Note biografichePaola Alberti è nata a Calcinato, in provincia di Brescia, ma da molti anni vive a Milano. Le prime esperienze lavorative si sono svolte nel settore del commercio estero, poi ha insegnato nelle scuole elementari e nei laboratori artistici promossi dal Comune di Milano; da circa venti anni svolge attività di volontariato come consulente familiare. A dimostrazione del suo attivo inserimento nel tessuto sociale milanese, le è stato attribuito lo “Zonino d’oro” da parte della zona 9, in cui abita. Appassionata di tutte le arti, ama dipingere e lavorare la creta, segue la musica classica ed operistica frequentando ad ogni occasione il Teatro alla Scala; inoltre, è appassionata di cinema e frequenta un cineforum; quando le è possibile, viaggia. Soprattutto, però, è insito nel suo carattere aperto ed entusiasta vivere la vita in piena partecipazione e con grande e sincero amore. Le sue poesie sono presenti in numerose raccolte antologiche e più volte le sono stati conferiti ambiti riconoscimenti durante concorsi nazionali ed internazionali. Note critiche La poetessa milanese concepisce la poesia come espressione del suo vissuto: lo dimostrano le sue liriche, che, in genere, narrano episodi della sua vita. C’è, però, in ogni verso, una notevole introspezione psicologica e sentimentale, e una attenta critica sociale, che analizza e cerca di sviscerare le motivazioni recondite dell’agire umano. Proprio nell’attenzione verso gli altri sta la peculiarità di un verseggiare piano, che diviene elegante per la grazia innata della poetessa. Centrata prevalentemente sugli aspetti umani, la sua poetica si svolge nell’ambito delle cose quotidiane del passato e del presente, in cui le note interiori si esaltano al contatto con la liricità del suo dettato lirico. La scelta del lessico, sobrio, mai magniloquente, molto espressivo, conferisce ai versi una armoniosa ed intensa capacità comunicativa. Talvolta, quando il sentimento si fa più acuto, la poetessa alza i toni della lirica e scegli parole potenti, senza mai perdere di vista l’equilibrio e la moderazione dell’insieme. Letture Come fosse... In questa sera... ho bisogno di capire. Non trovo parole per il grande mistero, l’estrema verità, l’anello di non ritorno. Sento il silenzio. Invade come armonia d’arpeggio, s’insinua tra fronde che rinverdiscono germogli, fugge lontano... nel vento, a tessere l’eterno. Un tarlo sfida il silenzio... In quella sera livida agli occhi, s’arrese la ruota del bene e del male e in solitudine, al cospetto di sé ascese al Padre, in silenzio... nel silenzio. E fu luce nell’oscurità. Memoria rimarrà d’un viso assorto d’una barba quasi bianca a empire lo sguardo come fosse qui, perché il suo vuoto non cada nel nulla anche se la sua storia non sarà raccontata. Non sempre si è disposti a lasciare che le cose ci assalgano senza tentare di capirle, talvolta si ha bisogno di trovare un motivo che le giustifichi: è ciò che accade alla poetessa, di fronte all’eterno mistero della vita e della morte. La sua indagine si ferma al dolore della perdita, perché impossibile è penetrare l’arcano che ci circonda: resta, come soluzione la memoria e la poesia, che alla memoria presta le parole, affinché non sia vano il passaggio sulla terra. La lirica è agilmente articolata e strutturata con cura, espressa con lessico elegante, sobrio, adeguato. Da: Antologia “Città di Salò 2008” C’è un’ora... prima del giorno, l’anima sospira freschezza di rugiada, dolcezza nel fragore del silenzio. Avanti il tramonto ricerca L’essenza del tempo, il volto dei fatti. C’è un’ora... prima d’amare, la parola si spegne in gola nel desiderio dei sensi, estasi di paradiso. Avanti il dolore, l’aria quasi presaga trascina a fuggire, ma sia che non struggano pavidi pensieri, forme inquiete di ributtante ricordo. C’è un’ora... prima della fatal quiete, senza luce è il lume, ma preme sia serena per digradare su pendii ove il cielo giunge a toccare. Consumare quel silenzio d’infinito dove libecci e tramontane che onde spietate han sollevato, muti rimangono. C’è un’ora prima... d’aloni plumbei o dorati, d’effetti di luce o di contrasti che modulano il senso del vivere. L’ora, che scuote o sussurra. Per ogni ora del giorno c’è, secondo la poetessa, un modo diverso di sentire la voce del cuore e della mente; per ogni occasione c’è un preludio, in cui si manifesta l’atteggiamento personale con cui vengono affrontate le cose. Sono, forse, proprio questi i momenti salienti, quelli che danno significato a ciò che accade, perché sono quelli più intimi, che lasciano il segno. La poetessa compone la sua lirica su queste basi, e lo fa con grande partecipazione e ponderatezza. Da “Antologia Via Francigena 2008”. Cara valigia (una storia senza tempo) Milano 7.7.1960 Mi seguì fin qui sperduta una calda mattina di luglio. Un giorno intero mi tenne seduta al transatlantico della stazione. Era tutto ciò che avevo con poche lire e troppo spesso, niente. Inseparabile compagna del mio peregrinare, fedele amica di lucide confessioni, l’ho svuotata più volte e di sogni realizzati, d’avventure di giovinezza, l’ho sempre riempita. Anni sono passati e... logora, impolverata ti ritrovo mia vecchia valigia, tra cose dismesse d’una cantina. Ora se ti riprendessi, non so cosa riporrei. Forse... tra fardelli d’amarezze, sprazzi felici ed angoli sereni. Ma un giorno, mia cara, alle secche del nostro fiume, tra filari di platani ansimanti di polvere, all’odore del fieno maggengo, nel verde ondulato e tra i gialli di grano, noi, ... un giorno, ... ritorneremo. Favola d’altri tempi (Calcinato – BS) Memorie vagheggiate. Un mondo contadino ch’era tutto il paese. Portava sulle spalle il peso della terra, la clemenza difforme del cielo. Ai falò sotto la luna, primigenia ispiratrice degli eventi, che di luce accendeva la notte, la pace che mai avresti detto. E dov’era disperazione, lì, speranza del futuro. Neri mantelli sfumavano nelle nebbie come ali di sparviero. Nella stalla o nell’osteria col rosso nel bicchiere, legavano in amicizia il tempo se tacevano gli zoccoli e i carri ascoltavano il silenzio. Ovattava un paese, favola d’altri tempi. Identità delle cose, paesaggi dall’animo diverso. Nel loro mutare, il nostro volgere lento. Vieni! Vieni... su verdi prati o sulla sabbia riarsa al tramonto. Troverai sedie rotte, pezzi di carta, bicchieri di plastica, ricci conchiglie vuote e catene d’illusioni marcite all’apparire di stelle Senza sogni, come tralci di rose sanguinanti alla pioggia senza fine. Vieni... all’anima mia nello squallore di notti Senza luna per affondarvi note di follia. Vieni... come acqua che scorre Senza tempo, come luce che inghirlanda finestre vuote, a chiudere un diario d’inquietudini di passione. Vieni... sulla soglia del cuore a deporre la tua voce d’amore, a disperdere l’ombra che mi veste, a soffocare il bisogno di te, di te... ho nutrito la vita. Sirmione L’aria trepida rovescia le chiome frastagliate delle palme. Tintinnano, dondolando, gli alberi bianchi e neri delle barche e i gabbiani... sull’onda increspata volano radenti. Dolce Sirmione! Acqua verde, incupita dal vento, acqua azzurra, rischiarata dal sole, balconi grondanti di fiori, fantasia luminosa di colori, tripudio di gente spensierata, svolazzare quieto di passeri domestici, armonia e pace di un attimo “Fuggente”.
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