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Egidio Di Spigna - La leggenda del borgo di Tellaro
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Egidio Di Spigna

LA LEGGENDA DEL BORGO DI TELLARO

Le prime ombre della sera estiva salgono lentamente la collina, si stendono sulle vigne e sugli ulivi, frugano nelle stradine, s’insinuano nell’imminente oscurità dei vicoli e di anguste viuzze, ramificazioni intricate, reticolo di corridoi che si dipartono dalla cosiddetta via centrale e poi, ad essa, inaspettatamente si ricongiungono; altri invece chiudono il loro breve percorso cieco giusto sulla soglia di abitazioni che sembrano case di fate; altri ancora si slargano improvvisamente in loggette o piazzali adornati da verdi arbusti, da gerani e da altre turgide infiorescenze  d’ ogni sorta e colore, rigogliose nella protezione della frescura ombrosa, per nulla disturbate dal salmastro sospeso nell’aria, vieppiù rinvigorito da bianchi spruzzi che si sollevano in gocciole minute ad ogni franger d’onda sulle rocce della scogliera scura, su cui s’appoggiano le case antiche, aggroppate l’una sull’altra come acini d’uva d’un grappolo adagiato lungo il pendìo della collina. L’antico borgo, nell’ora silenziosa della sera, svela un fascino arcano.

Il suo mistero ha colori smorzati, come osservati attraverso un velo rosa. Ha odori mediterranei, profumi di macchia, di resine, di erbe, scesi col vento dai contrafforti dei sovrastanti colli. Ed ha il profumo nobile del lauro e gli aromi selvaggi di rosmarino e timo, che fanno corte al dominante timbro del basilico d’orto. I minuscoli orti ed i giardini, interclusi negli angusti spazi liberi da case, son piccoli terrazzi sorretti da muri di pietre, l’una all’altra accostate secondo un’arte antica. Di tanto in tanto, dai sottili anfratti spunta un ramuscolo ardito, una felce, un’ortica, una gramigna. Un merlo serotino, in abito di gala, fruga e becchetta fra i cespi d’insalata.

A pié del borgo, un metro sopra il mare, trova posto una chiesa, rustica e severa, eretta nel XVI secolo nel nome di San Giorgio. Il campanile annesso fu all’epoca torre di avvistamento, dalla quale si cercava di scrutare l’eventuale (e non infrequente) giungere di pirati dal mare. Da qui dove son io, da una loggetta a mezzo della costa, sembra che il campanile poggi su uno scoglio, anzi a onor del vero si direbbe nasca dal mare. In alto sotto la sommità coronata dalla cupola, scorgo uno squarcio monoforo che incornicia, nella lumìa del cielo, una campana. Chissà se i suoi rintocchi son mai riusciti a salvare il paese, mi domando.

Volgo lo sguardo. Cosa c’è oltre? Quale altro mondo lungo la costa rocciosa, aspra ed ostile, che più in là si perde e si confonde con l’orizzonte  ignoto del Mare di Levante, che, a vederlo da qui puoi pensarlo infinito, se non vi fosse quella piccola barca, unica vela senza colori al vento, che a malapena scorgo in lontananza prendere rotta oltre la scogliera, sopra la cresta bianca della schiuma, poi scomparire dietro l’ orizzonte, dentro il silenzio di opalescente luna. (*) Oltre c’è il nulla, poiché TELLARO è l’ultimo borgo marinaro della costa orientale del golfo di Spezia (non a caso chiamato il Golfo dei Poeti), situato nel comune di Lerici, che si fregia del il riconoscimento di borgo ligure più bello. Partecipa all’annuale disfida remiera fra le borgate del golfo per conquistare l’ambito trofeo, uno stendardo, chiamato “il Palio”, che su un lato porta la scritta “Palio del Golfo” e sotto questa sono raffigurati gli stemmi dei tre comuni (Spezia, Lerici e Portovenere), che insieme alle loro frazioni si affacciano sul golfo. Questo gonfalone rende regina del mare la borgata che mette in acqua l’armo, cioè barca e vogatori, che risulterà vincitore.

Alcuni sentieri pedonali scendono impervi da borghi sovrastanti e la collina è ricca di uliveti e macchia mediterranea.

La storia di Tellaro inizia nel VI° secolo a.c., quando gli etruschi occuparono il territorio e vi fondarono la città di Luni. Successivamente il territorio passerà sotto il dominio di Liguri prima e dei Romani poi. Nel 1152 la lotta fra le repubbliche marinare Pisa e Genova vede il prevalere di quest’ultima, che annette il territorio di Lerici.

Le origini di Tellaro sono collegate al borgo di Barbazzano, completamente abbandonato durante la pestilenza del 1348, favorendo lo sviluppo del nuovo borgo marinaro, abbarbicato ad una scogliera a picco sul mare.

Scendere al mare percorrendo la via grande non è difficile. Arrivo così ai piedi del campanile della chiesa di San Giorgio, e dalla monofora vedo penzolare una fune, il cui capo superiore è annodato al braccio della campana, mentre il capo inferiore oscilla libero fra i sottostanti scogli: trascuratezza di un campanaro sbadato, mi vien da pensare.

Un poco faticosa la risalita fino alla piazza del paese: ma anche questa fatica ha i suoi aspetti positivi, chè, interrompendo di tanto in tanto il passo, si ha modo di fermarsi ad ammirare, fra i vicoli, affascinanti scorci di sapore medievale e, dai muretti di parapetto, panorami incantati incorniciati da cielo e mare.

Poco prima della piazza, casualmente, intravvedo il gonfalone della borgata marinara, che raffigura un polpo che fra i tentacoli tiene incrociati “ad  X” due remi da regata. Mi stupisco non poco, poichè nei gonfaloni delle altre borgate per lo più campeggiano nobili destrieri alati o altre immagini di  fantastiche fiere, evocative di forza, di potenza, di velocità. Non capisco come si possa elevare a simbolo un umile cefalopode, per di più notoriamente alieno alla tenzone e sfuggente al minimo segno di potenziale turbamento.

Eccomi finalmente giunto alla piazza, cuore del borgo. Piccoli ristoranti, bar all’aperto e pubblici esercizi, per fortuna alieni dal consueto aspetto turistico cui ci hanno abituati altre località, danno colore al quadro, mentre voci e canzoni rendono vivace e piacevole la sosta ed il ristoro.

Fra i tanti volti che passano innanzi al mio sguardo distratto, ne scorgo uno a me assai noto. Mi avanzo un poco e chiamo: «Beppe, Beppe!»

L’amico Beppe Mecconi si volta e mi viene incontro. La gioia dell’incontro è reciproca e sincera.

Beppe è un affermato artista, poliedrico, coerente nel suo personalissimo stile, capace di pittura e narrativa, e, con la sua capacità, molto si adopera a favore dei bambini meno fortunati.

Beppe è il pittore dei poeti, capace di tradurre in immagini di fantasia ma di straordinario sincretismo, ciò che pochi “incliti” versi evocano nella mente e nel cuore dei più attenti lettori. Questi versi egli riscrive sulle tele, ove i colpi di pennello appaiono assai più evocativi, più attinenti ed efficaci di quanto lo siano tante austere ricercate parole dette e scritte da sussiegosi critici o letterati.

Del resto ben si sa: “UT PICTURA POESIS”. Il nostro dialogo abbraccia attualità e ricordi, e fra tante parole  affiorano anche molti interrogativi, tanti “perché?”, importanti o banali.

E filamente: “Beppe, ma perché un polpo sul gonfalone di Tellaro?”

Sediamoci un momento e ti racconterò una storia. Devi sapere che cento e cento anni fa c’era un piccolo paese  fatto di tante casette aggrappate ad un ripido monte a picco sul mare. Gli abitanti erano tutti contadini. Non c’erano pescatori perché il lavori nei campi richiedeva tutto il loro tempo e la loro fatica. E poi il mare, a quei tempi, non era posto sicuro. Era infatti infestato da terribili pirati. Arrivavano di notte, silenziosi come fantasmi, su velocissime navi e rubavano tutto quel ch c’era da rubare e distruggevano tutto quello che c’era da distruggere. Poi, dopo aver incendiato il paese, sparivano nell’ oscurità, lasciandosi alle spalle rovine, lacrime e spavento. Per questo motivo, in tutti i villaggi della costa, di notte c’era sempre un uomo di vedetta sul campanile della chiesa, pronto a suonare la campana  per dare l’allarme appena scorgeva sul mare barche a vela sospette. Avvisati del pericolo gli abitanti potevano così difendere le loro case e mettere in fuga gli assalitori. Viveva in quel villaggio un bambino di nome Bertolotto. Anche lui lavorava in campagna ma scendeva spesso a giocare in riva al mare, scoprendo ogni volta fantastici mondi con strane meravigliose creature, e ne restava incantato. Un giorno, in una delle sue esplorazioni, Bertolotto trovò un piccolo polpo ferito ad un tentacolo. “Cos’hai piccolino? Ti sei fatto male? Sei ferito, ed ai pesci grossi non sarà difficile acchiapparti. Se vuoi posso portarti in un posto sicuro e prendermi cura di te finchè non sarai guarito” Lo portò quindi in una pozza dove i pesci non potevano arrivare e cominciò a nutrirlo con briciole della sua merenda. Da quel giorno Bertolotto, appena era libero, correva dal piccolo polpo e gli portava un poco di cibo. Il polpetto a poco a poco si rimetteva, anche se il tentacolo ferito continuava a rimanere rosa. Ad ogni tramonto i due si incontravano, mentre i mesi passavano veloci.

Un giorno, trascorso un anno dal primo incontro, si scatenò una tempesta improvvisa, tanto violenta che il mare si alzò in altissime ondate, e tanto era buio che non vi fu differenza fra il giorno e la notte. Tutti si rifugiarono nelle loro case, e se ne andarono a letto sperando di risvegliarsi con il sole. E  proprio quella notte arrivarono in pirati. Avvolti nel buio della notte erano ormai pronti a far man bassa e devastare il paese, quando all’improvviso si udì, sempre più forte, il suono della campana. Tutti gli abitanti si svegliarono mentre un unico grido rimbalzava di casa in casa “i pirati, i pirati”. Ben presto tutti gli uomini validi, armati di randelli e forconi, corsero verso la marina al lume delle torce. I pirati, spaventati dallo scampanìo improvviso e vedendo le fiaccole che si dirigevano velocemente verso di loro, in tutta fretta risalirono a bordo e ripresero il mare, inseguiti dalle urla e dalle sassate dei paesani: il paese era salvo!

Tutti andarono verso la chiesetta per ringraziare la vedetta, ma quando arrivarono rimasero stupefatti: nel campanile non c’era nessuno! Anche la sentinella aveva preferito starsene nel suo letto.

Ma allora, chi aveva  suonato la campana? Chi aveva dato l’allarme? Chi aveva salvato il paese? Era proprio un bel mistero! Poi qualcuno notò che la corda della campana usciva dalla finestrella e finiva fra gli scogli. Con un po’ di timore si avvicinarono e…immagina la sorpresa quando videro un grosso polpo che teneva stretta la fune e continuava a far suonare la campana. Era un polpo ben strano: uno dei suoi tentacoli era rosa. Non ci furono dubbi, era il polpo di Bertolotto!

Fu così che un polpo divenne l’eroe di quel villaggio. Ancora oggi, sul muro della chiesa c’è un piccolo polpo di marmo per ricordare chi salvò il paese in quella lontana notte di tempesta.” (** )

Bella leggenda. Grazie Beppe e arrivederci presto “.

“Ehi, non è leggenda, è una storia vera: è accaduta proprio qui, a Tellaro nel 1660!

Ci riflettei un poco: non mangerò più polpi in vita mia!

 

 

(*)   Mare di Levante” di Egidio Di Spigna, dal volume “Dietro l’ uscio socchiuso” Ediz.  Giacchè, 2013

(**) Libera riduzione dalla fiaba “Il polpo campanaro” di Giuseppe Mecconi, Edizioni “M. QUADERNI”, 2013