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Rina Gambini - L'albero di Cracovia
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14 luglio 2017

 

Rina Gambini

 

L’ALBERO DI CRACOVIA

Parigi, prima metà del ‘700. Nei giardini di Palais-Royal si trovava un albero frondoso, sotto il quale, durante il giorno, si incontravano persone di varie estrazioni sociali. L’albero era detto “di Cracovia”, ma nulla a che vedere con la città polacca: esplicito era invece il riferimento al verbo craquer, che significa riportare storie di dubbia veridicità.

Diventa facile capire che coloro che si davano appuntamento in quel luogo erano personaggi particolari, comunemente soprannominati nouvellistes de bouche, che si potrebbe rendere in italiano come “scrittori di bocca”, sparlatori pettegoli che mettevano in circolazione le notizie provenienti dalla corte, dai salotti e dai servitori. Una specie di gazzettini umani, che diffondevano notizie riprese e veicolate poi dai canards, i volantini distribuiti per tutta la città.

A bazzicare intorno all’albero di Cracovia non erano soltanto i popolani e gli sfaccendati, che vi trovavano un passatempo piacevole, ma anche personaggi illustri e diplomatici, spesso stranieri, che talvolta si servivano di agenti che si intrattenevano nei pressi dell’albero per raccogliere notizie di prima mano.

I giardini di Palais-Royal non erano certo l’unico luogo in cui circolassero le voci pubbliche, o bruits publics, per restare nella terminologia parigina: vi erano punti di ritrovo anche ai Giardini del Lussemburgo, e, più in generale, bastava gironzolare per le vie della città e porgere orecchie attente alle voci per conoscere ciò che le gazzette ufficiali, sottoposte a censura, non avrebbero mai divulgato.

Ci si chiede da dove provenissero tutte queste notizie inedite e la risposta è semplice: dai salotti del bel mondo parigino.

Fin dal XVII secolo era invalso l’uso, da parte di dame altolocate, di riunire nel proprio salotto artisti, filosofi, musicisti, letterati, per scambiarsi idee, curiosità e opinioni, nonché per godere del privilegio di essere al centro dell’attenzione dei propri ospiti, specialmente di quelli di sesso maschile. Il fenomeno fu di grande importanza socio-culturale, in quanto diede spazio a idee nuove, come quelle dell’Illuminismo, e offrì alle donne l’opportunità di ritagliarsi un ruolo sociale fino ad allora impensabile.

Prima tra queste salonnières, che amavano farsi chiamare “preziose”, fu la marchesa Catherine de Vivonne de Rambouillet, che riceveva i suoi ospiti nella chambre bleue, un camera da letto riadattata a salotto totalmente di colore azzurro, nella quale ricevette centinaia di ospiti illustri. Sul suo esempio si scatenarono le rivalità salottiere e aprirono le porte delle loro stanze la marchesa de Sablé, madame de Maintenon, Anne Marie Louise d’Orléans, detta la Grande Mademoiselle.

Sarà nel XVIII secolo che nei salotti troveranno posto le discussioni politiche e religiose, ma soprattutto le serate si potranno avvalere di una organizzazione veramente speciale.

Per esempio, nel salotto di Marie Anne Doublet venivano consegnati agli ospiti, in genere una trentina, due registri: uno conteneva notizie attendibili, l’altro chiacchiere di strada, il tutto frutto della raccolta fatta da un servitore, naturalmente preparato allo scopo, che ogni mattina bussava alle porte delle case influenti e domandava, probabilmente ai servitori che avevano ascoltato i discorsi dei padroni, quali fossero le ultime novità; poi le trascriveva su una sorta di notiziario che veniva consegnato ai salottieri. Addirittura un domestico della contessa d’Argental aveva messo in piedi un servizio di copiatura delle conversazioni che rivendeva poi come nouvelles à la main.

Questi notiziari manoscritti in realtà non erano nati in Francia, bensì addirittura in periodo rinascimentale a Venezia e in Inghilterra, dove si chiamavano (che combinazione!) newsletter; bisogna però riconoscere che fu nella Francia del Seicento che questo tipo di comunicazione trovò la sua consacrazione ufficiale. Se inizialmente le nouvelles à la main si occupavano dei pettegolezzi di corte, col passar del tempo affrontarono temi più delicati ed ebbero vasta diffusione essendo trascritti in centinaia di copie. Anonimi e clandestini, in quanto proibiti da numerose leggi, rimasero anche dopo la nascita dei giornali stampati e continuarono a conservare intatta fortuna.

È facile immaginare che tra i più colpiti dal pettegolezzo fossero i componenti della corte, in primis il re, del quale le canzoni e le chiacchiere mettevano in ridicolo il carattere, l’aspetto fisico e le notizie piccanti relative alle sue amanti. Per esempio circolava una canzonetta che prendeva in giro madame de Pompadour, amante di Luigi XV, che diceva “Iris, tu incanti i nostri cuori; semini fiori sulla nostra via. Ma sono fiori bianchi”, in cui i fiori bianchi sono una evidente allusione ad una malattia venerea. Di un’altra amante del re, la contessa Du Barry, si raccontava che avesse urlato al re: “La France! Ton café fout le camp”, cioè “Francia! Il tuo caffè se ne va”. Questo aneddoto, che voleva dimostrare che il re era un debole che si faceva maltrattare da donne volgari, va spiegato col fatto che chiamare una persona col nome del suo paese era offensivo e l’espressione finale era cafona, rasentando l’oscenità.

 

Il percorso dei pettegolezzi era lungo e tortuoso: quasi sempre nasceva a corte come maldicenza (mauvais propos), diventava voce pubblica passando di bocca in bocca e veniva amplificato dei locali pubblici, come i nascenti caffè. I salotti accoglievano il pettegolezzo e lo verificavano, poi lo rilanciavano in strada per farlo tornare da dove era venuto, cioè a corte. Naturalmente, i sistemi di diffusione erano diversi da luogo a luogo: se nei salotti trionfava la conversazione, nei locali pubblici si distribuivano foglietti manoscritti o si recitavano poesie burlesche imparate a memoria, e nei boulevards si cantavano canzoni le cui parole, vertenti sui fatti del giorno, venivano adattate alle arie popolari.

Curioso è questo aneddoto: nell’estate del 1749 per le strade di Parigi spopolava una canzone in cui il re Luigi XV era un monstre dont la noire furie, un mostro dalla nera furia. Il re ordinò un’inchiesta che portò all’arresto di uno studente in medicina trovato in possesso del testo, il quale dichiarò di averlo avuto da un prete. Costui, interrogato, disse che a darglielo era stato un altro prete, che ne accusò ancora un altro, il quale rimandò ad uno studente in legge, che affermò di averlo avuto da uno scrivano di notaio, che tirò in ballo uno studente di filosofia… Insomma, vennero arrestate 14 persone senza che la filiera si interrompesse. Fu la polizia, ormai certa dello smacco subito, a chiudere le indagini senza che il primo colpevole fosse scovato.

Le cronache del tempo citano questo episodio col nome di “Affare dei 14”. Per noi è l’esempio di come una canzonetta o una diceria si propagasse nella Parigi sei-settecentesca.