ldelfonso Rossi Urtoler
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Note biografiche

 

Idelfonso Rossi Urtoler è nato a Modena, dove tuttora risiede. Scrive liriche da sempre ed ha pubblicato numerosi volumi di poesie: “Ali e Natura”, nel 1949; “Cerco me stesso”, nel 1950; “Usque ad finem”, 1° volume, nel 1955;  “Usque ad finem”, 2° volume, nel 1957; “Angoli”, nel 2000; “Ho mietuto il mio grano”, nel 2002; “Del mio tempo breve”, nel 2003; “Solo il silenzio”, nel 2004; “La costanza dell’amore”, nel 2005; “Solo lo spazio”, nel 2006; “Spilli”, nel 2007; “Io credo”, nel 2008. Nel 1956 ha pubblicato un testo di teatro, dal titolo “La Clausula si chiama Saturno”.

La sua opera, premiata in vari concorsi letterari nazionali ed internazionali, è presente in diverse antologie, riviste e giornali.

 

 

Note critiche

 

Una lunga militanza poetica accompagna questo autore, che, in età non più verde, ha ripreso il filo interrotto di un discorso lirico improntato sui temi tradizionali, che da sempre hanno ispirato la migliore poesia, rinnovandoli con una acuta sensibilità  personale.

Di questa produzione adulta sono notevoli i temi introspettivi, che si accentrano sull’inesorabilità del tempo, sulla ricerca della dimensione spirituale e sugli affetti più intimi. Non vi sono riferimenti individuali particolarmente concreti, che pure si intravedono tra la scansione dei versi, ma un anelito all’universalità, che anima e muove un processo di approfondimento e di meditazione sul vivere e sul morire. La precarietà dell’umano non produce afflizione, né abbattimento, bensì una tensione etica e lirica, che si accende di note forti e vivaci, con un linguaggio sobrio, controllato, ma assai dinamico e concreto, nonostante si attenga al mondo dello spirito più che a quello della quotidianità.

 

 

Recensioni

 

“...Verso quest’ultimo tende lo sguardo ansioso dell’Autore: ad un eterno senza misura che tutto accoglie e tutto svela “...Lo saprò inseguendo la traccia del tempo che si trova sugli alberi quando il vento fa tempesta e spoglia l’anima a un cielo scoperchiato...”. egli sembra guardare ad esso con desiderio e nostalgia, quasi gli sia appartenuto, un tempo, ed oggi sfuggito, perso anch’esso in quella memoria senza memoria di quel computer senza password “...È il tempo ora di volgermi indietro e vedere nello specchio le figure lasciate al tempo...”.

È questo senso di impotenza che genera la duplice tentazione di rassegnarsi da un lato: “...il tempo che mi rimane sono gocce di una pioggia stanca che una dopo l’altra disfano l’ultima torre del mio castello...” e di cercare nelle figure del suo passato la chiave d’accesso per riconquistare la memoria e il senso del suo esistere “...ho sentito chiamarti con l’altro tuo nome, nonna, sillabato in spruzzi d’amore nel tempo ormai levigato dai colori caldi sul banco serale verso il tramonto...”.

STEFANO MECENATE – Prefazione a “Del mio tempo breve” – Ibiskos Editrice

 

“...Un libro, dunque, in cui vanno colte le diverse anime: l’una che ama il silenzio e lo gode, l’altra che lo invoca e lo attende, l’altra ancora che brama d’infrangerlo e riempirlo di parole. Sono anime che si inseguono, si scambiano, si interrompono e sovrappongono: “La gloria del silenzio / sta nel colloquio”, si dice ad un tratto con felicissima contrapposizione, ed è appunto colloquio tra soggetti estranei ma, anche, tra le distinte dimensioni del sé. Non vi è dunque contrapposizione, in realtà, tra la presenza del silenzio e la parola del poeta che, secondo vocazione, lo veste di ogni attributo. Perché il silenzio stesso non è muto, ma anche perché il silenzio di Idelfonso Rossi Urtoler non è, ... , il silenzio dei mistici, il silenzio della quiete o della pace, il silenzio dell’assenza e della privazione. Il silenzio di Idelfonso Rossi Urtoler è l’approdo di chi tutto sente, tutto vaglia e tutto confronta, ricco di voci e d’echi quanto la più fragorosa sinfonia.”

STEFANO VALENTINI – Prefazione di “Solo il silenzio” – Gianfranco Ronchetti Editore

 

“La poesia è, rispetto allo spazio protagonista assoluto di questi versi... un altro spazio, un’altra dimensione che copre  di luce la malinconia dell’esistenza: i giardini dello spazio / si incendiano di vocali (XVIII) così che l’ansia diviene “levigata”, le “calcagna” sono “sollecitate”; il mare sputa / da labbra spumose / onde bianche e gargarismo (XIV) e il vento nel cortile / si sdraia sulle aiuole (XVI) in una personificazione degli elementi felicemente corposa. ... Allora si comprende come il tempo sia vissuto come negatività sostanziale e corrisponda all’ultimo gradino di una scala che parte dalla sua assenza: lo spazio / attraversa i giorni e le notti ma dall’alto e su un sentiero / di un cielo fatto a scale (XXXVII), come i cieli concentrici del Paradiso; assenza di tempo che è spazio assoluto: se tocco lo spazio.../ si apre l’universo.../ ho raggiunto l’infinito / e un coro di requiem / scorre fra terra e cielo (XLIII).

MASSIMILIANO SAVONA – Prefazione a “Solo lo spazio” – Ibiskos di A. Ulivieri

 

“La “fedeltà all’esistenza”, al “credo globale / in un respiro”, conduce naturalmente ad accettare la vecchiaia, comprendendo fino in fondo il senso della propria storia. Un’età in cui il poeta gioca e rischia, “allineando” i suoi giorni “davanti al sole”: allusione certo ai giorni passati, oggetto di meditazione, ma anche a quelli futuri, sui quali ha il coraggio di scommettere e investire. E in quell’allineamento si coglie anche l’idea di una sorta di ricapitolazione, di preparazione da parte di chi sta aspettando paziente, in fila, Colui “che farà l’inventario / della mia vita”, con un’attesa che non conosce la fretta ma neppure il timore: “siamo pronti per l’infinito / anche se l’uscio di casa / resterà aperto”, anche se il passaggio dovesse accadere d’improvviso, senza lasciare il tempo di chiudere la porta alle spalle.”

STEFANO VALENTINI – Prefazione di “Spilli” – Edizioni Tracce

 

“L’orizzonte etico non scade in scabri, inutili moralismi, anzi, si mantiene saldo, così come l’adesione ai principi cristiani, tessere d’un mosaico ben compatto, che fanno di questo paradigma poetico non certamente un precario rifugio retorico nel soprannaturale, né un’avvisaglia d’inquietudine alcuna, ma l’incarnazione della pacatezza e dell’equilibrio umano dell’autore, nell’impegnata ricerca di una breccia per la conquista dell’Assoluto, cui mente e anima s’appellano e s’ancorano fiduciose”.

ROSETTA MOR – Prefazione di “Io credo” – Venilia Editrice

 

 

Letture 

Sempre aperta meraviglia 

È finito il giorno

il mio giorno.

Sempre aperta

resta la meraviglia

del mio viaggio

che finisce e ricomincia

sul rosario degli anni.

Viaggiatore che ha trovato

tutto l’amore

nell’unica stazione

lungo i binari

della sua vita.

Qualcuno la chiama coincidenza,

io la chiamo amore

solo amore

sempre amore.

 

Il mio verso 

 

Quando il mio verso

è nel vento

caldo di scirocco

e penetra

nella tua stanza

come un rosario di sillabe

sgranate ad una ad una,

so di essere ancora vivo

e ad ogni transito

di vocale muta,

la mia parola riscopre

le tue sembianze.

Nella polvere dell’aria,

i pollini danzano

su note d’archi

della tua identità.

 

Canto di terra ferma 

 

Tu,

dall’isola lontana,

ove l’onda rabbiosa

fa schiuma sugli scogli

bianchi di sale,

in un continuo eterno

ritorno senza pace,

dove il vento si abbatte

senza tregua

sulle povere case

imbiancate di calce

e dilaga ululando

tra i viottoli arsi

e corrosi dal mare,

tu,

dall’isola lontana,

dove il gocciar di scogli

è il tuo pianto,

e l’infuriar del vento

è il tuo tormento, guarda

lontano all’orizzonte,

quando vedrai

baciarsi il cielo e il mare

e l’alba partorire,

pensa che il nuovo giorno,

come il mio amore,

è solamente tuo

anche se goccian scogli

ed impaurisce il vento.

 

 

Buona notte 

 

Gioire

per il vento

che sospinge

i miei giorni,

gioire

per l’amore

che porto alla vita,

gioire

per il frinire

delle cicale al sole,

gioire

per la libertà

di una carezza sul tuo volto,

gioire

per le parole

dolci dei fiori

che contendo alla natura,

gioire

per la bellezza

della mia primavera

che ancora sa darmi

l’emozione di un bacio

sulla tua fronte

quando col silenzio

della sera

ti dico buona notte mamma

e le ginestre

restano gialle

sulle arse creste

dei calanchi

a colorare il mattino.

 

L'anima 

 

L’anima della primavera

è una rosa nuda,

il tramonto della primavera

è un sospiro appeso al cielo,

il vento della primavera

a volte è languido

come l’ora della luna nuova,

mentre lo spazio della mia anima

è talmente grande

da contenere la mia entità

di uomo che ama

come il silenzio infinito

dell’amore eterno.

 

I miei calanchi 

 

Assolato mattino

su creste franose

di frastagliati calanchi,

indietro nel tempo

asciugate le rive

restano i denti

di una morte antica

sulle labbra dei millenni.

Resto in ascolto

del silenzio che riflette.

In me,

l’anima si asciuga

in una conca

vuota d’acqua.

 

Ascolto nel tempo 

 

Ascolto nel tempo

la coscienza

degli anni

le voci consegnate

agli orizzonti lontani

e nel divario dei sogni

nomadi pensieri

vanno negli orti

a cacciare i lombrichi

che hanno eroso le radici

del mio tempo breve. 

            da: “Del mio tempo breve” – Ibiskos Editrice

 

XLI 

Vertigine dell’universo,

lo spazio,

approdo definitivo

del poetare la vita

verso l’assoluto. 

            da: “Solo lo spazio” – Ibiskos di A. Ulivieri

 

Oasi 

 

Con lo sguardo

sollevo ilo cielo

e ai tuoi occhi

una improvvisa luce

viene a misurare

la distanza del tuo amore,

mistero come segreto

che in essi risiede.

A me,

il silenzio il tempo

la notte immensa

a seguire le tue tracce. 

            da: “Spilli”- Edizioni Tracce

 

Di notte 

 

È di notte

che narro a me stesso

il mio giorno

e nel buio il silenzio

mi confessa

per lasciarmi tranquillo

con l’anima

sulle sponde dei sogni

nel regno di Dio. 

            da: “Io credo” – Venilia Editrice

 

Il silenzio dell'anima 

 

Il silenzio dell’anima

attende

che gli uomini tornino

con mantelli variopinti

ad attraversare i canneti

che sorgono gioiosi

nella valle del cuore

dove dormono le allodole

perché l’ansia della noia

si spenga nello spazio. 

            da: “Solo il silenzio” – Gianfranco Ronchetti Editore 

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12 luglio 2010

Aggiorniamo la sezione LETTURE di Ildefonso Rossi Urtoler, con una nuova poesia.

 

Ardere dentro

 

È questa ricerca affannosa,

è questo spasimo

che mi arde dentro

a togliermi anche il sapore

dell’afa che sosta

sulle strade nere

di un asfalto che riga

piangendo i margini

e si perde.

Non so più nulla

di quel nulla

che è la mia realtà,

ma solo gli occhi

li sento fissi sul tuo volto

a darmi la sensibilità

di una vita,

di una grazia

in cui il mio tormento

s’innalza al di sopra delle cose,

dentro a un cielo

mai sazio d’amore. 

Da "Angoli" – Edizioni Il Fiorino

 

L’inquietudine che sconvolge l’anima e la confonde in un marasma di pensieri, cui solo il sentimento d’amore sa dare tregua e soddisfazione: è il sentire del poeta, tutto concentrato su questo fuoco interiore, che è anche impeto creativo, che ispira una lirica ben strutturata, agile e sobria, come deve essere la poesia, in bilico tra tradizione e innovazione personale. Una lirica che non indulge ad effusioni e a descrizioni, ma si attiene al sentimento che la ispira. 

Da Antologia Via Francigena 2010 – Un itinerario di poesia  

 

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7 Aprile 2010

La nuova raccolta poetica di Ildefonso Rossi Urtoler: Quattro Settimane 

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Note critiche

Quattro settimane per tornare ad essere se stesso, per riappropriarsi della propria vita, per riavere il controllo sulla mente e sul cuore. Quattro settimane per trasformare ogni spazio del giorno in uno spazio poetico, specchio di quel segmento interiore che, in quello scampolo di tempo, si è andato ricostruendo.

La psicanalisi affermerebbe che lo scrivere funge da una sorta di autoanalisi, che aiuta a rimuovere il problema inconscio. Ma per Rossi Urtoler il problema non è per nulla inconscio, è un problema vero, reale, dovuto ad una grande perdita, quella della moglie amata, che lo ha lasciato svuotato, incerto, senza volontà e, tanto meno, entusiasmi. Ha trascinato così alcuni difficili mesi, poi, in quattro settimane di poesia, ha salvato se stesso dall’annullamento.

Non dobbiamo fare l’errore di pensare che in un così breve tempo egli abbia superato il dolore, lo ha soltanto esorcizzato: la sofferenza della solitudine, del vuoto intorno e dentro, permane ed è visibile nei versi di questa bella silloge dalle intense note intimistiche, ma su quella, che porta soltanto annientamento di sé, prevale ora l’accettazione della volontà divina, la consapevolezza della precarietà umana, dello scorrere inesorabile della vita a cui bisogna sempre dare un senso.

Dalla Prefazione di Rina Gambini

 

18 marzo 2011

Una nuova raccolta poetica di Ildefonso Rossi Urtoler

Castelli di sabbia
Poesie

Un emozionante appuntamento fisso, a scadenza annuale, quello che ci offre Idelfonso Rossi Urtoler donandoci la sua poesia. Una pausa per me irrinunciabile alla corsa dei giorni, per soffermarmi su una interiorità poetica così ricca di introspezione e di meditazione, da essere esempio da seguire. Ma andiamo per gradi, non bisogna cedere all’impeto delle sensazioni, ché questa silloge è tutta da gustare, come, del resto, quelle che l’hanno preceduta e che ho avuto il grande piacere di recensire.
 Partiamo dal titolo di questa nuova silloge, “Castelli di sabbia”. Con vigorosa allegoria richiama le immagini infantili piene di entusiasmo e di laboriosa alacrità nel costruire fantasiose e ardite composizioni con la rena del lido. Ma c’è di più: sotto la gioiosa allegria e l’impegno dell’edificazione si nasconde la consapevolezza dell’effimero. La sabbia si sgretola facilmente e di tanto lavoro, di tanta passione, non restano che mucchi informi di rena. Metafora evidente della condizione dell’uomo, che tanto si affanna a costruire “sulla sabbia”, per veder crollare alla prima onda nemica tutti i suoi sogni, quei “castelli” che non hanno tenuto conto della malvagità del destino. Perché la vita umana è legata da un filo sottile, che Atropo, la Parca crudele, può recidere in qualsiasi momento, annullando definitivamente il senso di tanto lavoro, di tanto sacrificio.

Dalla prefazione di Rina Gambini