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Rina Gambini - Il gioco del calcio ieri e oggi
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30 novembre 2007

 

Rina Gambini

Il gioco del calcio ieri e oggi

Il giorno 15 novembre 2007, si è svolto a Salò un incontro-convegno intitolato IL CALCIO DI IERI E DI OGGI, organizzato dall’Associazione Culturale ed Artistica “Riviere del Benaco”. Per il calcio di ieri è intervenuto Giusepe Baresi, calciatore dell’Inter e della Nazionale e l’intervento conclusivo è stato tenuto da Ernesto Paolillo, Amministratore Delegato dell’Inter. Era presente anche Piero Ausilio, direttore del settore giovanile. Ha condotto l’incontro la Professoressa Rina Gambini, che ci ha inviato l’articolo che pubblichiamo qui di seguito.   


Il gioco del calcio è antico. Se non è possibile sostenere che il moderno gioco del calcio abbia origine nei tanti tipi di giochi col pallone dell’antichità, è vero che ci sono giunte, da epoche e luoghi diversi, testimonianze grafiche (vasi, per esempio) e letterarie di giochi simili al calcio moderno.

Erano giochi che vedevano squadre che spingevano il pallone, talvolta coi piedi, per farlo oltrepassare un determinato limite, segnando un punto. Per esempio, in Cina, nel sec. XI a.C., si giocava a tsuchu, che vuol dire palla di cuoio spinta col piede, in cui la palla era riempita con capelli di donne, e il limite era chiuso da una rete. Questo tsuchu, 500 anni dopo, era ancora praticato come esercizio di addestramento militare. Nel 50 a.C., secondo un documento conservato a Monaco, il tsuchu fu introdotto in Giappone, e avveniva tra squadre di due paesi.

In Grecia il gioco del pallone fu molto diffuso: lo testimoniano i testi omerici, e sappiamo che in epoca classica il tipo più diffuso era l’episkyros, che passò a Roma col nome di harpastum, ed era giocato soprattutto dai soldati. Il pallone era, e lo sappiamo da Marziale, di cuoio, ripieno di piume (in questo caso si trattava della pila paganica), ed era usato nel mondo contadino; oppure era di cuoio con dentro una vescica che fungeva da camera d’aria, e questo era il follis.

Le regole antiche furono conservate fino al Medio Evo, ma il gioco, che prima era quasi soltanto un esercizio sportivo, diventa l’espressione dell’antagonismo tra villaggi, o tra fazioni del villaggio o della città. Il popolo seguiva gli incontri con passione, parteggiando per l’una o l’altra squadra con grande entusiasmo, perfino troppo, se Enrico II d’Inghilterra arrivò a proibirlo; una cronaca londinese del 1175 riferisce della violenza del gioco. Perciò, non meravigliamoci per ciò che accade oggi, ma non divaghiamo.

In Francia, in periodo analogo, si giocava la savate, soltanto con i piedi, ed era gioco assai violento, assimilato anche qui alle contese tra villaggi.

In Italia, il luogo in cui si praticava il gioco con maggiore partecipazione era Firenze, tanto che nel vocabolario della Crusca (Venezia, sec. XVIII), viene definito come gioco proprio della città di Firenze “a guisa di battaglia ordinata con palla a vento, somigliante alla sferomachia, passata dai Greci ai Latini, e dai Latini a noi”.

A Firenze avvenivano incontri organizzati con carattere di ufficialità, quasi sempre per festeggiare importanti ricorrenze: le squadre erano due, il “partito” dei “verdi”, cioè della riva sinistra dell’Arno, e quello dei “bianchi”, cioè della riva destra. Le partite si svolgevano nella grande piazza di Santa Croce; la vittoria di un partito faceva sì che questo si appropriasse delle insegne dell’avversario. Le regole del gioco prevedevano 27 giocatori per partito, così divisi: 15 in tre gruppi di 5 a formare la linea degli “innanzi”, cioè l’attacco; 5 a formare la linea degli “sconciatori”, per intralciare le manovre avversarie; 4 per la linea dei “datori innanzi”, cioè quelli che rilanciavano avanti la palla; 3 per la linea estrema dei “datori indietro”, che dovevano impedire agli innanzi avversari di avanzare fino al fondo del campo ed assicurarsi una “caccia”, cioè un punto.

Il calcio fiorentino divenne molto famoso, e di conseguenza, fu copiato. A Venezia, nel sec. XVII, si praticava un gioco simile, che, invece, era stato proibito a Bologna nel 1580.

In Inghilterra fu Giacomo I Stuart a togliere, con la “Declaration of sport” del 1617, le restrizioni sul calcio, che divenne popolare, soprattutto nei colleges. Regole precise vennero stabilite nel 1820, ed erano simili ad alcune di quelle moderne, per esempio fu introdotto il fuorigioco, ma restavano diverse da luogo a luogo; vennero infine unificate dalle “Quattordici regole” di Cambridge nel 1848, mentre il primo vero regolamento tecnico uguale per tutti risale al 26 ottobre 1863, con la fondazione della Football Association, che rinnova i clubs inglesi e scozzesi. In Inghilterra il primo campionato fu disputato nel 1871.

In Italia la data ufficiale d’inizio del calcio moderno è il 1890; a Torino, infatti, fu fondata la prima società calcistica, il “Club Internazionale di Football”, a cui aderirono 4 società: l’Internazionale, la F.C.Torinese, il Genoa e il Mediolanum. Quello stesso anno, l’8 maggio, iniziò il primo campionato nazionale, che fu vinto dal Genoa.

Ebbe così inizio l’età degli dei. Infatti, per dividere le epoche del calcio, parliamo di quello italiano, ma potremmo estenderlo a quello internazionale, è stato scomodato nientemeno che Giovan Battista Vico. Il grande filosofo napoletano del Settecento aveva diviso la storia umana in tre periodi: l’età degli dei, l’età degli eroi, l’età degli uomini. Applicare queste categorie storiche al mondo del calcio è quantomeno azzardato, ma non privo di fascino, qualcosa di attinente c’è. Andiamo ad indagare.

L’età degli dei del calcio va dagli esordi all’avvento della televisione. Gli dei sono esseri superiori, inconoscibili, di cui si vedono essenzialmente le azioni, che lasciano stupefatti, avvolte come sono in un alone mitico. Il calcio ascoltato per radio, letto sui giornali, raccontato magari con fioriture letterarie, era un calcio immaginato, e idolatrato, tanto più amato quanto meno si sapeva di lui. Le cronache radiofoniche di Nicolò Carosio, i suoi famosi “quasi gol!”, lasciavano alla fantasia lo spazio più ampio per immaginare l’azione. E gli dei del calcio erano esseri superiori, come gli dei dell’Olimpo.

Poi arrivò la televisione, e questi dei divennero degli eroi, in carne ed ossa, come tutti gli eroi, senza nulla di trascendentale, come accadeva agli dei. Le loro azioni si vedevano sullo schermo, non c’era nulla da immaginare, e perciò perdevano quella mitizzazione del gesto sportivo che la fantasia contribuiva a creare. Ma come gli eroi antichi, questi eroi moderni potevano permettersi tutto, perché erano capaci di grandi imprese, sapevano trascinare la squadra ed esaltare il pubblico. Non erano meno idolatrati degli dei, però la loro fisicità, la presenza costante nella vita quotidiana dei tifosi li trasformava in simboli, e come tali ne faceva oggetto di emulazione, esempio, talvolta. Così sono diventati merce da vendere, sfruttamento da parte dei media per fare audiens, strumenti per creare falsi bisogni e “falsi miti”.

Gli eroi, purtroppo, non sono esseri astrattamente superiori, sono uomini, hanno debolezze e ripiegamenti, sono corruttibili, insomma, e così finisce anche la loro età e si passa a quella degli uomini, appunto.

Siamo arrivati all’attualità: nel calcio si vive l’età degli uomini. Dopping, violenze, favoritismi, corruzione, denaro che scorre a fiumi, magari da una tasca all’altra, scandali, calciopoli, e tutti gli –opoli che vogliamo, o, meglio, che mai vorremmo sentire.

Siamo, allora, giunti al capolinea, alla meta senza ritorno?

Speriamo di no, speriamo che abbia ragione Giovan Battista Vico (lo scomodiamo ancora!), che sosteneva che la storia è fatta di corsi e ricorsi. Secondo questa teoria, si dovrebbe ricominciare da capo. Torneremo, dunque, all’età degli dei? Non credo, basterebbe recuperare quella degli eroi, che ci facevano tanto divertire, che risvegliavano nei tifosi passioni grandi e tranquille, che ci facevano sognare.

Allora, non ci resta che aspettare che tornino i nostri eroi!