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Editoriali
Rina Gambini - Essere e non parere: Giosuè Carducci

Rina Gambini - ESSERE E NON PARERE: GIOSUÈ CARDUCCI


Se si volesse sintetizzare in una sola battuta la personalità di un poeta, quella di Carducci non troverebbe migliore espressione che in questo “Essere e non parere”, detta ai suoi studenti dell’Università di Bologna in una particolare occasione che vi racconterò.

Prima, però, per amor di giustizia e come segno di gratitudine per il lavoro d’altri, devo spiegare come ne sono venuta a conoscenza.

Credo che tutti coloro che seguono le pubblicazioni della nostra Rivista “Il Porticciolo” abbiano ben capito quanto io creda nell’utilità di questo tipo di pubblicazione divulgativa e quanto ammiri tutti coloro che hanno tentato di portarla avanti. Ne sono tanto appassionata che, quando trovo sulle bancarelle antiquarie qualche copia di vecchie riviste, le acquisto e me le leggo con curiosità sempre nuova. E sempre premiata, perché vi trovo notizie, idee, spunti che mi servono per intraprendere approfondimenti interessanti, e all’occorrenza per condividerli con i lettori.

Qualche tempo fa, ho acquistato una quindicina di numeri di una rivista “Minerva – Rivista delle riviste”, fondata nel 1891 da F. Ghirlanda, diretta da G. Caprino e pubblicata negli anni Trenta dalla UTET, la gloriosa casa editrice di Torino. Nel n° 15 del 1932 compare un articolo firmato da Fortunato Rizzi, in cui l’autore, allievo del Carducci all’Università di Bologna e suo incondizionato ammiratore, racconta la vicenda da cui ho tratto la frase iniziale. La vicenda è la seguente.

Carducci insegnava all’Università bolognese ormai da quarant’anni e, ricorrendo tale anniversario del suo insegnamento, i suoi allievi volevano festeggiarlo, ben consapevoli dell’onore riservato loro nell’essere suoi discepoli. Dato che, in grazia dell’età e delle nuove idee, odiavano la retorica, scartarono subito la diffusa abitudine di celebrarlo con discorsi roboanti e accolsero, invece, il suggerimento di Severino Ferrari di leggere in tutte le sale pubbliche, nei circoli, nei caffè e nei teatri della città, i versi del poeta toscano. Dispiaceva loro, però, che l’Università non partecipasse attivamente all’evento e, dato che non potevano leggere i versi carducciani senza l’approvazione del Maestro, Ferrari andò dal professore a chiedere il permesso. Dopo averlo ascoltato attentamente, Carducci disse: “Dove facciamo Dante e Petrarca, vuoi fare me?”, e mise fine all’idea dei suoi studenti. I quali, però, non si rassegnarono e, un giorno che il Maestro era via per lavoro, lessero in aula la poesia Alle fonti del Clitumno. Naturalmente, Carducci lo venne a sapere e, tornato in cattedra, guardando un po’ commosso i suoi “ragazzi”, disse: “Io non so perché abbiate voluto fare tutto questo. In fondo, poi, che cosa ho fatto io? Poco o niente. Però di una cosa mi vanto: io vi ho insegnato a essere e non a parere”.

Carducci fu un vero Maestro per gli studenti dell’Università bolognese. Non mise mai se stesso alla pari, né tanto meno davanti, ai poeti che insegnava. Per esempio, durante una lezione su Parini, che in quel periodo era molto trascurato dalla critica e dall’insegnamento, si lasciò andare a commentare “Per questi versi do tutti i miei, do tutti i miei!”, mostrando una modestia davvero insolita in un poeta così celebrato. Una rigida coscienza del dovere guidò la sua vita di professore e, se alcuni affermano che se fosse stato meno professore e dotto, sarebbe stato miglior poeta, bisogna rilevare l’assoluta unità dei tre aspetti della sua personalità.

Aveva un carattere fiero e rude, ma era onesto e sincero nei suoi propositi improntati ad una serietà ammirevole. E questa serietà voleva insegnare, sia dalla cattedra universitaria, sia quando si rivolgeva ai poeti e ai critici del suo tempo. Ammoniva questi ultimi a non giudicare un’opera artistica, di qualsiasi genere fosse, senza aver prima studiato attentamente la vita e la personalità dell’artista e l’epoca in cui aveva operato. Ai poeti consigliava di leggere molti altri poeti e di non credere di poter comporre versi senza fondarli su solide basi culturali. Libri, documenti, studi, erano i mezzi per creare una letteratura consapevole e seria e per formare una generazione di persone dotte, capaci di formarne altre. Non a caso dalla sua scuola uscirono molti insegnanti, molti poeti, molti sapienti. Non dimentichiamo che Giovanni Pascoli fu suo allievo!

Per tutta la vita professionale e artistica il Maestro si era conformato a queste convinzioni, e come insegnante non aveva mai lascito nulla al caso, convinto che la scuola italiana avesse bisogno di serietà e solidità strutturale. Ce lo dimostra una lettera, apparentemente banale, che il poeta scrisse il 9 novembre 1871 all’amico Ferdinando Martini, che lo aveva sollecitato a dargli consigli per un libro di testo sulla Storia letteraria italiana. La lettera, scritta su due foglietti di carta giallognola a quadretti lilla, dice così:

“Caro Ferdinando,

rispondo un po’ tardi, ma gli esami e il cattivo tempo mi tolgono memoria e attività.

Non ho dimenticato però di sollecitare il Gandino a riscrivere un ricordino per il tuo affare (l’affare era “L’insegnamento letterario nazionale in Italia”). Quanto a un libro di testo per la storia letteraria da mettersi in mano ai ragazzi, io proprio non lo conosco. Che vuoi? Il De Sanctis è tutto metafisica e nulla storia; il Settembrini è pieno di lacune, di prevenzioni, di errori di fatto e, come storico, meschinissimo.

Non c’è altro che ritornare al Maffei e all’Ambrosoli. Quest’ultimo, che offre anche gli esempi di stile e i pezzi migliori, sarebbe forse da preferire: ma bisogna che l’insegnante riordini poi in idee generali e dentro quadri determinati quel ch’egli sparge nelle biografie dei diversi autori. Per i primi tre secoli ha fatto una storia assai lodata e uscendo dal consueto Adolfo Bartoli… Del resto, credi, non c’è nulla. Per te farai bene a studiare il Ginguéné (“Histoire littéraire de l’Italie”), che, tutto insieme, è forse il migliore… Quanto al metodo per insegnare a scrivere, anche libri precettivi mancano. Bisogna mettersi in testa che in tutto questo affare dell’insegnamento letterario nazionale in Italia non s’è fatto nulla di buono. Per me bisogna, come nelle arti del disegno, incominciare dal far le copie, per cominciare dalla imitazione. Farei leggere pezzi belli di autori di diversi secoli, trecento, cinquecento, seicento buono, contemporanei; l’uno dopo l’altro; notando quel che v’è di antiquato ne’ più vecchi ma anche quel che rimane di eternamente e superiormente bello, ne’ moderni quel che v’è d’errato d’improprio e di falso, ma anche la maggior precisione e la corrispondenza maggiore col pensiero vivente. Ma io leggerei un trecentista e subito dopo un contemporaneo, e in mezzo un bel pezzo del seicento. E nota che bisogna da principio far fermare gli studenti anche su le frasche, sulle costruzioni, su le frasi. Prima dunque, lettura di molta, mescolata, ed attraente. Poi eleggerei alcuni dei pezzi più veramente belli; o meglio piglierei un pezzo bello d’autore che ei conoscessero (specialmente narrazione e descrizione), e lo farei rifare a loro su quella norma. E così seguiterei per un pezzetto, alternando letture a prove di composizione. Quando poi avessi conosciuto le attitudini varie di questo a questo genere, di quello a quell’altro genere, comincerei a dare argomenti propri a ciascuno, ma di cose che essi stessi conoscano e possano conoscere bene o abbiano imparato… Ecco perché le antologie sono necessarie; non quelle di mestiere stampate; ma quelle che l’insegnante fa da sé. Se tu hai il Fornaciari, il Leopardi, l’Ambrosoli, e simili, puoi scegliere assai da quelli. Te ne mando una del Tommaseo in cui c’è del buono.

Addio, che ho fretta.

Salutami tua moglia (sic) anche da parte dell’Elena. Ho scritto una poesia nuova – Versaglia – in cui l’ho un po’ presa con Domeneddio. Te la manderò

Tuo Giosuè Card[ucci]

Che Carducci avesse ben presente la necessità di rinnovare l’insegnamento sottraendolo alle suggestioni retoriche per restituirlo alla prova dei testi, è evidente ad ogni passo di questa lettera, che nella sua sbrigativa scioltezza, toglie ogni dubbio sul suo pensiero in fatto di didattica e di consapevolezza critica. Perché, a ben vedere, anche in questo scritto, che ha natura totalmente diversa da quella del discorso cattedratico, egli ribadisce la necessità di fondare l’insegnamento sull’essere, e non sull’apparire.

 
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