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Giuseppe Benelli - La Via Francigena simbolo del viaggio
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13 febbraio 2014

 

LA VIA FRANCIGENA SIMBOLO DEL VIAGGIO

di Giuseppe Benelli

 

Il viaggio, lo spostarsi da un luogo all’altro, è stato spesso assunto a metafora dell’intera condizione umana. La struttura della vita può essere rappresentata come un cammino tra età diverse, generazioni differenti, costumi e culture stranieri.

Il viaggio è il simbolo della capacità di aprirsi agli altri e di trascendere la propria chiusura. Il viaggio, facendoci uscire dal nostro ambiente abituale, ci fa incontrare paesaggi insoliti che vincono la naturale pigrizia dell’uomo che cerca sempre la stabilità e s’illude spesso di trovarla. L’etica del viaggiatore mette in discussione le nostre abitudini fondate sulla nozione di proprietà, territorio e confine. Una simile morale elabora la diversità dell’esperienza nell’ambito di valori umani comuni. Non si può infatti essere cittadini del mondo, se non si porta dentro di noi abitudini particolari, la lingua della nostra terra, la forma mentale ereditata dall’ambiente che ci ha cresciuto. Solo possedendo una determinata cultura, ci si può confrontare con le altre culture. Solo avendo dentro di noi una scala di valori, si possono riconoscere

i valori degli altri.

Oggi l’Europa ha bisogno più che mai di viaggiatori, di persone che sappiano incontrarsi e capirsi. Secondo il mito greco l’Europa è nata a cavallo di un toro. Europa, figlia di un re fenicio, è amata da Zeus che, per rapirla, assume forma taurina. L’animale attraversa il mare Egeo e nella sua folle corsa porta con sé la fanciulla, inconsapevole oggetto del desiderio. Qui, si individuano due grandi temi. Il primo è geografico: la bestia, fuggendo da Oriente a Occidente, sembra assegnare origini orientali alla nascita d’Europa. Il secondo suggerisce l’idea di una vicinanza pericolosa: che cosa fa, infatti, una donna giovane e indifesa in groppa a un animale tanto violento e «maschio»? Quale legame, agli albori della storia, unisce, umanità e animalità? Sembra di sentire ancora vivo, nel mito, l’eco degli antichi riti totemici,

legati alla caccia, al sacrificio degli animali e al divieto di promiscuità sessuali fra specie diverse.

Di qui la grande importanza che si dà alla via Francigena, la strada della civiltà occidentale, che l’Unione Europea ha indicato nei viaggio dell’arcivescovo Sigerico, compiuto nel 990 da Canterburv a Roma, come «Itinerario culturale europeo del 2000». La via Francigena esprime la sintesi dell’esperienza del cammino dei pellegrini che numerosi hanno attraversato l’Europa. Le mete più frequentate, già a partire dal IV secolo, sono la Terrasanta, cioè i luoghi della vita e della morte di Gesù Cristo, e Roma, sacra per la tomba di san Pietro. Poi, col IX secolo, acquista sempre più importanza il santuario di San Jacopo di Compostela, nella Spagna nord-occidentale, città sorta attorno al sepolcro dell’apostolo Giacomo.

La vie errante è la filosofia dei pellegrini che rivela un che di eroico nello slancio con cui si metto no in viaggio. Asceti per cui lo spirito è il fiato e l’anima è il cuore che palpita sui sentieri in salita. Rivestiti delle loro antiche armi simboliche: il bordone e il bastone, la bonaccia e la bisaccia, il mantello e il cappello, la conchiglia di Saint-Jacques che richiude sul petto le “cappe sante”. Peregrini sono “quelli che van no oltre il campo” (per agrum), gli oltrepassanti, i transeunti. E Ultreia!, “più lontano”, è da sempre il loro motto. Passando attraverso gli ostacoli naturali e le insidie del lungo viaggio, gli uomini del medioevo si fanno pellegrini per purificarsi e meritare il cospetto di Dio.

Il tema del pellegrinaggio ha richiamato spesso la metafora della ricerca della luce. Chi affronta il lungo viaggio, incontrando pericoli e rischi per raggiungere la meta, spesso concepisce il suo andare come ricerca del senso della vita. Di fronte ad un mondo così difficile, spesso si ha l’impressione di trovarci in un «labirinto». Lungo la via Francigena, sulla facciata delle chiese o disegnata nel pavimento, si trova scolpita la raffigurazione del labirinto, mistico segnacolo dei maestri d’opera medievali. Il labirinto è un’immagine antica e remota: può suscitare un senso di ansia e lieve paura: può anche eccitare un gusto per l’avventura e la prova. Simbolo lunigianese per eccellenza della via Francigena è il “labirinto” di san Pietro de conflentu a Pontremoli, mistico segnacolo dei maestri d’opera medievali. Il labirinto raffigura, in alto, il cavaliere che sfida la morte, alle cui spalle una belva alata rappresenta il demonio. Sui lati, il drago che si morde la coda e la clessidra indicano rispettivamente il cerchio eterno del tempo e il suo trascorrere vorace contro cui combattere. Qui l’occhio del pellegrino si perde nei meandri del “labirinto delle cattedrali”, il cui centro riproduce la Terra Santa per eccellenza, il Paradiso Terrestre, donde si dipartono, come i bracci della croce, i quattro fiumi diretti alle quattro parti del mondo. Per Ebrei, Cristiani e Musulmani esso coincide col “Santo dei Santi”, il cuore del tempio di Salomone, al centro della città di Sion. Il pellegrino, che percorre la via Francigena, sa che solo con le proprie forze può conquistare il centro di ogni perfezione: sic currite ut comprehendatis, “così correte, in modo da raggiungerlo”, è scritto sotto il disegno del labirinto.

Il labirinto rappresenta il senso misterioso della vita, quel mondo strano e complicato in cui continuiamo ad avere questioni e a formulare le nostre domande. Il labirinto in arenaria di Pontremoli, non dissimile da quelli presenti a Pavia, Piacenza e a Lucca, ci ricorda la grande stagione dei pellegrinaggi, in cui il percorso iniziatico per chi sia in grado di superare le difficili prove è la rinascita interiore. L’immane flusso di umanità salmodiante e penitente ha portato lungo la via Francigena l’eco di idiomi lontani, la voce di tradizioni diverse, il segno di culture che lasciano tracce sensibili nell’architettura, nella vita e soprattutto nel pensiero della gente. Dietro ai pellegrini fluiscono i commerci e sulla strada si aprono le taverne, i negozi. le stalle per i muli e per

i cavalli, gli archi e i volti per il magazzinaggio delle merci. Il labirinto non rappresenta una condanna, ma quasi il premio di chi si alimenta alla «curiosità di quelle zone intermedie dove l’anima e la carne si confondono, dove il sogno si adegua alla realtà, dove la vita e la morte si scambiano attributi e sembianze». Ogni viaggio interpretato in maniera corretta conduce a una concordia superiore fra le orbite celesti e umane. La storia, fatta di balzi in avanti e di ritorni indietro, è caratterizzata dal riaffiorare di situazione del tutto analoghe a quelle del passato e disegna un movimento ciclico.

Per questo l’iniziatica introduzione alla vita richiede lo sguardo mistico del viaggiatore che provoca ad ogni incontro il superamento della certezza delle definizioni rassicuranti e consente d’intravedere

l’affascinante e sfuggente verità. Questa verità non si fonda unicamente su evidenti ragioni biologiche, non si basa solo sull’«universalità linguistica». Questa medesima radice culturale trova il suo punto di riferimento nel superamento della propria autosufficienza e nel riconoscersi nello stesso progetto di una prospettiva civilizzata.

Più la cultura si fa riflessiva e si apre agli altri, tanto più arricchisce la propria identità con nuovi  elementi portati dallo «straniero». Ciò che prima era considerato «forestiero» (che viene da fuori, dalla foresta), quindi minaccioso al proprio sentimento d’appartenenza, alla sicurezza della propria casa, ora viene accettato come arricchimento e conquista culturali. Si tratta di un processo che  comporta difficoltà notevoli per abbattere incessantemente le mura dentro cui cerchiamo di arroccarci. La capacità di trascendere la propria «clausura» è proprio della vera cultura.

A che serve, allora, tanto viaggiare? Forse si viaggia per la ricerca delle origini o fuga nel futuro. Noi preferiamo credere che un’umanità che comunica sempre più sarà più omogenea di un’umanità statica. Noi pensiamo che fare incontrare persone di nazioni diverse e anche di differenti generazioni aiuto a trovare quell’umanesimo che unisce tutti i popoli della terra. Ciò non vuol dire che tutte le differenze verranno soppresse, ma che anzi conoscendole possiamo arricchirci di nuovi

elementi di confronto. Oggi sembra che il villaggio globale accomunato dagli stessi consumi si sia frammentato, parcellizzato in un’infinità di piccole comunità diverse e spesso estranee fino a non comprendersi. Il diverso è tornato a fare paura. Le ondate di immigrazione clandestina ci hanno fatto scoprire al di là dei mari civiltà e paesi che avevamo sempre accuratamente rimosso.

Viaggiare significa conoscere mondi diversi, culture e religione diverse. Confrontarsi con gli altri è sempre più urgente per una cultura del rispetto. Rispettare significa respicere, guardare e riguardare

per capire e cercare di comprendere la diversità come fonte di ricchezza di conoscenza.

Oggi è cambiato il modo di viaggiare, ma non c’è una differenza sostanziale rispetto ai viaggi di un tempo. L’importante è il modo in cui si viaggia, ovvero è diverso se si viaggia per ritornare a casa oppure no. Felice è colui che ha fatto un viaggio come Ulisse, per ritornare a casa. E tutti noi viaggiamo per tornare a casa arricchiti di nuove esperienze e del conforto che ciò che ci unisce è più prezioso di ciò che ci divide.