A mia moglie
Come valzer di notturno lunare
soffio solare mi desti, sirena.
I prati, nell’universo dei ricordi,
allietavano in vortici sensuali.
Permeato dal respiro di galassie
alla germinazione ormai furente,
una folgore segnò note acute
all’audacia di un bacio al tramonto.
La rapida trovò il suo quieto fluire:
tu verla che si libra nell’azzurro
placavi il vigore di un’ala incerta.
Ero destriero gerbido, ma in te:
commozione di mari vegetali,
praterie aperte a siderali brezze,
luce nel magma dell’anima.
Non osano, o donna, vastità
al tuo sguardo profondo e chiaro
come la croce sul Golgota.
da: “L’anima e il fiore” – ConTatto edizioni
La folgore
Arde la folgore che già mi colse
nelle sue spire di luce ed infuse
il fuoco negli ipogei del sentire.
L’effluvio del mio essere si colora
e cosparge di splendore la terra.
Il ricordo porta l’oscura
vicenda di un sofferto divenire:
rivedo i giorni di sole e di sale
di quel primevo confluire d’amore.
Fui l’acrobata che non supera:
furtivo, dietro la tendina,
seguivo trepido il suo dolce andare...
Fu deserto attorno al mio sentire,
non volavano nel canto gli uccelli
ed era flebile ormai la fonte
da cui sgorgava ognora il suo volto.
Vennero giorni di voli assidui,
di fiore in fiore suggevo il nettare
e durarono i fuochi d’artificio
di una festa improvvida e furente.
da: “L’anima e il fiore” – ConTatto edizioni
Con il fuoco del tuo viso e la neve
Serene ritornavano le nuvole
sul colle verde a coprire la cima,
sfolgorava la rossa scia del sole:
la rosa rinasceva fra le rose.
Afflato dimenticato, sogno,
afferrato al risveglio di un’aurora.
La stella più alta scendeva il cielo,
la tempesta del sentire quietava.
Gli aspri sentieri percorsi negli anni
all’immenso azzurro si aprivano,
calava al porto la vela strappata.
L’amore perso lungo vie deserte
ritorna e coglie il tuo pianto di bimbo.
Con i tuoi sorrisi di giglio e di rosa,
con il fuoco del tuo viso e la neve,
il mio tramonto si fa primavera.
Quando la luna addormenta il bosco
un usignolo al brillio di una stella
leva note sublimi al tuo sembiante.
da: “L’anima e il fiore” – ConTatto edizioni
In morte di un poeta
(dedicata a Paolo Bertolani)
Fate silenzio! Cos’è questo frastuono
che viene dalle città, dai paesi e dalle strade
di campagna dove la notte è ormai scesa?
La rosa canta ai cieli il canto del dolore.
È morto un poeta! Fate silenzio!
La pioggia, quale pioggia potrà lavare
il sangue di questa ferita all’amore?
È morto un poeta! Le galassie erranti
nell’universo, attonite, fremono.
Era un uomo, ma profeta dell’anima,
colui che sugge il nettare dai precordi
dei fiori e sparge abbondanza sulla terra,
benefattore schivo in un mondo di orrore.
Eppure è morto. La sua fonte ineffabile
di versi allietava nei giorni di grigiore
e permane a violare i confini del vivere.
Ah! questo mare che donava luce
al pescatore silenzioso al largo oltre il Golfo,
nelle notti dure di lavoro e incertezza.
Ah! questo fiume che irrorava le gole
di uomini assetati di serenità e d’amore.
È morto un poeta, quale strazio nell’aurora!
Il turbine coglie l’aureola di altri poeti
e in questo attimo solenne l’idea si fa gesto
e il gesto poesia: una caustica poesia
che corrode il lume della ragione.
Ascolta uomo di tutti i giorni, come lui era,
la sua voce stanca eppure appassionata
che, nelle ore in cui la luce s’affievolisce,
rinasce a folgoranti teatri umani.
Così, il pastore di stelle non riposa
e i suoi versi declamerà oltre il bronzo
e il marmo modellati per i potenti.
Ad Alessandro e Lorenzo
Quando il sole si leva sul crinale
e i primi raggi indorano i colli
e nella valle torna l’ancestrale
gioia di vivere e amare l’opera
assidue nelle ore, nel divenire
e nell’essere del nostro Signore,
il ritorno mio attonito e tremante
alla materna galassia del giorno,
si fa dolce nel cuore, nell’anima
nel suggere l’ideale dai due fratelli.
O natura, mia serena attitudine,
dono più che alto, sublime di Dio,
dove pongo l’altare di ogni uomo,
dove il pastore privilegia gli agnelli.
O miei gioielli, al calare delle ombre
e al fulgore delle stelle, nell’ora
avversa o felice, mi forzate il passo,
ormai tardo, a contemplare la luce.
Il bianco rivo montano scorre
nel vostro tenero cuore, o imberbi
e candidi bimbi, inconsci del dolore
che attanaglia le madri e i padri...
Nipoti miei e rari uomini siete i fiori
di un giardino che vive oltre l’orrore,
siete la forza del vivere umano.
Più dell’arcobaleno l’intimo mio
si colora ai vostri sguardi d’amore:
o suono di un’orfica cetra i volti,
le vostre rotonde piccole membra,
che carezzarle è timore di profanarle.
La folgore mi coglie nel vedervi,
o mie rose avvolte dal canto di viole
e come vela che respira arie d’universo,
libero tra gli astri lucenti, m’involo,
nella pacata età ritrovo la preghiera:
perla rara racchiusa da valve tenaci
che all’afflato divino, si schiudono!
A Cornelio
E scande la campana le ore pigre
sul mistico respiro dei cipressi.
Le nuvole assorte come timide
suore arrossano il candido viso.
Riposa l’operaio le proprie membra
a tempi ed echi di antico sudore.
La sera settembrina, ormai fresca,
nelle colline e nei monti scultorea,
s’apre a ritmi di lenta agonia.
Lievi sul borgo calano le ombre,
la bianca luna rinnova lontane
malinconie che cercano la quiete.
Chopin rivive al dolce ascolto
ed il respiro della mente erra
a stormire le fronde dello spirito.
Un sussulto d’amore mi riporta
a vaste plaghe in bagliori di neve,
a nuvole di fuoco nel tramonto
dove aleggia il tuo volto, o Cornelio.
Tu serietà di pensiero in momenti
sereni, dove cantavi il tuo Hesse.
O immensa soavità di note in Mozart,
di empiti e di dolcezze in Beethoven
che tu ascoltavi fra fremiti, a sera:
luce ninfea su placide acque,
figura colma di angelici sensi
nel silenzio di pene solitarie.
Quando volsi il mio sguardo a galassia,
dove una stella rischiarava ore
nebulose di piccoli terrestri;
quando appresi il tuo volo radente
su verdi arbusti fluviali e su prati
fiammeggianti, sentii che la mia fonte
in pure acque sarebbe sfociata.
E la rosa trabocca il bello come
di ogni fiore del campo l’umiltà:
tu la corona di Cristo scegliesti.
Attraverso le nevi (ti recavi
a scuola), nello schianto di quel ramo
il primo grande dolore ti colse.
Poi come vento avevi vagato...
Rossa sinfonia di sensi nell’alba:
di girasole aveva i capelli
l’amorosa ragazza di Germania.
Con la “compatta” fissavi l’attimo
ai navigli all’ormeggio, all’arcano.
Riceviamo e pubblichiamo due nuove liriche di Oreste Burroni [23 luglio 2008]
Pioggia d’altri tempi
Oggi piove, piove "a sverunvion",
l’acredine di un rinnovo inespresso,
che si dipana greve e lento nel fiorire,
infonde la corrosiva ansia del sole.
Alle arie fresche e possenti avverto
gli spasmi sussultanti e i tremiti
delle fronde come lamenti umani.
Nella pallida armonia arcadica
il borgo avvolto in batuffoli eterei
soffre nella penuria della luce,
nell’assenza di visioni amene, dolci
ai colli, ai monti, all’ariosa valle.
Distonica come persona è l’ora,
nel susseguirsi tenace della pioggia
che àncora al cuore primeve procelle.
I rivi si empiono minacciosi e assurdi
fuori misura e fuori del tempo dato.
La nenia violenta sui tetti e sui "carobi"
volge in assonnati simboli d’altra vita,
d’altri luoghi cari che affascinano
per gli affabulanti pensieri d’allora.
Rivivo il lento piovigginare di ore
e di giorni autunnali quando sospeso
al divenire nebbioso del domani,
vivevo colmo di gioia il sole degli anni,
vivevo nell’alba chiara e nel crepuscolo
attonito allo scorrere di torrenti limpidi
dove immergevo le mie membra tenere.
All’inconscia melodia di quel tempo
si rasserena l’atmosfera, e una preghiera
dolce mi torna alla mente avida.
Torna mia madre e la sua voce ancora
spande fulgore: - angiolin bel belin,
con quel capo ricciolin
con quegli occhi pien d’amore,
angioletto ti dono il cuore...
Palingenesi
Franto il pensiero accenna ad aspri porti,
ma, la vela del cuore s’apre al sapere,
volge all’orchidea e all’acqua sorgiva,
si stempera il dolore della terra ai fulmini
tuonanti delle chiare vie dell’anima e soggiace
alle eterne melodie dello spirito in tripudio.
Il mattino è d’oro, alte le cime fremono
agli empiti ferrigni della natura in fiore.
E anche se le nubi percuotono i cieli
e spesso lasciano cadere fiumi d’acqua,
in questo rinnovo trafitto dall’uomo cieco
alla germinazione folle di fetido ed insano,
dove tempeste inaudite e mefistofeliche
battono come maglio possente sulla vita,
dai precordi dei fiori d’angelo ancora
si leva il profumo pieno della speranza.
La luce che operò negli anni primevi,
quando le potenze titaniche formarono
prati, alberi, animali, e dove l’umano
nella sua divina natura colse il Signore
della rosa e del giglio, ancora risplende
fra le stelle fulgenti all’amore universale.
La coscienza offuscata dall’oro e dal potere
al bagno purificatore dei sentimenti tornerà
a risplendere come diamante alla luce,
anche tu piccolo fiore di terre lontane
tornerai alle armonie potenti dei cieli.