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Rina Gambini - Camillo Sbarbaro: come un sonnambulo
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9 marzo 2014

 

Rina Gambini

Camillo Sbarbaro: come un sonnambulo

Giovanni Boine, nel 1914, in occasione dell’uscita della raccolta Pianissimo, a proposito di una poesia contenuta nel libro, scrisse che si trattava di un’opera “di cui si ricorderanno gli uomini nella vita loro per i millenni”. In effetti Camillo Sbarbaro, che fu definito “piccolo classico della modernità”, un “maestro in ombra” per quel suo carattere schivo, appartato e solitario, fu certamente in grado di comunicare più con le generazioni a lui posteriori che col pubblico del suo tempo. Dal punto di vista stilistico, a parte l’opera di esordio, Resine, del 1911, in cui si attiene in maniera pacata alle regole dell’uso della rima ed al sonetto, sempre il poeta genovese si mantenne distaccato dai movimenti d’avanguardia pur perseguendo una sua personale “modernità”. Già nella seconda raccolta, Pianissimo, appunto, iniziò ad utilizzare endecasillabi sciolti, di matrice leopardiana, alternati a settenari, e anche a misure più brevi, sfociando in una sorta di prosaicità, che, a giudizio di Pier Vincenzo Mengaldo ha valore di presa di posizione intima e personale: “qui non stanno più in funzione di controcanto ironico, ma si offrono come una pronuncia necessaria e naturale”.

Va precisato, a questo punto, che Sbarbaro sempre tenne ben distinte prosa e poesia, nonostante gli eccelsi risultati che ottenne in entrambe, e, se la sua poesia è una sorta di racconto, l’originalità sta appunto nel taglio del suo sguardo, che si appunta sul soggetto che si muove nei testi, quasi sempre di valore autobiografico.

L’uomo Sbarbaro è rappresentato sulla strada della città, solo nel “grande deserto”, che è appunto la città vuota, “una città di pietra”, com’egli la definisce, totalmente inabitata. In questo luogo, che è la “sua” città, regna il gelo e la paura, il senso della caducità della vita e il terrore della morte: è la città alienante, così lontana dal mito progressista dei futuristi, così provinciale e angusta. L’uomo che la percorre, spaesato, piccolo, umile, (ci viene da paragonarlo al meschino Charlot dei grandi e teneri film di Chaplin) guarda le cose che lo circondano con occhi implacabili, con giudizio lucido e talvolta allucinato, “come un sonnambulo”. Non ha volontà né vitalità, l’omino piccolo e fragile, è “smemorato”, simile ad un burattino mosso da fili misteriosi, “senza pensiero e senza desiderio”.

La figura del sonnambulo pervade molte tra le liriche di Pianissimo, assumendo all’occorrenza la dimensione della straniazione dal quotidiano o quella della solitudine interiore. “Non ci stupiremmo, / non è vero, mia anima, se il cuore / si fermasse, sospeso se ci fosse / il fiato… / Invece camminiamo, / camminiamo io e te come sonnambuli. / E gli alberi son alberi, le case / sono case, le donne / che passano son donne, e tutto quello / che è, soltanto quel che è.”, scrive nei momenti di lucida angoscia, oppure “Io che come un sonnambulo cammino / per le mie trite vie quotidiane, / vedendoti dinanzi a me trasalgo.”, quando l’attrazione della carne risveglia momentaneamente il suo essere e “Batte il mio cuore al ritmo del tuo passo”. Di solito, però, la profonda solitudine interiore che lo attanaglia lo accompagna nelle sue passeggiate, senza riuscire ad estrarre l’amarezza dall’anima: “Talor, mentre cammino per le strade / della città tumultuosa solo, / mi dimentico il mio destino d’essere / uomo tra gli altri e, come smemorato, / anzi tratto fuor di me stesso, guardo / la gente con aperti estranei occhi.”

Come fu capace di delineare le vie della città nelle loro valenze interiori, Sbarbaro fu in grado di descrivere con leggere pennellate poetiche il paesaggio della sua terra, quella Liguria tanto amata dalla quale non volle mai staccarsi. Visse infatti a Genova, come impiegato della ILVA prima, poi, dopo un periodo di insegnamento, abbandonato per non compromettersi con la dittatura fascista, come insegnante privato e traduttore; nel dopoguerra, nel 1951, si stabilì a Spotorno, in provincia di Savona, dove aveva soggiornato durante il periodo bellico, insieme alla sorella Lina, e qui consumò i suoi ultimi anni.

La sua passione fu collezionare Licheni, di cui divenne esperto di fama mondiale. Scrisse in Fuochi fatui: “L’erbario è per me più che altro una raccolta di ricordi, di passeggiate fatte, di luoghi dove fui una volta”. Molti campioni da lui raccolti e catalogati sono custoditi presso musei botanici e dipartimenti universitari europei ed americani; fu inoltre molto importante il suo contributo alla collezione del Field Museum di Chicago. Descrisse circa 127 nuove specie, delle quali una ventina porta ancora oggi il suo nome. Ai licheni dedicò questa lirica: “Capisco, adesso, perché questa passione / ha attecchito in me così durevolmente: / rispondeva a ciò che ho di più vivo, / il senso della provvisorietà. / Sicché, per buona parte della vita, avrei raccolto, / dato nome, amorevolmente messo in serbo… / neppure delle nuvole o delle bolle di sapone, / - che per un poeta sarebbe già bello; / ma qualcosa di più inconsistente ancora: / delle effervescenze, appunto.” E per lui i licheni erano l’espressione della forza della natura, che si adatta alle condizioni più estreme e costantemente sopravvive.

Scrittore di controllatissima misura, scevro da ogni forma di retorica e sempre capace di scarna essenzialità pur nella visionarietà poetica profondamente suggestiva, traduttore di importanti classici, quali Eschilo, Euripide, Sofocle, Erodoto e Pitagora, nonché di autori come Moliere, Stendhal, Balzac, Zola, ed altri, fu grande amico di Eugenio Montale, che gli dedicò la raccolta che lo rese famoso, Ossi di seppia, e così lo ricordò: “Ho anche l’impressione che, a conti fatti, la sua vita sia stata quella di un uomo riuscito, forse di un uomo felice. La sorte gli aveva concesso il dono dell’espressione e tanto gli bastava… Non ha mai chiesto nulla al mondo e ha sopportato la povertà, se non l’indigenza, perché ogni altra forma di ricchezza avrebbe offeso il suo senso della dignità quotidiana, della decenza.”

E pur nella differenza tra le due personalità, con Camillo Sbarbaro schivo di fronte agli elogi, che mai aspirò a diventare un grande poeta, continuando a guardare il mondo con i suoi occhi di “sonnambulo”, le due grandi voci della Liguria furono legate dal comune sentimento di dolore e di consapevolezza dell’alienazione del vivere moderno.