Tu sei qui:Editoriali recenti>>Emilio Aurilia- Le due carole di Montpellier

Emilio Aurilia- Le due carole di Montpellier
Dimensioni carattere:

LE DUE CAROLE DI MONTPELLIER

di Emilio Aurilia

 

I

 

 

L'insistente dispettosa pioggerella battente non smette di disturbare i vetri del salone del Circolo dove il Prof. Andreani sta godendo della presentazione del suo nuovo tomo sull'arte sacra del tardo medioevo mentre osservo come a latere gli zelanti esperti gli facciano sapiente corona tributandogli partecipazione chi disinteressata, chi semplicemente doverosa, chi invece indifferente e anche chi realmente affettuosa. Avverto che tanto le mie scarpe che il fondo dei pantaloni sono tuttora inzuppati, segno evidente che quel mezzo ombrellino sgangherato non abbia saputo far fronte alle intemperie e tutto ciò mi porta sottilmente a covare rabbia e invidia verso alcuni astanti completamente asciutti, fasciati nei loro impeccabili abiti, quasi fossero presenti dall'alba, privati quindi di quella sorta d'inondazione. Per fortuna qui è tutto perfettamente riscaldato.

Ogni tanto partecipo a questo tipo di manifestazioni messe in atto dalla nostra associazione pur non proponendo sempre argomenti stimolanti. E' la maniera più proficua comunque per rendermi ancora conto della ingiustificata prosopopea metropolitana che, mentre va compiacendosi della tipologia di vita svolta all'interno delle megacittà proponendola anzi come modello da essere seguìto, non si rende conto di quanto i metropolitani siano in realtà più soli rispetto agli abitanti dei piccoli centri cui è frequentemente consentito invece di beneficiare di importanti momenti di aggregazione che, partendo da una manifestazione di stampo diciamo serioso, terminano assai spesso con una piacevolissima cena per procurarsi il piacere di potersi incontrare, scambiare opinioni, chiacchierare e, perché no?, divertirsi.

Benché quindi in uso ormai da diversi anni, non sono tuttavia sicuro che oggi segua l'invito a cena che però mi rincresce purtroppo di non poter prendere in considerazione perché privo, nell'occasione, dell'automobile per percorrere quei sette chilometri per raggiungere il ristorante scelto dal presidente, quasi sempre lo stesso (il locale non il presidente). Non ci troviamo in una località di estese dimensioni largamente conosciuta e favorita pertanto dal febbrile e sempre rumoroso andirivieni dei mezzi pubblici; qui non si pongono particolari alternative: o auto o nulla e dovermi caracollare ombrellino in mano per le stradine bagnate alla ricerca di un bar aperto dove consumare in fretta un tramezzino o un toast e una lattina di coca cola è una prospettiva poco affascinante; tanto più che, sono certo, i pochi caffè esistenti chiuderanno i battenti prima dell'ora di cena e quell'uno eventualmente rimasto aperto potrà offrire soltanto tristissimi resti di pasticceria da colazione giacenti sul banco dalle prime ore del mattino, d'ineffabile durezza sotto i denti.

Sto sorbendomi l'illustrazione del volume che sta volgendo al termine per cui posso finalmente alzarmi dalla sedia come tutti gli altri astanti incominciando così a guardarmi intorno. L'indifferenziata moltitudine di persone presente a me prevalentemente ignota (non sono infatti fra i più assidui) m'intimidisce limitando i miei movimenti, ma non posso ora non rivolgere lo sguardo più attento verso una giovane signora provvista di fotocamera e che, dall'inizio del simposio, pare entusiasta per tutto ciò che la circonda, muovendosi all'interno del salone con molta convinzione, quasi con spavalderia. Mi soffermo a riflettere quanto peculiare sia che non le abbia posto prima particolare attenzione; è vero che non ostenta nulla di sconvolgente, una capigliatura biondocenere lievemente scomposta su di un viso un po' spigoloso a conferirle un aspetto non convenzionale, esotico. Ma perché invece adesso mi attrae in modo inequivocabile? E perché così tanto? Ha ragione mio cugino Anselmo: "Non è assolutamente detto che una persona per piacerti debba avere un volto bellissimo, o un corpo mozzafiato, anzi; può essere insignificante o addirittura brutta per la maggioranza della gente che casualmente le porga un attimo di attenzione, però se ti accorgi di non riuscire a toglierle gli occhi di dosso come spinto da una forza misteriosa, vuol dire che ha fatto centro! Ti piace e basta. Senza che debba sussistere una qualche particolare ragione, irrazionalmente." E sembra proprio stia piombandomi addosso tale fattispecie.

Trascorreranno secoli ma non riusciremo mai a reperire la chiave per aprire la porta alla soluzione di un tale incredibile mistero!

"E lei non si unisce a noi per la cena?” Mi viene domandato a bruciapelo senza metafore, bruscamente destandomi dalle mie congetture.

"No, perché non saprei come raggiungere al ritorno l'albergo; son venuto con il treno." Mi rendo perfettamente conto mentre le parole mi escono dalla bocca, di come la mia risposta abbia potuto platealmente  provocare l'obbligo per qualcuno dei presenti verso il malcelato impegno di provvedervi sollecitandone la coscienza, ma una disarmante e trasparente sincerità in quel frangente valuto sia l'unica possibilità priva di retorici e soprattutto inutili infingimenti, se intendo evitarmi la misera peregrinazione serale all'oscura ricerca dell'improbabile bar notturno disposto a soddisfare le mie esigenze fameliche.

"Ma non si preoccupi!" Garantisce infatti più d'uno quasi all'unisono, testimonianza di un interesse alla mia persona tanto inatteso quanto gradito, facendomi imbarcare (non è inappropriata l'espressione date le condizioni atmosferiche) all'interno della vettura di un cordialissimo sconosciuto appassionato di archeologia che, ho udito dire, abbia avuto parte non secondaria nella ristrutturazione di alcuni ruderi di Luni.

Non faccio in tempo ad accomodarmi che è giunto il momento di uscire dall'auto ombrello in mano.

Il ristorante è esattamente come lo attendevo: un simpatico bilico fra elegante e rustico proprio come suppongo sarà la cucina.

Slegato dalla rigidità pregressa torno a guardarmi intorno con partecipe curiosità scambiando qualche stimolante opinione con l'entusiasta presidente che poi, previo un garbato cenno della mano, fa intendere che possiamo accomodarci a tavola mentre percepisco piano il graduale rilassamento e quando mi accorgo poi che la Fortuna mi ha riservato un posto accanto alla simpatica fotografa, la serata sembra improvvisamente tingersi di rosa, pur rammentando che poco prima mi ha altresì trasmesso un qualcosa di negativo per quello star troppo sulle sue concedendo confidenza soltanto a individui evidentemente meglio noti. Un comportamento assolutamente normale a rifletterci e più che normale ovvio, conseguenziale, in linea, che non necessiti insomma di troppe spiegazioni, ma che invece tenuto da lei sta causandomi una incomprensibile sensazione assai vicina al fastidio vero e proprio, non un'assurdità riferirsi ad un sentimento non troppo distante da quello comunemente definito "gelosia" e sono preso da una timida voglia di scambiare qualche frase perlopiù convenzionale, ma avverto con piacevole sorpresa che con lei non ho bisogno di esercitare alcun tipo di controllo sul comportamento: cosa mi sta succedendo? Noi due perfetti estranei quasi ci fossimo conosciuti da sempre stiamo vicendevolmente rubandoci pensieri e parole: la sento assai più prossima di quanto non lo siano amicizie meglio datate e consolidate.

Vengo oramai magnetizzato dalla luminosità del suo sguardo e la sua presenza sta diventando pregnante e persino insurrogabile! Il cibo squisito completa la positività di quella cena che sta volgendo a termine; mi sento come vulcanizzato e ho voglia di muovermi, di controllare anche se la pioggia sta ancora prendendosi beffa di noi tutti e l'assoluta levità del momento mi guida verso un'inusitata intraprendenza: la invito ad accompagnarmi in direzione del giardino antistante:

"Quanto adoro il profumo del prato bagnato!…" esclama ebbra di soddisfazione sotto il portico a braccia appena conserte, previo un profondissimo respiro col naso.

"Piace tanto anche a me…", le rispondo con convinzione e non per piaggeria.

"Questione di sensibilità."

"Infatti; non riesco a comprendere come possa lasciare indifferenti …"

"Lascia indifferenti le persone aride."

Sono esaltato: ha usato quella espressione che sento molto "mia".

"O forse siamo noi illusi ad accontentarci di poco…" - Replico.

"Sempre meglio illusi che aridi." - Mi conferma quanto non le sia indifferente l'averla accomunata a me usando il plurale.

"Verissimo!" - Approvo sempre più convinto.

"Però ora entriamo che piove." Dichiara con spontaneità.

"Peccato; a saperlo avrei preso l'ombrello. Non si sta male qui…"

"E' vero." Quanto è dolce e pieno di grazia quel sorriso che sta sfoggiando! Pare aver rischiarato per un attimo quel cielo immobile e minaccioso.

Ci fermiamo in un canto all'interno del locale vicino alla cassa dove rinvengo un vecchio quotidiano abbandonato in un angolo e, concordemente, scarabocchiamo con un mozzicone di matita sul bordo inferiore i reciproci numeri telefonici, e prontamente custodisco il suo all'interno di una taschina del mio portafogli e altrettanto fa lei col mio in quella del vestitino scozzese a salopette.

Oramai è tardi e di nuovo l'aroma dell'erba bagnata piacevolmente invade le mie vie respiratorie mentre attendo il gentilissimo commensale recatosi a prelevare dall'adiacente parcheggio la sua auto che mi avrebbe ricondotto a destinazione, arricchito da un regalo in più: quello del piacevolissimo ricordo della compagnìa di lei, della sua grazia, della sua spontaneità, del suo garbo e della sua interessante freschezza che tanto mi ha reso aereo e trasognato!

Ma ecco l'immancabile ridiscesa sul terreno a séguito dell'estasi che conduce a rimuginare e a domandarmi con puntigliosa insistenza di cosa fosse composto il magnetismo da cui sono stato appena conquistato e  percorro con pensiero partecipe, il ricordo di quegli attimi che paiono avermi modificato il corso della vita se, in fondo, non fossi stato proprio io a fabbricarmi quegli improbabili castelli di sabbia tanto saldi a vedersi quanto fragili a resistere a tutti gli agenti che naturalmente ne mìnino la consistenza! E parto con il chiedermi freddamente se gli atteggiamenti del suo volto, delle sue mani, e di tutto il suo corpo, il suono delle parole pronunciate per porre le domande e nel porgere le risposte che tanto mi hanno inebriato, avessero potuto essere differenti da come in realtà si sono manifestate. Non esisteva davvero altro modo di rispondere da come ha risposto? Altro modo assai meno partecipe? O quella l'unica maniera? Naturale sorridere così tanto per una certa frase pronunciata casualmente, oppure chiunque si sarebbe comportato in egual modo? Chi dei due ha fatto per primo riferimento allo scambio dei numeri telefonici?

Ricordo che ad un certo momento dello svolgimento della cena un cameriere ha recato un vassoio pieno d'insalata russa che noi commensali, dopo esserci serviti personalmente, lo abbiamo passato uno dopo l'altro, quasi come un irrinunciabile convenuto, al nostro vicino. Quando è toccato a lei, invece di passarlo a me che le stavo accanto subito dopo essersi servita con spontanea regolarità, l'ha riposto immediatamente quasi a interrompere quella specie di rito girevole di cui non si é probabilmente accorta e rammento che quel fatto un po' mi ha turbato, vi avessi intravisto quasi un motto di ostentata noncuranza. Ma, mi domando adesso, se invece l'avesse naturalmente continuato passàndomelo, tanto diversa sarebbe la mia valutazione? Attribuire così tanta importanza a quel non-gesto? Neutralizzato poi da tanti altri positivi e àuspici.

Un moto di stizza sta crescendo sviluppandosi proprio nei confronti di me stesso considerando con stupore del perché di tanto massacro, di voler godere di un tale ineffabile giuoco del sofisticare, cavillare, discriminare, il masochistico arrovellarsi, stupido, assurdo, rendendoci invece conto di quanto sia più salutare lasciar fluire il corso della vita; gli eventi a disegnare i contorni del futuro! E invece no. Perché tacere a me la sensazione che mi ha appena fornito l'insistente brillìo delle sue pupille e il suo tenero sorriso quando mi son detto compiaciuto perché fra tanta gente presente e probabilmente anzi sicuramente meglio nota, si sia invece visibilmente compiaciuta di intrattenersi con me? Avevo rammentato i versi di quella meravigliosa canzone di Gino Paoli là dove dice: “non mi sembrava possibile che, fra tanta gente tu ti accorgessi di me!” E peccato non poter aggiungervi: “è stato come volare, qui dentro camera mia...” perché, purtroppo, non abbiamo volato né in camera mia, né altrove!

Assai più giovane poi (quasi  dieci anni mi pare).

 

°°°°°

 

Sette giorni sono ormai trascorsi da quella cena e gli attimi impostati nel contrasto fra il beato piacere del ricordo della nuova conoscenza e la quasi incrollabile convinzione di dover naturalmente archiviare in uno spazio remoto della mia mente l'incontro e a non farmi sovrastare da congetture improbabili che soltanto il mio spirito sa così minuziosamente  architettare, il fervido pensiero si attorciglia alle ipotesi giudicate tanto strampalate, conducendomi così a covare una timida quasi certezza che non siano alterate considerazioni di un cuore fremente.

Il telefono squilla:

"Sono Sabina; ti ricordi di me?"

M'inchiodo e rivivo nello spazio di un solo attimo tutti i principali episodi di quella piacevole serata appena trascorsa pervaso da un misto di ansia e di piacere! Potrei dunque fingere e replicare sprezzante: vagamente?

"Certo!…Come stai?" (Che ne dici Anselmo, è banale?!)

"Posso domandarti un favore?" (Perbacco! Va subito al sodo...)

"Se posso perché no?"

"Mi potresti mandare qualcosa scritto da te?"

"In che senso?"

"Qualunque cosa…un foglio dove hai scritto che so, un indirizzo, una lista di cose da comprare, un appunto…a penna o matita; non importa."

"Non capisco…"

Risolve:

"Insomma, ho un'amica appassionata di grafologia; se mi mandi qualcosa mi dice di te."

"E non fai prima a chiederli a me i lati più reconditi del mio essere??" Replico previa una divertita enfasi provocando una sua risata al pari divertita.

"No, perché non sempre siamo come ci vediamo e consideriamo…"

Non riesco a resistere al desiderio di domandarle perché provi così tanta curiosità ma me ne astengo; sto volentieri al giuoco e rilancio:

"Non mi consideri troppo autocritico?"

"Non lo so, non ti conosco bene. Mi piacerebbe farlo appunto con l'aiuto della grafologa." E percepisco un suo nuovo sorriso.

Devo ammettere che quella richiesta un po' mi ha turbato e non per il fatto in sé del tutto legittimo, bensì perché udendo la sua voce dall'altro capo del filo, mi sarei atteso non una richiesta sia pur del tutto peculiare come quella, ma una telefonata disinteressata, semplice, così per saluto, per mera volontà di sentirmi.

Devo impegnarmi tuttavia ad inviarle quanto mi ha chiesto pur con qualche perplessità, domandandomi se questa specie di iniziale carteggio, potrebbe significare comunque tener vivo in qualche modo il nostro strano rapporto non vivendo nella medesima città.

Rovistando nei miei cassetti della scrivania dell'ufficio reperisco un vecchio pezzetto di carta strappato al bordo più che tagliato, dove avevo riportato mesi addietro l' indirizzo il nome e il numero di telefono di una società da contattare per lavoro personalmente convinto che, perché l'esame di grafologia sia attendibile, occorra per l'esaminatore consultare qualcosa di già scritto, riportato da una mano spontanea e talvolta frettolosa. Solo una tale fattispecie, sempreché si ponga fede in quella scienza, può fornire una esatta rispondenza dell' immagine del carattere della persona e non, invece, scrivere al momento una frase o altro che comunque si sia al corrente che sta per essere esaminato dallo specialista; saremmo in questo caso condizionati e lo scritto immancabilmente rifletterà l'impasse.

Imbucato con disinvolta allegria quanto preparato, resto pronto ad attendere la sua mossa successiva: sta difatti a lei farsi viva per rivelarmi il responso espresso dalla sua amica. E se invece tutta questa contorsione si fosse rivelata una balla per custodire qualche cosa di mio che non avrebbe, viceversa, avuto mai il coraggio di chiedermi? Quello stralcio di lettera da palpeggiare feticisticamente fra le mani per procurarsi il casto piacere di un ideale contatto con la persona per timore di spingersi oltre? Lecito che un tal romanticismo possa albergare ancora nella nostra brutale epoca maledettamente schiacciasassi?

Non intendo in alcun modo far deperire la cosa e in special modo mortificare un pretesto alla telefonata che sarebbe venuto meno col trascorrere del tempo, lascio quindi passare qualche giorno per informarmi sul risultato degli studi dell'amica grafologa sulle peculiarità del mio carattere.

Ci sono: telefono all'orecchio...trascorre il tempo per la formulazione del numero e il lieve rumore del distacco della cornetta dall'apparecchio e non senza batticuore (è questo il minimo che mi provoca l'ascolto della sua voce) la sento relazionarmi sulla mia domanda ma senza tuttavia tenerne troppo conto, per niente esaustiva nella descrizione bensì molto vaga e concisa come se la cosa non la riguardi troppo, in netta contrapposizione con la precisa solerzia raccomandatami invece per l'invio, quasi fossi più interessato io che non lei che me lo aveva al contrario caldamente richiesto. Non si diffonde in pratica su nulla; dichiara asciutta solamente che la sua amica aveva provveduto all'interpretazione.

"E' così tanto terribile?" - Non posso trattenermi dal domandarlo in tono scherzoso.

"Cosa?"

"Il responso della tua amica?"

"Perché?"

"…Non so; mi sembri vaga."

Sento che sorride e replica un "Ma no…" sospensivo e conclusivo ad un tempo da cui deduco (forse del tutto soggettivamente) che sia indelicatezza da parte mia profondermi oltre.

Ne resto male perché mi accorgo che questi suoi particolari atteggiamenti manifestano palesemente un temperamento irto di angolosità che paiono contraddire la solare dolcezza con la quale mi sono sentito accolto durante il simpatico simposio in cui è germogliata la nostra, per me preziosa, conoscenza. L'ipotesi del principio di una lunga ed interessante conversazione sull'argomento grafologia che avrei comunque tentato di dilatare a dismisura per poter pretestuosamente prolungare il contatto con lei, sembrava dunque sbriciolata nelle pieghe del suo comportamento che sempre e comunque mantiene fresco, simpatico e comunicativo. Durante il corso della cena mi aveva parlato di sé, della sua famiglia, di suo padre morto non ancora sessantenne, di una madre appassionata artista, slovacca di Bratislava, da cui aveva ereditato colori e spigoli. Aveva in verità accennato anche ad un marito, ma in tono ancora più nebuloso e vago, elementi comunque tenuti alquanto sul generico più per naturale riservatezza che sintomo di una precisa volontà di nascondere.

Mi chiedeva anche di me, dei miei interessi con molta partecipazione emotiva, da cui riusciva a trasparire un'inequivocabile ammirazione che io, dal canto mio, ricambiavo. "Peccato che sei lontano!" aveva persino azzardato con civettuola provocazione che non mi riuscì di controbattere con risposte spiritose e altrettanto provocatorie.

Mi è sempre parso, anzi, godesse di quelle estemporanee provocazioni con parecchio divertimento; tuttavia se la sfida fosse invece partita da me avvertivo, senza mai riuscire a focalizzare se si fosse trattato probabilmente soltanto di una mia impressione, che lei si ponesse allora sulla difensiva, si schermisse, al limite del fastidio. Per cui si materializzava l'ineffabile paradosso secondo cui io, nel timore di apparire troppo premuroso, rischiavo di spingere così tanto l'autocontrollo fino a ottenere il risultato opposto di sembrare invece indifferente; bastava poi viceversa un momento di rilassata dolcezza, il naturale ricambiare la sua frase affettuosa, che venivo a subire un atteggiamento quasi duro, come venir severamente considerato uno sfacciato, un impudente, un meschino, quasi un individuo inaffidabile che si permettesse licenze non concesse...

La risposta al perché di tale comportamento non è poi tanto difficile: buona parte degli individui di sesso femminile (e Sabina con loro) sente di poter esercitare quel sadico gioco di sottile provocazione senza problemi fino al momento in cui si avverta la padronanza della sua totale conduzione personale e di determinarne a priori anche la lunghezza e il peso da attribuirgli; intromettendosi l'interlocutore interessato all'interno della gestione di quegli attimi, vengono automaticamente a indebolirsi tutte le energie viceversa spendibili nella conduzione solitaria.

Nonostante tutto ciò, fatico sempre molto a cercare di penetrare il recondito che risiede all'interno dell'universo mentale femminile; la donna mi appare come un simulacro eretto all'incoerenza quasi questa si fosse interamente plasmata sul femminino. Risposi tempo fa ad un'amica che aveva dichiarato di detestare i gatti, che non avrei provato meraviglia alcuna di scoprirne invece la sua casa piena!

Un altro esempio mi era stato fornito da una ex collega che aveva familiarizzato con un gruppetto di colleghi all'interno del nostro ufficio e più di una volta mi aveva magnificato le irrinunciabili caratteristiche del suo week-end ideale:

"Guarda, sono una pigrona! Specie il sabato "- aveva iniziato quasi in estasi come a rivivere e farmi vivere la calda atmosfera che era per descrivermi - "sai in autunno quelle giornate un po' cupe come se dovesse piovere da un momento all'altro? Il massimo è alzarmi con comodo, prepararmi con calma la colazione, lavarmi, vestirmi, ma sai tutto molto lentamente… poi uscire di casa ben coperta e andare a ciondolare su e giù per il mercato a passi lenti e al ritorno far da mangiare con calma, quindi un riposino proprio a letto e poi nel pomeriggio…ah (di piena soddisfazione) accoccolarmi sulla mia poltrona preferita con il mio tazzone di tè, un bel libro, la lampada vicino, i vari telefoni cellulare e cordless a portata di mano perché alla gente vien voglia di telefonarti sempre quando sei a minimo cento metri di distanza dall'apparecchio quasi lo facesse apposta, un po' di musica in sottofondo meglio se ambient, magari un incensino acceso e…cosa m'importa più del mondo?"

(Meraviglioso sabato! Penso anche io).

E invece il lunedi assai spesso il gruppetto (lei compresa) affermava di essersi recato il sabato, o la domenica, ovvero per l'intero fine settimana, ora a Cremona per la mostra di Stradivari, ora a visitare quel tal santuario in Valcamonica, ora il talaltro museo a Pavia, ora la castagnata nei boschi del cuneese e la peculiarità a risiedere nel fatto che tutte quelle iniziative dinamiche erano partite da lei, proprio colei che esaltava la splendida indolenza dei casalinghi sabati autunnali, e che vi partecipava, fra l'altro, molto attivamente!

Ma il massimo della certezza sull'argomento mi venne avallata da un incontro in Eurostar di qualche anno addietro in direzione Roma. Capitai di fronte ad una giovane di forse trentanni anni con cui iniziai una piacevole chiacchierata conquistato dal suo visino pulito e due occhi fondi che sembravano ora dominare, ora domandare protezione. Non ricordo se fu lei o io a pronunciare la locuzione "sicurezza in se stessi" che dette la stura ad una serie d'interessanti considerazioni:

"Non ho per nulla fiducia e sicurezza in me stessa" - dichiarò con occhi ancora più fondi - "non mi so mai risolvere; sono sempre timorosa dei passi che vorrei fare. Invidio le persone sicure e determinate!"

Concordai, finché il discorso sfociò sull'argomento relativo all'attività lavorativa. Mi disse di aver studiato alla Bocconi e di essersi laureata in Economia e Commercio.

"Dopo la laurea" - proseguì - "sono partita per Londra per affrontare uno stage molto impegnativo; mi sono trovata così bene che nel giro di qualche mese ho iniziato a lavorare in una agenzia di consulenze di Borsa e, dopo quasi un anno, mi sono messa in proprio grazie all'esperienza maturata. E' stato uno dei periodi più belli e più brutti al tempo stesso: più belli perché mi sono sentita realizzata professionalmente; più brutti perché lavoravo dodici ore al giorno e, per tre volte alla settimana, mi dovevo recare dalle otto alle dieci e mezza di sera, in un istituto per migliorare la lingua. Si trovava all'altra parte della città e non ti dico la paura tornare in metropolitana a quell'ora passando per certe zone…In quei giorni ho conosciuto un ragazzo italiano più giovane di me che stava terminando i suoi studi. Ci siamo messi insieme e abbiamo convissuto per almeno un anno e mezzo. Un bel giorno ricevo una telefonata dal Prof. Tanzini che mi aveva seguìto in Bocconi perché si stava aprendo una possibilità di una assunzione presso una importante industria chimica a livelli di responsabilità, subordinata al superamento di un test particolarmente ostico. Non me lo sono lasciato dire due volte; ho piantato Londra e mi sono precipitata a studiare per il test."

"Ma se non era certa l'assunzione" - intervenni - "perché hai deciso di lasciare Londra dove, dopo tutto, ti eri sistemata molto bene?"

"Valeva la pena rischiare!" - Mi assicurò con un luminoso sorriso.

"E il ragazzo?"

"Non ci crederai ma sono partita senza avvertrlo; gli ho inviato un sms appena atterrata a Malpensa. Poi un mese dopo gli ho scritto una bella lettera in cui gli comunicavo che lo lasciavo e ho fatto bene perché, superato quel test, ho intrapreso l'attività che mi interessava…e che è poi la mia attuale occupazione."

"Bene; allora sei soddisfatta?!"

"Adesso sì; ma un anno e mezzo fa mi son presa un'arrabbiatura pazzesca che una mattina ho portato nel mio ufficio tre scatoloni di cartone e due nastri di scotch per pacchi; poi mi sono letteralmente fiondata nell'ufficio del Direttore Generale litigando con la segretaria che non mi voleva far passare. Ho alzato la voce apposta per farmi sentire da lui che non avrebbe potuto restare rintanato all'interno delle sue quattro mura e così mi ha chiesto il perché di tanto chiasso. L'ho pregato di seguirmi e, arrivati nella mia stanza, gli ho mostrato i cartoni. Mi ha guardato con fare interrogativo e io: 'Guardi Dottore; devo solo mettere la roba in questi cartoni e chiuderli, sono pronta. O qui le cose si fanno come dico (e gli ho spiegato abbastanza dettagliatamente cosa intendessi), o da oggi stesso vi cercate un altro 'sale manager!' ' e ho incrociato le braccia in attesa di risposta."

"E lui?"

"Ha dovuto convenire con me e da allora le cose stanno marciando nella direzione giusta."

"Finalmente va bene…"

"Sì; anche se…"

"Anche se?"

"Il mio sogno, per dirla tutta, è quello di fare la commercialista e così farò. Ho trovato anche i locali idonei: sono in zona centralissima non lontani da Via Larga però sono occupati ma sotto sfratto. Ho iniziato le procedure in tal senso ma il mio avvocato è un tiratardi e io invece intendo sbrigarmi. Per ora aspetto un po' e, se non si decide, mando al Diavolo pure lui e me ne trovo un altro più deciso che ho già individuato!"

Mi vennero meno tutte le parole possibili! O mi aveva raccontato un sacco di balle, oppure tutti i lemmi della lingua italiana non hanno più alcun senso. Se una persona definitasi insicura, paurosa e via di questo passo aveva tenuto un tale comportamento, voleva proprio dire che non conosceva se stessa, ovvero il nostro lessico!

 

°°°°°

 

L'incontro con Sabina mi ha altresì procurato un effetto assai peculiare e tuttavia reale. A non averne contatti non intendo assolutamente che, come si usa dire, non mi faccia né caldo e né freddo, riesco però a vivere la situazione con sufficiente distacco; poi invece, al sentirne la voce all'altro capo del filo, un afflato di nuova vita pare reinvestirmi, il buonumore si rimpossessa di me a considerare le cose dall'alto di un sano ottimismo, chiedendomi quanto poco ci voglia a far felice un uomo, èmulo di Eduardo che, previa la medesima frase, beneficia il piacere procuratogli dalla più prosaica tazzina di caffè preparata ad arte.

Per nulla al mondo mi priverei di quel piacevolissimo siparietto traboccante di felicità che quella breve conversazione mi possa causare! Viaggio sospeso su di una privilegiata nuvoletta che mi proietta fuori dal mondo terreno per la fugace durata del nostro dialogo in cui non mi preoccupo del contorno, della vita che faccia, delle persone che frequenti, di null'altro insomma che non siano le nostre parole e di tutto il resto che negativamente vi si possa frapporre. Illusione? Forse; ma perché privarsene? Mi assale la pesante preoccupazione che presto o tardi mi ponga il pericoloso quesito di codificare il nostro rapporto, di fornirvi una scomoda segnatura che fatalmente lo limiti negli slanci e sminuisca nel significato fino a svuotàrnelo; specie quando le nostre chiacchiere si possano  gradualmente spingersi verso contenuti più comparativi dove saremmo stati messi di fronte ad una ineluttabile valutazione.

Ma il leit motiv non muta: a spingersi lei al di là ostentando un indiscusso interesse per me, tutto fila liscio in una soave sensazione di totale serenità per entrambi; quando viceversa ad essere più concreta la mia manifestazione d'interesse, si schermiva allontanandosi, addirittura sorvolando. O forse si tratta soltanto di una impressione che risiedeva nella mia testa, maturata dal pesante coinvolgimento in quegli attimi d'indiscusso benessere?

 

 

 

 

II

 

Tutti siamo trionfalmente al corrente che esiste oggi la possibilità per i telefoni cellulari di differenziare la suoneria non soltanto cronologicamente nel senso di poterla cambiare, scegliendo quella che più garba, anche quotidianamente o addirittura più volte nella medesima giornata, che dico? ad ogni minuto, ma altresì in ordine all'identità di chi abbia telefonato: così sentendo il cicalino riprodurre approssimativamente il "Coro dell'Aida" posso coltivare la certezza che si tratti di mio cugino; se mi giunge la soave melodia di "Yesterday" sarà il mio più caro amico; quando sarà la vivacità di "Rock Around The Clock" a svegliarmi c'è invece sentore di problemi di condominio avendone attribuito la suoneria alla figura dell'Amministratore e il trillo "Old phone" apparterrà a …a chi apparterrà? Siccome poi è noto a tutti che in concomitanza con lo squillo compariranno a scelta sul display foto e indicazione del nome del ns. futuro interlocutore insieme, non possiamo non accorgerci che, grazie alla nostra preventiva programmazione, ormai nulla più ci rimane celato a livello di comunicazione telefonica. Abbiamo volontariamente neutralizzato ogni possibilià di godere di sorprese; nessun sussulto; nessun dubbio pruriginoso! E' un bene? E' un male? Chi lo sa…fatto sta che l'invenzione di tutte queste diavolerie elettroniche sembra aver esaudito i sogni di quando si era bambini e si giocava con gli amichetti fingendo con ardore, ben sapendo noi stessi di quanto fosse puro viaggio onirico, di possedere uno speciale marchingegno a forma di piccola scatoletta metallica da custodire nella fondina come gli agenti segreti fanno con la pistola magari sotto l'ascella, e azionando un solo pulsante sarebbe stato possibile collegarsi col Capo, controllare i traffici dei malvagi, magari usufruendo di un minuscolo video proprio come i cellulari, mettersi in contatto con i Servizi Segreti, ovvero ottenere gratuitamente qualunque sfizio, soddisfare insomma le richieste più disparate e fantasiose!

Per quel che mi riguarda, faticando abbastanza per tenermi tecnologicamente aggiornato ora che anche io sono passato dalla parte dei possessori di cellulari, utilizzo un'unica suoneria che talvolta cambio quando non ne posso più di sentirla uguale, ma quanto ad abbinarci voci e volti mi astengo, non foss'altro perché, un misero errore di digitazione per me non troppo improbabile perché scarsamente informatizzato e si corre il rischio di isolare in toto il cellulare vanificandone miseramente l'uso.

In ufficio no: sono infatti persuaso che, pur potendosi tecnicamente applicare la diversità di suoneria a seconda delle persone e chissà quante altre opzioni né più né meno di quelle consentite ad ogni cellulare, non pare comunque consentito sbizzarrirsi nella sperimentazione del loro utilizzo; per cui, quando l'apparecchio prende a squillare sulla mia scrivania nell'analoga tipologia di come ogni volta lo faccio, sollevo la cornetta pigramente e con superficialità convinto della solita telefonata di lavoro e m'inchiodo riconoscendo invece la voce di Sabina ancora più soave del solito:

"Giovedi sono a Milano." - Mi comunica tempestivamente e con timbro chiaro previa questa enàllage.

"E quanto pensi di fermarti?" - Felice mi porto immediatamente (fatto strano per uno come me) al nocciolo della questione.

"Un'ora e mezza!", esclama facendo seguire una gustosa risata.

Penso d'istinto che stia scherzando, invece subito mi spiega che deve recarsi a Berna per incontrare il suo insegnante di pianoforte e porgergli un importante quesito in quanto questi, stabile  in quei giorni a New York per registrare una serie di concerti con l'orchestra con cui si esibiva al Metropolitan, avrebbe dovuto raggiungere Berna e sostarvi per lo spazio di qualche giorno per cui Sabina, essendo assai più gravoso per lei spingersi fino agli Stati Uniti,  aveva inteso cogliere la favorevole occasione di un viaggio assai più breve poiché lui non sarebbe rientrato in Italia prima di due mesi, rendendo così inattuale quello che lei aveva evidentemente da sottoporgli invece con urgenza.

M'informa che il treno da Firenze di cui aveva prenotato da una settimana il posto, ferma in Centrale alle 13.00; quello diretto a Berna partirà alle 14.21, addirittura meno quindi dell'ora e mezza dichiarata. Pare comunque covinta e in special modo allegra di comunicarmelo e, l'averlo fatto, un indiscusso piacere per la vicina realizzazione di un possibile incontro ha senza dubbio denotato; inutile chiosarci tanto intorno.

Ebbro di felicità sono tuttavia pervaso dal cruccio di non riuscire mai a regolarmi con il tempo quando devo raggiungere una destinazione per cui si renda necessario l'utilizzo dei mezzi pubblici perché mai mi sarei azzardato di usare l'auto e non tanto per l'eventuale difficoltà del percorso, quanto per onorare l'obbligo sempre più arduo di riuscire a reperire un parcheggio nelle vicinanze. Mi monta un'ineffabile disappunto nella considerazione dell'amaro destino a cui sia condannato un povero cittadino "metropolitano suo malgrado" come me a subire la grottesca fattispecie, caratteristica esclusiva dei grandi centri urbani, secondo cui muovendosi con largo anticipo, non so quaranta minuti, in poco più di dieci giunge di solito a destinazione, mentre se i minuti di anticipo fossero appena cinque di meno, finisce per viaggiare pericolosamente sul filo dei secondi, cosa per me inconcepibile!

Mi corre quindi l'obbligo di attentamente assecondare il mio istinto toccando così l'ingresso della stazione alle 12.15 circa: un anticipo addirittura ridicolo! Meglio così d'altronde, proprio per non correre alcun tipo di rischio. Guai poi sbagliare il binario; capitare dinanzi a quello errato a volte basta un nulla come mi era pur successo un paio di mesi addietro, quando realizzai l'errore per fortuna in tempo ancora utile poiché si trattava di persona di riguardo quella che ero lì per ricevere. Ovvio che lo fosse! Se non lo fosse stata, io non avrei sbagliato. Per iniziare l'estenuante rito dell'attesa mi reco per prima cosa ad osservare il tabellone degli orari di arrivo cercando scrupolosamente l'indicazione della piattaforma che avrebbe accolto il convoglio delle 13.00 da Firenze, contestualmente a quello degli orari di partenza per assicurarmi sulla situazione del treno alla volta di Berna delle 14.21. Ma giunto diligentemente davanti al binario 2 per attenderla arrivare dalla capitale toscana, l'anticipo si rivela ancora consistente: il grande orologio circolare segna ostinatamente le 12.21. Lo confronto con il mio, indietro come al solito di un paio di minuti.

Effettuo intanto l'incantevole nervosa passeggiata dell'intero perimetro fino alla fine della tettoia andata e ritorno per far trascorrere quei minuti  che invece in occasioni come queste non trascorrono mai: le lancette paiono inchiodate alle 12.28! Lèggere? Che so un quotidiano, una rivista illustrata…ma chi ne ha voglia? Il misto di ansia e desiderio sovrasta qualsiasi ulteriore necessità pratica. Chissà, magari mi sistemo sulle panche di marmo intimamente domandandomi quanto possa resistere lì senza muovermi e agognando soltanto che quella interminabile mezzora si decida a trascorrere più velocemente possibile. Drizzo le orecchie per un comunicato proveniente dal fastidioso gracchiante altoparlante; per fortuna non mi riguarda.

In tali misere condizioni i pensieri più strampalati sembrano sputar fuori come i fiori nel mese di maggio: un timore mi assale che, confusa nell'indistinta moltitudine dei passeggeri scesi con impazienza dai vagoni, un taglio di capelli diverso dal solito, accompagnato da un paio di enormi occhiali da sole a coprire metà del viso, una memoria nebulosa (in fondo l'ho vista una volta sola!) possano generare il maldestro accidente di non farmi riconoscere Sabina.

Mi passa dinanzi intanto una coppia presumibilmente dell'Africa Cantrale: lui e lei altissimi coperti da lunghissime tuniche policrome e una nidiata di bambini allegramente cinguettanti al séguito.

L'orologio, mostrando che finalmente i minuti di attesa son diventati undici, mi guida ora in una pignola valutazione dei tempi: giungendo il treno da Firenze in perfetto orario, occorrono più o meno quei cinque sei minuti dalla discesa di Sabina fino al nostro incontro. Posizionandomi infatti all'inizio del convoglio, dovrei esser superfortunato che abbia occupato un posto all'interno di uno scompartimento situato nel primo vagone! Sommando un'altra piccola manciata di minuti necessari per raggiungere il binario del treno per Berna, sistemare il bagaglio e quant'altro (sempreché si formi in Centrale) e aiutarla a salire per tempo onde evitare qualsiasi antipatico imprevisto, ci resta poco più di un'ora esatta; non tantissimo ma neanche troppo poco. In ritardo invece l'Eurostar da Firenze, nessuna previsione risulta possibile. Mi auguro ovviamente che ogni cosa cammini per il verso giusto senza alcun contrattempo. Pensieri e previsioni negative continuano a domandare spazio all'interno della mia mente in modo sempre più ravvicinato e impenetrabile mentre provo a scansarli come mosche importune.

Se non suonasse fastidiosamente retorico oserei affermare che quei dieci minuti mi paiono dieci ore, ma non posso negare che sia proprio così quando intraprendiamo una certa azione convinti che abbia recato con sé

tot di tempo e scopriamo invece che ne abbia recato meno della metà. Per un solo attimo mi entra il dubbio se venga o non venga, ma se non provasse piacere ad incontrarmi perché mai si è premurata di comunicarmelo? Avrebbe goduto della possibilità di passare in stazione senza avvertirmi. Chi difatti fra le persone che conosco potrebbe eventualmente confermarmi di averla vista se nessuno di loro la conosce? L'attesa: una delle condizioni umane più penose e difficii da sopportare!

Ecco finalmente all'orizzonte l'agognato muso della motrice, confortato altresì dal contemporaneo silenzio di tabelloni e altoparlante relativamente alla comunicazione di eventuali ritardi che pone fine al mio tormento interiore: adesso il peggio è passato. Lo sfiatatoio della frenatura è assordante ma è nulla in confronto a ciò che proverà il mio cuore al radioso apparire di Sabina!

Sfila il numeroso campionario dei viaggiatori atterrati, parso al cospetto della mia trepidazione assai più febbrile: scrupolosi professionisti incravattati sguardo fiero e volitivo muniti di valigetta ventiquattrore nella destra, quotidiano economico nella sinistra e qualcuno anche il cellulare in mano (che ne possiedano una terza?!), frettolosi di raggiungere a breve la postazione taxi; giovani genitori a tenere per mano la piccola prole cui indirizzare premurose raccomandazioni; la ragazza correre verso il suo ansioso giovanotto in un ingombrante abbraccio che costringe il gruppo dei passeggeri seguenti a circumnavigarli per poterli oltrepassare; coppie benestanti prelevate da altre coppie omologhe in una entusiastica sequela di sorrisi conditi con reciproci scambi di fantasiosi complimenti; qualche raggiante glabro soldatino che mastica la sua inseparabile cicca tutto contento di potersi finalmente godere un meritato "quarantotto"; un paio di compunte anziane matrone sovrappeso ad anfanare quasi cianotiche sotto il ponderoso percorso dei pochi metri mancanti alla liberatoria uscita; più una innumerevole serie di frettolose comparse sempre meno distinguibile.

Ma Sabina? Sabina non c'è. Non è lì per quanto abbia allungato collo e vista per poter spingere il mio sguardo oltre i più remoti confini del convoglio. Che non l'abbia riconosciuta e di conseguenza persa? Non mi pare probabile in quanto a conoscenza di essere attesa e non vedendomi, secondo la più elementare logica e mai per essere ottimisti, fino all'ottusità si sarebbe fermata anche lei a guardarsi intorno non senza smarrimento come me in quegli attimi, non penso abbia tratto per conto suo conclusioni affrettate, benché possa anche attendermelo. Oltre ad aver stupidamente dimenticato a casa il cellulare sono per giunta privo di scheda telefonica ma pure in caso contrario risulterebbe inutile poiché non ricordo assolutamente il suo numero di telefonino, quasi impossibile quindi ogni tipo di comunicazione. Mi guardo in giro senza sapere cosa fare, né cosa pensare; sono come incredulo ed inebetito. Di colpo una congettura: ieri sera Sabina avrà ricevuto all'ultimo momento la gradita proposta di un passaggio in auto fino alla stazione di Milano troppo ghiotta per essere rifiutata, così per poter poi di lì imbarcarsi sul convoglio per la Svizzera. Ancora in tempo per vederla comparire accanto al treno interessato; possibile che dovesse ancora arrivarci, lo avrebbe fatto magari alle 13.30 o alle 13.45, o addirittura alle 14.00 giusto in tempo per spiccare un atletico salto sul vagone. Pochi in quella malaugurata ipotesi, pochissimi i minuti a disposizione. Appena un ciao e un augurio di buon viaggio ma…mi basta!

Mi propongo così pazientemente, ma affastellato da mille altri pensieri e fosche ipotesi, di attendere accanto al treno per Berna fino a quando non lo vedrò con i miei occhi staccarsi e iniziare a procedere per il suo viaggio.

Eccolo infatti che inizia a sferragliare in perfetto orario con regolarità e senza Sabina a bordo. Cosa è mai successo?

 

Mentre faccio mestamente ritorno a casa avverto che l'impalcatura de mio sistema nervoso teso negli sviluppi dell'attesa, sta pian piano cedendo verso il completo rilassamento dei muscoli causandomi, come sempre, una fastidiosa emicrania sopracciliare destra.

Benchè convinto dell'opportunità che dovrebbe farsi viva lei per una comunicazione (se non di scuse, perlomeno chiarificatrice) e che presto o tardi l'avrebbe fatto, col trascorrere dei minuti mi confermo sempre più nell'idea che non mi resta altra scelta che tentare io una telefonata; per quel giorno mi sono attorcigliato fin troppo in attese, ipotesi e congetture rivelatesi poi del tutto vane. Considerando l'insistito perdurare del suo silenzio (è trascorsa circa un'ora dal mio arrivo a casa), avrebbe potuto esser caduta vittima di un episodio spiacevole o peggio, addirittura drammatico del tipo incidente e ciò non fa altro che comunicarmi l'urgente necessità di una chiamata da parte mia.

Con tale stato d'animo formulo il numero del suo cellulare appena reperito dalla mia agendina disordinatamente collocata all'interno del mio "svuotatasche" casalingo. Non ho da attendere troppo, mi risponde immediatamente quasi abbia il telefonino già in mano ad attendersi la mia chiamata e lo fa con molta semplicità spiegandomi che aveva dovuto rinunciare al suo viaggio perché il maestro di pianoforte l'aveva avvisata molto tardi in serata dell'imprevisto che lo bloccava a New York.

Nessuna forma di agitazione o di perplessità: tranquillo e sereno il tono della sua voce e capto in sottofondo, confortato da un paio di battute spiritose, un generico piacere di sentirmi, una palpabile soddisfazione per fortuna scevra da possibili idee di strane ripicche o meschine rivalse della serie "E' giusto che si sia fatto vivo lui!", spesso in pericoloso agguato durante le generiche schermaglie interpersonali. A lasciarmi invece un po' dispiaciuto, chioso al termine del breve incontro telefonico, è il non aver avvertito da parte sua l'animo troppo crucciato per il mancato incontro; forse perché ama considerare di ogni vicenda soltanto il suo lato pratico, o forse il mio stress causato dalla lunga inutile attesa in stazione della cui intensità non poteva essere certo al corrente ne ha amplificato nella mia mente la portata. Non intendo assolutamente affermare che mi sia parso di averla notata indifferente, sprezzante, o peggio ancora noncurante, bensì non così cordialmente partecipe come immaginato e, sopra ogni altra cosa, sperato.

 

 

 

III

 

E' stato appena scoccato un dardo che sta per procurarmi effetti devastanti! Sto cogliendo infatti un appena percettibile ammiccamento fra Sabina e l'Architetto Salviati, un professionista giovane e scattante dall'aspetto pragmatico e dinamico, all'interno dell'ampio salone allestito per una due giorni di presentazione di uno dei soliti volumi letterario-artistici di cui periodicamente la nostra Associazione andava occupandosi, preparando all'uopo con molta cura kermesse talvolta piacevoli, altre retoriche, talora terribilmente noiose. Il sole barbaglia ignaro i suoi raggi che riscaldano anche chi non desidera esser riscaldato. Nulla più dello scambio di un fugace sorriso: fossero altri i protagonisti lo avrei pacatamente definito formale, di pura cortesia, ma che invece il coinvolgimento di Sabina me ne ha esaltato il peso specifico fino alla costruzione della facile ipotesi di una presunta complicità fra lei e il giovane professionista. Più lo considero e più il mio cuore non riesce a prendere le razionali distanze, l'occhio geloso ne deforma la sagoma sbarrando l'ingresso ad una valutazione dell'evento che risulti meno negativa; impossibile distogliere loro il mio attento sguardo!

Non esiste nulla come il voler dimostrare a se stessi la veridicità di una sensazione specie se questa ci rechi enorme sofferenza come onorare un assurdo masochismo. Qualunque gesto, qualunque movimento, parola, battito di ciglia intercorrente fra lei e lui in questo momento mi rinforzerebbe la convinzione della esistenza di una equivocabile intesa reciproca. La sto tenendo dentro insieme a tutto il dolore che la vicenda sta procurandomi; una penosa rimuginazione priva del coraggio di manifestarla alle persone più vicine ed amiche che mi riporta immediatamente al pomeriggio di ieri quando avevo invitato Sabina con conseguente naturalezza a staccarsi dal gruppo per consumare un caffè insieme presso il bar di fronte alla piazzetta dove stazionavamo. Il cortese rifiuto che ne è seguìto mal recepito da me, accompagnato dal contestuale invito al bar da parte di un amico al mio indirizzo, si è rivelato drammatico: appena uscito infatti dal locale ho scorto, a poca distanza, lei e il Salviati parlottare, cogliendo dalla mimica lui chiederle con successo il numero del cellulare, quasi lei non attendesse altro; una visione in cui ho avvertito tutto l'amaro di quel caffè poco zuccherato che mi ha causato un contorcimento delle labbra in una smorfia così evidente che l'amico anfitrione di un attimo prima mi ha premurosamente chiesto cosa avesse provocato quel sensibile aggrottamento. E quanto gli sono grato per non aver insistito di fronte al mio triste silenzio!

Quando il capannello dei rimasti si è completamente riformato sulla piazzetta per gli accordi per la cena, Sabina ha di nuovo rifiutato senza fornire soverchie spiegazioni, ma lì, al momento neanche mi sono occupato di approfondire perché, devo ammetterlo, mi è parsa sincera. Il breve scambio di occhiate cui ho appena assistito, accomodato sulla sedia all'interno del locale, sta per rappresentare invece il classico squarcio delle nuvole favorevole alla facile imbastitura del mio romanzetto. Sto convincendomi dunque che, già prima del rifiuto del caffè, avesse preso con il Salviati accordi perfezionati durante i minuti della mia permanenza all'interno del piccolo bar. Avevo immaginato un dialogo non dissimile dal seguente:

"Sai se ci sarà la cena stasera?" - Chiede lui.

"Sì; ci sarà sicuramente…"

"E tu cosa fai, ci vai?"

"Sono incerta…"

"Dai, cosa ci vai a fare? Sarà una cosa noiosa!"

"Forse hai ragione; magari torno in albergo, faccio uno spuntino e mi ritiro."

"Sai cosa sto pensando? Perché invece non ceniamo noi insieme? C'è un bellissimo posto a 10 km. da qui, ai piedi della collina."

"Ma…"

"Niente ma; adesso devo scappare; ho da fare. Più tardi, quando riesco a liberarmi ti telefono e tu ti fai trovare."

"Va bene."

"Un momento; non ho il numero del tuo cellulare, me lo dai?"

 

Esattamente così i fatti devono essersi svolti! Più i minuti trascorrono all'interno dell'austero salone e più le tristi tèssere del mio improvvisato mosaico riescono a incastrarsi alla perfezione. Sono uno stupido, uno completamente fuori da ogni contesto reale; sbavarle dietro cosa di cui non si è probabilmente accorta grazie al mio stupido contegno di rifiutarmi di apparire premuroso che sconfina in un atteggiamento freddo e distaccato e lei farsi bella di fronte al suo rampante manager spumeggiante e fantasioso, più che solerte ad andarle incontro nella soddisfazione dei suoi bisogni, però al pari pronto a farsi rispettare magari oltre misura, così pieno di sé come appare, e lei tanto sicura da affrontare la realtà con il piglio della giovane dinamica e al passo coi tempi, annichilirsi e frantumarsi poi come una friabile galletta dietetica al cospetto dell'uomo più forte e di carattere, dominarla senza sprecarsi a spender troppe parole ma con pochi gesti fermi e decisi.

Mi sento vicino alla goffa figura di quel patetico personaggio da commedia che, presentandosi timido e titubante alla porta della sua idealizzata amata che lui presumeva pudica, fragile e delicata più del fiorellino che, trepidante, stava per donarle, la scopra poi a consumarsi in un'orgia fra volgari omaccioni tatuati e lardellati di piercing insieme a policrome prostitute non meno volgari. E Sabina, infondo, cosa si sta dimostrando? Un essere falso, inaffidabile, abietto!

Col cuore ferito non perdo una piega dei loro volti: quello di Sabina pare svagato, indolente, pigro, annoiato, a tratti assente. Lui la osserva un attimo di sottecchi con i suoi occhi che esprimono malizia; paiono quelli di un esperto cacciatore convinto che presto o tardi quella difficile preda finirà certamente a riempire il suo piatto! Lei adesso lo sta guardando tormentare il suo palmare ma l'essenza non muta; l'occhiata che si poggia è greve, sempre assente come quando gli occhi si pòsino su di una persona o su di un oggetto e la mente viaggi invece in tutt'altra direzione!… No. Mentre cocciutamente continuo a involtolarmi nelle mie ineffabili esaltazioni lubrìche e biasimare la mia bonomia che ha idealizzato le movenze di Sabina, il suo naturale delicato portamento e la sua manifesta riservatezza devo, con tutta onestà, riconoscere che non è assolutamente quello lo sguardo che si rivolgerebbe ad una persona con cui si è appena trascorsa una notte d'amore e pur non potendo considerarmi un esperto del settore, non ci vuol molto a capirlo!

Non sto masochisticamente attendendo altro che un piccolo gesto anche il più insignificante che li tradisca inequivocabilmente, che si materializzi sui loro colpevoli visi l'ignobile tresca! Lui non so; ma lei mi aveva accennato ad un marito.

Su, andiamo…cosa mi fregherebbe di suo marito se la malaugurata notte di sfrenata lussuria l'avesse trascorsa con me? Sarei stato lo stesso così severo? Sarebbe stata davanti ai miei occhi un essere così deteriore, spregevole, la depositaria di ogni negatività possibile? Nulla da fare, ho smarrito obiettività di giudizio: sono indubbiamente fuso!

Il termine della riunione finalmente giunge durante l'ormai alta mattinata e compare la Lidia Sciarra, una comune amica che ci si avvicina, salutandoci tutti con cordialità e uno di noi casualmente le domanda come abbia trascorso la serata antecedente:

"L'abbiamo passata davvero allegramente in un ristorante in compagnìa di un numero di amici ridotto ma ben assortito, fra cui il Salviati, eccolo lì, e ci siamo attardati fino a notte inoltrata all'aperto, una sorta di belvedere sulla collina, incantevole! Poi, intorno alle 23.30 siamo stati raggiunti da altre persone, la Stefania Bottelli compagna del Salviati, più il Fausto Mantesi e la Martina Genta e non ti dico…chiacchiere, risate, scherzi…siamo stati davvero bene."

"E non c'erano altri dei nostri?"

"Altri chi?"

"Ma, non so… il Siri, la Cainèro?"

Le domande dell'interlocutore sono provvidenziali  benché mi stiano procurando ripetute sensazioni di ansia che sarebbero durate i pochi secondi intercorsi fra queste e la conseguente risposta e che a me erano sembrati interminabili.

La Sciarra infatti ha negato e quella verità ha significato la totale ripresa delle mie funzioni vitali, la panciuta otre d'acqua somministrata ad un disidratato ed è giunta come regalo inatteso, giacché non mi è riuscito di porre fede fino in fondo alla fugace dichiarazione proprio da parte di Sabina ("ieri sera mi sono ritirata prestissimo: alle dieci ero a letto") che  mi è anzi suonata come una scusa, una precisazione non richiesta. L'amica Lidia invece ha negato la presenza di lei nel locale: “una boccata d'aria fina” come usava affermare l'amico Criscioni.

 

Già…Criscioni. Ricordo quella volta che cenammo insieme. Colmo il ristorante che avevamo scelto, benché un cameriere ci avesse subito assicurato che il primo tavolo appena liberato sarebbe stato nostro, notavo invece l'amico che schiumava rabbia in silenzio, tentando di nasconderlo a me che lo conoscevo; una rabbia sorda ma intensa, veramente eccessiva rispetto all'entità dell'evento! Mi premurai di osservare che non avrei avuto alcun tipo di problema a uscire e cambiare locale ma non volle. Ciononostante era cupo e indifferente, ma da uomo buono, se davvero insolentito dal cameriere, son certo non sarebbe mai stato capace di fargliela pagare come avrebbe promesso. Quella sera ne aveva una per tutti; pareva covare tanto veleno ma era chiaro che gli strali venivano scoccati soprattutto contro se stesso che non verso quelli ai quali erano stati scoccati, contro la propria acuta sensibilità fiaccata dall'essere costretta a vivere all'interno di una società che propone stilemi che non gli appartenevano. Concordavo ma non intendevo infierire ulteriormente gravando  sul suo animo già così provato. Lo vidi ad un tratto sorridere l'unica volta quella sera; seguiva come perso il percorso di una coccinella posata sul bordo del nostro tavolo.

Sotto casa non smentì la sua generosità: con occhi e sorriso tristi si scusò con me di non essere stato brillante e mi promise che si sarebbe impegnato a che ciò non fosse più accaduto. Tutto mi fu chiaro quando, un mese più tardi, mi comunicarono la sua morte avvenuta appena qualche settimana dopo la nostra cena. Era stata la malattia ad alimentare la sua insofferenza e a provare il suo fisico stanco, generando quel malumore che gli gravava addosso come un macigno per soffocarlo senza scampo! E la considerazione di non aver potuto partecipare al suo funerale perché ignaro dell'accaduto (lo seppi purtroppo successivamente) aggiunse amaro all'amaro. Si era spento nella sua casa di campagna fra le colline che aveva sempre amato e che gli avranno alleviato il peso dell'esistenza divenuto insostenibile.

Il cruccio che quella sera a cena non mi era riuscito di infondergli (semmai ne fossi stato capace) un pizzico di quella serenità di cui sentiva profondamente la necessità, accompagnava spesso le mie giornate…

 

°°°°°

 

L'Architetto Salviati ha per mia fortuna una compagna ("la Stefania Bottelli"), non ha trascorso insieme a Sabina la temuta sera come la Sciarra aveva dichiarato; lo sguardo rivolto al professionista durante la riunione l'ho  personalmente interpretato privo di complici slanci. Tutto bene allora? Forse sì; sarà pure una mia rigidità di carattere però non mi riesce mai di comprendere e di conseguenza giustificare alla mia emotività come una persona che mostri una certa riservatezza, una pacatezza nel comportamento, una figura sentita affine nella condivisione di molti lati della visione dell'esistenza, in special modo la manifesta avversione per ogni tipo di volgarità e di bassezza, tal quale Sabina, possa poi sentirsi attratta, sia pur per fortuna superficialmente, da personaggi tracotanti, falsodisinibiti e sfacciati. Chi lo sa…forse proprio perché coglie in loro la personificazione di una sorta di alter ego, la frettolosa immagine di come sarebbe piaciuto essere non fosse stata limitata da un processo educativo severo e restrittivo.

Chiarita l'assenza della temutissima tresca, non riesco però ad escludere dalla mia mente il fastidio personale di quanto sopra: del perché a lei pareva comunque non dispiacere l'eloquio del professionista infarcito da fastidiose esaltazioni apertamente non credibili, ovvero aggressioni verbali non volgari ma sfrontate, quell'antipatica intenzione di voler cogliere in castagna l'interlocutore tramite ripetute provocazioni e maliziosi risolini sfottenti di quelli di chi vuol dimostrare di saperla più lunga, i suoi ingredienti dialettici favoriti: io non li condivido, mi stancano. Ma è una cosa mia, altri preferiscono vivere la vita in modo meno impegnativo, concedendosi momenti di tale rilassatezza da poter paradossalmente ascoltare le ostentate scemenze dei vari tediosi interlocutori e al limite beàrsene, quasi a volersi spogliare dei pesanti paludamenti imposti da rigidi codici comportamentali. O si tratta forse di un semplice schermirsi messo in campo proprio per evitare di diventare comodo bersaglio di impudenti sfacciati? Quasi una furbata, insomma? Ad accaparrarsi e far proprio l'insegnamento dei saggi cinesi: se non puoi combatterli, allèati con loro. Reazioni sempre più appartenenti all'Universo Femminile. Ricevere da una gradevole persona di sesso opposto al nostro durante la medesima giornata due telefonate una più maliziosamente compiaciuta dell'altra, simpatiche, aperte, affettuose, ecco che al sorgere del nuovo giorno ci si presenti con animo allegro e ben disposto, più curati ed eleganti del solito, pronti ad essere accolti con immutata se non aumentata cordialità da colei con cui si era conversato e ci si trova invece di fronte ad un muro impenetrabile, a una persona distaccata e indifferente che fatica, non a rivolgere la parola, bensì addirittura ad abbozzare un semplicissimo saluto! E allora appare logico interrogarsi: ma non era lei quella provocante gattina che meno di ventiquattro ore fa mi faceva le fusa per telefono con frasettine inequivocabilmente affettuose e dolci? Non ero io l'interlocutore? E così arriviamo persino a dubitare di noi stessi, delle nostre facoltà mentali, ci assalgono dubbi che abbiamo vaneggiato, che il comportamento e le parole carine sono state frutto della nostra immaginazione condizionata dall'indiscusso interesse per quella data persona!

Certo che no, in quel frangente non posso essermi sbagliato, non abbiamo vaneggiato, ci si può attendere anche un comportamento di tal genere che indubbiamente ci spiazza, quando non ci esasperi. Mi aveva confidato un giorno il mio più caro amico che una ragazza era stata capace di esaltarlo, grazie al suo irresistibile comportamento, così tanto fino a fargli immaginare di essere stracotta di lui e poi bloccarsi di colpo nell'attimo parso al mio amico il più propizio ad un ulteriore definitivo approccio ed essere capace di esclamare, simulando sorpresa: "Scusa, ma tu che cosa avevi capito?! Cosa ti è passato per la testa?!"

O quella grottesca vicenda capitata in gioventù ad un vecchio collega che per timidezza non era riuscito a dichiararsi alla donna che lo faceva sognare per lei disposto a qualunque tipo di sacrificio e, un paio di mesi dopo, quando ormai tutto era incredibilmente sfumato e impossibilitato a rigenerarsi per l'autoconvinzione negativa sull'utilità di qualunque sforzo per farla interessare a lui, era venuto a conoscenza che lei, esattamente durante i giorni in cui lui era letteralmente perso e incottato, non avrebbe atteso altro che un inequivocabile gesto da parte di lui!

Ma tutte le appartenenti all'altra metà del cielo sono esattamente fatte così? O siamo ottusi noi a non riuscire a comprenderle? Oppure invece è tattica il divertirsi un mondo a giocare con i sentimenti altrui? E perché?

 

Ma quanto mi piacque il suo modo di essere la sera della conoscenza! Come fu capace di affascinarmi mostrandomi semplicemente se stessa e la grazia con cui accoglieva le mie parole! Mi ero sentito così compreso che avevo per qualche attimo persino ipotizzato che qualcuno che mi conosceva bene si fosse in precedenza con lei profuso con estrema precisione e sovrabbondante dovizia di particolari su di me, sui numerosi lati del mio carattere, sulle mie debolezze e le mie certezze senza tralasciare alcunché.

Non sono però in grado di determinare quali siano esattamante i reali sentimenti che me la legano, se essa stessa si ponga un tale quesito, ci ragioni sopra o se, mentalmente libera, viva normalmente il nostro rapporto così per quello che pare. So soltanto che una sua telefonata anche brevissima basta a riempirmi la giornata senza bisogno di niente e di nessun altro; durante un giorno cupo in cui mi pare che nulla possa tirarmi su e benché io stesso al pensiero di sentirla neghi tale possibilità ("Neanche Sabina riuscirebbe a restituirmi il buonumore in questo momento…") la sua voce che entrava in piena sintonia con la mia si rivelava invece la sola capace al miracolo!

Se un mattino, appena sveglio di ottimo umore e fiducioso nel respiro della vita ed in quello che essa fosse in grado di offrirmi, così ben disposto verso il mondo intero, venissi còlto da una disinvolta voglia di farla partecipare a tale mio aereo stato d'animo con il conseguente intento di farglielo condividere volentieri con l'invio di un sms e, dopo aver introdotto i miei mille consueti interrogativi fra quel desiderio che mi si pari legittimo all'interno del mio profondo sentimento e l'opportunità di mettere in atto quanto progettato, optassi per la soluzione positiva non senza preventivamente aver imposto alla mia emotività una rigida disciplina sulla razionale convinzione che, risposta o non risposta, la cosa non avrebbe dovuto preoccuparmi e né mutato assolutamente lo stato dei fatti; partito l'eventuale sms e trascorso invano il tempo logico entro cui  potrei attendermi la sua replica, smarrirei gradualmente lucidità tentando  nel contempo di giustificare forzosamente a me stesso il silenzio di Sabina con l'ipotesi del suo cellulare ancora spento ovvero lasciato a caricarsi su di una remota mensola casalinga, o altresì immaginare che quanto spedito non sia malauguratamente giunto a destinazione. Quale immane sforzo ammettere invece, in ultimissima analisi, la sua possibile volontà a non replicare!

So che riconquisterei la totale padronanza di me e l'ottimismo iniziale solo a risposta ottenuta.

Ogni volta insomma che Sabina possa far capolino nella mia vita di persona ovvero tramite un qualsivoglia mezzo (telefono, Pc, cellulare), son certo che il mio umore migliori, inutile nasconderlo; lo facessi   equivarrebbe a prendermi in giro da solo. Un suo sorriso mi proietta al settimo cielo; uno sguardo spento mi spinge all'infermo! Mi aveva catturato: si tratta soltanto di valutarne la percentuale. You've really got a hold on me, come cantavano i Beatles all'inizio della loro attività, nell' alternare i loro vivaci brevi brani timidamente impastati di rock e di blues a pezzi dal passo più lento come questa superba canzone di Smokey Robinson da loro meravigliosamente interpretata.

E non parliamo poi dell'annichilimento di fronte all'eventuale inopportuna uscita "io e te siamo amici" che per fortuna ancora non le avevo sentito pronunciare e che mai e che per nessuna ragione al mondo l'avrei auspicato! Perché benché spesso si amerebbe sentirsela ripetere da qualsiasi individuo, non costituisce in tutti i casi e in tutti i tempi, come parrebbe, una dichiarazione positiva; ma è invece una frase micidiale perché subdola. Apparentemente enunciando infatti una sorta di piacevole sentimento provato, quella proposizione assai spesso sta invece artatamente (e non voglio spingermi a suggerire: perfidamente) limitandone un altro fino a neutralizzarlo! Il suono delle parole potremmo anche giudicarlo in senso positivo, diciamo in generale; è però la sua interpretazione a  risultare tragica! Molti esseri umani di sesso femminile non appena si trovino a vivere un peculiare rapporto affettuoso con persone di sesso opposto che possa causare profonde riflessioni o fors'anche qualche lieve perplessità, all'onesto riconoscimento dell'esatta natura di quel dato sentimento, preferiscono invece supinamente lavarsene le mani imboccando la comoda scorciatoia della pronuncia di quella semplicistica proposizione del tutto asettica e per nulla compromettente, che liberi dall'impaccio tramutandone da positivo a negativo il significato. Enunciare “Io e te siamo amici” rappresenta la volontà specifica di voler operare in quel preciso momento un forzoso distinguo, imprimere un'antipatica  distanza, interporre un fastidioso paletto, allertare una solerte sentinella virtuale a vigilare dinanzi ad un'altrettanto immaginaria porta! Futile girarci troppo intorno, colei che spavaldamente la pronuncia intende chiudersi e significare su per giù: "io per te ho simpatia ma vedi, così come potrebbe essere per mio fratello; potrei trovarmi nuda su di un letto insieme a te che sono certa non succederebbe nulla…e se tu pensi che io provi qualcosa di diverso, sei totalmente fuori strada!" e che, sfrondando ulteriormente senza costruire inutili impalcature di orpelli, alchimie  o sovrastrutture di alcun tipo, né tantomeno fare un bagno in reiterate cavillosità ermeneutiche, sta a rovinosamente e semplicemente precisare: "tu mi sei poco più che indifferente."

Ecco spiegato dunque ciò che spesso intende rivelare quell'espressione: è quasi peggio che sentirsi dare dell'antipatico; in quest'ultimo caso se non altro la natura dell'apprezzamento è palese!

Già, perché non è vero che i termini 'indifferenza' e 'antipatia' siano sinonimi come invece oggi troppo superficialmente si tende a ritenerli e confonderli nel nostro comune idioletto, perché questa intende rappresentare ed esprimere un sentimento del tutto negativo provato verso qualcuno in particolare, quella invece può recare dentro di sé, per paradossale che possa parere, anche delle positività nel senso che l'indifferenza non è sempre riferita alla qualità di quel certo destinatario, quanto alla constatazione di un ben specificato "state of mind", vuol dire che due individui potrebbero risultare persino simpatici, piacevoli, però…'indifferentemente', senza operare dunque alcuna distinzione a frequentare l'uno, l'altro, ovvero un elevato numero di altre diverse persone. Non esiste alcuna scala, alcuna rubricazione; il peso è assolutamente paritario. Non è possibile e soprattutto “umano” comportarsi all'interno dei rapporti interpersonali in egual misura nei confronti di tutti i propri simili; gl'individui che lo fanno, o comunque lo tentino, sono indifferenti! E' chiarissimo, è un' equazione matematica: chi non fa differenze è indifferente.

Se capitasse ad esempio l'inopinata temporanea impossibilità a reperire per telefono in un dato momento una persona da me considerata "speciale" con cui avessi invece desiderio di una conversazione, mi porterei anzitutto ad attendere il naturale tempo per riformulare il suo numero oppure, se proprio in quel dato giorno mi sentissi particolarmente facondo e leggero, potrei cercare di intrattenermi in dialogo con un secondo individuo ed eventualmente con un terzo. Però la contrarietà provata per non esser riuscito a contattare chi volevo, potrebbe sì essere alleviata dalla piacevolezza che magari la conversazione realizzata con gente scelta successivamente mi avrà pur innegabilmente procurato, ripeto alleviata; però mai e poi mai in alcun modo venirne surrogata così da poter trarre la conclusione di equiparare ogni possibile interlocutore!

La volta che invece intendessi conversare soltanto di argomenti non impegnativi, prenderei a caso, senza la preoccupazione di chiedermi quale tipo di persona contattare.

 

Ebbene queste personali considerazioni hanno stimolato il desiderio di telefonarle. Ma sì, ci provo; dopotutto non devo preoccuparmi se una  conversazione pericolosamente stagni pervasa da lunghi attimi silenziosi di grande imbarazzo, perché il non saper talvolta cosa dire, l'essere in difficoltà a proseguire, sono situazioni molto più frequenti e comuni anche fra persone dotate al solito di un ottimo dialogo.

Batticuore galoppante: la linea è libera...

“Ciao Sabina...”

“Ciao...”

Mi ha riconosciuto, per fortuna.

“Va tutto bene?”

“Il solito e tu?”

“Anche io la solita routine.”

“La routine anche se annoia è infondo rassicurante.”

“Certo; meglio la routine che peggio, meglio la monotonia che un grattacapo-”

“Proprio così; sai sempre trovare le parole giuste.”

“Sei tu molto gentile. Piuttosto scusami la formalità: ti ho disturbato? Devi far qualcosa d'importante?”

“Hai detto bene: formalità. Non mi conosci ancora; io sono molto diretta e se non potessi stare al telefono lo direi.”

“Ammiro la schiettezza e detesto l'ipocrisia.”

“Anche io; devo sempre dire ciò che penso. Certo non arrivo alla  maleducazione, ma devo dirlo.”

“Bene così; io non sempre riesco a essere diretto, magari giro intorno ma alla fine esprimo il mio pensiero: tu c'impiegherai venti secondi e io venti minuti!”

Quanto adoro sentirla sorridere come adesso!

“Ti sento sempre volentieri...” proseguo.

“Anche io...anzi mi permetti un'indiscrezione proprio sul tema?”

“Dimmi pure, chiedimi tutto.”

“Posso chiederti, approposito di schiettezza, cosa pensi di me e perché provi tanto piacere a sentirmi?”

Accidenti, mi ha preso alla sprovvista; non so cosa risponderle.

Ma proprio durante l'imbarazzante ritardo della mia risposta, lei provvidenzialmente:

"Oddìo che disastro!"

"Cosa è successo?" Intervengo rinfrancato e oltremodo felice di poter godere di alcuni attimi per riordinare le idee e fornirle, mio malgrado, una risposta che non necessiti di ulteriori approfondimenti.

"Il gatto; ne ha combinata un'altra delle sue. Puoi aspettarmi un attimo?"

E' ciò che agogno in questo momento; quasi un inatteso intervento divino!

"Non preoccuparti." - La rassicuro - "Vai a fare quello che devi fare; ci risentiamo con più calma un'altra volta."

"Sì grazie, è meglio così. …Scusami."

 

 

IV

 

Ma cosa mai esiste d'interessante ad Auravilla e precisamente in località Mustaiole per giustificare la mia presenza lì? Per nessuna ragione al mondo (che non fosse la pura appartenenza al luogo) individui diciamo di normale intelligenza e cultura vi avrebbero messo piede per il semplice motivo che a stento i cartografi erano a conoscenza dell'esistenza di quella località. Benché profuso in ricerche, poco d'importante riusciva  a palesarsi al di fuori delle scheletriche scontate citazioni geografiche comuni a migliaia di analoghe località italiane che nulla aggiungono, né tantomeno ingordiscono il curioso lettore.

Rinvenni, successivamente, a seguito delle numerose investigazioni, una congettura del 1911 del filologo Fabrizio Costadoro secondo cui una iscrizione apparsa sull'unico rudere presente, una specie di targa lignea le cui numerose abrasioni avevano reso pressoché impossibile la totale decrittazione paleografica, richiamava un lacerto di una copia di livello medio basso parte di un codice miscellaneo della ricostruzione stemmatica di un manoscritto di origine ignota probabilmente intitolato "Spirto del chanto", presunto 1200 o giù di lì, riportato nel secolo successivo da un anonimo benedettino e custodito presso la Biblioteca Laurenziana di Firenze al Banco Rari. Ma pur prestando fede agli autorevoli studi del Costadoro, rappresentava comunque ben poca cosa per giustificare un'appassionata presenza lì. Ma perché intendo presenziarvi? Semplicemente perché, per una di quelle strane combinazioni del tutto casuali, ho saputo che Sabina vi si recava per accompagnare o, secondo i casi, tornare a riprendere, sua madre che amava soggiornarvi durante la buona stagione per un periodo di alcune settimane presso una parente cui pareva molto affezionata. L'occasione per poterla incontrare in Auravilla mi pare propizia e al di fuori di una qualche kermesse ufficiale: fingere di essere capitato lì per caso.

Ci risiamo: con quale pretesto ci si può trovare "casualmente"? Non si trattava mica di piazze note di gran rilievo come San Pietro a Roma, San Marco a Venezia, oppure ancora la parigina Place Vendome o Trafalgar Square a Londra che da sole giustificano mille presenze e nessuno, trovandosi per caso faccia a faccia con un conoscente, potrebbe porre l'ingenua domanda: "cosa ci fai qui?" data la loro  indiscussa attrattiva turistica. Incontrarsi invece sulla piazzetta principale di Auravilla, cosa  sarebbe possibile inventare di credibile? Non certo l'interesse filologico per l'iscrizione sul rudere cui nessuno avrebbe creduto. O no? O forse sì? Man mano che la mia automobile sta mangiando i chilometri sull'asfalto, non mi è comunque riuscito di reperire una spiegazione plausibile, pur avendone studiate diverse. Mi affiderò al caso e al momento in cui Sabina (sempreché riesca ad incontrarla) mi ponga eventualmente  l'ineffabile quesito. L'unica speranza nella quale tento di confermarmi è rappresentata dalla possibilità della sua presenza che in nessun modo intendo lasciarmi sfuggire.

Giungo finalmente ad Auravilla e posiziono l'auto di fronte ad un caffè ben tenuto che apprezzo appena fatto ingresso per consumare un espresso in una magnifica giornata di sole da non vanificare, pur non avendo ancora elaborato nella mente la spiegazione giustificativa per l'incontro. All'interno dell'ampio locale fornito di tavolini coperti da eleganti tovaglie giallo canarino noto che è possibile, oltre che consumare della normale pasticceria, anche uno spuntino rustico o persino un pasto completo. Il lungo bancone in marmo screziato; dotata di una estesa specchiera la parete posteriore; due lampadari semi antichi insieme ad un paio di rigogliose piante d'appartamento e improbabili disegni incorniciati come quadri, completano l'arredamento. Solo due, oltre a quello dove mi trovo, sono dei sette i tavolini occupati: il primo da una famigliola padre, madre, due bimbi rigorosamente un maschietto e una femminuccia, più un'anziana signora presumibilmente una nonna. Vestono una sobria eleganza; una famiglia borghese tornata o in procinto di recarsi nell'attigua chiesa. Un signore anziano che insieme al caffè sorbisce le notizie del quotidiano inforcate le minuscole lenti di lettura, occupa invece il secondo. Compassati i gesti del cameriere dietro al bancone, non è abituato a gestire una febbrile clientela metropolitana metà della quale non fa nemmeno caso a cosa mette sotto i denti, troppo stressata per rendersene conto. Riceve l'amico allampanato con i capelli raccolti in una comoda coda che gli si rivolge in dialetto prima di esplodere in una compiaciuta risata goliardica. Si fa servire un succo di frutta continuando la sua divertita affabulazione, interrotta di tanto in tanto dalle osservazioni della signora della cassa apparentemente divertita anch'essa. La mimica della situazione sostituisce la scarsa comprensibilità dell'idioma.

Del mio espresso e della mia brioche restano a testimonianza il fondo della tazzina e qualche scaglia sparpagliata oltre che sul piattino che la conteneva, anche sui risvolti della mia camiciola estiva. Comunque privo di qualsiasi riferimento temporale mi rendo presto conto di essermi imbarcato in una strana scommessa con me stesso. Non estesa la superficie della località d'accordo, ma incontrare Sabina non avrebbe facilmente rivestito quella conseguenzialità da me ottimisticamente e forse erroneamente ipotizzata. Mi lascio intanto cullare dalla piacevole atmosfera creata dai residenti e pigramente sfoglio il quotidiano lasciato languire in un angolo della spaziosa sala, mentre i dardeggi del sole finiscono al centro dei miei occhi. Posto ce n'è e posso occupare il tavolino quanto mi garbi. Il clac del circolare orologio a muro riesce a riportarmi alla realtà: sono quasi le 10.50 e devo darmi da fare per favorire l'incontro che, sinceramente, principio a ritenere sempre meno probabile, benché già dall'inizio avessi potuto attendermelo.

Uscito dal caffè mi guardo intorno e abbordo subito un passante; ma già prima che mi risponda dopo avermi fissato con i suoi occhi inespressivi non avvezzi ad essere interrogati, scorgo appena all'interno della prima traversa una freccia azzurra rivolta verso destra con la scritta Mustaiole 0,5. Poco distante si aprivano infatti uno spiazzo e un piccolo crocevia di stradicciole protetto da tigli di grandi dimensioni; poca gente in giro e sottofondo di merli cinguettanti. Con occhi interessati vado cercando anche la targa che ha intrattenuto il Costadoro prima di rammentare la sua ubicazione in Auravilla e non in località Mustaiole. Dunque ripensiamo al quesito al quale sarò probabilmente sottoposto: cosa sono venuto a fare? Ci sono; a prendere visione di alcuni lotti insieme ad un agronomo o un mediatore di terreni con cui avevo precedentemente fissato un appuntamento. In qualunque momento avessi incontrato Sabina l'avrei prontamente informata di aver lasciato poco prima quel signore. Adesso il compito maggiormente arduo è guardarmi intorno alla sua ricerca.

Vialetti alberati e poche auto parcheggiate davanti alle abitazioni molte delle quali contornate da un geometrico giardinetto fiorito. Ne percorro uno forse il principale: a sinistra un'ampia cascina all'interno della quale un anziano in maniche di camicia siede su di una sedia di paglia reggendo il suo bel bastoncino fra le gambe saldamente piantato sul terreno, godendosi i raggi solari miracolosi per la sua artrite invernale. Alle sue spalle il rumore del motore di un'attrezzatura agricola in funzione. Odore di stallatico e lontani muggiti.

Un attimo dopo il panico. E se Sabina fosse a conoscenza che, mettiamo, siano dieci anni che non è più disponibile un solo lotto ad Auravilla, come mi giustificherei? Presto detto: sono stato evidentemente male informato da chi mi ha inviato qui. E se non esistessero mediatori in questo luogo? Si trattava di uno di fuori. E se conoscesse i nomi di tutti i mediatori di Auravilla e dintorni e mi chiedesse con chi di loro mi sono intrattenuto? Questa è grossa! Cosa rispondo? Si trattava sempre di forestieri. Trapano: ma come si chiamava? Me l'ha detto ma l'ho dimenticato. Va bene, basta così. Mi accorgo che queste elucubrazioni sono soltanto il frutto di una mente esaltata; mai sarò sottoposto ad un interrogatorio di tal fatta. Eppoi quand'anche? Chissenefréga; messo alle strette direi la verità: volevo incontrarla!

Continuo a guardarmi intorno, se è qui prima o poi la scorgo. Il viale principale termina in aperta campagna da dove sono visibili i poggi più lontani. Incontro una roggia vicino alla quale è parcheggiata un'arcaica Fiat 128 verde sbiadito e ricevo lo sguardo diffidente di una grassa contadina che mi passa accanto e, successivamente, un omino di mezza età in pantaloncini corti al ginocchio e un sorridente e sereno viso ovale che mi saluta come se mi conoscesse benché l'appello alla mia memoria non sortisca effetti; ricambio il saluto miracoloso! Ecco un folto gruppo di ragazzini sui dodici anni in tuta azzurra con scritta dorata sul dorso: Atletico Fivizzano. Fra loro l'allenatore, un signore sui cinquanta brizzolato in tuta anche lui: riconosco l'ex calciatore di serie b che negli anni settanta ha vissuto il suo quarto d'ora di popolarità segnando al Comunale di Torino il gol vincente contro la Juventus nel corso di un torneo minore, ma nome e cognome non vogliono superare i meandri dei miei confusi ricordi.

Mi sta sfilando avanti tutta Auravilla Mustaiole compresa e di Sabina nulla. E' sbagliato il giorno, l'ora o tutte e due le cose insieme? Che si stia profilando la medesima fattispecie del suo mancato arrivo da Firenze in direzione Berna? Una ingannevole coazione a ripetere sadicamente proiettata verso la mia incolpevole persona? Il respiro mi si ferma in gola insieme a tutte le altre fantasticherie, avverto che l'emozione mi sta abbracciando: non è sbagliato né il giorno, né l'ora, né nient'altro! Questa volta Sabina c'è. Si è appena accorta di me e sta venendomi incontro senza fretta. Vivrò l’inevitabile tòpos dell’afasia di fronte alla donna amata? Cordialità, simpatia, anche espansività, ma non meraviglia; stranamente naturale per lei trovarmi lì. Che mi avesse scorto a mia insaputa seduto al caffè? Pressante il desiderio di sapere ma me ne astengo.

"Sediamoci qui" - e con semplicità indica una delle numerose panchine di legno all'interno del giardinetto semideserto, simultaneamente poggiando mentre si accomoda, la borsetta estiva dai colori vivaci sulle gambe coperte da un jeans di stoffa leggera di un celeste sbiadito che pare bianco sporco. La camicetta arancione profilata di giallo ocra mostra, all'altezza del cuore, una piccola icona stilizzata di un delfino o di qualche altro cetaceo somigliante.

La osservo attentamente nella sottile capigliatura biondocenere al solito un po' scomposta; liscia la pelle del viso scarno e lentigginoso, la dentatura stretta e lievissimamente sporgente nella parte superiore ma tuttaltro che fastidiosa. Non mi è possibile guardare né le rade sopracciglia, né l'espressione dei suoi occhi nascosti dagli occhiali da sole ma che ricordo di un nocciola chiarissimo quasi unico. Eccola arrivare al dunque temuto:

"Mi stavi facendo la posta? Altrimenti perché sei qui?" - L'ironia è stringente come la perentorietà della domanda. Le getto confusamente fra le gambe la balla dei lotti, ma senza infonderle dubbi particolari. Non sembra poi in realtà molto interessata a scoprire se si tratti di una scusa; non sembra le importi approfondire le motivazioni della mia presenza, pare prenderne unicamente atto, ribattendo invece con la sua di motivazione di cui già ero al corrente a sua insaputa. Si diffonde mantenendo basso il tono della voce e con un eloquio fluido e pacato imprimendo una calata di sinuosa musicalità all'ultima sillaba di ogni parola risolutiva un po' alla maniera dei genovesi ovvero dei parmensi della Val di Taro da farmela ipotizzare originaria della Lunigiana, ma poi la gorgia con cui emette le /c/ dure, sia pur lievissima e appena percettibile, me la riconduce naturalmente fra i nativi d'Arno.

Seguo poco o nulla della nostra chiacchierata: mi piace solo averla lì accanto a me, condividerne qualche momento, respirare insieme l'insistente profumo dei tigli attigui; è con me, soltanto io posso sentirne la voce, virtualmente mia e questa strana idea di possesso del tutto immaginario sento bastarmi. Estrae il cellulare dalla borsetta e previo un garbato gesto della mano si scusa ma deve rispondere: ovviamente ignoro chi abbia appena digitato il suo numero, ma prima che io cominci a formulare nella mia testa imparziale mille contorte supposizioni, la frase da lei pronunciata al saluto conclusivo ("stai sicura che ti richiamo"), lenisce per fortuna le mie pene. Non si è intrattenuta con un essere umano di sesso maschile. Bella soddisfazione, hai proprio da essere orgoglioso - mi ripetevo - ma non ha detto che ha un marito? Non lo so, non lo ricordo, né voglio ricordare. In questo preciso momento non m'interessa; mi conforta che ad intromettersi non sia stato alcun uomo. In caso contrario mi sarebbe parsa l' inaccettabile profanazione di quei meravigliosi ed irripetibili attimi di dolce intimità!

"Adesso però devo salutarti." - Mi sveglia dal mio onirico dondolarmi; è oramai impiedi.

"Quali sono i tuoi programmi?" - Le domando più per formalità.

"Quali vuoi che siano? Passo subito a prendere le due signore per andare a mangiare al ristorante; poi trascorrerò il pomeriggio con loro e domattina parto. Per la verità mia intenzione sarebbe stata quella di partire prima o al massimo dopo cena, ma mi hanno convinto a non mettermi in viaggio affrontando la strada di notte; non si tratta nemmeno di un viaggio cortissimo."

Annuisco.

"Senti" - fa subito dopo appoggiando leggermente la sua destra sul mio avambraccio infondendomi una sensazione stupenda - "avevo pensato che se…non so verso le sei sei e mezza riesco a ritagliarmi un'oretta per me, possiamo rincontrarci. Ti va?"

La freschezza del suo tono è immutabile; completa assenza di provocazioni e contorsioni mentali. E' questo che me l'avvicina ancora di più.

"Magari!" - Intervengo (e davvero ne avrei una voglia matta) - "Ma devo partire; se non ti avessi incontrato sarei già in macchina."

La rinuncia alla conseguente possibile battuta "allora ti ho rovinato i piani?" rende Sabina ancora migliore. Non ho effettiva necessità di trovarmi a casa prima di sera, ma gli è che la mia mente aveva precedentemente elaborato gli avvenimenti di questa domenica e modificarne il corso non mi pare naturale per cui telefonarle, magari fra un'ora per comunicarle di aver rimandato la partenza, può suonare scordato, che abbia risposto con una bagola alla sua proposta e che invece posso in realtà restare, oppure che la sua offerta mi avrebbe fatto tardivamente ritornare sui miei passi. Nessuna delle due fattispecie mi affascina e quindi, mano allo sportello, devo partire.

L'estatico trasporto con cui ci siamo abbracciati nello scambiarci il saluto, potrebbe rappresentare il giusto congedo non c'incontrassimo mai più!

Certo che la sua apertissima disponibilità della possibile ora da trascorrere insieme è stata un'occasione di cui non ho voluto approfittare  e il mio atteggiamento volutamente sfuggente sarà risultato incomprensibile ai suoi occhi, ma chissà mai che la mancata ora insieme che adesso, chilometro dopo chilometro rimpiango, non avesse sortito effetti se non marcatamente negativi, certo meno positivi di quelli sperati, oppure rimasto lì, avrei ricevuto la sgradita sorpresa che lei stessa all'ultimo istante avesse malauguratamente differito ed allora sarebbe stato peggio perché non me lo sarei perdonato e mi sarei dato dello stupido con piena convinzione.

Ma cosa esattamente cerco da lei? Forse una travolgente notte di passione? Certamente no; o meglio non sarebbe quello il fine ultimo, semmai una delle possibili conseguenze da non poter comunque aprioristicamente escludere. Stravolgere tutto e proporle, teatralmente accorato, di scappare insieme per ricominciare una vita accanto? Nooooo; una tale richiesta spaventerebbe più me che lei. Eppoi non voglio questo! Non desidero assolutamente sconvolgere la sua quotidianità, deviare il corso della sua esistenza cercando di minarne le sue certezze, i suoi impegni, forse le sue mire, quei risultati faticosamente ottenuti mettendo in gioco tutta se stessa per raggiungerli non senza fatica. Intromettermi maldestramente come quel tronco d'albero, pericolosamente divelto da un notturno temporale e frammesso di traverso impedendo con gran fastidio la prosecuzione del percorso delle auto su di una provinciale stretta, non è mia intenzione farlo. E d'altra parte non intendo nemmeno che lei stravolga la mia di vita, chiedendomi impegni e risposte difficili o impossibili da fornire. Sabina non deve rappresentare una presenza ingombrante, problematica ed egualmente io per lei. No; lei riesce miracolosamente a risvegliare il meglio di me, la mia voglia di vivere, di esser allegro, brillante, migliore, di respirare liberi, di riuscire a stupirmi ancora, di riconquistare la serenità d'animo per meglio comprendere ed accettare i lati comportamentali delle persone da cui siamo quotidianamente circondati. Mi sento capito, ci si ruba in simultanea pensieri e parole. Mantenere quella meravigliosa complicità incommensurabilmente ineffabile che la rende una presenza discreta ma importante nella mia vita senza per questo, ripeto, minare le sue conquistate certezze.

Benché però mi accorga come tutto questo accada ad ogni incontro, ad ogni telefonata, trascorso un certo lasso di tempo che so, appena fatta luce sul giorno successivo, rimuginando magari su di un suo gesto, una sua parola, una sua risposta apparsi vaghi e che secondo la mia sensibilità non avrebbero dovuto esserlo, mi convinco di quanto si mostri  indifferente nei miei confronti e torno perciò a provare inquietudine, insicurezza, mi pare di perdermi, di percorrere in completa solitudine un viaggio tutto mio, decontestualizzato; pur se i fatti testimonino finora più dei miei contorti ragionamenti sento questo non bastarmi. Un'assicurazione… sì, un'assicurazione; ecco quello di cui probabilmente ho bisogno, di una sua esplicita dichiarazione che sta a cuore anche a lei quella tenera complicità vissuta in egual misura, un punto fermo da non porre continuamente in discussione; il riconoscere la condivisione di quel sentimento certamente troppo debole per travolgerci e stravolgerci la vita, ma viceversa troppo forte per essere sminuito stringendolo nell’angusta codifica di “tiepida simpatia”.

Forse lei stessa non si è mai posto il quesito se farlo o no, o che forse già l'aveva dichiarato e un involontario oblìo me lo aveva invece miseramente offuscato. Tutti confusi timori che gravitano all'interno del mio animo al pari confuso e assorto e che solo nel suo fantasioso interno trovano comodo ricetto, ma assai difficili da esternare. Però nell'attimo preciso in cui, potrei armarmi di penna per fissare su carta e successivamente fargliele pervenire queste mie sensazioni passate e ripassate attentamente nella mia testa, baciate per giunta da una temporanea lucidità per me inusitata, il terrore di rovinare ogni cosa coll'impastoiarmi nelle pieghe di uno scomodo interrogativo-boomerang, stronca immediatamente ogni mia possibile iniziativa. Deduco sia meglio accontentarmi soltanto di quel poco o tanto che mi fosse consentito ricevere da questo particolare rapporto e magari nel dubbio soffrire, piuttosto che essere folgorato da una terribile frase indesiderata che si sarebbe spinta molto più in là di quanto io possa emotivamente sopportare!

Ma quanto sono peculiari i sentimenti umani! Quale è ad es. il primo pensiero che baleni nella mente quando sul tram o sulla metro si noti una persona piacente? Di poterla incontrare il giorno successivo. E se l’incontro si realizza continuando con costanza nei giorni e nelle settimane, la nostra prossima mira sarà quella di cogliere un pretesto per rivolgerle la parola e, quando poi anche questa specie di miracolo accade, ci si accorgerà poi miseramente che non è successo nulla, che saranno trascorsi dieci anni limitati ad un incolore scambio di brevi frasi amene sul comune mezzo di trasporto senza alcuna importanza per lo spazio di quelle poche fermate da condividere prima della discesa di uno dei due…

Temo a volte che lei rappresenti quasi un sogno ricorrente che come compare così può scomparire; come quando càpita di svegliarsi nel pieno della notte all'improvviso a séguito di un sogno dolcissimo e non c'è mai verso di riprenderlo sia pur riaddormentandosi, egualmente così la sua figura: il brusco risveglio e con terrore constatare che non sia mai esistita nella realtà!

Mi fa stare bene. Sabina mi fa stare bene, così semplicemente.

Mi rallegro ad ogni tipo di contatto, di comunicazione, di un qualsivoglia mezzo in grado di procurarmeli, mi compiacevo quando ne ricevevo un sms non importa quanto lungo, magari spesso stringato come nella sua natura, delle volte composto da un solo vocabolo, che dico?, da due lettere soltanto e mi piaceva altresì guardarlo e riguardarlo, leggerlo e rileggerlo per poter sognare e cogliervi molte più cose di quanto non avesse graficamente manifestato; come se fissandolo con ferma insistenza avessero per miracolo potuto materializzarsi ulteriori metamessaggi, cullandomi a divertirmi con il lessico, fantasticando e sperando il realizzarsi di situazioni criptate che avessero generato informazioni affettuose e rassicuranti come se ad esempio, dal messaggio riportante semplicemente il lemma "saluti" che, ricevuto da tutti gli altri individui abitanti nell'universo di mia conoscenza non avesse, secondo il mio freddo ragionamento, significato null'altro di ciò che il significante andava in quel frangente a mostrare, ricevuto da lei mi spingevo invece a ipotizzare ciò che mi piaceva sognare; magari il meraviglioso acròstico: Sono Ancora La Unica Tua Icona!

 

 

V

 

Mi si avvicina Musetti per chiedermi l'approvazione all'apertura del collo appena giunto a destinazione di cui mi fa sventolare sotto il naso la fattura; è l' addetto all'apertura corriere da venti anni. Ha iniziativa, è competente, sa sbrogliare situazioni complesse, però nei casi di arrivi cospicui domanda sempre conferma per rassicurarsi. Io gestisco l'ufficio cataloghi che si occupa di raccogliere e successivamente catalogare appunto i tipi di scorte di lana provenienti dalle zone interessate prima di essere destinate alla trasformazione da parte dei nostri lanaioli. A voler essere precisi io sono il vice, però essendo la responsabile Sig.ra Occhiena sempre meno disponibile ora perché impegnata fuori sede, ora perché in Direzione, ora per altro, la gestione ordinaria cade sempre sotto la mia giurisdizione.

Nel mondo del lavoro (come poi anche nelle ulteriori vicende che accompagnano la nostra cadenzata esistenza) è fin troppo noto come la fortuna giochi un ruolo determinante: trovarsi al posto giusto al momento giusto, come anche le nature morte oramai sanno, è la ricetta vincente. E ciò si realizza o grazie a quello che potrebbe definirsi "puro caso", la concomitanza cioè di una serie di circostanze favorevoli come quella capitata ad un mio collega di anzianità di servizio inferiore alla mia, che ad una tappa del suo percorso professionale vantava ben tre superiori sopra di sé: una chiusura totale che più totale non si può e di cui egli stesso era così perfettamente persuaso che mai aveva fatto cenno durante i frequenti discorsi fra colleghi, di ipotizzare e sperare per sé una possibile progressione di carriera. Invece uno dopo l'altro, grazie appunto a quella famigerata serie di eventi favorevoli sopra accennati, i superiori si erano non solo dileguati, ma l'intera fattispecie si era altresì concretizzata in tempi brevissimi, col risultato che, in uno spazio temporale inferiore a cinque anni, il collega si è trovato a diventare, "per scorrimento", lui il responsabile della sua struttura di appartenenza, con tutto ciò che comportava: aumento di stipendio, passaggi di grado, superiore credibilità in Direzione, prestigio personale.

I più smaliziati marpioni, quelli capaci di mordere i lati più duri della vita umana,  da sempre vanno affermando che la tipologia "posto giusto al momento giusto" si possa, non sempre realizzarsi per caso, bensì ottenersi in modo esclusivo grazie all'intervento benevolo di qualche capintesta. La conoscenza di un politico sia la miracolosa chiave capace di aprire tutte le porte rigorosamente serrate; fosse riuscito anche a me avrei sicuramente (secondo loro), come suol dirsi, cambiato posizione! Ebbene ho avuto modo quasi casuale di conoscerne e frequentarne due (per fortuna non lontani dalle mie tiepide simpatie in quel campo) e non si è mosso mai nulla! O sono io a non saperci fare e non essere tagliato per questo genere di approcci, o forse non riesco ad esporre in modo esauriente e chiaro quali possano essere le mie necessità insieme alle mie lecite mire, oppure mi sarà capitato d'imbattermi negli unici due personaggi politici che abòrrano qualunque tipo di traffico anche il più "leggero" e legittimamente praticabile. “Hai incontrato nel tuo percorso  gli unici due politici onesti” è stato il tagliente commento di mio cugino Anselmo sempre pronto a cogliere caustico le sfumature di ogni situazione.

La mia patologica sindrome personale sul posto di lavoro di trovarmi sempre inesorabilmente almeno una persona in posizione gerarchica superiore, ha rappresentato e rappresenta quasi una forma di condanna che continua a perpetrarsi nel tempo con una regolarità di tipo kàrmico quasi che, in qualunque parte dell'azienda fossi stato spedito, mi toccava sempre di partirvi col superiore al guinzaglio, ovvero collocato nel taschino della mia giacca da depositare opportunamente di volta in volta presso la mia nuova destinazione con il compito preciso di funzionare…da tappo. I motivi forieri di tale tipo di inesorabile condanna rimarranno eternamente avvolti nel mistero!

Persino quando poi in qualche rara occasione dei miei remoti trascorsi professionali è sembrato che questa eterna tipologia stesse finalmente per sciogliersi a mio favore e capitare anche a me l'improvvisa partenza del diretto responsabile che mi avrebbe condotto ad alzare le mani al cielo in segno di ringraziamento, perché avrebbe significato l'indiscussa fortuna a beneficio di qualunque "vice", mentre ero lì ad assaporare il famigerato “scorrimento” per una volta a mio favore, il meccanismo all'improvviso principiava invece a scurirsi, a ingarbugliarsi, a incepparsi, fino a trasformarsi definitivamente, sia pur con progressione lenta ma di natura provocatoria, ad es., nella fattispecie in cui l'ufficio dove militavo, prima che io avessi potuto fregiarmi della conseguente e a quel punto inevitabile qualifica di responsabile, finiva per essere incorporato all'interno di un altra struttura di dimensioni maggiori già esistente e, inutile dirlo, regolarmente completata da uno o più dipendenti rivestenti l'immancabile ruolo di superiori. Ho persino disperatamente chiosato in passato un po' per scherzo e un po' no che, se un malaugurato sisma abbattutosi sul palazzo dove ha sede la mia azienda durante l'orario di lavoro ne avesse causato il crollo e si fossero salvate soltanto tre persone (me compreso), le altre due superstiti sarebbero state sicuramente due più alte in grado!

 

°°°°°

 

A chiunque di noi in ufficio che abbia età per ricordare non era sfuggita la peculiarità della omonimia fra il nostro responsabile e la conturbante bionda ex del gruppo pop "Ricchi e Poveri", ma oltre a quello e l'analoga natività genovese, le somiglianze si esaurivano lì. Gli ottanta e più chili di peso corporeo (per tenerci bassi) della nostra Occhiena allontanavano ancora maggiormente le possibili analogìe. Una volta il collega Rampinelli, in vena di lepidezze, mi comunicò trasognato di quanto gli sarebbe piaciuto un giorno passare dinanzi alla sua porta, sentir canticchiare, spalancarla di colpo e scoprire che la nostra Loredana si fosse improvvisamente trasformata nella Marina che, avvolta in un attillatissimo abito di lustrini ad esaltare le procacissime forme, avesse cominciato casualmente ad ancheggiare e cantare con voce al pari sensuale! Quando Rampinelli è in preda ai suoi deliri è meglio non contraddirlo e farlo procedere fino in fondo: si sveglierà da solo.

Anche questa mattina il leit motiv che vede la responsabile impegnata e che più volte si era premurata di statuìre che non ci avrebbe rideliziato della sua "ingombrante" presenza prima del rintocco del mezzogiorno, si è realizzato; c'era da crederci data la precisione del personaggio che comunque in queste cose non raggiungeva mai livelli maniacali. Squilla il telefono e mia moglie mi rammenta di passare io in banca perché uscirà più tardi dal lavoro e non farà quindi a tempo. Il plico che custodisce in mano Musetti mentre fa ingresso nella mia stanza è una di quelle buste a sacchetto color paglierino indirizzata a me come Riservata Personale. Bellissimo! Adoro le sorprese. La ricòlloco immediatamente da parte; ho bisogno di esser solo nella stanza per dedicarmici e decido perciò di attendere l'ora di sosta anche se convinto di come l'ansia di scoprire invaderà la mia mente per l'intera mattinata e non sarà facile dimenticarmene.

Finalmente ci sono: dischiudo il plico e mi ritrovo in mano un'analoga  busta a sacchetto ma di dimensioni inferiori all'involucro esterno, recante altresì sulla sua parte anteriore, una normale busta da lettera color avorio chiusa e accuratamente incollata con lo scotch con impresso il mio nome di battesimo preceduto dal segno aritmetico "per". Oltre a quello della carta rinvengo un profumo di acqua di colonia inequivocabilmente femminile e che per scaramanzia non oso subito attribuire a Sabina; vinto ormai dalla comprensibile curiosità apro finalmente la busta più piccola e mi trovo in mano un foglio su cui compare una lettera garbatamente scritta a mano, forse con un pennarello a punta sottile in inchiostro color blue la cui grafia chiara, tonda, lineare e dalle lettere spesso prive delle "grazie", mi riporta immediatamente a lei:

 

"Carissimo, come puoi renderti conto, ti ho inviato il plico. Si tratta del dattiloscritto grezzo di quello studio realizzato insieme ad altri musicisti su quelle due càrole attribuibili a Moniot de Paris di cui sei al corrente. Nel ringraziarti per avermi indicato il materiale utile alla ns. ricerca, ci terrei che, oltre a leggerlo, me lo potessi riguardare, chiosare, aggiustare, come si dice metterlo in bella specie nei punti estremamente schematizzati. Tu sai che su questo mi fido ciecamente di te e se lo farai te ne sarò grata. Poi inizierà la parte più difficile perché, sai anche questo, dovremo suonare entrambi i pezzi dal vivo e a me toccherà il clavicembalo e questo mi crea un po' di ansia perché è altra cosa rispetto al pianoforte che è il mio strumento. La rappresentazione si svolgerà a Montpellier probabilmente all'interno di un chiostro; ti sarò più precisa in séguito. Vorrei tanto che ci fossi! Ma prima di lasciarti voglio esserti sincera fino in fondo: che tu possa aiutarmi nel manoscritto è per me un gran piacere però c'è un però grande quanto l'Italia intera. Non devi sentirtene obbligato soprattutto perché non so se mi sarà possibile inserire il tuo nome fra i collaboratori; non dipende da me ma dalla struttura editoriale. So che sei generoso ma vedersi esclusi dopo aver collaborato attivamente ad un qualunque progetto dispiacerebbe a tutti. A me per prima. Accidenti lo so; adesso penserai che se davvero avessi provato tutte queste remore, compresa l'incertezza della citazione del tuo nome, non avrei dovuto inviarti l'incartamento mentre così ho costituito per te quasi l'obbligo morale alla collaborazione. Più ci penso e più mi rendo conto che se hai svolto nella tua mente questo tipo di ragionamento, non so darti torto. Avrei dovuto fartelo presente prima!

Non importa; qualunque sia la tua decisione fammela sapere e…se ti ho indirettamente offeso o turbato, non è stata mia intenzione. Tu lo sai che spesso mi lascio guidare soltanto dall'istinto, per cui ti chiedo preventivamente scusa.

Un abbraccio affettuoso.

A presto

Sabina"

 

Ancora con il foglio in mano neanche per un attimo penso di non fornire la mia collaborazione al testo. Citazione o non citazione non è questo il problema; ciò che conta è che devo rendermi utile per Sabina. In qualche modo mi ha cercato e non ho voglia di ascoltare le maligne voci di dentro a suggerirmi che è soltanto una richiesta diciamo tecnica per di più "interessata", anzi solo interessata e che poco ha a che vedere con i sentimenti. Non è vero; il tono della lettera è confidenziale e cordiale, direi affettuoso. Almeno a me suona così.

Il resto non importa, I don't care: Sabina ha domandato il mio aiuto? Ha bisogno di me? Ebbene mi ha trovato ed è quello che maggiormente mi preme!

 

°°°°°

Non mi riuscì di presenziare al concerto di Montpellier con molto rammarico e l'insistente idea (o per specificare al meglio: anche disappunto) che da tutto ciò Sabina avesse potuto cogliere in me una incostanza di carattere, una conclamata instabilità, se non, peggio, una sorta di menefreghismo, faticava a staccarsi da me. Chissà; dopotutto a lei probabilmente la mia assenza non sarà pesata più di quel tanto in realtà, non se ne sarà forse neanche ricordata e forse io una delle pochissime persone che i suoi occhi la sera sul palco non avranno cercato. Mi aveva scritto "Vorrei tanto che ci fossi!", ma altro non rappresenta che una delle migliaia di frasi convenzionali di cui è costellato il cielo del nostro bon ton e solamente uno come me, fermamente credente in miti e sensazioni decapitate dal tempo, riesce a captare nell'accezione semantica più nobile e ossimoricamente più cadùca al tempo stesso.

Ho saputo comunque che è stato un successo di cui sono felice quasi avesse coinvolto in toto la mia persona; me lo ha scritto proprio lei inviandomi, per immenso mio gradimento, oltre ad una lettera vergata di suo pugno colma di soddisfazione ma non già di una soddisfazione antipatica di natura presuntuosa, bensì consapevole di aver superato una difficile prova, più una serie di ritagli di giornali a preziosa testimonianza del positivo esito dell'evento. Mi ha ragguagliato con estrema precisione sul panico temuto e provato in apertura, quando le sue mani le parevano aggranchiate nel lambire i tasti del serioso clavicembalo, ma poi, a séguito di un prolungato sospiro, si erano messe a percorrere l'intera tastiera da sole come miracolosamente rapite dalla magnificenza della musica. Ha dichiarato successivamente e per mia fortuna, che anche un paio di sue amicizie meglio collaudate avevano dovuto disertare, loro malgrado, l'intero spettacolo e ciò scemava appena un poco la mia sensazione di colpevolezza. Non che abbia presuntuosamente sopravvalutato la mia presenza attribuendovi una importanza più che sovrabbondante essenziale addirittura, purtuttavia molte volte dentro di me ho biasimato la mia congenita indecisione ad intraprendere persino un qualsiasi percorso a me gradito. Essendosi poi tempestivamente premurata di scrivermi, sta ampiamente a dimostrare l'assenza di alcun tipo di risentimento nei miei confronti, né tantomeno della paventata indifferenza sempre in agguato come un costante incubo durante le mie lunghe congetture, alla stregua di un dispettoso bufardello seduto sulla mia spalla che ogni tanto sembra provare un inarrestabile sadico divertimento a sussurrarmi ineffabili frasi provocatoriamente velenose nella perfida intenzione di incupirmi e di farmi rivedere le posizioni.

A poco meno di mezzora dall'inizio della rappresentazione e a séguito di mille tentennamenti, mi ero curato di farle pervenire, tramite il cellulare, un mio affettuoso incoraggiamento rischiando anche l'ipotesi di una possibile rispostaccia causata dalla indescrivibile tensione dell'attesa e lei mi è parsa al contrario compiaciuta di sentirmi moralmente vicino, apprezzando quanto la mia sia stata una partecipazione sincera e convinta e per nulla falsa o soltanto convenzionale. Col medesimo strumento poi, ha risposto al mio immediato sms inviato in concomitanza all'orario in cui il concerto, secondo miei rapidi calcoli, sarebbe presumibilmente terminato.

 

 

VI

 

Avverto il mio cellulare vibrare all'interno della tasca della giacca appena giunto al portone dell' ufficio; lo traggo con curiosità e letta la graditissima provenienza mi tuffo in mille sogni simultaneamente immaginando cosa mai potrei trovarvi scritto; se la comunicazione di un nuovo viaggio a Milano (sperando buon fine questa volta), se la soddisfazione per un altro successo musicale, o se una frase liberamente affettuosa che mi proietti sopra il tetto del mondo e, con l'ansia che comincia a sollecitarmi, con pacatezza e lucidità mi dispongo alla lettura del suo messaggio: "Per un errore involontario dovrò probabilmente cambiare il numero del mio telefonino. Ti farò sapere."

Mi premuro di ringraziarla previo analogo sms per la tempestività della comunicazione assicurandola che avrei atteso il suo nuovo cenno. Superato il disappunto per questo fastidioso inconveniente soprattutto nell'amara e dopotutto destabilizzante considerazione di quanto tempo recherà con sé, mi propongo comunque di provare una settimana più tardi a formulare il suo numero e magari qualche altra volta durante i giorni successivi ma effettuerò i tentativi più per mia tranquillità, poiché pongo fede nelle affermazioni di Sabina sul rifarsi viva non appena ripristinata la linea e non ho alcun ragionevole motivo per dubitarne.

Colgo invece il particolare momento per diffondermi a ritroso nel tempo con un pizzico di malinconia riportando alla mente gli ultimi avvenimenti cronologicamente succeduti: il nostro incontro ad Auravilla, l'invio della bozza di quel libro che le chiosai dietro sua specifica richiesta, il concerto a Montpellier e la lettera del relativo suo resoconto insieme agli entusiastici interventi dei giornalisti, fino a toccare con mano fremente la contemporanea comunicazione di quel piccolo disguido telefonico per cui mi chiedo quanto mai possa protrarsi il suo silenzio e con trepidazione mi figuro tale situazione fino ad immaginarmi il momento in cui riceverò finalmente una sua comunicazione liberatoria con contestuale indicazione del nuovo numero di cellulare. Ma l'avrebbe poi fatto? E subito? E quando altrimenti? E quale posto mi avrebbe riservato nella sua graduatoria generale dei "preferiti", e quale in quella "maschile"?

Salgo al piano e la “Occhienòna” è lì ferma alla macchinetta a sorbire, bicchierino in mano, il suo caffè; ma scrutandone appena il volto si comprende che non occorra essere possessori di un quoziente intellettivo molto elevato per rendersi conto che qualcosa non va. Sparo immediatamente con cordialità:

"Ciao Loredana; allora chi ti ha fatto arrabbiare di prima mattina?"

"Perché si vede così tanto?" - E dirige al mio indirizzo il suo faccione divenuto per l'occasione ancora più rosso e tondo.

"Oramai ti conosco…come tu conosci me."

"E allora?"

"E allora qualcosa ti è andata per traverso."

"Non è che mi abbiano proprio fatto arrabbiare…"

"Cosa è successo allora?"

"E' che mi è capitata fra capo e collo un'incombenza inattesa di cui avrei fatto volentieri a meno…"

Non la interrompo per non turbare lei e la situazione.

"Mi mandano a Firenze per contattare quel lanificio la cui fornitura non sembra mai giunta a destinazione e ti ricordi quante lettere abbiamo fatto partire dal nostro ufficio e non hanno mai ricevuto una risposta convincente, ma solo mezze cose sempre molto vaghe che certo non ci hanno fornito alcuna chiarezza su quella vicenda così ingarbugliata? Lo sai Cipriani come è pignolo…ma a me non è che vada molto."

"E quand'è che dovresti andarci?"

"Non mi ha fissato una data precisa, mi ha lasciato carta bianca; dunque fammi pensare: oggi è martedi, credo che al massimo la prossima settimana mi toccherà partire…non più in là, altrimenti diventa una storia infinita."

"E quanti giorni ti occorrerebbero?"

"Giorni??" - Strabuzza gli occhi.

"Perché? Cosa ti ho detto di terribile?"

"Ma scherzi? Solo qualche ora, vorrei ben sperare! Tutto in giornata, ci mancherebbe altro!!"

Non sto quasi nei panni riflettendo quanto non sia difficile impadronirmi di quel progetto che poteva interessarmi e fornirmi un po' della luce di cui avevo bisogno. Cerco di prenderla alla larga.

"Ma ha chiesto proprio a te di andarci?"

"Io sono il suo primo referente…e così ha pensato subito di rivolgersi a me… sai, come il secchio dell'immondizia, tutto qui dentro" e mima l'eloquente e non elegantissimo gesto di inserire qualcosa all'interno del reggiseno.

"Certo…"

"Però…."

"Però?"

"Se ci potesse andare un altro, non è che mi dispiacerebbe."

"Io per esempio?"

"…Se vuoi…" - Sorride enigmatica.

"E tu che gli dirai?"

"Ah, non preoccuparti, qualcosa m'inventerò!" E il suo viso si è come rischiarato.

Neanche io amo le incombenze che comportino spostamenti improvvisi, diciamo anzi che ne sono proprio nemico, ma l'idea di potermi presto presentare al numero 9 di Via Stivanello, indirizzo dell'abitazione di Sabina, mi porta ad accettare la prospettata possibilità di sostituire l'incerto responsabile oltremodo infastidito dall'inaspettata notizia. Immaginavo che la collega me ne sarebbe stata grata ostentando una serenità che le sarebbe sprizzava da tutti i punti del suo rassicurante faccione (ma mai gioiosa come la mia!).

 

°°°°°

La Via Stivanello è una di quelle tipiche vie brevi, secondarie laterali o posteriori ad una strada semicentrale di buon scorrimento da parte di auto, pedoni e mezzi pubblici, ma che un qualsiasi passante, o addirittura un esercente che stazionava lì con la sua bottega da svariati anni, interrogato sulla sua ubicazione, se ne faceva assolutamente nuovo come se ne avesse sentito parlare per la prima volta quando magari, una finestra del retrobottega, ne scorgesse a sua insaputa un minuscolo lembo.

Insieme all'assicurazione della posizione della strada, avevo da augurarmi che la palazzina sede dell'appartamento di Sabina fosse provvista di portineria o, in subordine che, benché avesse affermato di essere sposata, sul citofono risultassero indicati entrambi i cognomi e non soltanto quello di suo marito che ignoravo. In caso della sola indicazione di quel cognome, sarebbe stato per me oltremodo complicato il barcamenarmi lì sotto, non sapendo nemmeno ove fosse situato il piano della sua abitazione.

Come giungo dinanzi al portone deduco che mi è andata ancora peggio: né custode, né cognomi, bensì solamente numeri! Che fare? Attenderla pazientemente uscire o rientrare? Data l'ora (le 9.40 circa) entrambe le fattispecie non parevano realizzabili. Infilarmi al séguito di un inquilino rientrante, ovvero entrare approfittando di un inquilino uscente? Già. E poi? Percorrere i piani ad uno ad uno leggendo attentamente le targhette dinanzi ad ogni uscio, sempre sperando nei due o più cognomi? Premendo d'altronde un campanello a caso, chi mi aprirebbe? E anche in caso positivo, quale scusa addurre dinanzi a Sabina a giustificazione di una così morbosa premura? Nessuna scusa e nessuna premura tantomeno morbosa: la pura verità. Incombenza d'ufficio sbrigata prima del previsto e impiego del tempo successivo per salutare una persona cara. Quando è lei capitata a Milano per l'incontro a Berna col suo insegnante di pianoforte, non si è espressamente messa in comunicazione con me? Che stupido io a non aver pensato in questa occasione di farle piovere una tranquilla telefonata con largo anticipo anziché tentare questa improvvisata che comincia ad aver ben delineati i contorni di una impossibile impresa! Va bene che non conosco il numero telefonico del suo appartamento privato, ma avrei potuto inviarle una lettera per tempo e partire per Firenze non appena ricevuta una sua (sperando positiva) risposta. Ma nella presente occasione, comunque, una valutazione pratica della situazione giunge come un avvertimento tempestivo: se non riesco a rispondere al quesito di come varcare quella soglia resta completamente vano ipotizzare qualunque ulteriore passo progressivo!

Staziono sul marciapiede di fronte curando di non insospettire alcuno con il mio comportamento da cospiratore, ma nulla; quel benedetto portone resta immobile, irrimediabilmente serrato, quasi la palazzina fosse disabitata. Mi vien quasi voglia di tirare una sassata contro quella impudente vetrata, così almeno qualcuno, magari Sabina stessa (!), si affaccerà. Sto per alzare i tacchi definitivamente, oramai esausto dopo quasi un'ora di attesa, che scorgo quel dannato uscio aprirsi per mano di un'anziana signora con tanto di barboncino bianco vecchio quanto lei che fatica a starle dietro al guinzaglio. Decido di accostarmi e finalmente domandare con piglio altero e professionale quale sia il piano di residenza della Sig.ra Cainèro. Mi squadra ben bene come si farebbe nei confronti di un mendicante sfacciato e poi, assai lentamente dopo aver mostrato di non comprender bene ciò che cercassi e quasi non avesse mai sentito pronunciare quel cognome:

"La Sig.ra Cainèro? E' al quarto piano; ma lei chi è?"

Mi qualifico formalmente con l'indicazione chiara del mio nome e cognome che a lei, ovviamente, non dicono alcunché. Ma mentre mi accingo a salire la signora mi blocca immediatamente:

"E' inutile che sale; è uscita stamattina presto…saranno state le sette sette e dieci. A quell'ora apro sempre le finestre di casa e così l'ho vista uscire dal portone."

"E, per caso, sa mica quando torna?" - Butto lì speranzoso.

"Assolutamente no."

Mi rammenta una di quelle signore che, mentre si dicono estranee a tutto ciò che le circonda, sarebbero invece in grado di stilare con maniacale precisione la biografia di ogni inquilino presente nel caseggiato e, visto che, sia pur a poco a poco sta sbottonandosi:

"La vede uscire sempre la mattina a quell'ora?"

"L'ho vista uscire stamani alle sette, così casualmente, non ho l'abitudine di spiare gli inquilini. Non sono in grado di dir nulla, di aggiunger nulla; mica uso farmi i fatti di tutto il palazzo! "

(Stavolta è ruvida).

"Non dico questo signora…"

"Lei ha l'appuntamento?"

"No."

"Le ripeto che è uscita alle sette e non so altro. Può tornare a minuti, come anche stasera, o non ritirarsi per niente. Io cosa vuole che ne sappia? Mi scusi, buongiorno."

Ed esce trascinandosi dietro la bestiolina oramai anch'essa impaziente. Inutile tentare di strapparle ulteriori informazioni; mi tiene, anzi, la porta aperta facendomi intendere l'opportunità che anche io sortisca dall'androne per questioni di sicurezza. Non si è ovviamente cavata del tutto i sospetti nei miei confronti lasciandomi di nuovo sul marciapiede perentoriamente scaricato come la più laida delle prostitute e non so cosa fare, anzi sì; non mi resta che andarmene via e infilarmi nel primo treno disponibile, accompagnato da un' ineffabile sensazione di sconfitta che fatalmente, come una sorta di altrettanto ineffabile coazione a ripetere, mi riporta al giorno del suo mancato arrivo in stazione per il presunto viaggio a Berna.

 

°°°°°

 

Non era evidentemente bastato il mio brevissimo soggiorno a Firenze, ma a una sortita al mercato di Portobello una settimana e qualche giorno oltre, mentre si curiosava fra le bancarelle la scorgo di spalle a cinquanta metri più avanti avvolta in un golfone in soffice mohair a grandi losanghe variopinte, jeans scuri e una sorta di bisaccia di tela grezza che regge a tracolla! Senza saperlo ci trovavamo a Londra insieme; un segno del destino chioso con profonda incredulità. Sotto la sua abitazione non accade nulla ed ora, in terra straniera, un incontro casuale. Magico! Firenze aveva rappresentato forse un maldestro tassello di una doverosa espiazione, un sonoro slerfone in faccia alla mia millantata certezza di poterla facilmente trovare come rocambolescamente avvenuto ad Auravilla.

Il suo passo più che spedito sta facendo sì che io la perda fra la moltitudine di gente e non posso consentirmelo. Mi guardo intorno con profonda trepidazione ma nulla da fare, è sparita; percorro la lunga via costeggiando le centinaia di suggestive bancarelle debordanti anticaglie per altri duecento metri e poi, esausto, ripiego all'interno di un bar sperando che un lemon juice lenisca l'affanno della mia spasmodica ricerca. Eppure da qualche parte si sarà infilata! Dopo un po' decido di pagare quanto devo alla sorridente camerierina e, via verso l'uscita, di colpo mi blocco! E' lì alla cassa, sempre di spalle questa volta senza potermi sfuggire; mi sembra di vivere una sequenza da comedy anglosassone zeppa di situazioni favorevoli e risoluzioni da prodigiosi interventi di innumerevoli "dei ex machina"; un piccolo batticuore, un ticchettìo lieve sulla spalla per non farla spaventare e a spaventarmi sono io: non si tratta di Sabina!

Io d'altronde non sono Hugh Grant né lei Julia Roberts.

Come rimediare? "Sorry" e basta…Per fortuna la sconosciuta (graziosa per giunta) ha sorriso senza mostrare alcun disappunto o segno di sospetto. Non resta che rimuginare sulla peculiarità di questa situazione che mi porta a materializzare Sabina da tutte le angolazioni possibili e lei che non ha ancora ripristinato la sua linea telefonica…

 

°°°°°

 

All'uscita dell'ufficio Musetti mi sottopone un articolo interessante e utile per la nostra attività pubblicato su uno di quei quotidiani gratuiti oramai da diversi anni in distribuzione un po' ovunque. Gli riconsegno il giornalino dopo aver preso visione del dovuto ma lui insiste nel volermelo lasciare perché non ha più interesse a tenerlo. Ringrazio comunque e glielo restituisco poco prima di essere rapito dal mio abituale tram, dove reperisco quasi subito un posto a sedere e, proprio nel sedermi, la manica del mio soprabito incontra un inatteso ostacolo rappresentato da qualcosa di cartaceo che rilevo immediatamente trattarsi del giornale che l'ineffabile Musetti mi ha furtivamente infilato in tasca a mia insaputa. Così per ingannare il restante tempo che manca alla fermata dove devo scendere e dopo aver sorriso divertito all'abilità del collega, comincio a sfogliare le pagine consumando anche i trafiletti, uno dei quali monopolizza la mia attenzione: tratta della comunicazione di un concerto da tenersi a Berlino in data e luogo non ancora precisati, dell'ensamble "Antiqua Consonanza" proprio quello in cui suona Sabina!! Mi affretto a terminarlo per verificare se sia possibile cogliere una informazione e difatti al termine è scritto testualmente: "Per contatti Sig.ra Margherita De Lieto" seguìto dal numero telefonico.

Ecco uno di quei casi di serendipity, di quando troppo casualmente riusciamo ad appropriarci di quello che tanto ci preme. Avviene spessissimo che un desiderio che ci prenda molto e che porti a concentrarci quasi totalmente su di esso senza lasciare lo spazio ad altri pensieri, venga esaudito molte più volte di quanto non si possa immaginare, non dagli immani sforzi spasmodicamente compiuti per ottenere la sua realizzazione e che, alle volte proprio tale smania causa invece l'esatto effetto contrario, quanto da eventi apparentemente del tutto fortuiti sui quali la letteratura scientifica si è lungamente diffusa colmando ad oltranza tutte le biblioteche settoriali in barba a coloro i quali frettolosamente e soprattutto troppo semplicisticamente, forse proprio per timore o disinteresse di impegnarsi oltremodo nella ricerca, preferiscono liquidarli con i comodi vocaboli  "casualità" o "coincidenza".

M'interrogo su quale possa essere l'orario più opportuno per telefonare alla Signora De Lieto (nomen omen?) che, fra l'altro, suona la viola da gamba nel gruppo; ma quando finalmente sposto temporaneamente da una parte le mie remore e mi decido a compiere l'auspicato gesto così spontaneamente senza trucchi o “senhal” di alcun tipo, dal sondaggio non sortiscono purtroppo gli effetti sperati; anche lei conferma infatti per filo e per segno tutta la risaputa storia del disguido al cellulare di Sabina a rinforzo della mia convinzione ancora vacillante e carica del sospetto che quel breve messaggino avesse costituito il pretesto per sbarazzarsi di me per scarsi e sporadici che fossero stati i nostri contatti. Non fornisce tuttavia ulteriori informazioni di come ad esempio avrebbero risolto il problema relativo alle loro comunicazioni sui vari aggiornamenti circa l'attività musicale; non la figurava alla stregua di una problematica insormontabile come la mia emotività stava figurando, bensì del tutto ordinaria. Che al giorno d'oggi si possa immaginare che il nostro mondo possa fermarsi per il verificarsi di una tale situazione è davvero grottesca la sola vaga ipotesi! In un modo o nell'altro la comunicazione importante le sarebbe comunque giunta all'orecchio. Non mi spingo oltre, chiedendo ad esempio l'eventuale indirizzo e-mail di Sabina, sempreché ne avesse posseduto uno, per evitare d'ingigantire i già numerosi sospetti che ipotizzavo aver maldestramente inculcato nella mia improvvisata interlocutrice che non mostra, in verità, alcun atto da pormi in guardia; con la sua lieve cadenza partenopea vieppiù ingentilita da un grazioso "erre" francese, non aveva in alcun modo tradito la iniziale disponibilità offerta.

 

°°°°°

 

La porta; proprio quella che sto adesso mirando nella sua solida struttura in noce contornata dai fregi floreali ai due angoli superiori e ai due inferiori e la maniglia di ottone brunito (o brunato? Non ricordo mai la corretta definizione tecnica) mi rammenta che proprio da lì è uscita Sabina Cainèro; esattamente su quella maniglia brunita o brunata ha delicatamente poggiato la mano imprimendole una lieve rotazione di quel tanto perché l'uscio si schiudesse favorendo la graduale sparizione della sua minuta figura. La prima e unica volta che ha varcato la soglia della mia casa. Poco però: forse mezzora, forse meno; così impiedi, faccia a faccia nell'ingresso, benché ripetutamente invitata ad accomodarsi su di una poltrona della sala. Compìta si è premurata di restituirmi il breve saggio sulla figura dei trovatori che le avevo prestato ad Auravilla e la cui mia magnificazione l'aveva  incuriosita in modo quasi innaturale.

Ha affermato di averlo gradito senza aggiungere altro, mentre io covo da sempre e senza dopo tutto nasconderlo, la speranza che i libri che presto mi vengano restituiti accompagnati da un minimo commento. Non vorrei e né d'altra parte potrei certo attendermi da chiunque una competente critica testuale; ritengo però che, fra una professionale e ragionata analisi tecnica dello scritto realizzata ai vari piani comparativi sia orizzontali che verticali irti di importanti citazioni e distinguo lessicali frutto dell'interessato e proficuo districhìo all'interno di affermate fonti filologiche, e il solito scheletrico prosaico "bello" in punta di labbra pronunciato spesso più per dovuta cortesia che per radicata convinzione personale, possano albergare numerosi rilievi di natura intermedia, dilettanti quanto si vuole, ma sicuramente degni di apprezzabile attenzione.

Accanto alla porta è rimasta la sua essenza; ne riconosco la lieve traccia ancora in movimento, moderno genio della lampada privato dell'offerta di un ventaglio di desideri da esaudire, bensì la memoria di una indelebile presenza di cui ha lasciato intatto il calore.

Comincio adesso a sfogliare piano le pagine del libro reso che ho appena prelevato dallo scaffale della mia libreria nel sincero intento di cogliere la sua persona: semmai addirittura l'improbabile residua briciola del fragrante biscottino da tè sgranocchiato durante l'attenta lettura (chissà mai che qualche riga l'abbia ricondotta a me per qualche motivo?); o forse lo sbaffo prodotto dalla punta di una matita nell'intento troppo presto soffocato di apporre una sua personale glossa nel preciso punto dello scorrimento del saggio reputato interessante, o la fortuna ancora maggiore di rinvenire il suo segnalibro casualmente (o freudianamente) dimenticato, possibile pretesto per un futuro contatto telefonico.

Annuso le pagine e ora sì, all'insostituibile piacevole sentore della carta, va a mischiarsi quello insopprimibile della sua acqua di colonia, un misto di fresco e pulito, il medesimo che permeava le mie allo stringersi delle sue mani.

La radio diffonde soffusamente, quasi per simpatia, le note di "I left my heart in S. Francisco"; una ideale colonna sonora in linea con il "mood" del momento che armonicamente si uniforma al gradevole tepore di un solicello timido e indeciso. Fra poco il buio piomberà nell'interno della stanza accanto al suo ineffabile mistero, lasciando aleggiare la piacevole aura di Sabina, il luogo dove avevo lasciato il mio cuore; lì e non all'interno della città californiana ispiratrice di tante romantiche musiche.

Mi introduco mentalmente in altri contorcimenti più o meno determinanti per la ricerca di Sabina il cui silenzio perdura quanto il presunto guasto del suo cellulare. Le persone che la conoscono, da me interpellate, hanno tutte confermato il problema della sua linea telefonica; il solo immaginare che avesse raccomandato loro di raccontarmi questo per tenermi lontano (perché poi??) rappresenta il parto di una mente del tutto alterata e soprattutto infantile!

Mi chiedo però con insistenza perché mai non le venga in mente di cercarmi utilizzando invece un telefono pubblico o la linea casalinga dal momento che solo lei gode della possibilità di contattarmi perché a conoscenza che non mi sia noto il numero telefonico della sua abitazione privata (perché mai non glielo avevo mai chiesto?) e, per imprimermi atroci masochistiche fustigazioni, mi convinco che si comporti così, semplicemente perché non ne abbia voglia e né in special modo sia tenuta a farlo, che non abbia verso di me alcun obbligo quasi che le volte che mi contattava, ne fossero in qualche modo dipese…mentre in condizioni di maggiore obiettività non riesco a trovare risposte, o meglio le trovo; contraddittorie, ma tutte paradossalmente accettabili. E lo spessore della vicenda in quegli attimi progressivamente va sgonfiandosi: l'interesse alla cosa sta assumendo un connotato assolutamente unilaterale, la misura della mia pena e quella della sua paventata indifferenza paiono procedere in modo direttamente proporzionale, come cresce l'una automaticamente cresce anche l'altra!

E allora l'esaltazione: un altro viaggio a Firenze? Sì ma questa volta con maggior determinazione, con una tripla dose di coraggio e intraprendenza. A tutti i costi, compreso quello di percorrere a grandi falcate tutti i piani della palazzina di Via Stivanello 9 e scampanellare disordinatamente ad ogni porta di ogni pianerottolo sfidando le ire della signora col barboncino, solennemente fregandomene di possibili mariti, amanti, compagni e tutto il resto!

Ma ne sarei stato mai capace?…

Ed eccoli presenti e allineati come rigorose sentinelle gl'interrogativi epocali! "Ma poi perché? Per ripristinare cosa? Ciò che non è mai nato e che mai avrebbe potuto esserlo? A cosa sarebbe servito se non poteva portare da nessuna parte?" Perché mai, rispondo io adesso, avrebbe dovuto condurre da qualche parte? Perché accettare l'inesorabile presenza di codesto maledetto super-io teso a sempre estremizzare le situazioni pretendendole o completamente bianche o completamente nere? Nulla di tutto ciò: il rapporto potrebbe andare avanti così come cominciato, come era. Dopotutto a me per primo pare non chiedere di più…

Stringo intanto fra le mani ciò che di lei mi è materialmente rimasto mischiandolo insieme a quello che avevo lasciato albergare nel fondo del mio cuore: sensazioni, ricordi, i ricorrenti palpiti, alcuni sms, il breve carteggio da cui di tanto in tanto rimuovevo accuratamente la polvere. Ed è forse proprio ciò a cui in fondo tengo: fissare una immagine che si fosse meravigliosamente perpetrata nel tempo, che non si fosse offuscata né sporcata e che avesse lasciato immota l'intensa traccia della sua parte migliore, non sciupare il ricordo dell'essenza onirica che si esplica da sé così come è, senza l'ausilio di ulteriori parole o persino retorici gesti che ne distorcano il contenuto ogni volta che tèntino forzosamente un più approfondito approccio imposto.

Il cellulare intanto mi vibra in tasca e inizia a suonare; "finalmente è lei!" sussurro ansioso a me stesso. Comprendo dalla prolungata suoneria che non si tratta di un sms bensì di una vera chiamata telefonica, ma non faccio a tempo a rispondere. Ansia e batticuore continuano a non darmi tregua.

Non mi resta purtroppo che rimettermi febbrilmente alle indicazioni sul display che sprezzantemente mi beffano indicando la dicitura: "numero nascosto"…

 

 

Emilio Aurilia