Note biograficheRoberto Miali è nato a Trieste, e risiede a Tornaco, in provincia di Novara, sebbene lunghi soggiorni all’estero e continui viaggi di lavoro lo possano far considerare cittadino del mondo. Già attore cinematografico con lo pseudonimo di Jerry Wilson, ha legato il suo nome a film western e di costume, con ruoli da protagonista o partecipazioni straordinarie in una dozzina di film; regista, ha diretto “The nude world”, “Mysticism”, “Pepe nel latte”, ed è in procinto di dirigere un nuovo film; sceneggiatore, ha scritto, tra gli altri, i testi “Il gioco dei Kinjo”, “The glass brain”, “Scarecrow”, “Pepe nel latte”, ed altri; produttore, ha prodotto alcuni film. Una personalità così prorompente non poteva che essere scrittore. Vincitore di numerosi premi in Concorsi Nazionali ed Internazionali, è presente in molti volumi antologici ed ha pubblicato due volumi narrativi assai originali: un romanzo, “Mary e Maria” e la sceneggiatura cinematografica, divertente e piena di spunti di riflessione, dal titolo “Pepe nel latte”, che ha portata sugli schermi. Ma la sua attività letteraria non si limita a questo: ha scritto anche “Il freddo”, “Malinconia”, “Il disturbo”, “Nothing else”, mentre come autore teatrale ha scritto, e diretto in teatro, “The old Joy”, “Le penombre affiorano alla luce delle feritoie”, “Un rumore nel buio”. Personalità poliedrica, dunque, autore a tutto campo, in quanto sensibile interprete di poesia, perciò artista di autentico talento, oltre che di approfondita preparazione tecnica. Note critiche Per comprendere la personalità artistica di Miali, si deve vederlo nelle sue diverse vesti, ora di poeta, ora di narratore e di autore teatrale o cinematografico. Come poeta affronta i temi più interiori e li riveste di una soffusa vena malinconica, andando a sviscerare i meccanismi profondi della psiche e dando la preferenza ai temi dell’amore, pur non trattandoli mai dal punto di vista strettamente personale, bensì facendone oggetto di indagine. Come narratore, invece, preferisce raccontare episodi di vita vissuta, veri o verosimili, che vanno a mostrare aspetti dell’esistenza individuale e collettiva nella loro accezione più intima. Una narrativa che scava nella psiche degli uomini attraverso le loro azioni. È proprio in questo ambito che si deve individuare la caratteristica peculiare dell’artista, in questo continuo, incessante ricercare i motivi profondi delle azioni e dei sentimenti umani. Una tradizione della cultura della sua terra d’origine, Trieste, così multietnica e così impregnata della cultura mitteleuropea, per questo così aperta al nuovo, così partecipe dell’umano. Forse la consuetudine alla psicanalisi della sua città può averlo influenzato, ma è certo che, come autore e come uomo di spettacolo, Roberto Miali sa non essere mai banale, mai superficiale. Recensioni«Diceva Pitigrilli con caustica ironia: “La prefazione di un libro è quella cosa che si scrive dopo, si stampa prima, e non viene letta né prima né dopo”. Se aveva ragione, perché scrivere una prefazione, e ad un romanzo, poi, che per sua natura non ha bisogno di chiavi di lettura, parla da solo senza strumenti di decodificazione? Eppure, anche il romanzo nasce da motivazioni interiori, si prefigge di lanciare messaggi e utilizza il canone linguistico più adatto per farlo. Allora, sfidando Pitigrilli, e sperando di smentirlo, seguiamo insieme l’iter narrativo che Roberto Miali ha percorso per questo suo romanzo. “Mary e Maria” è stato scritto da parecchi anni e, nonostante sia stato subito ben giudicato, non ha trovato possibilità di pubblicazione perché i tempi non erano ancora maturi per rendere manifesto il tema trattato. Sì, perché questo romanzo racconta la storia d’amore tra due donne, un amore, ben inteso, non spirituale, che sarebbe stato comunque un esempio edificante, ma propriamente carnale. Un amore omosessuale oggi non scandalizza più, anzi uno scrittore che affronta questo tema è “a la page”, in linea coi tempi, ma qualche anno fa... ci voleva, quanto meno, coraggio. Miali, in tempi non sospetti, dunque, si è posto all’avanguardia e ha narrato l’omosessualità femminile senza falsi pudori, anzi con dovizia di particolari erotici, ma anche con una capacità di immedesimazione del tutto originale, se si considera la complessità dell’animo femminile e la difficoltà di entrarvi in profondità. L’autore, invece, dimostra inconsueta abilità a penetrare nel cuore e nella mente della donna, inconsueta soprattutto per un uomo, che, pertanto, si cimenta con le spinte emotive e sessuali di due personaggi lontani dalla sua personale sensibilità. Mi sono chiesta, leggendo il romanzo, perché non abbia scelto di raccontare di un amore omosessuale maschile, ma ho pensato che, forse, sarebbe stata una prova letteraria meno ardita, un cimento meno complicato, perciò meno stimolante. E il risultato è di inusitata efficacia, perché, non solo Miali ricostruisce con la massima precisione i dubbi, le incertezze, le spinte emotive e passionali che portano le due protagoniste a creare fra di loro una relazione sentimentale e fisica, ma addirittura entra nella psiche di Mary e Maria, sondando a fondo la loro sessualità. Poi, quando l’amore, o “l’illusione dell’amore”, la chiama l’autore, finisce, la più passionale delle due, Mary, non riesce a superare lo scoramento per un’unione in cui aveva creduto, finché per un casuale incontro con un uomo, percepisce che “fra un uomo e una donna si poteva veramente scoprire la reciproca sensibilità, perché la diversità dei sessi poteva promuovere con maggiore attesa la curiosità di approfondire la conoscenza del corpo antagonista”. E la sua vita cambia. Ritengo probabile che l’intenzione del narratore fosse quella di mostrare ai lettori l’indomabilità dell’istinto e l’inutilità di sottometterlo alla ragione, e ancor meno alle convenzioni sociali, per esaltare la spinta emozionale che si crea spontaneamente tra due individui, non importa il loro sesso: in questa prospettiva il romanzo segna un percorso di iniziazione all’amore eterosessuale consapevole e appagante in una personalità dai forti contrasti interiori. Precisato lo scopo e, per così dire, il messaggio del romanzo, dobbiamo dire che Miali utilizza un canone linguistico estremamente chiaro e preciso, che ha il pregio di non concedere nulla alla volgarità e di non cadere mai nella trappola della morbosità. Le parti che trattano dei più intimi rapporti tra i personaggi della storia mai si dilungano in eccessi, trattando l’episodio con sobrietà, pur non lasciando troppo spazio alla fantasia. La narrazione procede lineare, gradevolmente elegante, sobria in ogni sua parte. Per concludere, nel momento in cui il lettore si accinge a leggere questo romanzo, e legge anche la prefazione, con buona pace di Pitigrilli, deve essere consapevole che si tratta di un racconto che ha per protagonista l’amore, totale e totalizzante. Non vi è modo migliore per concludere queste brevi note che citare poche righe dell’opera, a significare il pensiero che muove l’ispirazione: “Sulla via del rientro all’albergo lui si lasciò stranamente catturare da un improvviso pensiero, molto profondo: la vita è un lungo respiro che si affanna nell’amore. E poi scosse la testa come a commentare: un pensiero così trionferebbe nel finale di un libro.” L’ironica riflessione non è, però, il finale! RINA GAMBINI – Prefazione a “Mary e Maria” «“Castigat ridendo mores”, dicevano i nostri antenati romani, e, dunque, antichissima è l’origine della satira di costume. La letteratura latina ce ne offre numerosi esempi, sia poetici che scenici: quelle bellissime “Satire” di Orazio, per esempio, che in forme poetiche eleganti volevano richiamare all’osservazione morale e dare ad essa aspra funzione censoria; oppure quel famosissimo “Satyricon” di Petronio, in cui sono rappresentati tutti i tipi umani di un mondo già sulla china discendente con comica pateticità. Se la poesia satirica si rivolgeva ad un pubblico raffinato, alla commedia era affidato il compito di sferzare l’auditorio divertendolo. Dalla “palliata”, la commedia dell’astuzia e della fortuna, alle commedie popolaresche, salaci e piene di inventiva, di Plauto, a quelle aristocratiche, colte e garbate, di Terenzio, sempre la rappresentazione teatrale ha offerto modelli sociali nella loro forma più ricca di “vis comica”. Esempi antichi che talora sono stati ripresi in ambiti letterari a noi più vicini, e che i moderni linguaggi visivi hanno ampiamente sfruttato. Proprio il cinema, fin dagli esordi, si è mosso nell’ambito della farsa per delineare caratteri e comportamenti attraverso situazioni ridicole e all’occasione grottesche, con personaggi che, pur sembrando irreali, incarnano e portano agli estremi prototipi di uomo. Se erede dell’antica funzione censoria del “castigat ridendo mores” non è soltanto la letteratura, ma anche l’epigono moderno della commedia, il cinema, possiamo negare dignità letteraria ed efficacia satirica ad un testo destinato a tradursi in film, ad una sceneggiatura cinematografica qual è questo “Pepe nel latte”? No di certo, che la prima è dettata da una esposizione di pregio linguistico e stilistico, rigorosa nella costruzione del racconto, nel tipo di comunicazione scelta, nelle forme del testo, la seconda è connaturata all’azione scenica e alla natura dei personaggi. Il taglio filmico, infatti, nulla toglie alla stesura in prosa, e, di conseguenza, al piacere della lettura, anzi, conferisce ad essa una “visione” delle ambientazioni e delle azioni grazie alle dettagliate precisazioni sui movimenti dei protagonisti e sulle inquadrature della macchina da presa. Con due mezzi di diversa natura, pertanto, Roberto Miali “castiga” molti costumi della nostra società, ci fa sorridere e sorride lui stesso. Sorride bonariamente di fronte alla mania di protagonismo del sig. Giacomo, il protagonista della vicenda, che sul terrazzo di casa finge una corsa ciclistica da grande campione, e intanto sbircia l’avvenente cameriera della finestra di fronte; sorride sarcasticamente di fronte all’inettitudine delle forze dell’ordine; più amaramente sorride per l’atteggiamento baronale del prof. Primus e per la mala-sanità; torna a sorridere complice per la tresca amorosa del dr. Saccentini e la dr.ssa Sguardocaldo; e così via fino al sorriso sornione per la sorpresa finale. E noi sorridiamo con lui. Sorridiamo perché “Pepe nel latte” è una farsa, ma una farsa moderna, raffinata, sottile, misurata, aliena dagli eccessi, tutta giocata, com’è, sulla psicologia di personaggi che si muovono su una scena sociale alienante. Non si può ridere del dramma della società moderna, delle sue contraddizioni, delle sue manie, sarebbe sciocco, ma può sorridere il lettore, e certo sorriderà lo spettatore che avrà la fortuna di assistere alla proiezione del film che sarà tratto da questo testo: a loro l’autore ha dedicato questa farsa garbata, presentata con tanti spunti simpatici, e sarà il sorriso complice di chi ha compreso, e condivide.» RINA GAMBINI – Prefazione a “Pepe nel latte” Letture...La città fatale I “luoghi sacri” esistono, ma soltanto nei nostri ingenui e teneri sogni. Quando si vedano, si tocchino, si convivano, capiamo di non averli vissuti perché la vita, soprattutto quella sociale, non dà risultati di grande effervescenza; ci manca sempre qualcosa per essere felici oppure più semplicemente sereni. La serenità è come un pensiero che si avvicini al silenzio per domandargli quale sia il significato del rumore. Quanto assurde sembrino queste mie parole a tutti, intellettuali e gente, perché nessuno sa riconoscere che cosa sia l’entrata del mistero, che proprio l’assurdità forse è in grado di svelare in piccola o minima parte (che è già un immenso merito). Demerito, invece, è la mia sincerità, secondo l’opinione di molti, perché “disturba” la quiete altrui del blaterare menzogne e teorie. Ma io non temo alcuno, perciò mi posso permettere di affermare che “luoghi sacri” noi non li abbiamo tranne nella nostra sintonia d’illusione, che vuol dire desiderio tranquillo, intenso, estremo, a seconda dell’esigenza della propria indole timida, audace, schiva. Tuttavia se vi fosse di gradimento, o di divago, cortesi lettori, potrei raccontarvi di un indimenticabile soggiorno in una grande città del mondo. ...Pioveva, pioveva a dirotto, e avevo appena finito di discutere con la gentilezza di una bella signora, quando presi la porta andandomene per non udire altre ingratitudini o inospitalità, come gelosia, durezza, pretesa. Pioveva a dirotto, dunque, e io, impugnando la mia valigia come se fosse l’unica cosa della mia vita, avanzavo lungo le vie di quella meravigliosa città tuffata nella notte, e mi sentivo libero di poter pensare che nulla meriti qualcosa in cambio della dignità. Io ero dignitoso, là sotto la pioggia in cerca di un rifugio. E all’improvviso avvistai un albergo o, meglio, la sua insegna luminosa. Era un albergo di buona categoria. Infilai l’entrata come un naufrago, tanto ero inzuppato d’acqua. E grondavo da ogni parte della mia figura. Il portiere sul momento fu distaccato e perplesso, quasi pronto a rifiutarmi l’accoglienza. Ma poi capì che quelli cenciosi o clandestini fossero di ben diversa sembianza. Io ero soltanto un uomo strano ma che dava fiducia, la quale trapelava dalla mia persona signorile. Ero alto, snello, manierato spontaneamente. I portieri d’albergo generalmente hanno un certo intuito. Così, mi consegnò la chiave della stanza più bella. Quando uscii dall’ascensore ed entrai nella stanza all’ottavo piano, provai il piacere di ritrovarmi accanto a un letto, a una doccia, a un frigobar ben fornito, e capii qualcosa d’immediato che sapeva di tregua riposante. In quella stessa notte, mi riaffacciai alla restituzione del momento perduto. Che cosa significhi questa ermetica asserzione, lo capirete subito, cortesi lettori. Sì, dopo essermi, infatti, riordinato come mi competeva, mi ritornò l’impulso verso la voglia di esistere, e mi trasferii in terrazza a guardare meravigliosamente la notte di pioggia e di luci di quella città ininterrotta. La panoramica del mio sguardo si ripeté più volte su quella veduta piena di attrattiva, e finì a soffermarsi poi sulla terrazza accanto, dove apparve un’affascinante signora bionda probabilmente con l’identico mio desiderio di lasciarsi invadere da una sorpresa. Ci guardammo aggiungendo un dialogo tratteggiato, in cui fra una parola e l’altra s’inseriva il pensiero appunto. Che cosa si pensasse? Si pensava di concederci la suggestione della confidenza, per scoprirci bisognosi di compagnia aperta all’estro. Mi raggiunse nella mia stanza. Entrò come una ventata di attese, e complicò il suo desiderio nel mio offrendosi timida e inesplorata. Ebbi cura di profondere imprevedibili attenzioni, fino a travolgerla in una cascata di tentazioni, compresa quella di fuggire. - Non puoi osare troppo. Mi disorienti, mi confondi. Potrei anche sbagliare – disse a sua difesa. - Considerami uno svago interessante, senza tempo – le suggerii con un po’ di stravaganza. - Il tempo è necessario per capire – ebbe un inciso, e sorridendo furtivamente. - E per distruggere – mi sfuggì un commento dal profondo dell’animo. - Dei tuoi dispiaceri non voglio essere partecipe – replicò intuitiva. - Non accadrà mai – le restituii serenità. E andammo avanti col nostro vago ed estremo coinvolgimento anche il giorno seguente, e l’altro, e poi un altro, fino all’impegno che ci saremmo scambiati la visita nel nostro rispettivo luogo di residenza. Io vivevo a Parigi, lei viveva a Copenaghen. Perché ricordare quel momento e quella città (che non ho mai nominato)? Perché è più raro avere una vera e strana emozione che vivere cent’anni. Le altre cose, come ad esempio i musei, i palazzi, le grandi opere, e via via magnificamente elencando, sono importanti, superbi, indispensabili, però non potranno mai accarezzare il brivido dell’intimo segreto (che abbiamo dentro di noi). Quando venni a sapere che lei morì dentro la morte del suo timore di non rivedermi più perché un giorno, ossessivo, qualcosa fosse potuta interporsi fra noi ad ostacolo, la notizia mi colse così impreparato che rifiutai anche me stesso. E il “luogo caro”, del ricordo, finì ad essere una silente, immobile, pietrificata tomba. ...E alla fin fine, non per umile caso, la vita dichiarò il proprio inganno, sotto le sospinte inique dei suoi accoliti, esistenti per ferire ogni angolo della terra allo scopo di possedere l’illecito e le sue giustificazioni. Adesso la mia penna non scorre più sui fogli a riempirli di significati; ormai è stanca, svogliata e delusa. Non l’hanno capita, né nella purezza né negli intenti, ma l’hanno fermata quando s’avviava a svelare le penombre dell’umanità. Perplesso Santo Natale Il Natale ha significato pesante ebbro di verità e di mistero ma l’umana astuzia stridente lo sprofonda nell’inutilità: ogni luce s’infiamma ogni profumo inonda l’aria ogni regalo commuove l’abitudine l’attenta riflessione però si dilegua pei sentieri pigri del pensiero. Come ti vorrebbero vedere sulla croce in sosta perenne, oh Gesù Cristo, sicché possano pregare facilmente senza svegliare le nebbiose coscienze che altrimenti accuserebbero l’ipocrisia di tutti i genuflessi! Sincero e convinto io ho umiltà di me stesso e ti chiedo di salvarmi. |