Giovanni Lorè
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Note biografiche

 

Giovanni Lorè è nato alla Spezia nel 1941, e tuttora vi risiede. Dirigente di banca, attualmente in pensione, nel 1993 inizia a comporre poesie d’occasione in rima, talvolta con intento satirico, sullo stile di Giorgio Faletti nello sketch “Signor tenente”. La veste scherzosa le rendeva composizioni senza alcuna pretesa poetica, ma furono sufficienti a destare in lui una autentica passione, che lo ha portato ad un percorso poetico risultato in seguito assai gratificante. Infatti ha iniziato a partecipare ai concorsi di poesia nel giugno 2005 con una silloge inedita, che gli ha ottenuto un bel riconoscimento; in seguito ha partecipato ad una quindicina di concorsi nazionali ed internazionali, sempre con ottimi risultati. Da allora ha avuto la soddisfazione di vedere i suoi testi poetici pubblicati su Antologie letterarie, e numerosi raccolti in un bel volume, “Ali di pietra”, edito dalla Helicon nel marzo 2007.

 

 

Note critiche

 

Giovanni Lorè è un poeta sui generis, in quanto nato per caso, e soprattutto per divertimento, ha sviluppato una liricità sua personale in brevissimo tempo. Infatti, ben presto si è accorto che, attraverso la poesia, aveva la possibilità di dare voce ai moti dell’anima, fino a quel momento rimasti inespressi, quasi sopiti dalle problematiche giornaliere. La maturità gli aveva donato l’intuizione di un mondo tutto da scoprire, e da manifestare, cosicché il verso, e in generale l’espressione artistica, in quanto occasionalmente pittore, sono divenuti parte integrante del suo Io, e protagonisti della sua interiorità. Resta, però, al fondo, l’uomo pratico, uso ad affrontare di petto, e con impegno, ogni evento: la sua poetica è strettamente inerente la vita, quella sociale e quella personale, con le contraddizioni, le disarmonie e gli scogli da superare.

Le liriche divengono facilmente dei quadri d’ambiente, in cui non mancano le allegorie di immagini che inducono ad altri pensieri e riflessioni, mentre la natura appare prepotentemente come habitat dell’uomo che soffre e spera.

Rifuggendo dai luoghi comuni, pur cercando di attenersi ad una tradizione poetica collaudata, Lorè crea un suo linguaggio personale, utilizzando neologismi assai significativi, accanto ad un lessico ricercato nella parola dei poeti. Ne risulta un insieme piacevole ed interessante, che prelude a nuovi percorsi lirici.

 

Recensioni

“I ritmi del suo tessuto lirico oscillano tra una ansiosa volontà di dire, di chiarire il senso dei suoi paesaggi d’anima, di comunicare l’humus segreto doloroso delle derive, dei disinganni, della solitudine e dell’angoscia che gli derivano dalle contraddizioni, dalle antinomie del suo transito umano nel tempo, dagli aculei della consapevolezza che è necessario guardare con distacco le cose di ogni giorno e costruirsi una immagine critica e vera della contemporaneità e trascinarsi in perpetua transumanza tra ricordanze, rimpianti e tentazioni di abbandoni e di ritorni.”

Sirio Guerrieri

 

“Il poeta, in sintesi, realizza appieno ciò di cui l’accezione comunicativa, appunto, del suo linguaggio ha bisogno per delinearsi in una sorta di unicità, liberata alla base da pregresse poetiche passivamente contemplative e, al vertice espressivo, lanciata a rifondare i termini del vissuto e di una mitologia interiore. Sì, perché l’espressione necessaria al poeta, (ecco l’unicità), si riflette senza fatica nell’espressione necessaria alla condizione fruitiva: entrambi, poeta e lettore, riconquistano, sulla stessa lunghezza d’onda, le significazioni dell’Io riflesse dai codici provenienti, anche a livello allusivo, dalla natura, dal mondo esterno e circostante, sempre imprescindibile, e dalla memori; entrambi devono – e vogliono – aggirarsi nei luoghi e tra i segni invitanti alla meditazione, alla decifrazione dell’enigma percettivo, alla dimensione laica – ma non per questo meno universale – di una concezione mistica dell’essere. E questi versi la contengono.”

 

Rodolfo Tommasi

 

“Lorè si potrebbe indicare come il poeta delle “espressioni raschianti”; è come dire: il poeta non piega l’oggetto al linguaggio, lo raschia via da ogni identificabile traccia di se stesso e lo inserisce nel formulario fonico/significante di un linguaggio desueto e convincente, ardito e destinato all’assuefazione immaginifica (“Nell’autunno del tuo rugginoso animo”; “Quando il giorno s’ingolfa nella notte”; “Sul fare del tramonto lastricato / di rame”; “Vivi i muti rintocchi”; “Ragnatelose le sue ali”).

È una scrittura dove impeto e ricerca convivono e persino si identificano, quella di Lorè; una poesia che, pur senza mai intrecciarvisi, procede parallela alle tessiture di Pier Luigi Bachini...”

 

Rodolfo Tommasi in “Solchi di scritture” – Edizioni Helicon 2006

 

 

Letture

 

Illusioni

Cela il sole manto nero di nubi.

Dal colle screziato di bianchi fumi

non scendono dolci raggi

e non guizzano sul livido mare.

Si frange cupa l’onda nella cala

e stride alto la ghiaia sulla battigia.

Mormorano i castagni al fresco vento

e mesti ripiegano i rami nudi

ai ferrugigni campi.

Non trilli d’uccelli nell’aria.

Ricopre la natura e l’animo

pulviscolo di noia.

Si ridesta dal torpore la mente

e la fantasia lesta remeggia

verso terre antiche e pure,

valli rigogliose e arcobaleni,

selve folte trafitte

da lame di luce arabescata.

Leggeri rigano il cielo

voli di colombi azzurri

e tortore dalla testa rossa.

Brusco imbianca e fugge un lampo

nel rugliare intenso del tuono.

Si sgretolano in fretta le illusioni.

Ciarlieri ritornano gli affanni.

 

  Il gallo Imaio

Il maestoso gallo Imaio

re del gran pollaio

 

un dì per dimostrare

di saperci davver fare

prese forte giù a picchiare

 

col suo becco duro duro

non soltanto contro il muro,

 

ma pur contro il grosso tino

ben riempito di buon vino

sistemato lì vicino.

 

Le galline sue compagne

smisero presto di far lagne,

 

iniziarono con schiamazzi

a richiamare anche i ragazzi

 

incitando il gran re

che di becchi ne avea tre.

 

Il maestoso gallo Imaio

si trasformò presto in vinaio:

 

il biondo nettare divino

prese a uscire dal catino

 

inondando la cantina

e allarmando Caterina,

 

che corse a prender lo scopone

e il bastone del padrone.

 

Picchiò a destra e a manca,

inciampò pur nella panca,

 

ma riuscì a dar bastonate

alle galline già ubriacate.

 

Il maestoso gallo Imaio

re del gran pollaio

 

a morte venne condannato

per non avere rispettato

il ruolo comandato

e nel brodo fu gustato.

 

  Paese in festa

Lenti, cullati da aliti di vento,

fiocchi di neve si lasciano andare,

danzano sulle punte delle crode,

ali lievi di farfalle.

Nella luce sonnolenta del mattino

rintocchi di campane

svegliano il piccolo paese.

Di festa si colorano le strette

vie e su biche di foglie

lingue di fuoco ed effluvi aromali.

Quando si adagia il giorno

e la sera prende la forma delle ombre,

e l’aria di freddo si fa asprigna,

vanno le genti al vespro intirizzite

il Santo protettore a ringraziare.

Nel chiuso della chiesa

si riscaldano i cuori

e alti volano sereni i pensieri,

a escludere le dubbiezze del domani.

 

  Albo delle fotografie

Volto lieve le pagine dell’albo

delle fotografie.

Le avevo quasi dimenticate.

Matassa di immagini care e di colori

ratta si dipana.

Rivivo con gaudio l’ebbrezza

dei momenti felici della vita

in fuga rapida

come volo di gabbiani

con vele ai soffi del vento

e all’incostanza del mare.

Palpita senza freno il cuore stanco

e non vuole che il buio involva

gocciole gioiose di memoria.

 

   Angoscia

Tremano come foglie ai soffi diacci

del vento le vele del cuore

gonfie di angoscia in palpiti intermessi.

Dolente è il camminare sulle pietre

aguzze del sentiero che s’inerpica

sul colle ove s’allunga triste l’ombra

delle guglie dei cipressi.

Ingrommate le bianche ali non spiccano

più il volo oltre la spessa bruma che esita

a mordere le ripide pendici.

Si disgregano, si confondono,

e si lacerano certezze e speranze

nel tempo che scorre come acqua in fuga.

E resta il vuoto dentro. 

 

Sviluppata sull’allegoria centrale, che mostra la vita come un cammino che tende alla morte, la poesia si sviluppa nell’anelito alla verità e alla certezza, ben rappresentato attraverso metafore e immagini emblematiche. Il verso finale, quasi isolato dal contesto, conclude la composizione definendo lo stato d’animo del poeta nel momento in cui scrive i suoi versi. Ricca di significati e di sfumature emozionali, la lirica utilizza un linguaggio elegante, talvolta onomatopeico, altre dialettale, tentando di rinnovare il lessico convenzionale, pur nel rispetto della tradizione.

Rina Gambini - da “Antologia Città di Salò 2007”

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La Presidente, prof. Rina Gambini, tra
la poetessa tedesca Katharina Zwicker e
Giovanni Lorè
30 Gennaio 2010
Presentiamo la nuova raccolta di poesie di Giovanni Lorè
Sample Image
20 Gennaio 2011
Riceviamo e pubblichiamo alcune nuove liriche di Giovanni Lorè
Abbrevia il passo il sole

Abbrevia il passo il sole
tra violacei colchici d’autunno
e la sera lesta sperde
drappi di caligine.
Sfuma cupo il colle sullo sfondo
pallido del cielo.
Le case quasi a riposare
serrano sicure le persiane.
Si lacerano le ali dei miei sogni
ai piedi della vetrata oscura.
Veli di dolorosi silenzi
ammantano le pareti
della mia dimora antica
aduggiata di solitudine,
bruma che abbica tristezza
dentro l’anima.
Clange il risucchio del mare,
ninna nanna alle barche della cala,
e io m’addormo quieto.

Da Nebbie – Edizioni Helicon

Domina il deserto

Cala e occhieggia il sole tra grappoli
di nuvole screziate di porpora,
come setosi petali di dianti.
Al sonno si abbandona
dietro il colle accigliato.
Cresce l’ombra e lesto avanza il buio
che tinge di nebbia la luce dei lampioni
e impigrisce il passo dei viandanti.
Gemiti misteriosi il vento sibila
alle mie persiane appena socchiuse.
Nella grigia stanza ove di silenzi
si fa lunga la sera, la tua immagine
soffusa di veli si adagia
sulla poltrona, immota.
Non frusciano le onde di capelli,
dolce e ritmata carezza di risacca
nella deserta caletta.
Sussurri di ricordi nella mente
scorrono come allegro ruscello.
Volge il mio cuore al sorriso
saperti pendula stella
su prati rilucenti di verità.
Solitario mi immergo
dentro il formicolio del tempo.

Da Nebbie – Edizioni Helicon

È notte

Fonda è la notte e la luce sbiadita
di un lampione offuscato
non filtra tra le gelosie
delle mie persiane chiuse.
Nella stanza dai muri chiazzati di nero
ascolto assordante il silenzio.
Scuote la mente vento di angoscia
al pensiero del gelo eterno.
Cerca svelta l’aria la bocca.
La vita è come un pagliaio
infocato di vampe repenti,
che presto si tramuta
in acervi di cenere.
Beati gli ebbri che vanno barcollando
su strade di fango, inneggiando a Bacco
e sorridendo alle genti
dagli occhi velati di brina.
Scagliano sassi ai sogni
e nelle spire del tempo
lasciano, lieti, cadere
brandelli di speranze.
15 maggio 2012
La nuova raccolta poetica di Giovanni Lorè


Da Nebbie – Edizioni Helicon
Abbrevia il passo il sole

Abbrevia il passo il sole
tra violacei colchici d’autunno
e la sera lesta sperde
drappi di caligine.
Sfuma cupo il colle sullo sfondo
pallido del cielo.
Le case quasi a riposare
serrano sicure le persiane.
Si lacerano le ali dei miei sogni
ai piedi della vetrata oscura.
Veli di dolorosi silenzi
ammantano le pareti
della mia dimora antica
aduggiata di solitudine,
bruma che abbica tristezza
dentro l’anima.
Clange il risucchio del mare,
ninna nanna alle barche della cala,
e io m’addormo quieto.

Da Nebbie – Edizioni Helicon

Domina il deserto

Cala e occhieggia il sole tra grappoli
di nuvole screziate di porpora,
come setosi petali di dianti.
Al sonno si abbandona
dietro il colle accigliato.
Cresce l’ombra e lesto avanza il buio
che tinge di nebbia la luce dei lampioni
e impigrisce il passo dei viandanti.
Gemiti misteriosi il vento sibila
alle mie persiane appena socchiuse.
Nella grigia stanza ove di silenzi
si fa lunga la sera, la tua immagine
soffusa di veli si adagia
sulla poltrona, immota.
Non frusciano le onde di capelli,
dolce e ritmata carezza di risacca
nella deserta caletta.
Sussurri di ricordi nella mente
scorrono come allegro ruscello.
Volge il mio cuore al sorriso
saperti pendula stella
su prati rilucenti di verità.
Solitario mi immergo
dentro il formicolio del tempo.

Da Nebbie – Edizioni Helicon

È notte

Fonda è la notte e la luce sbiadita
di un lampione offuscato
non filtra tra le gelosie
delle mie persiane chiuse.
Nella stanza dai muri chiazzati di nero
ascolto assordante il silenzio.
Scuote la mente vento di angoscia
al pensiero del gelo eterno.
Cerca svelta l’aria la bocca.
La vita è come un pagliaio
infocato di vampe repenti,
che presto si tramuta
in acervi di cenere.
Beati gli ebbri che vanno barcollando
su strade di fango, inneggiando a Bacco
e sorridendo alle genti
dagli occhi velati di brina.
Scagliano sassi ai sogni
e nelle spire del tempo
lasciano, lieti, cadere
brandelli di speranze.

Da Nebbie – Edizioni Helicon