| Franco Campegiani |
Note biografiche Attualmente collabora a “Il Corriere di Roma”, “Controluce” e ad altre testate specialistiche. Animatore culturale, ha dedicato particolari attenzioni all’organizzazione di eventi multimediali, come gli spettacoli organizzati negli anni Novanta con il regista Mario Procopio, per conto dell’Associazione “Astrolabio”, presentando personaggi autorevoli del mondo culturale (Elio Filippo Accocca, Fortunato Pasqualino, ed altri); o come la 1^ Edizione del Festival “Frammenti”, organizzata nel 2001 per conto della Città di Frascati; o ancora come la Fiaccolata Dionisiaca del 2009, organizzata dall’Accademia Castrimeniense in occasione della 85^ Sagra dell’Uva di Marino, con animazioni e performances di poeti, musici e artisti (memorabile il recital dell’attore Gianni Musy), in corteo per le vie del centro storico. Campegiani ha promosso manifestazioni artistiche (come la Biennale Internazionale della Pietra “Città di Marino”, nel ’77-78 e nell’80-81), ed anche letterarie (come il Premio Internazionale di Cultura “Città di Marino”, per il saggio inedito ed altre opere dell’ingegno, indetto nel 2003 dalla BCC “San Barnaba”). Inoltre ha sviluppato negli anni Novanta, per conto dell’Ente Sagra cittadino, iniziative ecologiche (Convegni, Concorsi) sul tema “Alimentazione, Agricoltura, Ambiente”, e ha dato impulso a cenacoli culturali, quali il Movimento “Chiaro Scuro”, per un risveglio della coscienza creativa-autocritica, e a tanti altri, fra cui Latina tellus e, da ultimo, l’Accademia Castrimeniense. In campo filosofico, ha pubblicato nel 2001, con l’editore Armando, un saggio dal titolo “La teoria autocentrica”, sviluppando una rivoluzionaria interpretazione di Eraclito e dell’Armonia dei Contrari. Inoltre, con lo scrittore Aldo Onorati ed il sociologo Filippo Ferrara, ha dato vita nel 2005 al Manifesto dell'Irrazionalismo Sistematico, ispirato all'opera del Maestro Bruno Fabi. L'Accademia Internazionale "Città di Roma", in collaborazione con il Progetto Athanòr, gli ha conferito, nel 2008, una laurea honoris causa in filosofia. Importante, per i suoi approfondimenti filosofici e artistico-culturali, la lunga e fraterna collaborazione con il medium Mario Silvestrini.
Recensioni
“Da un movimento di ballata popolare…un discorso civile e morale che testimonia un’esperienza senza dubbio molto viva e interessante… ad una poesia percorsa da un mirabile slancio inventivo, che giunge fino a una sorta di alto furore nei versi d’amore, ma sa anche farsi pensiero, idea, meditazione” (GIORGIO BARBERI SQUAROTTI); “Un mondo di pensieri e commozioni profondo, in una visione vigorosa e dolorosa del corrompersi e imputridire di un’antica e vera civiltà. Vi sono espressioni nuove, nate da una vera sofferenza” (CARMELO CAPPUCCIO); “Una singolare capacità nel cogliere i momenti vergini delle cose, degli uomini, del paesaggio, con una poesia soffusa d’una filosofia amara ma non priva di speranza. Una poesia chiara, sobria, priva di lezi letterari, ricca di slanci affettivi. Purezza di espressione, fluidità di ritmo, rigoglio di immagini attraggono e affascinano” (MARIO DELL’ARCO); “Un discorso molto particolare che non mi sembra il caso di scambiare per banale poesia ecologica, ma che è invece un’espressione notevole di un rapporto profondo con la terra e con il cosmo. Una capacità di realizzare con un tono tutt’altro che enfatico, ma molto colloquiale (che non è semplificatorio, ma di una compostezza stilistica non comune), un discorso che ha l’ambizione di essere molto più che didascalico e di farsi filosofia” (MARIO LUNETTA); “La profondità e l’originalità delle immagini attraverso uno stile inconfondibile, pongono in risalto l’intimo significato filosofico della sua poesia. Dai suoi versi traspare una tematica esistenziale non contaminata da un’esibizionistica ricerca stilistica, così da rendere ancor più efficace l’essenzialità del messaggio” (LEO MAGNINO); “Immagini forti, incisive. Le metafore sono nette e precise, nuove, altamente efficaci. La natura è la profonda suggestione di questo poeta, un panteismo, una continua metamorfosi, un’identificazione con la forza inconscia e primigenia delle cose: qualcosa di più della madre ecologica e della casa comune. E’ un destino infranto, una speranza recisa, un sogno lacerato. Eppure non v’è putredine in questa morte, bensì autorigenerazione. Il poeta viene fuori tutt’uno con questa natura prorompente ed infinita, con la carne che sa di tormento e di dolorosa speranza… fusione degli opposti fervidi e sacrificali” (ALDO ONORATI); “Versi ingenui, cioè chiari, aggressivi, senza cerebralismi, o manierismi, ma proprio per questo mi pare che vadano giusti al segno” (GIULIANO MANACORDA); “Una capacità di presa immediata, uno spessore autentico di riflessione e di inventiva”(MARIO PETRUCCIANI); “Le accese metafore di Campegiani vogliono ipotizzare un mondo non molto lontano e invisibile che ci sfugge ogni qualvolta cerchiamo d’organizzarlo col nostro fiato utopico. E il senso morale risiede proprio nella personale costruzione della vita” (VITO RIVIELLO); “Bello davvero; lampeggiante e convulso di immagini e insieme splendidamente concreto. Un travaglio destinato a risolversi a mano a mano che ne approfondisci le ragioni, sicché le ultime poesie hanno un accento sempre più persuaso di una possibile serenità” (CESARE VIVALDI); “Mi piace l’animo ispiratore, che, a volte, se lirico e idillico, quasi riesce a diventare ironico e aspramente aggressivo” (LUIGI VOLPICELLI). LA TEORIA AUTOCENTRICA Analisi del potere creativo Prefato dal filosofo Bruno Fabi, questo saggio di Franco Campegiani, uscito nella collana filosofica di Armando nel 2001, contiene un'illuminante postfazione dello scrittore Aldo Onorati ed è stato definito “un’opera rivoluzionaria ed altamente innovativa nel campo della filosofia contemporanea” (Giorgio Romano). Si divide in due parti: la prima, teorica, individua e dipana tematiche di filosofia autocentrica (termine coniato dall'autore), mentre la seconda è un percorso esemplificativo e critico su testi di poeti, scrittori, pensatori e artisti. Come nell'opera poetica, così in questo testo filosofico desueto, il nucleo centrale dell'autore si addensa intorno ai temi della liberazione dell'io, sepolto sotto la coltre dei condizionamenti collettivi. Un grido fervido, un recupero di memorie ancestrali, una rinascita interiore che va di pari passo con una riscoperta dei sensi, della natura e del mondo fisico. Una filosofia dell'equilibrio, della dualità "materia-spirito", definita nel saggio "edenica" e dichiarata equidistante tanto dal nichilismo dei tempi attuali, quanto dai trionfalismi metafisici del passato. Una lettura di Eraclito decisamente controcorrente e innovativa, in grado di riportare in auge un percorso del pensiero sepolto e dimenticato: quello che vuole l’Essere autenticamente dicotomico, in un rapporto col Non-essere che non sia vincente (come nelle varie dialettiche) e neppure perdente (come nei relativismi attuali), ma che sia espressione di una tensione fine a se stessa e senza sbocchi razionalistici: Armonia dei Contrari, per l’appunto, fascinosa come il Mistero. Una filosofia della "creatività", che l'autore espone come facoltà di "creare" e di "crearsi", attingendo in ciò che di aschematico risiede nelle profondità mentali, al di là della sfera razionale ed emotiva, e quindi della sfera partigiana del pensiero, raggiungendo l'armonia neutrale del proprio spirito. Attingere a questo polo significa anche porre in movimento le facoltà autocritiche di cui è dotato l'essere umano, con ciò migliorando il suo comportamento, e quindi le condizioni del vivere sociale. L’autocentrismo ha valenze diametralmente opposte all’egocentrismo o all’autolatria. I fondamenti di questa filosofia, infatti, sono relazionali, in quanto radicati nella relazione dell’individuo con se stesso. L’altro, o l’alterità, è nell’uomo stesso. E’ la dualità dell’individuo con se stesso. Qualsiasi altra relazione è inclusa in questa relazione dell’io con l’altro io di se stesso. E’ questo il primo anello della catena relazionale, saltando il quale va in pezzi l’intera relazionalità e i rapporti sociali si fanno inautentici. L’autocentrismo non ha nulla a che vedere neppure con l’antropocentrismo, termine con cui si trova in aperto dissidio, perché pone l’uomo al centro dell’universo, facendone un despota, mentre esso lo pone al centro di se stesso, rendendolo tanto più sovrano di se stesso, quanto più autocritico con se stesso e capace di porsi in crisi senza pietà alcuna. Una visione, dunque, tutt’altro che intimistica, eremitica o solipsistica, in quanto tende a superare le visioni anguste dell’io in quelle più aperte e universali del sé. L’autocritica, in fondo, non fa che parlare ancora una volta dello sdoppiamento e della dualità dell’essere, tornando anche per questa via al tema dell’armonia dei contrari. In pratica può essere considerata uno sviluppo dell’armonia dei contrari sul piano strettamente individuale. E siamo nella filosofia socratica del daimon, debitrice, se pure inconsapevolmente, dell’impervia costruzione eraclitea. Dalla prefazione di Bruno Fabi: "L'intento dell'autore è di reintrodurre nell'io il linguaggio delle contraddizioni per ritrovare in una interna consapevolezza la loro armonia ignota alla comune dialettica, e per avvalersi di un'esperienza totale... Solo chi accetta in toto l'albero del bene e del male, e cioè il proprio dualismo, può sfuggire alla relatività e accedere al rinnovamento creativo passato nell'equilibrio interno e cosciente dell'io... Un saggio originale, con brani che assurgono sovente, al di là della filosofia, a spunti di autentico valore letterario". Dalla postfazione di Aldo Onorati: "Da Eraclito Campegiani si affaccia senza mezzi termini a tutte le bipolarità dell'uomo e afferma con decisa concretezza che l'assoluto è l'equilibrio tra l'essere e il non essere... Fra questi estremi si giocano le carte della nostra unità, della nostra entità contraddittoria ma necessaria... Non per nulla lo scrittore punta sull'autocentrismo, ma avverte i pericoli d'un'errata interpretazione dell'uomo re del creato... L'autocentrismo è la sovranità autocritica dell'uomo su se stesso".
LettureVer Sacrum Oggi si torna a capo. Rinasce primavera tra le crepe di queste tombe che l’inverno ha fracassato. Si dissolve nelle tenebre la storia, la sua boria in un ghigno il nulla attrae. Ora si torna a capo, alle vive origini del mondo, nei luoghi-non-luoghi dell’essere increato. Spariamo dall’oblìo dell’insensato, gettati nel tunnel che conduce all’apolide patria dell’amore, là, nell’altro volto di Giano, radioso e senza forme, senza tempo, fermo agli inizi perenni e fuso col fuoco del tempo nel suo tempo immortale. Erranti raggi di quel vivido sole, non sapevamo di averlo nel sangue, quel sole, una luce che rideva e giocava disfacendo le viscere umane. Cademmo nella piovra del torpore, della grigia morte, immemori che il principio e la fine si danno sempre la mano… Oggi uccidiamo il re tiranno nella selva votata alla dea Diana, nella radura sacra alle nascite e ai nuovi albori… Il vecchio re non ha più nulla da dire e non vuole cullarsi sugli allori. Prenderemo il suo posto, nuove leve, e nei boschi dell’anima metteremo gemme e radici. Fedeli al Ver sacrum, ci cresceranno le ali e chissà se saremo all’altezza dell’amore. La fuga di Adamo Se pareva boves, alba pratalia araba, albo versorio teneba, negro semen seminaba* Con un piede nell’eden, per millenni, e un altro fuori, violazione e innocenza ha coltivato, arando campi e segni ammassando in biblioteche di sapienza antica. Questo fu Adamo, un contadino che seminò cultura nella terra, aprendo solchi d’amore con ferite da cui zampillò il latte della vita. Trafissero le lame il puro seno e il dolore ci fu (oh, se ci fu!), il supplizio della croce da cui sgorgò l’azzurro e il paradiso un giardino di purezza e trasgressione, l’una nell’altra fuse, fraternamente come Caino e Abele, il bene e il male della salutare pianta, non ancora divisi. Sta uscendo Adamo anche con l’altro, ora, di piede e distese vede di deserti ove i suoi figli si uccidono per concimare col sangue l’albero proibito. Su pagine di terra, ora non scrive più l’aratro e i buoi delle sue dita smarriscono la piuma che lieve sul foglio scorreva con amore smisurato. E sfiorano tastiere quelle dita con sterile fatica senza più sudare. Non più della terra figlio, l’uomo, ma di se stesso clone diventato, in arido terreno pone un dolce sangue avvelenato senza più creare. Un topo stringe tra le dita, di plastica, e non un bianco aratro, mentre nell’occhio vitreo del mostro informatico versa il seme nero della sua follia razionale. Lettera a Kant Caro Emanuele, ci sono gioie nascoste in questo autunno stregato. Da questa rossiccia morte che spoglia gli alberi e dissolve le pingui vesti dell’estate nasceranno nuove albe, altri fuochi d’amore incendi di sole fatati… “L’inseità è inconoscibile!”, vai gridando tra gli scaffali della libreria e lo scompiglio sgretola fedi, illanguidisce ardori, sommuove libri, spezza ripiani… Ma incenerire i dogmi, Emanuele, è accendere, non spegnere i fari dell’arcano. Non ci separa la boria, certo, dall’oscura luce di noi stessi, né l’ignoranza dall’insondabile che siamo, dall’abisso intelligente, dal radioso gorgo da cui il sangue viene, e questa carne… Questo fascio di muscoli e nervi affiora da un magma sereno infuocato, dall’abbraccio di Ordine e Caos, dalla contraddizione dell’essere: non-essere come equilibrio vuole. E stanno in me il lupo e l’agnello, in me il giorno e la notte e il gelido inverno dai secchi e canuti rami. In me il rombo della bufera ed il mandorlo in fiore, in me il canto delle cicale e il ritornello di grilli e rane… Non ego essere, ma quel che nell’imo siamo! Cosa la ragione può sapere della legge suprema dei contrari? Duende È un fuoco di terra il mio dio. Dalla caverna mi chiama con scosse telluriche, assiso tra fiasche panciute nei più segreti grottini. E sta con la vergine luna, colmo il calice dell’argenteo suo sangue. Con lei danzerà, con lei annegherà dentro i limpidi specchi delle botti là fuori a stagnare. Tra i filari domani verrà l’alba versando quel suo fresco vino turchese nella coppa del mio cranio. Con il cuore a galla, fra onde di gioia, scoprirò quanto si amino il cielo e la terra. Nel mio fascio di nervi e di sangue, tra resti di folla esultante, allora sì che potrò dileguarmi sul dirupo più alto del mondo. Dove nessuno saprà che risorgo. Duende è il misterioso potere che emana dalla terra e, bruciando dentro l’artista, ne muove l’ispirazione. Il poeta sente questo tribale fuoco che lo induce a entrare nei segreti dell’animo e nelle arcane meraviglie della natura: la sua poesia, così, aleggiando tra realtà e trascendenza, offre uno spaccato di pensiero e d’emozione che, come nella lirica di Garcia Lorca, supera il varco della logicità per immettersi nell’indistinto mondo dell’intuizione. Da Antologia Via Francigena 2010 – Un itinerario di poesia
L’UOMO COM’È Pensare in fotocopia o in originale? Kant afferma che la realtà in sé è inconoscibile. Se tuttavia essa è inconoscibile, non è detto che sia incomprensibile. E qual è la differenza tra conoscenza e comprensione? Una risposta potrebbe essere questa: la conoscenza è razionale, la comprensione simbolica. La conoscenza razionale è esterna alla realtà, in quanto la oggettualizza, mentre la comprensione simbolica - quando il simbolismo è creativo, s’intende - porta dentro la realtà, in essa ci immerge ed è l’unico modo che abbiamo per essere realisti. Realista è colui che vive nella realtà, instaurando relazioni. E cos’altro è il simbolo, se non una relazione? Si sbaglia a pensare che il simbolo sia una rappresentazione. Se così fosse, sarebbe pur sempre un fatto mentale, distinto e separato dalla vita, mentre invece è vitalità pura, unione di sangue e spirito, di cellule ed energia. Questa facoltà relazionale, che impone di vivere le cose, rispettandole e rispettando l’umana autonomia, non ha alcunché di razionale, in quanto non tende a scindersi dalle cose stesse, magari per fini di prevaricazione e supremazia. Stabilire relazioni è possibile soltanto in condizioni di parità; e non è che la parità escluda la gerarchia, come spesso viene frainteso. La parità pretende soltanto il rispetto: quel rispetto che esula dalle qualità della ragione in senso stretto, tesa questa com’è ad affermarsi ad ogni costo, con motivazioni sovente pretestuose. La ragione è plagiaria e schematica, mentre la realtà è ambigua e sfuggente, sempre misteriosa. La ragione vede il mondo in fotocopia, mentre la realtà è creativa e gronda originalità da ogni poro. La realtà è prerogativa di esseri che pensano in originale, amando ed onorando l’originalità propria ed altrui. Chi pensa in fotocopia - in quanto succube o in quanto egemone, non fa differenza alcuna - sta fuori della realtà e vive in un mondo tutto suo. Poco importa che la società, per la stragrande maggioranza, sia oggi dominata da modelli schematici e non creativi. Ciò significa che l’umanità, nel suo insieme, sta smarrendo la bussola e che viviamo un po’ tutti fuori dalla realtà, fotocopiandoci l’un l’altro senza ritegno alcuno. Tutto questo ci porta in un mondo di astrazioni assurde, che finiamo per scambiare per concretezza e per realismo oltremisura . Misera umanità, con la testa tra le nuvole! Visionaria razionalità, che vive di astrazioni! E si prendono i poeti per sognatori per il solo fatto che pensano in originale mostrando di avere la testa sulle spalle, mentre gli altri portano il cervello all’ammasso per un erroneo calcolo di convenienza. E non si accorgono che questo cervello poi gliela fa pagare, visto che non gli consentono di essere se stesso! E’ inutile che, parlando dell’uomo com’è, si tenti di evidenziarne lo squilibrio. Se l’uomo è uno squilibrato, è perché non vuole essere se stesso. La realtà è l’equilibrio, non lo squilibrio (e parlo ovviamente di un equilibrio non razionalistico, non statico, ma in grado di comprendere tutto nel suo interno, compreso lo squilibrio). Chi è l’uomo? Caino o Abele? Tra San Francesco e Hitler corrono distanze abissali. Chi è dunque l'uomo? E’ tutto, ed è sciocco tentare di ridurlo entro una formula determinata! In ogni uomo c’è l’umanità intera, ed è un errore grandissimo dare l’ostracismo a tutto ciò che non rientra nei nostri schemi ideologici, razionali. Ecco perché la ragione è satanica: perché separa ciò che deve essere unito. Ed ogni separazione, in fondo, è satanica, se è vero che Satana, il Diavolo (Diabolos) etimologicamente significa il Separatore, laddove il Simbolo (Symbolon) vuol dire Unione. Se per l’uomo com’è intendessimo l’uomo secondo natura (ovvero un centro dell’equilibrio, sia pure nello squilibrio; una delle tante espressioni dell’armonia universale), parleremmo di un uomo che agisce nella realtà con senso pratico, sulla scorta di un’alta tensione morale e ideale, mantenendo fede a se stesso e rispettando ciò da cui è circondato. Ecco la materia e lo spirito fusi in un unico respiro! Doppia è la natura di tutte le cose e doppia è la natura dell’uomo. Scopo di questa dualità non è di recuperare platonicamente l’universale svalutando il sensibile, né di incarnare aristotelicamente l’ideale nel sensibile. Smettiamola con questi razionalismi! Scopo della dualità è semplicemente di allineare le due diverse nature dell’uomo, cercandone l’intesa, l’armonia. L’uomo com’è, l’uomo secondo natura e secondo equilibrio, non pensa in fotocopia, ma in originale, proprio perché è allenato a dialogare con se stesso, ponendo a confronto le due diverse nature di se stesso ed onorandole in equa misura. Colui che invece manipola e falsifica se stesso, entra in crisi su tutti i fronti, materiali e spirituali. Non è certo un caso che l’uomo alienato d’oggigiorno, offuscando i valori dello spirito, abbia avvilito, indebolito ed inquinato anche quelli del corpo e della materia in generale. Tuttavia continua boriosamente a credere di essere concreto solo perché plagiato da un astrattismo tecnologico che lo ruba a se stesso ed alla propria realtà, se pure biecamente propagandato come aderenza al reale! Questo astrattismo tecnologico, ovviamente, nulla ha a che vedere con i veri valori della tecnica, che sono concretissimi proprio perché equilibrati, ed includono, nell’idea di dominio sulla natura, un’idea di fedeltà verso la stessa, oggi dimenticato. Ma tutto questo si sta rivelando un boomerang, riducendo il borioso dominatore del mondo a niente più che un pavido nanerottolo in balìa degli strumenti tecnologici da lui stesso creati. Ecco perché bisogna tornare alla mente simbolica, vitalistica, sviluppando la facoltà di comprendere, al di là delle ridotte facoltà conoscitive della mente razionale. Il poeta e l’artista vedono l’uomo com’è, realisticamente, secondo costituzione archetipa, sub specie aeternitatis. L’ideologo come dovrebbe essere, o come vorrebbe che fosse, forzandone la natura. Sta qui la grande concretezza del poeta e dell’artista, contrapposta all’utopismo fumoso e sognatore di ogni ideologo, di ogni manipolatore della realtà, positivista o idealista che sia.
Del poeta Gianni Rescigno ANIME FUGGENTI Genesi Editrice “Genesi Editrice”, nella collana “I Gherigli”, ha recentemente pubblicato “Anime fuggenti”, del poeta salernitano Gianni Rescigno, con prefazione di Francesco D’Episcopo. Scrive costui: “Il poeta, a ragione, confessa di essere nato per l’eternità. Ed è questa parola, magicamente infinita, a fare da salvifica sutura tra la vita, che continua a spalancarsi con i suoi avidi allettamenti, e la morte, vero vino dei poeti, che è dentro la vita stessa”. Negli esegeti di Gianni Rescigno, più volte ritorna questo concetto della coabitazione e della coappartenenza della morte e della vita. Del resto è il poeta stesso, in molti versi della sua vastissima produzione lirica, a dare corpo a questa intuizione, che a ben guardare è di matrice pagana e cristiana nello stesso tempo. Ne “Gli occhi sul tempo”, raccolta pubblicata da Manni nel 2009 (scritta a quattro mani con il giovane poeta Menotti Lerro), Rescigno scrive, a proposito della morte: “E lei aspetta che si consumino sole/e cielo, che si riduca a un punto/l’arco del miraggio. E’ in noi, ben nascosta/per il balzo sulla vita”. Ma c’è reciprocità, perché anche la vita aggredisce in continuazione la morte, riaffermando su di essa le proprie ragioni. Scrive Sandro Gros-Pietro nelle parole iniziali della sua postfazione ad “Anime fuggenti”: “Il poeta è un Phoenix, nella visione di Gianni Rescigno, il mitico uccello capace di comburere infinite volte e ridursi in cenere ma altrettante di risorgere a nuova vita, nel flusso di una durata indeterminata, che diviene asintoto e vicinanza all’eternità”. Si sbaglia a vedere nel tempo soltanto la condizione del disfacimento e della fine. C’è da mettere in conto anche l’avviamento ed il principio, giacché non c’è tramonto senza aurora, e viceversa. Il tempo è il luogo dove si danno appuntamento la morte e la vita: “Noi siamo e non siamo./…/Vita e morte in ogni istante./Ogni istante eternità e fine”. La transitorietà è permanente e impermanente nello stesso tempo. E’ il regno del logoramento e della perdita, ma anche del rinnovamento e del sangue vivo: “I decenni sommati ai decenni/per me equivalgono a un giorno”. Ciò che muore è solo un aspetto dello stato temporale. L’altra faccia è la vita che si rinnova e che torna sempre a capo. In Rescigno la consapevolezza del pantarei è fortissima e vivi sono in lui il senso dell’abbandono, la coscienza della senilità e del caduco: “ho scritto parole/quasi tutte/trascinate a mare/dai fiumi”. E al termine della vita “t’accorgi che poco o nulla hai amato”. “Ormai il tempo è poco./…/e prendo la mia bisaccia/…/ m’avvio al bosco./…/Di là dovrà passare il mio vento”. Tuttavia il poeta sa che c’è un tempo per nascere e uno per morire. Sa che al tempo si viene, così come dal tempo si va. Ma da dove si viene e dove si va? La condizione del tempo presuppone necessariamente una condizione altra: l’eternità. “L’eternità ci è dentro:/non l’ascoltiamo”. Viviamo incoscienti nel caos del giorno, ma di notte i sogni ci rapiscono, facendoci rientrare in noi stessi. Siamo in fondo dei viandanti cosmici, delle anime fuggenti, come recita il titolo della raccolta. Fuggiamo da noi stessi per venire al mondo e fuggiamo dal mondo per tornare a noi stessi: transiti dolorosi sul Calvario della Croce: “Ti dico e ti ripeto che siamo/farfalle di tramonto e il prezzo/che paghiamo ogni giorno/è la fatica di credere e d’aspettare”. C’è un che di pagano, come dicevo prima, in questa visione ciclica della vita, che splendidamente si sposa, a parer mio, con la spiritualità tutta cristiana e francescana dell’autore. Gli umani sono materia e pneuma, sangue e spirito, carne e soffio vitale, cellule ed energia. Una miscela di cielo e terra: “Siamo usciti stasera dalla terra./Non dimentichiamo che il fiore/è della terra/che il mare sottovento/è della terra e l’urlo del giorno/che nel sonno sentiremo è della terra”. E tuttavia: “Noi siamo gente/fatta per il cielo”. Quella di Rescigno è una visione dell’eterno nutrita di cangianza e motilità, di sofferenza e lotta, di conquista e perdita. Non c’è nulla di statico in questa visione dell’assoluto, dove tutto è in moto perenne, in una corsa nella rincorsa delle posizioni iniziali, aurorali, dell’avventura dell’essere. Storia, dunque, come allontanamento dalle origini ancestrali, ma anche come ritorno a quelle radici, agli albori storico-metastorici dell’umanità. Critici molto autorevoli hanno giustamente sottolineato il carattere “memoriale” e “narrativo” della poesia di Rescigno. Va sottolineato tuttavia, a parer mio, il tratto non citazionistico, né nostalgico di questa memorialità. E’ una memoria degli inizi perenni e sempre attuali, una memoria mitica e non mitologica; un ricordo vivo, sanguinante e non un tramandare ripetitivo e stanco di figure ed eventi superati, che nulla avrebbero a che fare con l’uomo d’oggi. La grande e passata cultura contadina viene presa ad emblema immarcescibile dell’umanità di sempre. Alcuni versi: “Odore di terra nella pelle/gli uomini sedevano in cerchio/sotto i noci./Le donne a mezzogiorno/tiravano su dal pozzo il vino:/colmi fiaschi rinfrescati./E diventava un canto l’aria:/di donne e di cicale/di pecore e d’uccelli./Diventava un solo volo di farfalla; acino di fuoco il sole”. E ancora: “In quelle case bianche di calce/sudavano gocce d’antico le pietre./La madia accostata al camino/cresceva pasta coperta/da un vecchio telo di lino./Nel forno sotto la scala/entravano pani già gonfi/e le pizze facevano festa/con moscato venato di spunto”. Una civiltà, quella contadina, indubbiamente circoscritta ad una fase ben riconoscibile della storia umana, e tuttavia, più in profondità, cancellati gli elementi contingenti e specifici, vi si possono leggere i lineamenti essenziali e i caratteri distintivi dell’uomo di sempre. Figure di contadini, di pescatori, di popolani, di emigranti diventano veri e propri archetipi umani, con le storie, le disgrazie e le speranze di sempre: “Antonio: mio amico./Basso tarchiato, il petto mantello/di peli. Ben nato, colpito da polio/a tre anni”. E’ insuperabile davvero nella pietas, nella partecipazione fraterna ai dolori di tutti i viventi, Gianni Rescigno. Si devono leggere poesie come “Durante il coma di Roberta”, “La madre di Oreste”, “Preghiera di un barbone”, “Sclerosi multipla progressiva”, “Birillo”, “Il cane”, “Il cieco”, “Nell’autunno del vino”, per capire come Rescigno sia impareggiabile nella descrizione graffiante e colorita dei derelitti, degli emarginati, degli uomini e delle donne feriti nel corpo e nell’anima, che tuttavia accettano con forza d’animo e senza battere ciglio il loro stato. Non è una denuncia sociale, la sua, e tanto meno politica (semmai una condanna di modelli civili e culturali di cui siamo tutti responsabili). Il discorso tuttavia è più profondo, perché non tende a cambiare il mondo, come è nella presunzione dei superficiali e degli ideologi che propongono panacee ed hanno rimedi (beati loro) per ogni male. Purtroppo tutti costoro ignorano come l’uomo abbia memoria strana “e ora come sempre parla di Giustizia/e con nuova fame affama l’affamato”. “Perché perché l’uomo ammazza l’uomo?”, chiede il bambino all’adulto, che di fronte all’interrogativo rimane muto e senza fiato. Sfiduciati e demotivati, i figli “vogliono domandarci come si fa/a procurarsi tutti i giorni/la medicina per sognare”. Rescigno non si illude sulla possibilità di cambiare il mondo. Si limita a tentare di comprenderlo, fotografando le anomalie, le sofferenze, il sacrificio, e illuminando al contempo la capacità di tirar fuori risorse insospettabili, fatte di sapienza, fede e forza atavica, per poter andare avanti combattivamente nella vita, con spirito mai rassegnato. LA PITTURA SPECULARE DI LINO TARDIA Ha sapori antropologici la pittura di Lino Tardia, voce nettamente autonoma nel panorama delle poetiche contemporanee, pur essendo immersa nella cultura visiva del nostro tempo. All’incrocio tra defigurazione astratta e maniere figurali, tra rappresentazione veristica e riduzionismo geometrizzante, tra evocazione paesistica e poetiche materico-informali, definirei questa visione artistica totemica ed arcaizzante, fondata sulle tracce e sui segni storici del vissuto umano. Da un lato, dunque, l’istanza vedutistica, che si presenta vaga sullo sfondo del quadro, pretendendo un soggetto separato ed autonomo rispetto al mondo oggettivo; dall’altro il filtro coscienziale fondato sulla fusione “io-mondo” che si attua nel processo comunicativo ed è rappresentato nelle strutture di primo piano, al tempo stesso semplici e complesse, storiche ed essenziali. Un’arte, pertanto, rivolta al linguaggio come relazione che l’uomo instaura con le cose e con l’habitat in cui vive. Un’arte sul connubio dell’uomo con la terra (ma anche con i mari e con i cieli) entro cui stabilisce la propria dimora. Dunque una poetica dell’insediamento, della stanzialità, delle radici. Una poetica relazionale che potremmo anche definire duale. Non dualistica, si badi (ossia conflittuale) ma armonica, fra due elementi eterogenei (l’uomo e il mondo) che sono chiamati a cooperare. Ed è il Mediterraneo, culla della civiltà, il topos di questa vocazione artistica tipicamente insulare. Siciliano d’origine, Lino Tardia giunse a Roma sul finire degli anni Cinquanta. Frequentò Via Margutta e gli studi di Guttuso e Mirabella, ma negli anni Sessanta la sua ricerca conobbe una metamorfosi che lo fece passare dapprima dal Realismo all’Informale, quindi alla Nuova Figurazione dietro le stimolazioni di Francis Bacon (artista non meno insulare di lui), conosciuto a Londra durante un viaggio di lavoro. Il suo attuale corso artistico si pone dunque come la risultante di varie stratificazioni estetiche sviluppate in modo assolutamente personale. Tardia ha viaggiato moltissimo e sta qui la radice odisseica (per questo insulare) della sua visione artistica. La sua Itaca non è uno scoglio sperduto nell’oceano, non è un eremo, ma un punto di approdo e di partenza per ogni viaggiatore. Dunque un crogiuolo, un fermento cosmopolita, una fucina di grandi fervori culturali. Ed è il Mediterraneo, come già detto, l’archè di questa poetica del viaggio e del mare. In questo luogo archetipico, in questo territorio dell’anima, si affacciano tre continenti e s’incontrano lacerti di civiltà scomparse, ma vivissime nella memoria e nell’immaginario collettivo. I Fenici affascinano particolarmente il nostro pittore. Egli li colloca in un’età mitica e senza tempo, perennemente attuale. E’ un’arte mnemonica, la sua, ma non funerea o citazionistica, bensì sanguigna e carnale. Una visione non onirica, che si trova agli antipodi di quella messa in scena dell’assurdo e del vuoto in cui si esplicita l’arte metafisica e quella surreale. Questo teatro incandescente e fantasmagorico, fresco e zampillante, pone in scena ciò che non muore, ciò che vive nel tempo (più che al di là del tempo) e resiste ad ogni consunzione, ad ogni contingenza, ad ogni apparente annullamento o corruzione dell’esperienza vitale. Ecco la mitopoiesi non ancora decaduta a schema mitologico. Ecco il mito allo stato sorgivo, il quale è sempre bifronte, in quanto da un lato affonda nel tempo e dall’altro in una sorta di dimensione arcana, eternale. Ecco la rappresentazione del sensibile e dell’ideale colti in quella tensione reciproca che non ha nulla a che vedere con la duplicazione platonica o con la sintesi aristotelica, perché si risolve in allineamento ed in bilanciamento di elementi opposti e divergenti tra di loro. Ed ecco ancora Eraclito con la sua filosofia ionica (squisitamente mediterranea) che annuncia l’armonia dei contrari. L’impianto architettonico dei dipinti di Tardia - l’abbiamo già detto - è relazionale, ovvero duale. La narrazione infatti si sdoppia e dà luogo ad una divisione dell’opera in due campi tra di loro speculari. Non a caso l’autore ha intitolato “clessidre” un ciclo delle sue opere che, come egli stesso ha detto, “si possono capovolgere senza portare variazioni sostanziali sul piano visivo”. Così tutto si fa sfuggente e la relatività del tutto relativizza lo stesso relativo, facendo intravvedere per contrasto lo sguardo nascosto e criptico dell’assoluto. Sono strutture prismatiche, lastre trasparenti e vivide, cubi assonometrici che parlano di due dimensioni dell’essere in rapporto tra di loro. Il due poi si fa tre, se si tiene conto del supporto (la tela) volutamente quadrato, che inevitabilmente unifica ciò che appare all’interno della visione mostrata. Sono cubi spaziali, ologrammi enigmatici, scatole cinesi che, come calamite magnetiche, attraggono elementi eterogenei, caricandoli di contenuti psichici straordinari. Nelle aggregazioni totemiche, geometrizzanti, compaiono forme antropomorfe ed elementi cosmici (lune, soli, astri e satelliti) unitamente a collages (dipinti) di giornali, emblemi della contingenza e della cronaca, nonché a richiami arcaici (corni, portali, luoghi sacri ed altro), in un complesso giuoco caleidoscopico preso fra luci notturne e crepuscolari. Sono coaguli psicosomatici, grumi di materia e di energia pensante, dove sensibile e sovrasensibile, ordine e caos, emotività e rigore si bilanciano tra di loro, secondo un noto motto di Braque che spesso Tardia ama citare.
21 agosto 2010 Aggiorniamo la pubblicazione dell'opera poetica di Franco Campegiani con una nuova raccolta:
FRANCO CAMPEGIANI Poesie d'amore Quando
Quando in penombre diafane le porte schiudi del giardino e complice mi fai di indicibili misteri, rovescio di petali uragano di sorrisi traboccano da fonti invisibili. E violento si dilata un inno alla vita. Quando l’onda verde e silente, io seduto sul ciglio dei tuoi occhi, fluire avvisto in fondo al dirupo, un alto grido di aquila dal mio petto erompe nei tuoi cieli.
Luna apuana Donnaluna, faro del cosmo, bianca gemina dell’impervia roccia apuana, tu madre del cielo e signora della terra, freddo argenteo notturno mistero, ora qui, clonata nel mio letto, calda amante e struggente femmina regale, con occhi spalancati sul fluido abisso, buchi neri che ingoiano nei bluastri e dolci mondi dell’ignoto.
Dai tuoi fianchi Dai tuoi fianchi fiorisce l’aurora e il tuo seno ha profumo di tiglio stamattina. M’affido al dio che scintilla dai tuoi occhi e ai tuoi cicli cosmici assaporo come tutto sia mutevole e tutto sempre uguale. Il tuo sorriso ha profumo di tiglio e i tuoi capelli sono radici della sera. Nel tuo palpito respirano le stelle. E’ il tuo sguardo a tessere fiori di galassie nel cielo.
Amarti è perderti Amo il tuo sorriso giovane e l’aria sbarazzina, la frivola criniera su quel tuo sguardo vivo. Prendo i tuoi fianchi argentei ed il roseo grappolo dei seni. Affondo nel pube angelico rapito da promesse astrali. Legarsi e sciogliersi questo è il gioco dell’amore. Amarti è perderti, è scoprirti tua, non mia. E resto qui, chiuso nel giro delle mie ossa. Non so tendermi verso il tuo essere infinito. Mi sfibro a guardarti. Non faccio che sfiorare con un dito lieve le tue fattezze morbide, impotente di fronte all’amore che trascende i confini.
Catturo il tuo sguardo Catturo il tuo sguardo nell’azzurro e, fusi nella gioia, eccoci fuori dalla terra catapultati verso i sacri sentieri. L’ancora è salpata, amore mio. Grandioso è il regno… Alziamo la vela nella giusta capriola del vento sfruttando l’alata onda solare. Più in là, nell’oceano delle stelle, i segreti gorgogliano, maestosi della vita. Fermi ai bordi della galassia ne ascolteremo il sussurro fino a sera. Poi, scesi di nuovo sulla terra, non caleremo il velo di Maya, né più coglieremo i frutti dell’albero proibito. Scesi sulla terra, amore mio, là nel ribollente vulcano del dolore, nessuno e niente ci priverà dell’armonia.
Buongiorno Buongiorno, glicine in fiore. Mi manchi, mia dea serena e limpida, fonte guizzante di energia. Sei il volubile teatro delle nuvole, sei la patria del vento e del sole. Sto nel cerchio carnale dei tuoi amplessi eterici e succhio pianto e gioia dai tuoi candidi seni. Mi manchi, dolente capriccio e bianco mistero d’armonia. Eppure son qui, a brucare sui manti eburnei delle tue virginee rive. Son qui, battuto dall’onda molle dei tuoi alti venti siderali… Mi manchi, mia carne scissa da me, nascosta chissà dove.
Battaglia d’amore Con barbaro ardore il tuo grembo ho violato. Con irruenza l’ho straziato di mille cavalieri in corsa sulla radura. L’ho squarciato, ricordi, nel rombo degli zoccoli nel martellante rullìo dei tamburi. “Vittoria, vittoria” ho gridato, sarabanda di trombe all’intorno e di colpi mortali. Sul tuo seno mi sono schiantato, invincibile, il tuo sorriso m’uccide d’amore… La mia rabbia dissolvi, dea dell’ordine, e riconducimi alle supreme sorgenti della specie.
Roccia solenne Dal sole e dal vento tu roccia solenne i manti ti fai modellare. Sei bella e più bella quando rivoli di lava sprizzati dalla pelle ti scavano i fianchi. Ora la cera si scioglie e la fiamma è più viva. Sei tu la terra madre che mi gioisce intorno, e si corruga e si macera, vulcano sempre attivo che mi romba intorno e si rinnova bruciando nella vita.
Sotto il monte nevoso Sotto il bianco fascino del monte nevoso c’è un tepore di donna, braccia calde e sguardo amico, un rifugio, un fuoco acceso. Là si posa e si consuma tutto di me, mette radici il seme. … Era il sole una ferita nel cielo, un passaggio di sangue, un’osmosi nel cielo, tra i due mondi. Senza indugi tu mi portasti alle sante radici, alle ragioni ultime e prime del big-bang, dolenti scaturigini festose della vita… Sto nell’incendio gelido dei tuoi sguardi complici, delle tue ammiccanti malie. Al teporoso risveglio mi sciolgo tra coltri candide sui tuoi capezzoli divini. E’ splendido il mattino, se pure bigio e nevoso. Algida farfalla rotoli tra i bioccoli di neve intorno al camino acceso. Un sorriso rosso e profondo mi morde il cuore.
|

Nato a Marino (Roma) il 7 settembre 1946, ivi risiede conducendo direttamente un’azienda agricola secondo modelli di coltivazione biologica e scelte di vita il più possibile alternative. Ha pubblicato svariati testi poetici con le seguenti editrici: Mario dell'Arco (“L’ala e la gruccia”, 1975 e “Punto e a capo”, 1976), Rossi & Spera, Carte Segrete (“Selvaggio pallido”, 1986, con disegni di Umberto Mastroianni), Ibiskos (“Cielo amico”, 1989, nella collana inaugurata da Domenico Rea), Sovera (“Canti tellurici”, 2000). Coltiva interessi nel campo delle arti visive, come critico d’arte, ed è giurato in svariati premi letterari. Pubblicista, ha svolto un’intensa attività presso emittenti radiofoniche e testate di interesse locale. Inoltre ha curato rassegne e collane letterarie per conto di Editrici (Sovera, Fermenti) e Gruppi culturali (Castelli Arte, Grafica Campioli).