Note biografiche
Maria Milena Priviero nasce a Pordenone da padre friulano e madre istriana. Trascorre l’infanzia e la giovinezza a Ravenna, dove compie anche gli studi di ragioneria. Ritorna poi alla sua città natale dove attualmente risiede, e si iscrive alla Facoltà di Lingue e Letterature straniere, studi che poi tralascia per formarsi una famiglia. Già bibliotecaria e animatrice culturale, in pensione, riprende a coltivare, cercando di conciliarla con diversi impegni, familiari (di mamma e di nonna) e non, la scrittura, specialmente la poesia. Partecipa solo dal 1999 a concorsi letterari dove ha ricevuto numerosi riconoscimenti e appare in importanti antologie. Attualmente, sta lavorando ad una sua prima silloge, che intende pubblicare al più presto.
Note critiche Non è sempre facile seguire il percorso poetico di Maria Milena Priviero, non perché sia oscuro il suo dettato, ma perché sono complessi i suoi pensieri, i procedimenti logici attraverso i quali ella collega la sua interiorità, ricca ed effervescente di emozioni e di sensazioni, alla realtà esterna, che si presenta complicata e contraddittoria. La sensibilità e l’acuta intelligenza della poetessa friulana le fanno recepire dati sensoriali sottili e impalpabili, che prendono consistenza nella sua mente e nel suo intimo lavorio di introspezione. Le sue poesie, così, nascono all’improvviso, come qualcosa che urge alla labbra: attimi rubati, sussulti di libertà, piccole e grandi meditazioni sul vivere, che si dilatano e si sviluppano nel prosieguo del verseggiare. Una poesia moderna, la sua, ma non, forse, per scelta stilistica, bensì per carattere, dato che si sente nel fondo una viva spontaneità di visione e di interpretazione. Talvolta scabra, mai effusiva, contenuta in brevi cenni e note essenziali, la lirica di Maria Milena Priviero ha la suggestione dell’immediatezza e la profondità della riflessione seria e consapevole sui tanti moti della vita e dell’anima umana.
Letture Ma questo mentre
E a tutte quelle ore penso accanto a te che guidi ed io che dal finestrino il lato destro osservo delle cose e conto sugli alberi spogli i nidi di gazza e i campi bruni nel riposo
E in questo spazio/tempo quasi di meditazione tra le nebbie mattutine, smarrisco il mio pensiero nel labirinto dei rami grigi che il vuoto riempiono del cielo assieme a qualche campanile
E non importa più la meta che prima o poi raggiungeremo, ma questo mentre di silenzio tra noi pieno, che ancora ci sorprende a dire improvvisi svoli d’uguali parole insieme
Ore trascorse in automobile, ore apparentemente inerti e vuote di significato, si trasformano, per la poetessa, in momenti di autentica comprensione con il suo compagno di vita: non chiacchiere o chiarimenti, ma silenzio, che intensifica l’intesa, che dilata l’intimità. Nel descrivere ciò che vede e che sente, l’autrice si libra in una liricità che, senza abbandonarsi ad effusioni, né eccedere in logicità, si eleva a comunicazione emozionale di alto rilievo. Da “Antologia Via Francigena 2008” – a cura di Rina Gambini
Penne colorate
La penna bianca scorre leggera il tratto lieve non lascia traccia e in mano pesa come il tocco di una carezza distratta
la penna verde ha il tratto scuro della burrasca quella pastosità decisa di chi ha fatto una scelta
e porta nel suo refil un mondo che spreme attenta in un sapore asprigno di frutta acerba
Tempo d’Avvento (Clochard)
di uno scatolone di cartone quasi bianco brani ne farà la mano tanti
e vi dipingerà con mozziconi di cerelli* steli d’erba e fiori nati tra le fessure del selciato
passeri e fringuelli gatti solitari e a guinzaglio cani foglie calpestate pozzanghere scarpe di passanti
e in dono li darà ai bambini (se glielo permetteranno) o ai grandi per un decino* in cambio
*cerelli: colori a cera *decino: monetina da dieci centesimi
Assai poetica la figura di un clochard che, invece di mendicare, offre ai passanti e ai fanciulli il dono della sua arte semplice, piena d’amore per tutte le creature. La poetessa la delinea con dolcezza di lessico e con una suadente musicalità, in una lirica delicata e gentile, che non ha cenni di tristezza, bensì un sincero apprezzamento per chi sa dare, quando non ha nulla. I disegni infantili, che hanno dentro la poesia dell’anima, sono il segno di una ricchezza che risiede non nel possesso delle cose, ma nel patrimonio di un cuore puro. Da Antologia “Città di Salò 2008” – a cura di Rina Gambini
Alle soste del sistema
Macchine stridono all’ora di punta e scalpitano in coda i gas dell’impazienza impotenti alla sosta la posta è un piatto riscaldato al microonde e la porta di casa che il buio sfonda di tante assenze.
Come un caffé di cicoria è questa succedanea società in corsa immersa nella mota concentrica di giorni paralleli di individui soli che in coda s’incontrano alle soste del sistema.
Il sistema cui allude la poetessa è il meccanismo alienante che muove il mondo moderno, dominato dalla fretta e dall’indifferenza; le soste sono i brevissimi attimi di pausa concessi, in cui si percepisce più netta la solitudine e la disumanità in cui versano gli individui. Una visione drammatica del vivere attuale, ma ugualmente molto concreta e veritiera, che l’autrice traccia in modo preciso, vagamente ironico, ma di un’amara e sofferta ironia. Ella, con la sua poesia impegnata, non vuole suggerire rimedi, ma dare un quadro certo e invitare a riflettere. Da Antologia “Città di Salò2009” – a cura di Rina Gambini
Da “Cara Mamma...” – a cura di Rina Gambini - Le Edizioni del Porticciolo 2009
Lettera aperta alla madre
...e fu solo quando cominciai a scrivere poesie, che mi ricordai del mare. Il mare che mi insegnasti ad amare. Di quando, bambina, avvertii che i luoghi geografici non sempre corrispondono ai luoghi del cuore: Luoghi della lontananza, della memoria. Luoghi perduti. Sulla riva sabbiosa di Punta Marina a Ravenna, mi insegnavi la tua personale geografia.
Mamma, dove nasce il mare? Dall’altra parte, figlia, questo non è il mare,
qui è la sua fine, qui viene, in terra di Romagna a riposare:
Dall’altra sponda nasce, perduta e lontana: la costa -mia-istriana.
Ché qua, su ‘sta riva bassa a mi, el me par foresto...
Mamma, proprio non capisco, per te sarà diverso, ma, a me, pare lo stesso.
1943
Ritta sulla piccola scogliera scruta il mare una ragazza, assorta. È sera,
domani andrà verso altri lidi, sposa, e lascerà la casa i suoi e la sua terra.
Imperturbato il mare si frange sulla sponda nell’alterno sciabordio che ritorna,
navi da guerra incombono alla fonda.
Quel senso di perdita di estraneità, ancora perdurano nella tua vita. E nulla è meglio della tua terra: nessun luogo che hai abitato la sostituisce. Così, qualche anno fa , ti dedicai questa poesia
Cornucopia
Di tutti i colori dell’Istria una cornucopia farne e di tutti i profumi della macchia
A prestito petali prendere alla rosa canina e alle ginestre in fiore e nei boschi raccogliere pinole e more e pesci dal mare e fichi e olive
Porli in un cestino assieme all’aria buona che sa di sale e pino e accanto una conchiglia rosa colma d’acqua chiara
per dissetare il cuore dalla lunga arsura
poco tempo dopo mi rispondesti con una tua poesia
La mia terra
Oh! Mia terra, così lontana, perduta come una nuvola spinta da un vento burrascoso, con la tua Arena così bella e imponente eri la regina del mio mare. Oh, terra magica, con i tuoi scogli verdeggianti, profumati di ginestre in fiore e le onde del mare che accarezzavano levigando la scogliera, lasciando come un museo di statue testimoni di un prestigioso paesaggio. E le navi di passaggio ti salutavano, come sentinelle, orgogliose della tua bellezza. Ero fanciulla, e ti amavo tanto, ora che sono lontana da te ti amo ancor di più.
La memoria, mamma , è una strana cosa ed io che mi avvicino alla tua sponda, avverto ora che è davvero alterna come l'onda. E tu vedi ancora la tua terra con gli occhi di quella ragazza e te stessa, anche ,con gli occhi di allora. Ed è forse in questo “rivedere” la bellezza, la consolazione che la vita talvolta ci ritorna.
E quando
e quando guardi le tue mani ed io le guardo bianche smagrite chiederti vorrei se tu la vedi la bellezza o solo l’azzurrità tortuosa delle vene come lenti fiumi in piena e quando riposi e sogni in grembo fremono ancora ripiegate un poco come ali di gabbiano al primo volo e parlano le tue mani di una sapienza operosa di una vita per gli altri spesa e mai restituita
e vorrei dirti, prima di terminare questa lettera, che conservo molti dei tuoi scritti, perchè:
“è un profumo la parola scritta una fragranza di fiori freschi che mai evapora nel vaso degli affetti”
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