Oreste Burroni
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Note biografiche 

 

Oreste Burroni è nato a Pietralba, piccola frazione di Arcola (SP), e ad Arcola ha vissuto a lungo, prima di trasferirsi, ormai da molti anni, a Villafranca Lunigiana. Diplomato all’Istituto Nautico, già dipendente del Comune della Spezia, ora pensionato, si dedica agli studi letterari, con particolare attenzione per la ricerca poetica. Sposato felicemente, padre e nonno, ama godere delle gioie degli affetti familiari. La sua prima poesia risale al 1957, e la seconda, seguita dopo sei anni, è stata composta mentre attraversava il Golfo del Leone col mare in tempesta. La vocazione poetica, da allora, non ha mai subito pause, anzi si è andata rinsaldando nel tempo, con una sempre maggiore padronanza del mezzo espressivo. Ha collaborato per diversi anni alla rivista di cultura ed arte “Eco d’arte Moderna” di Firenze. Ha pubblicato diverse raccolte, di cui l’ultima “L’anima in fiore”. Attualmente sta lavorando ad un’opera molto consistente, che vuole essere omaggio alla sua terra, ma nello stesso tempo ripercorrerne la storia e le figure più rappresentative: “Il Cantico della Lunigiana – Il poema della luce”.

 

Note critiche 

 

I temi centrali della sua poetica sono l’amore per la natura e per l’intera umanità, affrontati con atteggiamento insieme lirico e filosofico, cui la forma rigidamente controllata, che trae esempi dalla classicità, fornisce vigore e validità estetica e suggestiva. Sentimenti di amicizia profonda, di ammirazione artistica, di affetti familiari, scaturiscono dalla potenza dei versi, sempre attentamente elaborati e controllati in ogni aspetto, da quello stilistico a quello fonico, senza mai perdere di vista l’aspetto concettuale. Tutte le emozioni e le sensazioni sono pretesto per l’autore per un ripensamento del vivere, a lungo meditato e interpretato nelle sue complesse sfaccettature, nell’arcano e nell’imponderabile che costellano l’esistenza. Per questo, riferendoci ai versi di Burroni, possiamo parlare di una lirica filosofica, che si propone più come riflessione che come mera espressione emozionale, sebbene sia fondamentale, nella sua elaborazione lirica, l’animo profondo e ricco che muove la composizione poetica.

Il tono sobrio, privo di enfasi, che vuole essere quasi un dialogo con l’intercocutore-lettore, ma che è alimentato da mille sfumature di intuizioni lessicali e cromatiche, propone un genere poetico estremamente comunicativo, piacevolmente leggibile, al di là della completa comprensione della profondità dei significati, che emergono dal contesto con l’apporto della sensibilità del fruitore.

 

 

Letture

 


A mia moglie

 

Come valzer di notturno lunare
soffio solare mi desti, sirena.
I prati, nell’universo dei ricordi,
allietavano in vortici sensuali.
Permeato dal respiro di galassie
alla germinazione ormai furente,
una folgore segnò note acute
all’audacia di un bacio al tramonto.
La rapida trovò il suo quieto fluire:
tu verla che si libra nell’azzurro
placavi il vigore di un’ala incerta.
Ero destriero gerbido, ma in te:
commozione di mari vegetali,
praterie aperte a siderali brezze,
luce nel magma dell’anima.
Non osano, o donna, vastità
al tuo sguardo profondo e chiaro
come la croce sul Golgota.

 

                                                                                                                                  da: “L’anima e il fiore” – ConTatto edizioni


La folgore

 

Arde la folgore che già mi colse
nelle sue spire di luce ed infuse
il fuoco negli ipogei del sentire.
L’effluvio del mio essere si colora
e cosparge di splendore la terra.
Il ricordo porta l’oscura
vicenda di un sofferto divenire:
rivedo i giorni di sole e di sale
di quel primevo confluire d’amore.
Fui l’acrobata che non supera:
furtivo, dietro la tendina,
seguivo trepido il suo dolce andare...
Fu deserto attorno al mio sentire,
non volavano nel canto gli uccelli
ed era flebile ormai la fonte
da cui sgorgava ognora il suo volto.
Vennero giorni di voli assidui,
di fiore in fiore suggevo il nettare
e durarono i fuochi d’artificio
di una festa improvvida e furente.

 

                                                                                                                            da: “L’anima e il fiore” – ConTatto edizioni


Con il fuoco del tuo viso e la neve

 

Serene ritornavano le nuvole
sul colle verde a coprire la cima,
sfolgorava la rossa scia del sole:
la rosa rinasceva fra le rose.
Afflato dimenticato, sogno,
afferrato al risveglio di un’aurora.
La stella più alta scendeva il cielo,
la tempesta del sentire quietava.
Gli aspri sentieri percorsi negli anni
all’immenso azzurro si aprivano,
calava al porto la vela strappata.
L’amore perso lungo vie deserte
ritorna e coglie il tuo pianto di bimbo.
Con i tuoi sorrisi di giglio e di rosa,
con il fuoco del tuo viso e la neve,
il mio tramonto si fa primavera.
Quando la luna addormenta il bosco
un usignolo al brillio di una stella
leva note sublimi al tuo sembiante.


                                                                                                                                      da: “L’anima e il fiore” – ConTatto edizioni
 

 

In morte di un poeta

(dedicata a Paolo Bertolani) 

 

Fate silenzio! Cos’è questo frastuono
che viene dalle città, dai paesi e dalle strade
di campagna dove la notte è ormai scesa?
La rosa canta ai cieli il canto del dolore.
È morto un poeta! Fate silenzio!
La pioggia, quale pioggia potrà lavare
il sangue di questa ferita all’amore?
È morto un poeta! Le galassie erranti
nell’universo, attonite, fremono.
Era un uomo, ma profeta dell’anima,
colui che sugge il nettare dai precordi
dei fiori e sparge abbondanza sulla terra,
benefattore schivo in un mondo di orrore.
Eppure è morto. La sua fonte ineffabile
di versi allietava nei giorni di grigiore
e permane a violare i confini del vivere.
Ah! questo mare che donava luce
al pescatore silenzioso al largo oltre il Golfo,
nelle notti dure di lavoro e incertezza.
Ah! questo fiume che irrorava le gole
di uomini assetati di serenità e d’amore.
È morto un poeta, quale strazio nell’aurora!
Il turbine coglie l’aureola di altri poeti
e in questo attimo solenne l’idea si fa gesto
e il gesto poesia: una caustica poesia
che corrode il lume della ragione.
Ascolta uomo di tutti i giorni, come lui era,
la sua voce stanca eppure appassionata
che, nelle ore in cui la luce s’affievolisce,
rinasce a folgoranti teatri umani.
Così, il pastore di stelle non riposa
e i suoi versi declamerà oltre il bronzo
e il marmo modellati per i potenti. 


Ad Alessandro e Lorenzo

 

Quando il sole si leva sul crinale
e i primi raggi indorano i colli
e nella valle torna l’ancestrale
gioia di vivere e amare l’opera
assidue nelle ore, nel divenire
e nell’essere del nostro Signore,
il ritorno mio attonito e tremante
alla materna galassia del giorno,
si fa dolce nel cuore, nell’anima
nel suggere l’ideale dai due fratelli.
O natura, mia serena attitudine,
dono più che alto, sublime di Dio,
dove pongo l’altare di ogni uomo,
dove il pastore privilegia gli agnelli.
O miei gioielli, al calare delle ombre
e al fulgore delle stelle, nell’ora
avversa o felice, mi forzate il passo,
ormai tardo, a contemplare la luce.
Il bianco rivo montano scorre
nel vostro tenero cuore, o imberbi
e candidi bimbi, inconsci del dolore
che attanaglia le madri e i padri...
Nipoti miei e rari uomini siete i fiori
di un giardino che vive oltre l’orrore,
siete la forza del vivere umano.
Più dell’arcobaleno l’intimo mio
si colora ai vostri sguardi d’amore:
o suono di un’orfica cetra i volti,
le vostre rotonde piccole membra,
che carezzarle è timore di profanarle.
La folgore mi coglie nel vedervi,
o mie rose avvolte dal canto di viole
e come vela che respira arie d’universo,
libero tra gli astri lucenti, m’involo,
nella pacata età ritrovo la preghiera:
perla rara racchiusa da valve tenaci
che all’afflato divino, si schiudono!


A Cornelio

 

E scande la campana le ore pigre
sul mistico respiro dei cipressi.
Le nuvole assorte come timide
suore arrossano il candido viso.
Riposa l’operaio le proprie membra
a tempi ed echi di antico sudore.
La sera settembrina, ormai fresca,
nelle colline e nei monti scultorea,
s’apre a ritmi di lenta agonia.
Lievi sul borgo calano le ombre,
la bianca luna rinnova lontane
malinconie che cercano la quiete.
Chopin rivive al dolce ascolto
ed il respiro della mente erra
a stormire le fronde dello spirito.
Un sussulto d’amore mi riporta
a vaste plaghe in bagliori di neve,
a nuvole di fuoco nel tramonto
dove aleggia il tuo volto, o Cornelio.
Tu serietà di pensiero in momenti
sereni, dove cantavi il tuo Hesse.
O immensa soavità di note in Mozart,
di empiti e di dolcezze in Beethoven
che tu ascoltavi fra fremiti, a sera:
luce ninfea su placide acque,
figura colma di angelici sensi
nel silenzio di pene solitarie.
Quando volsi il mio sguardo a galassia,
dove una stella rischiarava ore
nebulose di piccoli terrestri;
quando appresi il tuo volo radente
su verdi arbusti fluviali e su prati
fiammeggianti, sentii che la mia fonte
in pure acque sarebbe sfociata.
E la rosa trabocca il bello come
di ogni fiore del campo l’umiltà:
tu la corona di Cristo scegliesti.
Attraverso le nevi (ti recavi
a scuola), nello schianto di quel ramo
il primo grande dolore ti colse.
Poi come vento avevi vagato...
Rossa sinfonia di sensi nell’alba:
di girasole aveva i capelli
l’amorosa ragazza di Germania.
Con la “compatta” fissavi l’attimo
ai navigli all’ormeggio, all’arcano.

 

 

Riceviamo e pubblichiamo due nuove liriche di Oreste Burroni [23 luglio 2008]

 

Pioggia d’altri tempi

Oggi piove, piove "a sverunvion",

l’acredine di un rinnovo inespresso,

che si dipana greve e lento nel fiorire,

infonde la corrosiva ansia del sole.

Alle arie fresche e possenti avverto

gli spasmi sussultanti e i tremiti

delle fronde come lamenti umani.

Nella pallida armonia arcadica

il borgo avvolto in batuffoli eterei

soffre nella penuria della luce,

nell’assenza di visioni amene, dolci

ai colli, ai monti, all’ariosa valle.

Distonica come persona è l’ora,

nel susseguirsi tenace della pioggia

che àncora al cuore primeve procelle.

I rivi si empiono minacciosi e assurdi

fuori misura e fuori del tempo dato.

La nenia violenta sui tetti e sui "carobi"

volge in assonnati simboli d’altra vita,

d’altri luoghi cari che affascinano

per gli affabulanti pensieri d’allora.

Rivivo il lento piovigginare di ore

e di giorni autunnali quando sospeso

al divenire nebbioso del domani,

vivevo colmo di gioia il sole degli anni,

vivevo nell’alba chiara e nel crepuscolo

attonito allo scorrere di torrenti limpidi

dove immergevo le mie membra tenere.

All’inconscia melodia di quel tempo

si rasserena l’atmosfera, e una preghiera

dolce mi torna alla mente avida.

Torna mia madre e la sua voce ancora

spande fulgore: - angiolin bel belin,

con quel capo ricciolin

con quegli occhi pien d’amore,

angioletto ti dono il cuore...

 

Palingenesi

Franto il pensiero accenna ad aspri porti,

ma, la vela del cuore s’apre al sapere,

volge all’orchidea e all’acqua sorgiva,

si stempera il dolore della terra ai fulmini

tuonanti delle chiare vie dell’anima e soggiace

alle eterne melodie dello spirito in tripudio.

Il mattino è d’oro, alte le cime fremono

agli empiti ferrigni della natura in fiore.

E anche se le nubi percuotono i cieli

e spesso lasciano cadere fiumi d’acqua,

in questo rinnovo trafitto dall’uomo cieco

alla germinazione folle di fetido ed insano,

dove tempeste inaudite e mefistofeliche

battono come maglio possente sulla vita,

dai precordi dei fiori d’angelo ancora

si leva il profumo pieno della speranza.

La luce che operò negli anni primevi,

quando le potenze titaniche formarono

prati, alberi, animali, e dove l’umano

nella sua divina natura colse il Signore

della rosa e del giglio, ancora risplende

fra le stelle fulgenti all’amore universale.

La coscienza offuscata dall’oro e dal potere

al bagno purificatore dei sentimenti tornerà

a risplendere come diamante alla luce,

anche tu piccolo fiore di terre lontane

tornerai alle armonie potenti dei cieli.

 

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