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Editoriali
Rina Gambini - LA PRETESA PAZZIA DI TORQUATO TASSO

Rina Gambini - LA PRETESA PAZZIA DI TORQUATO TASSO


I testi scolastici ci presentano, da sempre, Torquato Tasso come una figura poetica di altissimo rilievo, tormentata, però, da dubbi ed angosce che l’hanno condotta alla follia e alla reclusione, fino alla morte prematura. In realtà, il giudizio è basato su alcune circostanze della sua vita e su alcuni versi delle sue opere, ma non su basi cliniche certe, su testimonianze mediche che portino le prove inconfutabili della malattia.

Del resto, anche tra i contemporanei, era diffusa la convinzione che il poeta soffrisse di una grave forma di alienazione, tanto che Montaigne, che nel 1579, pochi mesi dopo la reclusione del Tasso nel Convento di Sant’Anna, fu per un breve periodo al servizio degli Este come Capitano, senza averlo mai visto, soltanto sulla base di discorsi sentiti, esprimeva una grandissima commiserazione per lo sfortunato poeta.

Vi sono, per contro, testimonianze che assicurano sull’integrità mentale del Tasso. Nel 1580 Camillo Ariosto, pronipote di Ludovico Ariosto, prima di allontanarsi da Ferrara per un lungo viaggio era andato a visitare il Tasso a Sant’Anna ed aveva scritto ad Annibale Ariosto che sorprendentemente aveva trovato il poeta in perfetto stato di mente. Nell’ottobre 1582 Giuliano Gosellini scriveva a Domenico Chiarini che Aldo Manunzio aveva visitato il Tasso il mese precedente e “vide in uno stato tale miserevole il povero Tasso, non per lo senno, del quale gli parve, al lungo ragionare che ebbe seco, intero e sano, ma per la nudezza e fame che egli pativa prigione e privo della sua libertà; fortuna lagrimevole veramente e indegna di sì eccellente virtù”.

Le cause di questo indegno trattamento subito dal grande poeta sono ignote, poiché non vi sono testimonianze sicure che provino una tesi anziché un’altra. Sembra labile il motivo amoroso, sostenuto dalla tradizione. Si dice, infatti, che Alfonso II fosse ostile al Tasso a causa del suo presunto amore con la sorella Eleonora d’Este. In realtà la vendetta del Duca sarebbe stata assai tardiva, in quanto al momento della cattura del poeta, avvenuta l’11 marzo 1579, Eleonora, che era già più anziana di lui, era piuttosto attempata e alquanto malaticcia, per cui aveva di certo altro da pensare che all’amore. E lo dimostra il fatto che il Tasso da qualche tempo si aggirava per Ferrara chiedendo sostentamento e ricovero alle famiglie facoltose, cosa che fa supporre che la sorella del Duca non si occupasse più di lui. Inoltre, quando Torquato era all’apice della sua gloria ed era un cortigiano ricercato nella corte ducale, nessuno si era adontato del supposto amore tra lui e la bella Eleonora, tanto meno Alfonso, che non risulta abbia mai fatto obiezioni.

È più facile, pertanto, che le cause della sua prigionia siano da ricercare in una vecchia storia che, accusato di sentimenti eretici, aveva portato il Tasso davanti al tribunale dell’Inquisizione. Pare che, durante l’interrogatorio, egli avesse ritorto le accuse verso alcuni personaggi di spicco della corte ferrarese, in particolare verso il primo ministro del Duca, Bastiano Montecatini. Ne uscì assolto, ma la vecchia ruggine tra il poeta e il Montecatini non poté che aumentare. Il 20 luglio 1578 egli scriveva alla sorella Cornelia a proposito del ministro: “Filosofo di nome e d’abito, e sofista d’ingegno, e ipocrita di costume… Non solo scriverò a voi, ma procurerò che vi capitino nelle mani tutte le scritture ch’io farò in questa materia le quali chiariranno il mondo ch’io non sono un tristo, né un matto, e faranno mordere le labbra a quel tristo Ferrarese che con tanta facilità ha procurato d’infamarmi.

Ferrara era feudo della Santa Sede, e qualsiasi accusa di eresia veniva a danneggiare la figura del Duca. Fin dal tempo di Renata di Francia, moglie del Duca Ercole II, nella corte estense serpeggiava l’eresia calvinista e la Santa Sede se ne era preoccupata. Il Duca era così stato costretto a punire la moglie rinchiudendola nelle sue stanze, separata dalle figlie e da una buona parte della sua corte, che era stata rimandata in Francia. La Santa Sede era rimasta sospettosa nei confronti degli Estensi, per cui aveva aspramente censurato il cardinale Ippolito d’Este, fratello di Ercole II, per la troppa confidenza con gli eretici francesi, e ancora ai tempi del Tasso sospettava del cardinale Luigi, fratello di Alfonso II.

Non ci si può meravigliare, perciò, che nella contesa tra il ministro e il poeta, sia stato quest’ultimo ad avere la peggio. Ad aggravare la situazione fu l’ingenuità del Tasso che, spinto dalla notizia delle nuove nozze del Duca e sperando di poter rioccupare il suo posto a corte, partì da Torino il 10 febbraio 1579 per arrivare il 21 a Ferrara. Presentatosi alla corte, si scontrò con l’opposizione generale e, offeso, montò su tutte le furie lanciando ogni sorta di contumelie contro il Duca, le dame e i cortigiani, tanto che la sera dell’11 marzo fu rinchiuso in Sant’Anna e posto in catene.

Il duca Alfonso, ormai vecchiotto, occupato nelle sue terze nozze con la giovane Margherita Gonzaga, non aveva tempo, né voglia, di curarsi del disgraziato poeta, che nel carcere subì restrizioni, privazioni, angherie, soprusi “in balia d’ingorda plebe”, come scriverà lui stesso. Uscì dalla prigione il 12 luglio 1586, quasi dieci anni dopo, e, sebbene da ogni città o corte d’Italia facessero a gara a offrirgli ospitalità, egli non era più lo stesso uomo e non si risollevò più. Entrato in Sant’Anna già sofferente nel fisico, si consumò a poco a poco, fino alla morte, che avvenne in Sant’Onofrio, a Roma il 25 aprile 1595. Né riuscì ad essergli di consolazione la corona di alloro di Poeta che papa Clemente VIII gli offrì l’anno precedente la morte, riconoscimento che avrebbe dovuto cancellare le passate malvagità e le troppe calunnie nei suoi confronti “perché ella (la corona) resti tanto onorata da voi, quanto ai tempi passati fu ad altri d’onore”.

 
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