con 5.000 fanti, doveva minacciare la destra dello schieramento francese, tenendo anch’egli come obiettivo finale Volpiano.

Nell’impossibilità di fronteggiare un simile esercito, i Francesi ripiegarono su Casale e il Brissac lasciò guarnigioni in tutte le terre esposte all’attacco nemico: 6.000 fanti vennero inviati attorno a Volpiano per continuare l’assedio, altrettanti, al comando del Bonnivet e di Ludovico Birago, presidiarono Santhià, mentre un contingente più piccolo, comandato da Carlo Birago, si acquartierò a Chivasso. Il Brissac inoltre sollecitò il Re di Francia Enrico II che avviasse trattative con i Cantoni Svizzeri per l’ingaggio di almeno 4.000 fanti e 500 cavalleggeri.

Il 21 luglio il Duca d’Alba mise a ferro e fuoco Frassinetto, poi, con un ponte di chiatte, attraversò il Po e avanzò fino a Saluggia. Gettò tre ponti per attraversare la Dora Baltea ed il 31 luglio, lasciando alle sue spalle il fiume, si diresse con la sua armata verso Volpiano. Qui il Brissac nel frattempo aveva tolto l’assedio, preoccupato di doversi confrontare con le truppe del Trinità, e si era ritirato, acquartierandosi in Torino, in attesa degli Svizzeri promessigli dal Re di Francia.

L’esercito dei soccorritori giunti a Volpiano, trovarono la guarnigione spossata, ormai ridotta nel numero degli uomini e quasi totalmente priva di viveri, di armi e munizioni. All’ingresso della fortezza si fecero incontro ai soccorritori i soldati assediati, in condizioni veramente pietose, laceri e smunti per la fame e le fatiche che, con lacrime ed imprecazioni, li supplicarono di provvederli di viveri, pane, abiti, denaro e rinforzi. A questo punto le testimonianze dei contemporanei, come G.  Cambiano di Ruffia e Luca Contile, sono in contradditorio con la biografia del Duca d’Alba scritta dal padre gesuita Antonio Ossorio nel 1668. Quest’ultimo afferma che il luogotenente del Duca d’Alba, Don Garcia de Toledo, marchese di Villafranca, inviato per prestare aiuto agli assediati, ritenendosi offeso dal loro comportamento non certo elegante, fece ritorno al campo del Duca senza fornire al presidio né rinforzi né viveri. Si giustificò asserendo che i soldati mancavano di disciplina militare ed erano dediti ai tumulti e all’insubordinazione. Non è improbabile che l’Ossorio, prestando fede alle false notizie di Don Garcia, credesse di attenuare così la responsabilità del Duca d’Alba nella futura caduta di Volpiano. Le testimonianze dei suindicati contemporanei (il Cambiano di Ruffia e il Contile) invece asseriscono che il Duca d’Alba fece introdurre nella piazzaforte sufficienti quantità di viveri, vettovagliamenti e munizioni, provvide alla sostituzione dei soldati feriti e stanchi, messi a riposo, con truppe fresche e bene equipaggiate, promise alla guarnigione due paghe delle sette che le spettavano. Verosimilmente è in questa occasione che a difesa di Volpiano entrò nella fortezza il “Tercio Viejo de Lombardia”, se non tutto l’organico, almeno alcune scelte compagnie di “arcabuceros” e di “piqueros”.

Tuttavia, alla luce di quanto succederà nei prossimi mesi, possiamo dire che a causa degli errori di valutazione strategica da parte del Duca d’Alba e dei suoi luogotenenti, le misure prese furono evidentemente del tutto insufficienti in quanto, illudendosi sulle reali condizioni di Volpiano, non si pensò né a sostituire completamente gli uomini del presidio, stanchi e decimati dal lungo assedio, né a rinforzarlo ulteriormente introducendovi nuove armi e artiglierie più potenti.

Infatti fu convocato, in quei giorni, il consiglio di guerra che, valutando erroneamente la situazione generale e sottovalutando l’intelligenza strategica del Brissac, aderì alla pressante istanza di Alvaro de Sandez, e decise di invertire la rotta e di dirigersi su Santhià, la cui fortezza fu giudicata di facile conquista. Contrario a questa risoluzione fu il solo Cesare Maggi. Ma rimase inascoltato e prevalse invece l’opinione di Alvaro de Sandez di partire subito all’attacco della fortezza francese di Santhià.

I comandanti al seguito del Duca d’Alba e che parteciparono a questo, non certo brillante per lungimiranza strategica, consiglio di guerra furono il suo luogotenente generale Garcia de Toledo, il marchese di Pescara Francesco Ferdinando d’Avalos, comandante della cavalleria, Cesare Maggi e Raimondo de Cardona, comandanti dell’artiglieria, il principe Vespasiano Gonzaga, comandante della fanteria italiana, Alvaro de Sandez e Manuel de Luna, comandanti della fanteria spagnola.

L’esercito imperiale ripassò pertanto la Dora, e il 7 agosto 1555 giunse a Santhià dove l’assedio, che doveva risolversi con una rapida espugnazione, si concluse dopo dieci giorni con un logorante e complicato nulla di fatto. Il Bonnivet e Ludovico Birago, con il fratello Carlo giunto da Chivasso con rinforzi, avevano infatti realizzato opere difensive e provveduto Santhià di solide trincee contro le quali gli imperiali non riuscirono ad avere ragione. Il brusco insuccesso indusse il Duca d’Alba a modificare i piani della campagna di guerra e dirigere quindi l’armata verso Pontestura, la cui piazzaforte venne fortificata allo scopo di interrompere le comunicazioni tra Casale e Verrua (in mano ai francesi) e, in tal modo, sbarrare e controllare il passaggio sul Po.

Pur provvisto di un corpo d’armata assai numeroso, il Duca d’Alba non riusciva ad affrontare in campo aperto le forze nemiche ed il controllo delle vie di comunicazione non si traduceva nel dominio del territorio. Il problema era, per ambo le parti, mantenere per lungo tempo un esercito in piena efficienza ed in assetto di guerra. La cronica mancanza di denaro per pagare le truppe rendeva impossibile tenere il campo per più di tre o quattro mesi. La superiorità numerica non era quindi sempre decisiva, anzi poteva anche essere motivo di intralcio.

La spedizione del Duca d’Alba si stava perciò risolvendo in un fallimento perché aveva mancato il suo principale obiettivo, ossia il rifornimento di Volpiano che, pur rianimata da aiuti, certamente insufficienti, continuava a non essere presidiata in misura tale da poter resistere ad un assalto finale da parte francese, che si annunciava ormai sempre più imminente.

Mentre il Duca d’Alba ripiegava sul campo imperiale di Pontestura con un esercito che, partito numeroso e bene armato, si era ridotto a 12.000 uomini (molti dei quali, esausti e creditori delle paghe, disertavano continuamente), i francesi ricevevano gli attesi soccorsi ed un’eletta schiera di gentiluomini li accompagnava per partecipare, come a una parata, a quella che si annunciava una campagna di guerra memorabile e decisiva. Sotto le mura di Volpiano si raccolse il fior fiore della nobiltà francese, fra cui Giacomo di Savoia, duca di Nemours, Claudio di Lorena, duca di Guisa, Giovanni di Borbone, conte d’Enghien e Luigi I di Borbone, principe di Condé.

A questo riguardo, nel clima del fervore sabaudista che caratterizzerà l’Ottocento piemontese, anche la conquista della fortezza di Volpiano da parte francese fu in qualche modo annessa alle imprese di una dinastia militare e conquistatrice per antonomasia, come quella dei Savoia, quantunque il suo capo riconosciuto fosse all’epoca Emanuele Filiberto, alleato degli imperiali e nipote di Carlo V.

Esiste infatti una litografia che illustra le gesta dei guerrieri di Casa Savoia, stampata a Torino nel 1858 dalla tipografia Doyen, attribuita a E. Daniele e tratta da un disegno del De Belly.

In un paesaggio da medioevo romantico alla Walter Scott, sul quale domina una ricostruzione fantastica del castello di Volpiano, sotto lo sguardo degli armati delle due parti in lotta, è raffigurato Giacomo di Savoia-Nemours a cavallo, con la corazza e l’elmo piumato svolazzante, che assesta un colpo di lancia sul viso del Marchese di Pescara, vacillante su un destriero elegantemente bardato.

Il testo ampolloso della didascalia, in francese e italiano posto sotto la litografia, appare anch’esso, come il castello, frutto della fantasia.

Effettivamente Giacomo di Savoia-Nemours, cugino di Emanuele Filiberto, era a tutti gli effetti un principe francese. Tuttavia, militava tra le schiere d’Oltralpe con la recondita speranza, in caso di vittoria finale della Francia, d’essere infeudato del Ducato di Savoia.

Per quanto riguarda il duello, esso semplicemente non avvenne, perché il Marchese di Pescara, Francesco Ferdinando d’Avalos, secondo le fonti documentate a noi giunte, non fu mai, in quel periodo (settembre 1555), all’assedio di Volpiano.

Un duello in realtà ebbe luogo fra i due, ma in un periodo e in una località diversi da Volpiano, e cioè sotto le mura di Asti quando, nel novembre del 1555, dopo la caduta di Moncalvo, i rampolli delle più nobili famiglie di Francia, per ingannare il tempo, offrivano duelli che spesso finivano in tragedie. Il Marchese di Pescara, sfidato dal Nemours, ferì questi al braccio. L’episodio non fu certamente connotato dai colori dell’eroismo, anzi pare, secondo Boyvin du Villars, che il Nemours e quelli del suo seguito non si fecero affatto onore, e il Maresciallo de Brissac stesso intervenne di persona per reprimere duramente queste usanze ingloriose che non lo facevano affatto divertire.

Ricevuti gli attesi mercenari Svizzeri (circa 4.000 fanti e 500 cavalli), uniti alle truppe fresche e bene equipaggiate che il Re di Francia aveva nel frattempo inviato in Piemonte, il Brissac decise di assediare nuovamente Volpiano e di chiudere la partita definitivamente.

In considerazione che Volpiano sembrava imprendibile, per la struttura delle sue fortificazioni e per il logorante ma improduttivo assedio a cui già era stata sottoposta, si racconta che, nella prospettiva di un nuovo e forse inutile assedio, divenne molto diffuso tra la popolazione il seguente detto, in piemontese: “Quand i Fransseis a piiran Vulpian, la levr a piirà ‘l can”, che tradotto in italiano significa: “Quando i Francesi prenderanno Volpiano, la lepre prenderà il cane”.

Il 1° settembre 1555 il Maresciallo di Francia conte di Brissac, non potendo partecipare di persona a causa della febbre che lo affliggeva, decise di affidare il comando delle operazioni a Claudio II di Guisa, Duca d’Aumale, colonnello della cavalleria, che alla testa di 14.000 fanti, 2.000 cavalli e 32 pezzi di artiglieria pesante si diresse sulla fortezza di Volpiano, ponendola sotto assedio.

La notizia giunse al campo imperiale di Pontestura, dove era presente anche il governatore Cesare Maggi. Il Duca d’Alba, riconoscendo i propri errori di valutazione e di strategia, decise di porvi rimedio, organizzando rapidamente una spedizione di soccorso. Ci furono però non pochi problemi per organizzarla, dovuti al fatto che l’esercito imperiale era ormai ingovernabile ed allo sbando.

Fra le truppe dilagavano l’indisciplina, l’insubordinazione e un grave malcontento per i ritardi delle paghe, i saccheggi e gli abusi erano all’ordine del giorno e normalmente risultavano impuniti.

Tuttavia, si riuscì ad organizzare una colonna volante formata da quattro compagnie di fanteria al comando di Don Manuel de Luna, uno dei “mastri di campo” spagnoli di maggior fama, insieme ad altri noti capitani, Sigismondo Gonzaga, Pietro Piantaniga e Garcilaso de la Vega, nipote del Duca d’Alba, nonché al “mastro di campo” Lopez de Acuña.

Alla fanteria vennero unite di rinforzo quattro compagnie di cavalleggeri, e il giorno 3 settembre la spedizione di soccorso partì per Volpiano, agli ordini di Don Manuel de Luna e di Cesare Maggi che, in qualità di governatore, conosceva molto bene il territorio.

Il 5 settembre giunse notizia al campo imperiale che Don Manuel de Luna aveva forzato il blocco francese ed era penetrato in Volpiano con 400 fanti e 70 cavalli. L’ottimismo iniziale però venne meno quando si seppe che il contingente, dopo aver passato il Po dalle parti di Gassino, nella zona di Settimo fu attaccato dai francesi e subì pesanti perdite. I soccorsi portati a Volpiano dal de Luna sicuramente accrebbero il numero dei difensori, ma non migliorarono molto la situazione generale della piazzaforte. Cesare Maggi tentò di stornare la presa francese su Volpiano con la tattica di cui era maestro, e cioè effettuando scorrerie nei presidi nemici. Espugnò infatti Robella, difesa da soli 25 fanti francesi.

Il Duca d’Aumale aveva però impegnato nella presa di Volpiano il suo prestigio di condottiero e per la sua capitolazione mostrò una notevole tenacia, senza risparmiare le forze e non lesinando i mezzi. La guarnigione della fortezza non superava i 650 uomini validi, armati di moschetti e archibugi, compresi gli ultimi soccorsi, e le sue fortificazioni (con tre cannoni di bombarda, 25 colubrine e alcuni falconetti) apparivano poco difendibili a fronte di assalitori ben determinati.

Il comando della piazza venne affidato a Sigismondo Gonzaga che distribuì le truppe in tre diversi punti. Una prima formazione venne posta agli ordini del de Luna, la seconda a quelli del Gonzaga stesso, aiutato da Garcilaso de la Vega e Pedro da Silva, la terza infine fu affidata ai capitani Lazzaro Albanese e Pietro Piantaniga. Per fare sfoggio di sicurezza, poi, fecero una sortita con la cavalleria, mettendo in fuga alcuni reparti francesi che cercavano di contrastarli. La guarnigione respinse anche un primo assalto ordinato dal d’Aumale per saggiare la consistenza delle difese.

Le artiglierie francesi iniziarono allora a battere i bastioni di Volpiano per tre giorni interi, senza mai far cessare il fuoco, che aumentava o diminuiva d’intensità secondo gli ordini del Duca d’Aumale, aventi lo scopo di concentrare il fuoco soprattutto sui muraglioni della cinta esterna.

Nel contempo vennero scavate due gallerie per far saltare con le mine i tronchi della tenaglia dell’opera addizionale di fortificazione. L’obiettivo era infatti quello di isolare il castello dalla fortezza. Così dopo alcuni giorni cadde la parte superiore del bastione principale che difendeva la piazzaforte. Il risultato del primo cannoneggiamento fu che Volpiano ora era tutta cinta d’assedio e agli ispano-imperiali non rimaneva altra soluzione che difendere la piazzaforte, essendo impedita ogni sortita diversiva.

Si colloca probabilmente in questo periodo la ricognizione notturna alle fortificazioni volpianesi effettuata dal Duca d’Aumale e raccontata da Blaise de Montluc, alla quale partecipò egli stesso, per misurare quanta controscarpa si sarebbe dovuta tagliare per piazzare l’artiglieria sopra la ripa del fosso. Le sentinelle spagnole si accorsero però dei movimenti sospetti e aprirono il fuoco contro i francesi, che trovarono rifugio in una chiesetta addossata alla controscarpa, e si salvarono così fortunosamente dalle archibugiate.

Dopo la sortita notturna, il d’Aumale spostò parte dell’artiglieria sulla sponda del fossato e fece i dovuti preparativi per l’assalto finale alla fortezza. Le tenebre avevano però ingannato i francesi nel ritenere che nel fossato stagnasse poca acqua e che il fondale fosse ben solido. Tuttavia, nel campo francese era diffuso un grande entusiasmo per l’imminente assalto, specie da parte dei giovani di alto lignaggio, come il principe di Condé e il duca d’Enghien, smaniosi di gloria militare.

In realtà il d’Aumale temeva che conducendo l’assalto con lentezza gli imperiali avrebbero potuto ricevere nuovi aiuti o che, addirittura, arrivasse il Duca d’Alba con tutto il suo esercito.

Ruppe pertanto gli indugi e, mercoledì 19 settembre 1555 “a 4 hora di Francia”, una cannonata annunciò che era stato comandato l’assalto alla fortezza.

L’assedio di Volpiano entrava così nella sua fase decisiva e finale.

Diciamo subito che l’assedio finale, iniziato il 3 settembre, si concluse il 20 con la resa della fortezza e il 23 con la capitolazione del castello. Un assedio durato venti giorni e con almeno tremila colpi di cannone, sparati dai francesi, furono necessari per espugnare Volpiano.

Vediamo adesso, in base alle testimonianze dei contemporanei e alle cronache che essi ci hanno lasciato sugli ultimi giorni dell’assedio e sulla resistenza della guarnigione imperiale, quali sono i fatti più importanti avvenuti a Volpiano dal 19 al 23 settembre dell’anno 1555.

Dopo il colpo di cannone che dava il segnale dell’assalto, i francesi forzarono la breccia del bastione principale, semidistrutto in precedenza, superarono il fosso e il primo a valicarlo fu il Duca d’Aumale. L’attacco durò circa due ore e si risolse in una carneficina: nel fossato infatti l’acqua era più alta di quanto si immaginasse e sul fondale fangoso era quasi impossibile avanzare.

Fu una dura lotta, tuttavia le due linee difensive del Gonzaga e di Lazzaro Albanese vennero rotte. Gli spagnoli quindi ripiegarono, tentando di salvarsi nel castello, ma il comandante de Luna tenne chiusa la porta nel timore che insieme a loro entrassero anche gli assalitori, per cui gli sventurati furono ben presto sopraffatti dal soverchiante numero delle truppe nemiche.

Nel duro scontro furono uccisi, tra gli altri, Pedro da Silva e il nipote del Duca d’Alba, il coraggioso Garcilaso de la Vega. Sigismondo Gonzaga, ferito non gravemente, fu fatto prigioniero.

A questo punto i pochi imperiali superstiti, alla vista dell’uccisione dei loro comandanti, presi dalla disperazione, contrattaccarono con inaudita ferocia, con picche, spade e moschetti, e ricacciarono, con furiosi combattimenti corpo a corpo, i francesi nel fossato, con perdite complessive (per i francesi) di circa 300 uomini, morti per annegamento, per colpi di archibugio, di picca, o di spada, ponendoli in una disordinata e catastrofica rotta.

La giornata della più dura e cruenta battaglia volgeva al tramonto, un caldo tramonto di fine estate, e tutto quel che restava dell’esercito ispano-imperiale (il “Tercio Viejo de Lombardia”) si era ormai asserragliato nel castello, l’ultimo ridotto della guarnigione, dove i soldati validi erano rimasti una cinquantina, con le caserme e le abitazioni piene di feriti, di moribondi, di gemiti, di imprecazioni e di pianti. In tale drammatica situazione i comandanti della guarnigione, e soprattutto Don Manuel de Luna, si rendevano conto ormai che la resistenza era pressoché impossibile, di fronte a un nemico che possedeva un’artiglieria in piena efficienza. D’altro canto, l’aver respinto i francesi dopo quasi venti giorni d’assedio significava avere salvato l’onore, ciò che più contava nel codice militare e cavalleresco del tempo.

I francesi erano infatti intenzionati a rinnovare l’assalto e quattro cannoni vennero puntati verso il castello, quando il de Luna decise di arrendersi. Prima però volle sentire il parere del “mastro di campo”  Lopez de Acuña, il quale, ferito ed impossibilitato a muoversi, lo supplicò di resistere ad oltranza, non tenendo conto, tuttavia, della soverchiante forza nemica, indisponibile a concedere alcuna tregua, e dello stato miserevole del presidio, ma, soprattutto, riponeva tutte le sue speranze in un improbabile ritorno in forze del Duca d’Alba con tutta l’armata imperiale. L’ “hidalgo” Manuel de Luna rimase tutta la notte in conversazione con Lopez de Acuña e verso l’alba, convinto dalle argomentazioni di quest’ultimo, “jurò que defenderìa el alcàzar con su propria vida”.

E’ il padre gesuita Antonio Ossorio che ci fornisce queste ed altre notizie sull’assedio e si dilunga sui combattimenti, dando una versione che nella sostanza concorda con quelle di parte francese di Gabriel Symeoni (testimone oculare, perché presente a Volpiano nel 1555), di Blaise de Montluc, di Boyvin du Villars, del Rabutin e del Paradin. La descrizione dell’Ossorio si sofferma, spesso con accenti pietosi, a mettere in luce l’eroismo e le sofferenze degli Spagnoli.

Il giorno seguente, giovedì 20 settembre, i francesi cambiarono tattica e andarono al nuovo assalto servendosi delle mine. Ne piazzarono tre sotto il bastione che era davanti al castello, e le fecero brillare. Nell’esplosione saltò in aria un quartiere del bastione con i soldati che lo difendevano, mentre sull’altro lato si combatteva corpo a corpo sul muraglione diroccato, tra il ferro, il fuoco, il fumo, le pietre e il sangue, con le picche, le spade e gli archibugi: fu un’altra tremenda carneficina.

Lo scoppio delle mine, che aveva privato i difensori dei loro ripari, e aperte paurose brecce, da cui gli assalitori entravano con grande furia e in numero impressionante, fu la causa della capitolazione della piazzaforte: infatti il de Luna ritornò sulla sua prima decisione e chiese di parlamentare.

Era intanto giunto al campo di Volpiano il maresciallo Conte di Brissac il quale, insieme al Duca d’Aumale, il vero protagonista dell’assedio e della resa della fortezza, accordarono all’ “hidalgo” Don Manuel de Luna l’onore delle armi.

Uscirono pertanto dalla fortezza, con il comandante Manuel de Luna in testa, le insegne e i vessilli del “Tercio” dispiegati al vento, i tamburi rullanti, malconci, laceri ed esausti, circa 900 uomini, tra validi e feriti, Tedeschi, Spagnoli e Italiani, con i loro residui equipaggiamenti e le salmerie, e si diressero sulla strada verso il campo imperiale fortificato di Pontestura.

Il castello si arrese soltanto tre giorni dopo, domenica 23 settembre, quando Lopez de Acuña fu certo che il Duca d’Alba non sarebbe mai più giunto a Volpiano per portare soccorso agli assediati.

I soldati della guarnigione, per non essere accusati di codardia, chiesero al Brissac, prima di lasciare le armi e capitolare, di tirare contro il castello una cinquantina di colpi di cannone. E’ un fatto alquanto curioso, ma viene citato sia dal Symeoni che dal Montluc.

Con la capitolazione dell’ultima sacca di resistenza, l’assedio di Volpiano si concluse, come abbiamo visto, il 23 settembre 1555. I francesi avevano tolto agli ispano-imperiali l’importante piazzaforte che per tanto tempo aveva minacciato Torino e, tra le rovine ancora fumanti, fecero una solenne processione “pour remercier nostre Seigneur de la belle victoire, qu’il nous a donné …” (G. Symeoni). L’impresa fu salutata da parte francese con grande giubilo, anche se l’assedio ebbe un costo altissimo in vite umane, da entrambe le parti, (l’Ossorio, forse esagerando, indica in 3.000 il numero dei caduti francesi) e se gli imperiali persero la fortezza, i francesi, conquistarono Volpiano a caro prezzo.

La reputazione di condottiero del Duca d’Alba ne uscì irrimediabilmente compromessa poiché tutti, a cominciare dai francesi stessi, avevano creduto che sarebbe comparso in soccorso della piazza e non avrebbe tollerato, dopo l’ignominiosa ritirata di Santhià, che Volpiano capitolasse.

I contemporanei riferiscono che a Bruxelles Carlo V, che già si era alquanto alterato dopo aver appreso della ritirata delle truppe imperiali da Santhià, “intese la caduta di Volpiano con ira non trattenuta” (G. Cambiano di Ruffia).

Appena capitolata la guarnigione del castello, il Brissac prese una drastica decisione. Tutte le fortificazioni di Volpiano dovevano essere demolite, per impedire che in futuro potessero essere ancora ed eventualmente utilizzate dagli spagnoli. Fu ordinato quindi il totale atterramento del complesso fortificato e per alcuni giorni le mine brillarono sui muraglioni della fortezza e del castello, già provati dalle cannonate dell’assedio.

Da Torino giunsero numerosi i curiosi per godersi il grandioso spettacolo delle esplosioni. Esse originarono anche manifestazioni di gioia da parte di nobili e borghesi della città che, con le loro contribuzioni, avevano finanziato l’assedio.

L’Ossorio, sempre molto prodigo nei particolari, ci descrive il triste stato d’animo dei volpianesi, causato dalle privazioni e dai patimenti dovuti ai cinque tremendi mesi di continua battaglia, e alle devastazioni degli ultimi furibondi assalti. Perdita dei raccolti, incendi, distruzioni, mancanza di pane e di viveri, il bestiame requisito e macellato per sfamare la guarnigione, in una parola, carestia, e poi malattie, infezioni e febbri pestilenziali: questi sono i frutti che la popolazione volpianese ha avuto dal lungo assedio. Durante e dopo l’atterramento di tutte le fortificazioni, vennero distrutte anche molte case di civile abitazione e vari corpi di fabbrica rustici.

La caduta di Volpiano fu la tomba della fama militare del Duca d’Alba, il quale il 26 settembre lasciava Pontestura e ripiegava su Valenza, mentre i francesi il 3 ottobre occupavano, senza incontrare resistenza, Trino e Moncalvo.

Da Valenza il Duca d’Alba, agli inizi di ottobre, faceva ritorno a Milano, con quel che era rimasto della sua armata, per cui, non senza ragione, possiamo sostenere che “l’esito dell’impresa di quel grande esercito, che pareva bastare di cacciar li Francesi d’Italia, fu di partire con molta confusione, che pareva più tosto fuga, che ritirata” (G. Cambiano di Ruffia).

L’anno successivo, dopo l’abdicazione di Carlo V, il nuovo Re di Spagna Filippo II s’incontrò con il Re di Francia Enrico II e, il 5 febbraio 1556, ambedue firmarono la tregua di Vaucelles, in cui i due eserciti congelavano le rispettive posizioni, sostanzialmente vanificando i vantaggi derivanti ai francesi dalla presa di Volpiano.

L’anno seguente ripresero le ostilità e la guerra si spostò in Belgio e nei Paesi Bassi Spagnoli.

Il 10 agosto 1557, l’esercito ispano-imperiale di Filippo II, al comando di Emanuele Filiberto di Savoia, governatore dei Paesi Bassi e luogotenente generale imperiale, inflisse ai francesi sul campo di San Quintino, nelle Fiandre, una dura sconfitta che cambiò le sorti della politica europea.

Iniziarono i colloqui, tra tutte le grandi potenze europee, per arrivare ad una pace duratura e stabile che fu ufficialmente dichiarata e sottoscritta il 3 aprile 1559 a Cateau-Cambrésis.

Con questo trattato si conclusero le lunghe ed estenuanti guerre tra la monarchia francese e il Sacro Romano Impero, fu anche la fine delle grandi guerre d’Italia del XVI secolo.

Per quanto ci interessa, con il trattato di Cateau-Cambrésis si stabiliva il ritorno della Savoia e dei territori del Piemonte al Duca Emanuele Filiberto, escluse le piazzeforti di Torino, Chieri, Pinerolo, Chivasso e Villanova d’Asti, che i francesi si impegnavano a restituire (come hanno restituito) entro i tre anni successivi.

Iniziava da parte di Emanuele Filiberto la paziente opera di ricomposizione e ricostruzione dello Stato sabaudo. Trasferì la capitale da Chambery a Torino, diede una impronta più italiana allo Stato, introducendo la lingua italiana nei documenti ufficiali in sostituzione del francese e del latino, mise le basi per la creazione di uno Stato veramente moderno.

Il trattato di Cateau-Cambrésis prevedeva, per quel che riguarda la nostra storia, il passaggio di Volpiano al Ducato del Monferrato, diventato nel frattempo appannaggio dei Gonzaga Duchi di Mantova, in una situazione politica e militare del tutto mutata. Gran parte della sua importanza, come abbiamo visto, era dovuta alla supremazia strategica determinata dalla fortezza. Ricostruirla appariva non soltanto dispendioso e complesso, ma inutile, essendo venuto meno, da parte della corte ducale di Mantova, l’interesse verso un Monferrato sempre più ostaggio delle grandi potenze.

Anche Emanuele Filiberto di Savoia aveva mire espansionistiche su Volpiano, vantando antichi diritti, ma la situazione era bloccata dal fatto che il Monferrato gonzaghesco era di vitale interesse politico-militare soprattutto per la Spagna.

Soltanto nel 1631, con il trattato di Cherasco, firmato il 6 aprile, al termine della lunga guerra per la successione dei Ducati di Mantova e del Monferrato, nell’ambito della spartizione del Monferrato stesso, Volpiano passerà definitivamente, con Vittorio Amedeo I, sotto il dominio di Casa Savoia.

Intanto Volpiano, dopo i tragici fatti del 1555 e perduta ormai ogni importanza strategico-militare, si era trasformato in un pacifico insediamento rurale, la cui popolazione, dopo le lunghe sofferenze delle guerre passate, poteva dedicarsi prevalentemente all’agricoltura (coltivazione dei campi, allevamento del bestiame) e a quelle piccole attività artigianali e commerciali ad essa collegate.

Le rovine del castello e della fortezza erano diventate, quasi come per quelle della Roma antica, la cava di mattoni e di pietre cui attingere materiali da costruzione per edifici civili e religiosi, pubblici e privati. La disponibilità di questi materiali si protrasse nel tempo per quasi quattro secoli e più, se ancora oggi (XXI secolo) non c’è casa, nel centro storico di Volpiano, che non abbia, cementati tra le sue mura, mattoni e pietre testimoni della Storia.

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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE


Guido Amoretti IL DUCATO DI SAVOIA DAL 1559 AL 1713

TOMO I

Daniela Piazza Editore – Torino 1984

 

Giuseppe Caciagli CIVILTA’ – ECONOMIA – TECNICA

VOL. IV

Fratelli Fabbri Editori – Milano 1966

 

Francesco Maccone VOLPIANO – DAL MEDIOEVO A OGGI

Maccone Tipografia – Volpiano 1970


Claudio Anselmo AGGUATI E ASSEDI – IL CASTELLO DI

VOLPIANO TRA PIEMONTE ED EUROPA

Blu Edizioni – Torino 2005


Francesco Cognasso STORIA DI TORINO

Giunti Martello Editore – Firenze 1978


Istituto della Enciclopedia Italiana DIZIONARIO BIOGRAFICO TRECCANI


Volpiano, dodici ottobre duemiladiciassette.



CRONACHE DEL XVI SECOLO

VOLPIANO TRA MEDIOEVO ED ETA’ MODERNA

L’ASSEDIO DEL CASTELLO NELL’ANNO 1555

(di  FRANCESCO  VIOLA)

APPENDICE  (POST-SCRIPTUM )

A conclusione della ricerca storica sull’assedio di Volpiano del 1555 e alla luce di più recenti informazioni acquisite in occasione della ricerca stessa, mi accingo a scrivere questa breve nota integrativa di quanto a suo tempo esplicato nella mia dissertazione.

 

Abbiamo visto come il “Tercio Viejo de Lombardia” avesse un organico di circa 2.200 “hombres de armas” suddivisi in 10 “capitanìas” (o compagnie), sei di “piqueros” e quattro di “arcabuceros”, di circa 220 uomini cadauna.

L’organico dei “Tercios” però poteva anche contare fino a 3.000 uomini, e pertanto, in tal caso, le compagnie erano formate da circa 300 soldati. In taluni casi, soprattutto nelle Fiandre, i “Tercios” erano suddivisi in 12 compagnie di circa 250 armati cadauna, per un totale di 3.000 uomini.

Ogni compagnia ( o “capitanìa”) era comandata da un “capitàn” (capitano), che doveva sempre essere di nazionalità spagnola e responsabile della compagnia nei confronti del Re.

Il “capitàn” aveva come subalterni altri ufficiali. Un “alférez” (alfiere o luogotenente), che era incaricato di innalzare e difendere la bandiera della compagnia nei combattimenti, un “sargento” (sergente), la cui funzione era quella di mantenere l’ordine e la disciplina tra i soldati della compagnia, e 10 “cabos de escuadras” (caporali), veterani che comandavano, ognuno, una squadra di 22/30 uomini della compagnia.

Oltre agli ufficiali, ogni compagnia aveva un certo numero di ausiliari, ufficiali di intendenza e di  fureria (“furrieles”), cappellani (“capellanes”), musicisti (“tambores y pifanos”, tamburi e pifferi), medici chirurghi e barbieri (“curanderos y barberos”).

Ogni gruppo di quattro compagnie formava una “coronelìa”, sotto l’autorità ed il comando di un “coronel” (colonnello).

Il comandante supremo del “Tercio” era il “Maestre de Campo” (Mastro di Campo, comandante luogotenente generale), nominato direttamente dall’Autorità Reale. Il suo potere era rappresentato da una guardia del corpo personale formata da 8 “alabarderos” (alabardieri).

Mastri di Campo molto famosi furono Sancho de Londoño, Juan del Aguila, Sancho Dàvila, Juliàn Romero, Lope de Figueroa, Rodrigo Lòpez de Quiroga, Alvaro de Sandez e Manuel de Luna.

Il “Maestre de Campo” e i suoi “coroneles” costituivano lo Stato Maggiore (”Estado Mayor”) del “Tercio”. Essi erano di solito coadiuvati nel comando da un “Sargento Mayor” (sergente maggiore) e da alcuni “Ayudantes de campo” (ufficiali aiutanti di campo), mentre i servizi ausiliari erano di solito espletati da un “Furriel mayor”, e quelli religiosi da un “Capelàn mayor”.

I “Tercios” furono caratterizzati, fin dalla loro fondazione, dalla tipica bandiera riportante la “Aspa de Borgoña” o Croce di Borgogna. Si tratta della rappresentazione araldica della “Cruz de San Andrés” (Croce di Sant’Andrea) in cui i tronchi che formano la croce stessa appaiono con i loro nodi nei punti in cui sono stati tagliati i rami.

La “Aspa de Borgoña”, di colore rosso in campo bianco, fu utilizzata fin dal 1506 da Filippo I d’Asburgo, detto “il Bello”, erede del Ducato di Borgogna e Re consorte di Castiglia e Leòn, in quanto marito di Giovanna I di Castiglia e d’Aragona (Juana “la Loca”), come stendardo simbolo  della “Monarquia hispànica”.

Suo figlio ed erede, Carlo V d’Asburgo, Imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Germania, Re di Spagna (come Carlo I), Duca di Borgogna (come Carlo II), adottò espressamente tale insegna come bandiera ufficiale del Regno di Spagna e del suo Impero coloniale.

La ”Aspa de Borgoña”, rossa in campo bianco, sventolò come insegna imperiale, per la prima volta, in occasione della battaglia di Pavia nel 1525. Da allora è rimasta ed è ancora in uso ai nostri giorni come bandiera di guerra delle Forze Armate spagnole, Esercito, Marina ed Aviazione.

Per quanto riguarda le bandiere utilizzate dai “Tercios”, la “Aspa de Borgoña”, sempre di colore “rojo” (rosso) o “morado” (rosso-bordeaux), viene posta su campi (o sfondi) dai colori diversi, propri della “compañia” di appartenenza, con l’eventuale aggiunta di elementi araldici o decorativi riferiti all’ufficiale comandante.

Nel caso del “Tercio Viejo de Lombardia” la bandiera riporta la “Aspa de Borgoña” di colore rosso-bordeaux (“morado”) posta in campo giallo (“amarillo”) e viene innalzata dagli “alféreces” (alfieri) in coppia con la bandiera del Ducato di Milano (in campo giallo, inquartata, nel primo e nel quarto con aquila imperiale di nero, nel secondo e nel terzo con biscione visconteo d’azzurro, caricata di croce piana, del comune di Milano, di rosso).

Abbiamo visto come i componenti dei “Tercios” fossero volontari professionisti reclutati nel loro territorio di origine e ad esso legati da rapporti di sangue, familiarità e provenienza. Per questi motivi, oltre a quelli della garanzia di un “contratto” che assicurava loro sicuri guadagni e un’ottima formazione professionale, potevano accettare volentieri anche una ferma di venti o venticinque anni con buone prospettive di carriera, in qualità di “veteranos”, cioè vecchi soldati fedeli alla bandiera imperiale. Dalla territorialità del loro arruolamento derivava anche la denominazione del “Tercio” di appartenenza. Pertanto i “Tercios Viejos” di Lombardia, di Napoli e di Sicilia, a parte i loro comandanti superiori, erano formati, quasi per la totalità, da lombardi, napoletani, siciliani e altri italiani in genere.

Sappiamo infatti che Cesare Maggi, Mastro di Campo napoletano, aveva ai suoi ordini quasi esclusivamente reparti composti da italiani. L’esercito del Duca d’Alba nelle Fiandre era composto, nella sua totalità, da reparti spagnoli, tedeschi, italiani e valloni, in percentuali quasi equivalenti, senza che alcuna nazionalità prevalesse sulle altre.

In effetti gli eserciti imperiali erano caratterizzati dalla presenza di uomini armati delle più diverse nazionalità, i cui reparti marciavano e combattevano fianco a fianco, esprimendo una solidarietà con uno spirito e una mentalità internazionale ed europea che forse noi, nel nostro XXI secolo, chiusi nei nostri egoistici nazionalismi e razzismi, abbiamo da tempo dimenticato.

L’Impero realizzava quel sogno di universalità a cui gli uomini della nostra Europa occidentale, da Alessandro Magno in poi, avevano da sempre anelato, ancor prima di conoscere gli aspetti negativi dei nazionalismi. Ma certamente i tempi non erano maturi, come è stato dimostrato dai fatti e dalla Storia, se all’universalità non era possibile coniugare la democrazia e la pacifica convivenza tra i popoli. La Storia è maestra di vita, ma è una cattiva maestra, perché non è in grado di far capire agli uomini quali sono i loro ripetuti errori, affinchè, ponendovi rimedio, possano evitarli in futuro.

Ma questo è un altro argomento!... Torniamo a Volpiano…

La presenza ventennale di una guarnigione ispano-imperiale nel nostro paese, con il conseguente andirivieni di truppe spagnole o provenienti dagli Stati italiani soggetti alla Spagna, ha senz’altro lasciato delle tracce nella toponomastica e nei cognomi delle famiglie “storiche” di Volpiano.

Purtroppo la eventuale preziosa documentazione dell’epoca, compreso il testo originale degli Statuti comunali risalenti al 1518, sembra sia andata completamente distrutta a causa di un grave incendio avvenuto verso la fine del XVII secolo. Nell’Archivio Comunale si conservano attualmente soltanto un Registro Catastale del 1692 e una mappa topografica eseguita nel 1806 all’epoca dell’annessione del Piemonte all’Impero Francese di Napoleone Bonaparte.

Il Registro Catastale è costituito da un magnifico volume manoscritto di circa 500 pagine, redatto nell’anno 1692 dal Notaio Bordicio di Torino, in qualità di commissario del governo ducale per il rinnovo e il riordino del catasto dello Stato Sabaudo (la cui prima redazione risale al 1561 per disposizione di Emanuele Filiberto).

Nel suddetto Registro sono indicati tutti i capi famiglia che possedevano beni immobili sul territorio di Volpiano. Tutti i cognomi hanno le loro iniziali adorne di bellissimi fregi e di figure allegoriche, dipinti in modo artistico. Molte famiglie nominate in tale Registro sono tuttora esistenti, anche se i loro nomi, in alcuni casi, si sono modificati nel corso degli anni.

Vi si trovano cognomi, tuttora esistenti, di origine sicuramente spagnola, come Goia (da Goya), Borge o Borcha (da Borjes o Borja), Carrera (da Carreras), Teyza, o come Amattey (attualmente Amateis) che sarebbe probabilmente originario delle Fiandre.

Assai diffuso in Volpiano è il cognome Viola, che non trova molti altri riscontri in Piemonte, quanto in Lombardia (proprio nel “Milanesado”, il Ducato di Milano o “Reino de Lombardia”), a Napoli e in Sicilia. Viola è anche molto diffuso in Spagna (soprattutto in Catalogna, Aragona e Valencia), anche nella sua forma grafica più arcaica, Violla (un antenato della nostra famiglia si firmava ancora così agli inizi del XX secolo, e tra i firmatari del “Catasto Rabbini” del 1864 compare un certo Violla Antonio Rocco, assessore municipale).

La mappa topografica francese del 1806 (corrispondente alla successiva planimetria del già citato “Catasto Rabbini” datato 4 maggio 1864 e depositato presso l’Archivio di Stato di Torino), oltre che evidenziare la perfetta ed immutata coincidenza del tessuto urbano dei secoli passati con quello attuale del centro storico (o “ricetto”) entro il perimetro delle antiche mura (distrutte nel 1555) e del fossato, riporta anche la denominazione storica delle strade e delle piazze (ribadita pure dal citato  “Catasto Rabbini”), così come da sempre erano conosciute dai nostri nonni.

Possiamo in tal modo rilevare almeno una traccia, forse presunta, della passata presenza del “Tercio Viejo de Lombardia” in Volpiano, nell’antico nome dell’attuale via Carlo Alberto che risultava essere  “Graffignana” in italiano, o “Grafignana” in piemontese.

In Lombardia, e precisamente in provincia di Lodi, esiste un piccolo comune di circa 2.600 abitanti, sulle rive del fiume Lambro, che si chiama Graffignana (o Grafignana, in dialetto lodigiano) e che, nel corso del XVI secolo, avrebbe fornito diverse “escuadras” di soldati ai “Tercios” spagnoli. Si trattava di contadini che si arruolavano, attratti dal facile, sebbene rischioso, guadagno, per fuggire dall’atavica fame e dalla miseria.

Le mie sono tutte supposizioni, ovviamente, in quanto la documentazione storica sull’argomento è alquanto scarsa, o manca del tutto. Se ci fosse la possibilità di trovare ulteriori documenti, sarebbe interessante ricercare l’origine dei cognomi dei Volpianesi e penso che, dai risultati di questi studi, potremmo avere delle interessanti rivelazioni.

Prima di concludere vorrei ancora raccontare un curioso aneddoto.

In occasione di una mia visita, alcuni anni fa, all’Archivio di Stato di Torino ho potuto vedere, in una teca, la copia originale del Trattato di Pace di Cateau-Cambrésis del 1559 con tutti i crismi della legalità, i bolli in ceralacca e le firme autografe di tutti i Potenti d’Europa: Filippo II di Spagna, Enrico II di Francia, Ferdinando I d’Asburgo, Sacro Romano Imperatore, e tutti gli altri Sovrani del vecchio continente.

Nella stessa teca, accanto all’aulico Trattato, si poteva vedere un foglietto di carta ingiallito, scritto a mano con una calligrafia alquanto incerta, che riportava una data, 10 agosto 1557, e una firma, Emanuele Filiberto. Era la nota per la lavandaia che il “Maestre de Campo don Manuel Filiberto de Saboya” (come veniva chiamato dagli Spagnoli) aveva stilato personalmente, la mattina di buon’ora, si presume, prima della battaglia di san Quintino, indicando, con cura meticolosa, la quantità e la qualità della biancheria intima (camice, calzini, mutande e altro) che inviava alla suddetta per il bucato della giornata.

 

Forse anche i Grandi Uomini della Storia hanno un loro aspetto molto meno aulico, ma più umile e semplice, legato alla quotidianità della vita, come è per tutti noi comuni mortali…

Mi vengono in mente, al riguardo, alcuni versi di Guido Gozzano:

“In questo mondo strano

fra tante cose strambe

un coso con due gambe

detto guidogozzano!”

Penso che gli stessi versi, “mutatis mutandis”, possano essere applicati sia a noi, comuni mortali, che ai Grandi della Storia.

 

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Volpiano, dodici ottobre duemiladiciassette.