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Giuseppe Benelli - Viaggio in Liguria di Richard Wagner
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Viaggio in Liguria di Richard Wagner

L’«accordo della Spezia» del Preludio dell’Oro del Reno

di Giuseppe Benelli

 

Il bicentenario della nascita di Richard Wagner non ha destato nella cultura italiana l’attenzione che merita uno dei più grandi geni musicali di tutti i tempi, «inarrivabile nella grandezza delle composizioni»[1]. Le grandi case editrici non hanno pubblicato opere importanti sul musicista che in modo straordinario segna l’Europa dell’Ottocento, con la realizzazione dell’opera L’anello del Nibelungo, la più complessa impresa teatrale mai realizzata. Con quest’opera Wagner corona il sogno di dare alla nazione tedesca e al mondo intero il modello di un’epopea in musica. La sera del 17 agosto 1876, quando Hans Richter ferma la sua bacchetta sull’accordo di re bemolle dilatato all’infinito che chiude la partitura del Crepuscolo degli dei, cala un silenzio agghiacciante nel teatro di Bayreuth, poi all’improvviso lo scroscio irrefrenabile degli applausi. La prima rappresentazione integrale in quattro sere della “Tetralogia” L’anello del Nibelungo, nel teatro che proprio per essa è stato ideato, realizza il sogno di Wagner tenacemente voluto per oltre trent’anni. L’anello del Nibelungo, chiamato “Tetralogia” in quanto diviso in quattro parti, è costituito da una “Vigilia”, L’Oro del Reno, e da tre “Giornate”, La Valchiria, Sigfrido e Il Crepuscolo degli Dei[2].

Wagner comincia a lavorare al libretto della futura “Tetralogia” negli anni ‘40. Nell’ottobre 1842, a Dresda, con il Rienzi inizia un periodo di relativa stabilità economica e di creatività musicale. Poi L’Olandese volante riceve una tiepida  accoglienza e l’opera Tannhäuser, eseguita nel 1845, viene accolta co freddezza, ma Wagner con determinazione si dedica al Lohengrin (eseguito nel 1850) e lavora all’Anello del Nibelungo. Scrive nell’autobiografia: «Ora non avevo più che un desiderio: potermi accingere all’elaborazione del mio complesso poema sui Nibelunghi»[3]. Dalla fine di marzo 1848 al novembre 1853, per cinque anni e mezzo, si astiene «da qualsiasi produzione musi­cale»[4]. Quegli anni sono impegnati a scrivere alcuni dei suoi saggi teorici più importanti: L’arte e la rivoluzione, L’opera d’arte dell’avvenire, Opera e dramma, scritti autobiografici come Una comunicazione ai miei amici e il polemico pamphlet antiebraico Il giudaismo nella musica, che tanti guai gli crea durante la vita e continua ancor oggi a determinare ostracismi e rifiuti. Il mondo della sua poetica è quello della mitologia nordica e le tematiche sono quelle romantiche della redenzione e della catarsi. Il mezzo di espressione è la rilettura dell’opera d’arte in un’unione di parola, musica e gesto teatrale, legati dai motivi conduttori e dalla cosiddetta melodia infinita[5].

Ma l’anticonformismo e la sete di rinnovamento del compositore non si limitano all’ambito artistico. Nei moti rivoluzionari del 1848-1849 Wagner combatte a Dresda sulle barricate insieme al rivoluzionario russo Michail Aleksandrovic  Bakunin. Il medio ceto, ormai deluso nelle sue speranze di ottenere dalla monarchia riforme di carattere liberale, decide il ricorso alla lotta aperta facendo causa comune con la classe operaia. Per il teorico dell’anarchismo, lo Stato è la più compiuta negazione della libertà dell’individuo e quindi una violazione della legge dell’uguaglianza, condizione suprema della libertà e dell'umanità. Questa concezione lo pone in rotta di collisione con le correnti marxiste: per Bakunin non è concepibile nessuna forma di transizione verso l’estinzione  dello Stato e la dittatura del proletariato non è altro che la prosecuzione della tradizione giacobina destinata a un nuovo dispotismo della burocrazia. Nel maggio del 1949 la rivolta è soffocata e sia Bakunin sia Wagner fuggono a Chemnitz. Qui Wagner si nasconde in casa della sorella e riesce a mettersi in salvo, mentre Michail Bakunin viene arrestato e condannato a morte dalle autorità prussiane (pena successivamente tramutata in ergastolo).  Anche Wagner scampa alla pena di morte per un soffio, rifugiandosi a Weimar dove l’amico Franz Liszt è maestro di cappella. Qui Wagner riesce a mettere in scena il Tannhäuser, prima che un ordine di cattura lo raggiunga e lo costringa a fuggire a Zurigo.

La partecipazione attiva di Wagner ai moti rivoluzionari di Dresda è sicuramente la più palese manifestazione della sua ideologia, che trova un’ampia formulazione teorica in Arte e Rivoluzione e L'opera d’arte dell’avvenire, entrambi del 1849, e Opera e dramma del 1851. In quest’ultimo trattato, senza dubbio l’opera filosofico-letteraria più vasta e complessa tra tutte quelle prodotte dal musicista, il mito antico viene interpretato come il primigenio porsi cosciente dell’individuo collettivizzato nei confronti del mondo. Wagner individua nello Stato politico il prodotto dei vizi della società e nella virtù della società il prodotto dell’individualità umana. Pertanto la libera individualità si oppone allo Stato politico: solo dall’annientamento dello Stato e dalle forme di ordine costituito potrà prendere forma l’individuo libero. È su questo retroterra ideologico, fortemente anarchico, che la Tetralogia vede la luce.

 

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A parte uno sconfinamento in val Formazza, Domodossola e sul lago Maggiore durante le gite in montagna del 1852, il primo viaggio in Italia di Wagner avviene nell’estate del 1853. Il viaggio, alla ricerca di un «rifugio che garantisse l’armoniosa pace necessaria alla nuova creazione artistica»[6], è l’avvenimento decisivo per il suo poema nibelungico. Indisposto, depresso e inquieto si dibatte nell’urgenza di dare espressione all’esordio dell’opera.  Scrive nelle memorie: «Pensai che, prima d’accingermi ad un lavoro così smisurato come la musica per il mio dramma nibelungico dovevo ancora fare un ultimo tentativo per cercare di conquistare, in un ambiente radicalmente nuovo, un’esi­stenza più armoniosamente equilibrata di quanto potesse ora essere la mia, dopo aver accettato tanti compromessi. Progettai un viaggio in Italia, fin dove, almeno, questa si apriva ad un esule politico come me»[7]. Ma il compositore conserva «quella singolare paura e titu­banza», che già in passato ha sperimentato dopo lunghe interruzioni dell’attività creativa.

Lascia Zurigo per le cure ai bagni di St. Moritz in Engadina e da qui, attraverso il Moncenisio, prosegue per Torino, dove arriva il 29 agosto[8]. Il capoluogo piemontese non gli piace e ne rimane deluso. Dopo appena due giorni prosegue per Genova. La “superba” lo incanta al primo sguardo. Così la descrive alla moglie Minna: «Anche oggi la mirabile impressione di Genova domina tutti i miei ricordi d’Italia. Per vari giorni io vissi in una vera estasi. Incapace di seguire un piano prestabilito per visitare i capolavori della città, mi abbandonai al godimento di quel nuovo ambiente in una guisa che si potrebbe chiamare musicale. Io non ho mai visto nulla come questa Genova! È qualcosa di indescrivibilmente bello, grandioso, caratteristico: Parigi e Londra al confronto con questa divina città scompaiono, come semplici agglomerati di case e di strade senza alcuna forma. Davvero non saprei dove cominciare per darti l’impressione che mi ha fatto e continua a farmi tutto ciò; io ho riso come un fanciullo e non potevo nascondere la mia gioia! [...] Per offrirti nel tuo compleanno il dono secondo me più grande, ti prometto oggi di farti fare nella prossima primavera una gita a Genova»[9].

Qui gli pare veramente che l’agognato miracolo della nuova creazione artistica stia per compiersi. «Ancora oggi – scrive nelle sue memorie – la splendida impressione di questa città combatte in me la nostalgia della rima­nente Italia. Passai alcuni giorni di vera ebbrezza; ma fu certamente la mia grande solitudine in mezzo a queste impressioni che ben pre­sto mi fece sentire l’estraneità di questo mondo, in cui mai mi sarei potuto sentire come in casa mia. Incapace di visitare secondo un piano regolare i tesori artistici della città, mi abbandonai senza guida ad una specie di sentimento musicale del nuovo ambiente in cui mi trovavo, e cercai prima di tutto il punto in cui avrei potuto fissarmi e godere tranquillamente delle mie impressioni»[10].

Trova un alloggio nella zona del porto, ma è travolto dai rumori della città e da una forma fastidiosa di dissenteria, provocata «specialmente a causa dell’incauto abuso di bevande ghiacciate». Pochi giorni dopo il suo arrivo decide di averne abbastanza del caos della città portuale e si imbarca su un piroscafo verso la Spezia a «cercare un’assoluta quiete». La Spezia a metà dell’Ottocento conosce uno sviluppo per la completa apertura della strada per Genova, che favorisce il commercio e il passaggio di turisti che compiono il Grand Tour. Sorgono il Teatro Civico e numerosi edifici privati, come Palazzo Doria, costruito dalla celebre famiglia genovese che anche qui ha solide radici. Risalgono a quell’epoca le costruzioni dei primi alberghi destinati a ricevere i turisti che giungono per «far le bagnature». In particolare la Spezia vive una stagione balneare particolarmente nota per l’attenzione del primo ministro del Regno di Sardegna, Massimo d’Azeglio, e della famiglia reale che la scelgono per fare i bagni di mare.

Quasi sicuramente Wagner per raggiungere la Spezia viaggia a bordo di una delle navi della compagnia di Raffaele Rubattino, armatore e patriota che ha istituito un servizio di collegamento Genova-La Spezia[11].  Il viaggio dura solo una notte, ma mette alla prova il musicista che arriva fortemente spossato, con una navigazione fortemente disturbata dal mare agitato. «Anche questa navi­gazione, d’una sola notte, fu di nuovo trasformata, dalla violenza dei venti contrari, in una penosa avventura». Annota nell’autobiografia: «Il mal di mare accrebbe la mia dissenteria, e fu in uno stato di disastroso esaurimento, appena in grado di trascinarmi, che alla Spezia andai alla ricerca del migliore albergo: con mio grande terrore lo trovai in una stretta via rumo­rosa»[12]. Proprio in quei giorni i migliori alberghi della cittadina sono occupati dalla famiglia reale e dal suo seguito. Nel migliore albergo della città, il Croce di Malta, dimora la famiglia Savoia per permettere alla regina Maria Adelaide di riprendersi dalle fatiche delle gravidanze. È proprio in quella occasione che, fra i tanti balli, inizia l’avventura della giovanissima Virginia Oldoini che conosciamo meglio col nome di Contessa di Castiglione.

Wagner trova una fortunosa sistemazione nell’affollata locanda Universo che si trova, secondo il parere dei massimi studiosi di storia spezzina, in via del Prione, ma non nello storico palazzo Doria sulla cui facciata dell’edificio figura una targa che ricorda la presenza del grande compositore. «Qui, nell’estate del MDCCCLIII / in una locanda dell’antico borgo / a / Richard Wagner / si rivelò uno splendido accordo musicale / e prese forma / il preludio dell’Oro del Reno / il Comune della Spezia pose MCMLXXXIII». Scrive Gino Ragnetti nel suo volume sulla Spezia nell’Ottocento: « …il professor Augusto Cesare Ambrosi affermava che Wagner era sceso alla da poco totalmente restaurata locanda L’Universo, la stessa che nel ’27 aveva ospitato il Manzoni, essa pure situata in via Prione, però davanti alla tutt’oggi esistente Farmacia Bedini (Giulio Poggi ritiene che fosse invece all’altezza di Via Biassa). Dal canto suo Franco Lena riferiva che Gino Patroni attingendo a ricordi di famiglia diceva di con­dividere l’ipotesi della locanda Universo, strada che ha imboccato pure Umberto Burla»[13].

Wagner annota nell’autobiografia: «Dopo una notte insonne e febbrile, il giorno dopo mi costrinsi a passeggiare attraverso le colline dei dintorni, rivestite di boschetti di pini. Tutto mi pareva nudo e deserto, e non capivo che ci stessi a fare. Tornato a casa nel pomeriggio, mi distesi stanco morto sopra un duro giaciglio, aspettando il sonno lungamente agognato». Lì avviene un fatto strano: Wagner, nel torpore del dormiveglia, debilitato dalla dissenteria, percepisce gli svariati suoni che provengono dalla via del Prione che si fondono in un unico suono confuso, quasi il rumore di una corrente liquida, «la sensazione di sprofondare in una forte corrente di acqua». «Il suo romorìo – continua nell’autobiografia - mi determinò ben presto come un suono mu­sicale, e precisamente l’accordo di mi bemolle maggiore, dissolto in arpeggi continuamente ondeggianti; questi arpeggi si configurarono in forme melodiche sempre più mosse, ma senza mai uscire dalla triade pura di mi bemolle maggiore, che con la sua continuità pa­reva prestare una significazione infinita all’elemento in cui io spro­fondavo. Con la sensazione delle onde che ora rumoreggiavano alte su di me, mi destai bruscamente atterrito dal mio dormiveglia. Tosto riconobbi che mi si era rivelato il preludio orchestrale dell’Oro del Reno, quale io lo portavo in me senza pure averlo potuto distinguere esattamente. E rapidamente compresi anche qual era la mia condizione: non dall’esterno, ma soltanto da l’animo mio doveva fluire a me la corrente di vita»[14].

Dal particolare stato di salute, dall’insistente disturbo intestinale, dalla fatica del viaggio e dai rumori della Spezia nasce dunque il preludio dell’Oro del Reno, prologo dell’Anello del Nibelungo. Nella notte del 5 settembre del 1853 il compositore riceve la scintilla del preludio: «l’accordo in mi bemolle maggiore risonante e ondeggiante in arpeggi ininterrotti» che verrà chiamato «l’accordo della Spezia». Wagner intravede nel dormiveglia l’armonia con la quale si apre la partitura del Rheingold, una delle più semplici e più belle ispirazioni musicali: un solo accordo di mi bemolle maggiore dispiegato per 136 battute a 6/8. In tre ondate successive, lo spazio sonoro è invaso dal grave all’acuto, gli elementi musicali si estendono gradualmente su sei ottave per creare un movimento continuo e ondeggiante.

Questo preludio, «meraviglia di audacia e di genio», simboleggia lo stato primo della Natura e la genesi di un mondo non ancora corrotto dalla presenza dell’uomo. «Inizio della musica», «cellula madre», «stato iniziale di un mondo allora pieno di innocenza», secondo Thomas Mann, avvenimento che si svolge da tempi immemorabili, ma sospendendo il tempo. Questo motivo musicale, che gli esegeti chiamano «motivo della natura», rappresenta in realtà la versione “acquatica” di una costellazione di varianti: dapprima l’indeterminazione del mi bemolle grave, poi l’apparizione della quinta, infine il magico dispiegarsi dell’arpeggio nel canone dei corni. Non musica, ma «un’idea acustica: l’idea del principio di tutte le cose»[15].

Wagner lascia la Spezia in fretta e furia per gettarsi a capofitto nella composizione. Nelle memorie afferma: «Decisi di ritornare immediatamente a Zurigo e di cominciare la composizione del mio grande poema. Telegrafai a mia moglie per av­vertirla di questa decisione e perché mettesse in ordine il mio studio. Nella stessa sera presi la diligenza che, per la Riviera di Levante, mi condusse verso Genova. In questo viaggio, durato tutto il giorno se­guente, ebbi ancora occasione di ammirare magnifici paesaggi; era specialmente il colore che avvolgeva tutti questi spettacoli, quello che mi entusiasmava: il rosso delle montagne rocciose, l’azzurro del cielo e del mare, la trasparenza verde dei pini, perfino il candore abba­gliante d’un armento di buoi, agirono con tanta energia sui miei sensi, ch’io mi dissi, sospirando, qual peccato fosse non poter far uso di tutto questo per nobilitare la mia natura sensuale. A Genova mi sen­tii di nuovo così gradevolmente animato, che, pensando di avere pri­ma ceduto ad una stolta debolezza, decisi di condurre a temine il mio primitivo programma ed entrai in trattative per procurarmi un mezzo di trasporto lungo la celebre Riviera di Ponente, fino a Nizza. Ma avevo appena ripreso questo proposito, e tosto mi accorsi che quel che mi aveva poc’anzi lietamente rianimato non era una rina­scita della mia gioia per l’Italia, bensì la decisione di accingermi al mio lavoro. Perché appena io accennavo a mutarla, tosto rinasceva l’antico disagio, inclusi i sintomi di dissenteria»[16].

 

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A Zurigo Wagner comincia la composizione musicale dell’Oro del Reno, la prima dopo la lunga pausa creativa e il radicale riposizionamento rivoluzionario. Scrive nelle sue memorie: «Al principio di novembre mi accinsi finalmente al lavoro così a lungo ritardato. Dalla fine di marzo 1848 erano ora cinque anni e mezzo che mi astenevo da qualsiasi produzione musi­cale, e poiché ora riuscii subito felicemente ad entrare in opportuna disposizione dell’animo, devo designare questo nuovo inizio della mia attività di compositore come la manifestazione d’una completa rina­scita dopo una specie di migrazione dell’anima». Grazie a «quel preludio orchestrale concepito alla Spezia in una specie di dormive­glia», «il 16 gennaio 1854 l’intera composizione era già abbozzata, e con essa era predisposto il piano dell’intera costruzione musicale, nelle prin­cipali relazioni tematiche fra tutte le parti dell’opera. Perché proprio qui, in questo grande preludio, si dovevano porre le basi tematiche di tutto l’insieme»[17].

Nel 1871, in occasione della rappresentazione del Lohengrin a Bologna, Wagner scrive ad Arrigo Boito, poeta e musicista, uno dei maggiori esponenti della Scapigliatura milanese, raccontando la genesi dell’Oro del Reno con l’auspicio di un connubio fra i popoli geniali d’Italia e di Germania. «Un destino singolare mi ha più volte trattenuto dal seguire l’esempio di Goethe, il quale in occasione delle sue visite in Italia si entusiasmò tanto da rammaricarsi di dover tormentare la propria musa poetica con la lingua tedesca, quando l’italiana sarebbe stata più propizia alla sua creatività. […] Io stesso, in diverse occasioni, ho cercato in Italia una nuova patria, ma ho poi sempre abbandonato l’idea per ragioni a me del tutto chiare, che mi sarebbe invece difficile spiegare a Lei, stimato amico. […] Di certo, sono più reconditi i motivi per i quali in Italia la mia fantasia uditiva è così sensibile. Non so se fosse un demone o un genio, di quelli che ci possiedono nelle ore decisive, comunque: ero sdraiato, insonne, in un albergo della Spezia, quando ebbi l’ispirazione della mia musica per l’Oro del Reno; e subito feci ritorno nella mia triste patria per accingermi al compimento dell’immane creazione, il cui destino mi tiene legato alla Germania più di ogni altra cosa»[18].

 


[1] D. Barenboim, Wagner, Israele e i Palestinesi, «Corriere della Sera», 3 dicembre 2010, p. 56.

[2] Cfr. M. Mila, Brahms e Wagner, Einaudi, Torino 1994, pp. 365-384.

[3] R. Wagner, La mia vita, Introduzione e traduzione di Massimo Mila, EDT, Torino 1982, p. 352.

[4] Ibidem, p. 381.

[5] Cfr. E. Fubini, Il pensiero musicale del Romanticismo, EDT, Torni 2005, pp. 171-187.

[6] R. Wagner, op. cit., p. 376.

[7] Ibidem, p. 374.

[8] Cfr. R. Cresti, Wagner e i suoi soggiorni in Italia, «“VeneziaMusica e dintorni», Anno x – n. 51 – marzo / aprile 2013, pp. 22-26.

[9] Lettera alla moglie Minna, 1953. Cfr. R. Wagner, Richard Wagner a Minna: Lettere alla sua prima moglie, Volume 1, traduzione di William Ashton Ellis, Figli di C. Scribner, 1909.

[10] R. Wagner, op. cit., p. 376.

[11] P. Piccione (a cura), Raffaele Rubattino. Un armatore genovese e l’Unità d’Italia, Silvana, Milano 2010.

[12] R. Wagner, op. cit., p. 376.

[13] G. Ragnetti, Ottocento. Quando Spéza divenne Spezia, Accademia Lunigianese di Scienze “Giovanni Capellini”, La Spezia 2011, p. 338.

[14] R. Wagner, op. cit., pp. 376-377.

[15] Cfr. L. Zoppelli, Cosmogonia politica: Das Rheingold e le forme del mito, in AA.VV.,Richard Wagner Das Rheingold, Fondazione Teatro La Fenice, Venezia 2011, pp. 13-28

[16] R. Wagner, op. cit., p. 377.

[17] Ibidem, p. 381.

[18] R. Wagner, Lettera a un amico italiano sulla rappresentazione del Lohengrin a Bologna, in AA.VV., Lohengrin, Edizioni del Teatro della Scala, Milano 2006, p. 121.