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Editoriali
Cronache crepuscolari di Francesco Viola

CRONACHE  CREPUSCOLARI

Nino  OXILIA  e  Sandro  CAMASIO

“ADDIO,  GIOVINEZZA!”

di  FRANCESCO  VIOLA

 

Secondo il calendario gregoriano, il 25 novembre ricorre la festa di Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto. Le agiografie ci raccontano che Caterina era una fanciulla cristiana, vissuta tra il III e IV secolo, famosa per la sua grande bellezza e la sua profonda cultura. Si rifiutò sempre sia di sposarsi, in quanto già unita a Cristo attraverso il matrimonio mistico, che di aderire al paganesimo, ragion per cui venne martirizzata con la ruota dentata (l’attributo iconografico con cui viene solitamente rappresentata) e infine fu decapitata.

Per la sua saggezza e la capacità di tener testa a un gruppo di sapienti durante una disputa teologica, Santa Caterina è considerata la protettrice degli studenti, ma non solo. Il fatto di non avere avuto un marito e di essere sempre stata molto indipendente, l’ha resa patrona delle sartine, ovvero di quelle ragazze nubili e sole che vivevano del proprio lavoro e che, in suo onore, furono soprannominate “caterinette”.

A Torino, data la vicinanza dell’Università, in via Po, con gli ateliers di moda dislocati nelle vie del  centro, quando la città, agli inizi del Novecento, era considerata la capitale indiscussa della moda italiana, studenti e sartine avevano la possibilità di incontrarsi, di conoscersi e di frequentarsi tutti i giorni, o quasi, per cui il 25 novembre di ogni anno festeggiavano insieme Santa Caterina, con un grande veglione danzante.

Agli angoli di piazza Castello con la via Po, ma anche in piazza San Carlo o in piazza Solferino, solitamente stazionava una fiorista ambulante, da tutti chiamata la “violetera”, con una grande cesta in cui c’erano dei mazzolini di fiori, soprattutto violette, che gli universitari compravano per offrirli in dono alle “caterinette”, all’uscita dai laboratori di sartoria.

A rendere immortale il mondo delle sartine e degli studenti universitari nella meravigliosa Torino della “Belle Époque” è stato Nino Oxilia che, insieme al suo inseparabile amico Sandro Camasio, nel 1911 scrisse una commedia dal titolo: “ADDIO, GIOVINEZZA!”.

Fu un successo straordinario, proprio perché i due amici riuscirono a cristallizzare alla perfezione in quest’opera le loro amate esperienze giovanili e la brillantezza di un epoca che di lì a poco si sarebbe dissolta a causa dello scoppio della Grande Guerra.

La commedia venne rappresentata svariate volte nei principali teatri di tutta Italia. Da essa furono tratti un’operetta, nel 1915, a cura del compositore Giuseppe Pietri, e ben quattro film. Il primo nel 1913, diretto dallo stesso Nino Oxilia, con l’attrice Lydia Quaranta come protagonista. Poi nel 1918, un film muto con Maria Jacobini  e Lido Manetti, e un altro nel 1927, ambedue diretti da Augusto Genina. Infine nel 1940, il film diretto da Ferdinando Maria Poggioli, attori Maria Denis, Adriano Rimoldi, Carlo Campanini e Clara Calamai, con la sceneggiatura di Salvator Gotta e le musiche di Giuseppe Blanc, tra le quali la canzone “Il Commiato, o Inno dei Laureandi” e il valzer “Malombra”. Inoltre furono realizzati due adattamenti televisivi, nel 1965 e nel 1968.

La trama della commedia è abbastanza semplice. Mario, studente di medicina presso l’Università di Torino, intreccia una relazione sentimentale con la sartina Dorina, figlia della signora che gli affitta la camera. L’amore tra i due giovani dura circa due anni. Successivamente il ragazzo subisce il fascino di una ricca signora, Elena, che lo corteggia, inducendolo al tradimento. Dorina scopre la relazione e con l’aiuto di Leone, l’eterno studente, amico di Mario, riesce ad avere un colloquio con Elena, per convincerla a rinunciare al ragazzo. La donna acconsente, ma Mario, arrivato troppo tardi all’appuntamento per un disguido, s’innervosisce e lascia Dorina. Tra scherzi, malintesi, esami di laurea, goliardia, amore e litigi, tra scene comiche ed altre commoventi, Mario e Dorina si ritrovano solo per dirsi addio, rimpiangendo “le cose che potevano essere e non sono state” (Gozzano), dopo l’esame di laurea dello studente, ormai in partenza, finiti gli studi, per il proprio paesello d’origine.

Un'immagine tratta dal film del 1918 diretto da Augusto Genina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Locandina del Film Addio Giovinezza del 1940

 

Foto di scena del film diretto da Ferdinando Maria Poggioli nel 1940

 

ANGELO (NINO) OXILIA nacque a Torino, in via Garibaldi 9/bis, il 13 novembre 1889. La sua  famiglia era di origine ligure, di Loano. Studente presso l’Università degli Studi di Torino, fu esponente di spicco della vita goliardica e culturale della città, entrando precocemente in contatto con i movimenti dei Crepuscolari e dei Futuristi.

Iniziò la sua carriera come giornalista, lavorando per la “Gazzetta di Torino” e per il “Momento”. Fu scrittore e poeta crepuscolare, sceneggiatore e regista cinematografico. Fu portato al successo dalla commedia “Addio, giovinezza!”, scritta in collaborazione con Sandro Camasio nel 1911 e dalla quale furono tratte, come abbiamo visto, un’operetta e ben quattro pellicole cinematografiche, la prima delle quali fu girata dallo stesso Oxilia nel 1913.

Una precedente collaborazione di Oxilia e Camasio aveva dato alla luce la commedia “La Zingara”, nel 1909. Compose quindi la commedia “La Donna e lo specchio”. Poi, con Sandro Camasio e Nino Berrini, produsse la goliardica rivista teatrale “Cose dell’altro mondo”, di taglio arguto e satirico, anche questa di grande successo. Nel 1909 pubblicò la raccolta poetica “Canti brevi”, per i tipi dell’editore Spezia di Torino. Altre sue poesie, ritrovate manoscritte nello zaino dell’ormai caduto Nino Oxilia, furono raccolte in un’opera postuma, “Gli orti” (1918), con prefazione dell’amico Renato Simoni.

Del 1914 è la pellicola “Sangue blu”, di cui Oxilia firma la regia, avendo come attrice protagonista la divina Francesca Bertini. Partito volontario per il fronte durante la Prima guerra mondiale, vi morì il 18 novembre 1917 sul Monte Tomba, falciato da una granata, mentre partecipava alla difesa della linea del Monte Grappa, a soli 28 anni, come successe a tanti altri giovani della cosiddetta “generazione perduta”. Al Cimitero Monumentale di Torino, in memoria, è stato eretto un cippo a lui dedicato, sormontato da un busto che lo raffigura in divisa militare.

Il Comune di Torino fece collocare sulla facciata del palazzo in cui nacque, in via Garibaldi 9/bis, un’epigrafe commemorativa, oggi, purtroppo, alquanto illeggibile. Tuttavia su di essa è scritto:

“NINO OXILIA / CANTO’ NELLA VITA E NELL’ARTE / LA GIOIA DIVINA DELLA GIOVINEZZA / E ALLA DIFESA DELLA PATRIA / L’OFFERSE / CON LA POESIA EROICA DEL SACRIFICIO / NATO IN QUESTA CASA IL 13 NOVEMBRE MDCCCLXXXIX / CADDE COMBATTENDO SUL MONTE TOMBA IL 18 NOVEMBRE MCMXVII / TORINO / QUI NE RICORDA IL NOME E L’OPERA / DI POETA E DI SOLDATO”.

Ogni anno gli universitari erano soliti posizionare vicino a questa targa un mazzolino di fiori (per lo più violette) per ricordare colui che li rese immortali insieme alle sartine. Sembra che questa usanza venga portata avanti anche ai nostri giorni. Il 18 di novembre, giorno in cui ricorre la morte di Nino Oxilia, il vecchio mazzolino viene sostituito con uno fresco. Dicono sia successo anche lo scorso 18 novembre: al posto dei fiori secchi è spuntato un mazzolino di bei fiori vermigli …

ALESSANDRO (SANDRO) CAMASIO nacque a Isola della Scala (Verona) il 5 aprile 1886, figlio di un funzionario dell’Ufficio del Registro. Giornalista, scrittore, regista teatrale e cinematografico, si laureò in giurisprudenza all’Università di Torino, ma la sua vera passione fu il teatro. Divenne redattore mondano della “Gazzetta di Torino”. Scrisse alcune opere teatrali finché, in collaborazione con Nino Oxilia, raggiunse il successo grazie alla commedia “Addio, giovinezza!”, andata sulle scene per la prima volta al Teatro Manzoni di Milano il 27 marzo 1911, per la regia dello stesso Camasio.

In collaborazione ancora con Nino Oxilia e con Nino Berrini scrisse la rivista teatrale satirica “Cose dell’altro mondo”, anche questa di grande successo. Si cimentò pure come regista cinematografico con la pellicola “L’antro funesto”, nel 1913.

Come il suo amico Nino Oxilia, anche Sandro Camasio morì giovanissimo, a soli 26 anni, per una meningite fulminante, in ospedale, a Torino il 23 maggio 1913. Aveva scritto di “Addio, giovinezza!”: “ … è venuta al mondo sincera, leggera, senza fronzoli. E’ ora che il pubblico impari ad apprezzare la gioia dei giovani, a capire quanta forza sia nella loro spensieratezza … ”.

Prima di concludere questo mio scritto dedicato alla “Belle Époque” torinese, alla goliardia, ai poeti crepuscolari, non posso dimenticare “IL  COMMIATO,  O  INNO  DEI  LAUREANDI”, un canto che fa parte del repertorio degli inni goliardici dell’Università italiana, in voga a inizio Novecento, opera estemporanea di Nino Oxilia, che ne compose di getto i versi, durante un convivio nel 1909. Il testo di Oxilia fu messo in musica dal suo amico Giuseppe Blanc (1886-1969), musicista versatile e polistrumentista, allievo del “Liceo musicale (poi Conservatorio) Giuseppe Verdi” di Torino. Blanc, a quei tempi, era studente laureando in giurisprudenza, avendo rinunciato a seguire in pieno le proprie inclinazioni musicali, per accondiscendere al desiderio dei genitori che lo volevano avviato agli studi giuridici. Diffuso tra gli studenti dell’Università di Torino, il canto goliardico celebrava con nostalgia la fine malinconica della spensierata vita universitaria, degli studi, delle gioie e degli amori studenteschi, del venir meno delle dolcezze della gioventù, con l’imminente assunzione di responsabilità adulte, personali e professionali.

Protagonista della “Belle Époque” studentesca, al momento della stesura dell’Inno, Nino Oxilia, futuro poeta crepuscolare, è uno studente diciannovenne, membro di spicco dell’Associazione Torinese Universitaria, A. T. U. (poi confluita nella “Corda Fratres”, la Federazione internazionale degli studenti, fondata a Torino nel 1898), e sodale della “Gaja Brigata”, nella quale raggiunse il titolo di “cardinale”. La canzone nacque a Torino in una sera di maggio del 1909, nella trattoria del “Sussembrino”, in via Po, con il titolo “Il Commiato”, come canto goliardico, durante una cena conviviale di addio agli studi degli studenti della Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Torino. Fu proprio su sollecitazione dell’allegra comitiva degli studenti convenuti, che Nino Oxilia si mise a comporre di getto il testo della canzone, per celebrare l’evento della laurea, che segnava un rito di passaggio nella vita umana: la fine della gioia e della spensieratezza, della “vie bohémienne”, e il transito dall’adolescenza alla vita adulta, con l’assunzione di impegni e responsabilità professionali. Un mutamento spesso segnato, per gli studenti fuori sede, dall’abbandono della città e dei compagni di studio, per far ritorno alla provincia di origine. Nella trattoria, Oxilia si trovava in compagnia dell’amico musicista Giuseppe Blanc, che aggiunse, sul momento, la musica al testo. La canzone conobbe immediatamente un notevole gradimento negli ambienti goliardici torinesi, tanto da essere subito stampata in 150 copie dagli studenti stessi. Successivamente, la casa editrice torinese Gustavo Gori, Editore di Musica, di piazza Castello 22, pubblicò il testo corredato di un bellissimo frontespizio a colori, opera di Attilio Mussino, in stile “Art Nouveau”, che raffigurava una scena di commiato di uno studente in partenza, con il diploma di laurea arrotolato sotto il braccio, che tiene la mano a una bella e corrucciata fanciulla col viso, in parte, coperto da un ampio cappello.

Nel 1911 la canzone fu inserita, fin dalla sua prima rappresentazione, nella nuovissima commedia “Addio, giovinezza!”, con libretto di Sandro Camasio e dello stesso Nino Oxilia, che conobbe, come abbiamo visto, un notevole successo. Questo contribuì anche alla fortuna dell’inno, che fu intonato più volte tra i padiglioni dell’Esposizione internazionale dell’Industria e del Lavoro che si tenne a Torino in quello stesso anno 1911, in occasione del cinquantenario dell’Unità d’Italia. Erano gli anni in cui, nella Torino di inizio secolo, l’incipiente sviluppo industriale delineava già una frattura sociologica, tra il mondo piccolo borghese rispetto al mondo delle ciminiere e degli opifici della meccanica. Pertanto la canzone rappresentava l’espressione di controcanto di una città ancorata alla sua anima risorgimentale, cioè alla società sabauda “degli orizzonti limitati ma sicuri, della vita senza foga, delle cose piccole e serene”, cantate con rimpianto da Guido Gozzano.

Intanto lo scoppio della Grande Guerra travolge l’Europa intera, con le distruzioni e i massacri di massa. “L’inutile strage” segna la fine della “Belle Époque” e costringe le popolazioni europee ad un brusco e tragico risveglio, dopo gli anni felici della pace, del progresso scientifico e industriale, della “joie de vivre” e delle grandi illusioni!

Morto l’autore Nino Oxilia, tragicamente in guerra, sul Monte Tomba, nel 1917, il suo “Inno dei Laureandi” continuò ad avere un certo successo, ma non quello che lui avrebbe forse desiderato. In un primo tempo, fu adottato come inno ufficiale degli Alpini al fronte. Poi fu trasformato in un inno degli Arditi, per diventare poi, nel primo dopoguerra, l’inno delle donne fasciste e poi quello dello squadrismo fascista. Infine, con le modifiche al testo apportate da Salvator Gotta e per volere di Benito Mussolini, nel 1926 divenne “Giovinezza”, il cui sottotitolo era: “Inno trionfale del Partito Nazionale Fascista”. Nulla, nei versi di Oxilia, poteva far intuire o trasparire il senso dei simbolismi sociali e politici di cui l’inno malinconico degli studenti, sarebbe stato caricato con vari interventi nel tempo. Il susseguirsi di questi interventi, con l’inserimento di simboli e riferimenti storici in funzione di un certo consenso politico e sociale, ha snaturato il senso goliardico e pacifico dell’inno, oscurando la vera ragione per cui fu composto, cioè, la celebrazione e il ricordo nostalgico di un periodo gioioso e spensierato della vita di chi, un giorno, ha avuto vent’anni.

A conclusione di questo mio scritto, voglio qui riportare il testo originario dell’inno, musicato dal compositore Giuseppe Blanc, su parole di Nino Oxilia, in quella sera del mese di maggio dell’anno 1909, in una trattoria (ora scomparsa) di via Po, a Torino.

 

IL COMMIATO,  O  INNO  DEI  LAUREANDI

Son finiti i giorni lieti,

degli studi e degli amori,

o compagni in alto i cuori,

il passato salutiamo.

E’ la vita una battaglia,

e il cammino irto d’inganni,

ma siam forti: abbiam vent’anni,

l’avvenire non temiam …

 

Giovinezza, giovinezza,

Primavera di bellezza,

della vita nell’asprezza,

il tuo canto squilla e va …

 

Stretti stretti sotto braccio,

d’una timida sdegnosa,

trecce bionde, labbra rosa,

occhi azzurri come il mare.

Ricordate in Primavera,

tra le verdi ombre dei tigli,

nei crepuscoli vermigli,

i fantastici vagar? …

 

Giovinezza, giovinezza,

Primavera di bellezza,

della vita nell’asprezza,

il tuo canto squilla e va …

 

Salve o nostra adolescenza,

te commossi salutiamo:

per la vita ce ne andiamo,

il tuo riso cesserà.

Ma se un dì venisse un grido,

dei fratelli non redenti,

con la morte, sorridenti,

il nemico ci vedrà!

 

Giovinezza, giovinezza,

Primavera di bellezza,

della vita nell’asprezza,

il tuo canto squilla e va!

 

Come si può ben vedere il suddetto inno è completamente diverso dal più noto inno fascista, che per un ventennio ha imperversato per le vie e le piazze d’Italia, con ben altre parole, piene di significati tragicamente agli antipodi di quelli delle parole e delle idee originali …

Per quanto riguarda Mario e Dorina, i protagonisti della commedia “Addio, giovinezza!”, come è andata a finire? Possiamo pensare che, molto probabilmente, non si sono mai più rivisti, malgrado le promesse. Mario avrà intrapreso la professione di medico nel suo paesello d’origine, forse avrà fatto un buon matrimonio con la figlia del sindaco o del farmacista, mentre Dorina, a Torino, rimasta quasi certamente nubile, avrà continuato a fare la sartina nell’atelier di moda, in via Po. Tuttavia non possiamo sapere cosa la Vita abbia loro riservato, ma possiamo solo immaginare che, qualche volta, ognuno di loro si sia soffermato a pensare con nostalgia e con tenerezza a quel bel tempo passato, tanti anni prima, quando ambedue erano ancora giovani e belli, con tante belle speranze. Erano molto poveri, ma si volevano molto bene, ed erano molto felici …

 
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