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Editoriali
Egidio Di Spigna - Il Giardino Segreto

EGIDIO DI SPIGNA

IL GIARDINO SEGRETO

C’è un luogo al quale non si può dare nome, ma di certo si sa come poterci andare. Non è solo un pensiero, un’idea della mente o un’invenzione; è un luogo fisico e reale, una sorta di Eden personale, che l’anima conosce ed ha coscienza che non confligge contro la ragione.

In questo luogo non vi sono frastuoni e neppure il disturbo di un rumore. Uniche voci  il canto del silenzio, il frinir di cicale e le note del vento, suonate dall’orchestra delle fronde.

Nei mesi  estivi, lungo i recinti ed i muri di pietra, assolati ed arsi per la calura e qua e là feriti dal libeccio salmastro, come purpurea seta s’intreccia e si dipana la bouganville. A guardarla dal mare mostra sembianze d’onda ed andamento quasi verticale, che da un lato più si distende ad abbellir le case ed i cortili bianchi di calce. Dall’altra parte un poco più risale ad incontrar sull’erta il cimitero: lo cinge un poco e ne fa giardino. Poi, nel verde si scioglie, e lascia luogo agli orti ed agli aromi nobili e selvaggi di mirto, basilisco e rosmarino.

D’improvviso ritorna dentro un concerto di cicale estive, e  prepotente, mostra le vesti in ogni varietà dei suoi colori, che più s’accendon quanto più splende il sole. Nell’ora di mezzo la realtà si distorce, liquefatta dentro il crogiolo ardente dell’assolato pomeriggio estivo.

Solo farfalle si librano nell’aria, incuranti della calura, e come fiori del cielo si nutrono di sole. Le farfalle, si sa, amano i fiori. Quando si posano sopra le corolle, parlano ad essi a bassa voce, con timbro tanto flebile e sottile che solo questi sanno percepire. In incontri segreti, con la scusa del polline dorato, dissimulano amplessi insospettati, tuttavia rivelati da un improvviso fremito di ali.

Dopo il tramonto e prima della sera arriva l’ora in cui s’acquieta il giorno ed i fruscii di brezza son sospiri dell’anima che cullano i rami ritorti degli ulivi. Finalmente, zagare e gelsomini sopraffanno l’afrore del salmastro. Ricordi  e sentimenti si fan più dolci, o atroci, ma prestamente volano via i pensieri affidati alle ali dei rondoni.

Più lontano, in disparte, un gabbiano guarda danzar le barche e le deride, poi altezzoso, gonfia le penne a dispiegar le ali e remigando, risale l’aria con ritmica cadenza e con movenze d’un elegante ballo. Ma ben presto è solo un punto nero, nel controluce del cielo di corallo.

Il giardino, sul fare dell’autunno, indossa il manto della solitudine e intona un canto fatto di toni bassi, come l’ottuso rumore dei radi passi sopra le foglie degl’ippocastani, cadute ieri ed oggi già disfatte.

Alle soglie d’autunno non si raccolgon fiori, solo bacche sanguigne e brune foglie, e se ne fan ghirlande di tristezza che chiodi aguzzi appuntano sul cuore, mentre l’obliquo sole di novembre timido si distende sopra l’erba del prato, umida ancora di notturno gelo, e mille goccioline trasparenti, piccole perle, frammenti di cristallo, rimandano bagliori iridescenti, brevi lampi, scintille di brillanti o luminose schegge di diamanti.

Nelle brume d’inverno, la nebbia di un gelido mattino di febbraio nelle sue spire rimpicciolisce il mondo, immobile nel silenzio, senza neppure l’accenno del respiro, un mondo ottuso, condannato ad una assurda, assoluta immutabilità.

Eppure la natura non s’arrende, e questa notte, all’improvviso  e senza far rumore, timidamente son fiorite le viole. Son fiorite negli anfratti sconnessi dei muri a secco ormai dimenticati, fra le pietre sbrecciate, umide e fredde di notturna brina. Son le viole precoci dell’inverno, e quante!

Una ne ho colta e te ne faccio dono. A mala pena ne potrai ornare un ricciolo di crine.

Ecco, così. Ti guardo… ed è già primavera.

Candide vele, abiti da sposa? Chi mai li avrà lasciati nel giardino?

Ma no, son fioriti i ciliegi, all’improvviso e tutti in una notte, forse proprio nell’ora silenziosa e quieta che precede l’aurora. Petali bianchi, gentili, delicati, di bellezza perfetta, ma solamente dal sorgere del sole al suo tramonto e per il tempo che la luna impiega a traversare il cielo. Poi, alcuni prendono il soffice tono dell’avorio, altri di bianco sfatto.

Tutt’intorno, sul prato, sembra sia nevicato, a primavera.

E dov’è mai oggi primavera?

La primavera c’è, quasi ogni anno. Se non la vedi la puoi sentire dentro di te quando ti invita a restare all’aperto ancora un poco per catturare l’ultimo tepore, l’ultimo raggio del sole rinnovato che oggi ancora non vuole tramontare, ed indugia, s’attarda ad ammirare il bruno ramo che s’adorna di nuove gemme, e già domani è in fiore.

Quando decide che deve riposare lento s’adagia dietro l’orizzonte, lasciando in aria fremiti di ali, grida d’uccelli e nuvole svogliate che attraversano il cielo nella sera.

Quando non mi vedrai negli ambiti consueti, ora sai dove mi puoi trovare.

 

ANCHE  DOPO

Anche dopo, se è vero,

mi potrai rivedere in questi luoghi,

ove l’anima mia trova dimora.

Cercami nelle ombra della sera,

nelle forme contorte

del tronco tormentato degli ulivi,

fra le querce squamose,

i cespugli di rose

le palme ombrose dalle chiome arcuate,

E certamente mi sorprenderai

ad ammirare ancora con stupore

i mille soli sospesi,

fra le foglie ed i rami

degli agrumi spinosi.

Troverò allora parole inusitate,

frasi dimenticate

che nascosi

nel disegno intricato della vita,

segnato con un tratto di matita

ora leggero e lieve,

ora più greve

pesante ed oneroso

come quei fiori

che ogni giorno mi porti

dove io non son io.

Io sono qui,

fra queste mura,

silenzioso custode dei ricordi,

di gioie e di dolori,

di pensieri lascivi

e tuttavia mai privi

di tenerezza e amore,

delle forti catene

che non hai spezzato

per tuo volere

o per voler del fato.

 
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