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Rina Gambini - Carlo Collodi
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STORIA DI UN BURATTINO

di

Rina Gambini

Il 7 luglio 1881 era un giovedì. Quel giorno, vide la luce nelle rivendite di giornali italiane il primo numero del Giornale per i bambini. Fu scelto il giovedì per l’uscita settimanale del giornalino perché nell’Italia, che viveva la sua prima infanzia di nazione unita, i bambini avevano quel giorno della settimana libero dagli impegni scolastici.

L’idea di pubblicare un giornale dedicato ai piccoli era venuta ai fratelli Alessandro e Felice Paggi e a Ferdinando Martini, come emanazione del diffuso Fanfulla della domenica, che annoverava fra i suoi collaboratori i migliori scrittori del momento. Martini diresse per due anni il Giornale, che veniva fatto stampare a Roma dalla Tipografia F.lli Bencini, e in seguito dalla Tipografia Bodoniana. Le intenzioni degli ideatori erano egregie: avvalersi di ottimi autori e proporre sia racconti nuovi che traduzioni di romanzi famosi. Vi collaborarono, infatti, nomi come Gabriele D’Annunzio, Luigi Capuana, Matilde Serao, Giuseppe Giocosa, Attilio Scarfatti, e molti altri. Tra le traduzioni che furono pubblicate sul Giornale, quella del già conosciuto Il Barone di Munchhausen.

In quel primo numero apparve una storia originale, scritta da un giovane inquieto, Carlo Lorenzini, amico dei fondatori del giornalino, con i quali si incontrava alla Libreria dei Fratelli Paggi, a Firenze. Carlo era un giovane vivace, capace di scrivere bene, ma ne aveva poca voglia, interessato com’era più al gioco d’azzardo che alle fatiche della penna. Alessandro Paggi lo aveva coinvolto nella scrittura commissionandogli la traduzione dei Racconti delle fate di Perrault, ma per lui era prevalentemente una fonte di guadagno, piuttosto che una vera passione. Mentre Martini e il suo collaboratore Guido Biagi preparavano il primo numero del settimanale, Carlo inviò a Biagi quattro cartelle di un racconto accompagnandole con queste parole: “Ti mando questa bambinata, fanne quel che ti pare; ma se la stampi, pagamela bene, per farmi venir la voglia di seguitarla”. Era l’inizio della sua nuova idea, la Storia di un burattino, che fino dalla prima uscita ebbe grande successo presso i piccoli.

A quella prima puntata dovevano seguire altre quattordici, per concludersi con il quindicesimo capitolo, in cui Pinocchio moriva impiccato ad un albero: “Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e, dato un gran scrollane, rimase lì come intirizzito”.

Così finiva la storia del burattino, ma i bambini protestarono, non volevano che il loro beniamino terminasse tragicamente i suoi giorni, cosicché scrivevano al Giornale chiedendo che fine avesse fatto il burattino, tanto che nel n° 10 di novembre 1881 il direttore scrisse ai piccoli lettori: Il signor C. Collodi mi scrive che il suo amico Pinocchio è sempre vivo e che sul conto suo potrà raccontarvene ancora delle belle. Era naturale: un burattino, un coso di legno come Pinocchio ha le ossa dure, e non è tanto facile mandarlo all’altro mondo. Dunque, i nostri lettori sono avvisati: presto cominceremo la seconda parte della Storia di un burattino intitolata Le avventure di Pinocchio”.

Bisognava che Lorenzini, alias Carlo Collodi, si mettesse al lavoro, ma, se vinceva durante le notti passate nella bisca di Palazzo Davanzati, preferiva oziare durante la giornata, per tornare a giocare la notte successiva, quindi i bambini aspettarono il seguito della storia fino all’anno successivo, e neppure in modo continuativo, perché l’uscita dei capitoli si interrompeva di frequente. Infine, nel n° 4 di marzo 1883, la storia di Pinocchio ebbe fine. Il sommario del capitolo 36, il conclusivo, diceva così: “Finalmente Pinocchio cessa d’essere un burattino e diventa un ragazzo”.

Il successo strepitoso della storia indusse pochi mesi dopo l’editore Felice Paggi a pubblicarla in volume, col titolo Le avventure di Pinocchio, facendolo illustrare da Enrico Mozzanti. Fu la prima uscita di un libro che si dice sia il più venduto e il più tradotto al mondo (240 lingue straniere) dopo la Bibbia e il Corano.

 


Il più famoso libro per ragazzi non è una favola come tutte quelle che erano state scritte fino allora. Lo dice l’autore stesso fin dall’inizio: “C’era una volta… ‘Un re’ diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno…”. Dunque, una storia diversa, con intenti diversi.

Il romanzo di Pinocchio è principalmente un romanzo di formazione, perché il burattino si trasforma in bambino dopo inaudite prove in cui il suo animo ribelle si forma fino a divenire un ragazzo perbene. Questo iter non fu certamente casuale.

L’Italia unita era una formazione recente, di soli venti anni, e gli italiani non avevano ancora una radice comune. Bisognava educarli e i Paggi compresero che era necessario partire dai bambini. Educare divertendo fu il loro motto, così iniziarono a far stampare testi per l’infanzia che ritenevano utili allo scopo prefissato, associando tale tipo di pubblicazione ai loro già famosi Sillabari.

Carlo Lorenzini era particolarmente ricettivo a questa missione, essendo un acceso patriota, volontario nelle campagne risorgimentali del 1848 e del 1859.  Anche la sua scelta di essere narratore per l’infanzia, dopo essere stato giornalista satirico, dunque, è strettamente legata alle sue idee: accolse pertanto con interesse l’incarico degli editori Paggi di tradurre dal francese le favole di Charles Perrault, che sono, poi, quelle che ancora oggi si leggono. Fu Collodi, infatti, a trasformare le vecchie traduzioni di Berrettina rossa e Il gatto stivalato in Cappuccetto rosso e Il gatto con gli stivali. Proseguendo in questa direzione, nel 1880 aveva scritto un interessante testo scolastico per far conoscere agli alunni i luoghi del Regno d’Italia, a cui diede il titolo di Viaggio per l’Italia di Giannettino.

Sulla base di questo patriottismo collodiano si volle addirittura vedere nelle avventure di Pinocchio la metafora della complessa e faticosa costruzione dell’unità italiana. Una discutibile interpretazione, che comunque può essere intesa come un segno del fatto che questo romanzo non è una semplice favola, bensì un’opera volta alla creazione di una coscienza nazionale e civile.

Il libro è un’opera di fine Ottocento, e come tale, nella versione originale, si discosta molto da quelle tante versioni edulcorate che vengono proposte ai bambini di oggi, comprese quelle in cartoni animati, che riproducono una storia delicata, piena di buone azioni e di buoni sentimenti.

La storia di Pinocchio, quale la scrisse Carlo Collodi, è una storia spesso truce, molto triste, che presenta la realtà di un’esistenza difficile, alla quale bisognava contrapporre un carattere forte e tenace. Il rapporto educativo tra adulti e ragazzi era allora improntato a minaccioso realismo, cosicché la morale dell’opera era quella che mostrava ai fanciulli le terribili conseguenze della disubbidienza e dell’eccessiva vivacità. Ogni piccolo lettore poteva ricordare le vicissitudini di Pinocchio traendo ammaestramento da un comportamento irrispettoso delle regole, che dava la misura di un distacco drammatico dalla società.

Ciò nonostante, Le avventure di Pinocchio furono una tale novità per l’epoca, che il libro è rimasto come pietra miliare nella narrativa per l’infanzia ed è stato riscoperto più volte, e più volte ripresentato con gli opportuni ammodernamenti, che pure hanno lasciata intatta la vena creativa dell’autore, così ricca di fantasia e di humor.