Tu sei qui:Poesia - Collana "L'ancora"

Poesia - Collana "L'ancora"
Poesia -  Collana "L'ancora"

Poesia - Collana "L'ancora" (20)

I marinai che anelano ad un momento di tregua dalle ardue peripezie della navigazione, “gettano l’ancora” in un luogo riparato: l’ancora “tiene”, il cuore riposa. Così la poesia: quando le ansie del vivere incombono, solo la poesia segna la pausa dell’animo. E come l’ancora, la poesia “salva”.

Una nuova raccolta poetica di Mario Viola

con note critiche di Rina Gambini

L’infinito nel quale perdersi con un misto di curiosità e di paura, nel quale trovare se stessi e le energie per rinnovarsi. L’infinito: il magico nulla sconosciuto e inconoscibile dalla limitatezza dei nostri sensi. Scrive Leopardi nello Zibaldone: “L’anima s’immagina quello che non vede… e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista si estendesse da per tutto perché il reale escluderebbe l’immaginario”. Infinito, dunque, che è aspirazione alla libertà, al pensiero, alla fantasia.

“Scalare il cielo / per trovare nello spazio / l’abbagliare di un fulmine, / sospirare dell’universo / l’immensa luce vitale // l’energia lontano spinge…”, dice Mario Viola nella lirica Camminatore dell’infinito.

Che l’infinito sia una costante di questa silloge poetica lo indica il titolo stesso, Nostalgiche alchimie d’infinito: titolo in cui, in realtà, si condensano i temi salienti della poetica dell’autore. Infinito, nostalgia, magia delle parole e del pensiero: sentimenti che nascono in un animo gentile e sensibile e trovano nella poesia la loro espressione più congeniale.

L’infinito torna sovente, come già detto, nei versi che sconfinano nello spazio siderale alla ricerca di una meta interiore, di una luce che sia guida nel cammino e bagliore dello spirito: “Ho lanciato i miei cavalli / al galoppo sfrenato / verso il lontano orizzonte, / per raggiungere infine, / con la mia anima, / l’estremo confine. / I limiti sono barriere / da superare nella vita / per non restare / abbandonati all’oblio.” Così in Le stelle ed oltre. E in Armonia: “Al centro dell’occhio di luna / abbandonarmi alla corrente / della vita solare e notturna / sulla grande pianura dell’anima.”

Con altrettanta ricorrente intensità appare la nostalgia, che conduce il poeta nelle pieghe del ricordo e gli fa rivivere momenti felici, sentimenti sopiti seppure mai dimenticati, persone care che hanno lasciato impronte indelebili, oppure fugaci incontri ricchi di speranzose attese. “Ricordi che s’intrecciano / a futuri inespressi d’altri colori, / immensità a rifulgere d’altri mari / in orizzonti di tramonti infuocati. // Nostalgia e malinconia / del tuo essere sorriso d’anima, / fertile terra nel tuo sguardo / di donna persa nello spazio / come laguna nell’oceano.” (La tua canzone nel vento). E ancora nei versi finali di Poesia effimera: “Memorie d’attimi indefiniti / incalzano nel mio animo, / e ritrovo momenti di sentimenti / dolci e solari vissuti con te. // … // Sarà un altro ricordo da non perdere, / un platonico amore da non dimenticare”.

Ricordi, nostalgie, malinconie: tanti i temi trattati in questa sorta di capitolo inglobato nel contesto della silloge. Gli amici dell’infanzia e dell’adolescenza, perduti lungo il cammino della vita, “partiti per vite differenti, / traditi dai loro sogni.” (L’amicizia perduta), al massimo sentiti con una telefonata per gli auguri delle feste, ma divenuti estranei, vivi solo nella memoria. Il profumo del pane appena sfornato, come nei giorni dell’infanzia lontana, con la famiglia riunita intorno alla tavola per il rito gioioso del desinare. L’odore della terra nel declinare della stagione, quando cadono le foglie e il muschio esala effluvi umidi che inducono a mesti pensieri. Il rumore del vento che soffia sulla pianura e porta con sé il sentimento di appartenenza che il poeta sente vivace nel cuore. La mestizia del giorno dedicato ai defunti, pervaso dalla bruma di novembre, e dalla malinconia dei ricordi struggenti dei propri cari. La figura della madre, sempre presente anche nell’assenza, immateriale luce di sicurezza, d’amore e di speranza.

Ancora ricordi di luoghi visti, vissuti più col cuore che con la mente, impressi nella memoria e nella fantasia, vividi di emozioni interiorizzate. Il Golfo del Tigullio in una giornata di dicembre vibra del fragore del mare che sciaborda sulla riva e dello stridore dei gabbiani che volano vincendo l’attrito del vento; s’illumina dei colori vivaci delle case a ridosso del mare, della luce velata del sole; emoziona facendo presagire antiche storie di avventure e di pace. Per contro, Rimini d’estate, con l’afflusso dei turisti, le luci e la vita notturna, i bar sempre aperti, l’arenile infuocato. Il senso di libertà della Polinesia, la mesta armonia dei canti lusitani ascoltati a Lisbona, l’impressione di desolazione della martoriata città di Beyrouth. E poi Fatima, con la sua spiritualità che attira i pellegrini, “miracolo dell’anima / che ritrova l’esigenza della penitenza, / per conquistare la purezza della / nostra Signora del Rosario.” (Il sole danzò quel giorno a Fatima). Lourdes, carica del mistero del miracolo, meta di persone disperate e speranzose, “che accettano l’inspiegabile; / paradiso per molti in terra, / disseta l’arsura delle fiamme / pellegrine con la sua acqua. // Acqua di purezza e verità” (Lourdes).

Spesso ricorre l’immagine del mare, soprattutto il rumore del mare, la sua mesta armonia quando è tranquillo, il suo fragore quando è burrascoso. Il mare come gioia e come malinconia, come scorrere del tempo e come immanenza, il mare come libertà e infinito, nello scambio e nell’intersecarsi delle suggestioni dell’anima poetica.

In questa miriade di immagini, profumi, visioni, in questa selva di sentimenti e di emozioni, sta l’alchimia che plasma la vita, l’intensità di un’anima e di una coscienza che, pur aderente al presente, non dimentica il passato e i doni elargiti dalla natura. Il cuore di un poeta dei nostri giorni che sa viverli nella pienezza consapevole di realtà e illusione.

Mario Viola conosce bene la magia della poesia, la coltiva da anni, la sa interpretare e riprodurre con il suo linguaggio pacato e sicuro, con l’armonia di versi pieni, intensi, musicali. E la poesia è per lui rifugio e guida nell’arcano mistero della parola. “Sempre quando lo spirito si stanca, / mi affido all’anima, che sa navigare / in nuovi arcipelaghi, a rinfrancare / il mio stanco cuore di marinaio. // La parola è timone che dirige sulla rotta / le vele alzate dalla libera coscienza, / e ritrovo momenti infiniti di serenità / nel vento che spinge i velieri dell’anima” (Velieri dell’anima).

Rina Gambini

Adriana Gualandi

Una nuova raccolta di poesie

 

I DUBBI E LA FEDE 

di Adriana Gualandi

La fede piena di dubbi, di incertezze, di timori delle persone comuni; la fede ingenua e pura; la fede maturata nel corso dell’esistenza e quella che sgorga dal profondo del cuore: tutto è testimoniato nei versi sinceri e meditati di questa silloge poetica, in cui Adriana Gualandi percorre il suo cammino spirituale soffermandosi sui vari momenti della sua realizzazione e della sua evoluzione….

Nel caleidoscopio delle situazioni si intravede un panorama interiore ricco e profondo, che denota una intensità di vissuto sempre sostenuto dalla presenza del Divino, sebbene infarcito delle domande che lacerano le coscienze. Eppure, si dice che senza il dubbio non esista la certezza della fede: è nel sentire la vicinanza di Dio in ogni attimo, in ogni azione, che la poetessa colma il vuoto dei mille perché senza risposta, che la ragione presenta ed impone continuamente, alla ricerca del legame logico inesistente….

Così, nel tormento del dubbio che cerca invano la certezza, la poetessa pone i versi che danno inizio a questa silloge, la introducono e la completano nello stesso tempo, con estrema proprietà, e che voglio citare perché li ritengo i più significativi, onde comprendere l’importanza del percorso poetico compiuto: "Giunga / a Te,Signore, / l’ansia / il tormento / il bisogno di pace / del mio cuore."

dalla presentazione di Rina Gambini

 

La nuova raccolta poetica di Adriana Gualandi

 

Ghirlanda d’amore 

di Adriana Gualandi

 

Amore: un sentimento universale che si frammenta in tanti sentimenti personali. Come nelle poesie di Adriana Gualandi: nella maggior parte di esse si esprime un amore strettamente personale, rivolto soprattutto verso il compagno della sua vita, il marito verso il quale, nonostante il lungo trascorrere degli anni, prova sempre, assieme all’affetto, alla complicità e alla tenerezza, la passione della gioventù; il marito che le appare ancora bello e giovane nonostante i segni del tempo: "L’amore mio / ha ottant’anni ma sembra un giovanotto / alto, dritto com’era Montanelli / e i suoi occhi sono grandi e belli: /la sorte ancor di lui non mi ha privata. // Non per niente mi chiamo Fortunata!!!"

Eppure, in queste poesie d’amore così immediate, talvolta semplici e ingenue, si percepisce l’afflato di un sentimento universale, quello che impronta di sé tutta l’umana esistenza, e senza il quale sarebbe vuoto e inutile il vivere. E la poetessa sa cogliere, in questa miriade di sfumature d’affetti e di passioni, quelle che più attengono al suo cuore, quelle che si adattano alla sua vita di donna, moglie, madre, nonna, sempre impegnata nel quotidiano a combattere con i piccoli, grandi problemi della casa, sempre, però sostenuta dall’amore per i suoi cari. Amore che sa anche uscire dalle pareti domestiche per intervenire nella società, portando la testimonianza di valori eterni e inalienabili.

Curiosa l’esigenza che prova nello scrivere di estraniarsi dai versi, ponendosi quasi al di fuori, usando la terza persona maschile per delineare situazioni esterne ed interiori: è, a mio parere, l’istintiva sensazione di una universalità che coinvolge ogni individuo, sottoposto alle medesime leggi dell’esistenza, alle medesime difficoltà di relazione. Così, quando esprime il rincrescimento per le discussioni col marito, e il bisogno di serenità e pace, come quando, in tono idilliaco, descrive i giovani innamorati che si incontrano e si scambiano effusioni, pone sullo stesso piano l’individuale e l’universale, consapevole che non esistono differenze nella grandezza, nella profondità, nel mistero del sentimento d’Amore.

Ecco perché queste liriche delicate, pudiche, che paiono nascere da un’immediatezza contingente, sanno elevarsi a canto universale, sanno parlare all’anima con la melodia del vissuto intenso e consapevole, con l’armonia della sincerità.

Dalla presentazione di Rina Gambini

 

Silvana Averoldi

Canto della Solitudine

Poesie

Ildefonso Rossi Urtoler

Castelli di sabbia
Poesie

Un emozionante appuntamento fisso, a scadenza annuale, quello che ci offre Idelfonso Rossi Urtoler donandoci la sua poesia. Una pausa per me irrinunciabile alla corsa dei giorni, per soffermarmi su una interiorità poetica così ricca di introspezione e di meditazione, da essere esempio da seguire. Ma andiamo per gradi, non bisogna cedere all’impeto delle sensazioni, ché questa silloge è tutta da gustare, come, del resto, quelle che l’hanno preceduta e che ho avuto il grande piacere di recensire.
 Partiamo dal titolo di questa nuova silloge, “Castelli di sabbia”. Con vigorosa allegoria richiama le immagini infantili piene di entusiasmo e di laboriosa alacrità nel costruire fantasiose e ardite composizioni con la rena del lido. Ma c’è di più: sotto la gioiosa allegria e l’impegno dell’edificazione si nasconde la consapevolezza dell’effimero. La sabbia si sgretola facilmente e di tanto lavoro, di tanta passione, non restano che mucchi informi di rena. Metafora evidente della condizione dell’uomo, che tanto si affanna a costruire “sulla sabbia”, per veder crollare alla prima onda nemica tutti i suoi sogni, quei “castelli” che non hanno tenuto conto della malvagità del destino. Perché la vita umana è legata da un filo sottile, che Atropo, la Parca crudele, può recidere in qualsiasi momento, annullando definitivamente il senso di tanto lavoro, di tanto sacrificio.

Dalla prefazione di Rina Gambini

 

In un universo letterario contrassegnato dalla ricerca del nuovo, e non di rado dell’esotico, si va affermando l’utilizzo della tecnica giapponese dell’Haiku, creata nel XVII secolo. Si tratta di un componimento poetico di tre versi composti da cinque, sette e di nuovo cinque sillabe. La poesia dell’haiku ha toni semplici, senza fronzoli lessicali e congiunzioni, addirittura senza titoli, e si propone di riprodurre le suggestioni della natura nelle diverse stagioni. Data l’estrema brevità delle composizioni, è necessaria una grande sintesi di pensiero e d’immagine. L’haiku si distingue per le sue scene rapide ed intense, che rappresentano, in genere, le emozioni che la natura lascia nell’animo del poeta, dell’haijin, in giapponese. La mancanza di nessi evidenti tra i versi lascia spazio ad un vuoto ricco di suggestioni, quasi come una traccia che sta al lettore completare.

Si calcola che in Giappone vi siano più di dieci milioni di persone (circa il 10% della popolazione) che si dilettano a scrivere haiku e quasi ogni giornale nipponico ha una sezione riservata a questo tipo di poesia. Entrato in occidente, come interessante soluzione al problema della ricerca poetica di una sintesi espressiva, ha trovato il consenso di illustri esponenti della letteratura moderna, quali Jack Kerouac, Jorge Luis Borges, e da noi Edoardo Sanguineti, che si sono felicemente cimentati nella tecnica dell’haiku.

Anche Adriana Gualandi ha voluto comporre brevi liriche seguendo le regole degli haiku, e le ha volute raccogliere tutte insieme, com’ella stessa dichiara, quelle riuscite meglio e quelle più incerte, in quanto le ritiene un momento impegnativo e magico della sua produzione di poetessa che ama esprimere le proprie emozioni di fronte al miracolo della natura che si rinnova, e nello stesso tempo testimoniare le vicende dell’esistenza personale e di quella che la circonda, con le ripercussioni sulla sua più intima sensibilità di donna.

È interessante che una poetessa come lei, che ha dato esempio, nella precedente pubblicazione, Vita e poesia, di una liricità che si muove tra il narrativo e il didascalico, pur attenendosi alle necessità tipicamente poetiche di armonia e musicalità, che ha osservato la realtà intorno a lei e dentro di lei per tradurla in versi, si sia interessata a un modo espressivo scarno, essenziale, basato sulla parola pura, semplice, priva di nessi logici e sintattici. Probabilmente ella ha trovato in questa sintesi espressiva il modo di manifestare le sue emozioni senza nulla aggiungere alla mera sensazione, quasi in un istintivo pudore del proprio sentire più profondo e interiore. Forse, sperimentando nuove forme, ha trovato nuovi impulsi che hanno arricchito la sua voce poetica, senza mai abdicare alla sua vocazione di osservatrice della vita, di quella quotidiana degli uomini come di quella scandita dai ritmi della natura.

Da qui nasce la divisione di questa raccolta in due sillogi, Natura e stagioni e Vita quotidiana, in quanto queste "preziose piccole gemme", come le definisce all’inizio del volume, siano dei doni di saggezza e di sensibilità, custoditi nel "forziere" del libro ed offerti ad amici, parenti, conoscenti, ma anche al lettore che per la prima volta ne incontra la poetica, come perle di una poesia tutta femminile, una poesia che nella sua assoluta attualità e immanenza sa elevarsi a messaggio universale di serenità, concordia e rispetto reciproco.

Rina Gambini

Myrian Brunetti ha vinto il primo premio, nella Sezione poesia inedita, del Concorso Internazionale di Letteratura "Fortezza di Castruccio" Sarzana 2008

Sample Image

Una raccolta poetica di Adriana Gualandi

Adriana Gualandi, fin dal titolo di questa sua opera, ha voluto affermare la supremazia dell’esistenza sul fare poesia, e la scelta, a mio avviso, è estremamente opportuna, in quanto la poetessa padovana non si distacca mai, nei suoi versi, da quelle che sono le componenti della vita. Siano esse esperienze quotidiane, momenti di intimità familiare o incontri amichevoli, siano i bimbi che giocano nei giardini o le mamme impegnate nel menage casalingo, siano le visite a città d’arte o il piacere di ammirare mostre e musei, sempre si risveglia in lei il desiderio di comporre liriche in cui rispecchiare i sentimenti e le emozioni che si sono venute a creare nel suo cuore. Quando, poi, la assalgono i ricordi, ai quali si abbandona volentieri, in quanto mezzo per rivivere la felicità dell’infanzia e dell’adolescenza, ecco che l’anima si esalta in un brulicare di sensazioni, talvolta gaie e piacevoli, altre malinconiche, ma sempre fortemente vivaci e ricche di note interiori.
    Con questa sorta di Antologia poetica, in cui ha raccolto il meglio della sua produzione, nel senso che vi ha incluso ciò che con maggiore incidenza rappresentava il suo pensiero e la sua ispirazione, la poetessa ha voluto fare un dono ai suoi cari, affinché rimanesse nel tempo, addirittura al di là del tempo, un messaggio di vita e d’amore che le è caro; ed ha voluto che le sue liriche fossero corredate dai disegni del nipotino, il quale, con molta sensibilità, ha colto le sfumature intime dei versi e le ha volute rappresentare con tratto sicuro e soprattutto con ampiezza di particolari.

dalla prefazione di Rina Gambini

 

Sample Image

La nuova raccolta poetica di Ildefonso Rossi Urtoler 

Quattro settimane per tornare ad essere se stesso, per riappropriarsi della propria vita, per riavere il controllo sulla mente e sul cuore. Quattro settimane per trasformare ogni spazio del giorno in uno spazio poetico, specchio di quel segmento interiore che, in quello scampolo di tempo, si è andato ricostruendo.

La psicanalisi affermerebbe che lo scrivere funge da una sorta di autoanalisi, che aiuta a rimuovere il problema inconscio. Ma per Rossi Urtoler il problema non è per nulla inconscio, è un problema vero, reale, dovuto ad una grande perdita, quella della moglie amata, che lo ha lasciato svuotato, incerto, senza volontà e, tanto meno, entusiasmi. Ha trascinato così alcuni difficili mesi, poi, in quattro settimane di poesia, ha salvato se stesso dall’annullamento.

Non dobbiamo fare l’errore di pensare che in un così breve tempo egli abbia superato il dolore, lo ha soltanto esorcizzato: la sofferenza della solitudine, del vuoto intorno e dentro, permane ed è visibile nei versi di questa bella silloge dalle intense note intimistiche, ma su quella, che porta soltanto annientamento di sé, prevale ora l’accettazione della volontà divina, la consapevolezza della precarietà umana, dello scorrere inesorabile della vita a cui bisogna sempre dare un senso.

Dalla Prefazione di Rina Gambini

<< Inizio < Prec. 1 2 3 Succ. > Fine >>
Pagina 1 di 3