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Editoriali
Egidio Di Spigna - La Valle della Luna

EGIDIO DI SPIGNA

LA VALLE DELLA LUNA

Già da tre giorni il maestrale fa sentire la sua immancabile presenza lungo le coste nord-orientali dell’isola. Il mare, più che increspato, mostra il biancheggiare di spuma sulle creste di onde agitate che allontanano la velleità di confrontarsi con esse. Camminando lungo la spiaggia, ad ogni passo la sabbia si solleva in leggere nubecole che rapidamente si disperdono in fuggevoli refoli portati via dal vento.   Oltre le basse dune che fanno da confine fra sabbia ed arbusti di sottobosco, raffiche di vento piombano improvvise e con impeto inaspettato agitano le fronde di ginepri prostrati ricoprendo di rena i rami più bassi, rendendo improbabile ed effimero il tentativo di demarcare un durevole  confine fra spiaggia e selva.

No, oggi non è di certo giornata da mare. Conviene impegnarsi a scoprire altri paesaggi in territori più interni.

E così ci si inoltra per una strada provinciale che con lunghi rettilinei e non impegnative curvature dirige il viaggio all’ interno di questa straordinaria terra nata dal mare per sfidare i venti. Si va alla ricerca della magia dell’isola chiamata Ichnusa, che porta nel nome il sigillo di Zeus, unica terra superstite del mitico continente Tirrenide, felice Eden inghiottito dal mare come la leggendaria Atlantide.

Ben presto l’azzurro cangiante del mare lascia posto ad estese pianure, ora ingiallite, ove la perfetta luce del mezzodì fa intravedere il calore della terra riarsa, dalla quale, qua e là, si ergono rocce grigie e rosate e giganteschi graniti, ora smussati dal vento, ora invece acuminati come cuspidi e guglie di cattedrali maestose. Più oltre, appoggiata alle pendici di colli verdeggianti, d’improvviso compare la pietraia, bruna ed ostile, assolata e rovente ed al di là della curva della valle, una fresca brezza si insinua fra le fronde e fa cantare le foglie di eucalipti odorosi.  A perdita d’occhio compaiono ordinate piantagioni di querce da sughero e, più oltre, filari di olivastri verdi e grigi si perdono nell’orizzonte di uno straordinario paesaggio mediterraneo ove si avverte la presenza di misteriose, antiche deità a noi sconosciute, dalle quali scaturiscono miti millenari e leggende oggi adeguatesi ad essere più prossime al nostro tempo.

Verso il tramonto si giunge ad Aggius, paese di pietra grigia e di malinconica poesia, ricco di storia ed orgoglioso della sua voglia di indipendenza, rifugio di ribelli e di banditi. Poco oltre, da uno spiazzo belvedere a bordo strada compare la visione di un panorama incantato: un fondovalle tondeggiante come un immenso cratere delimitato da una cerchia di colline rocciose. È questa la Valle della Luna, detta anche Valle dei Grandi Sassi, ove brulle montagne biancastre, qua e là punteggiate da verdi macchie di mirto, sono guardiane di un silenzio irreale ed avvolgente, non turbato neppure dal discontinuo sibilo del vento.

Qui anche la parola diventa silenziosa, udita solo dall’anima prima ch’essa si perda nell’infinito della solitudine.

L’attraversamento della vallata è un cammino in un mondo primordiale: mille monumenti di pietra modellati dall’acqua e dal vento nelle più varie fogge escono dalla terra, si ergono, si incurvano, si chinano e si inginocchiano, si amalgamano e si sorreggono le une con l’altre nel tentativo di costruire una piccola montagna. Altre si sono sgretolate in un affollarsi di figure pietrificate, in un popolo muto, per un istante colto in atteggiamento immobile nel suo vagare indeciso, senza meta apparente. Nella luce attenuata del tramonto si allungano le ombre, disegnando immaginarie figure scaturite dalla fantasia ancestrale ed abbozzate come in una sinopia: sono monaci incappucciati, giganti immortali, eserciti di guerrieri e briganti in agguato, e poi fate benefiche (che qui chiamano Janas) e streghe malvagie che vorrebbero ghermire i tuoi pensieri, impadronirsi della tua anima e farla propria per poter ritornare alla vita. A poco a poco il paesaggio inquietante della Valle della Luna sfuma e si scompone, si scinde dal turbamento dell’animo e lentamente scompare nel buio della sera, che intima con un brivido imperioso di uscire al più presto da quello straordinario angolo irreale e da quello stato mentale quasi onirico e visionario per riprendere al più presto il cammino e tornare alla più rassicurante realtà di un paesaggio conosciuto e consueto.

Ma non scompare del tutto il turbamento né il coinvolgimento nell’irreale e nel fantastico. La luna sta ora arrampicando nel cielo notturno, ed ecco, alzando lo sguardo vedo Janas risalire i crinali, e ad ogni passo dar vita ai mirti ed alle braccia spinose di fichi d’india grondanti frutti rossi e giallastri. Nella magia dello scenario notturno mi par di udire mormorii d’incomprese parole, di nenie e di canzoni.

Ben comprendo invece che è terminato il tempo dell’estate, mentre vorrei mi fosse concesso ancora un attimo, un istante per afferrare l’ultimo refolo di vento, un raggio di sole, un brandello di cielo, un’emozione.

Ma è tempo di tornar sul mare, su quelle spiagge ora deserte ove restano solo effimere tracce di mille storie, di giorni volati via come farfalle estive. Isola Ichnusa, lasciami l’illusione dei ricordi, che, confuso dalla loro suggestione, mi facciano capace di scrivere e cantar la tua canzone.

 

 
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