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Editoriali
Francesco Viola - Guido Gozzano, poeta crepuscolare

CRONACHE  DAL  CANAVESE

GUIDO  GOZZANO,  POETA  CREPUSCOLARE

di  FRANCESCO  VIOLA

Guido Gustavo Gozzano nasce a Torino il 19 dicembre 1883 da una famiglia della ricca borghesia.

Il nonno, il dottor Carlo Gozzano, medico nella guerra di Crimea (1855), molto amico di Massimo d’Azeglio e appassionato di letteratura romantica, era un borghese benestante, proprietario di terre e di varie ville ad Agliè Canavese, tra cui la più conosciuta è la villa “Il Meleto”. Suo figlio Fausto (1839-1900), ingegnere, costruttore della ferrovia Canavesana che congiunge Torino con le Valli del Canavese, dopo la morte della prima moglie (dalla quale aveva avuto già cinque figlie) sposò nel 1877 la diciannovenne alladiese Adeodata Mautino (1858-1947), figlia del senatore Massimo, giovane donna con temperamento d’artista, amante del teatro e attrice dilettante. Da questo secondo matrimonio nacquero altri cinque figli, tra cui Guido nel 1883.

Dopo gli studi liceali, si iscrive nel 1903 alla facoltà di Legge dell’Università di Torino, ma, senza giungere alla laurea, preferisce frequentare le pubbliche conferenze e i corsi di letteratura tenuti alla facoltà di Lettere da Arturo Graf. Frequenta pure, e molto assiduamente, la “Società della Cultura” di Torino: un circolo fondato nel 1898 da un gruppo di intellettuali, tra i quali si ricordano Luigi Einaudi, Guglielmo Ferrero, Gaetano Mosca, Giovanni Vailati e l’astronomo Francesco Porro de’ Somenzi. La “Società” voleva essere una biblioteca circolante che fornisse le pubblicazioni letterarie più recenti, una sala di lettura di giornali e riviste culturali e un luogo di conferenze e di conversazione, secondo una visione positivistica della circolazione della cultura e delle idee, fatta d’intenti pedagogici e di scambi di esperienze professionali. Tra i frequentatori più anziani o già affermati nel panorama culturale di quegli anni, si notano il critico letterario e direttore della Galleria d’Arte Moderna Enrico Thovez, gli scrittori Massimo Bontempelli, Giovanni Cena, Francesco Pastonchi, Ernesto Ragazzoni, Carola Prosperi, il filologo Gustavo Balsamo Crivelli e i professori Zino Zini e Achille Loria. Anche Luigi Pirandello vi farà qualche comparsa.

Guido Gozzano vi diviene, secondo la definizione dell’amico giornalista Mario Bassi, il capo di una “matta brigata” di giovani, formata, tra gli altri, dal giornalista Mario Vugliano e dai letterati Carlo Calcaterra, Salvator Gotta, Attilio Momigliano, Carlo Vallini, Mario Dogliotti, divenuto poi Padre Silvestro, benedettino a Subiaco, che lo assisterà spiritualmente sul letto di morte.

In questi anni comincia a scrivere i primi versi e collabora a vari settimanali. Nell’aprile del 1907 pubblica una raccolta di trenta poesie intitolata “La via del rifugio”, che, malgrado alcune critiche,  riscuote un immediato successo. Tra le altre spiccano le poesie “La via del rifugio”, che dà il titolo alla raccolta, “Le due strade” e “L’amica di nonna Speranza”.

Tra il 1907 e il 1909 vive, per soli due anni, un’inquietante e tormentata relazione amorosa con la poetessa Amalia Guglielminetti, con la quale inizia tuttavia una corrispondenza che si manterrà per tutta la vita: ne sono testimonianza le “Lettere d’amore”, pubblicate postume solo nel 1961.

Nel 1907 gli viene diagnosticata una lesione polmonare all’apice destro: si tratta del cosiddetto “mal sottile”, termine caduto in disuso per indicare la tubercolosi polmonare. La malattia lo spingerà a una lunga serie di viaggi, nella vana speranza di ottenere, in climi più caldi e marini, una soluzione del male. In aprile va in Liguria, prima a Camogli e poi a San Francesco d’Albaro, nel levante genovese, dove vi ritornerà spesso, soprattutto in inverno. Nei mesi caldi estivi soggiornerà sovente a Ceresole Reale, mentre per l’autunno e la tarda primavera preferisce Agliè Canavese (“quel dolce paese che non dico”) con la sua villa di famiglia, “Il Meleto”.

Abbandonati gli studi giuridici nel 1908 si dedica completamente alla poesia e nel 1911 pubblica la sua più importante raccolta di versi, “I colloqui”, il libro più maturo del poeta, nel quale figurano i componimenti più famosi (come “La signorina Felicita ovvero la Felicità”, “Torino” e “Cocotte”), suddivisi, secondo un progetto ben preciso, in tre sezioni: “Il giovenile errore”, “Alle soglie”, “Il reduce”. Il successo avuto con “I colloqui” vale a Gozzano una grande richiesta di collaborazione giornalistica con importanti riviste e quotidiani, come “La Stampa”, “La Lettura”, “La Donna”, sulle cui pagine pubblica, per tutto il 1911, sia prose che poesie.

Nel 1912, aggravatosi il suo stato di salute, il poeta decide di compiere un lungo viaggio in India e Ceylon per cercare climi più adatti alla cura della tisi. La crociera, durata dal 6 febbraio 1912 fino al maggio 1913, compiuta in compagnia del suo amico Garrone, non gli dà il beneficio sperato, ma lo aiuta comunque a scrivere, con l’aiuto della fantasia e di molte letture, le opere in prosa dedicate al viaggio. Le lettere dall’India uscirono su “La Stampa” di Torino, e furono in seguito raccolte in volume e pubblicate postume nel 1917, presso l’editore Treves, con il titolo “Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India (1912-1913)”, con prefazione dello scrittore Giuseppe Antonio Borgese.

Guido Gozzano

Nel marzo 1914 pubblica su “La Stampa” alcuni frammenti del poemetto “Le farfalle” rimasto però incompiuto. Nello stesso anno raccoglie nel volume “I tre talismani” sei deliziose fiabe che aveva scritto per il “Corriere dei Piccoli”. Da sempre si dimostra interessato al teatro e alla cinematografia lavorando alla riduzione di alcune novelle da lui scritte, alle didascalie del documentario scientifico del regista Roberto Omegna, “La vita delle farfalle” (1911) e alla sceneggiatura di un film, che non vedrà mai la luce, su “Francesco d’Assisi” (1916).

L’aggravarsi della tubercolosi conduce il poeta alla morte a soli trentadue anni, il 9 agosto del 1916. Inizialmente viene sepolto nel cimitero del comune di Agliè, nella tomba di  famiglia. Successivamente, il 6 settembre 1951, la salma viene traslata ed inumata nell’adiacente chiesa di San Gaudenzio. L’iscrizione sulla lapide viene dettata dall’amico letterato Carlo Calcaterra, e recita:

“Ha qui pace Guido Gozzano che nel suo Canavese ha trovato la via del rifugio e nei colloqui con gli uomini salì purificato a Dio. Nato e deceduto a Torino, 19/12/1883 – 9/8/1916”.

Da sempre ritenuto il maggiore rappresentante della corrente Crepuscolare, nata nei primi anni del Novecento, fra Decadentismo e Futurismo, Gozzano contrappone all’attivismo e alla mitologia dei superuomini e delle donne fatali, tanto amati da D’Annunzio, la consapevolezza della propria fragilità di uomo, la banale ovvietà quotidiana, un ideale di bellezza femminile “buona e casalinga”, che contraddice puntualmente quella del grande “vate”.

Infatti nella sua poesia “L’altro”, dice: “L’Iddio che a tutto provvede … // invece di farmi gozzano // un po’ scimunito, ma greggio, // farmi gabrieldannunziano: // sarebbe stato ben peggio!”.

Gozzano rifiuta il dannunzianesimo e, con esso, il presente e la società contemporanea in rapida, frenetica industrializzazione, conscio della propria incapacità di vivere al passo coi tempi, inesorabilmente imbrigliato nella propria solitudine.

L’unico rifugio potrebbe essere il passato, legato a cose semplici, a sentimenti schietti, a ideali convenzionali e forse piccoli-piccoli … sufficienti però a riempire una vita.

Ma Gozzano è fondamentalmente incapace di approdare anche a questo rifugio e di fronte al passato conserva una posizione di leggiadra affettuosità e insieme di calcolato distacco. Nell’evocazione nostalgica non rinuncia mai all’ironia, che scivola su tutto (ambienti, creature, norme sociali, abitudini, tradizioni) e che anzi è il suo timbro più profondo e preciso.

L’ombra di questo sorriso investe anche la musica, un po’ acre e un po’ suadente, della sua poesia e il suo linguaggio, che è concreto e insieme fortemente allusivo, quotidiano e, nello stesso tempo, ricco di sfumature sentimentali

Tuttavia appare riduttiva, alla critica più aggiornata, anche la definizione di Gozzano “poeta dell’ironia”, mentre altri critici lo definiscono “poeta del desiderio e del sogno”, che privilegia spesso la condizione onirica non come irrealtà o evasione, ma come esperienza parallela a quella reale, dentro il processo del conoscere, perché è la poesia l’unica forma di conoscenza possibile, una pura illuminazione che giunge dalla profondità dell’io e scopre le analogie tra le cose, la realtà che si cela dietro l’apparenza. La parola non è più l’elemento di connessione logica, bensì la vibrazione di un’emozione, di una evocazione, di una rivelazione. Per questa strada Gozzano diventa molto più moderno di quanto finora non fosse apparso.

Gozzano non assume pose da letterato e scrive le sue rime, segnate dalla tristezza e dal sentimento della morte, con ironico distacco. Alla base dei suoi versi vi è un romantico desiderio di felicità e di amore che si scontra presto con la quotidiana presenza della malattia, della delusione amorosa, della malinconia che lo porta a desiderare vite appartate e ombrose (“Ed io non voglio più essere io!”) e tranquilli interni casalinghi (“le cose piccole e serene”, “le buone cose di pessimo gusto!”).

Le sue opere sono molto apprezzate da Eugenio Montale che sottolinea il suo “far cozzare l’aulico col prosastico, facendo scintille”. Infatti i caratteri aulici sono sempre presentati come trasfigurati attraverso il filtro sottile dell’ironia.

Tra i temi essenziali al mondo poetico di Gozzano vi è l’immagine della città natale, di quella sua amata Torino alla quale egli costantemente ritorna. Accanto alla Torino contemporanea è assai più cara al poeta la Torino antica e un po’ polverosa, carica di nostalgia “come ai tempi del buon Re Carlo Alberto”. Una Torino che si presenta al poeta e gli fa dire: “Come una stampa antica bavarese // vedo al tramonto il cielo subalpino… // Da Palazzo Madama al Valentino // ardono l’Alpi tra le nubi accese… // E’ questa l’ora antica torinese, // è questa l’ora vera di Torino…”.

Accanto alla Torino gozzaniana viene proposto dal poeta il vicino ambiente canavesano, dove si ritrovano fondamentali immagini di contemplazione paesaggistica e dal quale scaturiscono l’estremo mito lirico incarnato dal mondo della natura, che poteva dargli, come egli dice, “la sola verità buona a sapersi” e le ultime “persone” della sua poesia, “l’achenio del cardo, i porri, il grillo, il basilico, l’aglio, il macaone, il gatto, la falena” e infine tutte le farfalle del suo poema incompiuto.

Tra le liriche ambientate nel Canavese e, in particolare, in “quel dolce paese che non dico”, Agliè, sono le sue due opere più famose: “L’amica di nonna Speranza” e “La signorina Felicita ovvero la Felicità”. Esse sono una sorta di “romanzo”, in cui ancora una volta la scelta è funzionale al desiderio tutto interiore, tra il malinconico e il faceto, con il tempo e la morte, condotto attraverso la memoria. Il ritorno alle origini lontane, forse irrimediabilmente perdute, serve ad intrecciare delle fitte ed arcane intermittenze di sentimenti, veicolati attraverso gli oggetti, decisamente brutti, ma “buoni”, in quanto salutari. Ed ecco che così la poesia si fa prosa, e la prosa poesia, in una assoluta interscambiabilità, tipicamente “gozzaniana”.

In “L’amica di nonna Speranza” il suo sentimento si apre alla nostalgia e dà voce alle “buone cose di pessimo gusto”, che rappresentano il mondo dell’infanzia, la società umile piccolo borghese che ignora le complicazioni morbose della modernità. Il poeta rievoca puntigliosamente gli oggetti che arredano le case di allora, i mobili decrepiti, gli arredi polverosi, gli ambienti ineleganti che lo spingono a dire “… rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta!”.Un mondo immobile che odora di decadenza e di morte, ma solido e sicuro, come lui non sente più intorno a sé, ma sostanzialmente mistificatorio che impone alle due fanciulle, Carlotta e Speranza, un sogno d’amore irreale ed utopico.

Nella seconda lirica, “La signorina Felicita ovvero la Felicità”, Gozzano sente il peso di essere un poeta, un intellettuale estraneo alla concretezza del vivere, e lo esprime con il vigore lirico della semplicità: “Ed io non voglio più essere io! // Non più l’esteta gelido, il sofista, // ma vivere nel tuo borgo natio, // ma vivere alla piccola conquista // mercanteggiando placido, in oblio, // come tuo padre,  come il farmacista … // Ed io non voglio più essere io!”.

E in questa prospettiva l’insignificante, slavata signorina Felicita (“Sei quasi brutta, priva di lusinga // nelle tue vesti quasi campagnole // … // … e il volto quadro, senza sopracciglia, // tutto sparso d’efelidi leggiere // e gli occhi fermi, l’iridi sincere // azzurre d’un azzurro di stoviglia …”), che vive nella casa “vetusta” (“… Vill’Amarena a sommo dell’ascesa // con i suoi ciliegi … //…e l’orto dal profumo tetro // di busso … // …in quella grande pace settembrina!”), popolata dal fantasma della “Marchesa dannata”, che occupa le sue giornate nel rammendo paziente della biancheria o nel tostare il caffè, che vive sola con l’anziano padre, che non ha cultura, ma soltanto la grazia dell’innocenza, gli pare la fuga dalle sue angosce di uomo moderno, di inappagato intellettuale.

E la inganna, con sottile cinismo, ingannando contemporaneamente se stesso, nella speranza di recuperare umanità: “Signorina, s’io torni d’oltremare, // non sarà d’altri già? Sono sicuro // di ritrovarla ancora? Questo puro // amore nostro salirà l’altare? // E vidi la tua bocca sillabare // a poco a poco le sillabe: giuro. // Giurasti e disegnasti una ghirlanda // sul muro, di viole e di saette, // coi nomi e con la data memoranda: // trenta settembre novecentosette … // Io non sorrisi. L’animo godette // quel romantico gesto d’educanda.” Ella ha quella semplice immediatezza che la civiltà moderna ha dimenticato, e che gli pare l’unica salvezza possibile.

E “nel mestissimo giorno degli addii” il poeta sale ancora una volta a “Vill’Amarena”, “tra i vigneti già spogli, tra i pendii // già trapunti di bei colchici lilla”, ci racconta come “il distacco, amaro senza fine” è come un “distacco d’altri tempi”, e lui stesso è “uomo d’altri tempi, un buono // sentimentale giovine romantico … // Quello che fingo d’essere e non sono!”.

Tutta la poetica del Gozzano è pervasa dall’incertezza e dall’ineluttabilità della vita minata dalla presenza della malattia, che lui cerca di mascherare e confondere attraverso l’ironia, affinché i più caschino in errore. Questo tema è messo in evidenza fin dalla sua prima lirica, che ha lo stesso titolo della sua prima raccolta, “La via del rifugio”.

In essa, il poeta è supino in un prato, fermo e contemplante: “Socchiusi gli occhi, sto // supino nel trifoglio, // e vedo un quatrifoglio // che non raccoglierò”. Stasi, contemplazione, la vita che ci passa accanto e noi non ne cogliamo le opportunità … Poi, passano di lì tre bambine (le sue nipotine) che per gioco catturano una farfalla, e la trafiggono con uno spillo. Ed ecco svelata la ragione recondita per non cogliere il quadrifoglio: “A che destino ignoto // si soffre? Va dispersa // la lacrima che versa // l’Umanità nel vuoto?”, questo si chiede Gozzano, e conclude: “Verrà da sé la cosa // vera chiamata Morte: // che giova ansimar forte // per l’erta faticosa?”.

L’unica è sognare, abbandonarsi a un’esistenza soltanto contemplata. La vita è un gioco degno, solo a condizione che si mantenga intatto il desiderio. Cogliere il quadrifoglio vorrebbe dire azzerare il desiderio, il sogno, la speranza. Meglio non cogliere, non vivere l’amore, non fare un viaggio, non arrivare mai a Itaca … “Non amo che le rose // che non colsi”, dice Gozzano in quell’altra splendida poesia che è “Cocotte”, tratta dalla raccolta di versi “I colloqui”.

Lui è al mare, bambino, e gioca con la sabbia al “Diluvio Universale”, quand’ecco la vicina di ombrellone gli parla, lo accarezza. E la madre subito lo mette in guardia, gli dice che non deve parlare con lei perché è una “cattiva signorina”, una “cocotte” … E qui Gozzano non si trattiene da quel suo misto di stupore e di ironia: “Co-co-tte … La strana voce parigina // dava alla mia fantasia bambina // un senso buffo d’ovo e di gallina … “.

Fattosi adulto il poeta ritorna a quel ricordo e si spinge a dire che forse solo quella donna ha amato, solo quel sogno: “Non amo che le cose // che potevano essere e non sono // state …”. L’approdo finale della lirica, che è rappresentato da questi versi, tra i più celebri dell’opera gozzaniana, vede il poeta posto di fronte a una tragica verità. Egli infatti ammette con sconcertante rassegnazione l’effettiva inconsistenza di quel sogno in cui  ha riposto tutte le proprie speranze (“Uno, sol uno: il piccolo folletto // che donasti d’un bacio e d’un confetto, // dopo vent’anni, oggi, ti ritrova // in sogno, e t’ama, in sogno, e dice: T’amo! // Da quel mattino dell’infanzia pura // forse ho amato te sola, o creatura!”).

Sognare, per il poeta, significa chiudersi passivamente in un mondo proiettato nella dimensione dell’abbandono e del rimpianto, fino al punto estremo di compiacersi di questa condizione.

Il sogno, la pura possibilità insita nelle cose, l’esistenza solo disegnata, adombrata, ipotetica. La rosa intatta, lasciata sul ramo, non colta.

Sognare è non raccogliere, astenersi dal gesto che divelle, che strappa, rende reale, inizia il tempo. Il fiore colto, a poco a poco appassirà. Sognare è lasciare che le cose siano, se non eterne, almeno durature: che non vi scorra il tempo, private di quel mutamento che le induce inesorabilmente a finire. La rosa come il quadrifoglio, la fortuna e la felicità come l’amore sono sempre effimeri: un gioco o un sogno durano sempre troppo poco. Per questo motivo Gozzano vuole astenersi dalla gioia, darsi tempo, procrastinare il momento della felicità, fermarsi sul più bello.

Così come per il mare, Proust dice che basta averlo visto una volta sola, non occorre ritornarci tutti gli anni, perché è sufficiente sapere che esiste per essere felici, così per Gozzano, l’arte di sapersi fermare, gli fa comprendere che la felicità non è necessario possederla, ma semplicemente sapere che essa esiste.

Villa Il meleto

 
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