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  • Alberto Romano Stampa E-mail
    domenica 06 giugno 2010
    Note biografiche

    Alberto Romano è nato a La Spezia il 19 aprile 1958, ha conseguito il diploma di Maturità Classica presso Liceo L. Costa di La Spezia, e la Laurea a pieni voti in Economia e Commercio presso l’Università degli Studi di Parma. Sportivo, è allenatore di squadre giovanili di volley dopo "aver appeso le scarpe al chiodo", fotografo amatore (classificato primo assoluto in tre concorsi nazionali oltre numerose segnalazioni), modestissimo poeta e scrittore (finalista concorso "Inedito l’espresso" di qualche anno fa), attualmente si dedica alla fotografia e scrive per se stesso. La sua passione, oltre alla pallavolo, la fotografia e la prosa… è la ricerca dei funghi; si occupa anche della realizzazione di Presepi, attività che gli ha valso per quattro volte il primo premio nei concorsi diocesani provinciali; lo scorso anno ha organizzato e realizzato la mostra personale multimediale "Presepi Oggi" presso la sala consiliare del comune di Riccò del Golfo. Avendo da ragazzo fatto teatro, ha avuto recentemente il piacere di essere il protagonista di un "corto" tratto da Pirandello, scritto e diretto da un giovane regista che ha già lavorato a Cinecittà. Lavora in un grande istituto di credito e si occupa di credito alle imprese.

     

    Note critiche

    Alberto Romano si affaccia da poco tempo alla ribalta della letteratura, non perché si sia messo a scrivere improvvisamente, per una folgorazione, ma perché, pur componendo poesie e scrivendo racconti da molto tempo, non aveva mai pensato di farli leggere a nessuno. Il suo mondo artistico si accentrava sulla fotografia, in cui è maestro, mentre considerava solo occasionale l’impegno di scrittore. Eppure, la sua aderenza alla realtà, filtrata attraverso uno sguardo umanamente partecipe e capace di giudicare con lucidità uomini ed eventi, che impronta la sua scrittura, poetica o narrativa che sia, ne fanno un protagonista moderno, efficace ed estremamente espressivo. Il suo stile sciolto, sobrio, essenziale, è molto adatto a realizzare composizioni che non indulgono alla retorica, né si dilungano sul descrittivo, ma che vanno diritte al significato, pur senza alcuna didascalicità. Il linguaggio elegante e limpido, il ritmo agile del racconto, come dei versi, inducono ad una lettura partecipe e piacevole, che lascia l’impressione di una bella avventura dell’anima.

     

    Letture 

    Domani non so

    Come viticci in cerca d’appiglio

    ai nostri sensi invocanti di troppo e di niente

    s’avviluppano i sogni…

    Raccolgo del frutto l’attesa

    sospeso come aria leggera

    del concerto che sta per sbocciare… Accordare

    di viole e di fogli frusciare,

    come brezza tra le foglie d’acacia

    a osservare il treno che corre…

    A te

    porgo il mio vivere inquieto

    per farlo incontrare al tuo tempo, ed il mondo

    è rimasto più indietro, domani

    non so…

    Un incontro che potrebbe cambiare la vita, l’attesa che si sviluppi un legame che porti la completezza dell’appagamento, il dono di sé nell’amore: il poeta sa che è insondabile il futuro, ma sa anche che ciò che conta è l’attimo di gioia che sta prendendo il suo spazio in lui. Una lirica d’amore che rifugge dai toni effusivi concentrandosi in lampi d’emozioni che ispirano versi sobri, delicatamente espressi e colmi di una disarmante sincerità.

    Da "Antologia Via Francigena – Un itinerario di poesia" 2010

     

    Sempre le tue mani

    Chiedi ai miei occhi le parole, alle lacrime

    di te questo sentire

    mia Musa dal sorriso di bambina…

    Fra le pieghe del tempo

    che quest’ansia accartoccia come pagine mai scritte

    l’attesa

    come un bimbo le dita della madre

    stringe il cuore…

    Nella mente – Satiri danzanti, Baccanti -

    i miei pensieri più non stanno, ali

    dispiegate a volo cieco.

    Sussurri ànsiti sospiri, ma

    sempre le tue mani

    fioriscono nel cuore!

     

    Il ritmo del nostro amore

    Come un cane che il padrone precede

    e volgendosi anela il richiamo, io il tuo passo

    attendo impaziente di vita… Notti

    d’insonni parole, di sospiri in un corpo riuniti

    e poi all’affannosa di contatto richiesta

    ansiosi risvegli… Mani

    nel sonno a indovinare sorrisi, sussurri

    mai dalle labbra profferti!

    E si dilata e contrae, questo tempo,

    al ritmo del nostro amore, un istante

    è lungo un giorno, un soffio di fiato

    un anno di vita, e il tuo passo s’affretta

    ed il cane s’acqueta, e domani al mio fianco…

     

    Colore senza calore nel ricordo di un sentiero (pensiero d’autunno)

    Oltre la Sinfonia.

    Frammezzo sacrali stereotipi

    d’holliwoodiani stracciati posters

    sui muri di Central Park (più grigia

    la Höstsonaten di Bergman)

    fra le sciorinate caduche foglie

    de – cadenti

    sospiro il mio autunno di bambino…

    Farfalle morenti si trascinano

    s’accasciano s’accartocciano scricchiolano

    ancora rotolando sull’umido manto

    ancora le disperde un rapido soffio

    ancora

    finché la terra ne berrà gli accesi colori

    ancora

    finché saranno LA terra…

    E così sia.

    Nel pozzo stantio dei ricordi

    leggere si posino con tonfo assordante

    di mai sopiti pensieri, di pietre

    nel Lete scagliate…

    D’altra sponda gli echi

    filtrati sospesi zittiti

    del "mio spirto guerrier ch’entro mi rugge"…

    … su quest’autunno in bianco e nero

    il mio pallido stamperanno

    mesto sorriso.

     

     

    Quelli di dentro

    Occhi vacui in trasparenza

    vanno al di là, in un tempo

    in un posto che inventare

    non oso. Una nenia bambina

    litania litania litania

    insudicia il bianco avvolgente

    come il Sapere ipocrita e falso.

    Automatici passi

    senza ritmo né scopo – ciao ciao –

    per l’attesa ingannare di nessuno e di niente.

    La tua pietas – chi è pazzo? –

    portala fuori di qui, donala

    a chi ne ha più bisogno… Noi

    restiamo compagni del nulla

    ancor prima anime morte!

     

    Gilberto Bertacchini: una vita sotto i mari

     

    Zita e Giuseppe, entrambi di cognome Bertacchini e probabilmente parenti, decisero di rincorrere il loro sogno americano. Novelli sposi, alla fine del diciannovesimo secolo si lasciano alle spalle le dolci e avare colline aullesi e al termine di un lungo e immagino scomodo viaggio per terra e per mare, assieme a tanti altri figli di Lunigiana, approdano al porto di Buenos Aires, ritrovandosi a migliaia di chilometri dal paesino di Vecchietto nelle sconfinate Pampas argentine.

    A Junin, meno di quaranta chilometri a nord del villaggio di Los Toldos, che un quarto di secolo più tardi darà i natali a Eva Maria Ibarguren Duarte – più nota come Evita Peròn – nasce il 15 dicembre del 1896 il primo di otto figli, Gilberto. Altri tre maschi vedranno i natali oltreoceano: il primo Arsire e un altro Gilberto, entrambi portati via dalla temuta "spagnola", ed il secondo Arsire. Tornati in patria, Zita darà alla luce Fiorindo, Lino, Egidio e Livia.

    In terra d’America il sostentamento della famiglia, come per tante altre di migranti italiani, era fornito dal lavoro nelle "casseforme" utilizzate per la posa dei piloni dei ponti sui fiumi, ore ed ore immersi in qualche metro d’acqua fangosa fasciati in specie di mute alquanto rudimentali, mestiere che Giuseppe tramanda ai figli maschi. Ma per Gilberto, Arsire, Lino ed Egidio il destino riserverà vite da palombaro.

    A questo punto comincia la storia di mio nonno, uomo amato per la sua generosità e rispettato per le grandi capacità professionali. E per il suo coraggio, dimostrato non soltanto nell’esercizio del suo lavoro ma anche nella vita, come traspare da questa breve ma essenziale biografia, dettata dagli appunti e dai documenti da lui stesso lasciati, dai ricordi custoditi dalla ancor lucida memoria di mia madre. E negli occhi di un bambino che ascoltava rapito le storie del nonno palombaro.

    Nel 1911 aveva ricevuto in eredità il "mestiere" dal padre, e così a quindici anni viene assunto dalla "Ditta F.lli Serra" di Roma, con sede anche a Genova. Oltre ad aiutare la famiglia numerosa, i guadagni serviranno a Gilberto per realizzare il primo sogno della sua vita: una bicicletta nuova fiammante con i cerchi in legno, utilizzata per recarsi al lavoro.

    A questo punto del racconto, ripetuto non saprei dire quante volte, una frase, la stessa, immancabilmente suscitava la mia ilarità: "…Ma era più la strada che facevo con la bici in collo per non rovinare le gomme… Non c’erano mica le strade asfaltate !"

    Il 1917 segna il futuro di "Gisbè", come amici e parenti lo chiamavano: il servizio militare in Marina, la scuola da palombaro al Varignano, istruttore un tal Nardini de Le Grazie ("…Lì, se chiami – Nardini ! – si voltano in cinquanta…").

    Non si pensi alla figura del palombaro cui siamo oggi abituati, con attrezzature e avveniristiche tute spaziali. In quegli anni pionieristici la muta era di pesante gomma semirigida che impacciava non poco i movimenti, calzari con suola di piombo, scafandro in rame e ottone, imbullonato al collare della muta, su cui era innestata la "manichetta", vero e proprio cordone ombelicale attraverso il quale la e spesso le "guida palombaro" a bordo dell’imbarcazione in superficie pompavano, per mezzo di un compressore azionato rigorosamente a mano, aria il cui flusso veniva regolato attraverso una valvola da movimenti del capo; le comunicazioni con la barca erano effettuate mediante la "guida", una semplice fune che il palombaro strattonava in base ad un codice prestabilito (un tiro, pausa, un altro tiro, due, e così via).

    Nel 1918, alla fine della Grande Guerra, torna a lavorare con i Serra (ora "Ditta Fortunato Serra"), un sodalizio che accompagnerà il percorso professionale di Bertacchini praticamente tutta la vita.

    In quegli anni conosce ad una festa paesana a Sorbolo, una ragazza di origini contadine, ma di innata classe ed eleganza (le fotografie, ancorché ingiallite, non mentono), che dovrà contendere, nel senso letterale del termine, con altri pretendenti del paese, affrontandone, pare, addirittura sette (!). Non ho mai saputo né rispettosamente approfondito l’esito dello scontro impari (cose d’altri tempi…) sostenuto da quel gigante ch’era mio nonno, ma tant’è che nel 1923 Gilberto e Maria Clorinda convolano a nozze e due anni più tardi arriva il primogenito Bruno, che purtroppo morirà a soli diciotto mesi di meningite. Non passerà neppure un altro anno, che ecco l’adorata Bruna a riportare il sorriso nella provata coppia. Mia madre, che "… quel matto di tuo nonno ha posato sulla neve fresca ancora in fasce, che l’impronta è rimasta finché non s’è sciolta tutta…". La stizza che assaliva la nonna, ogni volta come se l’avesse posata qualche istante prima , e come se la rideva lui di gran gusto!

    È nell’autunno del 1926 (Bruna nasce il 21 di settembre) che Maria Clorinda affronta il viaggio per raggiungere Gisbè in Turchia, chiamato al recupero di piroscafi affondati nello Stretto dei Dardanelli durante il conflitto mondiale. Viaggio in prima classe, cabina lusso per lei e la piccola, prenotata direttamente dai capi del palombaro di prima classe Bertacchini.

    Fino al 1930 la giovane famiglia risiede in Turchia, un periodo che è stato il più bello dell’intera loro vita: le importanti frequentazioni nella comunità italiana, ricevimenti al palazzo del Sultano accompagnati dal console greco Achille e la consorte Cristina, di nobile famiglia russa esule, immortalati in una foto di famiglia – lui in frac e cilindro, lei con tanto di piume di struzzo - dei quali non ricordo i cognomi ma che ho personalmente conosciuto nel 1975 durante una visita a Ceparana in casa dei nonni; le gite con gli amici, gli acquisti al bazar di Istanbul, compresi i tappeti che ancora oggi impreziosiscono le residenze della nostra semplice famiglia; e i pranzi, la domenica, Italiani, Turchi, Armeni, Greci, Inglesi tutti seduti allo stesso desco, e mio nonno che si alzava alla prima scossa di terremoto, troppo frequenti in quella terra per destare più di una piccola preoccupazione, a reggere con tutto il corpo la cristalliera della sala da pranzo, il tintinnìo che si confondeva con le risate… Tante volte ho vissuto io stesso quei giorni, quei momenti come in un vivido film.

    Il paese si chiama Canakkale (pr. Cianakkalè), nei dintorni sorgono le rovine di Troia ed è oggi una delle mete turistiche più rinomate di tutto il Paese. Bruna ha avuto l’opportunità di rivedere quei posti, durante uno dei suoi viaggi nei luoghi dell’infanzia, ma questa è un’altra storia.

    Nei primi cinque anni del periodo turco il palombaro Bertacchini è protagonista dei recuperi di ben dodici navi affondate nello Stretto dei Dardanelli, tra le quali il sommergibile francese "Mariotte", le corazzate inglese "Majestich" e francese "Mascene". Ma è il difficile e rischioso recupero delle corazzate turche "Barbarossa" e " Messudie", orgoglio della Marina della Mezza Luna, che hanno condotto un Lunigianese all’incontro più importante di tutta una vita: nel 1928 Gisbè stringe la mano, ricevendo un riconoscimento ufficiale, a Mustafa Kemal Ataturk, il padre riconosciuto della Repubblica Turca, tre anni dopo la sua nomina a presidente. Notizia riportata a grandi lettere dal Giornale degli Italiani all’Estero, la cui copia è andata purtroppo smarrita proprio dal sottoscritto…

    Quella stretta di mano l’ho vista tante volte nel sorriso del nonno…

    Nel 1930 la famiglia Bertacchini torna a casa, ma la permanenza di Gisbè in patria dura soltanto qualche mese: ceduto temporaneamente dai Serra alla compagnia inglese "The Turkish Marittime Salvage Co." È richiamato all’opera sul Mar Nero (in realtà… sotto), Mar di Marmara e Dardanelli. E sempre con moglie e figlia al seguito. La sua esperienza e capacità sono richieste per le imprese di recupero più difficili e pericolose: il coraggio e quel pizzico di gigionesca follia che sempre l’accompagnerà fanno dire al mitico "Capitan Daust" (è un dirigente della società inglese) "Bertacchino The Fish !". Proprio con la "o". Nel 1937 rientrano in Italia: a undici anni mia madre conosce alla perfezione il turco, l’armeno e il greco... un po’ meno l’italiano.

    In quell’anno i suoi servizi sono richiesti dalla "Ditta Alibrandi" di Genova per operazioni di recupero in pericolosi fondali a Torre Faro in provincia di Messina e in Calabria, a Tropea, dove qualche anno fa ho potuto visitare la casa ("Quella davanti all’ Episcopato") che fu la residenza di famiglia fino alla fine del 1938. È di quell’anno il grave incidente, quello che più temono coloro che effettuano immersioni. Forse per gli estenuanti ritmi di lavoro, o per la confidenza con le procedure troppo spesso ripetute, mio nonno è colpito da una grave embolia, che gli causa la paralisi degli arti inferiori e superiori.

    La piccola fortuna accumulata in tanti anni di durissimo lavoro, residua dall’acquisto della casa di Ceparana, è fortunatamente sufficiente (quanti altri non hanno condiviso la stessa sorte!) a sostenere le costose cure in un paio di cliniche parigine, all’avanguardia in quegli anni, che gli consentono il totale recupero e riabilitazione degli arti, tanto da riprendere il lavoro nel 1940, nuovamente con la "Ditta Fortunato Serra", che in verità non lo aveva mai abbandonato neppure nel periodo della malattia, sostenendolo anche economicamente.

    E con i Serra effettua il recupero di navi tedesche affondate a Dunquerke, Dieppe, Charbour, La Rochelle e Tolone. Ma questa volta la famiglia resta a casa, e così sarà anche negli anni successivi. Tre anni dopo, in pieno conflitto, è nuovamente in Italia, dove fino al 1946 fa parte della "Cooperativa Palombari di La Spezia", che per conto della Marina Militare redige una mappa dettagliata degli scafi affondati nel golfo.

    Ancora in Francia, ancora con i Serra, nel porto di Marsiglia, al recupero della petroliera "Margherita Finaly" e della nave passeggeri "Chennensou".

    La sua carriera proseguirà con la stessa compagnia fino al 1957, a Bengasi in terra d’Africa.

    1911 – 1957: quarantasei anni, quasi mezzo secolo di duro lavoro, una vita sotto i mari, per strappare all’elemento ciò che dell’uomo s’era preso, con immenso dolore.

    Forse a questo pensa quando, immerso nelle acque dei Dardanelli, con ancora i corpi dei marinai francesi intrappolati fra le lamiere del sommergibile "Mariotte", un grosso polipo si avvinghia alle sue gambe. Forse. Forse soltanto un particolare regalato alla mia fantasia di bambino, un ricamo di mistero ed avventura in più.

    Ma ciò ha poca importanza, tutta la vita di Gisbè è stata un’avventura, anche quando, ormai vecchio, è continuata nei racconti al nipote, fino alla vigilia della primavera del 1978, quando il palombaro è tornato sotto il suo mare, per sempre.

    Chi leggerà queste poche righe, perdonando o semplicemente accondiscendendo al coinvolgimento del modesto biografo, troverà un piccolo frammento della storia dei nostri vecchi, ascoltata da loro stessi o dai genitori, che non si trova su alcun testo: storie di lavoro, di fatica, di guerra, di dolore, d’amore. Di vita.

    Io, per mio conto, sono cresciuto con dentro gli occhi e nel cuore l’immagine del mio nonno palombaro, dei suoi lunghi silenzi che intervallavano i racconti delle domeniche invernali nella casa di Ceparana, mentre con metodica pazienza, accanto alla stufa a legna, massaggiava le mani con gesti rituali, affinché il sangue riaffluisse alle dita che avevo osservato farsi quasi diafane, dono della paralisi di decenni prima.

    Nonostante tutto, nonostante la morte l’avesse toccato, era tornato sott’acqua.

    Al suo lavoro, all’unico lavoro possibile per "Bertacchino The Fish".

    Quante volte nel corso della mia vita sicuramente meno pericolosa ed avventurosa ho pensato al suo coraggio…e sono andato avanti.

    Grazie. Grazie, nonno. Grazie, Gisbè.

     

    Edilueza, da un paese molto lontano

     

    Saranno quei lunghi capelli neri come carbone, quella pelle perennemente abbronzata, quel corpo longilineo da ragazzina e la vitalità espressa in ogni movimento, ma di Edy – come ormai tutti la chiamano – non sapresti dire l’età.

    È una delle tante e tanti nuovi figli di questo Paese ingrato e privo di memoria, Edileuza, e arriva dal Brasile, glielo leggi nel sorriso prima ancora che sul passaporto. Nata il sette febbraio del 1960 a Escada, allora piccolo villaggio che oggi conta oltre 60.000 abitanti nello Stato di Pernambuco, a circa cinquanta chilometri da Recife, è la quinta di dieci fratelli, nati dal secondo matrimonio del padre con una donna molto più giovane, che già aveva undici figli… una bella famigliola di ventuno tra fratelli e sorelle, dai tratti somatici molto diversi tra loro, ma Edileuza tradisce chiare origini creole, "indio" come si definisce lei stessa. Il sostentamento della numerosa famiglia era garantito dal lavoro del padre come responsabile delle estese piantagioni di canna da zucchero, nelle quali si muoveva senza sosta da una all’altra a cavallo. Edileuza aspettava tutte le sere il ritorno del padre dal lavoro, che immancabilmente la faceva salire in groppa per una brevissima passeggiata, ma questo alla piccola era sufficiente per sentirsi reginetta fra le sue sorelle.

    Ma come accade spesso nelle storie, il re cade vittima dei sicari: nel 1970 il padre viene ucciso con un colpo di pistola nel corso di un furto nella casa dei Dos Santos, uno sparo che dopo tanti anni echeggia ancora nelle orecchie di Edileuza.

    Quelli che seguono sono anni davvero difficili, una giovane donna rimasta vedova con ventuno figli non ha tempo da dedicasi ad altro se non al costante pensiero di tirare avanti. Fortunatamente quelli avuti dal primo matrimonio sono già grandicelli, e possono lavorare nelle piantagioni; e poi in un villaggio del Brasile, come in tutti i paesi del mondo, un tempo gli orfani erano figli di tutti…

    La bambina cresce in fretta, fra le difficoltà che il destino ha deciso di regalare a quella famiglia da record anche in un paese come il Brasile di quegli anni, e dev’essere molto attraente, se la madre, assolutamente e comprensibilmente intransigente, vigila dalla finestra di casa per tenere a bada i numerosi pretendenti che ronzano attorno alla figlia.

    Ma i ragazzi crescono, le esigenze sono sempre maggiori ed i soldi non bastano più. A quindici anni Edileuza si trasferisce nella capitale Recife, dove grazie all’aiuto di parenti ha trovato lavoro come cameriera in un ristorante. Le leggi brasiliane, almeno quelle scritte, sono molto severe già allora in tema di lavoro minorile, e la ragazzina s’inventa un espediente senza valutarne le possibili conseguenze: falsifica sul documento d’identità la data di nascita, diventando maggiorenne con un tratto di penna. Fortunatamente nessuno se ne accorge, almeno ufficialmente, e il "reato" le consente di lavorare nel ristorante fino a diciott’anni. A quell’età un colpo di fulmine coglie la bella Edileuza, che sposa un tassista di cinque anni più grande, e hanno subito il primo figlio e, dopo soli undici mesi, il secondo.

    Ma il matrimonio non è destinato a durare, e dopo cinque anni le strade dei due giovani si dividono nuovamente. Edileuza, a venticinque anni e con due bambini piccoli, ha bisogno di un lavoro: lo trova, sempre come cameriera, in un ristorante cinese della capitale. A Recife lavorerà ancora per cinque anni, come commessa in un supermercato prima e, come diremmo oggi, promoter commerciale per alcune ditte poi.

    La crisi dei primi anni novanta non risparmia la giovane economia brasiliana. Edileuza perde il lavoro e, per oltre un anno, tira avanti grazie all’aiuto di parenti, ma tutti sono sulla stessa barca alla deriva, e di lavoro, anche del più umile cui si possa pensare, non se ne parla.

    Ho cercato d’immaginare cosa sia passato per la mente, in tante notti insonni, di una giovane donna disperata e sola, alla caparbia quanto inutile ricerca di soluzioni alla vita dei suoi figli e alla propria, quali considerazioni, rimpianti e speranze, fino al punto di delineare un progetto talmente drastico e definitivo da sconvolgere l’imperante mentalità un po’ borghese che governa i nostri pregiudizi.

    Ma tant’è che all’età di trent’anni Edileuza affida i suoi figli alla sorella e affronta il primo lungo viaggio della sua vita: con la morte nel cuore (a questo punto del racconto i suoi occhi sembrano perdere quella loro luce meravigliosa) atterra a Milano l’otto marzo del 1990, per ironia del destino (sempre prodigo di sarcasmo) il giorno della Festa della Donna.

    È stata invitata da una coppia di Italiani, lui pittore di discreta fama, conosciuti grazie ad un’amica cameriera che lavora nell’albergo dove risiedono i due turisti: vivrà con loro in un appartamento vicino alla Stazione Garibaldi, occupandosi di tutte le faccende domestiche per cinque anni. Quella coppia di persone tanto affabili e gentili si prende cura di lei come di una figlia mai avuta, al punto da continuare ad ospitarla anche quando non presta più servizio per loro ma per un’altra coppia. E così, lontano dalla sua terra, quando la sera rientra dal lavoro trova una piccola famiglia ad accoglierla.

    Quando racconta di quel periodo della sua nuova vita non manca di concedersi una delle sue serene e contagiose risate, che hanno dentro il sole del Brasile; quel sole che dev’esserle così mancato nell’inizio della sua prima primavera milanese, tanto da ricordare quelle giornate troppo grigie con tanta ironia, quegli alberi ancora spogli con fanciullesco stupore ("Ma perché le tenete così? In Brasile le tagliamo, le piante secche!").

    E ride anche quando ricorda il suo primo incontro con la neve, mai vista prima di allora. È in Italia da pochi giorni e accompagna i suoi ospiti durante un breve soggiorno a Madonna di Campiglio: giungono nella località turistica che è già buio, e grande, la mattina del giorno dopo, è la sua meraviglia nello scoprire il nuovo elemento! È talmente euforica alla vista del sole abbagliante, che si precipita ad indossare un costume per prendere il sole sulla terrazza dell’albergo… ma fa un freddo cane, non capisce, ed è costretta a rientrare in fretta… Quanta fatica, poi, descrivere la neve ai suoi, al telefono…

    Nella metropoli lombarda vive otto anni, durante i quali ha stretto amicizia con altre connazionali, che condividono il suo stesso destino di migrante, e ha imparato la nostra lingua molto bene, ma con una pronuncia particolarissima, che la contraddistingue da qualunque altra donna carioca: parla molto velocemente, e sei spesso costretto a chiederle di rallentare per afferrare tutto ciò che dice ("Anche una mia amica brasiliana mi prega di parlare più lentamente… anche in portoghese!").

    Nel 1998 si trasferisce a La Spezia, presso un’anziana signora di ottantasette anni, nella veste di quella che si definisce, con un termine a mio giudizio falsamente democratico e populista, badante. Si affeziona alla "sua" Argene come alla madre perduta anni prima, che non ha visto invecchiare se non da un anno all’altro, in occasione dei suoi brevi rientri in Brasile, e quando nel 1995 se ne va per sempre, sente di aver perduto un altro riferimento, e ancora oggi quando ne parla si commuove.

    Mi sono sempre stupito di come molto spesso queste "badanti" si occupino dei "loro" vecchi con vero e proprio affetto e dedizione, che sembrerebbe normale ritrovare nei figli, ma altrettanto spesso non ne ho riscontrati di pari.

    Anche veder crescere i suoi due figli le è mancato quanto la vita, e ritengo inimmaginabile la gioia avuta quando il figlio primogenito la raggiunge a La Spezia nel 1999 insieme alla fidanzata, che diverrà sua moglie e le regalerà una splendida nipotina, della quale è tanto orgogliosa.

    Parla molto del secondogenito, rimasto in Brasile, che fa il poliziotto e ha avuto una figlia di recente, che Edileuza ha potuto conoscere solo quando la nipote ha compiuto 6 mesi.

    Vive nella mia, la "sua" città ormai da oltre dodici anni, lavora per un’impresa di pulizie, ha conosciuto un uomo con il quale ha avuto una felice relazione, ora vive con il figlio e la sua famigliola, frequenta la Chiesa Evangelica e parla della "pastora" e dei suoi sermoni.

    Conduce, insomma, una vita normale, da donna italiana: lavora, frequenta un gruppo di amici con i quali esce il sabato sera, a cena, ospita ed è loro ospite, le hanno organizzato, mi ha raccontato, una bellissima festa di compleanno per i suoi primi cinquant’anni.

    La osservo, a volte, mentre fa il suo lavoro tra scrivanie e computers, sempre attenta e meticolosa.

    Suona il suo cellulare, e comincia a parlare fitto fitto in portoghese: il legame con la sua famiglia, soprattutto col figlio in Brasile, corre nell’etere… come i suoi pensieri ed i suoi ricordi, verso il suo passato, il suo futuro, che spera e vede nella sua terra.

    Dopo quelli che immagino saluti, a volte sembra che diventi improvvisamente triste: avrei voluto chiederle tante volte a cosa pensa, ma sarebbe come rubarle un mondo che è e deve restare soltanto suo, il mondo lasciato tanti anni fa, un mondo che s’indovina nei suoi gesti, nel suo modo di parlare e di sorridere, nella luce che si accende nei suoi occhi quando racconta del Brasile.

    E parla, parla del suo paese, dei suoi ritorni che avvengono quasi ogni anno, durante le vacanze di Natale, degli interminabili pranzi nelle case di suo figlio, dei fratelli, dei nipoti, degli amici, che in fondo non ha mai lasciato.

    E ride, Edy, nonostante la tristezza infinita che racchiude in un angolo del suo cuore. Ride perché sa che tornerà in Brasile, a godersi il sole della sua terra meravigliosa, ricca di bellezze indescrivibili e di contraddizioni inaccettabili. Come l’Italia.

    Riflettendo sulla sua storia di migrante, non riesco a non pensare a mille altre storie, perdute nel tempo come lacrime in un fiume che scorre impetuoso lungo la storia anche del nostro Paese, a tutti i suoi figli che sono stati costretti ad abbandonarlo.

    Perché non si perda la memoria storica di un popolo, della sua miseria e della sua grandezza, è necessario anche soltanto provare ad immaginare ciò che si nasconde dietro i volti sconosciuti e anonimi di tutte le donne e gli uomini che incontriamo per strada e che con falso rispetto chiamiamo magari extracomunitari invece di negri, rom invece di zingari.

    Edileuza o Edy, non ha importanza. Dietro ogni nome c’è un essere umano, sempre ricco e importante perché possiede il tesoro più grande a questo mondo: una storia, la storia della sua vita.

     

     
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