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  • Maria Milena Priviero Stampa E-mail
    sabato 06 giugno 2009
    Note biografiche


    Sample ImageMaria Milena Priviero nasce a Pordenone da padre friulano e madre istriana. Trascorre l’infanzia e la giovinezza a Ravenna, dove compie anche gli studi di ragioneria. Ritorna poi alla sua città  natale dove attualmente risiede, e si iscrive alla Facoltà di Lingue e Letterature straniere, studi che poi tralascia per formarsi una famiglia. Già bibliotecaria e animatrice culturale, in pensione, riprende a coltivare, cercando di conciliarla con diversi impegni, familiari (di mamma e di nonna) e non, la scrittura, specialmente la poesia. Partecipa solo dal 1999 a concorsi letterari dove ha ricevuto numerosi riconoscimenti e appare in importanti antologie. Attualmente, sta lavorando ad una sua prima silloge, che intende pubblicare al più presto.                                 

    Note critiche


    Non è sempre facile seguire il percorso poetico di Maria Milena Priviero, non perché sia oscuro il suo dettato, ma perché sono complessi i suoi pensieri, i procedimenti logici attraverso i quali ella collega la sua interiorità, ricca ed effervescente di emozioni e di sensazioni, alla realtà esterna, che si presenta complicata e contraddittoria. La sensibilità e l’acuta intelligenza della poetessa friulana le fanno recepire dati sensoriali sottili e impalpabili, che prendono consistenza nella sua mente e nel suo intimo lavorio di introspezione.
    Le sue poesie, così, nascono all’improvviso, come qualcosa che urge alla labbra: attimi rubati, sussulti di libertà, piccole e grandi meditazioni sul vivere, che si dilatano e si sviluppano nel prosieguo del verseggiare. Una poesia moderna, la sua, ma non, forse, per scelta stilistica, bensì per carattere, dato che si sente nel fondo una viva spontaneità di visione e di interpretazione. Talvolta scabra, mai effusiva, contenuta in brevi cenni e note essenziali, la lirica di Maria Milena Priviero ha la suggestione dell’immediatezza e la profondità della riflessione seria e consapevole sui tanti moti della vita e dell’anima umana.

    Letture


    Ma questo mentre

    E a tutte quelle ore penso
    accanto a te che guidi
    ed io che dal finestrino
    il lato destro osservo delle cose
    e conto sugli alberi spogli
    i nidi di gazza e i campi
    bruni nel riposo

    E in questo spazio/tempo
    quasi di meditazione
    tra le nebbie mattutine,
    smarrisco il mio pensiero
    nel labirinto dei rami grigi
    che il vuoto riempiono del cielo
    assieme a qualche campanile

    E non importa più la meta
    che prima o poi raggiungeremo,
    ma questo mentre di silenzio
    tra noi pieno, che ancora
    ci sorprende a dire
    improvvisi svoli
    d’uguali parole insieme

    Ore trascorse in automobile, ore apparentemente inerti e vuote di significato, si trasformano, per la poetessa, in momenti di autentica comprensione con il suo compagno di vita: non chiacchiere o chiarimenti, ma silenzio, che intensifica l’intesa, che dilata l’intimità. Nel descrivere ciò che vede e che sente, l’autrice si libra in una liricità che, senza abbandonarsi ad effusioni, né eccedere in logicità, si eleva a comunicazione emozionale di alto rilievo.
    Da “Antologia Via Francigena 2008” – a cura di Rina Gambini


    Penne colorate

    La penna bianca
    scorre leggera
    il tratto lieve
    non lascia traccia
    e in mano pesa come
    il tocco di una carezza
    distratta

    la penna verde
    ha il tratto scuro
    della burrasca
    quella pastosità
    decisa
    di chi ha fatto
    una scelta

    e porta
    nel suo refil
    un mondo che spreme
    attenta
    in un sapore
    asprigno
    di frutta acerba


    Tempo d’Avvento
    (Clochard)


    di uno scatolone
    di cartone
    quasi bianco
    brani
    ne farà la mano
    tanti

    e vi dipingerà
    con mozziconi
    di cerelli*
    steli d’erba e fiori
    nati tra le fessure
    del selciato

    passeri e fringuelli
    gatti solitari
    e a guinzaglio cani
    foglie calpestate
    pozzanghere
    scarpe di passanti

    e in dono li darà
    ai bambini
    (se glielo permetteranno)
    o ai grandi
    per un decino*
    in cambio

    *cerelli: colori a cera
    *decino: monetina da dieci centesimi



    Assai poetica la figura di un clochard che, invece di mendicare, offre ai passanti e ai fanciulli il dono della sua arte semplice, piena d’amore per tutte le creature. La poetessa la delinea con dolcezza di lessico e con una suadente musicalità, in una lirica delicata e gentile, che non ha cenni di tristezza, bensì un sincero apprezzamento per chi sa dare, quando non ha nulla. I disegni infantili, che hanno dentro la poesia dell’anima, sono il segno di una ricchezza che risiede non nel possesso delle cose, ma nel patrimonio di un cuore puro.
    Da Antologia “Città di Salò 2008” – a cura di Rina Gambini


    Alle soste del sistema

    Macchine stridono all’ora
    di punta e scalpitano
    in coda i gas dell’impazienza
    impotenti alla sosta
    la posta è un piatto
    riscaldato al microonde
    e la porta di casa che il buio
    sfonda di tante assenze.

    Come un caffé di cicoria
    è questa succedanea
    società in corsa
    immersa nella mota
    concentrica di giorni paralleli
    di individui soli
    che in coda s’incontrano
    alle soste del sistema.

    Il sistema cui allude la poetessa è il meccanismo alienante che muove il mondo moderno, dominato dalla fretta e dall’indifferenza; le soste sono i brevissimi attimi di pausa concessi, in cui si percepisce più netta la solitudine e la disumanità in cui versano gli individui. Una visione drammatica del vivere attuale, ma ugualmente molto concreta e veritiera, che l’autrice traccia in modo preciso, vagamente ironico, ma di un’amara e sofferta ironia. Ella, con la sua poesia impegnata, non vuole suggerire rimedi, ma dare un quadro certo e invitare a riflettere.
    Da Antologia “Città di Salò2009” – a cura di Rina Gambini



    Da “Cara Mamma...” – a cura di Rina Gambini - Le Edizioni del Porticciolo 2009

    Lettera aperta alla madre

    ...e fu solo quando cominciai a scrivere poesie, che mi ricordai del mare. Il mare che mi insegnasti ad amare. Di quando,  bambina, avvertii che i luoghi geografici non sempre corrispondono ai luoghi del cuore:
    Luoghi della lontananza, della memoria. Luoghi perduti. Sulla riva sabbiosa di Punta Marina
     a Ravenna, mi insegnavi la tua personale geografia.


    Mamma, dove nasce il mare?
    Dall’altra parte, figlia,
    questo non è il mare,

    qui è la sua fine,
    qui viene, in terra
    di Romagna a riposare:

    Dall’altra sponda nasce,
    perduta e lontana:
    la costa -mia-istriana.

    Ché qua, su
    ‘sta riva bassa
    a mi, el me par foresto...

    Mamma, proprio non capisco,
    per te sarà diverso,
    ma, a me, pare lo stesso.



    1943

    Ritta sulla piccola
    scogliera scruta il mare
    una ragazza, assorta. È sera,

    domani andrà verso altri lidi,
    sposa, e lascerà la casa
    i suoi e la sua terra.

    Imperturbato il mare si frange
    sulla sponda nell’alterno
    sciabordio che ritorna,

    navi da guerra
    incombono
    alla fonda.


    Quel senso di perdita di estraneità, ancora perdurano nella tua vita. E nulla è meglio della tua terra:
    nessun luogo che hai abitato la sostituisce. Così, qualche anno fa , ti dedicai questa poesia




    Cornucopia

    Di tutti i colori dell’Istria
    una cornucopia farne
    e di tutti i profumi della macchia

    A prestito petali prendere alla rosa
    canina e alle ginestre in fiore
    e nei boschi raccogliere pinole e more
    e pesci dal mare e fichi e olive

    Porli in un cestino assieme all’aria
    buona che sa di sale e pino e
    accanto una conchiglia rosa
    colma d’acqua chiara

    per dissetare
    il cuore
    dalla lunga arsura


    poco tempo dopo mi rispondesti con una tua poesia

    La mia terra

    Oh! Mia terra, così lontana,
    perduta come una nuvola
    spinta da un vento burrascoso,
    con la tua Arena
    così bella e imponente
    eri la regina del mio mare.
    Oh, terra magica,
    con i tuoi scogli verdeggianti,
    profumati di ginestre in fiore
    e le onde del mare che accarezzavano
    levigando la scogliera,
    lasciando come un museo di statue
    testimoni di un prestigioso paesaggio.
    E le navi di passaggio
    ti salutavano, come sentinelle,
    orgogliose della tua bellezza.
    Ero fanciulla, e ti
    amavo tanto, ora che sono
    lontana da te
    ti amo ancor di più.




    La memoria, mamma , è una strana cosa ed io che mi avvicino alla tua sponda, avverto ora che è davvero alterna come l'onda. E tu  vedi ancora la tua terra con gli occhi di quella ragazza e te stessa, anche ,con gli occhi di allora. Ed è forse in questo “rivedere” la bellezza, la consolazione che la vita talvolta ci ritorna.



    E quando

    e quando
    guardi le tue mani
    ed io le guardo
    bianche smagrite
    chiederti vorrei
    se tu la vedi
    la bellezza o solo
    l’azzurrità
    tortuosa delle vene
    come lenti
    fiumi
    in piena
    e quando
    riposi e sogni
    in grembo
    fremono ancora
    ripiegate un poco
    come ali di gabbiano
    al primo volo
    e parlano le tue mani
    di una sapienza
    operosa di una vita
    per gli altri spesa
    e mai restituita


    e vorrei dirti, prima di terminare questa lettera, che conservo molti dei tuoi scritti, perchè:


    “è un profumo la parola scritta
    una fragranza di fiori freschi
    che mai evapora
    nel vaso degli affetti”




     
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