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Giuseppe Benelli - Come nasce l’ambientazione dell’ultimo romanzo di Piero Chiara "Saluti notturni dal passo della Cisa"

Giuseppe Benelli - Come nasce l’ambientazione dell’ultimo romanzo di Piero Chiara Saluti notturni dal Passo della Cisa


Perché l’ultimo romanzo di Piero Chiara, Saluti notturni dal Passo della Cisa, è ambientato in un territorio che ha come epicentro il passo della Cisa? Un paesaggio tanto lontano ed estraneo al lago Maggiore dove è legata la vocazione narrativa del romanziere di Luino. La vicenda di Saluti notturni, infatti,  si snoda tra le colline di Langhirano e la Lerici del golfo dei poeti. Siamo nel cuore di un Appennino percorso dal protagonista, l’oculista Salmarani, tutti i fine settimana per raggiungere la moglie e il figlio sul mare ligure. Una storia intrigante che richiama i temi cari alla narrativa di Chiara, ma che per la prima e unica volta si discosta dal suo ambito territoriale congeniale.

Lo spazio ideale di Chiara, infatti, è la nativa Luino e i paesini che costeggiano le rive del lago Maggiore. Luino è una piccola cittadina sul lungolago, vicino alla frontiera italo-elvetica,  con le tante botteghe e osterie, la stazione ferroviaria internazionale, un mercato animato da  turisti, spedizionieri, frontalieri, carabinieri, ferrovieri e contrabbandieri. Nei romanzi di Chiara parla un’umanità che racconta la sua visione del mondo nelle sere al bar, in cui ricorda la gioventù e gli amori nella nostalgica contempla­zione della pallina del biliardo. Un mondo affascinante e malinconico su cui  lo scrittore punta il suo sguardo attento e curioso alla ricerca di tresche sentimentali, misteriosi personaggi, pettegolezzi e giochi d’azzardo. Chiara narra la vita di provincia con uno stile sempre venato di arguzia e, a tratti, di un sottile umorismo. Nei suoi libri è fondamentale la descrizione dei luoghi e l’odore dei locali dove si gioca a carte fino a tarda ora, avvolti dalla malinconica nube di fumo. La sua ispirazione letteraria torna sempre a casa, come i suoi compagni di Luino che girano il mondo per traffici e avventure e poi si ritrovano al caffè Clerici per raccontarli.

Nato a Luino nel 1913, è stato per anni un impiegato nell’amministrazione della Giustizia e ha maturato tardi la propria vocazione di scrittore. Esordisce nella narrativa quasi cinquantenne, su suggerimento dell’amico e  conterraneo Vittorio Sereni, che lo invita a scrivere una delle tante storie che Chiara ama raccontare agli amici del bar. La sua capacità  di affabulatore è l’anticipazione del suo successo di scrittore. È Chiara stesso a delineare il percorso che lo ha portato a scrivere: le difficoltà scolastiche, le varie esperienze lavorative e poi aiuto cancelliere di tribunale, ma soprattutto la passione per i poeti e romanzieri francesi. «Raccontare per me - spiega Chiara - è una liberazione e insieme una verifica, un modo per rivivere le cose e capirle. Quando non avevo ancora riconosciuta la mia vocazione alla letteratura, la sfogavo raccontando ai miei amici le mie avventure. Non a caso il mio libro fu ascoltato prima che letto da Vitorio Sereni in un caffè di Luino».

Nasce così Il piatto piange (Mondadori, 1962), una storia ambientata  a  Luino nel periodo del fascismo che segna il suo esordio vero e proprio. L’opera riscosse immediatamente un grande successo e per più di vent’anni il successo non farà  che moltiplicarsi di libro in libro. Si veda, per citarne alcuni, La spartizione (1964), Il balordo (1967),  L’uovo al cianuro (1969),  I giovedì della signora Giulia (1970); Con la faccia per terra (1972); Il Pretore di Cuvio (1973); La stanza del Vescovo (1976); Il cappotto di Astrakan (1978). Le vicende che  descrive sono delineate sullo scenario di quel mondo luinese tra intrighi e con personaggi  che si muovono in un turbine di avventure nei momenti più diversi e nella vita di tutti i giorni. Un mondo fatto di narratori instancabili del territorio che li circonda: Il Lago Maggiore. Basti pensare a La stanza del Vescovo con la barca Tinca che permette di veleggiare lontano da casa e da occhi indiscreti. O ai racconti Di casa in casa, la vita che descrivono l’Istituto De Filippi di Arona, il Collegio salesiano di San Luigi a Intra, l’orologiaio Metastasio Finetti, la nascita del mercato di Luino che risale ai Romani. I suoi personaggi si muovono  sulle strade della sua Luino, in paesi più o meno importanti della Valcuvia  o  nello sfondo di paesi  come  Laveno, Cannobio, Stresa,  Intra  e Arona. Tutta la sua opera testimonia l’importanza del territorio per far risaltare le persone, i caratteri, gli umori.

Perché dunque lasciare questo territorio dell’anima per avventurarsi in ambienti così nuovi e lontani come quelli di Saluti notturni dal Passo della Cisa? Per cercare di comprendere l’abbandono del paesaggio così connaturale alla scrittura di Chiara e la scelta di quell’«improbabile passo della Cisa», come scrive Giovanni Tesio, è necessario ricordare una delle grandi passioni della vita dello scrittore: la passione per il gioco d’azzardo. Piero Chiara soleva dire che «la vita è un gioco e il gioco è la vita» o, «quanto meno, una simulazione dell'esistenza umana, coi suoi alti e bassi, le sue sconfitte e le sue vittorie». Era molto più che superstizioso e l’amico Mauro della Porta Raffo ricorda lo slancio con il quale «mi si buttò addosso, la faccia terrorizzata, per bloccarmi, nel mentre, dimentico delle sue paure, per verificarne il funzionamento, mi accingevo ad aprire un ombrello a scatto nel lungo corridoio della sede varesina del Partito Liberale in via Bernascone». «Nel gioco, - scrive Chiara - la fortuna e la sfortuna, normalmente ritenute forze occulte, diventano visibili e quasi palpabili. Capita, al poker o allo chemin de fer, di vedere come un’ombra grigiastra alle spalle del giocatore sfortunato. Alle spalle di quello in fortuna invece si disegna un alone luminoso. Ombra e alone, se il giocatore cambia posto, lo seguono, come una sua emanazione. Tanto è vero che il cambiar posto, l’andare al gabinetto o anche il fare un giro intorno al tavolo, non serve a nulla. […] È un incauto colui che pretende di scacciare la sfortuna e più ancora chi pensa di poter trattenere la buona ventura presso di sé o di chiamarla al suo fianco come si chiama un cagnolino».

Gli amuleti e le pratiche propiziatorie sono costanti nelle abitudini dei giocatori. Fare le corna «serve secondo alcuni a scaricare le influenze nocive, così come il filo del parafulmine scarica nella terra le folgori». Dalla supposizione, che alcune persone possiedano un fluido nefasto, è nata la credenza nel potere iettatorio di alcuni individui. Un tale – scrive Chiara - «ogni sera, quando si metteva al tavolo di gioco perdeva fino alle ventitré poi cominciava a vincere. Si seppe presto che sua moglie, appena uscito di casa il marito, riceveva un amico di famiglia col quale restava fino alle ventitré». La fortuna e la sfortuna al gioco «sono come la morte, che va qua e là a suo piacimento. O a piacimento di chi regge l’universo».

 

Negli anni Settanta Piero Chiara si dedica alla figura di Gabriele D’Annunzio, una minuziosa ricerca biografica nei polverosi archivi del Vittoriale, sfociata in una Vita di Gabriele D’Annunzio (Mondadori, 1978). La vita di D’Annunzio, così eroica e sfarzosa, era sostanzialmente opposta a quella percepita da Chiara dai vetri dei bar della sua provincia. Finalista al Premio Bancarella del 1979, Chiara accetta la sfida con autori come Sergio Zavoli e Massimo Grillandi. Il Bancarella è l’unico premio in cui la votazione è interamente affidata ai librai, cioè a coloro che nella lunga filiera del libro sono i più vicini al mondo dei lettori. La sua storia, nobile e antica, affonda le radici nella tradizione dei librai ambulanti pontremolesi. Le colline e i monti dell’alta Lunigiana costituiscono lo sfondo su cui si muovevano questi venditori, con le loro gerle cariche di pietre da rasoio, di lunari e di almanacchi, a cui si andavano pian piano aggiungendo i testi raccolti qua e là tra i fondi di magazzino di qualche editore. Molte delle librerie più antiche e famose d’Italia furono fondate proprio dai discendenti di queste famiglie di venditori ambulanti.       L’importanza del premio è legata al mondo dei librai pontremolesi e dei bancarellai che decretano vincitore il libro per successo di vendita e importanza letteraria. Un premio che ha anticipato il Nobel con Hemingway (Il vecchio e il mare), con Pasternak (Il dottor Zivago) e con Singer (La famiglia Moscat). Un premio che fa vendere tantissime copie del libro vincitore, per questo molto ambito da editori e scrittori. La speranza che i librai e bancarellai pontremolesi premiassero Piero Chiara era risposta nel grande successo di vendita del suo libro (in pochi mesi la Vita di Gabriele D’Annunzio aveva venduto oltre 300.000 copie). Tuttavia i rischi erano ben presenti all’autore di Luino che nel corso della sua vita aveva ricevuto il premio Alpi Apuane (nel 1964 con La Spartizione), il premio Baguta (nel 1968 con Il balordo), il premio Napoli (nel 1976 con La stanza del Vescovo), ma nel 1973 era stato sconfitto al premio Strega col romanzo Il pretore di Cuvio, contro tutte le previsioni della vigilia che lo davano per favorito.

Piero Chiara giunge sulla piazza di Pontremoli elegante con i suoi occhietti saettanti dietro gli occhiali e il beffardo sorriso di chi è abituato ad affrontare la sfida della competizione. La gara si annuncia molto incerta, nonostante le previsioni favorevoli dei rappresentanti commerciali della Mondadori. La corsa a tre, con Zavoli edito da Rizzoli e Grillandi da Rusconi, si rivela subito imprevedibile quando il notaio del premio inizia lo spoglio dei voti espressi dai 200 librai indipendenti. Fino alla fine il risultato è incerto con i tre libri che si superano l’un l’altro per pochi voti. Alla fine, con grande sorpresa di tutta la piazza, risulta vincitore per pochi voti La contessa di Castiglione di Massimo Grillandi, dei tre finalisti quello meno accreditato dai pronostici. Secondo classificato Zavoli con Tre volte vent’anni e terzo Vita di Gabriele D’Annunzio. Nella fase concitata della proclamazione del vincitore, tra gli applausi, i flash dei fotografi e le riprese televisive, Chiara con gli occhialini d’oro a cavallo del naso sottile sale sul palco di piazza della Repubblica gremita all’inverosimile. Il suo sguardo penetrante verso la folla rivela quel tanto di sano cinismo che gli permetteva di leggere così bene gli animi delle persone che poi descriveva nei suoi libri. A Renzo Tolozzi, segretario del premio e visibilmente dispiaciuto per il risultato, risponde innanzitutto felicitandosi col vincitore Grillandi e dimostrando l’eleganza di chi sa perdere. Poi, ricordando la sua passione per il gioco, che vive della ricerca continua della rivincita, si rivolge al pubblico per dare un appuntamento futuro a Pontremoli, perché lui, che concepisce la vita come una partita di poker, riproverà a vincere il Bancarella con una carta migliore.

La carta vincente è il romanzo Saluti notturni dal Passo della Cisa. Il libro, che nasce da un fatto delittuoso realmente accaduto, deve convincere i librai votanti. Così per la prima volta nella narrativa di Chiara l’ambiente non è il suo lago Maggiore. Un romanzo insolito per una collocazione geografica per niente lacustre, protesa com’è nell’appennino emiliano, terra di prosciutti, che richiama un vago sentore godereccio, da sempre irresistibile per lo scrittore luinese. La vicenda si snoda sulle colline di Langhirano dove stagionano culatelli e parmigiano. Siamo nel cuore di un Appennino ricco, carnale, fragrante di profumi e di aromi, dove tutto sembra parlare dei piaceri della vita e «dove possono intrecciarsi vicende brutali che si colorano di una inquietante luce pirandelliana». Qui in una villa isolata si è ritirato Pilade Spinacroce, rientrato in patria con i miliardi dopo una vita trascorsa in Argentina. Il vecchio emigrante ha riallacciato i rapporti con la figlia Myriam, rea di aver ceduto alle lusinghe di un casanova da strapazzo, l’oculista Francesco Salmarani, da cui ha avuto Albertino, affetto da una rara sindrome che lo rende una specie di mostro deforme. La gente vocifera che il vecchio Pilade abbia nascosto in una stanza segreta della villa, una sorta di caverna di Alì Babà, i miliardi portati dal Sud America dentro alla bara della moglie e intorno a lui inizia un balletto alla ricerca del bottino. La bella governante Maria Malerba, che diventa l’amante del vecchio; i due giovani scapestrati Felegatti e Bonomelli che cercano di rapinare la villa; lo stesso Salmarani che diventa a sua volta l’amante della Malerba, mentre si sposta nottetempo tra Bergamo e Lerici.

Il romanzo ripropone le eccellenti qualità di Piero Chiara che gioca per la prima e unica volta fuori casa, ma le descrizioni del mar ligure, per chi scende dalla Cisa, non sono meno efficaci di quelle del lago Maggiore. «Il dottor Salmarani ogni domenica mattina arrivava a Lerici tra le otto e le otto e mezzo e ogni volta raccontava con finto entusiasmo alla moglie le sue fermate qua e là lungo il percorso, ora per contemplare la volta stellata, ora per veder sorgere l’alba sul mare. Una mattina comparve in casa con un’aria estasiata. Arrivato che era ancora buio a Sarzana, per perdere tempo si era spinto fino a Bocca di Magra, poi aveva risalito i tornanti del Monte Marcello ed era andato ad affacciarsi sopra la Punta Bianca proprio mentre verso levante si rompeva sulle Apuane il mantello della notte e un chiarore biancastro annunciava l’alba. Incantato, aveva atteso finché quel biancore, diventato color rosa, aveva dato luogo all’aurora che si disegnava sopra il profilo del monti in forma di una donna, o meglio di una dea, col capo riverso sopra la Versilia e i piedi appoggiati, come sopra un cuscino, sulle verdi pinete del Pasquilio. Con ancora davanti agli occhi quell’immagine, non poté trattenersi dal declamare alla moglie i versi di Dante che gli erano venuti alla mente poco prima: La concubina di Titone antico/ già s’affacciava al balco d’Oriente/ fuor dalle braccia del suo dolce amico».

Passata la domenica con la moglie e il figlio, Salmarani dopo le ventidue riprendeva la strada di ritorno: «Sarzana, Pontremoli, di curva in curva, immerso nella notte, fino al Passo della Cisa dove faceva una sosta anche se il bar era chiuso». Scrive Chiara: «La strada della Cisa è una lunga successione di salite, di tratti pianeggianti e di improvvise discese. Frequentatissima da secoli e fin da epoche preromane, è ormai trascurata dalle macchine che vanno e vengono tra la valle del Po e quella del Magra. L’apertura dell’autostrada Borgotaro-Pontremoli l’ha confinata tra gli antichi percorsi. Il suo ultimo tracciato, voluto da Napoleone I, ricalca pressappoco quello che venne battuto dagli Etruschi, dalle legioni romane e anche da Carlo VIII che a Fornovo, scendendo dal valico col suo esercito di ritorno dalla conquista del Regno di Napoli, dovette affrontare i confederati italiani che gli sbarravano il passaggio».

Anche se i luoghi che il protagonista attraversa possono apparire «improbabili», Chiara ne dimostra una conoscenza particolare e il richiamo a Pontremoli è continuo. «Quando, verso le due del mattino, attraversando pigramente Pontremoli si era reso conto che anche a quell’andatura in poco più di un’ora sarebbe arrivato a Lerici, decise di fermarsi e di fare un sonno sulla macchina. Posteggiò nella piazza principale, davanti al Municipio, e abbassato lo schienale del sedile si addormentò. Lo svegliarono le voci dei primi passanti verso le sei e mezzo. Riprese la strada e andò difilato a Bocca di Magra, tanto per far passare altro tempo». Propri a quella Bocca di Magra, così cara all’amico Sereni come luogo di vacanza e casa ospitale per Chiara e i tanti amici scrittori. «La descrizione delle notti stellate che contemplava dal Passo della Cisa, della piazza deserta di Pontremoli dove qualche volta si fermava a dormire un’ora o due, del mare, delle Apuane che guardava all’alba da Bocca di Magra o dal Monte Marcello, avevano persuaso facilmente Myriam, che non vedeva malvolentieri uno sfogo, in fondo innocente, della eccessiva vitalità del marito».

Chiara si attendeva una lunga vita, simile a quella del padre morto a 96 anni, come raccontava con orgoglio e meraviglia il figlio, «dopo aver fumato nella vita 125.000 sigari». Tuttavia il suo destino era imprevedibilmente diverso. Ammalato dall’aprile del 1985, nell’autunno del 1986 rifinisce Saluti notturni dal Passo della Cisa, ma Chiara non fa in tempo a vederlo stampato. E al Premio Bancarella possono concorrere solo libri di autori «viventi alla data di edizione dell’opera in Italia». Muore a Varese il 31 dicembre 1986, risucchiato dalla malattia che credeva di aver vinto. L’amico e collaboratore Federico Roncoroni riporta l’emozionante testamento di Chiara: «Non rattristarti e non piangere. Lo so, sarebbe bello vivere ancora qualche anno, tornare a scrivere, pensare a qualcosa di diverso da questo brutto pensiero, uscire a spasso, parlare senza fatica. Ma non soffrire. Me ne vado, non dico contento, ma appagato sì. Dalla vita ho avuto tanto: belle donne, buoni amici, amori intensi, soldi, gioie e dolori nella giusta misura. Poi, senza che avessi fatto nulla per meritarmelo, a cinquant’anni è venuto questo dono dello scrivere, e questo successo, quale che sia. Di più sarebbe stupido pretendere». Saluti notturni dal Passo della Cisa è l’addio alla vita di un grande narratore, irriducibile giocatore di poker.

 
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