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Giuseppe Benelli - Voltaire innamorato
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14 luglio 2017

 

Giuseppe Benelli

Voltaire innamorato

Le donne amate dal filosofo dei Lumi

Dicono i francesi che «con l’amore non si scherza». Il demone dell’amore, infatti, è causa di tormenti e, come afferma un aforisma di Voltaire, «l’amore è di tutte le passioni la più forte perché aggredisce insieme la testa, il cuore e il corpo». Ma l’amore è anche il più grande ispiratore di poeti e scrittori. Nella Francia del Settecento, la sempre più attiva fabbrica dei libri sfornava ogni giorno opere semiclandestine in cui le idee e il sesso erano strettamente intrecciati. Accanto alle opere ufficialmente proibite, attraverso i canali del commercio librario clandestino potevano circolare anche i libri erotici, purché venissero formalmente classificati come «livres philosophiques». Del resto, lo stesso Voltaire amava dire con accostamento sconveniente: «le idee sono le mie puttane».

Nessuno scrittore possedeva come Voltaire l’arte di pia­cere alla gente di mondo. L’adulazione delicata, la schermaglia galante e l’arte della battuta volevano sedurre e conquistare. Amante dei piaceri e del lusso, Voltaire pensava che la cultura ornasse di una dimensione più alta e anche più sensuale la bellezza femminile. Per le donne libertine e colte, capaci di acquisire un prestigio sociale, Voltaire aveva un debole. In particolare aveva la consapevolezza che «è una superstizione della mente umana l’aver immaginato che la verginità possa essere una virtù». «Le donne sono capaci di tutto ciò che noi facciamo - scriveva - e la sola differenza tra loro e noi è che loro sono più amabili». Nelle sue tragedie e nei suoi racconti le donne hanno avventure grottesche e subiscono violenze, ma si battono in modo eroico e prediligono la giustizia e la ragione.

Nel 1732 Voltaire s’innamorava di Gabrielle Emilie la Tonnellier de Breteuil du Chatelet, nota ai posteri come la marchesa di Châtelet, moglie di un marchese comandante delle truppe reali che stava più sui campi di battaglia che vicino alla colta consorte. La marchesa rappresentava per Voltaire un ideale filosofico valido per tutte le donne, dove «è lo spirito che dona grazia a una donna». Compagna e musa del filosofo francese per 15 anni, versata nelle scienze e nelle lettere, eroina di intrighi politici e mondani, la marchesa fu tra i protagonisti della rivoluzione illuminista. Quasi trecento anni fa sosteneva: «Vorrei che le donne partecipassero di tutti i diritti umani, e soprattutto quelli della mente. Sembrerebbe che esse siano nate solo per civettare, poiché questo è il solo esercizio intellettuale loro concesso. La nuova educazione sarebbe di grande beneficio per la razza umana. Le donne sarebbero più interessanti e gli uomini avrebbero in cambio una nuova fonte di emulazione».

Nata a Parigi nel 1706, figlia del noto barone di Breteuil, maestro di cerimonie a corte, Emilie dimostrò fino dall’infanzia intelligenza ed energia senza pari, studiando in casa («Se fossi il re - protestò - fonderei una università femminile») e praticando l’equitazione e sport maschili. Damigella d’onore della regina, si sposò a 19 anni col marchese di Châtelet, a cui diede tre figli, ed ebbe numerosi amanti, dal duca di Richelieu al matematico Mopertuis. L’incontro con Voltaire cambiò la sua vita. A dire il vero si conoscevano da tempo e Voltaire l’aveva addirittura tenuta in braccio da bambina. Quando si incontrarono ad un ricevimento (lui aveva trentanove anni, lei ventisette), la marchesa non poté fare a meno di notare quell’uomo magro, elegante e distinto, dagli occhi penetranti e la bocca espressiva.

Il putiferio che era scoppiato dalla pubblicazione delle Lettere filosofiche costrinse Voltaire a riparare con Emilie nel catello di Cirey, per evitare l’ennesimo ritorno alla Bastiglia. Scritte dopo un triennale soggiorno in Inghilterra (1726-28), dove si era rifugiato dopo la bastonatura inflittagli dai bravi del duca di Rohan, le Lettere filosofiche o Lettere inglesi (1733-34) rappresentavano uno straordinario «reportage» sulla cultura, le istituzioni, la civiltà dell’isola. Voltaire si compiaceva di sottolineare che «un qualsiasi inglese, da uomo libero, va in cielo per la strada che sceglie da sé». È la pluralità delle confessioni che ha migliorato la coesistenza civile: «Se ci fosse in Inghilterra una sola religione, si dovrebbe temere il dispotismo; se ve ne fossero due, si taglierebbero la gola; ma ve ne è una trentina, vivono in pace e felicemente». L’isolamento cementa la presunzione di essere i soli possessori della verità, mentre il contatto con altre forme di vita e la conoscenza scientifica instillano il senso della relatività di religioni e ideologie. Allo stesso modo Voltaire, affascinato sia dalla scienza di Isaac Newton che dalla filosofia di John Locke, contrapponeva la tradizione empirista inglese e la nuova scienza al cartesianesimo continentale. Nonostante l’immediata condanna del Parlamento di Parigi, le Lettere filosofiche ebbero un’immensa fortuna,.

Per sottrarlo all’ira del sovrano, Madame du Châtelet lo trascinò a Cirey con il consenso del marito. Qui, innamorati e insieme studieranno fisica, partecipando ad un concorso indetto dalla Accademia delle Scienze. Emilie è stata la prima donna ad esser pubblicata da un’istituzione rigidamente maschile. Alla fisica newtoniana e al confronto con Cartesio Voltaire aveva dedicato quattro delle Lettere filosofiche (XIV-XVII). Nel 1737 la marchesa pubblicava Elementi della filosofia di Newton, scritto in collaborazione con Voltaire. Dopo aver affermato al mondo il diritto di essere considerata una studiosa, Emilie iniziava a tradurre dal latino la principale opera di Newton, i Principia Mathematica, dove la traduzione diventava analisi, commento ed anche critica. Emilie denunciava le approssimazioni di alcuni calcoli di Newton ed enunciava un’ipotesi sull’inclinazione della Terra che sarà confermata da Laplace solo molti anni dopo. Non è vero, dunque, che solo il sodalizio con Voltaire – come notava con malizia Madame du Deffand – impedì al suo nome di sprofondare nell’oblio dei secoli e nel pozzo della memoria.

Il marito, il marchese Florent-Claude du Châtelet, che Voltaire chiamava «le bonhomme», accettò serenamente la presenza dell’amante (peraltro, precedentemente aveva fatto lo stesso con il signor de Guèbriant ed il duca de Richelieu), ed anzi si gloriava della sua illustre fama.          Il ménage a trois fu «uno sfrontato atto di sfida della marchesa alle convenzioni e alle frivolezze dell’alta società». Del resto un aforisma di Voltaire sosteneva: «Temo che il matrimonio sia uno dei sette peccati capitali anziché uno dei sette sacramenti». Voltaire contribuiva al benessere della famiglia restaurando a proprie spese la dimora di Cirey e prestando di tanto in tanto denaro. Ricchissimo, pagò ogni lusso alla marchesa, comprese le stravaganti perdite al gioco. A sera, poi, inauguravano continue feste, dove Voltaire leggeva gli ultimi componimenti, distribuiva le parti, organizzava la scena e allietava gli ospiti con messe in scena e divertimenti. La marchesa di Châtelet, tanto audace da travestirsi da uomo per entrare in un caffè vietato alle donne, non era inferiore al compagno, che nei momenti di irritazione la apostrofava come «Madame Newton Pompom» e in pubblico litigava con lei in inglese per non farsi capire dai presenti. Ma nel castello traboccante di 21 mila libri, Voltaire avvertiva che la sua amante e ispiratrice gli era necessaria fisicamente e mentalmente. Nel verso conclusivo del Mondain (1736), «il paradiso terrestre è dove sono», Vol­taire annunciava un’arte del vivere a cui sa­rebbe rimasto fedele sino alla morte. Convinto che «la grande preoccupazione e la sola che si debba avere è di vivere felici», lo scrittore si mostrava deciso a cogliere, volta per volta, le occasioni di piacere della vita mondana o della solitudine studiosa.

Con Emilie la passione fu totale: «Io non ho vissuto che da quando la tua anima mi ha penetrato della sua divina fiamma». Non che il filosofo non avesse conosciuto l’amore prima di Emilie. Voltaire aveva dato scandalo per la relazione con una giovane ugonotta, Catherine Olympe Dunoyer, che aveva incontrato all’Aia. Impegnato come segretario dell’ambasciatore francese, si innamorò di Olympe contro la volontà della famiglia di lei. La loro relazione suscitò immediatamente scandalo e in una lettera le scrive: «Sono qui prigioniero in nome del re; potranno prendere la mia vita, ma non l’amore che provo per voi. Sì mia adorabile amante, stanotte vi vedrò, seppure dovessi mettere il mio capo sul ceppo. Per l’amor di Dio, non scrivetemi parole così disastrose; dovete vivere e stare attenta; guardatevi da vostra madre come dal vostro peggior nemico. Che dire? Attenta a tutti; non fidatevi di nessuno, tenetevi pronta, non appena la luna sarà visibile lascerò l’Hotel in incognito, prenderò una carrozza o un chaise, e andremo come il vento a Scheveningen. Porterò con me carta e inchiostro; scriveremo le nostre lettere. Se mi amate, state tranquilla; e raccogliete tutta la vostra forza e chiamate in soccorso tutta la vostra presenza di spirito; fate in modo che vostra madre non si accorga di niente, cercate di prendere le vostre immagini e state certa che la minaccia delle più atroci torture non m’impedirà di servirvi. No, niente ha il potere di separarmi da voi; il nostro amore si fonda sulla virtù, e durerà finché vivremo». Costretto dalla famiglia Dunoyer, Voltaire se ne dovette ritornare frettolosamente in patria per non essere arrestato. Anche se in Francia l’aspettava la Bastiglia, dove nel 1716 venne incarcerato per undici mesi a causa dei suoi scritti «sovversivi». Tra il 1713 e il 1748 Voltaire aveva avuto almeno otto amanti, tra cui l’attrice più fascinosa del tempo, Adriana Lecouvreur, ammirata per le leggendarie interpretazioni che seppe offrire dei testi di Racine. Quando morì nel 1730 i sacerdoti rifiutarono all’attrice la sepoltura in chiesa perché aveva calcato le scene, Voltaire insorse con odio contro i preti: «Privano di sepoltura colei che in Grecia avrebbe avuto in suo onore degli altari».

Anche se la marchesa di Châtelet non era un modello di fedeltà, l’adorata Emilie era un pozzo di scienza. Quando Voltaire diede alle stampe Alzire, vi premise un’epistola dedicatoria titolata L’Emiliade, in cui scrive: «Occorre che il vostro esempio incoraggi le persone del vostro sesso, nel credere che ci si rende più nobili perfezionando la ragione, e che niente più che lo spirito fa brillare la bellezza in una donna». Tuttavia, pur godendo con lei «di una felicità celestiale», il suo occhio beffardo non le risparmiava qualche frecciata: «Il suo merito è al di sopra della sua età e del suo sesso e del nostro - scriveva all’abate de Sade, zio del famigerato marchese de Sade - (ma) confesso che è tirannica: per farle la corte occorre parlarle di metafisica quando si vorrebbe parlare d’amore». Sempre in uno sfogo all’abate, il filosofo protestò: «Per stare con lei, devo dibattere persino di algebra e geometria, mentre vorrei parlare di sesso». Ma l’ammirazione era così assoluta che nel 1743 scriveva a D’Argental: "Mi raccomando Mada(me) du Châtelet e La morte di Cesare [una tragedia di Voltaire]: sono due grandi uomini».

Nonostante le lacrime di Emilie, Voltaire lasciava la marchesa per andare in Germania, alla corte di Federico II, con cui intratteneva un’intensa corrispondenza da quando questi era ancora principe ereditario. Dopo l’ultimo di questi viaggi, quando tornò dall’amante,  il loro rapporto si era incrinato. La donna manteneva intatto il suo «temperement de feu», mentre Voltaire superava i cinquant’anni e non era più in grado di soddisfarla adeguatamente. Emilie si chiudeva spesso in camera col matematico Clairault, che l’aiutava nei suoi lavori. Un giorno che i due tardavano a pranzo, Voltaire sfondò la porta. Profondamente deluso e umiliato si rifugiò dalla duchessa du Maine – moglie di un figlio illegittimo di Luigi XIV e della signora de Montespan – nella meravigliosa dimora di Sceaux. E qui, mentre le voci lo davano in fuga all’estero, continuò a scrivere per divertire la duchessa racconti filosofici (ZadigMemnonMicromègas, oltre alla tragedia Sèmiramis).

L’anno seguente, insieme ad Emilie, si trasferiva a Luneville, chiamato da Stanislao, ex re di Polonia e duca di Lorena, oltre che padre della regina di Francia Maria Leszcinska. Qui la marchesa di Châtelet, ormai quarantaduenne, trovò l’amore che cercava, dopo il declino della passione con lo scrittore. E se ne dovette accorgere anche Voltaire, inopportunamente capitato di nuovo in una situazione di eloquente intimità, ma sulle prime, fece mostra di accettare l’evoluzione dei fatti. Emilie, infatti,  si era gettata nelle braccia dello scrittore Jean Franois Saint Lambert, più giovane di lei di dieci anni, da cui desiderava un figlio. La scienziata voleva diventare madre a tutti i costi, ma nelle umane vicende del quartetto amoroso piombò però la morte. Un anno dopo, il 10 settembre 1749, la marchesa morì di parto, insieme alla bimba, a 43 anni. Voltaire diventò folle di rabbia. Come aveva potuto preferire la maternità alla scienza? Diede sfogo al dolore descrivendo, sarcastico, la morte dell’amata in una lettera alla baronessa de Lunay: «Lei stava scribacchiando su Newton alla scrivania, secondo la sua lodevole abitudine, dopo le due di mezzanotte, allorché si disse: ma io sento qualcosa... Questo qualcosa era una bambina che venne al mondo più facilmente che non un problema d’algebra».

Il colpo fu durissimo, inaspettato e brutale. Scrive a Federico II: «Ho perduto un amico che avevo da 25 anni, un grand’uomo che aveva il solo difetto di essere donna». E alla nipote Denis: «Non ho perduto un’amante ma la metà di me stesso, l’anima con la quale era fatta la mia anima». Negli stessi giorni in cui singhiozzava e soffriva, urlava al nuovo arrivato: «Voi me l’avete tolta! Che bisogno avevate di farle fare un figlio!». A cinquantacinque anni l’uomo che Goethe definiva «universale fonte di luce», d’un tratto si scoprì solo. Privo di una donna di grande fascino che anticipò il ruolo della donna e offrì un vero e proprio affresco del modo di vivere femminile in quella che, all’epoca, era la nazione più potente d'Europa. E che, di lì a qualche tempo, avrebbe conosciuto gli effetti della Rivoluzione Francese.

Con la morte di Emilie, Voltaire accettava la corte di Federico che continuava a richiederne la presenza. A Francoforte apparve la nipote Marie Luise Denis – figlia della sorella Catherine Mignon – per recargli conforto. Madame Denis, di 18 anni più giovane di Voltaire, sposata con monsieur Denis, alla morte del marito divenne l’amante di Voltaire. Voltaire la riteneva una donna arguta e spiritosa, mentre gli amici la trovavano insipida e chiacchierona. Federico II non voleva che madame Denis accompagnasse Voltaire a Berlino. Voltaire la credeva un’attrice di gran talento, gli amici la trovavano brutta e mediocre. Madame Denis era grassa e contrastava con l’aspetto fisico di suo zio, che era pelle e ossa.

Madame Denis intrattenne con lo zio una storia d’amore rivelata nel 1957 da Theodore Bestermann (che pubblicò le Lettres d’amour de Voltaire à sa nièce). Impreziosite d’ironia, di tenerezza, di apprensione, le lettere tratteggiano un Voltaire affettuoso con la nipote e ambiguo coi potenti. Madame Denis è un confessore e un’amante con cui potersi sfogare. Alcune lettere si rivolgono a lei come se questa fosse un’amica, altre invece riportano il racconto di numerose brighe quotidiane. Una corrispondenza molto intima, dai toni spesso deliziosamente indecenti, a volte estremamente sentimentali, piena di lamentele  e di consigli, specie in merito alle sue opere. Non passano mai due giorni senza che lui non le scriva, in italiano (la lingua dell’amore), che «è ridotto alla disperazione», che la sua vita è «il diario di infermo», che non digerisce più niente, che si sente «vicino alla morte». In quegli anni amore e coliche vanno di pari passo: «la natura mi ha dato un cuore pieno di affetto, ma si è scordata di darmi uno stomaco. Non posso digerire ma posso amarvi». Di questo costante rapporto con la malattia egli dette alla nipote una sorridente definizione: «La sanità ed io abbiamo fatto un eterno divorzio. Volevo venire a voi e vado al letto». E ancora: «sarò felice di avere finalmente la possibilità di incontrarvi, e questo malgrado la colica di cui soffro. Vi amo e vi amerò più che la mia vita stessa».

Le scrive che è contento che anche lei stia male perché così sono «uniti ancora, nel patire de’ dolori colici». «Sono incolerito contro la natura che fa soffrire il vostro gentil’ corpo, ma Le perdono quando mi fa sentire il medesimo male, e mi concede alcuna somiglianza con voi». Parecchie lettere sono scritte, soprattutto quelle legate al desiderio e all’amore, in un italiano sgrammaticato, ingenuo e quasi burocratico, eppure vi si lascia sempre trasparire la sincerità e la passione verso la nipote. E non mancano divertenti, quanto inaspettate, oscenità che alludono a una loro storia sessuale. Come nel settembre 1747: «Sono stato ammalato ad Anet mia carissima, ma spero di ricuperare la mia salute con voi. Subito che ritorni, corsi alla vostra casa, per ripigliar le mie forze. Hoggi vi vedero, hoggi trovero la sola consolazione che possa addolcire l’acerbita mia vita. La natura gratificando mi del più tenero cuore s’è scordata di dar mi uno stomaco. Non posso digerire ma posso amare. Vi amo, vi amo insino alla mia morte. Vi baccio mille volte, mia cara virtuosa. Scrivete l’italiano meglio di me. Meritate dessere aggregata all’accademia di Crusca. Il mio cuore ed il mio cazzo vi fanno i più teneri complimenti. Sta sera la vedero sicuro».

I posteri non hanno amato Madame Denis e, fino al ritrovamento delle lettere d’amore, pochissimi hanno sospettato che col grande zio avesse vissuto un legame amoroso. Con la Châtelet non sembrava reggere il confronto, ma Madame Denis riusciva a offrirgli un nido sicuro e, insieme alle galanterie spinte e quasi indecenti, gli ispirava un desiderio intenso e malinconico di gioventù. Contro la repressione degli impulsi naturali Voltaire proponeva una sessualità libera dalle imposture della religione e della tradizione. Nel 1764 così scriveva nel Dizionario filosofico: «Se vuoi avere un’idea dell’amore, guarda i passeri o i piccioni del tuo giardino, oppure osserva il toro messo vicino alla tua giovenca; guarda il baldanzoso cavallo che due servi conducono dalla cavalla che lo aspetta tranquilla e scosta la coda per riceverlo; guarda come sfavillano i suoi occhi e ascolta i suoi nitriti; osserva bene quei balzi, quelle lievi impennate, quelle orecchie dritte, quella bocca che s’apre con piccole contrazioni, quelle froge che vanno dilatandosi, quel soffio ardente che ne esce, quella criniera che si drizza e ondeggia, quel moto imperioso con cui si slancia sull’oggetto che la sua natura gli ha destinato; però non essere geloso e pensa ai vantaggi della specie umana: essi compensano in amore tutti i vantaggi che la natura offre agli animali: forza, bellezza, leggerezza, rapidità. […] Nessun animale, tranne te, conosce gli amplessi. L’intero tuo corpo è sensibile; specialmente le tue labbra provano una voluttà di cui non ti stancheresti mai, e questo piacere non appartiene che alla tua specie. Infine, per te tutto il tempo dell’anno è buono per l’amore, mentre per gli animali c’è un periodo stabilito. Se rifletti su queste prerogative, dovrai convenire col conte di Rochester: “L’amore, in un paese di atei, farebbe adorare la Divinità”».

Voltaire visse a Ferney, ammirato, corteggiato e riverito. La vita aristocratica del castello associava ai piaceri di una compagnia scelta la libertà di appartarsi per leggere, scrivere, meditare. Visitare questo borgo, a pochi chilometri dalla riva occidentale del lago di Ginevra, nella parte più remota della Francia sud orientale, era il desiderio più grande degli spiriti illuminati. Per la maggior parte dei suoi contemporanei il patriarca di Ferney appariva co­me il simbolo stesso dei Lumi e ne incarnava meglio di chiunque altro la ragione critica, il rifiuto dei dogmi, la fede nel progresso e nella scienza, la certezza di una morale universale, la difesa dei diritti uma­ni, lo spirito di tolleranza. Ma prima di ogni altra cosa, come osserva Julie de Lespinasse, «femme de lettres», «del suo secolo egli aveva, per antonomasia, il tono e il gusto, ne costituiva il diletto, ne era l’ornamento». A Ferney, alla fine della vita, Voltaire aveva creato delle scuole per giovani donne e ne scrisse in Sophronie o l' educazione delle giovani.

L’arguzia e l’ironia di Voltaire, accompagnate dalla passione per la conoscenza e dalla pietà per le debolezze umane, non sono mai separate dal senso del piacere. Del grande astronomo olandese Christiaan Huygens, che «si applicò a osservare Venere e scoprì mademoiselle Ninon Lenclos», amava citare i versi: «Ella ha cinque strumenti di cui sono innamorato:/ i primi due, le sue mani; gli altri due, i suoi occhi./ Per il più bello di tutti, il quinto che rimane,/ bisogna essere focosi e disinvolti».