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Editoriali
Ettore Pietrabissa - Percorrendo la Via Aurelia

ETTORE PIETRABISSA

Percorrendo la Via Aurelia

 

“Eccola. Ancora lei”, mormoro fra me e me: intravedo infatti la giovane donna in bicicletta pedalare a poche centinaia di metri di distanza, avanzando nella mia direzione.

Sto guidando da ben oltre tre ore, provenendo dalla Versilia, e fra pochi chilometri sarò a Roma. Come tante altre volte, sto percorrendo l’ultimo tratto della via Aurelia, la nobilissima Strada Statale 1, tra Castel di Guido e Malagrotta: un tratto di strada ormai quasi urbano, poco prima dell’incrocio con il Grande Raccordo Anulare.

La donna sta pedalando contromano come sempre, utilizzando pericolosamente la corsia di emergenza, diretta verso nord e volgendo quindi le spalle alla capitale. Legati al manubrio si notano due lunghi guinzagli rossi, che trattengono due agili cani di razza golden retriever dal caratteristico manto biondo.

Chi è al volante e procede verso Roma scorge, un po’ disorientato, la giovane venirgli incontro. Può vederla già molto prima di incrociarla, data la mancanza di ostacoli alla vista. Fortunatamente, è facile evitare il rischio di urtare la ragazza, data la larghezza delle due corsie che compongono l’Aurelia in direzione di Roma.

 

Ho sempre molto apprezzato la possibilità di viaggiare da nord a sud e da sud a nord lungo il litorale tirrenico utilizzando la via Aurelia.

Mi intriga la consapevolezza di percorrere la stessa strada utilizzata per secoli dalle legioni romane in marcia verso la Gallia e, poi, verso l’Iberia. In effetti, con l’eccezione di alcuni brevi tratti, l’asfalto odierno ricopre le antiche grandi pietre rettangolari che pavimentavano la strada consolare al tempo di Giulio Cesare.

Partendo da Roma, e quasi sempre restando in vista della costa, seguire la via Aurelia vuol dire da un lato immergersi nei bellissimi paesaggi prima laziali e poi toscani e infine liguri, e dall’altro lato sorprendersi a lambire città e paesi presenti nella storia da migliaia di anni.

Tarquinia è uno dei primi incontri importanti lungo la strada, poco dopo Cerveteri e non molti chilometri a nord di Roma.

Oggi è un piccolo centro urbano di poca importanza, se non fosse per le tante testimonianze etrusche che popolano il suo territorio. Ma mezzo millennio prima dell’epoca cristiana Tarquinia era una delle più potenti capitali di quel mondo etrusco che ha dominato l’Italia centrale per secoli.

Tutti ricordiamo che gli ultimi re di Roma rispondevano ai nomi di Tarquinio Prisco (cioè ‘il Vecchio’), Servio Tullio e Tarquinio il Superbo. Si sa che la storia la scrivono i vincitori, e così per lungo tempo quei tre personaggi sono stati ‘contrabbandati’ come re romani a tutto tondo, mentre la cronaca, una volta liberata dalle leggende, ci suggerisce che Roma alcuni secoli prima di Cristo sia stata in realtà conquistata dagli etruschi e sottomessa per non pochi anni: i nomi dei due re Tarquini la dicono lunga, mentre Servio Tullio potrebbe celare un’umiliazione ancora maggiore, poiché alcuni studiosi ritengono che Tarquinio Prisco abbia voluto designare come suo successore un giovane di umili origini (‘Servius’) da lui adottato, a sprezzante testimonianza che Roma era definitivamente sotto il tallone etrusco.

Ma a Tarquinia il viaggio è appena iniziato: infatti la via Aurelia, una volta completata, è giunta a coprire (e copre tuttora) interamente i quasi settecento chilometri che corrono da Roma fino all’odierno confine francese, seguendo passo passo la linea costiera del Mar Tirreno prima, e del Mar Ligure poi.

 

La costruzione della strada fu iniziata alla metà del terzo secolo avanti Cristo dal console Gaio Aurelio Cotta, inizialmente per collegare Roma a Cerveteri, poche miglia prima di Tarquinia, e fu poi prolungata fino a raggiungere le colonie militari di Cosa e Pyrgi, fondate proprio nel corso dello stesso terzo secolo avanti Cristo sul litorale tirrenico, a presidio dei vasti territori etruschi ormai definitivamente sottomessi: l’epoca dei Tarquini era vendicata.

Vale la pena ricordare che, significativamente, l’antica strada romana prendeva le mosse nientemeno che dal Foro Boario, il cuore della vita cittadina nel pieno centro della Roma repubblicana e nel pieno centro anche della Roma odierna, per poi valicare il Tevere per mezzo dell’antico ponte Sublicio.

Appena al di là dal Tevere si dimenticavano i salubri sette colli, e la strada si inoltrava nelle zone paludose che oggi costituiscono il quartiere di Trastevere. Pare che fin dal secondo secolo avanti Cristo siano stati costruiti in alcuni punti di particolare difficoltà dei veri e propri viadotti, che consentivano ai soldati di evitare di impantanarsi tra le canne palustri.

Poi finalmente il percorso si faceva più agevole, arrampicandosi sul Gianicolo e proseguendo quindi lungo la costa tirrenica.

Verso la fine del secondo secolo prima di Cristo la via Aurelia fu lastricata oltre le terre etrusche maremmane, e quindi ben oltre Tarquinia e Pyrgi, fino a raggiungere Pisa, una piazzaforte romana di grande importanza militare.

Per arrivare fino a Pisa, oggi si percorre per intero il litorale della Maremma toscana, tra paesaggi di verdissime colline che si perdono all’orizzonte e il mare che occhieggia tra i pini costieri.

Sulla destra, poco dopo essere entrati in Toscana, si scorge l’antico borgo di Capalbio, costruito sulla sommità di una collinetta sia per sfuggire alla malaria che ha infestato per secoli la pianura acquitrinosa, sia per poter scorgere per tempo il sempre temuto assalto portato alle coste italiche del Tirreno da parte dei Turchi, o Saraceni come più frequentemente venivano chiamati. Il profilo del borgo si staglia contro il cielo, inalberando al suo culmine una magnifica torre merlata medievale.

Poi, dopo alcuni chilometri, si sfiora Orbetello, costruita sull’istmo che collega il monte Argentario alla linea si costa.

Quindi si costeggia l’antichissimo porto di Talamone e, a seguire, si intravedono le rovine di antichi insediamenti prima etruschi e poi romani, come le magnifiche Vetulonia e Populonia.

Giunta al litorale pisano, più o meno all’altezza dell’odierno Parco di San Rossore, la prima via Aurelia si interrompeva a causa di due ostacoli che sembravano sbarrare il passo senza vie d’uscita.

Da un lato, la pianura era coperta da una vastissima zona paludosa, estesa da Migliarino Pisano fino quasi a Luni e centrata sul lago di Massaciuccoli. La località ancora oggi, non a caso, viene definita genericamente il ‘padule’ dai versiliesi. Dall'altro lato, verso monte, si ergevano le impervie Alpi Apuane, infestate dai bellicosi Sengauni.

 

Sono ormai molto vicino a incrociare la giovane ciclista.

Da tempo, quasi ogni volta che rientro a Roma provenendo da nord, mi capita di scorgere la sua figura da lontano, e sempre mi sono chiesto perché mai quella ragazza - dimostra meno di trent’anni - si ostini a pedalare contromano su una strada trafficata e potenzialmente pericolosa come l’Aurelia, e per giunta senza riguardo alla stagione e al tempo atmosferico. Che imperversi la pioggia o splenda il sole, che si geli per i rigori di gennaio o si subiscano i raggi del sole estivo, la giovane pedala indifferente a ogni situazione climatica.

Mi ha sorpreso più volte notare che anche l’abbigliamento sembra non essere scelto in funzione del clima: la giovane indossa invariabilmente una sorta di breve tunica stretta in vita - forse tessuta con lana più pesante quando fa freddo -, attraverso la quale si intravede una sorte di costume da mare in due pezzi di colore rosso bordeaux.

Fin dai primi avvistamenti quell’abbigliamento mi ha ricordato qualcosa, ma per molto tempo non sono riuscito a concretizzare quell’impressione.

Poi finalmente ho capito, mentre esploravo a Firenze una grande mostra dedicata al mondo romano e in particolare agli usi quotidiani degli abitanti dell’impero nei primissimi secoli dell’epoca cristiana. Nella riproduzione dei famosi mosaici della villa romana di Piazza Armerina ho notato che le figure delle giovinette impegnate in giochi sull’erba sono coperte con quelli che paiono costumi in due pezzi della stessa foggia di quello indossato dalla ‘mia’ ciclista, e per giunta quasi dello stesso colore. Alcune delle figure ritratte nei mosaici romani, inoltre, coprono il proprio due pezzi con una corta tunica bianca o gialla stretta in vita, analoga a quella che ho notato più volte indosso alla ragazza in bicicletta.

Ho immaginato che la giovane abbia ammirato i famosi mosaici di Piazza Armerina e che a quelli si sia ispirata, imitando gli abbigliamenti di epoca romana che hanno colpito la sua fantasia. Tanto più che, come ho potuto osservare ripetutamente, anche l’acconciatura dei capelli ripete in modo molto fedele lo stile frequentemente riprodotto nelle statue romane di età imperiale, con le trecce raccolte intorno alla fronte e lo chignon fissato sulla sommità della nuca.

La giovane donna ora avanza verso di me pedalando di lena, con un piglio deciso, quasi da amazzone consumata. La bicicletta reagisce agli impulsi dettati dalle forti gambe, diventando quasi un organismo vivente, agile e obbediente alla volontà di chi la sta guidando. I due golden retriever trottano davanti alla loro padrona disciplinatamente, senza tendere i guinzagli, come sempre legati al manubrio.

 

Il percorso della via Aurelia rimase interrotto a Pisa per molto tempo, fino a quando Roma decise di procedere nelle sue gloriose conquiste militari verso il nord-ovest dell’Europa.

Per superare il doppio ostacolo opposto dalla grande palude costiera e dalle ostili Alpi Apuane, fu deciso allora di avanzare da Pisa in direzione di Lucca, poi di piegare verso nord lungo la Garfagnana e di entrare in Lunigiana attraverso la valle del Serchio, per tornare infine in vista del Tirreno in prossimità di Luni.

In tempi successivi, poi, quando le paludi rivierasche a nord di Pisa furono in parte risanate e i Sengauni debellati, la via Aurelia assunse il tracciato che ha conservato fino ad oggi, transitando per le odierne Viareggio, Forte dei Marmi, Carrara e Massa.

In buona parte, questo nuovo percorso litoraneo fu iniziato per volontà di Giulio Cesare - e quindi alcuni decenni prima dell’epoca cristiana - quando Roma avvertì la necessità di semplificare e rendere più rapida la marcia delle sue milizie dirette alla conquista della Gallia.

Giunta così fino alle rive del fiume Magra, la via Aurelia era pronta a entrare in Liguria.

Il percorso ligure segue la linea di costa molto da presso, e in non pochi tratti la strada corre sulle rocce a picco sul mare.

Si sfiorano centri turistici di grande bellezza, come Santa Margherita, Portofino e Rapallo, per poi giungere a Genova.

Dopo Genova, si procede lungo la costa ligure di ponente, incontrando Savona, e quindi Albenga, e ancora Sanremo. Infine, ecco Ventimiglia - ormai al confine di Stato con la Francia - e i magnifici Giardini Hanbury.

L’imperatore Augusto, pochi decenni dopo l’epica impresa di Giulio Cesare, decise poi di prolungare la via Aurelia lungo la costa meridionale dell’odierna Francia, per celebrare la sottomissione delle popolazioni transalpine.

La strada, allora, proseguì in direzione di Nizza, e poi verso Tolone e Marsiglia (la romana Massalia), giungendo infine ad Arles e portando così la lunghezza totale del sistema viario collegato alla via Aurelia a quasi mille chilometri.

 

Ecco, la giovane ciclista è sfilata alla mia destra seguendo il percorso della corsia di emergenza.

Più volte mi sono chiesto, nel tanto tempo trascorso dal primo incontro, chi sia quella ragazza, che vita possa condurre. Mi si sono affacciate alla mente le ipotesi più disparate: un’atleta in allenamento, o una signora che cerchi di mantenere la linea, o ancora una maniaca di scommesse insolite, ma anche una comparsa televisiva mandata a sollecitare la curiosità degli automobilisti per una trasmissione a imitazione dello ‘Specchio Segreto’ di Nanni Loy, o infine un’attrice che si appresti a girare uno spot pubblicitario per una marca di biciclette.

Ma ogni risposta mi è parsa inadeguata. Non sono riuscito a qualificare, in effetti, questa atletica giovane che vuole imitare con tanta determinazione e foga sportiva Coppi o Merckx, pur mostrando un abbigliamento e un’acconciatura che ricordano l’eleganza classica di una giovane patrizia romana di epoca imperiale.

Mi sono interrogato, anche, sul perché così frequentemente la giovane ciclista si impegni a risalire verso nord la via Aurelia, sempre rigorosamente contromano, in ogni situazione meteorologica e per giunta nelle ore più disparate: quella ragazza, in effetti, l’ho incrociata andando verso Roma nelle prime ore del mattino, ma anche a tarda sera, sul far del mezzogiorno o in pieno pomeriggio.

Più di recente, infine, mi sono reso conto che gli avvistamenti sono sempre avvenuti mentre procedevo verso sud, verso Roma, e mai nella direzione opposta. Davvero singolare: sembra che la ciclista si muova sempre e costantemente verso nord allontanandosi da Roma, e disdegni quasi per principio il percorso inverso.

A questo punto sembrano manifestarsi elementi quasi surreali: come se fosse possibile transitare su una via di comunicazione esclusivamente in una sola direzione, senza mai compiere il percorso inverso, ovviamente necessario, invece, per poter poi riprendere a pedalare allontanandosi da Roma.

Nella prima età imperiale, e già al tempo di Augusto, la via Aurelia acquisì agli occhi dei romani l’immagine della strada per eccellenza: era il simbolo della potenza imperiale, era l’evidenza delle grandi competenze ingegneristiche conseguite, era la dichiarazione di poter raggiungere con le legioni ogni angolo del mondo allora conosciuto.

La grande strada entrò a far parte dei luoghi deputati per le cerimonie, le feste e i cortei celebrativi romani: molti di essi prendevano le mosse proprio dal Foro Boario, e attraversavano l’Urbe calpestando le grandi pietre che pavimentavano l’Aurelia.

Percepito ormai come una sorta di ‘salotto buono’, il primo tratto della via Aurelia divenne per qualche tempo anche teatro di brevi gare tra bighe guidate da giovani patrizi, che sfrecciavano lungo la grande strada utilizzando soprattutto, per ovvi motivi di ordine pubblico, i primi tratti esterni al centro abitato, fuori dal cuore della città.

Le cronache tramandano che alcune di quelle gare tra le bighe vedevano la partecipazione anche delle emancipate giovani patrizie, capaci di sfidarsi senza risparmio quasi come i loro fratelli, e abilmente in grado di dominare i due nervosi cavalli aggiogati alle bighe, gli antenati dell’odierno cavallo della Maremma laziale, razza allora dominante nel centro Italia, dal caratteristico mantello baio chiaro.

Le stesse cronache raccontano gli incidenti - sovente anche mortali - che accadevano non infrequentemente nel corso delle sfide, durante le quali veniva fatto uso di ogni possibile mezzo pur di mettere le ruote del proprio carro davanti a quelle degli avversari.

A questo punto posso riprendere a guidare la mia automobile senza temere di danneggiare la giovane ciclista, che ora è alle mie spalle. Nei mesi scorsi mi ha stupito molto, devo ammettere, la circostanza che nessuno fra i miei conoscenti sembra avere mai notato quella ragazza in bicicletta e i suoi due golden retriever. Più volte ho raccontato della donna abbigliata alla maniera di una giovane patrizia dell’età imperiale romana, impegnata a pedalare sulla via Aurelia uscendo da Roma, ma nessuno mi ha mai confermato lo stesso avvistamento.

Tutto questo mi ha meravigliato e anche un po’ inquietato. Come è possibile che io incontri la ciclista misteriosa ogni volta che transito sull’Aurelia rientrando a Roma, mentre nessuno dei tanti conoscenti che regolarmente compie lo stesso tragitto l’ha mai potuta osservare?

Ma io sono certo di avere incontrato la ‘mia’ ciclista più e più volte.

Anche ora l’ho appena vista, ci siamo incrociati pochi secondi fa.

Ecco, se guarderò nello specchietto retrovisore la vedrò certamente: è appena alle mie spalle, sicuramente ben visibile.

No, non riesco a vederla. Ma come è possibile?

Accosto immediatamente l’automobile alla mia destra, sulla corsia di emergenza. Spalanco la portiera e scendo sull’asfalto.

Guardo verso nord: la via Aurelia è del tutto deserta.

Nell’aria mi sembra di udire un lontano abbaiare che si stempera in un sommesso nitrito, quasi una nota beffarda.

 
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